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Cos’è la destra, cos’è la sinistra
Il boomer, il ragazzo e il bambino senza memoria

 

Tu che sei giovane come me, quindi sei un boomer, te la ricorderai la “conventio ad excludendum” contro i comunisti. C’è persino una voce su Wikipedia, che ad un certo punto dice: “Per tutta la durata della prima repubblica nessun governo ebbe ministri o sottosegretari del PCI, i cui rappresentanti entrarono per la prima volta ufficialmente in un governo col Governo Prodi I nel 1996, quando il PCI si era già trasformato in Partito democratico della Sinistra”. Nel mezzo c’è stato Gladio, la strategia della tensione, le stragi di Stato che usarono manodopera neofascista e membri infedeli  – infedeli alla Costituzione ma non alla continuità statuale col ventennio – dei servizi segreti, Licio Gelli e la Loggia P2, il Piano di Rinascita Nazionale.

Il governo frutto del “compromesso storico” (appoggio esterno del PCI ad un monocolore democristiano) nacque nel mezzo di questa temperie da una profonda riflessione di Enrico Berlinguer, fatta nel settembre 1973 sul giornale Rinascita, che prendeva le mosse dal colpo di stato fascista  – finanziato dagli Stati Uniti – che rovesciò in Cile il governo socialista di Salvador Allende. Giusto per controbilanciare le superficiali evocazioni della scelta “atlantista” di Berlinguer, come se dietro non ci fosse stata una dolorosissima e articolata analisi, mi limito a questo estratto: “gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.” (per leggere i tre articoli di Berlinguer su Rinascita, clicca qui).

Classe borghese, privilegi, potere. Parole chiare, nette, che definivano. Proprio come sono nebulose, ambigue, mistificatorie le parole da cui è composta la melassa acquitrinosa del politichese. Parole prive di un senso, anzitutto perchè appaiono privi di senso coloro che le pronunciano, se non come personaggi di una pièce dell’assurdo à la Ionesco. Come un Enrico Letta che, sprezzante della sua propria fisiognomica, evoca “gli occhi della tigre”. E’ psicologicamente sintomatico che il capo del partito più impallidito in questi anni, anche nel nome – da Partito Comunista a Partito Democratico della Sinistra, a Democratici di Sinistra, a Partito Democratico – dichiari di volere un partito “dai colori vividi e netti, come in un quadro di Van Gogh”. Sembra davvero che l’inconscio si sia impadronito del suo eloquio, conducendolo a elaborare immagini che sono l’esatto contrario della pallida (e inconfessata) percezione di sé.

Tu che sei ragazzo/a adesso, invece, ti becchi la “conventio ad excludendum” verso Fratelli d’Italia, il partito erede della tradizione fascista. La cosa fa sorridere, per un paio di ragioni. La prima è che la sua leader, Giorgia Meloni, è già stata Vicepresidente della Camera dal 2006 al 2008, e Ministro (per la Gioventù: cosa volesse dire, a parte un vago echeggiare littorio, non si sa) dal 2008 al 2011. Quindi non è stata esclusa proprio da niente. La seconda è che la storia dell’Italia dopo la Liberazione dal fascismo, come ricordato prima attraverso la linea nera delle stragi, è attraversata molto più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. Te lo ricordi il G8 a Genova? La “macelleria messicana” messa in atto dalla nostra polizia? Era il 2001, quanti anni avevi? La geopolitica atlantica, unita al più forte partito comunista d’occidente, ha reso inevitabile il fatto di doversi tenere, come serpe in seno, forze dell’ordine e interi gangli dell’intelligence permeati da metodi fascisti e legami col fascismo, dopo aver giurato di difendere la Costituzione nata sulla pregiudiziale antifascista? Non so se era inevitabile, ma è andata così. Quindi non è che gli eredi della tradizione fascista italiana stiano eventualmente “uscendo dalle fogne”: non ci sono mai stati.

Questo non vuol dire che non si corra alcun rischio. Il rischio è che la destra vinca le elezioni a mani basse e abbia, da sola, i numeri per cambiare un pezzo della Costituzione. Infatti Pierluigi Bersani (uno dei pochi con il sale in zucca, oltre ad un pugno inascoltato di costituzionalisti) affermava con elementare buon senso che chi collabora tuttora in tante amministrazioni locali (Pd e 5stelle) dovrebbe fare un cartello elettorale, minimo per contendersi i seggi uninominali con la destra. Invece Pallore Democratico fa a meno dei 5Stelle, i nuovi parìa che hanno osato disturbare il manovratore solitario Mario Draghi, e imbarca il 3% di Azione, giocandosi l’ala sinistra nonchè la possibilità di far tornare a votarlo chi non vota più, per nausea, disperazione o rabbia (ricordo che due tra le peggiori leggi degli ultimi anni, il Jobs Act e la legge elettorale con cui voteremo, sono targate PD).Quel PD sotto il cui ombrello crescono spesso buoni amministratori locali, in Direzione Nazionale non smette di deludere.

Infine ci sei tu, nativo digitale, che ti ritrovi a vivere in una terra che conosci solo per come è adesso: torrida, secca, abitata da gente vecchia, governata da gente vecchia, in cui l’ascensore sociale ti porterà fuori dall’Italia, se hai fegato e soldi per prenderlo – no, il talento non ti basterà.

Non hai neppure la capacità di sognare, perchè il mondo virtuale che maneggi da quando avevi due anni ti mette tutto a portata di mano: non hai mai dovuto immaginare niente. L’idea che hai del lavoro come di una merce uguale a tutte le altre, non è colpa tua. E’ quella che ti è stata lasciata in dote da gente vecchia, tutelata, che ha fatto il fenomeno con il tuo sedere: flessibilità, cioè precariato; disponibilità, cioè sfruttamento salariale. Il liberismo in economia uccide le libertà civili: se non hai la possibilità di progettare un futuro con il tuo lavoro, ti puoi scordare di sposarti, fare figli. Oppure lo fai ma con l’ incoscienza di chi non può pianificare, perchè è nato sotto la stella dell’incertezza. Non è tutto male in questo panorama: ci sono i nonni, che ti aiutano con la loro pensione. Domani tu non potrai farlo coi tuoi nipoti. Se io fossi te, farei fatica a capire cosa vuol dire “destra” o “sinistra” (leggi qui il pezzo di Giuseppe Nuccitelli su queste colonne).

Però hai l’imprinting del sopravvivente. Non hai un passato e non hai un sogno, hai un problema: cavartela e costruire un futuro per te e il pianeta in cui sei costretto a vivere. Con il tuo pianeta condividi lo stesso destino di precarietà. Gli esseri umani che hanno un passato non ne hanno appreso le lezioni, continuano a fare gli stessi errori. L’assenza di memoria potrebbe essere la tua arma vincente.

La liberazione dai vili

Ho sempre cercato di non identificare le persone con le loro opinioni. Eppure un diavoletto molesto, che continuavo a scacciare, insisteva a sussurrarmi all’orecchio che le opinioni più ardite corrispondono spesso alle persone più pavide. Poi finalmente è arrivata la Mirella, 96 anni, partigiana genovese, componente del CLN, a dire apertamente quello che mi sussurrava il diavoletto. Siccome lei la Resistenza l’ha fatta, mi ha tolto ogni senso di colpa per il piccolo satanasso che alberga nella mia coscienza.

“Quando si entrava in classe, negli anni del fascismo, l’insegnante ti mandava a guardare la cartina geografica per esaltare i progressi dell’“impero”. Ma poi quando uscivo di scuola, la prima immagine che mi capitava sotto gli occhi erano le madri vestite a lutto. Mi facevano tanta impressione. E poi c’erano gli amici che partivano per la guerra e non tornavano più. Che vita era, che gioventù era la nostra? Io odiavo le guerre. La guerra è bestialità, non è un prodotto dell’evoluzione. Ho fatto la guerra partigiana per non sentirne parlare più….A me fanno un po’ ridere queste persone che esaltano la guerra per difendere la democrazia e la libertà: sono le stesse, ci scommetto, che poi stanno zitte e buone quando capita a loro il momento di prendere una decisione di vita o di morte”.

Mirella Alloisio (staffetta partigiana)

PER CERTI VERSI
La dittatura, la liberazione e noi

LA DITTATURA, LA LIBERAZIONE E NOI

Mio babbo
Mi ha raccontato
Ancora
Del Fascismo
Mi fa vedere
Il suo atlante
Di geografia
Razzista
Povera Africa
Spartita
I bianchi…
Poi la guerra
L’ultima cartolina
Dello zio
Dalla Yugo
Lo zio in Russia
Morto assiderato
Poi le bombe
Il rifugio
Pippo
Un solo coniglio
Se no fame
Ma era un coniglio?
Il partigiano
Licurgo Fava
Trascinato
Per Medicina
Torturato
Fucilato
Davanti alla Chiesa
Medaglia d’oro
Grazie Licurgo
A te e a tutti
Quelli e quelle
Come te
Come voi…
Poi
La Liberazione
Suo nonno esce
Dal rifugio
I cecchini fascisti
Lo freddano
L’ultima vigliaccata…
Lo portano al cimitero
Con una carriola

Chi parla di dittatura
Oggi
L’ha solo letta
Non sa cosa sia
Me compreso
Abbia cura
Di certe parole
Premura
Ricordi
Che cosa è stato

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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LO STESSO GIORNO
Il sogno anarchico della Banda del Matese

4 aprile 1877
Nasce la Banda del Matese

San Lupo è un piccolo paese dell’appennino meridionale collocato vicino al Matese, il massiccio roccioso dell’appennino sannita. In questo paesino, la sera del 4 aprile 1877, presso la taverna Jacobelli prende vita la Banda del Matese.
Quando il giorno precedente Carlo Cafiero arrivò nel Matese sembrava un uomo d’affari; con abiti eleganti e aria signorile.Tutti lo scambiano per un gentiluomo inglese in cerca di affari. Così come Carlo, anche Pietro Ceccarelli ed Enrico Malatesta erano in abito elegante quando accolsero l’ultimo arrivato.
Erano tre tra i rappresentanti più importanti del movimento anarchico italiano, riconosciuti e sostenuti anche dal Congresso di Berna. In occasione di quello stesso congresso internazionale anarchico, Cafiero e Malatesta avevano sottolineato l’importanza di un ruolo attivo sul territorio: i contadini, per quanto riportato dagli esponenti italiani, aspettavano l’arrivo di uomini coraggiosi capaci di guidarli nella liberazione dal nuovo padrone piemontese, sfruttatore come i Borboni, usurpatore e avido di tasse.

Con questo obiettivo, un gruppo di una trentina di anarchici la notte del 4 aprile si ritrova nella taverna Jacobelli decisi ad organizzare una rivoluzione. Per un caso fortuito, un gruppo di carabinieri insospettiti dall’assembramento così insolito per il piccolo paese, fece irruzione nella taverna. Il gruppo di anarchici, ormai scoperto, aprì un caotico e rocambolesco conflitto a fuoco contro le forze dell’ordine, ferendo due carabinieri e riuscendo a procurarsi una via di fuga.
Parte del gruppo riuscì a salvarsi e per due giorni vagò nei boschi dirigendosi a nord verso il vicino paese di Letino. Non immaginando di avere la fortuna dalla propria parte, la mattina dell’8 aprile, sventolando la bandiera rossa e nera al vento, la banda riuscì ad entrare in paese ed occupò il municipio.
Con il sostegno del popolo, per lo più contadini, si impossessarono di una partita di armi sequestrata a dei bracconieri. Dichiararono decaduto Vittorio Emanuele II, abolirono la tassa sul macinato e bruciarono tutti i registri sulle imposte, simbolo dello sfruttamento dei contadini. 
Esaltati dalla vittoria appena riportata, replicarono la scena durante il pomeriggio nell’adiacente comune del Gallo. Gli anarchici festeggiavano, i contadini li inneggiavano come salvatori e liberatori, ma l’euforia era destinata a durare poco.

Le forze dell’ordine arrivarono in massa.
Esercito e carabinieri erano numerosissimi, forse anche alla luce della stretta amicizia tra Nicotera, ministro degli interni, e Achille del Giudice, il più ricco e potente proprietario terriero del Matese. I carabinieri inseguirono e accerchiarono gli anarchici, dal 9 al 11 questi cercarono di resistere e scappare come potevano, senza mai aprire uno scontro a fuoco diretto coi carabinieri. Il 12 aprile, esausti da quel tentativo di fuga, gli ultimi appartenenti al gruppo si arresero e furono arrestati.

Sicuri di andare in contro alla corte marziale, i militanti anarchici furono invece sottoposti a un regolare processo, anche grazie a Silvia Pisacane. Silvia aveva 25 anni e conosceva bene quelle zone in cui si mosse il gruppo anarchico. Intelligente e sveglia sapeva di politica, custodiva gelosamente le carte del padre Carlo, del quale aveva ben chiari gli ideali. Quando il padre Carlo rimase ucciso durante la sua famosa spedizione nel regno delle Due Sicilie, Silvia ancora piccola venne adottata dal compagno d’armi Giovanni Nicotera. Proprio grazie a questa sua parentela diretta con il ministro degli interni, Silvia riuscì a far ragionare il padre adottivo. La minaccia del giudizio sommario era scongiurata. Evitata la forca per corte marziale, il gruppo avrebbe comunque dovuto affrontare un tribunale pronto a condannarli tutti all’ergastolo.

Ancora una volta la fortuna è dalla parte degli anarchici. Vittorio Emanuele II morì quasi un anno dopo, e il potere finì tutto nelle mani del figlio Umberto I. La fortuna per il gruppo fu che il popolo contadino li sosteneva a pieno e, insieme a loro, in molti nutrivano simpatia per quelle idee rivoluzionarie che ricordavano il risorgimento. Per questo il re neo-incoronato, non volendo subito inimicarsi la popolazione, concesse un’amnistia per i crimini commessi e salvò così gli anarchici del Matese.

Ancora oggi una targa è appesa sul muro del comune a San Lupo:
“Da questo luogo il 4 aprile 1877, mossero gli anarchici del gruppo di Cafiero e Malatesta, divisando un moto insurrezionale di libertà per le genti del meridione d’Italia. Un sogno di riscatto rimasto senza compimento”
(San Lupo 24.4.1998)

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

Tiziano Terzani

L’ascolto come espressione della nonviolenza:
i diari di Tiziano Terzani

 

Un’idea di destino è una raccolta di scritti tratti dai diari degli ultimi vent’anni di Tiziano Terzani. È l’ultimo grande dono che la moglie, Angela Staude, ha voluto condividere. Invito a leggerlo e insieme a leggere e rileggere anche altro di Terzani.

Tiziano Terzani, Un’idea di destino : diari di una vita straordinaria, Longanesi, 2014

Qui abbiamo la possibilità di uno sguardo più intimo, che mette in moto pensiero e sentimento assieme. Siamo introdotti ai viaggi che Tiziano ha compiuto nei luoghi più pericolosi e sconosciuti del mondo e dell’anima. Un piccolo esercizio che Terzani ha proposto in un momento importante della vita sua e dei suoi cari: “Niente succede mai per caso. Se siamo qui deve esserci motivo. Vedere come ognuno di noi ha una ragione di esserci e rintracciare che cosa ci ha portato qui è un bellissimo esercizio di umiltà e d’ammirazione per quell’’Intelligenza’ che tiene assieme il mondo.” È un esercizio che si raccomanda anche a chi su quest’intelligenza mantiene forti dubbi.

Tiziano Terzani e Angela Staude
Tiziano Terzani e la moglie Angela Staude

 

“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo”, ci ricorda Dietrich BonhoefferE ad ascoltare, vedere, sentire, interpretare, Terzani era bravissimo, dovendo poi riferire, secondo la prepotente vocazione che lo caratterizza. La sua è una straordinaria applicazione delle sette regole d’oro dell’arte di ascoltare (qui), ricordate da Marianella Sclavi:

1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé…

Monumento Aldo Capitini
Monumento Aldo Capitini

Aldo Capitinimi ha insegnato (è il motto dei suoi centri di orientamento sociale) che chi può parlare ascolta più profondamente e molto profondo è l’ascolto di Terzani che sente il dovere di riferire su quanto ha direttamente sperimentato.
Anche a noi è dovuto servizio di ascoltarci profondamente. Già ne L’ultimo giro di di giostra a questo particolare ascolto Terzani ci aveva introdotto. Il diario lo approfondisce ulteriormente. È un ascolto che accompagna nelle esplorazioni di paesi vasti e sconosciuti (a me totalmente Usa e India), in percorsi tra scienza e religione, salute e malattia, medicina e guarigione, tra mondo che sta fuori e mondo, non meno misterioso e decisivo, che sta dentro.

Ci passano davanti vent’anni, dai primi anni Ottanta ai primi del Duemila, nei quali molte speranze di una società migliore e più giusta sono ricomparse; magari in nuova veste, e assieme ricadute, dentro e fuori d’Italia. I diari si aprono con l’espulsione dalla Cina, un Paese molto amato da Terzani e ci accompagnano in Giappone, Thailandia, Birmania, Urss, Indocina, Asia centrale, India, Pakistan – e qualcosa ho di certo dimenticato – e anche negli Usa, per curarsi dal cancro, e passaggi in Italia, dove trascorrerà gli ultimi tempi. Gli stessi vent’anni terribili anche per chi non ha viaggiato. Già qui moriva la repubblica negli anni ‘70. Un poeta Mario Luzi se n’era accorto (in Al fuoco della controversia, Milano, Garzanti,1978).

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

È un’agonia che non sembra terminare mai, considerato anche la bassezza e volgarità che hanno caratterizzato la campagna elettorale appena conclusa. Nei diari si coglie proprio in un suo passaggio in Italia nel 2001 tutta l’indignazione e la tristezza per le condizioni in cui la democrazia e la convivenza sono precipitate nel nostro Paese e la tentazione di tornare ad occuparsi di politica; mentre è nel pieno di un suo percorso di ricerca spirituale sulle pendici dell’Himalaya, non più Tiziano Terzani, ma Anam, il Senza nome. Ancora una volta è completamente immerso nella sua esperienza come quando, “cinese”, si chiama Deng Tiannuo. È una tentazione alla quale fortunatamente non resiste regalandoci le Lettere contro la guerra, preziose nel momento in cui non solo Oriana Fallaci con La rabbia e l’orgoglio (titolo più appropriato sarebbe stato L’odio e il rancore) ma molti intellettuali sostengono e incoraggiano, dentro e fuori d’Italia, la vendetta americana nella disastrosa guerra afghana dopo l’11 settembre. Sono lettere ancora e sempre basate sulla presenza nei luoghi, nonostante il disagio, la malattia, i pericoli. Dello svilupparsi dell’estremismo islamico e delle responsabilità nell’alimentarlo in ogni modo da chi ora ne vuole l’annientamento, e invece lo rafforza, aveva da anni documentato l’ascesa.

Oriana Fallaci
Oriana Fallaci

Perché Terzani è uno straordinario giornalista, penetrante, documentato, sincero. Questo gli ha permesso di divenire un “permanentista”, secondo l’invito che l’orientalista Giuseppe Tucci gli aveva rivolto. I suoi primi articoli o rapporti mostrano le sue doti veramente straordinarie e precedono il mestiere di giornalista iniziato nel ’70 ne Il giorno di Italo Pietra e Giorgio Bocca (niente a che vedere con il giornale che di quell’esperienza ha mantenuto solo il titolo).
Ho ritrovato i suoi articoli su l’Astrolabio, la modesta, straordinaria pubblicazione, diretta da Ferruccio Parri, nata quindicinale il 25 marzo 1963, già settimanale quando Terzani comincia a scriverci nel ’66 e tornato quindicinale quando Terzani smette alla fine del ’70. Spesso i suoi pezzi ne ispirano le copertine, a partire dal primo Rapporto dal Sud Africa: Natale negro del 25 dicembre 1966. Ricordo bene l’attesa e il piacere della lettura dei suoi articoli, una lettura proseguita poi sul Giorno e quindi su Repubblica e l’Espresso, non ahimè sul Corriere. Ho ritrovato su Astrolabio anche due articoli di Alberto Angela del 1969 e mi rammarico di non avere mai letto suoi libri. Vedrò di colmare questa lacuna.

Se il periodo de l’Astrolabio è quello delle idee belle e chiare, che permettono di capire i problemi e di individuarne le soluzioni, gli anni dei diari sono quelli della disillusione a partire dalla Cina, che si rivela non il paradiso che lo studente Terzani aveva creduto (e con lui molti altri) ma l’inferno per i lavoratori e per la grande maggioranza dei cinesi, mentre lo slogan Servire il popolo si trasforma in Arricchirsi è glorioso. Così la tragedia della Cambogia e i deludenti esiti della guerra di liberazione del Vietnam, la situazione degli altri Paesi orientali molto amati e frequentati da Terzani non sono certo incoraggianti. Un Terzani che preferisce Mao a Gandhi al termine del suo percorso ha mutato pensiero, con la capacità di dirlo in modo netto e senza che questo tolga valore alle cose dette e scritte prima, che mantengono le positive caratteristiche di cui si è detto. Rilette ci dicono di possibilità diverse che non hanno avuto sviluppo, introducono a osservazioni più approfondite, sono esperimenti con la verità, secondo la bella espressione gandhiana, utili a spezzare pregiudizi, compito più difficile che spezzare l’atomo, ammonisce Einstein. Qualche disillusione avrebbe (avremmo) potuto risparmiarcela considerando che “Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto”. Non è Gandhi, è Marx, citato da Camus.

Mahatma Gandhi
Mahatma Gandhi

Il giornalista Terzani si volge al saggio, al piacere del racconto, a una scrittura, che meglio renda l’incerto mondo intravvisto al di là delle apparenze, pur tra ciarlatani, truffe e pure superstizioni, come in Un indovino mi disse. Proprio a conclusione di quel libro sta l’incontro con John Coleman, il meditatore della Cia, maestro di vipassana che gli consegna qualcosa di più di una tecnica (posso confermare che al termine di una seduta ben condotta la lettura della Lettera ai Corinti è particolarmente bella). La meditazione, in varie forme, lo accompagnerà nell’incontro con la malattia implacabile, occasione di svolta radicale di cui riferisce ne L’ultimo giro di giostra. Con Lettere contro la guerra sono questi i libri che aggiungono a La porta proibita, In Asia e Buonanotte signor Lenin, tutti realizzati nel periodo coperto dai diari.

Dalla lettura a me sono giunte diverse suggestioni, anche molto personali, sulla malattia, la vecchiaia, nei rapporti, e nella loro difficoltà, con le persone più care. La sua ricerca spirituale, la sua visione mi ha ricordato Capitini e la compresenza, termine che ha sostituito il Dio senza nome di primi scritti: “Ho insistito per decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli, anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale, visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante angustie, l’ho chiamata la compresenza.” Non mi pare di aver trovato traccia di contatti, come invece per Balducci, La Pira, Spini, Ceronetti, a vario titolo in rapporto con Capitini. Né so se abbia avuto contatti con un altro “viaggiatore leggero” Alex Langer, (leggi anche qui) con il quale pure riscontro affinità, stremato fino a morirne dallo scavalcare muri e fossati, che dividono i popoli, dal costruire ponti e rapporti, contatti rispettosi delle differenze. Così mi pare Tiziano Terzani, cinese e poi indiano, ma sempre e più profondamente “fiorentino, un po’ italiano, europeo”, di un’Europa che sappia accogliere culture diverse, nella convivenza pacifica, accogliendone anche i portatori.
L’esperienza profonda dell’Advaita, della Nonseparazione, non lo ha reso indifferente alle sorti dei suoi simili; se mai lo ha reso più sensibile alla “orribile meraviglia che è la nostra razza: l’umanità”.

Alex Langer
Alex Langer

L’esercizio che ho proposto all’inizio è l’avvio dei suoi appunti per il discorso del matrimonio della figlia (l’ultimo in pubblico, nel 17 gennaio del 2004). Più avanti leggiamo: “Mai il mondo si è trovato dinanzi a scelte più drammatiche. Noi, gli umani, siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione. In nome della civiltà il mondo occidentale, guidato da una superpotenza che non ha ancor imparato la lezione della Storia – che tutte le superpotenze sono transitorie, impermanenti, effimere come ogni altra cosa -, sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia ai trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto per la protezione dell’ambiente. In un mondo così instabile occorre che le sue componenti fondamentali siano salde.

L’umanità aveva lavorato con enormi difficoltà, dopo le due più catastrofiche guerre del secolo scorso, per rendere illegale la guerra, e trovare altri modi di risolvere i conflitti internazionali, al punto che molti Stati hanno incluso questo principio nelle loro costituzioni. Oggi la guerra è tornata ad essere un fatto accettato. La guerra non è più un tabù non soltanto per coloro che hanno deciso di romperlo, ma – fatto ancora più inquietante – per i tanti cosiddetti intellettuali, diventati lacchè dei potenti, che provano gusto a lodare la guerra; o per quelli che si servono della guerra e in nome del realismo godono della sconfitta di quelli che continuano a credere nella possibilità della pace. Per loro il pacifismo è una degenerazione dell’uomo, di cui dicono che è bellicoso per sua natura, che sempre è stato e sempre sarà violento. Ma vi prego, vi prego, riflettete su tutto ciò e rendetevi conto che non c’è futuro nella violenza. Vi esorto a educare i vostri figli alla nonviolenza, a educarli al rispetto alla vita, a tutta la vita…”

Sì la nonviolenza: apertura al vivente, alla sua esistenza, alla sua libertà, al suo sviluppo. La nonviolenza è il punto di applicazione più profondo per il sovvertimento di una realtà inadeguata. Così a Verona un mese fa nel giorno della Liberazione abbiamo detto che oggi Resistenza è Nonviolenza, Liberazione è Disarmo. Non saremmo dispiaciuti a Terzani, purché poi ci comportassimo coerentemente.

Questo articolo è già apparso su ferraraitalia con altro titolo il 28 maggio 2014

rete pesca mare

PRESTO DI MATTINA
Aparecida: lo stile di papa Francesco

 

Salvata dalle acque, dal fondo fangoso di un fiume nella valle del Paraiba, a metà strada tra la città di Sao Paulo e la città di Sao Sebastiao (Rio de Janeiro), riemerse una statuetta in terracotta della Vergine Maria. Era il 17 ottobre del 1717. Ritrovata da tre pescatori, Domingos Garcia, Joao Alves e Filipe Pedroso, misurava appena 39 centimetri ed era annerita dal fango del fiume: le fu dato il nome di Aparecida.

Una storia, quella del ritrovamento, a dir poco evangelica. Quei pescatori erano usciti per la pesca, ma dopo aver gettato le reti per un’intera notte, non avevano preso nulla. Invocarono così Maria e, anziché pesce, la rete riportò alla superfice il corpo di una statuetta della Vergine della Concezione. Con grande meraviglia gettarono nuovamente la rete, ma ancora, impigliata tra le maglie, apparve una piccola testa raffigurante il volto della Vergine. Pieni di gioia si fecero coraggio e gettarono le reti una terza volta. Così accadde, come sul lago di Galilea ai pescatori divenuti poi discepoli missionari. La pesca fu abbondante: una grazia della Madre di Dio, che è madre del popolo brasiliano, pensarono quei pescatori.

Che cosa fece sì che questa devozione per l’Aparecida, nata dalla fede di semplici popolani, pescatori di un villaggio sperduto, diventasse continentale, in uno dei più grandi santuari mariani del mondo? Nel 1850, nonostante già da vent’anni fosse stata abolita la schiavitù in Brasile e una nuova legge avesse vietato definitivamente il commercio internazionale, questo continuò in ambito interprovinciale, convogliando gli schiavi dagli zuccherifici del nord-est oramai in declino e dalle miniere d’oro esaurite verso le piantagioni di caffe nelle fiorenti aziende nella regione del Paraibà. Il tutto senza che per gli schiavi, afflitti da un durissimo e opprimente regime lavorativo, cambiasse nulla.

Si narra che proprio in quel periodo uno schiavo, che era fuggito, venne catturato e nuovamente incatenato per essere riportato alla fazenda del suo padrone. Quando lo schiavo fuggito e incatenato chiese di pregare un momento davanti alla cappella e alla statua della Vergine Aparecida, tra la meraviglia dei presenti, gli caddero le catene dai polsi.

Fu attraverso queste narrazioni diffuse rapidamente tra la gente che la Vergine Maria, Nossa Senhora da Conceição Aparecida, cominciò a essere associata alla denuncia della miserevole sorte degli schiavi e alla compassione verso di loro, che rappresentavano più della metà della popolazione.

E si narra pure di un’altra statuetta di Maria, trovata da un meticcio ai margini della foresta amazzonica, che gli fu tolta e portata nella cappella del palazzo del governatore; ma là non volle restare e misteriosamente ritornò nella piccola capanna che gli aveva costruito quell’indios di nome Placido. Agli occhi dei poveri, degli umiliati, degli sfruttati, allo sguardo del popolo, la Madre di Dio preferiva rimanere nel luogo dei piccoli e non in quello dei potenti, sceglieva la popolazione indigena e meticcia decimata e sfruttata del bacino amazzonico o nella società schiavista di allora. Si metteva dalla parte degli schiavi incatenati, invitando i cristiani ad impegnarsi per il loro riscatto e a lottare per la dignità di ogni persona fondata sulla libertà dei figli e delle figlie di Dio.

Tutti questi racconti di liberazione, passati di bocca in bocca, nutrirono la pietà popolare e suscitarono un esondante, perdurante affetto e fiducia per Nostra Signora Aparecida. Avvertita, anche lei, dalla parte del popolo; compromisa, come il figlio, con il destino degli ultimi; unita a quella opzione preferenziale per i poveri, che caratterizzò la missione di Gesù e che i Padri conciliari al Concilio vaticano II, affidarono anche alla chiesa: «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via. Gesù Cristo “che era di condizione divina spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo” (Fil 2,6-7) e per noi “da ricco che era si fece povero” (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. [Essa] riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo», (LG 8).

Quando Benedetto XVI decise di convocare la V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano nel maggio 2007, presso l’imponente e sempre affollato santuario di Aparecida, se ne accrebbe la fama, non solo nella chiesa latinoamericana, ma anche di quella universale. «Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché i nostri popoli abbiano vita in Lui» fu il tema di quell’assemblea sinodale.

Seppur contrassegnato dalle tensioni scaturite dalla contrapposizione delle prospettive che si confrontarono per ridefinire tanto la figura del discepolo missionario e di ogni battezzato come soggetto di evangelizzazione, quanto per riaffermare la centralità di Cristo e la sua opzione preferenziale per i poveri, fugando così il timore di alcuni di oscurare la centralità di Cristo tramite tale accentuazione. Così se ne riaffermò il loro essere testimonianza e presenza del Cristo stesso: «I volti sofferenti dei poveri» sono «il volto» sofferente «del Signore… L’opzione preferenziale per i poveri ci spinge, come discepoli e missionari di Gesù, a cercare vie nuove e creative per dare risposte alla realtà mutevole della povertà», (AP 393; 409).

Pur nelle diverse interpretazioni che caratterizzarono e seguirono quell’evento, i vescovi riuniti in assemblea si sentirono “sorpresi dallo Spirito” – come a Pentecoste – e coinvolti in una esperienza mistico-spirituale. Tutti furono concordi nell’affermare di aver vissuto un’intensa esperienza di chiesa, nella forma di una sinodalità aperta alla gente convenuta ad Aparecida. In quel continuo pellegrinaggio che andava e veniva si sentirono accompagnati in quell’esercizio di fraternità, immersi in un cammino di fede e di pietà con tutto il popolo, che con la sua presenza e preghiera si era stretto attorno a loro per chiedere discernimento nella ricerca di vie nuove di missione non solo continentale, ma mondiale.

Un’esperienza completamente diversa da quella che caratterizzò la IV Conferenza tenuta a santo Domingo nel 1992, quando l’incontro dell’episcopato latinoamericano si svolse in un ambiente appartato e isolato dal popolo, nonché ‘vigilato’ dall’alto. Ad Aparecida le cose andarono diversamente ed i vescovi riconobbero con umiltà, riaffermandolo nel documento finale, che quel popolo dei pellegrini li aveva toccati ed evangelizzati: «Ci siamo sentiti accompagnati dalla preghiera del nostro popolo credente, pastori e fedeli della chiesa di Dio in Aparecida e dalla moltitudine di pellegrini da tutto il Brasile, nonché dagli altri paesi dell’America, arrivati al santuario; essi ci hanno edificato ed evangelizzato (AP, 3).

Non solo. Ad Aparecida i vescovi latino-americani riaffermarono l’importanza delle comunità di base quali cellule germinali, insieme alle piccole comunità, nella strutturazione ecclesiale e quali punti focali per la crescita della fede e per evangelizzazione. Essi vollero riprendere così l’eredità e il metodo di Medellín (1968), la conferenza da cui iniziò la recezione del Concilio vaticano II in America Latina, motivando così la loro scelta: «questo documento fa uso del metodo “vedere, giudicare ed agire”. Questo metodo ha collaborato a che noi vivessimo più intensamente la nostra vocazione e missione nella Chiesa: ha arricchito il nostro lavoro teologico e pastorale, e, in generale, ci ha motivati ad assumere le nostre responsabilità di fronte alle situazioni concrete del nostro continente» (AP 19)

Anche per questo, nel 1974, Paolo VI con l’enciclica Evangelii Nuntiandi, accolse proposte e orientamenti pastorali della chiesa latino-amaricana riunita a Medellin, trasformandoli in contributi e orientamenti per la Chiesa intera. In modo particolare furono recepite le insistenze sulla liberazione e sul legame tra evangelizzazione e promozione umana, tra sviluppo e liberazione.

Ricordando il vibrante appello dei vescovi del Terzo mondo, eco delle voci dei loro popoli in lotta per superare tutto ciò che li condanna a restare ai margini della vita, Paolo VI fece proprie le loro parole: «La Chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di esseri umani, essendo molti di essi figli suoi; il dovere di aiutare questa liberazione a nascere, di testimoniare per essa, di fare sì che sia totale. Tutto ciò non è estraneo all’evangelizzazione. Tra evangelizzazione e promozione umana – sviluppo, liberazione – ci sono infatti dei legami profondi… È impossibile accettare che nell’evangelizzazione si possa o si debba trascurare l’importanza dei problemi che riguardano la giustizia, la liberazione, lo sviluppo e la pace nel mondo. Sarebbe dimenticare la lezione che ci viene dal Vangelo», (EN 30-31).

Perché ho ricordato Aparecida? Perché in essa si innesta e ha preso forma il ministero pastorale di papa Francesco. Aparecida è un passaggio obbligato per comprendere il suo stile pastorale e la sua riflessione teologica. È il punto di arrivo del suo episcopato brasiliano, ma anche un nuovo punto di partenza, snodo fondamentale, passante di valico attraverso cui il vissuto profetico ecclesiale e missionario di una chiesa particolare diviene patrimonio offerto a tutte le chiese per rilanciare il concilio e far ripartire i processi di riforma rimasti ancora inespressi e incompiuti nell’unica chiesa di Cristo.

Ad Aparecida, il 15 maggio 2007, i vescovi scelsero Bergoglio – allora vescovo di Buenos Aires – come presidente della commissione responsabile della redazione del documento finale. Molti si sentirono motivati per il suo linguaggio suggestivo, pieno di speranza, deciso e rispettoso ad un tempo nel ‘compartir’ come un pane la gioia del vangelo. Il suo invito ed impegno ad Aparecida fu quello di “evitare una Chiesa autoreferenziale” e lavorare “per una Chiesa che arrivi a tutte le periferie umane”. Era l’inizio di un processo di riforma proposto a chiese regionali situate ai confini del mondo, per divenire grazia e proposta che sarebbe rimbalzata nella chiesa universale da quel giorno in cui Jorge Bergoglio, “venuto dalla fine del mondo”, divenne papa Francesco: era il 13 marzo 2013.

Significativo risulta allora un passaggio dell’omelia che Bergoglio tenne, alla celebrazione conclusiva ad Aparecida il 16 maggio 2007, come un seme che conteneva già in germe gli sviluppi futuri: «Lo Spirito proietta la Chiesa verso le periferie, non solo le periferie geografiche del mondo conosciuto della cultura, ma le periferie esistenziali. Lo Spirito ci guida, ci conduce sulla strada verso ogni periferia umana: quella della non conoscenza di Dio, dell’ingiustizia, del dolore, della solitudine, della mancanza di senso».

In un’intervista di pochi mesi dopo ricordava: «Il Papa, Benedetto XVI, ci ha dato indicazioni generali sui problemi dell’America Latina, e ha poi lasciato aperto il dialogo: fate voi! È stato grandissimo, questo, da parte del Papa… Il documento di Aparecida non finisce in se stesso, non chiude, non è l’ultimo passo, perché l’apertura finale è sulla sua missione. Per restare fedeli bisogna uscire. Questo è in fondo Aparecida, che è il cuore della missione».

Non si può non riconoscere da queste parole come Aparecida sia stata come un canovaccio e continui ad essere una bussola e l’ispirazione profonda del suo pontificato, la ‘camera’ fotografica, in cui si sono sviluppati poi i testi del vescovo di Roma, chiamato a presiedere alla comunione di tutte le chiese.

Il tema dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, «l’alegria de evangelizar», è stata sempre l’orizzonte del suo stile pastorale e della sua predicazione. Non a caso la parola gioia ricorre 61 volte nel documento di Aparecida e 85 in Evangelii Gaudium/ La alegría del Evangelio [Qui]. «La nostra gioia, dunque, ha le sue radici nell’amore del Padre, nella partecipazione al mistero pasquale di Gesù Cristo, il quale, per lo Spirito Santo, ci fa passare dalla morte alla vita, dalla tristezza alla gioia, dall’assurdo al profondo senso dell’esistenza, dallo sconforto alla speranza che non inganna. Conoscere Gesù Cristo, con la fede, è la nostra gioia; seguirlo è una grazia e trasmettere questo tesoro agli altri è un mandato che il Signore ci ha consegnato» (AP, 17-18).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

etiopia Hailé Selassié negus

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
la grandezza di Hailè Selassiè (IV Parte)

Nel 1946 Hailè Selassiè, per conto del Governo etiopico, presentò alla Conferenza di Pace di Parigi un memorandum che segnalava le seguenti sconcertanti perdite umane, ma nessun italiano venne mai punito per questi massacri, favorendo la rimozione collettiva e la mancanza di presa di coscienza, tuttora persistente, dei crimini compiuti durante le guerre coloniali fasciste in Etiopia:
Totale esseri umani assassinati: 760.300.
Persone morte a causa della distruzione dei loro villaggi: 300.000
Massacri di civili e religiosi del Yakitit 12-19 febbraio 1937: 30.000
Patrioti morti nei campi di lavoro a causa di privazioni e maltrattamenti: 35.000
Patrioti uccisi dalle corti marziali: 24.000
Donne, bambini e infermi uccisi dalle bombe: 17.800
Patrioti uccisi in battaglia: 76.000
Uccisi in azione: 275.000 

“Fai attenzione a non rovinare il buon nome dell’Etiopia con atti degni del nemico. Vedremo che i nostri nemici sono disarmati e se ne andranno nello stesso modo con cui sono venuti.”  Hailè Selassiè

Il decreto di San Michele, pubblicato il 20 gennaio 1941, contestualmente all’imminente ritorno in territorio etiopico dell’imperatore, concesse l’amnistia a tutti coloro che avevano collaborato con gli italiani e fece appello alla popolazione affinché, malgrado i lutti subiti, agisse con cavalleria e rispetto verso i prigionieri italiani: “Io (Hailè Sallassiè) vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno, con o senza armi. Non rinfacciate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano. Vi raccomando particolarmente di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi. Non saccheggiate i beni altrui anche se appartengono al nemico. Non incendiate le case.”
Quando Hailè Selassiè entrò trionfalmente ad Addis Abeba il 5 maggio 1941, a cinque anni esatti dall’inizio dell’occupazione italiana, riassumendo ufficialmente il titolo di imperatore, anche in questa occasione si comportò in modo cavalleresco verso i civili italiani (circa 35.000) concentrati nella capitale: furono impedite rappresaglie e vendette e fu emanato un editto di perdono in cui tra l’altro si diceva: “Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci dello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male col male. (…) Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo andare a casa per la stessa via dalla quale è venuto.”

Solo a ogni mente abbruttita dall’arroganza colonialista può risultare impossibile, nel considerarne la figura umana, la dimensione politico-religiosa e la statura morale, non comprendere e apprezzare la grandezza e la dignità del Negus Neghest, il Re dei Re, emersa e consacrata a livello mondiale in due memorabili discorsi, il primo precedente e il secondo successivo al suo legittimo re-insediamento.

Hailé Selassié proclamato uomo dell'anno per il 1936 dalla rivista Time
Hailé Selassié proclamato uomo dell’anno per il 1936 dalla rivista Time

Il 12 maggio 1936, davanti all’Assemblea della Società delle Nazioni riunita al completo a Ginevra, ma con la sola assenza della delegazione del governo italiano volutamente autoritiratasi, l’Imperatore pronunciò in lingua aramaica un discorso di condanna dell’aggressione militare italiana, dei metodi di sterminio adottati e sui diritti alla pace, libertà e giustizia di ogni popolo oppresso:
«[…] È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l’Etiopia. Il governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. […] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. […] A parte il Regno di Dio, non c’è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest’ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio. […]»

La sintesi dell’insegnamento di Hailé Selassiè è contenuta in alcuni passaggi del discorso rivolto di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1963: “Dobbiamo diventare qualcosa che non siamo mai stati, e per cui la nostra istruzione e la nostra esperienza e il nostro ambiente non ci hanno adeguatamente preparato. Dobbiamo diventare più grandi di quel che siamo stati sinora: più coraggiosi, di spirito più elevato e di più larghe vedute. Dobbiamo diventare membri di una nuova razza, superando ogni meschino pregiudizio, offrendo il nostro appoggio finale non alle nazioni, ma ai nostri simili all’interno della comunità umana”.

Hailè Selassiè

L'immagine di Hailè Selassiè portata in trionfo da Bob Marley durante un concerto
L’immagine di Hailè Selassiè portata in trionfo da Bob Marley durante un concerto

Oltre a questo invito rivolto alla capacità naturale dell’umanità di trascendere e rivoluzionare i condizionamenti della propria cultura, del proprio status sociale e della propria appartenenza etnica e quindi di progredire evolvendosi, Hailè Selassiè riuscì ad anticipare il concetto di “cittadinanza mondiale” e di “emancipazione dalla schiavitù mentale” con la forza e l’efficacia di parole che non hanno mai più smesso di essere ripetute, riscritte o ricantate ovunque nel mondo.
Il movimento Rastafari, da molti abbreviato in “Rasta”, dal nome di Hailè Selassiè , prima della sua ascesa al trono – una combinazione del suo nome “Tafari” e del titolo nobiliare “Ras”, che si traduce in “principe”- è da allora universalmente associato a valori di liberazione, pace, eguaglianza, in contrasto con ogni sistema di oppressione fascista, coloniale, imperialista e militarista.

«Riguardo alla questione della discriminazione razziale, la Conferenza di Addis Abeba ha insegnato questa ulteriore lezione, a coloro che la vogliono imparare: finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà finalmente screditata e riprovata; finché in nessuna nazione non vi saranno più cittadini di prima e di seconda classe; finché il colore della pelle di un uomo non avrà più valore del colore dei suoi occhi; finché i diritti umani fondamentali non saranno ugualmente garantiti a tutti, senza distinzione di razza; fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e le regole della morale internazionale resteranno solo una fuggevole illusione, perseguita e mai conseguita …

… finché l’ignobile e drammatico regime che oggi opprime i nostri fratelli in Angola, in Mozambico, in Sudafrica, con le sue disumane catene, non sarà rovesciato e totalmente spazzato via; finché il bigottismo, il pregiudizio e l’interesse personale inumano e malevolo, non saranno sostituiti dalla tolleranza, la comprensione e i buoni propositi; finché gli africani non si alzeranno e parleranno come esseri liberi, uguali agli occhi di tutti gli uomini, come sono uguali davanti agli occhi del cielo; fino a quel giorno il continente africano non conoscerà pace. Noi africani, combatteremo, se necessario, e sappiamo che vinceremo, poiché confidiamo nella vittoria del Bene sul Male».
Dopo quasi sessant’anni, mai come in quest’ultimo periodo storico e in concomitanza con la Festa di Liberazione dal Fascismo del 25 Aprile, non è più possibile non constatare la portata e il valore profetico delle illuminanti parole di Hailé Selassiè.

(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

La Resistenza, i giovani e il 25 aprile

Questa riflessione di Sandro Abruzzese è apparsa su Ferraraitalia esattamente 6 anni fa, in occasione della celebrazione del 69° Anniversario della Liberazione. Lo riproponiamo oggi, per onorare la memoria di chi ha dato la vita per la democrazia e la libertà. Perché dimenticare, distrarsi, abbandonare la lotta al fascismo (di ieri e di oggi) ci porterebbe a compiere i tragici errori del passato. Non è quindi uno slogan, non sono parole vuote, ma un nostro preciso impegno: viva la Resistenza, viva il 25 aprile, viva la Costituzione.
(La Redazione)

Ferrara, rievocazione della Liberazione

Questo 25 aprile molti ragazzi ventenni non lo capiscono, niente pathos o commozione, vuota retorica. Ciò accade per un motivo principale di cui non hanno colpa: non esiste nel loro sguardo nulla di collettivo, non un ideale, non un’utopia. Tutto è individuale nel loro incedere, e quindi egoistico. Ma non lo hanno creato loro l’egoismo, non l’hanno costruita loro la società, ne sono preda, spesso inermi. Alla fine i ragazzi, pure quelli egoisti, nel complesso sono preferibili rispetto agli adulti, i responsabili della situazione odierna.

La festa della “liberazione” non è una festa di parte, perché prima che dall’invasore-alleato essa ci libera “dal peggio di noi stessi”. Per essere liberi del tutto, però, occorre disegnare i tratti della propria parte di responsabilità, e affrontare il riscatto.

La resistenza rappresenta il riscatto ed è per tutti! Si tratta di una Iliade moderna, della nostra Odissea di terra, è una pagina epica ed eroica della storia italiana come poche altre.
Mi chiedo agli occhi dei giovani cosa sia mancato, cosa abbia contribuito a svuotare questa pagina del proprio significato. Un’altra risposta la trovo nella nostra incapacità di narrarci. Ciò che ha trovato degna eco nelle pagine della letteratura, penso a Calvino o Fenoglio, non ha avuto un seguito all’altezza nel cinema o in televisione. E’ mancato il neorealismo della resistenza, immagino pure per motivi politici nell’Italia dell’epoca. Un paragone potrebbe essere il Vietnam per gli americani, ma loro vivono della capacità di narrarsi, vivono nella continua contemporaneità.

La struttura portante del nostro paese invece continua a poggiare sulla divisione, perpetuando l’Italia meschina e frammentata del Discorso sopra i costumi degli italiani di Leopardi. Per tutta risposta invece di ricordare e raccontare il valore, la parte migliore della nostra storia, si è scelto di virare e puntare il banco sull’astuzia di Ulisse.
L’unica dote incontestabile del maggiore protagonista degli ultimi vent’anni di politica italiana è la furbizia. La riedizione della furbizia di Berlusconi è la giovane scaltrezza del renzismo.

Il risultato è che se buona parte dell’eterogeneo schieramento della resistenza aveva una propria idea di patria, un patrimonio condiviso di valori, le nuove generazioni sono impegnate ad abbandonarla senza nemmeno un sussulto. Siamo passati dalla costruzione della patria al proposito di abbandonarla in meno di settanta anni. Quando vuole la politica sa essere veloce! Ma non tutto può essere giustificato dalla crisi economica, la nostra è prima di tutto crisi di identità e valori.

PER CERTI VERSI
Dalla fine della guerra

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

DALLA FINE DELLA GUERRA

Dalla fine della guerra
Siamo nati piano piano quasi tutti
Abbiamo sentito dibattere di grandi ideali costati sangue e vite umane torture e crudeltà
Abbiamo sentito parlare di Liberazione e di giustizia
Pace democrazia
E tutto questo
Ha nutrito la nostra libertà
Una parola
Perché siamo liberi nonostante qualche truce calamità
Guerre lontane
Disperate genti
Ma un tempo verrà
forse capiremo
Dei partigiani
l’eredità?

Sotto il ponte
(in memoria di Bruno Rizzieri)

Sono qua vigliacchi, venite a prendermi,
sono sotto il ponte, finite il vostro sporco lavoro.
Il mio compagno giovinetto è oramai in salvo,
sarà lui a raccontare il mio ultimo respiro.

Lo sento il rumore dei vostri stivali
lordi di sangue, vi avvicinate,
ho sparato il mio ultimo colpo nel petto di un traditore,
un altro è disteso a terra in attesa di satanasso.

Siete giunti finalmente, sono ferito,
la mia pistola è inceppata,
sparate dunque, massacrate le mie carni,
ma il vostro destino è segnato.

Vedo le fiamme uscire dalla vostre armi,
non sento dolore,
mi sto allontanando dal mio corpo riverso a terra,
sento l’acqua nera scorrermi accanto.

Perdonatemi madre per il dolore che vi causerò,
trasformate i vostri singhiozzi in orgoglio,
quel pomeriggio di primavera,
quando la Brigata che porterà il mio nome entrerà in città

Viva la trentacinquesima Brigata Garibaldi,
viva Ferrara liberata,
e voi posteri ricordatevi,
il nostro sangue è stato versato per liberarci dagli oppressori.

Ed i fascisti sono gli oppressori,
e i partigiani i liberatori.
Ora e sempre.

PER CERTI VERSI
25 Aprile 2019

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

25 Aprile 2019

Oggi
Più di qualsiasi giorno
Il mio pensiero va a loro
Agli uomini e alle donne che ci hanno riscattati
Va a coloro che fin da principio seppero battersi per la libertà e tutti i valori che ci rendono umani
A tutti coloro che seppero svoltare le loro vite chiuse nella menzogna della parola che uccide
A uomini e donne che misero in pericolo la loro vita per un futuro di rinnovate speranze
A coloro che non ebbero una giovinezza o che la perdettero torturati dalle schiere della morte
A coloro che non sono mai tornati
Con una divisa o un pigiama a righe o perché rastrellati senza perché
A coloro che dissero di no alla guerra
Come la più atroce di tutte le azioni che rende gli uomini delle macchine della morte
A coloro che sono tornati
Che sono passati vittoriosi
Dalle forche nemiche e scrissero le parole di marmo
Per uomini nuovi
Per menti illuminate
Da nuovi ideali
A costoro va la nostra gratitudine
Il nostro dolore
Il silenzio
La memoria
L’impegno a continuare
A custodire
A tramandare
Queste ragioni di vita
E della storia

Grati per sempre

DIARIO IN PUBBLICO
Il mio 25 aprile 1945

Cosa può testimoniare chi il 25 aprile 1945 aveva esattamente 7 anni e 44 giorni?
Eppure da quella data comincia la consapevolezza, una consapevolezza che diventa storia della mia vita e delle mie scelte etiche, culturali, politiche.

In breve. Mio nonno materno, munito di una scolarizzazione che si è fermata alla terza elementare, dalla natia Porotto si reca in città a far fortuna. Nel frattempo mette al mondo sette figli, ultima mia madre, la più bella, che si avviano a diversi destini e scelte: uno militare, l’altro pezzo grosso del fascismo locale, il terzo soccombe negli scontri del 1924 tra fascisti e sinistra. Questo zio rimane ucciso e alla sua memoria il nonno innalza un tempio funebre alla Certosa dove ai lati del timpano sono scolpiti due enormi fasci. Qui, da allora, ogni domenica il nonno si recava portandoci con lui e raccontandoci all’andata la storia della ‘Divina Commedia’ come un semi-analfabeta poteva recepirla, mentre la nonna si chiude in casa e non fa più nulla: legge solo. Di tutto. Nel bombardamento di Ferrara del 1943 il nonno perde il suo patrimonio edile; perfino la bellissima casa natale verrà alienata. Ci ritiriamo in una piccola casa in via Saraceno, a pochi passi dalla via dei Sabbioni e dall’ex ghetto ebraico. La mamma, abbandonata dal marito, diventa ‘la tabacara dal Liston’, ovvero vende sigarette in un negozietto costruito allora sul Listone, la lunga striscia di terreno che costeggia il lato lungo della Cattedrale. L’esperienza della guerra è stata terribile: vivevamo in due stanze in cinque in una bellissima villa – la Villa delle Statue – a pochi chilometri dalla città. Nella stalla erano radunate le armi e gli esplosivi dei tedeschi che per impedire ai bambini di avvicinarsi distribuivano caramelle amare come il fiele. L’unica consolazione fu ammaestrare un tacchino tenuto al guinzaglio che inevitabilmente nella Pasqua del 1944 è finito sul tavolo.

La mattina del 25 aprile il nonno ci prende per mano, mentre trascino faticosamente il mio cane di legno snodato mio fratello fa i rumori di un auto in corsa. Arriviamo al cimitero. Il nonno prende una lunga scala e furiosamente scalpella dal timpano i fasci che vi erano scolpiti; poi, rivolgendosi a mio fratello che come secondo nome porta quello dello zio ucciso, gli impone di rispondere solo quando lo si chiamerà col suo primo nome: Umberto. Torniamo di fretta a casa. Dopo un poco cominciano a passare gli alleati tra gli applausi della folla e io eccitatissimo frugo nell’armadio della mamma: trovo un foulard e mi metto a sventolare. Due sonori schiaffi e la cacciata in bagno segnano il mio entusiasmo. Perché? Mi domando. Solo dopo anni l’ho saputo. Il foulard era di un rosso acceso! Frattanto in casa la parola fascista è abolita. Si parla solo di monarchia e di democrazia cristiana. Mi piaceva sentirmi monarchico. Una specie di nobiltà farlocca. Nel frattempo mio fratello è a scuola con Guido Fink. Diventiamo amici – e mai avrei pensato che sarei diventato suo collega a Firenze – mentre pian piano si snodano i piccoli avvenimenti quotidiani. La razione di legna da portare a scuola per scaldarci, le stoffe Unra, il difficile compito che mi era affidato (l’età dell’innocenza): andare dal panettiere a chiedere di segnare il conto che avremmo pagato a fine mese. Frattanto vengo praticamente adottato da amici carissimi e facoltosi che diverranno i miei nonni adottivi. E pian piano questa famiglia piccolissimo borghese che si lavava il sabato nel mastello comune in cucina comincia a rivelare il suo destino. Gian Antonio, il genietto, è destinato alle lettere, ma comunque la mia scelta è la lettura! Lo zio amico dei federali ferraresi ritorna dall’esilio sardo, gestirà la tabaccheria.

La moglie erede di una dinastia di grandi vinai trasferita in Canada se ne va. Si scoprirà che era una spia inglese. Sposerà due miliardari uno dopo l’altro. Torna lo zio militare dall’India e ci prende sotto la sua protezione. Niente politica, solo dovere e dovere di essere bravi figlioli. Mio fratello tenta invano di entrare in accademia militare. Non può perché figlio di separati. Leggo, leggo sempre di più, assistito da un vero maestro: Claudio Varese. Ma rimango monarchico e mi commuovo sul re di maggio… e sul destino di Sciaboletta. Poi l’Università e l’incontro con l’altro grande maestro: Walter Binni. Al primo colloquio mi domanda subito: ‘Come la pensa politicamente?’ Non ho esitazione. Monarchico rispondo. Nel pomeriggio ricevo una telefonata da Claudio Varese che mi domanda se ero impazzito, riferendomi lo sdegno di Binni. E da allora angosciato di aver deluso un tale studioso, uomo della Costituente, mi metto a riflettere ‘politicamente’; finché ho trovato la mia via: quella di sinistra.
Mentre rivedo ‘Roma città aperta’ per l’ennesima volta mi domando angosciato: sarà vero che cambieremo così totalmente? Che l’anima populista e sovranista vincerà?

Si snoda il tempo. Nel mio campo ricevo fiducia e forse consenso; poi la politica s’impone e si scontra col mio spirito libero e vengo, come a 7 anni, trascinato per mano per demolire ciò che non vorrei fare. Ho dato tanto a questa città,’Ferara’, forse troppo, per amore di un luogo, di una patria che mio padre mi aveva negato. Ora aspetto la fine del corridoio della vita nel Centro Studi bassaniani o nella Bassano di Canova. Ma è giunto il momento (un carissimo amico mi dice che si tratta di rivendicare la competenza) di alzare la voce. Riconoscere gli errori. Ammetterli e tentare di ricostruire ciò che noi stessi abbiamo purtroppo dimenticato. La liberazione. La liberazione di qualsiasi accostamento con tutto ciò che si chiama e si chiamerà fascismo.

Siamo stati una famiglia dove il fascismo era una condizione ‘naturale’. Ora è con orgoglio che ricordo come lo zio militare è stato insignito della medaglia d’oro e pure la zia ‘Leia’ (così pronunciavamo il nome della zia maestra che ci portava al mare) anch’ella medaglia d’oro. E tutto questo perché del fascismo ci siamo liberati.

Fascismo è il contrario di libertà: Resistenza per un mondo senza oppressi né oppressori

di Cristiano Mazzoni

Ha ragione signor Ministro, lei col 25 aprile non c’entra niente. Noi il 25 aprile del 1945 abbiamo vinto, abbiamo abbattuta la dittatura nazi-fascista, lei signor ministro ha perso. Giusto, vada a festeggiare la più bella festa dell’anno a Corleone o a Cinisi. Le ricordo però che “Cosa Nostra”, odiava realmente solo un partito, il mio, non il suo. La mafia dalle origini pasteggia con lo Stato, e coi padroni del vapore, il prefetto Mori inviato da Mussolini, ottenne in realtà dei risultati, che sparirono appena il prefetto lasciò l’isola, e “l’onorata società” aderì in blocco al fascismo.
Quindi, signor ministro lei fa assolutamente bene a non festeggiare, l’antifascismo, non è roba per lei. I nostro nonni combatterono e morirono in montagna e nelle valli, nelle città, nei paesi e nei borghi, i nostri padri fronteggiarono la Celere di Scelba, rivisitazione post fascista del sopruso e della violenza dopo la guerra, noi siamo i discendenti di quei combattenti, di quei giovani che credettero in un mondo migliore, quello stesso mondo che lei ora divide per razze e racchiude entro muri.
La Costituzione repubblicana è figlia di quel 25 Aprile, lo sviluppo, le lotte sindacali, i diritti comuni, la libertà, rinacquero quel giorno.
In Italia per vent’anni – lunghi e bui anni – la dittatura con l’arma del ricatto e della violenza, pasteggiò con le anime dei morti in guerra, dei morti a causa delle leggi razziali, dei morti fucilati, o picchiati in seguito alle scorribande delle camice nere.
E no, non fece anche del buono signor ministro, legga meglio, si informi, Inps, Inail, pensioni, diritto di voto iniziarono prima il loro percorso e lo finirono dopo la guerra, sempre grazie a noi.
Certo, infrastrutture e bonifiche vennero fatte, ma nello spirito di una finta autoreferenzialità, per dimostrare quanto la dittatura fosse potente.
I morti, signor ministro non furono tutti uguali, durante la guerra civile, da una parte i patrioti, dall’altra quelli che vendettero l’Italia allo straniero, che la condussero in guerra, che causarono centinaia di migliaia di morti, altroché qualche migliaia “per sedersi al tavolo delle trattative”.
Il revisionismo oramai ha contagiato l’intero Paese e lei signor ministro ne è l’espressione massima.
Fascismo, non è il contrario di comunismo, è il contrario di libertà
E poi smettetela di affiancare una teologia del sopruso e della forza, quale fu il fascismo ed il conseguente nazismo, con l’ideale che Marx teorizzò nel Manifesto e nel Capitale.
Libertà contro oppressione, finitela di tirare in ballo Stalin e Pol Pot, i dittatori sono tutti uguali, le idee e le ideologie no. Le brigate Garibaldi, le brigate di Giustizia e Libertà, le Brigate Bianche, liberarono l’Italia spargendo il loro sangue giovane sulle baionette degli oppressori, non era un derby, signor ministro.
Per me l’unico derby è quello col Bologna, la liberazione d’Italia fu la speranza di un popolo oppresso che spezzò a forza le proprie catene, come è possibile dimenticarlo?
Il mio cuore il 25 Aprile sarà ovunque un fiore rosso indichi il luogo del martirio di un partigiano, perché la Resistenza per noi non è un semplice esercizio della memoria, ma un punto di arrivo, nella infinita ricerca di un mondo migliore, senza oppressi e né oppressori.
E lei signor ministro, fa bene a non festeggiare la nostra festa, si mangi un buon piatto di bucatini, perché lei con gli ideali della resistenza, davvero, non c’entra nulla. Ora e sempre, resistenza.

L’importanza di ricordare

di Federica Mammina

Come ogni anno, il 25 aprile, si festeggia l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. E lo si fa precisamente dal 22 aprile 1946 quando si scelse questa precisa data, fissata poi definitivamente come festa nazionale con una legge del maggio 1949.
Una data simbolica naturalmente perché l’occupazione tedesca e fascista in Italia non terminò in un solo giorno, scelta però perché proprio quel giorno coincise con l’inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendere le città.
E così ogni anno in tutta Italia si svolgono cerimonie e manifestazioni per celebrare la memoria di tutti coloro che combattendo e sacrificando la propria vita hanno dato al nostro paese la possibilità di essere libero e democratico.
È una ricorrenza ancora sentita e percepita nella sua importanza? C’è da augurarselo, perché dovrebbe farci riflettere sul dono immenso che abbiamo ricevuto, la libertà, che noi diamo per scontata, ma che solo settant’anni fa è stata ottenuta con l’estremo sacrificio. Perché non perda il suo valore quindi è necessario che questa giornata, nel suo profondo significato, venga calata anno dopo anno nei tempi che viviamo e ci costringa a fermarci per considerare quali siano le dittature moderne verso le quali dobbiamo avere il coraggio di ribellarci per custodire con cura il dono ricevuto.

LA FOTONOTIZIA
Ferrara LiberA

Anche quest’anno, come è ormai tradizione, nel pomeriggio del 25 aprile 2018 il centro di Ferrara rivive la propria ‘LiberAzione’, grazie un’azione teatrale che quest’anno ha visto coinvolti diversi soggetti accomunati dal riconoscersi nei valori della Resistenza e dalla convinzione che l’arte possa essere un valido strumento per tramandare la memoria.

Oltre al sostegno dell’ANPI Ferrara e del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, e con il patrocinio del Comune di Ferrara, la compagnia teatrale A_ctuar, l’orchestra della scuola di musica Musi Jam, il Coro delle Mondine di Porporana, il gruppo di lavoro nato all’interno del Centro Sociale La Resistenza di Ferrara ed un gruppo di cittadini di Pontelagoscuro provenienti dalla precedente esperienza del Teatro Comunitario.

Lo spettacolo itinerante ricorda il 24 aprile 1945, giorno dell’entrata in città delle truppe inglesi che sancì il definitivo ritorno alla pace e alla libertà anche per Ferrara.
‘LiberAzione’ perché al centro della scena c’è la ricostruzione attiva e comunitaria della memoria da parte di una comunità.
Una liber-azione per ricordare quanto la libertà sia un bene comune che si difende con la partecip-azione.

Il racconto fotografico dell’azione teatrale è di Valerio Pazzi.
Clicca sulle immagini per ingrandirle.

‘LiberAzione’ messa in scena mercoledì 25 aprile (foto Valerio Pazzi)
Accompagnamento musicale a ‘LiberAzione’ (foto Valerio Pazzi)
Un momento della messa in scena nel centro di Ferrara (foto Valerio Pazzi)
Gruppo di attori (foto Valerio Pazzi)
‘LiberAzione’ (foto Valerio Pazzi)
La ‘LiberAzione’ rivive in piazza (foto Valerio Pazzi)
Un momento della rievocazione del 25 aprile (foto Valerio Pazzi)
Le mondine (foto Valerio Pazzi)
I musicisti e il coro (foto Valerio Pazzi)
Rievocazione di ‘LiberAzione’ (foto Valerio Pazzi)
Scene nel centro storico di Ferrara (foto Valerio Pazzi)
‘LiberAzione’ (foto Valerio Pazzi)

DAL NOSTRO ARCHIVIO
25 aprile, la festa e lo spirito della Liberazione

La Resistenza, la guerra di liberazione, l’antifascismo… Ferrara anche quest’anno celebra il 25 aprile con un fitto e apprezzabile calendario di iniziative che vivificano questa ricorrenza tenendola al riparo dalla retorica.

Ai nostri lettori segnaliamo gli articoli pubblicati da Ferraraitalia nella sezione “partigiani oggi”, una raccolta di riflessioni sul significato e l’attualità della Resistenza
[leggi l‘inchiesta]
 oppure [vai all’archivio generale]

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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)

RESISTENZE
Uber Pulga, il partigiano in camicia nera morto per l’Italia di domani

Si avvicina il 25 aprile, l’anniversario, o meglio la festa della Liberazione dalle truppe naziste e dal regime fascista. Come dimostrano i casi di Roma e Milano, anche quest’anno molto probabilmente porterà dibattiti – e diatribe – più o meno ideologici, quasi di sicuro molto poco ‘storici’, sulle esperienze e le narrazioni memoriali della Resistenza, dei vinti e dei vincitori, di quella lotta per la libertà, che è stata anche una guerra civile, importante quanto tragica, in tutta la sua umana miseria e nobiltà.
In quest’epoca pericolosa, mentre di nuovo soffiano sull’umanità venti di guerra, persino nucleare, venti che in alcuni regioni del mondo non hanno mai smesso di scuotere le vite, mentre razzismo e intolleranza hanno rialzato la testa e di nuovo sentiamo slogan che speravamo consegnati al nostro passato più buio; in quest’epoca si può e si deve andare orgogliosi di quella ribellione, ma allo stesso tempo si possono e si devono affrontare i drammi che inevitabilmente la guerra e la violenza provocano, strappi e divisioni fra la gente e nelle famiglie. E a volte persino all’interno di una stessa persona, come racconta ‘Un partigiano in camicia nera’, del giornalista Alessandro Carlini, uscito per Chiarelettere lo scorso febbraio.
Partigiano e fascista, eroe e traditore, spia e disertore, pluridecorato di Salò e uomo della Resistenza, Uber Pulga è stato al tempo stesso un vincitore e un vinto e ha ripercorso in modo drammatico il travaglio di molti italiani. Tanti sono stati i “voltagabbana” per opportunismo, ma non Pulga, almeno secondo Carlini, che ha pagato con la vita la propria conversione e che prima di essere fucilato, due mesi prima di quel 25 aprile, ha gridato: “Viva l’Italia!”

Più volte la storia di Uber incrocia quella con la S maiuscola. Classe 1919, allevato con libro, moschetto e vanga nella Bassa mantovana, nel 1942 combatte i partigiani nei Balcani con rastrellamenti ed esecuzioni sommarie, l’8 settembre del 1943 è fra gli ‘ammutinati’ della Nembo, che dopo aver ucciso il loro comandante decidono di restare a fianco dei tedeschi, in Germania viene addestrato al controspionaggio e spedito a Reggio Emilia per la sua missione come infiltrato fra i gruppi partigiani. Si finge quindi un disertore e i partigiani della zona di Reggiolo lo prendono fra di loro. Saranno però il rimorso per la morte di alcuni di loro e parole come libertà e democrazia a instillare in lui il dubbio e incrinare la sua fede: anche una volta scelta la Resistenza però terrà sempre la camicia nera che gli ricorda il fardello delle sue colpe. Fino al capitolo finale, al tragico beffardo ‘redde rationem’: fucilato all’alba del 24 febbraio 1945 dietro il cimitero di Gaiano per mano dei suoi ex camerati.
Basandosi su documenti storici, alcuni dei quali inediti, Alessandro Carlini narra la storia di Uber Pulga come una biografia, ma in presa diretta, come un romanzo, per descrivere al meglio il travaglio psicologico ed emotivo del protagonista che ha lottato per quell’alba di Liberazione, ma non ha potuto viverla perchè è morto per essa: “Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”.

Alessandro Carlini

Abbiamo intervistato il giornalista Alessandro Carlini a pochi giorni dalla prossima presentazione di ‘Un partigiano in camicia nera’ alla libreria Feltrinelli di via Garibaldi, lunedì 24 aprile alle 18.00.

Chi era Uber Pulga?
E’ stato molte cose diverse nella sua esistenza breve, straordinaria e drammatica. Nato a Felonica, in provincia di Mantova, nel 1919, è stato un soldato del Regio esercito, una spia e un ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, un finto disertore reclutato dalle Ss per infiltrarsi in una unità partigiana di Reggio Emilia, e infine, a 25 anni, ha fatto la scelta che gli è costata la vita: quella di unirsi, questa volta per davvero, alla Resistenza. E’ stato fucilato da un plotone misto di repubblichini e tedeschi all’alba del 24 febbraio 1945 in provincia di Parma.

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?
Prima di tutto per una promessa che feci a mio nonno, Franco Pulga, prima che morisse nel 2005. La promessa era di far luce su quello che era accaduto al nostro cugino negli anni terribili della guerra. E poi perché la vicenda di Uber è emblematica di tutto un Paese, che si è sentito tradito dal fascismo e ha scelto di liberarsi da quel regime e dagli anni terribili della guerra.

Inserirebbe il suo lavoro in una bibliografia per il 25 aprile, per esempio fra i consigli di lettura di una biblioteca?
Assolutamente sì. Una figura come quella di Uber chiude il cerchio, si potrebbe dire. C’è una memoria e una letteratura resistenziale e, negli anni più recenti, ne abbiamo avuta una di Salò. Mancava una vicenda che le contenesse entrambe, quelle due componenti conflittuali della nostra storia, senza scivolare nel revisionismo. Ciò che alla fine rende Uber una sorta di ‘eroe’, anche se oscuro per il suo passato da spia, è la scelta di combattere, come lui stesso afferma, l’“imboiatura del regime” e di non cambiare casacca o diventare un “voltagabbana” cercando di sopravvivere al conflitto, ma di pagare il prezzo più alto.

Come ha ricostruito la vicenda di Uber e quanto tempo ha impiegato?
Ho utilizzato molti documenti in possesso della mia famiglia, come la lettera di Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia della Rsi dove militava Uber, che lo ha confessato e accompagnato fino al plotone d’esecuzione. Altre fonti le ho trovate negli Istituti storici della Resistenza e negli Archivi di Stato italiani e poi ancora all’estero, in Germania e a Londra. Le ricerche sono durate più di dieci anni.

Per un certo periodo ha anche interrotto il lavoro, perché?
Ho avuto una sorta di ‘crisi’ nel 2002, quando ho scoperto che Uber era stato una spia della Rsi e che, con la sua operazione da infiltrato, aveva causato la morte di due partigiani nella zona di Reggiolo, Dante Freddi – nome di battaglia ‘Noli’ – e Arvedo Simonazzi – ‘Marco’.

Oltre ai documenti ufficiali, è riuscito a ritrovare almeno alcuni suoi compagni, da una parte e dall’altra? Come è stato incontrarli e come l’hanno accolta?
Sì, ho ritrovato e incontrato un comandante partigiano del Reggiano, Egidio Baraldi – ‘Walter’, ha riconosciuto Uber in una fotografia che io gli avevo dato: era lui la spia che si era infiltrata nella sua unità. Non dimenticherò mai quello che disse in dialetto: “E’ quel porco là!”. Per non parlare dei reduci repubblichini, che lo definivano uno sporco traditore. Ho preso parolacce un po’ da tutti, ma questo mi ha spinto ad andare avanti, ancora più sicuro che la storia di Uber doveva essere raccontata.

In famiglia, al di là di tuo nonno Franco, si parlava di Uber? E lei ora che opinione si è fatto sulla sua figura, sulla sua vicenda e sulle sue scelte?
Se ne parlava da tempo, ma non si conosceva tutta la sua vicenda, in particolare la sua attività di agente segreto. Ma è proprio quella che lo rende un personaggio unico. Divorato dal terribile senso di colpa ha avuto il coraggio di rinnegare tutto quello per cui aveva combattuto e il regime fascista nel quale aveva creduto e si mise al servizio della Resistenza, quasi con la sicurezza che alla fine avrebbe incontrato la morte in una forma di riscatto che somigliava molto al martirio.

Chi gli è stato accanto negli ultimi momenti?
Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia, che ha scritto una lunga e toccante lettera sulla confessione di Uber. Era rimasto sconvolto da quelle ore passate col sottotenente Pulga, che si portava al patibolo il dramma e il conflitto fratricida di una nazione intera.

Uber Pulga © Ansa

Quando, secondo lei, Uber ha cominciato a dubitare del fascismo, un ideale con il quale era cresciuto e nel nome del quale aveva compiuto atti crudeli nei Balcani? Davvero è stato davanti al ‘Mussolini ombra di sé stesso’, oppure è stato prima, vivendo con coloro che aveva sempre considerato criminali e che doveva tradire?
Non c’è un momento solo ma un lungo percorso, fatto di dubbi che sgretolano lentamente quella ideologia ‘granitica’ sulla quale aveva costruito una vita intera. Uber percepisce il tradimento di Mussolini verso l’Italia in rovina, allo stesso tempo sente parole per lui nuove e affascinanti come libertà e democrazia durante il periodo in cui è infiltrato fra i partigiani nel Reggiano, ma soprattutto dentro di lui cresce il rimorso per le morti alle quali ha contribuito direttamente, rimorso che diventa insostenibile. La sua vita è fatta di scelte estreme, che si susseguono, una dopo l’altra.

“Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”: sono parole che fai dire a Uber. Secondo lei oggi la sua speranza si è realizzata?
Posso dire di “sì”. Certo, viviamo in una società con grandi problemi e contraddizioni, ma quando rifletto sul fatto che persino chi era stato un convinto fascista, come Uber Pulga, ha deciso di morire da partigiano per lasciarci un mondo senza più dittatura e guerra allora mi rendo conto della nostra straordinaria fortuna.

25 aprile: riflessioni fra storia, memoria e letteratura

Non so chi di voi abbia letto dalla scelta della biblioteca comunale Giorgio Bassani di Barco di esporre su un banchetto all’ingresso una selezione di testi sulla Resistenza in occasione della prossima celebrazione del 25 aprile, fra i quali compaiono anche i volumi di Giampaolo Pansa, e delle reazioni che tale scelta ha suscitato: alcune lettere alla direttrice della biblioteca e una petizione per rimuoverli (vedi). Devo confessare che, in prima battuta, mi sono scoperta indecisa sulla decisione da prendere in merito, o meglio: mi sono chiesta quanto sarei stata in grado di argomentarla in modo razionale, sulla base dei miei studi storici. Ho perciò ripreso alcuni autori che hanno studiato il rapporto fra storia e memoria e la costruzione della memoria collettiva.

Oggi la memoria invade lo spazio pubblico, ormai il passato accompagna il presente e si insedia nel suo immaginario collettivo, anche in quanto fortemente amplificato dai media e spesso orientato dai poteri pubblici. Spesso siamo immersi in un processo di reificazione del passato, cioè della sua trasformazione in oggetto di consumo, neutralizzato e reso redditizio, cui lo storico è chiamato a partecipare nella sua qualità di professionista ed esperto. Esso assomiglia molto a ciò che Eric J. Hobsbawm in un celeberrimo testo ha definito “invenzione della tradizione”. I fattori che contribuiscono sono molteplici, uno dei principali è una crisi della tradizione all’interno delle società contemporanee: a questo proposito Enzo Traverso, nel suo “Il passato. Istruzioni per l’uso”, ricorda la distinzione fatta da Walter Benjamin “tra l’“esperienza trasmessa” (Erfahrung) e l’“esperienza vissuta” (Erlebnis)”, se la prima “si perpetua quasi naturalmente da una generazione all’altra, forgiando le idee dei gruppi e delle società nella lunga durata”, la seconda “è il vissuto individuale” e, mentre “l’Erfahrung è tipica delle società tradizionali, l’Erlebnis appartiene invece alle società moderne”, anche come prodotto delle catastrofi del ventesimo secolo, con i traumi che ne sono seguiti e che hanno colpito generazioni intere senza poter diventare un’eredità inscritta nel corso naturale della vita.
Se è vero che storia e memoria nascono da una stessa preoccupazione e condividono uno stesso obiettivo, l’elaborazione del passato, esiste tuttavia una gerarchia tra le due. “La memoria – scrive Traverso – abbraccia e raccoglie il passato con una rete dalle maglie più larghe” di quelle della disciplina storica, collocandovi una dose molto più grande di soggettività.
La storia è dunque la narrazione, la scrittura del passato secondo modalità e regole precise, attraverso le quali cerca di rispondere alle domande poste dalla memoria, arrivando anche alla fine a fare di quest’ultima uno dei suoi terreni di ricerca. Diversamente, la memoria, attingendo all’esperienza vissuta, è eminentemente soggettiva, resta ancorata ai fatti cui si assiste, di cui si è stati testimoni o protagonisti, e alle impressioni che essi hanno scolpito nelle menti; è qualitativa, singolare, poco attenta alle comparazioni, alle contestualizzazioni, alle generalizzazioni, è un cantiere sempre aperto, in continua trasformazione.
Storia e memoria formano una coppia antinomica soprattutto a partire dall’inizio del ventesimo secolo, quando i paradigmi dello storicismo classico sono entrati in crisi, rimessi in discussione dagli sviluppi delle altre scienze sociali: se fino a quel momento la memoria era stata considerata come il sostrato soggettivo della storia, con la crisi dello storicismo è iniziato il processo di riconfigurazione della relazione fra storia e memoria come una tensione dinamica. Una transizione né lineare né rapida e, per certi versi non ancora terminata.

Uno dei primi a considerare la memoria come una costruzione sociale a partire dal presente e a codificare la dicotomia fra le fluttuazioni del ricordo e le costruzioni della narrazione storica è stato il sociologo Maurice Halbwachs in “La memoria collettiva”.
Halbwachs ritiene che la memoria di un individuo “sia costantemente aiutata, stimolata, sorretta dai rapporti che intrattiene con quella di tutti gli altri membri dello stesso ambiente sociale”. La memoria è il risultato di un lavoro permanente nel corso del quale i suoi contenuti vengono di volta in volta conservati o meno da gruppi umani concreti in funzione delle forze che nel presente, in ogni epoca determinata, determinano una certa ricostruzione del passato e non un’altra; perciò, se l’immagine del passato che viene ogni volta ricomposta si accorda con i valori e le esigenze dominanti nella collettività, esso diventa una posta in gioco esposta agli esiti di uno scontro permanente fra interessi e gruppi contrapposti all’interno di una stessa società.
Una volta stabilito che ogni forma di memoria è una ricostruzione parziale e selettiva del passato, i cui punti di riferimento sono forniti dagli interessi e dalla conformazione della società presente, Halbwachs passa ad analizzare le funzioni sociali della memoria, aprendo così le porte a una prospettiva originale: “la memoria stessa può essere considerata come un’istituzione, può venire cioè affrontata come problema delle forme istituzionalizzate che l’immagine del passato assume nella coscienza dei gruppi” e anche dei modi e delle forme di questa istituzionalizzazione. L’idea chiave di Halbwachs è dunque: ricordare è attualizzare la memoria di un gruppo ma, nello stesso tempo, l’immagine del passato che il ricordo attualizza non è qualcosa di dato una volta per tutte. Se il passato si conserva, tale preservazione avviene nella vita degli uomini, nelle forme oggettive della loro esistenza e nelle forme di coscienza cui queste corrispondono, in questo senso ricordare è “un’azione che avviene nel presente e dal presente dipende”. Forse la concezione più fruttuosa di Halbwachs è “che il passato, oggetto di ricostruzioni successive e suscettibili di modifica, sia una sorta di posta in gioco fra interessi e gruppi contrapposti”.
La storia, invece, è al di fuori e al di sopra dei gruppi e sembra che essa consideri ogni periodo come un tutto, in gran parte indipendente da quello che precede e da quello che segue, perché ogni periodo avrebbe una sorta di compito da portare a termine. Inoltre, la memoria si distingue dalla storia proprio perché si forma attraverso il continuo confronto di più memorie collettive, mentre la storia è una, tutto è sullo stesso piano: non si può raccogliere la totalità degli avvenimenti in un unico quadro se non a condizione di separarli dalla memoria dei gruppi che ne custodivano il ricordo e di non conservarne che lo schema cronologico e spaziale. Infine chi scrive la storia bada soprattutto ai cambiamenti e alle differenze e sa che per passare da un fatto all’altro bisogna che si realizzino una serie di trasformazioni di cui la storia percepirà solo la somma proprio perché studia i gruppi dal di fuori ed abbraccia una durata molto lunga; invece la memoria collettiva è il gruppo visto dall’interno: in altre parole la memoria è il quadro delle somiglianze mentre la storia si concentra sulle differenze.

Halbwachs ha contribuito a mettere in luce le profonde differenze tra storia e memoria, ma sarebbe sbagliato dedurne una loro totale incompatibilità o considerarle irriducibilmente separate, perché la loro interazione crea un campo di tensioni all’interno del quale si scrive la storia. Lo storico, infatti, non lavora “rinchiuso nella classica torre d’avorio, al riparo dai rumori del mondo”, scrive Traverso: egli subisce i condizionamenti di un contesto sociale, culturale e nazionale, e non può nemmeno sfuggire alla influenza dei suoi ricordi personali, né a quella di un sapere ereditato, dai quali può cercare di emanciparsi non negandoli, ma sforzandosi di stabilire nei loro confronti la necessaria distanza critica. In questa prospettiva, il suo compito non consiste nell’abbandonare la memoria, personale, individuale e collettiva, ma piuttosto metterla a distanza e nell’inserirla in un contesto storico più ampio.
Lo storico quindi è debitore nei confronti della memoria, ma agisce a sua volta su di essa: contribuendo alla formazione di una coscienza storica, egli partecipa, infatti, alla costruzione della memoria collettiva che attraversa l’insieme del corpo sociale. Secondo Traverso questo è ciò che Habermas chiama “l’uso pubblico della storia”, come dimostrato dal fatto che “i dibattiti tedeschi, italiani e spagnoli sul passato fascista, i dibattiti francesi su Vichy e sul colonialismo, quelli argentini e cileni sull’eredità delle dittature militari, i dibattiti europei e americani sulla schiavitù – la lista sarebbe inesauribile –, superano ampiamente le frontiere della ricerca storica”, invadendo la sfera pubblica e chiamando in causa il nostro presente.

Eccomi chiamata nuovamente in causa nuovamente, come cittadina che vive nel presente e assiste al dibattito pubblico. Ora posso scrivere che nel nostro presente, con i partigiani e i testimoni che stanno scomparendo, mentre sempre più diritti vengono calpestati e nuove resistenze si rendono necessarie, ritengo che i volumi di Giampaolo Pansa debbano essere disponibili in una biblioteca pubblica per chi ritiene che leggerli possa aiutarlo a formarsi un’opinione, ma non avrei compiuto la scelta di esporli in una selezione di libri per celebrare il Movimento di Liberazione e il 25 aprile.

Avrei scelto sicuramente, invece, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino. Il commissario di brigata Kim spiega così il significato della loro scelta mentre parla con il comandante partigiano Ferriera:
“Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finchè dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione”.

Il mio primo 25 aprile

Oggi è il 25 aprile e sembra uno strano 25 aprile.
Sarà lo strano clima plumbeo di questi giorni ma a me sembra quasi Pasqua.

Brano: “C.I.A. Man” dei The Fugs
Brano: “C.I.A. Man” dei The Fugs

Sarà che è anche il primo 25 aprile senza Licio Gelli su questo pianeta e mi faccio dei viaggi strani io.
Mi sembra la stessa aria da Venerdì Santo di cui mi parlava mia nonna quando tornava carica dura da una di quelle funzioni pasquali di cui ho sempre capito poco il funzionamento.
Non posso fare a meno di pensare che il vecchio Licio, ovunque sia, stia bellamente trollando il primo 25 aprile dopo il suo trasloco.
Sappiamo tutti di che pasta era quello.
Non è neanche un’ipotesi così bislacca.
L’unica cosa da fare allora è un esorcismo.
Un esorcismo che parte comunque da una certezza: almeno ce lo siamo levati dalle palle, quello là.
E in fondo un 25 aprile con questa certezza per me è una bella cosa.
Anzi, in un certo senso, è quasi il primo vero 25 aprile.
Il primo 25 aprile in cui – consapevoli di vivere comunque in una capanna infestata dalle termiti – possiamo almeno gioire per l’assenza del capo dei mostri del boschetto.
Pioggia o non pioggia io mi accontento.
Buon 25 aprile.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano.

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L’EVENTO
Incisioni di Resistenza. Una mostra a Palazzo ducale per celebrare il 71° della Liberazione

A cura della sezione ferrarese Anpi

Di nuovo visibili con una mostra a Palazzo ducale,“Xilografie sulla Resistenza”, tredici opere realizzate nel 1955 da importanti artisti italiani e ferraresi per celebrare il primo decennale della Lotta di Liberazione, grazie alla sezione locale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia e al lavoro del Liceo artistico Dosso Dossi.

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Armando Pizzinato, Eccidio di Bosco di Cornilio – Appennini 1944 (1955)

La mostra, inserita nel calendario delle cerimonie e delle iniziative di Ferrara per celebrare il 71° anniversario della Liberazione, riporta alla luce la raccolta di incisioni di cui si era persa quasi ogni traccia. Ritrovate nell’autunno del 2015, quando da una vecchia scatola conservata all’archivio Anpi di Ferrara, riaffiorano le tredici matrici realizzate negli anni ’50 dai maestri locali: Rambaldi, Fioravanti, Cavallari e da diversi artisti nazionali: Treccani, Zancanaro, Farulli, Pizzinato, Anderlini, Bartoli, Bussotti, Cavicchioni, Leonardi e Ruffini.

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Copertina della raccolta “Xilografie sulla resistenza”

Nel 1955, infatti, la sezione ferrarese Anpi aveva ricordato i dieci anni della fine della Guerra, commissionando i disegni che, qualche anno dopo, nel 1957, sarebbero stati raccolti e commentati, sotto il titolo “Xilografie sulla Resistenza”, da Raffaele De Grada, critico d’arte, ex partigiano e futuro parlamentare comunista. Nei decenni a seguire, le stampe “tirate” per l’occasione erano state via via donate, vendute e col passare degli anni erano andate definitivamente disperse; con esse si era persa anche la memoria delle tredici matrici d’autore. A ricordare la loro esistenza, c’era però la raccolta dell’intera serie a stampa conservata da Giorgio Pancaldi ed esposta alle pareti della propria abitazione, raccolta che rappresenta di fatto l’unica copia autentica delle Xilografie nel 1955. Il ritrovamento delle matrici originali e la disponibilità della collezione Pancaldi hanno così permesso di dar corso al progetto che dal 22 aprile fino al 4 maggio è in mostra nel Salone d’onore della Residenza municipale.

La realizzazione dell’iniziativa, culminata con la ristampa dei tredici disegni d’artista, è stata resa possibile dall’accurato lavoro di un gruppo di allievi del Dosso Dossi di Ferrara, coordinati dalla docente Gabriella Soavi, con la consulenza del prof. Paolo Berretta.

INFORMAZIONI
Sede della mostra: Salone d’onore, Palazzo ducale estense
La mostra è visitabile dal 22 aprile al 4 maggio 2016 dalle ore 9.00 alle ore 18.00, nei giorni di apertura del Municipio. L’ingresso è gratuito.

INAUGURAZIONE venerdì 22 aprile – ore 18.00
Interverranno: Massimo Maisto, vicesindaco, assessore alla Cultura, Annalisa Felletti, assessora alla Pubblica istruzione e formazione, Comune di Ferrara, Fabio Muzi, dirigente scolastico, Liceo linguistico Dosso Dossi di Ferrara, Daniele Civolani, presidente Anpi, sezione di Ferrara

“Voci di resistenza”, tutto l’orrore della guerra per ribadire: mai più

Francesca Valtorta
Francesca Valtorta

A quelli e quelle che faranno il secolo che inizia, diciamo con affetto: creare è resistere. Resistere è creare. (Stéphane Hessel)

La guerra non si dimentica, da essa si deve imparare perché nulla si ripeta, mai. Andava detto, ridetto, ripetuto fino allo sfinimento. Frutto di questa consapevolezza, Voci di resistenza di Giuseppe Muroni vuole ricordare e far sapere, comunicare con piccole storie, e lo fa con quanto di più umano abbiamo, gli strumenti più semplici: i gesti, la voce, la parola di attori (e che attori), in una sala in penombra. Nessun oggetto a distrarre la memoria, nessuna coreografia che ci porti in un luogo preciso, perché la guerra non ha un luogo preciso, ci sono solo le parole che evocano sensazioni. Solo quelle, null’altro, un’autentica esperienza partecipativa.

Presentazione a Roma con ex Ministro Bray
Presentazione a Roma con ex Ministro Bray
Presentazione a Roma
Presentazione a Roma, Sala Igea Istituto Treccani

 

 

 

 

 

 

 

Voci di resistenza è un progetto originale, presentato la settimana scorsa nella sala Igea di palazzo Mattei di Paganica a Roma, storica sala nella sede dell’istituto Treccani, alla presenza dell’ex ministro alla Cultura Massimo Bray, nonché direttore dell’istituto, e del critico cinematografico Bruno Roberti, un viaggio storico-emotivo in cui viene ripercorsa l’Italia, da Sud a Nord, dopo settant’anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale.La potente e incisiva storia orale si interseca con la letteratura, il teatro di narrazione incontra il cinema, generi e stili si contaminano tra loro: in scena viene portato il dramma dell’uomo turbato dal peso degli eventi della Storia. Si torna indietro per ascoltare il pensiero e il respiro, ora affannoso ora apatico, di uomini e donne testimoni di atti di ferocia collettivi e individuali.
Il viaggio, suddiviso in quattro tappe distinte, si trasforma in un viaggio nella memoria, dove la memoria resiste opponendosi all’oblio e al pericolo del presente permanente. Quattro attori per quattro monologhi teatrali della durata di cinque minuti ciascuno. Francesca Valtorta, Giorgio Colangeli, Stella Egitto e Stefano Muroni danno voce a quattro eventi che hanno caratterizzato la storia del nostro paese durante la Seconda guerra mondiale: le stragi di Marzabotto, gli stupri in Ciociaria, il contributo dei soldati polacchi del generale Anders nella Campagna d’Italia, le azioni partigiane ad Alba, da raccontare al pubblico in modo assolutamente nuovo.

C’è molta Ferrara in queste “Voci di resistenza”: la consulenza storica è stata, infatti, prestata dall’istituto di Storia contemporanea. Lunedì 14 dicembre è andato in onda, sul canale della Treccani tv, sul portale internet dell’istituto e sui social, il primo monologo, Sul monte non batte il sole, recitato da Francesca Valtorta, dedicato alla terribile strage di Marzabotto, episodio buio e raccapricciante della nostra storia (vedi). Si avverte lo scalpiccio raccapricciante di quegli scarponi allineati e rumorosi, passi frettolosi e strisciati di persone umili che, con le loro vite semplici e modeste, scappavano qua e là alla ricerca di un rifugio, senza capire, le urla che intimavano di mettersi in fila, l’armonica che riportava per un attimo a una dimensione umana, insieme alla fotografia di un bambino che un soldato mostrava alla mamma, i fucili puntati che, alla fine, non avevano pietà. Che miravano e colpivano. Ancora senza un perché. Una lancetta dell’orologio che va indietro nel tempo, che mi riporta in un luogo buio, che ci riporta tutti in luogo buio, quello di una memoria che sta chiusa in una stanza scura che non ha luogo, ma qui, in questa storia, il luogo c’è, eccome, anche se potrebbe esser quello di qualsiasi sporca guerra, qui c’è. E’ quello di Marzabotto, il lago nero di 800 civili sterminati per “fare pulizia”, per sgomberare un’importante area strategica a ridosso della Linea Gotica cercando di contrastare, al contempo, la brigata partigiana Stella Rossa di Lupo, molto attiva nel territorio e sostenuta dalla popolazione locale. Il momento storico è quello dell’operazione di rastrellamento intrapresa dalle truppe tedesche, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nell’Appennino bolognese intorno a Monte Sole.
Dalle frazioni di Grizzana, Pioppe di Salvaro, Vado e dalla periferia di Marzabotto, le truppe, comandate dal maggiore Walter Reder, mossero verso le abitazioni, le chiese e le scuole. Fu l’inizio della strage voluta dai nazisti di Albert Von Kesselring, sei giorni di violenze terribili. Una ferita ancora aperta e che non si rimarginerà mai.  Il monologo Sul monte non batte il sole, con un’intensa e bravissima Francesca Valtorta, ci riporta in quel percorso di morte di povera gente allineata e fucilata, impassibile, impotente, stordita, confusa, esibita, come macabri dipinti, nelle stalle, nei giardini, nelle corti, nelle chiese, nei loro poveri oratori, nei cimiteri. Calci, pugni, miseri e inutili tentativi di fuga, scherni disumani, donne in gravidanza trucidate, bambini a cui chiudere gli occhi per sempre, parroci inermi, una donna, Amelia Tossani, che vuole fuggire a ogni costo. Aperta la porticina viene freddata da un soldato tedesco sulla soglia, sì ché il suo corpo rimane metà dentro e metà fuori e la notte i maiali randagi ne rosicchiano il capo fra l’orrore di chi, impotente, assiste a tale spettacolo. Anche i maiali erano affamati, in quella orribile guerra, ricorda Francesca. Tutto sapeva e sa di morte, di fame di perché. Una lettura che coinvolge, che svolge un’operazione didattico-divulgativa di comunicazione di frammenti di storia. Che pesa su una sorte terrificante che ha colpito molte famiglie in Italia e nel mondo: la tragedia della guerra. Per non dimenticare.

Giuseppe Muroni e Giorgio Colangeli
Giuseppe Muroni e Giorgio Colangeli

 

Questa è memoria di sangue

di fuoco, di martirio,

del più vile sterminio di popolo

voluto dai nazisti di von Kesselring

e  dai loro soldati di ventura

dell’ultima servitù di Salò

per ritorcere azioni di guerra partigiana.

I milleottocentotrenta dell’altipiano

fucilati ed arsi

da oscura cronaca contadina e operaia

entrano nella storia del mondo

col nome di Marzabotto.

Terribile e giusta la loro gloria:

indica ai potenti le leggi del diritto,

il civile consenso

per governare anche il cuore dell’uomo,

non chiede compianto o ira,

onore invece di libere armi

davanti alle montagne e alle selve

dove il Lupo e la sua Brigata

piegarono più volte

i nemici della libertà.

La loro morte copre uno spazio immenso,

in esso uomini di ogni terra

non dimenticano Marzabotto,

il suo feroce evo

di barbarie contemporanea.

Salvatore Quasimodo, Epigrafe alla base del faro monumentale, collina di Miana, Marzabotto.

Voci di Resistenza è una web serie di lettura interpretata in quattro episodi (con Francesca Valtorta, Giorgio Colangeli, Stella Egitto e Stefano Muroni), scritta e diretta da Giuseppe Muroni, prodotta dall’Enciclopedia Treccani. Prima web serie di Treccani Tv, pensata per il 70esimo della Liberazione, andrà in onda su questo canale, sul portale internet dell’Istituto e sui social media, a dicembre 2015 e gennaio 2016. Per vedere il primo monologo: http://www.treccani.it/webtv/videos/voci_res_valtorta.html

Francesca Valtorta. Cresciuta presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, esordisce nel 2010 nel film Baciami ancora, di Gabriele Muccino. Nel 2011 recita ne Il commissario Manara 2 su Rai 1. Nello stesso anno prende parte al cast di R.I.S. Roma 2 – Delitti Imperfetti (Canale 5), e recita nella fiction Rai Che Dio ci aiuti. Nel 2012 è Gloria nel film Immaturi – il viaggio, nel 2013 è impegnata nelle riprese della sesta stagione di Squadra antimafia – Palermo oggi, nel 2014 nella seconda stagione di Braccialetti Rossi.

Immagini, per gentile concessione di Giuseppe Muroni

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IL FATTO
In un ‘app’ le donne nella lotta di Liberazione. Il contributo alla città degli studenti del Roiti

Venti persone il pubblico, gli anziani dell’Anpi, compreso il sottoscritto. Niente sindaco, vice sindaco, niente assessora all’istruzione, nessuno dell’Amministrazione comunale, nessuno dell’Ufficio scolastico provinciale. Eppure l’appuntamento in aula consiliare era di quelli a cui la città non avrebbe dovuto mancare. Un dirigente, quello del liceo scientifico Roiti, intelligente come pochi, due docenti bravissimi e poi gli studenti, meravigliosi nella loro testimonianza di quale risorsa eccezionale siano i giovani, quando motivati si mettono a lavorare.
L’appuntamento era la presentazione della ricerca “La presenza delle donne nell’antifascismo e nella lotta di liberazione in Emilia Romagna”, promossa dalla nostra Regione con le sezioni provinciali dell’Anpi.
Autori di un’app, che sarà possibile scaricare dal sito della Regione, gli studenti delle classi quinta G, indirizzo beni culturali, e quarta S, scienze applicate, raccontano, con testi e filmati da loro realizzati, le storie di quattro donne ferraresi, Alda Costa, Cerere Bagnolati, Silvana Lodi e Matilde Bassani protagoniste dell’antifascismo e della Resistenza a Ferrara.
In tempi in cui le celebrazioni rischiano sempre di sbandare nella liturgia, questa avrebbe dovuto essere l’occasione per la città di esprimere il suo sincero riconoscimento a queste ragazze e a questi ragazzi, tra i 17 e i 18 anni, non dimentichiamolo, che hanno investito il loro tempo scolastico non per essere meri ricettori di memorie a loro distanti, ma per farsi testimoni attivi della loro attualizzazione, confezionando un prodotto che arricchisce le conoscenze della nostra città, che si colloca come espressione di una città che apprende.

Ma il nostro liceo scientifico non è nuovo ad esercitare la sua cittadinanza attiva. Già il progetto comunEbook ne è espressione. L’idea bellissima di un partenariato tra Comune e scuola per la realizzazione di “libri digitali” ad opera degli studenti, una biblioteca elettronica a disposizione della città che già conta dieci titoli.
C’è in tutto questo uno sforzo che non solo dobbiamo assecondare, ma che deve vedere soprattutto le istituzioni, a partire dall’Amministrazione comunale, impegnate ad ampliarlo, a coinvolgere le scuole di ogni ordine e grado per estendere il protagonismo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi nella città, per assegnare sempre più un valore e un significato sociale al loro impegno scolastico, al sacrificio che richiede lo studio. Credo che questo significhi per la scuola essere nel territorio e per il territorio. Credo che questo significhi l’attenzione e la riconoscenza di tutta una città nei confronti dei suoi giovani, piccoli o grandi che siano, gratitudine per quel tempo della loro vita, che anche per noi, spendono ogni giorno sui banchi di scuola. Ogni altro discorso sui giovani sarebbe sterile e vano.
Ma c’è di più. Perché quando la scuola e il territorio si riconoscono e collaborano ne esce migliore la scuola nel suo compito formativo, ne esce migliore, perché più ricco, il territorio. Per questo spiace non poco l’assenza dell’amministrazione comunale a questa presentazione.
Una scuola che lavora per progetti che gli studenti devono presentare al pubblico con il tempo diverrà sempre meno un’istituzione autoreferenziale, sempre meno il luogo delle lezioni ex cathedra, dei saperi senza vita, di studenti che si preparano alla vita senza partecipare alla vita stessa.
Attraverso progetti interdisciplinari, come quello realizzato dalle classi del liceo scientifico, gli studenti imparano collaborando tra loro e con gli insegnanti. Questi progetti consentono agli allievi di costruire un equilibrio tra il fare e il sapere, e nello stesso tempo di indagare con profondità e rigore particolari aree di conoscenza. L’interesse degli studenti per un certo argomento fa una grande differenza per la loro motivazione, li porta a selezionare il materiale da approfondire con la guida dei loro insegnanti. E soprattutto gli studenti sono più impegnati quando i loro studi oltrepassano le pareti delle aule scolastiche, perché direttamente correlati alle esigenze della loro società, perché sanno in partenza che saranno rilevanti per il pubblico e per la città. Come nel caso del progetto “La presenza delle donne nell’antifascismo e nella lotta di liberazione in Emilia Romagna”, gli studenti ricercano attivamente il partenariato di altri soggetti e istituzioni che, per l’occasione, hanno trovato nel Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, in particolare nella consulenza scientifica della dottoressa Antonella Guarnieri, nell’ Anpi e nel suo presidente Daniele Civolani.

Il prodotto ottenuto è esemplare di come gli insegnanti, nello specifico i docenti del Roiti, Giorgio Rizzoni e Mario Sileo, e altri professionisti possono operare come guide o curatori degli apprendimenti. Credo che siano stati partner della formazione, più che docenti, assistendo gli studenti nel selezionare gli argomenti, nel definire gli obiettivi, nel trovare e valutare le informazioni, nell’aiutare a mettere in contatto gli studenti con esperti esterni alla scuola, nel facilitare le discussioni tra gli studenti, esperti e altri. Insegnanti con una conoscenza approfondita e con la passione per le loro aree tematiche che senz’altro hanno svolto un ruolo centrale, che non è stato quello di trasmettere dei saperi, ma quello più essenziale di aiutare i ragazzi ad imparare.
La speranza di tutti noi, di una città riconoscente al lavoro di queste ragazze e di questi ragazzi e dei loro insegnanti, è che questi progetti non siano giustapposti alla scuola di sempre, ma inizino a delineare la scuola nuova, la scuola che non nasce dai disegni di legge, ma dal rumore d’aula quotidiano, quell’unica scuola che può davvero essere finalmente “la buona scuola”.

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L’EVENTO
LiberAzione, così Ferrara rivive il 25 aprile

Gli alleati che arrivano, la gioia di liberarsi dalla paura, il senso di comunità, la festa: è la Liberazione. E’ quello che si è davvero riusciti a vivere di nuovo un po’ a Ferrara, per il 70esimo anniversario della liberazione del Paese da parte degli Alleati. Il 25 aprile 2015 la festa è stata rievocata e condivisa da attori, visitatori e cittadini nelle vie del centro. A far rivivere quel momento storico e quei sentimenti l’azione teatrale intitolata – appunto – “LiberAzione”. Un corteo di uomini, donne e bambini che da piazza Verdi è sfilato fino al muro del castello estense. La celebrazione-messa in scena è stata realizzata da Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) e Gruppo teatro comunitario di Pontelagoscuro in collaborazione con Arci-Spi Cgil e fondazione l’Approdo. La raccontano per noi le belle immagini scattate da Luca Pasqualini.

[clic su un’immagine per ingrandirla e vederle tutte]

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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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