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bolletta povertà

Produci, consuma, crepa (di freddo, al buio)

 

Le bollette di gas e luce arrivate in questi giorni, o in arrivo, sono come la Coca Cola egualitaria di Andy Warhol: “una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua” diceva il buon Andy. Una bolletta quintuplicata è sempre una bolletta quintuplicata: riduce al verde anche la cosiddetta classe media (genere in via di rapida estinzione). Tutti uguali, tutti in bolletta.

Finalmente anche l’homo consumptor, che ha sostituito negli ominidi l’homo sapiens, ha potuto sentire sulla propria carne il morso del libero profitto (degli altri). Questa volta la brutale natura del “mercato libero”, espressione che appare stampigliata sul frontespizio delle nostre bollette, ha fatto irruzione nelle case di tutti. In questi casi le persone si mettono a nudo, come quando non ci si vergogna più, nemmeno per gli altri, perchè si è oltre la vergogna.

Questa è la differenza tra il consumo effettivo in metri cubi di gas nella mia abitazione (sempre la stessa) tra il 2020 (in alto, conguaglio arrivato nel 2021) e il 2021(in basso, conguaglio arrivato nel 2022, adesso). 85 metri cubi in più. Il 9 per cento.

Nelle prossime due foto, ho sottolineato il prezzo massimo raggiunto a metro cubo nella prima parte del 2021 e il prezzo massimo raggiunto dopo la partenza della crisi energetica, quindi nella seconda parte del 2021.

Come si può vedere, tra il prezzo massimo a metro cubo raggiunto ante crisi dei prezzi e il prezzo massimo raggiunto post crisi c’è un rapporto di circa 1 a 6: cioè il prezzo massimo è aumentato di sei volte.

Finisco di annoiare con l’ultima foto, quella del confronto tra i due conguagli, quello dell’anno scorso e quello di quest’anno:

Per essere precisi, le cifre pagate per il puro consumo(senza guardare le tasse) pagate nell’anno 2020 (conguaglio 2021) sono state di 208,89 euro; nel 2021 (conguaglio 2022) di 1.144,26 euro. Cioè sei volte tanto. Quindi: aumento del consumo, 9 %. Aumento del costo, 600%. A fronte di questo, la riduzione dell’IVA (non di tutte le accise) al 5% invece che al 10% per gli ultimi 3 mesi ha fatto l’effetto di un pannicello caldo sulla fronte di una persona che sta morendo di ipotermia. Infatti l’aumento finale è cinque volte e mezzo, non sei. Una goduria.

In questo si è concretizzata, finora, l’azione del Governo di sostegno alle famiglie sul caro bollette.  Qualche nostra vecchia conoscenza, onnipresente in tv e sui social, affermava che il contributo di solidarietà non serviva a nulla e che abbassando l’IVA il “governo dei migliori” aveva stanziato ben più denaro di quello che serviva per smorzare l’aumento dei prezzi. Stranamente adesso non ne parla più. Sarà arrivata una bolletta anche a lui?

Mario Draghi nell’ultimo incontro con la stampa ha detto: “Una parte dell’intervento sarà di ‘sostegno’ per contenere l’emergenza. Una parte ‘strutturale’ per il potenziamento delle rinnovabili, della produzione di energia. C’è poi una parte di ‘fornitura’ per assicurare la fornitura dell’energia all’industria a prezzo basso, ‘calmierato’ e con certezza sullo stoccaggio. La priorità è assicurare al Paese una crescita sostenuta e sostenibile. Fondamentale è che la crescita non sia ‘strozzata’ dalla crescita dei costi dell’energia”. 

Caro Mario Draghi, per me sarà fondamentale ridurre, non crescere. Io non crescerò affatto, bensì diminuirò i consumi. Diminuirò tutto. Se tutti facessero come me andremmo presto in recessione, e francamente non me ne importa niente. Mi scalderò meno, starò al buio, leggerò al lume di candela i libri che ho già, non accenderò più la televisione. Finché l’acqua si potrà usare a prezzi accessibili, mi laverò e la berrò. Diversamente, ci penseremo. Già la pandemia mi ha portato a diradare la gente, diraderò anche tutto il resto. Rinunciare alle cose e alle persone superflue, la mia personale rivincita nei confronti della sua indifferenza. E al fatto che non le passa nemmeno per l’anticamera del cervello che, in una situazione simile, si potrebbero anche intaccare i profitti delle società che fatturano gas e luce.

“Rinunciare alle cose è meno difficile di quel che si crede: tutto sta a cominciare. Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale, t’accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos’altro, poi ancora di molte altre cose”. Questo invece lo diceva Italo Calvino, con tutto il rispetto molto più di un economista. Decrescita, questa è la mia via d’uscita. Che sia felice o infelice, non è rilevante. La felicità non c’entra nulla con l’economia. Ho semplicemente deciso che non creperò consumatore.

 

 

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Libero mercato, protezionismo, globalizzazione: altro che campagna elettorale

Il dibattito elettorale si sofferma molto sui concetti di protezionismo, libero mercato e globalizzazione. Lo fa però in maniera semplicistica, attraverso slogan, e quasi sempre ai limiti del surreale. Gli arbitri, i giornalisti, dimostrano meno conoscenza del politico di turno, populisti al limite del grottesco che non fanno altro che rimarcare le ‘credenze’ popolari giocando sulla parola ‘libero’, che niente ha a che fare con il mercato, e ‘protezionismo’, omettendo che in economia non vuol dire autarchia e chiusura indiscriminata.
Nel paradigma tendente ad aumentare l’asimmetria informativa tra chi sa e chi ignora, colui che è fautore del libero mercato accetta la ‘sempre buona globalizzazione’, chi invece è per il protezionismo la rifiuta e quindi è un giurassico.
Nelle prossime righe cercherò di dare un po’ di dati nell’intento di riequilibrare la conoscenza di questi due fenomeni partendo dall’inizio della storia economica scritta, cioè dai tempi di Adam Smith e dalla rivoluzione industriale.

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento gli Stati Uniti avevano tariffe doganali sui prodotti industriale del 40–50%, applicavano forti discriminazioni sugli investitori stranieri e nel settore bancario era proibito diventare consiglieri d’amministrazione. Gli azionisti potevano esercitare il loro diritto di voto solo se erano residenti nel paese.
Sulla banconota da 10 dollari c’è l’immagine del ministro del Tesoro americano del governo Washington, Alexander Hamilton, che nel 1791 propose al Congresso americano il ‘Report on the Subject of Manifactures’, dove si affermava la necessità di proteggere le industrie nascenti fino a quando sarebbero state capaci di camminare con le proprie gambe.
Il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington (1789-1797), addirittura pretese di vestire abiti di fattura americana al suo discorso d’insediamento e il fatto fa sorridere perché è la stessa cosa che usava fare Thomas Sankarà, presidente del Burkina Faso, due secoli dopo per lanciare l’idea che il suo Paese, e tutta l’Africa, doveva emanciparsi dagli ‘aiuti’ occidentali e crearsi una propria linea di produzione.
Durante il periodo della presidenza di Andrew Jackson, settimo Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1829 al 1837 (un presidente che potremmo considerare ‘populista’), le tariffe doganali erano tra il 35 e il 40% e considerava inaccettabile che una banca americana potesse essere controllata da investitori stranieri per quote sopra il 30%.
Ulysses Grant, 18esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1869 al 1877, affermò – in contrasto con l’Inghilterra – che gli Stati Uniti avrebbero sì adottato il libero mercato ma solo dopo che avessero ottenuto dal protezionismo tutto ciò che di buono questo gli avesse offerto.

Da chi avevano ‘imparato’ il protezionismo gli Stati Uniti d’America?
I grandi maestri furono gli inglesi ovviamente. In questo paese europeo nel XVIII secolo, come si saprà, cominciò a svilupparsi l’industria partendo da quella manifatturiera supportata dall’aiuto dei dazi che la proteggevano dalla concorrenza di Belgio e Olanda. Poi ci fu la vera e propria rivoluzione industriale che si studia normalmente a scuola fin dalle medie, omettendo, forse, il piccolo particolare che fino al 1850 tali industrie furono tutte protette dai dazi e quindi lo sviluppo fu pilotato dallo Stato.
Le date sono importanti per capire che tutti i grandi Paesi hanno utilizzato prima il protezionismo e poi, solo dopo, sono diventati fautori e controllori del libero mercato. In fondo era normale farsi guerre commerciali, perché era (e dovrebbe esserlo ancora) normale che ognuno difendesse, in questo campo, i propri interessi.
Anche la Finlandia durante il Novecento, fino agli anni Ottanta, classificava come ‘pericolose’ le imprese che operavano al suo interno con capitali superiori al 20% e così protezionisti sono stati, a vario livello, Austria e Francia.
Singapore, che è uno Stato assolutamente liberista, deve gran parte del suo successo agli introiti assicurati dalle industrie statali che rappresentano circa il 20% della sua produzione. La Germania mantiene il controllo strategico sulle banche (e quindi sul credito), non disdegnando l’industria dell’auto visto che possiede attraverso i Lander il 20% della Volkswagen.
Il Giappone fino agli anni Ottanta del passato secolo, e dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, si è ripresa grazie al controllo del credito, una direzione serrata della sua banca centrale e delle sue aziende interne, diventate poi multinazionali e campioni di export.

Tutti i paesi che hanno adottato misure a protezione dei loro mercati interni e promosso le loro aziende hanno avuto successo, e oggi usiamo come campioni del futuro quelle nazioni che hanno agito fino a ieri nel modo che noi italiani oggi vogliamo combattere. Le leggi economiche non sono fisse nel tempo e se oggi diciamo globalizzazione bisogna conoscere da quali bisogni nasce e quali interessi tutela perché potrebbe tutelare oggi quelli che l’hanno rifiutata ieri. Il punto è: cosa conviene in un determinato periodo e a determinate condizioni oggettive e quali interessi vogliamo tutelare come Stato? Fare questo ragionamento senza essere vassalli di altri, in perfetta autonomia.

L’America di Trump ha interesse al protezionismo oggi come lo aveva ieri, anche se per per motivi diversi. Nei secoli passati aveva bisogno di sviluppare le proprie capacità industriali che mai si sarebbero evolute se avessero permesso l’ingresso indiscriminato delle merci inglesi, un paese che aveva sviluppato l’industria prima di loro. Aveva bisogno di rinforzarsi e arrivare allo stesso livello per poter commerciare in regime di parità di condizioni di base. È assurdo pensare che globalizzazione e libero mercato possano andare sempre bene a tutti nello stesso momento, sarebbe come dire che oggi Stati Uniti e Burkina Faso possano commerciare alla pari.
Palesemente e semplicemente non è la verità anche se politici e commentatori tv, insieme a Fmi e Banca Mondiale, nonché grandi interessi finanziari, fanno finta di non capire.
Oggi l’interesse degli Usa è tutelare le proprie aziende e i propri lavoratori perché nel mondo non ci sono le stesse condizioni di base. In alcuni è stata abolita la schiavitù, il lavoro minorile, ci sono salari minimi e tutele sociali, mentre in altri semplicemente no. Gli Stati Uniti hanno poi un deficit della bilancia commerciale di circa 500 miliardi, il che significa che sono il polmone del mondo, acquistano merci da tutto il mondo e se smettessero di farlo il problema sarebbe più degli altri che degli americani.

Acquistare tutto da tutti significa acquistare anche da paesi che producono a basso costo non perché sono tecnologicamente avanzati ma perché pagano meno salari e non conoscono tutele sociali, questo crea la necessità di bassi salari per la classe lavoratrice, ma anche problemi per le aziende che magari non vorrebbero sfruttare il lavoro né essere costrette a delocalizzare per risparmiare sui costi.
Uno Stato a questo punto deve scegliere tra l’impoverimento delle milioni di persone che dovrebbe invece tutelare oppure fare il suo dovere, cioè limitare la globalizzazione e mettere un po’ di dazi, magari selezionati e non generalizzati.
E tali concetti dovrebbero essere buoni per gli Usa, ma anche per l’Italia e soprattutto per il Burkina Faso.

Chi predica solo la bontà del libero mercato o non ha basi storiche, di economia di base, di conoscenze minime di teoria economica, oppure è intellettualmente disonesto.

Ma la globalizzazione ha fatto migliorare la vita nei paesi in via di sviluppo dagli anni Ottanta in poi, quando si è affermato il libero mercato su base mondiale, ribattono i liberisti.
I dati però non danno loro ragione. Ci dicono, invece, che il reddito pro capite in questi paesi è sceso dal 3% degli anni Sessanta e Settanta al 1,7% del periodo 1980-2000. Negli anni Suemila il dato è cresciuto soprattutto grazie a Cina e India, che notoriamente non hanno realmente adottato politiche neoliberiste.
Il reddito procapite dell’Africa sub sahariana oggi è più o meno lo stesso del 1980, durante gli anni Sessanta e Settanta l’Africa cresceva al tasso dell’1,6%, che è un buon risultato considerando che i paesi ricchi durante la loro rivoluzione industriale tra il 1820 e il 1913 crescevano tra l’1 e l’1,5%.

tabella da The World Economy – Angus Maddison – oecd development center – oecd-ilibrary.org

Durante il periodo tanto bistrattato dai liberisti e commentatori della domenica il reddito pro capite dell’Europa Occidentale cresceva di quasi il 4% annuo mentre nell’Asia Orientale il ‘miracolo’ portava a crescite medie tra il 6 e il 7%.
Basterebbe confrontare questi dati con quello che succede oggi per capire che, in fondo, le ricette inaugurate dagli anni ottanta non hanno fatto bene all’umanità e quindi cominciare a ragionare su basi intellettualmente più oneste.

A volte c’è un sano protezionismo e un controllo della globalizzazione che si dimostra meglio della ‘mano invisibile’ del libero (?) mercato.

Quando lo Stato sceglie la disoccupazione: l’economia neoclassica e la strategia del ribasso occupazionale

Scegliere tra sotto-occupazione e disoccupazione è la regola nell’economia neoclassica, economia che predilige l’alta disoccupazione e vince grazie al consenso dei cittadini.

L’Ansa ci informa che all’ILVA ci saranno all’incirca 4.000 esuberi, cioè dovranno essere licenziati 4.000 dipendenti. A coloro che rimarranno sarà applicato il jobs act, quindi niente garanzie assicurate dall’art. 18, e saranno cancellate anzianità e precedenti trattamenti economici.
Di certo non sarà il caso di lamentarsi per le nuove condizioni contrattuali, infatti rispetto ai licenziati che andranno ad aumentare l’esercito dei disoccupati italiani, chi rimarrà potrà ritenersi “fortunato” perché almeno avrà conservato il lavoro. E in tempo di crisi e di disoccupazione che supera il 10 per cento, si sa, un impiego a “tutele crescenti” pagato magari anche 800 euro al mese è, più o meno, una manna dal cielo.
Il punto è che l’italiano medio, oggi, può scegliere tra un’occupazione sottopagata e la disoccupazione, e persino nel pubblico, per la gioia dei neoliberisti della domenica tipo il censore Giannino, non si sta più tanto bene come una volta. Sempre di più i lavoratori convergono verso lo stesso punto, lo stesso destino ma incoscientemente divisi verso il baratro. Infatti se è vero che le grandi ditte assumono i nostri ingegneri a 1.400 euro al mese, che le banche non offrono più le belle condizioni lavorative di una volta, che le aziende del mitico nord-est faticano a rimanere aperte e che multinazionali come Ikea o MacDonald offrono quel che il mercato richiede, nel pubblico non si sta poi tanto meglio.
Il precariato continua ad esistere nell’insegnamento ed è stato introdotto nelle forze armate, le forze dell’ordine invecchiano perché si assume molto di meno anche se la sicurezza dei cittadini ne risente, infermieri e medici sono palesemente sotto organico. Tutti hanno visto i loro stipendi bloccati per anni e per tutti, e in maniera solidale, le pensioni verranno calcolate con il contributivo e saranno sempre più basse e distanti nel tempo.
La struttura sociale nella quale viviamo accetta questa condizione perché viene presentata ad arte come unica possibile. La scuola neoclassica che attualmente governa l’economia, e che non è più politica proprio per eliminare la possibilità di un coinvolgimento sociale o statale nelle decisioni che strutturano la nostra vita, non ammette l’esistenza di altre teorie economiche e quindi modella le sue decisioni in base a quello che c’è al momento.
E cosa c’è oggi? Abbiamo l’euro e i cambi fissi pur non avendo più una moneta legata all’oro, i capitali sono liberi di circolare senza restrizioni anche se questo causa crisi continue e dipendenza dai mercati finanziari, la finanza a sua volta è stata deregolamentata nonostante si sia concordi nell’attribuirle la colpa delle continue bolle, la BCE stampa soldi come se piovessero ma nulla arriva ai cittadini. Le banche falliscono ma vengono salvate dagli Stati a spese dei cittadini o dei risparmiatori (che stranamente vengono fatte sembrare categorie separate), Stati che però mai si spingono a salvare piccole o medie aziende in crisi il che potrebbe salvare tanti posti di lavoro e magari evitare il ristagno dell’economia reale.
Quindi la scuola neoclassica dell’economia (non economia politica) ragiona su quello che c’è e non su quello che potrebbe essere. Su una struttura che vede da una parte i ricchi che diventano sempre più ricchi nonostante le crisi, e dall’altra i lavoratori ai quali si possono togliere diritti e abbassare gli stipendi e quindi diventano sempre più poveri. Una struttura, insomma, che funziona molto bene per qualcuno e meno bene per altri. Altri che però si lamentano poco e si distraggono facilmente.
Infatti mentre i parlamentari (solo casualmente di sinistra) digiunano per lo “ius soli” che di sicuro gli porterà molto consenso, tutti si disinteressano delle politiche di austerità che vengono applicate solo ad alcune categorie sociali e del fatto che tutti gli interventi economico-politico-sociali non cambiano il quadro generale, anzi bloccano la crescita e aumentano la disuguaglianza a causa della elitaria distribuzione del benessere. Scelte che mantengono costantemente alta la disoccupazione, che in un mondo normale dovrebbe essere la preoccupazione principale per un governo di sinistra.
Mai far mancare però al ragionamento che, negli ultimi anni, ogni volta che si sono tenute delle elezioni la gente ha votato per i partiti che propendevano all’austerità (cioè abbattimento dei debiti pubblici, eliminazione della spesa a deficit e privatizzazioni con condimento di libero mercato e globalizzazione) e quindi, conseguentemente, ha accettato il mantenimento di un’alta disoccupazione e, per chi lavora, la perdita dei diritti acquisiti e di un trattamento pensionistico decente. Quindi perché lamentarsi? Forse l’idea che non esista alternativa è davvero incredibilmente profonda.
L’economia al comando tende a lasciare tutto come è adesso, con il beneplacito dei cittadini, e sposta le risorse esistenti da una parte all’altra a seconda del consenso che vuole ottenere senza mai crearne di nuove. Senza mai nemmeno provare a riformare la struttura affinché si possa scegliere, finalmente, tra un lavoro pagato bene e un lavoro pagato meno bene, tra un lavoro sedentario e uno che ti faccia viaggiare. Una struttura che tenda, finalmente, al pieno impiego con tutte le garanzie conquistate in decenni di lotte.
Ma per fare questo bisognerebbe vedere oltre la dottrina economica neoclassica al potere, immaginare che possano esistere altre dottrine economiche e, soprattutto, capire che se un governo decide di mettere risorse per la ricostruzione dopo un terremoto togliendole ai fondi per i diversamente abili, non ha cambiato politica economica, ha solo spostato risorse.
E anche che, se verranno licenziate 4.000 persone senza intervenire, ha fatto una scelta, quella di aumentare il numero dei disoccupati in modo tale che tanti altri accettino condizioni sempre peggiori pur di lavorare.

ECONOMIA
Lo scopo dei 27 a Roma? Venderci come nuova una favola avariata:
ecco cosa si nasconde dietro il libero mercato

Il libero mercato e il ritorno all’800, quando il libero mercato aumentò le disuguaglianze. Il rapporto tra disuguaglianza e libero mercato secondo le dottrine scientifiche dei padroni del XVIII secolo per migliorare il mondo del XXI secolo (a loro uso e consumo).

Una delle grandi decisioni o, meglio, delle grandi raccomandazioni che si sono dati i 27 leader europei, a margine degli incontri di Roma e al fine di rilanciare la corsa all’abbattimento delle frontiere e di contrastare, almeno ideologicamente, il nascente protezionismo trumpista, è il sostegno che dovrà venire, sempre più convinto, al libero mercato.
Frase lunga, lo so, ma altrettanto lunghi gli articoli che ho letto a sostegno di questo proclama, tra cui in particolare uno veramente angosciante sul sole24ore che elencava i benefici del libero scempio, in termini soprattutto di posti di lavoro e di aumento delle entrate da parte, ovviamente, dei paesi occidentali ed europei.
Ed è infatti proprio questa parte della popolazione mondiale, questa parte geografica, che usufruisce in quasi totale esclusiva del libero mercato, dell’espansione attraverso le esportazioni. Ma che tipo di dottrina economica è quella del libero mercato?
Si potrebbe dire, sintetizzando, che è quella che vede come un successo la situazione greca, oppure l’abbassamento del costo della vita in Portogallo, oppure il fatto che si possa pensare di andarsene a vivere in Thailandia con la pensione italiana. Tutto questo indubbiamente è un successo per l’Occidente ma anche di quei Paesi non occidentali che ne hanno adottato i principi, penso al Giappone o, ai giorni nostri, alla Cina dei benestanti che impazza in Africa.
In effetti non tutto il mondo usufruisce del benessere provocato dal libero mercato, la maggior parte dei benefici vanno a noi e per noi intendo quel fortunato gruppo di paesi di cui sopra e di cui almeno io so di far parte, e non ne sono certamente fiero.
Il libero mercato è quella dottrina che vede come un successo, ma non lo dice, che milioni di persone nei cosiddetti paesi del terzo mondo, o poveri, non riescano a sfamarsi con il grano che pure producono, perché non possono trattenerlo ma devono darlo alla multinazionale di turno che lo lavora per altri e che una volta da questi lavorato non riescono a ricomprarsi. Oppure non riescono a vestirsi con quel cotone che pure producono per lo stesso processo del grano.
Il libero mercato. Si cerca di dare una nobiltà ad una dottrina nata a fine ‘700 e che ha infestato l’800 per giustificare il colonialismo britannico, olandese, francese, belga e di quei paesi tanto anglofoni quanto “affidabili”, in termini finanziari, del nord Europa. Che sostituì quella che non era per niente una dottrina economica, ma delle scelte dei mercanti che “guardavano ai propri interessi” (per dirla alla Adam Smith) e condizionavano i sovrani durante il periodo detto del “mercantilismo” e a cui siamo incredibilmente tornati, neppure tanto velatamente.
Ma certo un popolo civile deve sempre giustificare il male che fa agli altri, ai più deboli, deve giustificare il fatto di creare miseria e fame e quindi bisognava che qualche studioso illuminato desse una parvenza di logica, di scientificità al malaffare di stato ed ecco i “classici”. Ecco Smith, Ricardo e Malthus. Ecco che la depredazione diventa dottrina, nasce il liberismo.
Una dottrina che per vivere ha bisogno di abbattere le frontiere, e per questo i proclami del folle Trump sono visti come il rosso dai tori infuriati, di far girare i capitali insieme ai derivati e che il debito non si estingua mai perché è la carne dei macellai e senza non si può creare schiavitù totale o far lavorare gli africani a 10 dollari a settimana oppure i greci a 400 euro al mese o i portoghesi a 350 oppure giustificare i mini job in Germania e chiaramente il jobs act in italia.
Eh sì, il libero mercato si sta avvicinando sempre di più ai nostri diritti e sta globalizzando anni di lotte sindacali, distruggendo il futuro e sempre più ci consiglia di non fare figli e affidarci ai migranti, già abituati alla sofferenza.
La globalizzazione fu interrotta una volta dalle conseguenze della grande crisi del ’29 che si chiamarono fascismo, nazismo o nazionalismi e poi, dopo la seconda grande guerra e i suoi infiniti morti senza nome, sindacati, figli dei fiori, Woodstock, i Beatles e i Rolling Stones, la libertà e perché no, sovranismo individuale e degli stati ma con rispetto delle transazioni internazionali. Regole vere e utili, insomma.
Ma in quel periodo il capitalismo aveva un’anima dettata dall’esigenza della divisione del mondo in blocchi contrapposti. Oggi non abbiamo bisogno di quell’anima o di maschere che sono cadute insieme al nefasto muro. Non ne ha bisogno la finanza sfrenata e i suoi servi possono scrivere delle gioie del libero mercato e delle follie di Trump e dei nazionalismi affioranti come il male del futuro.
E questo mentre non abbiamo più futuro, sostituiamo ai figli i migranti, i papà con le mamme, la libertà con il debito e osserviamo soddisfatti morire di fame chi produce grano e girare nudo chi produce cotone, almeno finché non saremo noi. E i 27 vengono a Roma a rilanciare il libero mercato, il neoliberismo, le dottrine ottocentesche ammantate di nuovo, nello stesso Paese in cui l’Istat certifica l’aumento della povertà assoluta e non troviamo i soldi per ricostruire dopo i terremoti.

Mani visibili sul libero mercato

David Ricardo (Londra, 19 aprile 1772 – Gatcombe Park, 11 settembre1823), fu economista e uno dei massimi esponenti della scuola classica. Il suo pensiero, mercantilista, ruotava più o meno intorno al concetto che il protezionismo fosse sbagliato, e che si dovesse applicare il libero mercato e la competizione più dura possibile tra gli Stati e sui mercati mondiali e che un forte competitore non avesse assolutamente bisogno di alcuna misura protezionistica a casa sua.
Quindi il libero mercato doveva seguire né più né meno le idee di politica economica precedenti (anche se nel Seicento – Settecento ancora non esisteva una politica economica a livello di Stato, gli interessi erano dettati prettamente dai grandi mercanti), legati a quel periodo che la storia indica appunto come mercantilismo. Prevale la nazione e gli interessi in gioco più forti.

Ricardo, bontà sua, era inglese e a quei tempi l’Inghilterra voleva dettare le sue condizioni al mondo e quel tipo di politica economica era necessariamente il suo interesse. Era lei la nazione più forte e la sua classe dominante aveva bisogno di esportare e sull’esportazione doveva costruire la sua potenza e l’impero inglese di contorno, per cui la preoccupazione dei suoi economisti era quella di scrivere teorie che giustificassero queste sue azioni. Le supportassero scientificamente.
Il punto è che se nel mondo una nazione decide di svilupparsi affidandosi all’esportazione, necessariamente ci dovrà essere un Paese che da un’altra parte importi. Quindi un paese che produce a prezzi concorrenziali dei prodotti, pensate all’Inghilterra di allora e alla rivoluzione industriale, capace di immettere nuovi prodotti sul mercato, a base industriale, operai pagati pochissimo a livello sussistenza e poco più di schiavi, merci da collocare da qualche parte che non sia il mercato interno: ovviamente e semplicemente è destinata a vincere.
Questo paese ha bisogno però per farlo di mercati liberi, che non abbiano misure protezionistiche in modo da riempirli dei suoi prodotti a scapito delle loro industrie e produzioni interne. Un sistema che produce quindi povertà ovunque. Al suo stesso interno, perché deve tenere bassi i costi di produzione e deve portare i beni che produce in altri paesi (privando di beni, della reale ricchezza se stesso) e all’interno degli altri paesi, invasi da beni esteri a basso costo, essendo poi questi costretti a sacrificare la loro produzione interna.

Insomma si pensi un po’ a cosa succede nell’eurozona. Un paese più forte esporta dopo aver fatto le riforme del lavoro in senso restrittivo (mini job e lavori a 400 euro al mese) e i paesi mediterranei, più deboli, costretti a comprare a danno delle piccole aziende locali che vengono sacrificate sull’altare del falso libero scambio e della libertà dei capitali di muoversi senza controlli.
Situazione che anche qui favorisce il capitale, cioè chi ha i mezzi e i soldi, e dall’altra impoverisce le nazioni (vedasi al proposito livelli di disoccupazione e aumento della povertà, assoluta e relativa in Italia).
E per finire sulle esportazioni facciamo un esempio: se davvero per svilupparsi bisogna affidarsi alle esportazioni e tutte le nazioni democraticamente scegliessero di svilupparsi in questo modo, dove esporterebbero? Sulla luna? Il sistema non funziona, è chiaro. È disegnato per costruire diseguaglianza e conflitti.

Ricardo è morto nel 1823, quasi 200 anni fa e dovrebbe far pensare che oggi noi abbiamo al governo dell’Europa persone che ancora la pensano come lui o in Italia dove si fanno politiche economiche di questo stampo mentre ci dicono che la Costituzione è vecchia perché ha 60 anni. E’ vecchio in fondo solo ciò che interessa cambiare, privilegiando al solito le classi dominanti, che purtroppo anch’esse retaggio del passato continuano a condizionare la nostra vita quotidiana.
Il tanto discriminato protezionismo, anche in Italia, se si parla di difendere le arance siciliane o l’olio e il latte italiano significherebbe agire in nome degli interessi del popolo mettendo al primo posto, finalmente, gli interessi democratici di sviluppo di una nazione e al secondo posto il capitale. Come riporta Luciano Barra Caracciolo “un protezionismo ragionato potrebbe essere uno stabilizzatore degli interessi dell’intera comunità internazionale a una convivenza pacifica” mentre Krugman specifica che c’è una differenza sostanziale tra una società per azioni e uno Stato (come c’è anche tra una famiglia e uno Stato). Una società per azioni sul mercato internazionale può non reggere la concorrenza e uscire dal mercato stesso, uno Stato no, non gli puoi attribuire le stesse caratteristiche. Hanno confini e scopi diversi, devono muoversi in maniera diversa.
A chi giova, dunque, confondere i ruoli e stabilire che gli interessi commerciali e legati al capitale e al guadagno di poche entità sovranazionali siano confluenti a quelli del popolo?

strada

ECOLOGICAMENTE
Salvare ’la casa comune’: i grandi hanno detto che…

(Pubblicato il 13 gennaio 2016)

E se fosse la volta buona? I grandi del mondo cominciano a parlare seriamente di ambiente. Lo scorso anno papa Francesco ci ha dato una bella lezione a difesa dell’ambiente. Cito dal suo recente appello: “Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti” e poi, per essere ancora più diretto ha scritto “la previsione dell’impatto ambientale delle iniziative imprenditoriali e dei progetti richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare ed a un dibattito approfondito”.

Il dibattito tra i grandi del mondo c’è stato con l’accordo sul clima dei delegati dei 195 Paesi più la Ue che a Parigi hanno partecipato alla XXI conferenza internazionale dell’Onu sui cambiamenti climatici. Una data importante il 13 dicembre 2015; Cop21, accordo sul clima. Riscaldamento, emissioni, finanziamenti: i punti principali dell’intesa.
L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”. L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”.
Gli esperti del Worldwatch ci avevano avvisato identificando nove “confini” naturali che oggi tendiamo ad oltrepassare e che sarà invece necessario rispettare se non vogliamo che il pianeta esaurisca le sue risorse: cambiamenti climatici, perdita della biodiversità, il ciclo dell’azoto e del fosforo, l’ozono stratosferico, acidificazione degli oceani, uso dell’acqua dolce e quello della terra coltivabile, il carico di aereosol emessi in atmosfera e l’inquinamento chimico.
A fine anno anche il nostro presidente Mattarella ne ha parlato. Nel suo discorso di fine anno ha infatti ha affrontato i temi dell’ambiente, dell’inquinamento, del clima e delle risorse naturali. Ci ha ricordato lo smog nelle aree metropolitane, i cambiamenti climatici, i temi dell’energia, dei rifiuti e dello spreco, dell’acqua, del trasporto pubblico locale. Si è trattato di una importante novità. Credo sia stato il primo Presidente ad affrontare così direttamente le tematiche ambientali. Non a caso il presidente si è soffermato sui temi già cari al pontefice: la difesa della natura, lo spreco di cibo, l’acqua. Ha però voluto anche intervenire sui temi di attualità; ha parlato di raccolta differenziata, di spreco dell’acqua, di cibo, di energia. Il presidente ha chiesto un “impegno sempre maggiore” delle istituzioni nazionali e locali, uno stimolo ad azioni concrete di governo.

Non rimane allora che attendere qualche vera normativa da parte del Governo. Per ora si vedono segnali contrastanti tra proroghe e orientamenti verso il libero mercato. I Beni Comuni sono preoccupati. E’ sempre papa Francesco a ricordarcelo nel suo appello affermando che “L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune”. La difesa della casa comune deve, quindi, andare al di là delle contrapposizioni ideologiche, deve prevalere sempre il bene comune.

Una Sinistra piegata al sacro dogma del libero mercato

A causa dei terremoti culturali e sociali avvenuti fra la fine del ventesimo e l’inizio di questo ventunesimo secolo non è facile stabilire cosa significhi e cosa sia oggi la “Sinistra”. E’ necessario saper andare al di là dell’affermazione semplicistica per cui “destra e sinistra sono la stessa cosa” e al contempo prendere coscienza del fatto che destra e sinistra, storicamente categorie distinte, siano state assimilate in un unico “gioco delle parti”, cioè il sistema liberal-democratico che si è imposto nell’Occidente moderno da quasi 40 anni. Destra e Sinistra sono state ridotte a semplici etichette e contenitori elettorali che nulla hanno più a che vedere con la rivoluzione delle idee che dagli ultimi anni dell’Ottocento aveva costituito un sistema e un equilibrio nella dialettica politica.
La distinzione, fino a 40 anni fa, tra destra e sinistra tendeva sopratutto alla contrapposizione di visioni dell’economia della nazione, cioè la “struttura”. Se si vuole introdurre un’ulteriore e alternativa distinzione, è da ritenere scorretto e superficiale parlare di “destra” e “sinistra” ma è bene contrapporre due diverse visioni dell’economia: liberismo e libero mercato da una parte, dirigismo ed economia pianificata dall’altra. E’ chiaro che l’attuale sottilissima e ambigua distinzione fra le categorie “destra” e “sinistra” riguarda invece la “sovrastruttura”, la lotta dei diritti civili, principi di costume e di etica; temi importanti che oscurano però il vero cardine della contrapposizione: l’economia.
Dagli anni ’80 in poi, qualsivoglia anelito di dirigismo economico è stato giudicato obsoleto e conservatore, dando inizio alla corsa del treno liberista su cui tutti i maggiori interlocutori della politica italiana ed europea sono saliti e da cui non sono ancora scesi.
Considerare di “sinistra” un partito, un programma politico è quindi relativo a quale tradizione ed esempio storico si prenda in considerazione, poiché dietro l’etichetta politica della sinistra si sono alternate visioni estremamente differenti e addirittura contrapposte.

L’idea dirigista, sovranista e socialista di Amadeo Bordiga, Nicola Bombacci, Antonio Gramsci è diametralmente opposta alla corrente socialdemocratica inaugurata dalle segreterie dei partiti di sinistra degli anni ’80, Se consideriamo l’impostazione che i partiti della sinistra hanno adottato dalla caduta del Muro di Berlino, cioè un pubblico giuramento al dogma della sacralità del libero mercato, potrebbe essere addirittura letto come un netto rifiuto della tradizione storica propria dell’indirizzo socialista e comunista. Politici di “sinistra”, cercando di lavare una presunta colpa del proprio passato, non perdono occasione per specificare che “non sono mai stati comunisti”.
Perciò possiamo facilmente affermare che all’interno delle stesse categorie politiche della “destra” e “sinistra” si sono avvicendate esperienze e uomini radicalmente opposti. Riprendendo la distinzione alternativa al “colore politico” potremmo mettere ragionevolmente nello stesso schieramento il socialista Bombacci, i marxisti Bordiga, Gramsci e Togliatti, il fascista Mussolini e il poeta Pound, nel pensiero comune così lontani, ma oggettivamente molto vicini nell’interpretazione della gestione della “Nazione” e dell’economia, a cui potremmo contrapporre la scuola di pensiero liberista, incarnato nelle figure della politica moderna di D’Alema e Prodi alla fine del XX secolo e dai vari esponenti del “centro-sinistra” oggi.

Se vogliamo compiere la forzatura di assimilare per semplicità alla categoria della Sinistra il principio di credito sociale, economia pianificata e sovranità nazionale, e alla categoria della Destra il neoliberismo economico, allora sì: con convinzione è possibile affermare che la Sinistra sta perdendo, lo Stato Sociale sta perdendo. E il Capitale sta vincendo. Perché Bombacci è stato fucilato, appeso per i piedi a piazzale Loreto e dimenticato mentre i politici della “Sinistra” italiana ed europea ci stanno governando distruggendo il nostro Stato sociale, ampliando le già esistenti diseguaglianze economiche e sociali in nome e per conto del sacro dogma del Libero Mercato.

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