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Il Consiglio Comunale di Reggio Emilia approva la mozione per la liberta di Julian Assange.

 

Lunedì 18 luglio con 18 voti a favore e 1 solo astenuto, il Consiglio Comunale di Reggio Emilia ha approvo la mozione per il riconoscimento della libertà, della protezione e dello status di rifugiato politico a Julian Assange.

La mozione è stata sollecitata ed elaborata da diverse forze politiche, che infatti l’hanno poi firmata e sottoscritta insieme a 100 reggiani e al Movimento Free Assange Reggio Emilia. I consiglieri di Coalizione Civica, 5Stelle ed Europa Verde l’hanno presentata e discussa nel pomeriggio. Solo i consiglieri di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia non l’hanno votata.

Nella disamina è emersa da parte dei tanti consiglieri intervenuti in modo appassionato la vicenda personale e giudiziaria di Assange, detenuto da anni senza un processo in un carcere di massima sicurezza come un terrorista senza esserlo e senza aver compiuto crimini, la vicenda professionale di un giornalista che ha affrontato i rischi del suo mestiere facendo inchieste scomode senza lasciarsi intimidire dalle pressioni dei poteri forti, ma collaborando attivamente con le testate giornalistiche di tutto il mondo nel rispetto della privacy degli interessati, la vicenda etica e valoriale di una persona che non si è voltata dall’altra parte quando ha visto la verità dei fatti, rispettando il diritto di ogni essere umano a sapere tutte le cose fuori da ogni ipocrisia e da ogni comoda “versione degli eventi”. Il giornalismo ha un compito da svolgere, un obiettivo da raggiungere. NON E’ UN CRIMINE. L’Europa e l’Italia, culla della civiltà e del diritto, ci devono essere in questa importante battaglia!

Proprio il 18 luglio, nella giornata dedicata a Nelson Mandela, recluso per 29 anni in carcere a causa del suo attivismo per i diritti umani, questa azione del Consiglio Comunale a favore di Assange arriva come un monito e un impegno fortemente simbolici, affiché, come ha detto il sindaco Luca Vecchi, “la Costituzione guidi sempre le scelte nella difesa dei diritti di tutti, a partire da Reggio, città culla della Resistenza”.

“Fino a quando persisteranno l’ingiustizia e l’ineguaglianza, nessuno potrà mai sentirsi a posto!” (Nelson Mandela, Premio Nobel per la pace 1993).

Se è vero che questo è un fondamentale passo per diffondere la conoscenza della causa di questo perseguitato giornalista, è altrettanto vero che è il primo, dato che la mozione impegna la Giunta a presentare il caso al Ministero degli Esteri affinché gli attribuisca lo status di perseguitato politico, così come in effetti è. Noi cittadini stiamo dalla parte di chi denuncia, di chi rivela la verità, di chi dà voce ai perseguitati e ai senza voce, di chi è considerato “carne da macello”… WikiLeaks è stato anche tutto questo e gliene siamo grati!

vasaio vaso argilla

PRESTO DI MATTINA /
Le mani del vasaio

 

Mani di vasaio

«Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa d’Israele» (Ger 18,6).
Sceso nella bottega del vasaio, Geremia lo vedeva ricominciare a plasmare la creta ogni volta che si disfaceva tra le sue mani senza prendere la forma voluta.

Un’immagine, questa, che ispirò il commento di Ireneo di Lione [Qui], secondo il quale, se noi siamo sua opera e presentiamo a lui un cuore duttile, custodendo in noi l’acqua sorgiva del battesimo, potremmo prendere la forma che l’impronta dello spirito santo è in grado di infonderci:

«sarà nascosta l’argilla che è in te e la sua mano ti rivestirà d’oro puro e d’argento di dentro e di fuori e ti adornerà così bene che il Re stesso si lascerà prendere dalla tua bellezza» (Contro l’eresia, IV, 39, 2).

Viene in mente l’arte giapponese del riparare con l’oro vasi di ceramica che si sono rotti; i frammenti vengono fissati con una resina cosparsa di polvere d’oro.

Kintsugi [Qui] viene chiamata quest’arte (“kin” che significa “oro” mentre “tsugi” esprime riunire, riparare, ricongiungere), che mette in luce le fratture, le ferite subite dalla creta, esaltandole al contempo come ferite gloriose, preziose, di più grande valore: come quelle del crocifisso risorto che hanno ridato stupore e bellezza agli occhi increduli del discepolo.

Il vaso rotto dall’incredulità di Tommaso prende nuova vita, torna a risplendere la sua fede che confessa alfine: «Mio Signore e mio Dio».

La preghiera del vasaio è il suo stesso lavoro, così è scritto nel libro del Siracide: «Il vasaio che è seduto al suo lavoro e con i suoi piedi gira la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro, si affatica a produrre in gran quantità. Con il braccio imprime una forma all’argilla, mentre con i piedi ne piega la resistenza; dedica il suo cuore a una verniciatura perfetta e sta sveglio per pulire la fornace. Confida nelle proprie mani rendendo solida la costruzione del mondo, e il mestiere che fa è la sua preghiera».

Una preghiera che esce dalle mani nel loro fare. Mano “argumentosa” è quella del vasaio che sa facendo, e prega operando.

Nell’atto stesso di agire, dalle mani scaturisce una preghiera che fa comprendere in una luce nuova gli avvenimenti e rende chiare e luminose le cose, agendo in esse. Il suo è ‘cavar fuori’, come mani di levatrice, la bellezza e la libertà in una esistenza rinnovata.

Mano “argumentosa” è soprattutto quella di Dio, che fin dalle origini non ha smesso di plasmare l’argilla umana, dalla quale prenderà forma pure il corpo del Figlio.

È mano che ammaestra senza parole, quella del Figlio, che fa comprendere la prossimità di Dio attraverso il suo agire, che fa chiarezza ed argomenta operando: facendo prende forma sul suo volto il volto dell’invisibile Vasaio.

La parola ‘mano’ è citata nella Bibbia 1.538 volte, di cui 1.153 con l’espressione yad. Come la lettera ‘yod’, del tetragramma YHWH, essa è legata al conoscere: ‘yada’.

Nella tradizione ebraico-cristiana le mani rappresentano il conoscere e il poter fare, evocano il braccio e l’autorevolezza nella decisione. Quella delle mani è una conoscenza del toccare, del mostrare con le mani, forza di liberazione in vista di un legame di alleanza.

Di più, le mani di Dio sono presenti nel mare delle scritture come gocce d’acqua, acqua che zampilla nella polvere: «una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gn 2, 6-7).

Sono le mani del Potente di Giacobbe, del Pastore, Pietra di Israele. (cfr. Gn 49, 24). Mani operose (Sal 92, 5) che plasmano (Sal 95, 5; 119, 73; Sir 33, 13), proteggono (Sap 3, 1; 5, 16; Sir 2, 18), governano (Sir 10, 4-5).

Le mani del Figlio dell’uomo pur esse plasmano dalla povere: «“Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe” – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva» (Gv 9, 5-7).

Sono anche mani che guariscono (Mt 6, 5; Mc 8, 25; Lc 4, 40; 13, 13), abbracciano e benedicono (Mc 10, 16). Sono mani da cui nessuno ci può strappare, non perché imprigionino, ma perché custodiscono la libertà di ciascuno contro mani ingorde di mercenari e lupi rapaci.

Sono le mani del Pastore che conoscono e amano, narrate da Giovanni, mani che danno la vita, mani come porte dell’ovile, e se uno entra attraverso di esse, entrerà e uscirà e troverà pascolo (cfr. Gv 10).

Nei gesti di Gesù è la preghiera dei salmi, che si va facendo in lui e per gli altri. Egli prega con mani che intercedono, mani di samaritano, di prossimità, che mosse dalla compassione rialzano e prendono su di sé. Così prega il salmista «Se cade non rovinerà a terra perché il Signore tiene stretta la sua mano» (Sal 37, 24).

Mani che pregano quelle di Gesù di fronte al male irreversibile: «“Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più”. Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: “È morto”. Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi» (Mc 9, 25-27.

E ancora: «davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no guarire di sabato?”. Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò» (Lc 14, 2-4).

Ed infine: «Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: “Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme”. E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò» (Mt 10, 23).

 

Mani d’uomo

«Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi».

Così si legge al n. 22 della costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio, il testo la cui stesura è attribuita a Giovanni Paolo II, presenta il Cristo come l’uomo nuovo nel quale trova luce il mistero stesso della nostra umanità.

Nella sua prima enciclica il papa polacco dirà che proprio l’uomo concreto nel suo essere personale e comunitario deve tornare ad essere la via della chiesa: «è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: l’uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso» (RH 14).

La svolta antropologica impressa dal concilio alla chiesa fu determinata anche da una cristologia che valorizzava nuovamente la storicità e l’umanità del Cristo. Come a voler riequilibrare un orientamento cristologico che, in precedenza, tendeva a mettere in secondo piano la sua umanità privilegiandone la divinità.

Un “cripto monofisismo [Qui]” lo chiamava il teologo Carlo Molari [Qui], latente, serpeggiante ancora nella chiesa, non così deflagrante come nelle controversie del V secolo in cui l’umanità di Gesù, la sua libertà, scomparivano nell’unica natura divina.

“Ha lavorato con mani d’uomo”. Di più, possiamo dire che non solo noi siamo vasi nelle mani del vasaio, ma il vasaio stesso si è fatto argilla, al punto che non si può più dire, qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, qui agisce l’uno, là compete all’altro, perché nel Cristo, nella sua persona, l’essere di Dio e l’essere dell’uomo si sono abbracciati e per sempre.

Un mistero di compassione abita la bottega del vasaio, e attraverso le sue mani questa diviene il mistero plasmato anche nella nostra umanità, che prende la forma di una fraternità promessa, ma che va forgiandosi.

Si legge in un commentatore ebraico della Genesi che, quando Dio creò l’uomo dalla terra, lo impastò prendendo la polvere da tutta la terra, dai quattro punti cardinali, di modo che quest’uomo, plasmato da Dio, è un uomo che non appartiene a una parte sola della terra, a un solo popolo di una particolare terra, ma appartiene alla terra intera. Terra: un’unica madre per tanti fratelli.

Suggestivo per la ricchezza di immagini è un inno cristologico di Efrem il Siro [Qui] , poeta e scrittore del IV secolo, un invito a lodare “il Compassionevole”:

Nella sua bontà, il Compassionevole è sceso
fin nell’orecchio di Maria ed entrò in lei.
Per la stessa porta da cui entrò la morte
è entrata la vita, che ha ucciso la morte.
Portato sulle ali dei cherubini,
discese colui che le braccia di Maria hanno sorretto.
Il Dio, che niente può stringere e racchiudere,
Maria in sé strinse e racchiuse.
Il cielo è il trono della sua gloria,
eppure egli siede sulle ginocchia di Maria.
La terra è lo sgabello dei suoi piedi,
ed egli è un bimbo che sgambetta lì con lei.
Con il cavo della mano egli misura
la polvere della terra,
ed eccolo su questa polvere
tentare i primi passi di bimbo.
Adamo esulta alla nascita di Cristo:
per lui ritrova la gloria che aveva perduto.
Chi ha mai veduto il vasaio
coprirsi di argilla come di una veste?
Chi ha mai veduto il fuoco stesso avvolto in fasce?
Questa è la misura impronunziabile
dell’abbassamento di Dio per amore dell’uomo.
Lode a questa Compassione dell’alto
che per gli uomini è scesa in terra.

(Inno di sant’Efrem sulla nascita di Cristo, in La teologia dei Padri, Roma, 1975, v. II, 162-163).

Ogni volta che ritorno al Crocifisso di san Luca, che dopo il restauro di anni fa, da cupo e tenebroso appare ora trasfigurato nel chiarore dell’incarnato e rosso vivo è nelle sue ferite il sangue, mi sovviene del Cristo di Velasquez al Prado di Madrid, anche questi nel suo chiarore mi appare come plasmato da una luce interiore diffusa in tutto il corpo e rubescente scorre il sangue dalle mani, dai piedi e dal costato aperto.

cristo velazquezE, subito, il mio saluto a lui è con le parole di Miguel De Unamuno [Qui], tratte dal poema a quel Cristo dedicato: Verbo incarnato, silenzioso e bianco.

Unamuno ha inteso cantare in versi il Compassionevole trasfigurato, e lo vede “chiaro come l’alba nuova” e “guida come la bianca nube davanti al popolo nel deserto”; lo canta “come la neve su cui scintilla, senza nubi, il sole del suo corpo”. Lo sfiora con la mano, come “candida perla in quella nera nube senza confini, conchiglia all’infinito, che è il Padre suo e Padre nostro”.

E ancora si viene trascinati, commossi, scorrendo in una litania gli altri titoli cristologici: “O bianco Cristo che il tuo sangue tutto per noi donasti”; “Agnello bianco tu sei, ostia bianca”; “bianco lino è il tuo corpo”, “aquila bianca, bianco leone tu sei davvero”; “memori delle parole dette al ladrone, del regno sei la bianca porta”.

Unamuno non si è dimenticato neppure di chiamare Cristo il vaso bianco dalla stessa argilla nostra uscito; pure lui posto sul tornio del Vasaio Eterno: «Anfora candida della linfa divina/ per i secoli dei secoli decantata,/ l’eterno Vasaio ti tornirà col braccio che fece Adamo,/ e il tornio ancor gira. Della stessa argilla,/ vasi nuovi di dolore et d’amore, contro la terra vengon a fendersi!» (M. De Unamuno, Il Cristo di Velasquez, Morcelliana, Brescia, 1948, 25).

 

Le mani legate della libertà

Quelle del Cristo sono pure mani d’uomo legate, mirabilmente e drammaticamente descritte durante la sua prigionia dal pastore Dietrich Bonhoeffer [Qui]:

«Dolore. Mirabile metamorfosi. Le tue forti, attive mani/ sono legate. Solitario, impotente vedi la fine / della tua azione. Ma ecco, respiri e il diritto deponi/ silenzioso, consolato in mani più forti e trovi la pace./ Per un istante, felice, la libertà hai sfiorato,/ poi a Dio l’hai rimessa, che le desse perfetta pienezza» (Resistenza e Resa, Milano 1969 270-271).

Le mani legate del Figlio nell’ora della passività, afferrate e strette da quelle del Padre suo, diventano ai miei occhi l’immagine viva dell’obbedienza di Gesù, le mani della sua fede filiale.

Una comunione a Dio e a noi che agisce, resiste e si dà dunque non solo attraverso le forze che fanno crescere e plasmano la terra e la vita, ma entrano nelle forze di entropia, quelle di diminuzione, che disgregano, mortificano e annullano gli sforzi e i sacrifici dell’avventura umana, in cerca di quella libertà amante di fraternità.

L’obbedienza filiale come libertà senza mani è coniugata così in modo singolare nella figura delle mani trafitte dai chiodi del crocifisso: mani legate, inchiodate al legno.

Cristo appeso alla croce è il sacramento di una libertà nuova, quella che ha la forma dell’obbedienza filiale, che si dona tutta come corrispondenza all’amore del Padre e alla sua volontà buona di riplasmare la fraternità tra gli uomini.

Quella di Gesù è una libertà, una fede senza mani, consegnata insieme al suo spirito alle mani del Padre, una libertà attiva nella passività, amante nell’abbandono.

Questa libertà senza mani perché trafitta dall’amore, questo consenso passivamente attivo di Gesù, sono drammaticamente e insuperabilmente figurati nella crocifissione di Grünewald nel pannello centrale dell’Altare di Isenheim conservato nel Musée d’Unterlinden a Colmar [Qui].

crocifissione grunewaldLe mani del Cristo sono come rivolte verso l’altro, le palme distese e trafitte dai chiodi, quasi sopra il legno, dicono la passività dell’obbedienza filiale, la disponibilità a consegnarsi.

Le dita invece esprimono l’azione di quella libertà impotente che, nell’abbandonarsi alla libertà del Padre, salva. Esse sono in tensione verso l’alto, come se offrissero il mondo intero ed anche come se afferrassero il cielo cupo per farlo scendere sulla terra. Quelle dita sembrano anche ghermire l’oscurità della morte per lacerarla e lasciar passare la luce e la vita. Di più. Quelle dita sembrano voler trafiggere la morte e penetrare in essa come mortale pungiglione.

In corrispondenza alle mani del Cristo sono quelle della Chiesa, simbolicamente figurate nella mani della Maddalena, le quali ne esprimono la sua obbedienza credente.

Pur intrecciate nell’impotenza, incastrate tra loro e imprigionate l’una nell’altra, sono tuttavia libere perché imploranti; pur prigioniere, sono fuori da se stesse per la forza attiva della preghiera e mostrano una immobile mobilità.

Sembrano infatti partecipare alla tensione delle mani del Cristo nell’atto di una libertà che prega il Padre e a lui si affida e, affidandosi, può realmente essere libertà, che agisce in quella divina, insondabile, imperscrutabile e sommamente agente.

 

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

LO STESSO GIORNO
2 maggio 1940: rinviati i giochi Olimpici, ma li svolgeranno i prigionieri di guerra

2 maggio 1940:
vengono rinviati i giochi Olimpici, li svolgeranno i prigionieri di guerra

Tutti quanti conoscono le Olimpiadi dell’era moderna: l’evento sportivo quadriennale che racchiude i migliori campioni in quasi tutte le discipline praticate nei cinque continenti mondiali.
La competizione mondiale come la conosciamo noi si svolge per la prima volta nel 1896 nell’antica patria delle Olimpiadi, ad  Atene. Il neonato Comitato Olimpico Internazionale (CIO) radunò 241 atleti da tutto il mondo, il più grande evento sportivo mai organizzato nella storia.
Da subito un successo planetario, le Olimpiadi hanno sempre sfidato le avversità di un mondo in continua competizione, cercando di superare le avversità che nella storia hanno coinvolto i paesi di tutto il mondo.
Contrariamente alle speranze del barone De Coubertin, colui che presentò per la prima volta l’organizzazione dei giochi, in tre distinte occasioni i giochi non furono organizzati. Nel 1916 per la prima volta nella storia, a causa della prima guerra mondiale, i giochi Olimpici furono annullati. La stessa cosa avvenne a causa della seconda guerra mondiale nel 1940 e nel 1944.

Un anno dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel settembre 1940, la XII edizione dei Giochi Olimpici sarebbe dovuta andare in scena nella capitale Giapponese, a Tokyo.
Il Giappone era flagellato ormai da tre anni dalla seconda guerra sino-giapponese, il maggior conflitto mai scoppiato tra la Repubblica Cinese e l’Impero Giapponese. Il CIO non volle però rinunciare alla speranza di organizzare il maxi evento sportivo, convinti che potesse riunire le nazioni in un momento di altissima tensione. Fu così che nell’agosto del ’39 la sede della competizione fu spostata ad Helsinki, in Finlandia. Passano pochi mesi e nel settembre del ’39 scoppia ufficialmente la seconda guerra mondiale, coinvolgendo il suolo europeo nel grande conflitto.
I giochi non vengono annullati subito e il CIO continua ad incontrarsi in sedi neutrali e con permessi speciali per passare da un confine all’altro.
La guerra divaga in tutta Europa, sempre più nazioni vengono coinvolte e sempre più uomini vengono mandati al fronte a combattere. Tra guerra e devastazione questo stesso giorno, il 2 maggio 1940, gli ultimi rappresentanti del CIO si incontrano per l’ultima volta e decidono di sospendere l’imminente edizione dei giochi. In stessa sede si decide la sospensione a tempo indeterminato delle attività del Comitato Olimpico Internazionale, il quale si riunirà di nuovo solo nel 1946.

Mentre durante la guerra l’importanza dei giochi Olimpici passò in secondo piano, qualcosa di straordinario stava per succede. A pochi mesi dall’annullamento ufficiale della XII edizione, si celebrò un’edizione senza precedenti nella storia: nell’agosto 1940 si tennero i Giochi dei prigionieri di guerra internazionali.
Alcuni km fuori Norimberga, allo Stalag XIII-a, un campo di prigionia per prigionieri di guerra, detenuti belgi, francesi, britannici, norvegesi e polacchi si sfidarono in competizioni sportive clandestine.
Uno straccio rotto con cinque cerchi ad acquerello colorati sopra al posto del vessillo e l’inno olimpico suonato dall’armonica a bocca di Teodor Niewiadomski, una delle menti che organizzarono l’evento. Le gare che erano un insieme di spot, coraggio e furbizia, si tennero di nascosto dalle guardie. I detenuti si sfidarono in discipline come il lancio della pietra, il salto della rana ( una delle punizioni fisiche trasformate in sport) o addirittura in partite di pallavolo giocate in un campo disegnato per terra con gli indumenti degli stessi detenuti. Un parroco norvegese procurò palloni e alcuni attrezzi per le gare. Ai vincitori coppe ricavate dalle gavette, medaglie di cartone o un gagliardetto circondato da filo spinato. L’importante però non era vincere quei premi costruiti grossolanamente, quanto più avere un momento di libertà durante la spietata prigionia. Fu decisivo fare qualcosa per tenere occupata la mente, sentirsi per pochi istanti vivi e liberi.
Nel ’44 in molti campi di prigionia si replicò questa dinamica, persino con militari e carcerieri a competere con i detenuti durante le attività.

Sebbene negli annuali i Giochi Olimpici del ’40 e ’44 risultano non disputati, il museo dello sport di Varsavia in occasione dei Giochi del 2012 a Londra scrisse:
“No, furono disputate [le olimpiadi], in maniera precaria e al di fuori dei canoni classici, ma pur sempre tenute”

Cover: September 1964: A Japanese policeman checking the signs to be used during the opening parade at the Olympic Games in Tokyo. (Photo by Douglas Miller/Keystone Features/Getty Images) – licenza wikinedia commons

Una mattina partirò
…un racconto

Una mattina partirò
Un racconto di Carlo Tassi

Aria fresca nei polmoni questa mattina. Lascio il cuscino e mi vesto.
Un sole velato fa capolino dalla finestra. Ancora una mezzoretta e il cielo si ripulirà dalle scorie della notte.
Il mondo è più leggero… decisamente interessante!

Poi una nuova voglia: voglia di andare, di respirare, di assaggiare. Di scoprire ciò che non ho mai visto prima.
È il momento. Chiudo la porta e scendo. Uno zaino di ricordi sulle spalle e qualche carezza rimasta nelle mani.
La priorità è cancellare il tuo viso, i tuoi occhi dai miei, la tua voce dai rumori del silenzio.
Via da queste quattro mura, calde di certezze incartate, zuccherate. Basta mal di denti e mal di testa perenni, pillole e caramelle, acidità di stomaco e film già visti, commedie e commedianti.
Prendo la moto: il metallo è di razza, il motore è caldo e il serbatoio è pieno.
Sotto le ruote sento il ruvido e il secco della strada. Parto e via senza voltarmi!

Seguirò l’istinto del lupo, oltre la collina e il suo bosco. Poi altre colline e boschi fino alle montagne del nord. Attraverserò ponti e confini, la strada non finirà mai.
Il cielo sarà mio fratello e veglierà su di me.

Starò da solo, io e i miei segreti. Libero di perdermi e di scomparire.
Scamperò alle trappole del cuore. Nessun controllo, nessun programma, nessun orario, nessun appuntamento e nessun dolore.
Soltanto aria per respirare, acqua da bere e terra per riposare.

Ecco il mio viaggio: andare avanti, lontano e altrove.
Andare via e non tornare più.

Drops of Jupiter (Train, 2001)


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Carlo Tassi su questo quotidiano clicca sul suo nome.
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Lo Zar teme le libertà e l’Occidente gioca a Risiko:
il disarmo globale è l’unica realpolitik possibile

 

Non so dire quanto sia mortificante scrivere di una guerra comodamente seduto nel tepore della propria casa. E’ un esercizio quasi spudorato, perchè davanti ai nostri occhi non c’è un plastico con le basi missilistiche di latta, gli aerei e i soldatini con le divise dipinte, ma ci sono esseri umani come me, come te, come tua figlia, che dormono al freddo sotto i tubi arrugginiti di un capannone, mentre le loro case vengono bombardate da altri esseri umani – e questa è la tragedia supplementare, che non sono bestie quelli che fanno il male, perché le bestie non sono e non saranno mai così malvage da ammazzare i loro simili per una Patria, per una Nazione, per un Regno. Costruzioni mentali prettamente umane: noi non difendiamo un territorio pisciandoci attorno, noi distruggiamo l’umanità per trionfare vittoriosi, e soli.

L’unica arma è spegnere la tv (che crea inutile angoscia, oltre a riprodurre virtualmente la logica bellica, arruolando gli opinionisti tra le fila dei proputin o controputin) e leggere chi indaga e ragiona, cercando di spiegare le origini di tanto male.

Particolarmente inquietante è l’opinione di Fabio Mini, non un passante, bensì ex Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e pluridecorato comandante della missione internazionale in Kosovo. Pur avendo un curriculum atlantista inattaccabile, Mini attualmente non passa sui media mainstream nostrani, impegnati a costruire una narrazione antirussa che genera mostri culturali, tipo la cancellazione di Dostojevskji.

In una recente intervista (di cui potrete leggere ampio resoconto domani sul nostro giornale) l’ex generale afferma che la NATO non ha sottovalutato la reazione russa, ma viceversa ha fatto di tutto per sollecitarla, armando gli Stati confinanti con l’Ucraina, in particolare la Polonia, e influenzando pesantemente le dinamiche politiche in Ucraina in funzione antirussa.
Secondo lui, mandare armi in Ucraina non farebbe che rendere più sanguinoso e pericoloso il conflitto. Alla domanda su cosa dovrebbe fare l’Europa, la risposta è tranchant: “Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.”

Diverso, anche per estrazione accademica, è l’approccio analitico del criminologo Federico Varese, nostro concittadino che ha fatto ‘fortuna’ nel Regno Unito grazie al suo talento di studioso delle mafie, tra cui la mafia russa. Il suo punto di vista non è mai banale: come quando leggi le sfumature dell’animo umano descritte da un abile narratore, nel suo argomentare trovi quell’elemento obliquo capace di aprirti una prospettiva che non cogli nelle fredde, ciniche retrospettive storiche di molti altri esperti.

In questa sua intervista (qui), apparsa di recente su La Voce di New York, Federico ipotizza che l’elemento che ha mosso Vladimir Putin verso la sciagurata e criminale decisione di invadere l’Ucraina non sia da ricercare tanto o solo, come sostengono molti (tra i quali l’appena citato generale Mini), nella minaccia (percepita o reale) dell’accerchiamento ad opera di una NATO sempre più vicina, attraverso i Paesi ad essa progressivamente aderenti, ai confini russi. Questa ricostruzione, preferita dagli studiosi che colpevolizzano le mosse dell’alleanza difensiva occidentale, rendendole concausa della precipitazione degli eventi, si concentra sulle iniziative dei governi, dei potenti, dei vertici. Sono personalmente persuaso che questa ricostruzione contenga elementi di verità, ma essa guarda solo alle decisioni assunte da chi detiene le leve del potere, conferendo preminente importanza alla capacità di manipolare i popoli.
L’interpretazione di Federico Varese esamina le cause da una prospettiva diversa. Putin non era tanto preoccupato dell’adesione alla NATO di paesi limitrofi, quanto del fatto che in alcuni di questi paesi – segnatamente la Georgia e l’Ucraina – si fosse sviluppata una dinamica democratica, costellata di molte fragilità, battute d’arresto e pesanti contraddizioni, ma comunque espressione di istanze provenienti da una parte della popolazione; e che questo processo potesse scatenare un ‘effetto domino’, una saldatura tra questi moti e le istanze provenienti da una parte della popolazione russa.

Quando si parla di “processo democratico” in Ucraina, o in Georgia, non è probabilmente corretto leggerlo in astratto, con le nostre lenti di ‘democratici atlantici’. Se lo facciamo, concludiamo ben presto che in Ucraina non c’è una democrazia, ma c’è una guerra civile che dura da almeno otto anni; che non può essere definito democratico uno stato che vanta tra le file ufficiali del suo esercito il battaglione Azov, infestato da neonazisti. Le contraddizioni sono battute d’arresto (anche tragiche, anche sanguinose) dentro un faticoso percorso di affermazione della volontà popolare attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, strumenti che non appartengono alla tradizione di un paese come l’Ucraina.

Eppure, se leggessimo certi eventi nostrani unendone i punti per ricavarne una (sinistra) trama, nemmeno l’Italia potrebbe essere considerata una nazione pienamente democratica: lo storico che ricostruisse i nostri anni post bellici fino alla caduta del muro di Berlino troverebbe Gladio, le stragi di Stato, la Loggia P2, le cellule neofasciste utilizzate come braccio stragista di una “strategia della tensione” orchestrata anche dai nostri servizi di intelligence. Quello storico faticherebbe a non ammettere che anche la nostra dinamica democratica sia stata gravemente condizionata dall’ ombrello della NATO. Per un lungo periodo l’Italia è stato un paese a sovranità limitata; l’analisi del contesto internazionale che portò Berlinguer, nel 1973, a partorire l’idea del “compromesso storico” è lì a dimostrarlo. E tuttavia, potremmo da questo tragico filotto di eventi trarre la conclusione assoluta che l’Italia non è uno stato democratico?

Ecco, riflettendo meglio, forse sono proprio le lenti che dovremmo indossare, da democratici mediterranei più che atlantici, che potrebbero aiutarci a leggere la guerra in Ucraina con quella acutezza laterale che ritrovo in Federico Varese. Se l’Italia, invece di Berlinguer e Moro (politici dotati di un altissimo senso della responsabilità) avesse avuto uno Zelensky (personaggio di tutt’altra statura), cosa sarebbe potuto accadere al nostro paese, già martoriato da decine di tragici attentati?

L’Italia aveva il più grande partito comunista d’Europa, ed è innegabile che attraverso questo veicolo le istanze delle classi subalterne stessero raggiungendo il livello più alto della rappresentanza. Da cosa era spaventato il potere atlantico? Dal fatto che il Patto di Varsavia potesse estendersi all’Italia o dal fatto che la classe subalterna potesse salire al potere attraverso il suo principale strumento di partecipazione democratica?
Nel 1976 Enrico Berlinguer azzerò ogni possibilità di equivoco, affermando che si sentiva più tranquillo sotto l’ombrello della Nato, ma aggiunse subito: “Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.”.

Anche lo storico Marcello Flores, in un articolo apparso sulla rivista Il Mulino (qui) afferma che il pericolo che avverte Putin non va letto con le lenti della Guerra Fredda: “Il «pericolo», tuttavia esiste, ma è un pericolo politico che Putin non può tollerare: quello di avere ai propri confini Stati che stanno – con fatica, lentezza e contraddizioni – camminando verso la democrazia e la libertà. Un pericolo di contagio democratico, questo è il motivo della faccia feroce che Putin da anni sta facendo sui suoi confini orientali, dietro la scusa della «minaccia» della Nato e dell’allargamento dell’Unione europea.”

Secondo Flores, Putin teme più di ogni altra cosa la democrazia, il libero dibattito, lo sviluppo di una opposizione interna, la libera informazione.
Lo dimostrano i fatti che elenca in successione: “Il rafforzamento della repressione in Cecenia, la guerra contro la Georgia per l’Ossezia del Sud nel 2008, la costruzione di una dittatura sempre più forte all’interno, segnata dalle uccisioni di Anna Politkovskaja nel 2006, di Boris Nemtsov nel 2015, dal tentativo di omicidio e dall’incarcerazione di Aleksej Naval’nyj nel 2020-21, dalla messa fuori legge di Memorial, non ha spinto a vedere nella strategia di Putin un mutamento profondo rispetto sia agli anni della Guerra fredda che al decennio dopo di essa..

Particolarmente inquietante sotto questo aspetto appare la “dichiarazione congiunta” Russia-Cina del febbraio scorso, in cui (scrive sempre Flores) si teorizza l’ “inizio di una «nuova era» in cui non è più determinante la “democrazia dell’occidente” ma ogni nazione possa scegliersi le «forme e metodi di attuazione alla democrazia che meglio si adattano al loro stato»”.
Se gli Stati Uniti possono essere accusati di avere esportato la “democrazia liberale” a suon di bombe o colpi di stato, Russia e Cina teorizzano ora una “democrazia non democratica”, su misura della nazione imperiale di turno (a tal proposito dovrebbe destare molta preoccupazione il destino di Taiwan).

L’originalità dell’analisi di Fabio Mini (oltre che dal fatto di provenire da un ex generale di primo piano nello scacchiere NATO) risiede nel sollevare il velo d’ipocrisia filoatlantica che imperversa sui principali media: se Putin è un criminale (e non da oggi), chi ha bombardato Belgrado per settanta giorni per ‘difendere’ il Kosovo autoproclamatosi indipendente (cioè la NATO) lo è stato altrettanto.
Mi limito ad un esempio geograficamente vicino per non allargare il campo alle innumerevoli guerre di “difesa” o “instaurazione forzosa” della democrazia combattute nel mondo dall’Alleanza Atlantica. Aggiungo che, mentre Ucraina e Russia condividono un vasto confine, la distanza tra Washington e Pristina è di circa settemila chilometri …

La peculiarità delle argomentazioni di Varese e Flores sta nella sottolineatura di quanto le spinte libertarie che provengono dal basso siano percepite come il massimo dei pericoli per una tirannide o un regime totalitario; che quindi l’aggregazione libera e democratica delle persone conta eccome, quando invece una narrazione cinica sembra attribuire valore, per le sorti del mondo, solo ai comportamenti delle elites economiche e militari. Che quindi il popolo non è solamente una massa indistinta di persone che possono essere manipolate, ma può essere ancora il motore dei cambiamenti.

Varese e Flores gettano una luce sul terrore del tiranno per le istanze di libertà.
Mini illumina con un faro di pragmatismo la situazione russo-ucraina, suggerendo una dose di sano realismo per evitare l’allargarsi del conflitto.

Un tempo si chiamava realpolitik. Non è azzardato affermare che l’avvento degli armamenti nucleari ha costituito una cesura tra la guerra novecentesca e la guerra del futuro. La guerra del futuro non solo non ha vincitori né vinti, soprattutto tra i popoli. Ma potrebbe non avere più il genere umano, per come lo conosciamo, a ricostruirne storicamente genesi e svolgimento, nelle generazioni a venire.

Mentre i ministri dell’Europa (nano politico-diplomatico) si fanno deliberare un aumento delle spese militari, non è paradossale affermare che il concetto di realpolitik adesso è traslato verso un’idea che cinquant’anni fa veniva tacciata di utopia e tuttora viene considerata da molti stupido idealismo: l’idea di un pianeta disarmato, che ha bandito l’ipotesi stessa della guerra. Che ha maturato il tabù della guerra. E’ questo il più elevato livello di realpolitik al quale l’umanità dovrebbe ormai guardare: se non per convinzione, per necessità.

Cancel culture
La CULTURA della CANCELLAZIONE della CULTURA

 

Utilizzata nel 2017 come tecnica di boicottaggio mediatico dal gruppo afroamericano Black Twitter, eletta dal Maquarie Dictionary a ‘parola dell’anno 2019’ con la definizione di ‘atteggiamento all’interno di una comunità che richiede o determina il ritiro del sostegno ad un personaggio pubblico’, l’espressione Cancel Culture è stata prelevata e rivolta contro le rivendicazioni del Black Lives Matter Movement nel 2020, prima dal senatore repubblicano Tom Cotton, poi dall’ex presidente americano Donald Trump.

Da allora in poi la distorsione della locuzione si è estesa a colpevolizzare tutte quelle pratiche iconoclaste, scatenate dal desiderio di riformulazione del passato, attraverso la rimozione e la sostituzione di statue, monumenti, memoriali e toponomastica considerati emblemi dello schiavismo, del colonialismo e della discriminazione razziale, eretti dai regimi coloniali e mantenuti dalle cosiddette ‘democrature’: finte democrazie, sistemi di governo pseudodemocratici, dittature costituzionali, nei quali i cittadini, oltre al fatto che si tengano delle elezioni, sono completamente tagliati fuori dalle decisioni di tutto ciò che concerne l’esercizio del potere e il rispetto delle libertà civili.

Mentre negli USA e nel resto del mondo, Italia inclusa, le Forze di Polizia sono divenute il volto del fallimento dello Stato nel provvedere ai bisogni fondamentali delle comunità, mentre sempre più persone si stanno convincendo che è meglio de-finanziare e ridurre l’attività degli apparati di polizia sostituendoli con soluzioni civili e non militari, il contenuto di un appello scritto negli USA a soli tre mesi dall’uccisione di George Floyd, mette di fronte alle proprie responsabilità, in materia di intolleranza culturale, non solo il revisionismo di destra, ma anche il cosiddetto ‘liberalismo di sinistra’.

Nei social media, “to cancel someone” è diventato un modo di dire per intendere “togliere il like”, “smettere di seguire” o “togliere il supporto a qualcuno”.
Sull’Urban Dictionary la definizione del 2018 è: “To dismiss something/somebody. To reject an individual or an idea”, letteralmente “Scaricare qualcosa o qualcuno. Rifiutare un individuo o un’idea”.

Utilizzato in maniera intercambiabile con il termine “woke!” (sveglia! stai in guardia! occhio!) per richiamare l’attenzione dei propri contatti su qualcuno o qualcosa che oltrepassa il limite, con “cancel culture”, traducibile come “cultura della cancellazione”, si è iniziato ad intendere quel fenomeno che riguarda movimenti e gruppi spontanei di persone che esercitano pressioni per la rimozione dalla produzione di prodotti culturali o delle persone e aziende che si sono rese colpevoli di discriminazione nei confronti di minoranze, etnie, generi e pensieri.

In questo senso, l’idea di cancellare qualcuno o qualcosa, è il primo passo delle molte altre forme di online shaming (vergogna online) come le recensioni negative, il call out, il doxing, il body shame, rivolte nei confronti di celebrità, dirigenti e personaggi politici.

La Cancel Culture è però stata concepita e viene difesa come una forma spontanea di hacktivismo digitale (hacking + activism) e indica sia le azioni rivolte contro criminali o autori di pratiche poco trasparenti da denunciare e da portare all’attenzione dei colleghi, del pubblico e delle autorità, sia quelle proprie della disobbedienza civile in rete, per protestare contro il mancato rispetto dei diritti civili e contro gli abusi di potere.

La Cancel Culture, come ideologia, non esiste, e da parola impiegata per indicare le pratiche di coloro che hanno messo in discussione l’operato di governi, partiti politici e multinazionali organizzando siti web di controinformazione, petizioni online e altri strumenti per l’abilitazione di tutti i cittadini alla libera comunicazione elettronica, è divenuta un’etichetta che la destra statunitense e, a cascata, la stampa mondiale, ha affibbiato a tutto ciò che riguarda le lotte per i diritti civili.

Evocare lo spauracchio del nuovo fantasma della cultura della cancellazione che si aggirerebbe per il mondo, fa comodo prima di tutti alla destre, ai conservatori, e si sta rivelando molto utile a spostare l’attenzione, a banalizzare concetti come dissenso e libertà di espressione, criminalizzare il boicottaggio come forma di protesta e mistificare un’infinità di fatti e significati sul tratto forte, distintivo del nostro tempo: il totale, sistematico e contraddittorio annullamento di ogni aspetto della realtà, della storia e…dell’appartenenza politica.

Nel mese di luglio 2020, negli USA, nel pieno delle rivolte per la brutale uccisione di George Floyd, 153 intellettuali di vari paesi hanno firmato una lettera-petizione e lanciato un appello contro l’intolleranza culturale.

L’idea è stata lanciata da Mark Lilla, storico delle idee e professore alla Columbia University, e dallo scrittore Chatterton Williams dopo che il direttore delle pagine editoriali del New York Times, James Bennet, si è dovuto dimettere per aver approvato la pubblicazione di un articolo di un senatore repubblicano che chiedeva una risposta militare e che “fossero mandate le truppe” per sedare i disordini dovuti alle proteste del Black Lives Matter Movement con una “dimostrazione di forza schiacciante”.

Un caso di intolleranza capitato anche ad autori i cui libri sono stati ritirati dal commercio per presunte falsità o a docenti ripresi per aver parlato in classe di specifiche opere letterarie controverse – ha spiegato Lilla – riportando tanti altri esempi di scrittori, editori e giornalisti allontanati da istituzioni e realtà lavorative per aver espresso le proprie opinioni o per non aver censurato quelle altrui: “I redattori vengono licenziati per aver pubblicato pezzi controversi; i libri vengono ritirati per presunta inautenticità; ai giornalisti viene impedito di scrivere su certi argomenti; i professori vengono indagati per aver citato opere di letteratura in classe; un ricercatore viene licenziato per aver fatto circolare uno studio accademico sottoposto a revisione paritaria; e i capi delle organizzazioni vengono estromessi per quelli che a volte sono solo errori maldestri. Qualunque siano le argomentazioni su ogni particolare incidente, il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che può essere detto senza la minaccia di rappresaglie”.

Tra i firmatari e le firmatarie della “Lettera sulla giustizia e sul dibattito aperto (A Letter on Justice and Open Debate), compaiono l’attivista femminista Gloria Steinem, nomi della sinistra radicale come Noam Chomsky, conservatori come David Brooks, accademici come Francis Fukuyama, scrittrici e scrittori come Meera Nanda,  Margaret Atwood, Joanne K. Rowling, Salman Rushdie, Martin Amis, Ian Buruma, Jeffrey Eugenides, giornaliste e opinionisti come Olivia Nuzzi, Anne Applebaum, Fareed Zakaria, David Frum, George Packer e personalità provenienti da svariati ambienti, come lo scacchista Garry Kasparov e il jazzista Wynton Marsalis, uniti dalla preoccupazione che il libero scambio di informazioni e idee posto alla base della democrazia, stia diventando “sempre più limitato”, “ogni giorno più stretto” e mossi dalla convinzione che “stiamo pagando un caro prezzo per tutto ciò, nella misura in cui scrittori, artisti e giornalisti non rischiano più nulla perché sono terrorizzati di quello che potrebbe succedergli non appena si discostano dal consenso e non si uniscono al coro».

Il testo si apre con una lista di rivendicazioni -è giusto chiedere giustizia sociale; è giusto chiedere una riforma della polizia; è giusto considerare la destra come una minaccia per la democrazia- che lasciano rapidamente spazio a un discorso che non ammette eccezioni: gli autori denunciano come anche negli spazi progressisti ci siano reazioni aggressive alle idee e alle critiche.

Dopo le proteste, un dipendente comunale lava via la scritta “Defund the Police” dalla strada fuori dal dipartimento di polizia di Atlanta. (Foto di Alyssa Pointer / Atlanta Journal-Constitution )

Il contenuto della lettera ha creato scalpore e consensi a livello internazionale come primo accenno di rivolta intellettuale sia contro la minaccia alla democrazia proveniente da destra che contro l’intolleranza della cosiddetta “sinistra liberale”.

Liberalismo di sinistra o sinistra liberale sono termini fuorvianti per indicare quella corrente di pensiero né liberale, né di sinistra – e che anzi su molte questioni fondamentali risulta agli antipodi di entrambe queste tradizioni politiche – portata avanti dai partiti moderati di centro sinistra che hanno preparato l’ascesa delle destre non solo con scelte di ordine economico schierandosi con i vincitori della globalizzazione neoliberista, ma anche di ordine politico e culturale, attaccando i valori e gli stili di vita di coloro che un tempo erano i loro elettori di riferimento, ridicolizzando i loro problemi, le loro lamentele e la loro rabbia, finendo con il far assumere ai propri esponenti l’identità di opportunisti voltagabbana passati dall’altra parte della barricata.

I firmatari, dopo aver osservato come le imponenti proteste per la giustizia razziale stiano portando a sacrosante richieste di riforma della polizia, insieme ad appelli più generali per una maggiore uguaglianza e inclusione sociale, sottolineano come anche le istituzioni culturali stiano affrontando un momento difficile che favorisce solo e soltanto il conformismo ideologico, in un clima di intolleranza, oscurato dalla tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in riduttive e accecanti certezze moraliste.

Mentre ci si aspetterebbe tutto ciò dalla destra, la censura, il livellamento ideologico e il dogmatismo si stanno diffondendo anche dalla cultura di sinistra, limitando sempre di più il libero scambio di informazioni e di idee, abbassando sempre di più il livello intellettuale del dibattito e limitando la capacità di partecipazione democratica di tutti: “Noi affermiamo l’importanza delle opinioni contrarie, espresse con forza e anche in modo tagliente, da qualunque parte provengano. La strada per sconfiggere le idee cattive è smascherarle, argomentare e persuadere, non cercare di metterle a tacere o sperare che scompaiano”.

La lettera, pubblicata un anno fa sulla rivista Harper’s Magazine poi rilanciata dal New York Times e da molte altre testate internazionali, ha suscitato apprezzamenti e critiche quando il neologismo Cancel Culture era appena entrato nel lessico comune di attivisti, giornalisti, commentatori politici e artisti nordamericani, per descrivere fatti di accesa critica e tendenza all’ostracismo, alla censura, al bullismo digitale, al public shaming, avvenuti nei confronti di chi avesse espresso opinioni non in linea con quella che si caratterizza come la “cultura dominante” o come la religione civile del “politicamente corretto”.

Benché nella lettera il riferimento risulti evidente, l’espressione “cancel culture” non compare e non viene nominata, così come non viene fatto alcun riferimento al revisionismo o alla furia iconoclasta dell’abbattimento delle statue.

Compatti nel denunciare l’intolleranza culturale e nel difendere la libertà di pensiero e parola, nella lettera il gruppo di intellettuali celebra “le richieste più ampie di maggiore uguaglianza e inclusione nella società” scaturite dalle proteste, sottolineando però come insieme a queste si fosse “intensificata una nuova serie di atteggiamenti morali e politici che tendono a indebolire le norme di dibattito aperto e tolleranza delle differenze a favore del conformismo ideologico”.

Una deriva respinta rifiutando dogmi, censura e coercizione: “Le forze illiberali stanno guadagnando forza nel mondo (…). L’inclusione democratica che vogliamo può essere raggiunta solo se facciamo sentire la nostra voce contro il clima intollerante che ha preso piede in tutte le parti”.

L’ideale del liberalismo è la libertà, perché solo nella libertà, cioè in una condizione che li affranchi da qualsiasi vincolo e controllo, gli esseri umani trovano gli stimoli per dare il meglio di sé stessi e progredire intellettualmente e socialmente: il primo caposaldo del liberalismo, pertanto, è la tolleranza nei confronti delle opinioni altrui.

Il tipico liberale di sinistra, invece, si caratterizza per un atteggiamento diametralmente opposto: un’estrema intolleranza verso chiunque non condivida la sua visione delle cose e tenti di svincolarsi dall’imposizione di ideologie dogmatiche che non ammettono confronto, critica e discussione.

14 giugno 2020, Milano, un addetto del comune pulisce le scritte contro la statua di Montanelli nei giardini di Porta Venezia (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Oltre che negli USA, il liberalismo di sinistra ha svolto ovunque un ruolo importante nel declino e nella caduta del dibattito politico e culturale.

L’impoverimento, la precarietà, l’insicurezza sociale, l’indebolimento dei legami sociali, l’evaporare di identità collettive: sono questi i temi qualificanti della “ragione liberista” sia di centro destra che di centro sinistra.

L’imperante ”estremismo di centro” cioè quel modo d’essere politicamente dominante e “politicamente corretto” che garantisce libertà di espressione e di organizzazione politica ma che nega anche con violenza ogni possibilità di condizionare, influire, combattere ad armi pari con l’oligarchia globale, sta negando da un lungo periodo di tempo ogni vera possibilità di scelta elettorale, perché i partiti di centro destra e di centro sinistra perseguono sostanzialmente lo stesso tipo di politiche, convinti che non possano esistere alternative alla dominante globalizzazione neoliberista.

Declinato a destra con xenofobia, razzismo, elogio del libero mercato e delle differenze di classe e di censo, ammainate a sinistra le bandiere dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà, l’incitamento all’odio delle destre e l’intolleranza dei liberali di sinistra si stanno dimostrando vasi comunicanti che hanno bisogno, si rafforzano e si specchiano l’uno nell’altro.

Per far riferimento e proporre un metodo di analisi sull’azione congiunta svolta da entrambe le parti sul martoriato corpo delle nostre società civili o sulle implicazioni del passato storico del colonialismo, andrebbe coniato il termine e approfondito il concetto di “Cultura della Cancellazione della Cultura”.

In copertina: Banksy: Graffiti Removal, Leake Street, Londra 2008.

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La catena dell’amore
…un racconto

La catena dell’amore
Un racconto di Carlo Tassi

C’era una volta un tempo d’attrazione e sincerità, di passione e complicità.
Forgiammo la catena dell’amore, fatta di promesse, certezze e miele nel cuore.
Due anime pure, sedotte, ubriacate. La mia e la tua, dolcemente incatenate.

I giorni trascorrevano lieti, leggeri, colorati.
Dolcezza nel palato, il sapore d’un sogno realizzato.
Dare tutto per scontato: ogni storia è una torta con crema e cioccolato.

Poi qualcosa si rompe.
I giorni uguali ai giorni, la noia sopraggiunge, il silenzio corrompe.
È capitato. L’amore è consumato, eroso, rovinato. Un boccone masticato.

Una voce dice: Non piangere sul latte versato, svegliati che il sogno è finito,
esci e cammina finché non sarai guarito!

Ma la catena non si spezza.
Stringe il petto, toglie il fiato. Il pensiero resta appeso, malato, stremato.
Da rifugio a prigione. Crudele la lezione, continua forzata la comunione.
Incatenati per amore, schiavi volontari, pronti al sacrificio,
pazzi e felici, agnelli tra le braci.

Questo eravamo, questo siamo, questo saremo.

E ciò che fu dolce un tempo, amaro è diventato.
La catena che un tempo proteggeva, ora è filo spinato.

Perché il passato non si cancella, resta intatto nella memoria,
doloroso inno alla vana gloria.
E la catena resta intatta,
ci avvinghia, ci controlla: la volontà annulla, l’anima incolla.
Perché la catena è invisibile, invincibile.
I nostri cuori cattura, ferisce, consola e cura.
E rivive il ricordo sbiadito d’un profumo perduto,
struggente retaggio di ciò che s’è vissuto.
Perché sublime è il rimpianto, irresistibile l’incanto.

Tutto è racchiuso in questa nostra indistruttibile,
rassicurante, spietata catena.

Il tempo dirà se n’è valsa la pena.

The Chain (Fleetwood Mac, 1977)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

Vito Mancuso

Il peso dell’uguaglianza

 

È il 1869 quando a Kaunas, in Lituania, viene alla luce una bambina di nome Emma Goldman.
Le ostilità alle quali è soggetta la famiglia ebraica dei Goldman vanno solamente ad incrementare il clima teso innescato dal carattere autoritario del padre tra le mura domestiche.
A soli 15 anni decide di partire per gli Stati Uniti: voleva vedere il mondo, trovare sé stessa, diventare una donna.
Peripezie varie la portano a diventare, già negli anni ’30 del 1900, il simbolo della fierezza anarchica e della lotta femminista.
Tra battaglie e arresti -i più eclatanti dei quali furono causati dall’audacia delle sue campagne sul controllo delle nascite e il libero amore- lottò fino alla fine dei suoi giorni per garantire pari diritti ai più discriminati. 

Ellissi temporale al 27 Ottobre 2021: “Che gioia sapere che l’Italia ha saputo ritrovare le sue radici e i suoi valori. Che gioia sapere che possiamo garantire un futuro migliore ai nostri bambini senza indottrinamenti o ideologie.”. [Vedi qui] In questo modo il Senatore Simone Pillon si rallegra per l’affossamento del DDL Zan sul suo  profilo Instagram.

Le urla e i festeggiamenti fanno da sottofondo al decadimento del progresso mentre l’Aula vede l’elevazione del degradamento patriarcale.

Prima di qualsiasi tipo di commento, ci terrei a mettere un po’ di chiarezza sulla natura di questo disegno di legge che tanto sentiamo nominare in questi ultimi giorni e che tanti continuano a male interpretare.
 Il DDL Zan, o per utilizzare il suo nome tecnico “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” è un disegno di legge che prevede di prevenire e contrastare qualsiasi tipo di discriminazione basata su sesso, genere, orientamento sessuale, disabilità o identità di genere incrementandone le pene.
Nei 10 articoli che compongono questo disegno di legge è prevista l’estensione dei reati d’odio per discriminazione razziale, etnica o religiosa a chi discrimina omosessuali, donne, disabili. Sostanzialmente, prevede di tutelare tutti coloro che, non per ideologie, ma per natura, possono essere soggetti a discriminazioni e crimini d’odio.

A parer mio più che di un disegno di legge si tratta di semplice decenza umana.
Nel mondo utopistico nel quale nonostante tutto credo ancora, discriminazioni di questo tipo dovrebbero essere solamente un lontano ricordo. Un paese civile non avrebbe bisogno del DDL Zan.

E qui casca l’asino: tra gli schiamazzi di chi dichiara che una legge contro l’omotransfobia è inutile e indottrinato da ideologie, possiamo distinguere chi afferma che un’applicazione del DDL non avrebbe senso perché siamo tutti tutelati allo stesso modo – per non parlare di chi è convinto che verrebbe addirittura messo in una posizione di svantaggio.
“Fine del delirio Gender” possiamo leggere su Libero. Alessandro Zan, circondato da un alone rosa molto simile a quello di uno spot contro l’AIDS degli anni Ottanta, condiviso sui canali social dall’europarlamentare leghista Silvia Sardone.

Miei cari italiani bianchi, eterosessuali e di mezz’età, ci terrei dirvi che, se non avessimo bisogno del DDL Zan, molti ragazzi e ragazze non verrebbero sbattuti fuori di casa per aver avuto il coraggio di confessare il proprio amore.
Che lavoratori con difficoltà motorie verrebbero assunti senza problemi per incarichi nei quali non è richiesto alcun tipo di sforzo fisico.
Che ai colloqui di lavoro non dovrebbero permettersi di chiedermi se ho intenzione di avere figli.
Che solo perché nella vostra coltre di oscurantismo non riuscite a vedere che qualcosa che non vi riguarda non cessa di esistere non deve rimetterci chi soffre.
Che se per indottrinamenti ed ideologie intendete la libertà di espressione qualcosa nella vostra formazione personale è andato storto.
Che la religione che tanto professate è basata sull’amore e non sull’odio.

“L’elemento più violento nella nostra società è l’ignoranza”, scriveva Emma Goldman novant’anni prima dall’eccidio di chi vuole ammutolire chi non vuole tacere. Oggi l’Italia l’ha delusa.

Cina

IL VIAGGIO DI VALENTINA (2)
Dal Giappone al Vietnam, Cina e Hong Kong

Tutto è cominciato con un biglietto di sola andata per il Giappone, ma l’avventura di Valentina Brunet, 33 anni, proveniente dal cuore delle Dolomiti, è andata ben oltre l’idea iniziale, assumendo i toni di una vera esplorazione e scoperta di una geografia esteriore e in se stessa. Valentina si racconta in un’intervista che ci porterà là, dove tutto comincia e si evolve.

Partiamo dal Giappone, Valentina, dove ha inizio la grande avventura.

Là in Giappone [Qui] ho percorso in autostop per tre mesi l’intero tratto tra Tokyo e Fukuoka, città ricca di storia, indecisa se continuare il viaggio raggiungendo le Isole Okinawa o spingermi fino a Taiwan [Qui], la piccola nazione a soli 180 km dalle coste cinesi. Non volendo farmi mancare nulla, ho optato per visitare entrambi i luoghi, adottando come modalità di trasferta l’immancabile autostop, perfino sullo scooter di un ragazzo conosciuto su un sito di viaggiatori.

Concluso il tuo soggiorno in Giappone, è la volta del Vietnam [Qui], dove ha origine la grande avventura da cicloviaggiatrice.

Sono atterrata a Ho Chi Min (Saigon), la più popolosa città vietnamita del Sud, famosa per il ruolo chiave che rivestì nel corso della Guerra del Vietnam. Uno dei primi giorni di permanenza, ho acquistato una bicicletta, provando sensazioni che andavano dall’entusiasmo ed emozione, alla preoccupazione e alla consapevolezza di una nuova autonomia del viaggiare. Una cosa inaspettata, decisa all’istante.

Com’è stato il tuo approccio con quel Paese?

Ero impegnata in uno spostamento continuo non progettato e non pianificato e forse per questo affascinante e sorprendente. Ho trovato alloggio per cifre irrisorie tramite una delle tante piattaforme online, ma anche tanti expat, all’insegna dello scambio culturale, o piccoli ostelli. E se la gastronomia è un aspetto di culture e tradizioni, ho colto subito le differenze cibandomi di zuppa di cartilagini di ginocchio di maiale, café sua da (caffè, latte condensato e ghiaccio, che diventerà il mio vizietto di metà mattina), succo di canna da zucchero, ravioloni ripieni di bacarozzi e altre amenità.

Cosa ricordi con più enfasi del soggiorno di una settimana a Saigon?

Nella visita generale di Saigon, il traffico impressionante di quella città: schiere di scooter rumorosi e indisciplinati, la mancanza di indicazioni e riferimenti geografici per uscire e continuare il mio percorso, la pioggia continua e il fango, l’impegno nella ricerca per equipaggiare la mia nuova bicicletta con lo stretto necessario per ripartire: un caschetto, il materiale per ingegnarmi dei guanti, una pompa, indumenti, il contachilometri, il porta telefono e delle drybags da riempire con le mie cose, dei moschettoni. Oltre lo zaino da 75 lt.
Ricordo anche la mia determinazione nell’affrontare l’ignoto.

Come si è rivelato il resto del viaggio attraverso il Vietnam?

Il primo impatto è stato disorientante: uscita dalla città, puntando al Vietnam del Nord, quello che su maps.me risultava un ponte sul fiume Mekong, si è trasformato in un tunnel sott’acqua. La ricerca di ponti e punti di attracco è stata faticosa ma una volta allontanatami, ho assaporato la libertà di pedalare attraverso i villaggi, l’assenza di macchine, l’acqua azzurrissima, le palme, le case su palafitte dei pescatori, l’incontro con persone cordiali e amichevoli come Nafal, che viaggiava verso il Laos, destinazione India, e mi ha accompagnata per un tratto. Grazie a lui ho potuto dormire nei templi buddisti, disseminati lungo il percorso, dove non vengono accettate donne sole. Siamo stati invitati alla commemorazione di un defunto nel retro di un negozio di sanitari, dove i tavoli conviviali erano stati allestiti tra le tazze dei water in esposizione. Grandi e profondi discorsi, confronto di opinioni, risate con Nafal, che ha perso la vita con la sua bicicletta, poco tempo dopo in India, travolto in un incidente stradale.

Cosa ti ha riservato il breve soggiorno ad Hanoi, Capitale del Vietnam del Nord?

Nei pressi di Hanoi, ad Hai Phong, ho fatto volontariato come insegnante di inglese; ho dato qualche lezione privata per poter acquistare il portapacchi anteriore della bici. Aspettavo anche delle borse nuove, gentilmente speditemi da Dino Lanzaretti, uno dei più conosciuti cicloviaggiatori italiani, scandalizzato da ciò che aveva visto in foto su fb (!). Attendevo anche il visto per la Cina, dove ero intenzionata a fare una breve visita. In quei giorni ho conosciuto molti appassionati di cicloturismo, scoprendo un mondo attorno a questo tema. Scambi di informazioni, consigli, indicazioni, raccomandazioni mi hanno fatto capire che non ero sola e… Julien, un ragazzo francese dagli occhi azzurro ghiaccio, in viaggio da sei anni, un incontro magico, di quelli che fanno sognare e al momento degli addii fa inumidire gli occhi.

Dal Vietnam alla Cina. Cosa ci racconti?

La prima difficoltà è stata la comunicazione: la lingua mandarina è ostica, fatta di ideogrammi e tonalità vocali per me incomprensibili, anche se mi affidavo a un podcast che risolveva solo parzialmente. Ho rinunciato. Una seconda difficoltà che mi ha creato disagio è stato il repentino cambio di temperatura rispetto al Vietnam: pioggia battente e freddo. Un percorso fatto di saliscendi e terreno collinare continuo. Un ingresso in Cina [Qui] faticoso ma, in preda al dolore della perdita, sentivo ancora Nefal che mi incoraggiava e mi pedalava accanto. Tra una salita e l’altra qualche famiglia mi ospitava generosamente, condividendo quel cibo delizioso ma pieno di glutammato, che nelle cucine asiatiche sta accanto al sale in grandi barattoli.

Prima di proseguire, hai voluto fare una breve interruzione visitando Hong Kong.

Sì. La prima fantastica scoperta è che non esiste solo uno spettacolare skyline e una fitta concentrazione antropica, ma il 75% dei suoi territori è parco nazionale, dove posso sostare in aree attrezzate con barbecue e servizi, godendomi anche il verde, i sentieri curati e ben segnalati. Spostarsi in bici nella città non è facile, non è un posto bike-friendly. Mi è venuta l’influenza, ma ho reagito bene e una volta ripresami, ho deciso di farmi un visto in ambasciata per il Myanmar con lo scopo di frequentare un corso di meditazione Vipassana, di cui mi avevano parlato. Ho lasciato la bicicletta a Hong Kong [Qui] e ho affrontato questa nuova, dura e indimenticabile esperienza. Tornata in città, ho ripreso il mio mezzo a cui avevo anche dato un nome: Rosa.

Come si è svolto il tuo viaggi cinese?

Proseguendo in Cina, nel tragitto per Pechino alternavo greenway a strade trafficate, senza alcuna divisoria tra auto e biciclette. Per campeggiare la notte, cercavo zone tranquille, nascosta tra le frasche, vicina ai corsi d’acqua, tra insetti e rospi, sempre sul ‘chi va là’. Ho utilizzato anche la ferrovia, caricando la mia bici, in quelle stazioni dove era ammessa, per una tratta di 27 ore. Era una terza classe, in compagnia di contadini e un gran fermento, dove tutti sputavano le bucce dei semi di girasole e non solo quelle, tra odori di ogni genere. Erano scompartimenti con letti a castello e le lenzuola non venivano mai cambiate tra un viaggiatore e l’altro. Di solito tutti si coricano indossando le scarpe e il mio coinquilino lasciava penzolare un piede bendato e sanguinante. In Cina il paesaggio è pesantemente industrializzato, il traffico esasperato e il grado di inquinamento insostenibile.

Cosa hai visitato arrivata a Pechino?

Spostandomi necessariamente con l’autobus, ho visitato la Muraglia cinese, l’ambiziosa opera architettonica a protezione degli attacchi esterni, ma anche linea di confine tra l’impero cinese e i ‘barbari’. Ho visitato Pechino in generale, perché non c’era molto tempo e il breve visto scadeva. Ero concentrata su ciò che mi attendeva in Mongolia, l’attraversata successiva e ho sostato nelle città di Chengdu e Chongqung per riposare, in attesa di condizioni climatiche più favorevoli prima di affrontare il deserto dei Gobi. Ma questa è un’altra storia che racconterò la prossima volta.

Segui tutti i lunedì su Ferraraitalia le interviste a Valentina Brunet, rilasciate durante l’intero percorso.

SUM, ERGO COGITO
Essere liberi vuol dire pensare.

 

Quando sento dire, e non da ragazzi ingenui e spontanei, che l’obbligo della certificazione verde implica togliere la libertà e che rappresenta un provvedimento paragonabile alle leggi fasciste, mi sento sconfortata. Sconfortata non solo perché questo indica che si è persa la capacità di usare la logica, ma soprattutto perché dimostra che lo studio della storia come maturazione di società, cultura e umanità sta scomparendo Una storia ridotta alla sola acquisizione di un accumulo indiscriminato e una giustapposizione di dati, senza riflessione.

La creazione del green pass è stata fatta proprio per garantire la libertà di tutti: se ci fosse stato l’obbligo del vaccino questa misura non sarebbe stata necessaria, ma il governo per adempiere al suo compito democratico l’ha ideata e implementata per rispettare due diritti: la salute di tutti e la libertà.
E’ è una garanzia reciproca. Una garanzia, seppur minima, per chi è vaccinato di interagire con chi non lo è senza rischi eccessivi, e per chi non è vaccinato di non essere causa di contagio agli altri.

Considerare il green pass un modo occulto di costringere la gente a vaccinarsi, come hanno insinuato le Destre e alcuni mezzi di informazione, è una lettura malevola che non rispetta questa intenzione democratica. È una presa di posizione gratuita che la Destra ha esercitato sul governo semplicemente per mostrare il suo potere, facendo azione di disturbo. Eppure, il compito dell’ Opposizione non dovrebbe essere di andare semplicemente contro al governo, ma rappresentare i temi delle minoranze che compongono la società, rendendo più democratica l’azione del governo. L’Opposizione fine a sé stessa crea instabilità, non democrazia.

La politica e le leggi vanno interpretate secondo i valori dell’umanità: altrimenti anche i principi su cui si basava il processo di Norimberga decadono. Eichmann non doveva essere giustiziato perché pedestre esecutore di leggi scritte. E anche Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, doveva lasciar morire decine di persone per rispettare il Decreto Sicurezza–bis.

Queste ultime sembrano affermazioni retoriche, invece è una realtà che si sta attuando, per esempio, nel caso Riace.
Sono 15 sabati consecutivi che vediamo rumorose manifestazioni contro il green pass, mentre per la condanna a tredici anni di carcere di Mimmo Lucano per aver salvato delle persone e per aver trasformato una situazione di emarginazione in un motore di innovazione e sviluppo, non ce n’è stata che una sola, pressoché ignorata dai mezzi di comunicazione. E’ una nuova conferma che la stampa non svolge un servizio alla democrazia, ma segue piuttosto le leggi di mercato. E questo dovrebbe indignarci profondamente a prescindere dal nostro schieramento politico.

Sicuramente Mimmo Lucano per realizzare un progetto di accoglienza degno di quella che storicamente è stata la cultura italiana ha dovuto forzare dei regolamenti burocratici, in un paese e in un contesto nel quale la burocrazia per mantenere il proprio potere di controllo è arrivata, come spesso accade, alla disumanità se non addirittura all’assurdo.

Sappiamo ancora cos’è la democrazia?
Ci ricordiamo che la democrazia altro non è se non il tentativo di rendere storica e permanente la capacità di un’organizzazione di armonizzare l’esercizio della libertà personale – non solo individuale – con il bene comune? Che è lo strumento che permette di trasformare gli individui da atomi separati e in contrapposizione in soggetti intercomunicanti, solidali e collaborativi? Alla fine, vogliamo chiederci se siamo esseri che si limitano ad esprimere le leggi della chimica e della fisica, oppure se siamo esseri liberi che danno senso alla vita qualificandola secondo i propri valori di condivisione e comunione?

Avvenimenti come questi fanno emergere la superficialità dei comportamenti delle persone e l’incapacità di riflettere sulla realtà che diventa sempre più complessa e sempre più esigente. Questa è una conseguenza del depotenziamento della scuola pubblica, inteso sia per quanto riguarda gli investimenti e la percentuale di spesa pubblica, sia perché il ruolo della scuola è stato reso sempre più marginale nell’organizzazione generale della società stessa. La conseguenza immediata è che non si dà più peso e tempo alla necessità di pensare.

Cosa vuol dire pensare?  Oggi la scuola non lo insegna più.
L’istruzione pubblica manca doppiamente a questo ruolo di costruzione del pensiero: prima di tutto, eliminando l’educazione civica ha privato le nuove generazioni dell’abitudine a riflettere su cosa sia la democrazia, privandole anche delle nozioni di base relative alle istituzioni che la reggono e alle loro funzioni.
Il risultato paradossale è che la gente accusa il governo di non essere democratico e poi non va a votare. Questa mancanza di elementare educazione e cultura civica ha reso possibile l’impoverimento del linguaggio tanto da permettere la confusione tra concetti quali potere, politica e partito, che vengono usati come sinonimi, quando i loro significati non sono affatto coincidenti.
Altrettanto grave è che la scuola oggi non sia più finalizzata a educare la persona a sapere chi è, chi vuole essere e dove vuole andare, ma semplicemente a essere funzionale a una logica capitalistica che ha come scopo quello di avere successo, dove il successo si identifica solo con il diventare ricchi.

Oggi la scuola non insegna che pensare è entrare dentro il significato delle conoscenze e includerle in un processo storico e all’interno di un contesto. Pensare vuol dire dare senso e significato reale alle parole, considerandole nella complessità del ragionamento in cui sono espresse. Per questo pensare ti rende libero: perché ti permette di sapere chi sei e chi vuoi essere, ti aiuta a individuare i criteri per riconoscere dove sei, sapere che ci sono gli altri e ti rende consapevole anche di possedere gli strumenti per esprimere tua soggettività mettendoti in relazione e non in contrapposizione con l’altro. Senza conflitto.

Quando la scuola tornerà ad insegnare a pensare e ad essere creativi?  Quando riconoscerà il valore profondo di ogni persona? Quando riconoscerà che la persona, proprio perché unica e libera, è la risorsa che l’umanità attende per crescere e diventare sempre più libera e capace di individuare e rispondere al desiderio di una vita felice per tutti?

frattale complessità

Uscire dalla dualità giusto-sbagliato:
lo scontro sul green pass e la lezione della complessità.

Ho riflettuto sull’assegnazione dei premi Nobel per la Fisica in associazione al tema della complessità. La commissione che assegna il Nobel, oltre a riconoscere la qualità scientifica, usa  questo premio anche per dare al mondo un’indicazione di ciò che in quel momento occorre all’umanità per lo sviluppo della cultura e della civiltà. Quest’anno, in particolare, ha indicato che occorre osservare la realtà con uno sguardo improntato alla complessità e non alla specializzazione, per non soccombere al rapporto di forze che spinge le nazioni a competere anziché a collaborare per la soluzione dei problemi che coinvolgono l’intero globo terrestre e tutta l’umanità.

I tre premi per la fisica, pur nella diversità delle loro ricerche, hanno in comune la consapevolezza del fatto che i problemi complessi si risolvono se si collabora per giungere alla loro soluzione. E’ un messaggio politicamente importante: l’umanità si salva soltanto se riesce ad individuare un obiettivo comune e non perde tempo, forze ed energie in battaglie localistiche e settoriali che hanno come finalità l’imporre la propria ragione.

Come afferma Giorgio Parisi nell’intervista pubblicata da La Stampa: “Occorre accettare che la soluzione di problemi complessi può richiedere approcci non semplici e azioni collettive e che l’umanità è più di un gruppo di individui dove ognuno fa per sé”.

Colgo l’occasione di sottolineare il messaggio del premio Nobel per offrire una strada che consenta agli schieramenti favorevoli e contrari al vaccino di uscire dalla dualità del giusto-sbagliato, del “ho ragione io”, di uscire da questa situazione divisiva e di incamminarsi su una strada che porti ad un’auspicabile soluzione. Perché la divisione dà al potere spazio per esistere ed esercitare la propria potenza. Il potere non è una persona o un gruppo, ma un modo di pensare ed è sempre ottuso perché anziché badare al bene comune, mira solo a perpetuare sé stesso e a riempire il vuoto di senso (che è la sua essenza) con l’esercizio del dominio e il possesso.

L’attuale situazione di spaccatura relativa alle posizioni sul vaccino e il green pass ha origine nel passato e riguarda principalmente tre ambiti: la qualità e il fine ultimo della ricerca di base, la dimensione economica-produttiva e la dimensione culturale-politica, dove l’informazione dovrebbe essere funzionale alla democrazia.

  • Per quanto riguarda la ricerca, vediamo due posizioni contrastanti: da una parte c’è la delega incondizionata alla scienza, dall’altra il presupposto stesso sulle finalità della ricerca. La scienza, proprio perché nasce dall’uomo, è un valore, però non deve diventare un assoluto; infatti, non basta a descrivere la complessità dell’umanità perché riguarda solo ciò che colpisce i sensi e l’umanità è molto più di questo. Il suo opposto, dall’altra parte, è l’antidoto all’onnipotenza della scienza che, se esasperato, toglie l’uso della ragione e riporta alla superstizione.
  • L’industria, il settore produttivo in genere, ha smarrito la finalità come espressione della creatività umana per il raggiungimento del benessere come obiettivo comune e ha privilegiato la scelta del profitto individuale, che è sì un elemento intrinseco al funzionamento dell’industria, ma posto come unica finalità ha portato al consumismo che è l’origine dello squilibrio in cui ci troviamo. Un esempio ne è l’industria farmaceutica.
  • La terza dimensione è la conquista della libertà da tutte le necessità (fame, malattie e potere), e si esprime nella dimensione della democrazia, ma quest’ultima è un processo graduale che deve sempre mediare tra il personale e il comune. Per realizzarsi necessita di strumenti di informazione che sappiano fornire conoscenze complesse e non specialistiche. Occorre altresì un’informazione che rispetti i tempi della comprensione: ora l’informazione viene pubblicata prima di essere verificata, prima di essere compresa nel suo valore, nelle sue implicazioni, quindi, invece di essere funzionale alla formazione della società, la disgrega.

E’ per questi motivi che la spaccatura della società oggi ha raggiunto il suo culmine nella contrapposizione tra favorevoli e contrari al vaccino e al green pass, perché individuando come elemento di scontro il vaccino, che è l’epilogo di questa situazione, pretendono di risolvere problemi dalla storia ampia e complessa e che con il vaccino hanno a che vedere solo marginalmente, come i monopoli delle case farmaceutiche, il dominio della finanza e la supremazia delle nazioni.

Il richiamo dei premi Nobel alla visione della complessità richiede una capacità di distinguere la scala su cui nasce il problema e quella su cui si sviluppa il dibattito. Non solo la scala deve essere la stessa (universale, mondiale, locale…), non si devono confondere neppure i piani: non ha senso rispondere a un problema culturale con una visione morale, scientifica o politica.
E’ anche un errore di prospettiva: non si dovrebbero fare denunce che non lascino una via d’uscita o che costringano all’emarginazione, all’incomunicabilità tra parti della società, perché questo è il preludio ad una guerra. La forza dell’umanità è la relazione, l’avere una prospettiva comune: dove c’è emarginazione c’è la sconfitta dell’umanità.

Proprio perché entrambe le posizioni sono legittime, ma parziali, ed hanno la propria ragione d’essere, è indispensabile che trovino come obiettivo comune la soluzione ai problemi che hanno creato la crisi. L’esercizio della propria personale libertà, ciò che ci consente di non essere pedine in mano altrui e non mettersi in una situazione di impotenza da cui si esce soltanto con la contrapposizione o addirittura la violenza, è il trovare una soluzione valida per tutti e ciò può essere fatto soltanto ascoltando le ragioni degli altri e usando la creatività.

la Repubblica di Weimar

“Operaio scrive “CGIL” sull’ingresso della sede di Confindustria per farla devastare dai fascisti”

Lercio

Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, tale è la geniale capacità del collettivo satirico Lercio di catturare, con una frase, l’essenza dei fatti. In questa fake new si legge la stupidità della folla smarrita, il tragico errore di mira della guerra tra deboli, la sottovalutazione del senso di una protesta, quando a connotarla e a guidarla è un manipolo di violenti. Ho letto commenti del tipo “Confindustria fa il suo mestiere, il sindacato invece no, quindi è più colpevole”. Nessuno che si ricordi se, sotto il regime franchista, sotto Pinochet, sotto Videla, sotto Mussolini, i ricchi stessero peggio e i poveri meglio. Quelli che non si sentono più rappresentati da nessuno scendono in piazza organizzati da tale Pamela Testa, fascista dichiarata; sul palco il comizio lo tiene tale Giuliano Castellino, vice capo di Forza Nuova, nemico giurato del green pass fattosi vaccinare per poter tornare allo stadio (sic). Per organizzare una protesta in proprio bisognerebbe organizzarsela, appunto, non farsela organizzare dai fasci. Non ricordo una manifestazione operaia in cui sul palco parlassero Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti. Eppure c’erano, ma venivano isolati. La tragica cartina al tornasole fu l’assassinio di sindacalisti ad opera di brigatisti rossi. Invece oggi fascisti e difensori della libertà contro la “infame tessera verde” marciano fianco a fianco.

Quel che più spaventa è questa moltitudine di persone impoverite, rabbiose, disilluse, che ricorda in modo sinistro la Repubblica di Weimar poco prima della salita (legale) al potere di Adolf Hitler, che solo qualche anno prima aveva preso il 2 per cento alle elezioni.

 

Il marcio su Roma

Ricordate l’ #andràtuttobene? Non va tutto bene. Il green pass sarà uno strumento discutibile, ed io ne discuto spesso con persone serie che ne contestano la natura e l’efficacia. Tuttavia, sarebbe ora che chi manifesta contro il green pass si organizzasse in proprio affinché il suo dissenso non venisse regolarmente guidato da squadracce di fascisti che, guarda caso, tra tutti coloro con cui potrebbero prendersela, se la prendono con la CGIL.
Sarebbe ora si organizzasse in proprio, anche perché la polizia, spiace dirlo, è stata ancora una volta morbidissima con questa feccia.

L’Italia, Repubblica fondata sull’antifascismo, annovera storicamente tra le forze dell’ordine diversi seguaci di un nostalgico ritorno alle radici e alle pratiche fasciste. Una striscia nera attraversa le nostre istituzioni dal dopoguerra. Gente che non solo non è mai stata allontanata, ma ha fatto carriera. Qualcuno fa addirittura il diplomatico, l’ambasciatore.

Ci sono interi reparti che hanno sprangato nella caserma Bolzaneto manifestanti pacifici ed inermi, durante una notte d’estate del 2001 a Genova passata alla storia come “macelleria messicana”.
In nome dell’anticomunismo, abbiamo avuto Gladio, le stragi neofasciste con depistaggi operati da interi reparti di apparati dello Stato, una loggia P2 che con una mano ha comprato buona parte dell’informazione italiana mentre con l’altra, pare, pagava i neofascisti che hanno messo la bomba alla stazione di Bologna.

Quando vogliono, le forze dell’ordine picchiano, sprangano, torturano, depistano, spacciano (ricordate la caserma dei carabinieri di Piacenza, vera e propria cupola della droga, che era stata appena encomiata per l’alto numero di arresti effettuati?). Quando non vogliono, le forze dell’ordine lasciano fare.
I Black block distruggono la città di Genova impunemente. I fascisti di Forza Nuova assaltano e devastano le sedi della CGIL impunemente. La polizia democratica e repubblicana, spiace dirlo, in questi frangenti sembra essere una minoranza. Magari non lo è: si faccia sentire anche lei, allora.

Cari no green pass, è ora che decidiate da che parte stare. Potete continuare a discettare quanto volete della composizione dei vaccini, anche se a volte prendete pastiglie perché ve le ha consigliate il barista, “con quella sono stato bene subito”. Potete continuare a gridare alla violazione della privacy, anche se tra cellulare e social vi fate tracciare anche le mutande.

Decidere da che parte stare non vuol dire cambiare idea. Vuol dire dividere concretamente la propria posizione da questa gentaglia, prenderne le distanze fisicamente, combatterla sulle strade e nelle piazze, se non volete essere assimilati a loro. Stanno soffocando la vostra voce con il tanfo della merda che hanno nel cervello, stanno piallando le vostre argomentazioni con la violenza delle svastiche tatuate sulle loro braccia.

Gli stolti in buona fede se la prendono col dito, perché non vedono la luna. La feccia in malafede indica il dito perchè non vuole che si guardi la luna. La posizione della CGIL sul green pass è stata talmente attenta a tutte le sensibilità da essere addirittura criticata al suo interno per un presunto eccesso di tolleranza verso gli antivaccinisti.

Eppure quando si tratta di assaltare, di vandalizzare, di colpire con la violenza, l’obiettivo è la CGIL. E io dico “bene”. Vuol dire che questa organizzazione è ancora percepita come un baluardo, forse l’unico rimasto, e quindi da abbattere. Mai come oggi sono fiero di farne parte.

Ricordiamocene, quando a volte, dopo esserci fatti il mazzo per i lavoratori, perdiamo tempo a parlare del nostro ombelico. Non ne vale la pena. Quel che conta è la forza, il presidio del territorio. La feccia lo ha capito, nella sua stoltezza. Ricordiamocene anche noi.

La patria della democrazia e il cortile di casa

 

Un fiume di bandiere bianche, azzurre e rosse sfila sul lungomare de L’Avana. Biciclette, moto, motorini, sventolano l’orgoglio cubano manifestando contro il bloqueo di cui soffre il grande alligatore da sessanta anni.
Sei decenni, da nove anni prima della mia nascita. Un embargo sostenuto e promosso da dodici presidenti americani, democratici e repubblicani, tutti uniti contro l’avamposto del terrore bolscevico, una piccola nazione a galla nel cristallino mare dei Caraibi.

Ovvio, le sanzioni ai tempi del “simpatico” dittatore Fulgencio Batista, mica c’erano. Allora no, il massacratore e affamatore del suo popolo era un amico, l’isoletta era un ottimo bordello a buon mercato, quattro bracciate da Miami, l’attraversata la si poteva fare sul pattino. E poi i diritti umani, sono scritti sulla carta dal ’48, mica poi valgono per tutti. Ma cosa avevate capito?

Cioè uccidere svariate decine di propri connazionali durante delle azioni di polizia, mica è reato dappertutto, ma che credete? L’occidente è democratico, loro sono comunisti, noi siamo per la libertà, che importa se non tutti se la possono comprare. Abbiamo pure una statua di donna con una costituzione sotto braccio, e una torcia sul pugno, davanti al mare che inneggia al nostro sogno.

Che c’entra se la sanità da noi è pubblica solo per chi ha un lavoro, una assicurazione, un conto in banca, mica possiamo curare tutti. Abbiamo i campus, dove menti eccelse hanno creato, inventato, portato alla luce tutto lo scibile umano, quei figli di nessuno di europei sono immigrati a frotte nel secolo scorso e noi li abbiamo accolti. Magari non tutti sul tappeto rosso, abbiamo fatto due corsie: coi soldi a destra, senza a sinistra. Che importa se la scuola non tutti se la possono permettere, c’è sempre quella pubblica, quella dove non ci si annoia mai e ogni settimana c’è un mattacchione che spara. Una colt per ogni americano, non siamo mica dei banditi barbudos come loro. Anche noi abbiamo i nostri martiri per la libertà, spesso li abbiamo pure uccisi noi stessi, ma che vuol dire?

Loro avevano il terrorista Che Guevara e quel loro leader (che quei barbari chiamano lidér), che abbiamo provato ad ammazzare alcune centinaia di volte.

Come non si può? Noi siamo la patria della libertà, uccidendolo cercavamo di rendere il mondo un posto migliore, così come abbiamo fatto qualche altro migliaio di volte.

Da loro non c’è dissenso, c’è gente in galera per le proprie idee. Il fatto che da noi il partito comunista fosse fuori legge non è un caso. Inutile andare indietro di un secolo e rivangare ancora la storia di quei due anarchici italiani. Se in galera da noi il novanta per cento dei detenuti è latino o afro americano, sono loro che delinquono, che colpa abbiamo noi.

Loro volevano fare la rivoluzione, pensate bene, che orrore. Che c’entra se l’abbiamo fatta anche noi due secoli prima. Loro sono dei guerrafondai, quel loro Che Guevara era un sobillatore, in Africa, in Bolivia e poi manco era cubano.

Come? L’abbiamo ucciso noi? E chi lo dice? La CIA. Ma sì, un errore, un piccolo processo lo abbiamo pure fatto. Gli abbiamo tagliato le mani e le abbiamo inviate alla casa Bianca. Ma era per capire se aveva le unghie pulite.

Siamo stati in guerra 222 anni in 239 anni di storia? Si ma per liberare il mondo e per esportare la democrazia, che credete, mica ci fa piacere. Non ci siamo divertiti nemmeno a far ammazzare Allende, ma era un marxista a due passi da casa nostra. Perchè loro invece? Nessuna guerra? Come nessuna! E la Baia dei porci? Ah, siamo stati noi a tentare di invaderli… del resto erano talmente vicini, voi che fareste con un ladro nel cortile di casa vostra?

Guantanamo è una nostra base sull’isola, qual è il problema? Come un campo di concentramento? E chi l’ha detto? L’ONU. Il solito branco di cazzoni.

E cosa c’entrano gli indiani adesso? Non andiamo a rivangare storie vecchie di secoli.

Noi siamo morti per liberare l’Europa.

Come? Non saremmo entrati in guerra se il Giappone non ci avesse bombardato la baia? Cazzate messe in giro dai soliti musi gialli. Tutti uguali, coreani, vietnamiti. Comunisti. Il napalm? E’ un defogliante, a volte in un campo bisogna disinfestare per poi raccogliere.

Insomma basta, mi avete stancato. A Cuba non c’è né libertà né democrazia, i diritti umani non sono rispettati (cazzo c’entra Floyd, quello era negro).

Un omicidio al minuto. E’ per ringiovanire la popolazione, noi siamo la patria di Rambo.

Medici non bombe”, come non l’abbiamo detto noi. E chi l’ha detto? Fidel Castro?

Il servizio sanitario nazionale migliore di tutta l’America? Come, quello cubano? Come, l’ha messo in piedi quel terrorista di Guevara? Come, il tasso di mortalità infantile è più basso a Cuba?

Ma noi stiamo sconfiggendo il Covid. Abbiamo avuto solo cinquecentocinquantamila morti.

Noi il vaccino lo paghiamo e ce lo teniamo pure. Soberana2 è gratuito e lo cederanno gratis alle nazioni del terzo mondo? Non hanno mai avuto fiuto per gli affari.

I dannati cinesi e palestinesi hanno preparato una mozione per eliminare il blocco e le sanzioni a Cuba, quelle sacrosante sanzioni che il nostro caro ex presidente con 242 nuove misure ha pure rafforzato. . La mozione è passata con 30 voti a favore, 15 contrari e due astenuti, ma a noi che ce ne fotte, noi siamo democratici, l’ONU è solo un branco di fannulloni. Per fortuna che i nostri cari alleati, come la Giovine Italia, hanno votato per noi.

Sì, quegli stessi cubani che un anno fa fecero sbarcare una brigata di medici per aiutarli durante la pandemia.  Ma che gli frega a loro della solidarietà, gli italiani sono allineati, sono cari amici nostri. Sono un popolo libero. Abbiamo solo cinquantanove basi in quel paese del sole, del mandolino e della mafia, con tredicimila nostri valorosi marines. Mica li abbiamo occupati, anzi li abbiamo liberati.

I partigiani? E che c’entrano. Noi li difendiamo dal pericolo di una invasione. Di chi? Ma dei sovietici.

L’Unione Sovietica non c’è più? E che significa? Comunque li abbiamo liberati dai comunisti. Abbiamo anche chiesto l’aiuto di amici all’interno della loggia Propaganda 2. Care persone.

E comunque con voi comunisti non ci parlo più, volete sempre avere ragione voi. Manteniamo le sanzioni anche se la mozione è passata, perché noi siamo democratici.

 

ragazza

CONTRO VERSO
La svergognata

 

Scegliere era un dilemma insolubile per questa ragazza. Su un piatto della bilancia l’appartenenza, le radici, la visione del mondo offerta dai genitori; sull’altro il proprio progetto di vita, per quanto imperfetto, con un ragazzo non esemplare e non musulmano ma che lei amava e con cui aveva concepito un bambino.

La svergognata

Mi ci han proprio costretto
qui, dentro casa mia.
Mi hanno dato un biglietto
per andarmene via.
Mio papà mi ha strappato
la carta di soggiorno
e così si è accertato
non facessi un ritorno.

C’è in Italia un fagotto
concepito per sbaglio
in un giorno d’agosto,
ed è stato un abbaglio.
Non dovevo sperare
che ci fosse l’amore,
non dovevo contare
su un domani migliore.

Io non sono credente
lui non è musulmano.
Il Corano è stringente
non darà la mia mano
a un ragazzo infedele
che oltretutto ha sbagliato,
mi seduce col miele
ma ha un destino segnato.

So che è stato in galera
per reati da poco.
Lui mi ha detto che aveva
cominciato per gioco.
Io lo amo ma ammetto
che è uno scavezzacollo.
Ora gli credo e lo aspetto,
il giorno dopo lo mollo.

Ho voluto abortire
ma non ero più in tempo.
Ho dovuto mentire
ed è stato un tormento.
Ero incinta quel giorno
quando m’han fidanzata.
Si è saputo al ritorno
ch’ero già svergognata.

Libertà non è data
libertà non esiste.
Sono stata avventata
e mio padre insiste
che la sua preferita
l’ha distrutto per sempre.
La sua vita è finita
e il Corano non mente.

Io l’ho ormai rovinato
demolito, travolto
con quel bimbo che è nato
di cui non so più il volto.
Non dovrebbe avvenire
che un bambino è un ingaggio.
Non dovrebbe servire
tutto questo coraggio.

Amputarmi il passato
tutto ciò a cui appartengo
o abbandonare un neonato
che è quel figlio a cui tengo?
Affrontare il rigore
l’ostracismo la rabbia
o congelare il dolore
e restarmene in gabbia?

È una scelta feroce
e ho vent’anni appena
non ho cuore né voce
e non sono serena.

Gli adolescenti stranieri di seconda generazione portano su di sé un compito gravoso. Costretti a scegliere tra identità e appartenenza, attanagliati dal senso di colpa per la sofferenza che infliggono ai genitori semplicemente osando immaginare un futuro diverso da quello pensato per loro, qualche volta vengono intercettati dalla giustizia minorile – che nella mia esperienza lavora in un’ottica di mediazione ogni volta che si può, e con un taglio netto verso comportamenti inaccettabili quando il pericolo è alto e la mediazione è rifiutata dalle persone in causa.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Una volta libere

 

Il concetto di libertà, qualsiasi elemento includa, si basa sulle restrizioni che è in grado di scavalcare. 

La libertà che possiamo vantarci di avere in Italia non sarà mai assoluta ed idilliaca ma ci permette comunque di regolare le nostre vite nell’agio più consono alla comunità.

Nonostante le varie restrizioni sociali e la consapevolezza che per vivere in una comunità efficiente non si potrà mai aspirare all’anarchia più assoluta, a volte le nostre possibilità vengono messe in evidenza da avvenimenti a discapito di altri.

Ora, immaginate di essere una giovane donna, vent’anni e non di più, e di essere cresciuta nella consapevolezza che con il duro lavoro saresti potuta arrivare ovunque; che il trucco lo puoi mettere se ti fa sentire ancora più in linea con te stessa; che non hai paura di non sposarti, perché ti basti da sola. 

Ed ora immaginatevi un muro, uno sfondo così nero da non poterne vedere né l’inizio né la fine. Nulla esiste più. 

In quanto donna, devi sparire, confonderti con questo sfondo e ascoltare passivamente quello che ti è stato comandato di fare. Devi sperare di scappare dalla tua casa e di riuscire a vivere senza il trauma di essere stata un bottino di guerra.

L’Afghanistan del 2021 è questo: macerie di speranza e lacrime di imprigionati. 

Il viso interamente coperto da un velo e la compagnia obbligatoria di un uomo ad ogni uscita;. Immagini di donne lavoratrici strappate dai muri. 

Nonostante questo, le donne di Kabul e di Herat scendono nelle strade controllate dai talebani, con il viso scoperto ed agitando cartelli, chiedendo pari diritti agli uomini e la possibilità di partecipare alla vita politica del paese.

 Riunite sotto il nome di “Women’s Political Participation Network”, sfidano il governo con la costante consapevolezza di poter perdere la vita.

 “Dopo la formazione del governo talebano, tutte le donne devono tornare a lavorare. Non permetteremo a nessuno di minare i risultati ottenuti negli ultimi venti anni”, Shabana Tawana, manifestante

La possibilità della morte si dissolve davanti all’aspettativa di retrocedere alla condizione di vent’anni fa. 

Personalmente penso che una volta vissuta la possibilità di vivere a pieno non si possa più tornare indietro, e credo con tutta me stessa che indipendentemente dal risultato che queste donne avranno, un segno permanente verrà lasciato.

Perché alla fine cos’è la libertà se non la lotta stessa per ottenerla?

Kabul:  Le donne afgane manifestano: [guarda il video]

Leggi e firma la Lettera Aperta per chiudere l’orrore del carcere di Guantanamo [clicca Qui]

caos, confusione, rumore

Libertà obbligatoria e tradimento della parola

Viviamo tempi estremi. La pandemia lo ha reso evidente ma i tempi estremi erano già presenti nel passato, solo che erano invisibili ai più. Oggi però li vediamo, li tocchiamo con mano e da buoni san Tommaso non possiamo più negarli. Le parole che usiamo per raccontare la realtà che ci circonda hanno assunto significati diversi a seconda di chi le pronuncia.

E’ come se la lingua madre fosse diventata una babele e tra umani non ci comprendessimo più. Scompaginati tutti i recinti non riusciamo più a leggere i confini delle nostre dimore che, per ognuno di noi, rappresentano la sicurezza. A catena questo scatena furia e paura nelle persone.
Le accuse che continuamente ci facciamo reciprocamente, in questo mare di incomprensione, è quella di manipolare la realtà. I dati scientifici diventano il perno su cui si basano le narrazioni, e tutti dico tutti, li tirano per la giacchetta, ognuno per darne la interpretazione che vuole. Anche io faccio parte di quelli che li leggono in un certo modo, che li interpretano (perché i dati si interpretano) con le parole che per me descrivono la realtà che vedo fuori  e che sento  dentro,  una realtà che mi corrisponda nel profondo, che tenga unita la conoscenza del cuore con quella della mente, perché, per me, guardare la realtà, non è un’ osservazione asettica, priva del mio essere dentro questa realtà, ma è partecipazione attiva con tutto il mio essere.
Questa libertà di discernimento che mi concedo, che fino ad oggi era un diritto – chIssà ancora per quanto? – e che condivido con gli altri (siamo esseri comunicanti non possiamo non farlo) oggi è mal tollerata, è vista come pericolosa per la comunità di cui faccio parte. Nonostante viviamo in sistemi democratici è proprio questa libertà di interpretazione che viene messa in discussione; non si fa altro che sentire dire che solo i competenti possono esprimere il loro pensiero, agli altri è concesso pensare – dunque  dubitare – (chissà ancora per quanto?) ma non di esprimersi.
Possiamo tentare di capire chi siamo ma non possiamo dirlo perché se affermiamo il nostro pensiero e il nostro essere, se solo ci poniamo dei dubbi, se ci autodeterminiamo, azione che ha bisogno di essere messa in parole, incorriamo nella accusa di impedire all’altro la sua autodeterminazione e cosa ancora più grave manipoliamo la realtà. 
La definizione di libertà che ha caratterizzato il secolo scorso “la tua libertà finisce dove inizia la mia” mostra chiaramente quanto questo impianto filosofico alla base delle nostre democrazie attui una competizione sfrenata: il più forte vince (Charles Darwin) e ottiene le libertà e gli altri soccombono.
Mi sono chiesta come sia possibile che siamo giunti a questo cortocircuito per il quale parole fondanti le comunità come libertà, amore, dono, bene comune, siano diventate parole divisive al punto da creare una spaccatura così grande.  Curiosamente viviamo in paesi che fanno della loro bandiera il rispetto delle differenze, ma siamo giunti a cancellare le differenze proprio in nome di quel rispetto che dovrebbe renderci liberi. Addirittura oggi la libertà sembra essere diventata un brand acquistabile sul mercato (slogan tipo + vaccinati + liberi ) non fanno altro che confermare questa ipotesi.
Sappiamo bene che il concetto di libertà è continuato a cambiare nell’arco della storia e questo suo cambiare ha contribuito all’evoluzione della umanità, e dunque, in un certo senso, questo suo travaglio fa parte del grande cambiamento che stiamo attraversando, dei tempi estremi in cui siamo immersi. Certamente in nome della libertà si sono fatte grandi guerre, le più spaventose e sanguinose, e oggi siamo in guerra, non contro il virus, ma fra di noi, una guerra carsica che scava solchi profondi; ma io spero arditamente che il risveglio delle coscienze e dell’amore sia già qui, nel nuovo che sta nascendo. Dunque torno alla questione che mi sono posta: come è possibile che le parole abbiano perso un significato unificante e siano diventate armi potentissime legate a immaginari assai lontani che rischiano di deflagrare in una guerra senza confini, in una guerra che entra nelle nostre stesse case causando  grande dolore e sofferenze? Per darmi una risposta  devo andare un po’ indietro nel tempo.
Le parole non cambiano il loro significato semantico così velocemente, di solito è un processo lungo che avviene carsicamente; quando poi emerge può essere assorbito in modo  apparentemente  indolore o invece può causare stravolgimenti come quelli che stiamo vivendo. Ma quale potrebbe essere la radice dello stravolgimento semantico odierno?
Io credo di averlo individuato nella cancellazione delle madri a livello simbolico.  So che non sarà facile seguirmi nel ragionamento e so anche che incorrerò nuovamente nell’accusa di manipolare la realtà ma io voglio semplicemente percorrere la strada interiore che mi ha portato a questo discernimento. La mia non è una verità assoluta ma la verità che mi corrisponde e ognuno sarà libero di trarne le sue conseguenze. Il linguaggio umano è un mezzo molto sofisticato e “la lingua è la caratteristica nucleare che ci rende essere umani” (Noam Chomsky) ma la lingua ovunque nel mondo viene definita come lingua madre perché  ce l’abbiamo da sempre, “perché l’abbiamo ricevuta gratis da quando nasciamo“ (Valeria Gheno) ed è dunque fortemente legata al prelinguaggio ereditato dalla madre, alla lingua del territorio che ci ha visto crescere, alla terra madre, Pachamama. Certo poi quando cresciamo noi scegliamo in autonomia le parole da utilizzare per descrivere la realtà, “trasgrediamo“ la madre (Igor Sibaldi, il concetto di trasgressione[Vedi qui]) per diventare noi stessi, ma quanto conta l’immaginario sul materno nella modifica del valore semantico delle parole?
Quando parliamo di materno o maternità facciamo riferimento a un’ampissima gamma di simbolico, parliamo di concepimento, gestazione, affettività genitoriale, educazione, amore, ma anche di creatività, di maternità di idee e libri arte, maternità-natura e moltissimo altro. Per cercare di darvi un’immagine di cosa intendo con questo ampio ombrello di possibilità, utilizzo la metafora della matrioska.
La maternità è come una grande matrioska che contiene tante piccole matrioske ognuna delle quali portatrici di un sapere specifico, ma tutte connesse tra loro. Oggi, però,  facciamo i conti con una parcellizzazione dei saperi in tantissimi ambiti, da quello della salute, a quello economico a quello sociale e giuridico, culturale, che hanno perso la loro originaria unità.
La grande matrioska che conteneva le più piccole è esplosa e il tema della maternità deflagra assumendo nuovi intendimenti. La maternità negli ultimi cinquant’anni ha cambiato volto, da fatto puramente fisiologico è diventata parte integrante del processo di medicalizzazione che ha invaso la nostra società.
Da fatto naturale fortemente legato anche al mistero della vita,  a fatto programmabile e costruibile a tavolino attraverso le tecnologie riproduttive.
E badate bene quando parliamo di tecnologie riproduttive parliamo già di quell’unitarietà andata in frantumi.
La domanda dunque è legittima.
Quanto questo immaginario simbolico legato alla madre, alla unitarietà della madre che sparisce nella parcellizzazione di diversi processi impatta sul nostro vivere la realtà?
Io sono giunta alla conclusione che la lingua madre è diventata una babele, perché  si è persa la matrioska grande, quella che li contiene tutti e da cui partono le ‘trasgressioni’ che sono la via alla realizzazione di quel sé unico e irripetibile che ci caratterizza e che fa dell’essere umano quel miracolo di amore tra diversi. Il transumanesimo che si fonda sulla violazione della Madre e della sua sacralità, che cancella il pre-linguaggio che unisce l’umanità in una unica famiglia, che fa della intelligenza artificiale il nuovo Dio, (medicinali iniettati da remoto, biobag per fare bambini, identità digitali, medicalizzazione della società per rendere uomini e donne sempre “più perfetti e inattaccabili” (?),  robot sempre più intelligenti e simili agli umani) è la causa  della babele.
Ma i più non sanno cosa sia l’ideologia transumanista che ci ha portato fin qui, non sanno quanto stia correndo avanti (è stato da poco riconosciuto il diritto alla cittadinanza a Sophia , un robot donna il che significa che a breve competeremo con i diritti rivendicati dai robot) perché è un’ideologia che ha agito di nascosto, vendendo alle masse progressi tecnoscientifici come grandi opere di bene, eludendo il dibattito sulle tantissime questioni bioetiche che si celano dietro.
Ma il linguaggio della Grande Madre è più forte, la Donna Selvaggia (Clara Pinkola Estes), emerge dalle coscienze singole (uomini e donne l’hanno dentro, nasciamo tutti da donna – almeno per ora) e come un unico canto ricompatta fratelli e sorelle dispersi nel caos della babele.
Lo vediamo nelle piazze di tutto il mondo, anche se il mainstream  non gli da voce. In piazza, per le strade ci riconosciamo, a volte basta uno sguardo per capire che siamo sulla via dei canti (aborigeni australiani) alla ricerca del recupero della lingua madre. Siamo semplici donne e uomini e famiglie che sentono la voce della grande Madre e a lei rispondono.

acqua polla bolla

PRESTO DI MATTINA
La trasfigurazione, una pasqua nascosta

 

«Prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo, salì sul monte e pregando il suo volto trascolorò, divenne altro», (Lc 9,29). Ieri abbiamo ricordato la Trasfigurazione, che è detta anche ‘Pasqua dell’estate’, quasi che tornasse a germogliare nella ferialità dimessa e umile dei nostri giorni. In realtà non si è mai allontanata da noi.

L’ho sempre sentita come la ‘piccola risurrezione’, ‘la pasqua nascosta’, come il seme raccolto dopo la mietitura che torna ad essere gettato nella terra, come il bene nascosto che la gente semina silenziosamente nelle opere e nei giorni.

Trasparenza di un volto, diafania cangiante di colori, come lampo che guizza e subito si nasconde: è così la trasfigurazione del Signore. «Dopo la luce candida e sfolgorante delle vesti una nube li avvolse, all’entrare in quella nube, ebbero paura». Discesi dal Monte Tabor per i discepoli torna il buio e la Pasqua si cela di nuovo nell’umanità terrosa di Gesù; il triplice annuncio della sua passione lascia i discepoli sbigottiti e ciechi. Ma non ci si può fermare o tornare indietro perché la Pasqua è corsa innanzi; non si è perduta, ma la si troverà solo salendo con Gesù verso Gerusalemme. Sarà là l’appuntamento.

Così ho compreso che la sua ricerca deve continuare durante tutto l’anno, andando incontro alla vita della gente, mischiandosi tra la folla compatta e cieca. Ma bisognerà guardare oltre l’apparenza di questa cecità, entravi dentro: «Cristo ogni tanto torna,/ se ne va, chi l’ascolta…/ Il cuore della città/ è morto, la folla passa/ e schiaccia – è buia massa compatta, è cecità…»,  (Giorgio Caproni, il terzo libro, Torino 2016, 77).

Occorre gridarlo sopra i tetti: Pasqua ha tante facce, è nascosta in ogni volto, in ogni vita, essa è come «l’ombra crociata del gheppio [che] pare ignota/ ai giovinetti arbusti quando rade fugace./ E la nube che vede? Ha tante facce/ la pólla schiusa», (E. Montale, Estate, in Tutte le poesie, 175).

Pólla schiusa” è l’insonne Spirito del risorto. Fessura e soffio nel suolo terroso e compatto; pollone zampillante che germoglia sull’albero della vita, dentro le viscere dell’uomo fatto di terra. Pólla deriva da pulláre, scaturire, germogliare: il sorgere dello spirito; il verbo pullulare viene da pullús, piccolo nato, un virgulto, ancora gemmato. Germogli d’acqua dischiusi nell’umanità dallo Spirito sono pure le pagine del vangelo, che con grande meraviglia scorgi zampillare nel sottosuolo di ogni persona, nelle sue buone pratiche samaritane.

Questa universalità misteriosa della Pasqua sparpagliata dallo spirito nelle profondità dell’umano vivere è pure sottolineata fortemente dal Concilio. Nella Gaudium et Spes 22 è detto che il venire associati ‒ il testo latino è “consocietur” ossia il divenire compagni, amici che dividono lo stesso pane – al mistero pasquale del Crocifisso risorto non è prerogativa esclusiva dei cristiani, ma combattendo contro il male, attraversando tribolazioni e subendo la morte, la Pasqua è per tutti; anzi è di tutti.

A tutti è possibile attingere ad essa come a segreta sorgente che zampilla in loro: «ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia… perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale».

Nel testo Il cuore del mondo il teologo di Basilea Hans Urs von Balthasar [Qui] fa parlare il Risorto con queste parole: «Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel suo risorgere. Io sono la metamorfosi/trasfigurazione in greco. Come cambiano pane e vino cosi cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del mondo. Cosi la mia risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le mie forze non siano pervenute sull’ultimo ramo della creazione», (ivi, 58).

Le vie dello spirito che si intrecciano con i destini umani sono appello alla libertà, a prendere posizione di fronte a ciò che accade, persino al cospetto di destini e avvenimenti che fanno contrarre ogni espressione di libertà, imprigionando la coscienza.

Scrive Massimo Recalcati [Qui] che la libertà individuale non sta nella possibilità di fare quello che si vuole della propria esistenza a prescindere dagli altri «non è mai libertà di generarsi da sé, di decidere senza vincoli o condizionamenti del proprio destino, ma è sempre e solo la possibilità di fare qualcosa della scelta degli Altri, di fare qualcosa di quello che l’Altro ha fatto di noi», (Il grido di Giobbe, Torino 2021, 77).

Di fronte all’imporsi dell’altro, con la sua provocazione, con il suo impellente bisogno o con la sua chiamata; di fronte pure all’assurdità inesplicabile del male al quale la vita viene consegnata e imprigionata la coscienza, la libertà sta nel non rinunciare al proprio desiderio di libertà, di infinità promessa, continuando a restare in gioco, lottando, chiamando in giudizio coloro che si nascondono dietro il silenzio, si coprono il volto fosse anche Dio stesso come in Giobbe, senza stancarsi di pretendere che si venga allo scoperto, che accada una parola e mantenuta la promessa: Eccomi! ‘Saper restare accanto’ è la forma della libertà, quella del Samaritano che risponde all’inatteso dicendo: eccomi, col farsi carico, con la pratica del prendersi cura, del far argine al male.

Dico spesso in chiesa ‒ ma anche fuori incontrando la gente ‒ che il vangelo che libera e che cura è nascosto proprio nella loro vita. Affiora e viene visto quando questa diventa dedizione e si mette accanto in silenzio a chi è mortificato dal male, in famiglia e fuori o quando si fa germogliare con il bene la gioia negli altri, si è pane di crescenza.

Un vangelo è nascosto nelle persone, fosse anche solo per quella mezza paginetta di vangelo che ha messo radici nella memoria di tutti, come brace sotto la cenere. Sono le parole del Padre nostro imparate fin da piccoli in famiglia o in parrocchia e mai più dimenticate. Miniatura di vangelo è il Pater noster, il suo cuore resta ardente; basta un soffio di parole la domenica perché si levi il vento forte di voci del canto, fino a riempiere le vele dell’assemblea liturgica, così che di nuovo prenda il largo fuori dalla chiesa tra la gente.

In questi ultimi anni due haiku, brevissimi componimenti poetici della letteratura giapponese, mi hanno reso al vivo lo stile pastorale di chi vuol mettersi a cercare e ascoltare il vangelo nascosto tra la gente: “La campana del tempio tace il suono esce dai fiori“; “Spuntano i germogli al tronco di un grande albero. Poggio l’orecchio”.

Una parabola di Pasqua, è un breve testo dello scrittore dissidente russo Andrej Sinjavskij [Qui], che riporta anche alcune poesie pasquali del Samizdat: raccolta di testi e opere letterarie colpiti dalla censura, autoedizioni che circolavano di nascosto, fuori dell’editoria ufficiale a partire dagli anni ’60.

Sinjavskij fu “prigioniero di coscienza” nei gulag sovietici. “Prigionieri di coscienza” questa la definizione coniata da Amnesty International, sin dalla sua fondazione nel 1961, per le persone private della loro libertà, a causa delle loro opinioni o discriminati per motivi di etnia, sesso, genere o altra identità che non avessero usato violenza e non ne avessero invocato l’uso.

Leggendo questo testo è stato come leggere il vangelo sepolto della trasfigurazione, come scorgere nuovamente nelle vicende di questi “prigionieri di coscienza”, la Pasqua nascosta, la piccola risurrezione in cammino verso Gerusalemme. “Vedi”, sembrava mi dicessero, noi siamo internati, ma la parola di Dio non è incatenata, ma celata e libera e liberatrice in noi. È il vangelo di Gesù «placida luce, luce che mai non tramonta».

«Non è questione di legare la vita al Vangelo – scrive Sinjavskij –  La vita è già, di per sé, sempre, coniugata al Vangelo. Vivi, tiri a campare e all’improvviso senti sottopelle la nostalgia del testo evangelico, come di un tuo tessuto, di cellule costitutive di cui avverti la mancanza, come dell’ossigeno quando si soffoca

Gli eventi della storia sacra, compreso Caino e Abele, la cacciata dal paradiso, il diluvio, corrispondono in modo stupefacente alla nostra microscopica vita di uomini. Quasi ogni giorno viviamo o la cacciata, qualche volta le nozze di Cana, e perfino il miracolo del rifocillamento della folla con pochi pani. E la presentazione al tempio, e il bacio di Giuda. In questo senso il Vangelo – nonostante tutta la incommensurabilità del suo significato, la sua trascendenza e impeccabilità – si riflette in uno strano modo organico (più organicamente di altri libri e leggende) sulla nostra esistenza comune e personale. Ma anche noi, vivendo la nostra semplice vita, è come se tornassimo a rivivere, in tono minore e in forme meno attraenti, la natività di Cristo e i dileggi e le percosse dei soldati. Anche la nostra realtà racchiude misteriosamente, in forma rettratta, i semi evangelici».

Sinjavskij narra poi dei campi di concentramento della Moldavia. La Sacra Scrittura era proibita, ma essa circolava in copie clandestine scritte a mano e, se venivano requisiti quei foglietti, frammenti di vangelo, subito dopo tornavano a riapparire continuando a diffondersi, a germogliare come ‘pólle schiuse’ dallo Spirito:

«Non molto tempo dopo il mio arrivo nel lager, verso sera, un’ora prima della ritirata, mi si avvicinò un tale e mi chiese con cautela se non volessi ascoltare l’Apocalisse. Mi condusse nel locale della caldaia, dove era più facile nascondersi a delatori e carcerieri. Lì, nella penombra di quel covile simile a una caverna si erano già raccolte, e si rimpiattavano negli angoli sedendo sui talloni, alcune persone e io pensai che ora qualcuno avrebbe estratto da sotto il giubbotto il libro o il fascio di fogli, ma mi sbagliavo. Illuminato dai bagliori rossastri della caldaia un uomo si alzò e cominciò a recitare a memoria, parola per parola, l’Apocalisse. Quindi il fuochista, l’anziano contadino che qui era il padrone di casa, disse: e adesso continua tu, Fjodor! E Fjodor si alzò e recitò a memoria il capitolo successivo. …A questo punto mi resi conto che quei detenuti, tutti semplici contadini, che avevano da scontare pene di dieci, quindici, vent’anni di lager si erano suddivisi tutti i principali testi della Sacra Scrittura, li avevano imparati a memoria e, incontrandosi segretamente di tanto in tanto, li ripetevano per non dimenticarli».

Come nel romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 [Qui], in cui i libri bruciati erano stati imparati a memoria e, di nascosto, in caverne fuori città venivano raccontati e i narratori iniziavano a parlare dicevano: “Io sono Dante”, “io Shakespeare”, “ed io sono Goethe”, così i contadini del locale della caldaia ‒ ricorda ancora Sinjavskij ‒ «avrebbero potuto dire di se stessi la medesima cosa. Uno: “Io sono l’Apocalisse, capitolo 22”. L’altro: “E io il Vangelo secondo Matteo”. E così via, in una staffetta, scandita da ciò che ognuno serbava nella memoria. E questo era cultura, nella sua successione, nella sua essenza, nella sua sopravvivenza clandestina. Sostenuta da una catena della memoria. Di bocca in bocca, di mano in mano. Da una generazione all’altra. Da un lager all’altro. Ma nondimeno cultura, e in una delle sue manifestazioni più pure ed elevate», (ivi, 15-19).

Da una poesia del Samizdat [Qui]: Attese di trasfigurazione

Non abbiamo mai avuto una luna così alta.
Le ombre si sono raccolte
ai piedi degli ulivi.
Per tutta la notte
i cani hanno ululato nel vento,
seminando d’inquietudine le vie strette.
Quali brividi percorrono
le viscere oscure della terra
se perfino i galli trattengono il canto
ora che il giorno è fermo all’orizzonte?
D’improvviso fu spezzato il tempo.
Si sciolse la luce dell’astro notturno,
segno del tuo corpo addormentato,
all’erompere violento del tuo sole.
Hai spalancato gli occhi
vestendo di trionfo l’universo
e fino all’alto regno di tuo Padre
è rimbalzato l’annuncio di vittoria.
Ora tu stai vibrante di splendori
al centro degli spazi liberati
nell’armonia della Risurrezione.

Ma sul pianeta rimane
il buio spalancato della tomba
e il mistero della tua assenza.
Avessero avuto voce
le pareti del sepolcro,
la pietra che sostenne per tre notti
il corpo irrigidito!
Quando dagli altri regni rifluì
la vita nelle tue membra, gagliarda
a vincere le porte dell’eterno,
dicono che un fremito inaudito
contorse in grido la roccia.
Ma si rapprese la chiara mattina
intorno alle donne con gl’intimi alabastri;
solo la pietra violata rivelava
il gesto gentile dei lini accolti.
La voce del nimbale messaggero
parlava di ritorni,
ridava le ali all’attesa e alla speranza.
Per tutto il giorno
abbiamo trepidato ai rari segni.
Il vuoto sepolcro ci offuscava
le concitate annunciatrici,
la fiamma certa di Maria di Magdala
intesa al suono della dolce voce,
la custodita tenerezza di tua madre
e il consapevole sorriso.
Ed ora che la sera si raccoglie
di pudore, attendiamo
il ritorno dei discepoli da Emmaus.
Ti hanno riconosciuto
allo spezzar del pane.
Anche da noi la cena è preparata.
Odora sulla mensa
un cibo fraterno da spartire
fra timori e speranze.
E fiduciosi noi stiamo in attesa.
(ivi, 23-25)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicc[Qui]

carcere ferrara esterno (foto: Cristiano Lega)

LIBERI DENTRO
La libertà corre lungo i canali televisivi dell’Emilia Romagna

 

Irene Fioresi – Funzione Strumentale per la comunicazione – Cpia di Ferrara

Anche Ferrara nel palinsesto di Eduradio – Liberi dentro, il progetto regionale che ha lo scopo di sensibilizzare la cittadinanza sul tema della detenzione e sul reinserimento delle persone detenute nel contesto sociale, obiettivo prioritario per sconfiggere il problema della recidiva, e allo stesso tempo di continuare ad essere presenti nelle carceri della regione Emilia Romagna attraverso le voci e i volti di chi promuove attività riabilitative, istruzione e vari servizi di volontariato. 

Il Cpia di Ferrara sostiene una nuova tappa della programmazione che vedrà l’emissione di una decina di programmi costruiti in collaborazione con il Teatro Nucleo e Astrolabio, il giornale del carcere, assieme ai volontari di diverse Associazioni e Cooperative che regolarmente operano nella Casa Circondariale di Ferrara.

Mercoledi’ 12 maggio sul canale 118 Lepida TV alle ore 13.30 sarà in onda la prima emissione ferrarese, sul tema l’attesa, una delle dimensioni pervasive della vita in carcere.  I video, realizzati in collaborazione con Web Radio Giardino, avranno come filo conduttore “parole – chiave” che attraverso spezzoni del lavoro teatrale svolto nei laboratori in carcere del Teatro Nucleo risuoneranno con accenti diversi dentro e fuori le mura.

Il 21 maggio 2021 il progetto di Eduradio sarà presentato e discusso a livello nazionale, con un convegno online a cui parteciperà anche il Ministro per la Giustizia Marta Cartabia.  Nato dal desiderio di continuare, nonostante l’emergenza sanitaria, il servizio culturale, educativo, di assistenza spirituale nella Casa circondariale Rocco D’Amato di Bologna, il Progetto Liberi dentro – Eduradio, è riuscito ad unire le voci impegnate nel difficile compito dell’esecuzione penale, per arrivare direttamente nelle celle e accorciare le distanze che separano il carcere dalla società.
Per raggiungere le camere detentive, sprovviste di collegamenti internet, le trasmissioni “a distanza” di informazione, cultura e didattica destinate al carcere e alla cittadinanza, hanno viaggiato, inizialmente attraverso gli apparecchi radio, acquistati dalla rete dei promotori e donate al carcere, su Radio Città Fujiko 103.1 FM, a partire dal 13 aprile dello scorso anno, in piena pandemia, per far sentire ai detenuti una presenza e un’attenzione alla loro situazione e per dare continuità alle attività sospese. In seguito la ‘famiglia Eduradio’ si è allargata agli altri volontari e operatori degli istituti di pena di Modena, Parma, Reggio Emilia, Ferrara e Faenza (Forlì), che hanno deciso di aderire all’iniziativa, che ha trovato spazio anche sul canale televisivo 636 e, da aprile 2021 è in onda quotidianamente anche su Lepida TV canale 118 alle ore 13.30.

Qui il link alla programmazione andata in onda: https://liberidentro.home.blog/podcast-liberi-dentro-regione-er/

Il gruppo di Ferrara, sostenuto dal CPIA, intende dare continuità alla propria partecipazione attraverso una trasmissione quindicinale di un contributo video su racconti dal carcere, per il carcere e sul carcere, che coinvolgeranno non soltanto i soggetti delle attività educative e rieducative, ma anche esperti ed interessati alla realtà carceraria.

 

Le rubriche a tema di Eduradio – alle 6.30 su Radio Fujiko 103.1 e alle 17.00 su Teletricolore 636
Su LEPIDA TV CANALE 118 tutti i giorni della settimana dalle 13.30 alle 14.00 (e il weekend dalle 13):

Lunedì 10 AVoC e Centro Internazionale del Libro Parlato, Voci da dentro

Martedì 11 Poggeschi, Ne vale la pena

Mercoledì 12 CPIA Ferrara con Sonni Boi; Segue Lezioni di cucina con Lost in translation

Giovedì 13 Cantieri Meticci

Venerdì 14 Ginnastica da camera; Segue: Spiritualità Islamica e cultura araba

Sabato 15 (6.00 Radio; 10.30 TV636; 13.00 Lepida): Cappellania della Dozza con Il Vangelo ti è
vicino. Segue (6.30 Radio, 11.00 TV636, 13.30 Lepida): Teatro del Pratello con
Scritture teatrali tra carcere e città. Al termine (6.45 Radio, 11.15 TV 636, Lepida
13.45) la rubrica Parliamo di Buddismo.

Domenica 16 (Ore 6.00 Radio, 10.30 TV636, 13.00 Lepida): CPIA Bologna con School on air. Segue
(Ore 6.30 su radio Fujiko, 11.00 su TV636, 13.30 Lepida) il Teatro dell’Argine

Cover: Carcere di Ferrara, esterno (foto: Cristiano Lega)

Mo-LESS-tie

 

È un giovedì mattina come tanti altri: mi alzo, faccio colazione, prendo il mio cellulare e spreco il poco tempo libero che mi rimane, prima di mettermi a studiare, scorrendo il dito sullo schermo. Sono gesti automatici a cui non presto attenzione, tocco dopo tocco sono diventati parte della mia routine.
E così l’Evergreen che blocca il canale di Suez, la nascita di Vittoria Lucia-Ferragni e il pittore impazzito che si diverte a colorare le regioni italiane accompagnano il mio risveglio ogni giorno.
Altre informazioni indistinte allungano il mio caffè, scambio qualche messaggio e rimango fedele alla mia appendice digitale.

Una notizia in particolare però coglie la mia attenzione più delle altre. Leggo articoli, vedo Instagram Stories, post e commenti aventi un solo soggetto, Damiano Coccia alias Er Faina. Lo sgomento provocato da questo personaggio, noto per avere opinioni irriverenti e mancanza di filtri, inizialmente mi incuriosisce: è possibile che tra commenti anarchici e trasgressione, a cui ha abituato il suo pubblico, riesca ancora stupire? A malincuore scopro che la risposta è positiva.

Prima di concentrarmi sulla frivolezza delle parole utilizzate da Coccia, mi permetto di introdurre il tema con la delicatezza che merita. A meno di un mese dall’aver promesso rispetto ed uguaglianza alle donne l’8 marzo, il primo Aprile 2021 si parla di CatCalling sminuendolo e facendolo passare per un complimento desiderato ed altamente formativo per l’autostima femminile. Purtroppo, nonostante la data potesse far pensare ad uno scherzo, di divertente non c’è nulla.

Il Catcalling, o molestie di strada, oltre ad includere azioni come avance sessuali persistenti, palpeggiamenti da parte di estranei ed inseguimenti, include anche le tanto discusse molestie verbali, quali fischi, gesti o commenti indesiderati, che possano mettere altamente a disagio chi li riceve. La sopracitata polemica di Coccia, il quale dopo essersi messo in ridicolo davanti a tutta Italia, ha avuto almeno la decenza di chiedere scusa, pretendeva che frasi puramente oggettificanti, gridate a squarciagola in luoghi pubblici, senza alcun consenso da parte di chi le riceve, dovessero passare come meri complimenti.

Ora, non voglio soffermarmi sulle intenzioni dell’influencer, personalmente sono lieta che si sia reso conto dei suoi errori e che si sia scusato pubblicamente. Mi interessa ancora meno della natura di queste scuse, certo non deve essere difficile capire di aver sbagliato se tutto il Web ti ripete che non devi fare altro che vergognarti.
È l’ignoranza che vorrei mettere al centro dell’attenzione e vorrei puntare i riflettori su questa parola dal suono straniero che tanti non conoscono.

Nel 2021 è ora che si capisca che la violenza, di qualsiasi natura e in qualsiasi contesto, nasce quando qualcuno insiste dopo aver ricevuto un no come risposta. Il consenso deve diventare la nuova chiave di lettura di ogni comportamento e di ogni azione. Ogni individuo, di qualunque genere, etnia ed orientamento sessuale deve avere il diritto di sentirsi al sicuro. Abbiamo il dovere di creare una società che rispetti la libertà altrui e che sia libera da quella limitazione culturale, a cui ci ha da sempre abituato il patriarcato. Il sessismo, così come il razzismo e la xenofobia, sono costrutti mentali e culturali che vanno sdoganati ora e per sempre: il nostro mondo è cambiato e si è evoluto, non abbiamo più né tempo né voglia per dei limiti impostici a priori.

È tempo che, quando una donna esce di casa da sola, giorno o notte che sia, si senta al sicuro quanto un uomo. È tempo che il nostro genere, il colore della nostra pelle e il nostro dio non mettano a rischio la nostra incolumità. È tempo che l’uguaglianza evolva dalla sua connotazione statica di utopia e condanni a morte l’ignoranza.

Incontro intervista con Hazal Koyuncuer e le donne del villaggio curdo Jinwar

 

Avevamo già preso ii biglietti, deciso l’itinerario, valutato i punti critici alle varie frontiere. Dovevo partire anch’io per il Rojava e raggiungere il villaggio autogestito di Jinwar. Hazal Koyuncuer, la nostra guida, era moderatamente ottimista: “la guerra adesso sembra essere in pausa, riprenderà verso l’estate”. Poi è arrivata la pandemia e tutto quello che sapete. Ma del popolo curdo, della gloriosa lotta contro l’Isis (perché sono i Curdi, da soli, ad averlo sconfitto sul campo), della sua esperienza rivoluzionaria di una democrazia governata dal basso e di una radicale uguaglianza di genere, non possiamo dimenticarci. Il webinar partecipato organizzato da Macondo è un appuntamento da non perdere. E il viaggio? Beh, quello è soltanto rimandato. Deve passare la nottata.
(Francesco Monini)

Macondo incontra

Martedì 30 marzo 2021 – dalle ore 20:30 alle 22:00
Webinar – Incontro partecipato: per collegarsi all’evento in diretta su Zoom clicca [Qui]

«Jinwar, nella regione del Rojava (nord della Siria): un villaggio di donne curde che è punto di aggregazione sociale e politica di donne e bambini, per un cammino di libertà, uguaglianza e giustizia»
Introduzione:             Donatella Ianelli – avvocato penalista, Bologna
Relatrice:                   Hazal Koyuncuer – portavoce della comunità curda di Milano
Interventi:                  In collegamento dal Rojava testimonianze di donne curde
Moderatrice:              Monica Lazzaretto Miola – componente la segreteria nazionale di Macondo
Al termine:                interventi dei partecipanti

Hazal Koyuncer – portavoce della comunità curda di Milano

Dalla introduzione di Donatella Iannelli

Ho conosciuto Hazal Koyuncuer a Bologna, era arrivata per una manifestazione a sostegno del popolo curdo. Era il 2019, allora  ci si poteva ancora incontrare…Macondo* mi aveva chiesto di prendere contatti con lei in previsione della festa nazionale dell’associazione Macondo appunto, la festa dell’anno successivo, intorno a maggio 2020 si era detto. Avrebbe potuto partecipare e portarci l’esperienza curda del Rojava.

Hazal, insieme ad Ylmaz Orkan, sono i portavoci della comunità del Rojava in Italia. Nel primo incontro abbiamo fatto una chiacchierata di una mezz’ora.
Intanto avevo bisogno di collocare geograficamente il Rojava. Si tratta di  una regione del nord est della Siria, abitata da varie etnie – curdi, turcomanni, arabi, ebrei, armeni, caldei, ceceni, assiri ed altri – che, nel pieno dell’insurrezione siriana e immediatamente dopo, in lotta contro l’invasione delle truppe del Daeshl’ISIS–  sottoscrivono un patto di autogoverno denominato ‘Contratto Sociale del Rojava’:

La resistenza curda del Rojava e della Siria del Nord

“Con  l’intento  di  perseguire  libertà,  giustizia,  dignità  e  democrazia,  nel  rispetto  del  principio  di  uguaglianza  e  nella ricerca di un equilibrio ecologico (…)  un  nuovo  contratto  sociale,  basato  sulla  reciproca  comprensione  e  la  pacifica  convivenza fra  tutti  gli  strati  della  società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali,  riaffermando  il  principio  di  autodeterminazione  dei popoli (…) in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare  la  propria  libertà  di  espressione (…) costruendo  una  società  libera dall’autoritarismo, dal  militarismo, dal  centralismo (…) si  proclama  un  sistema  politico  e  un’amministrazione  civile  fondata  su  un  contratto  sociale  che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso  una  fase  di  transizione  che  consenta  di  uscire  da  dittatura,  guerra  civile  e  distruzione,  verso  una  nuova  società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale.”

Questo primo incontro mi ha fatto venire voglia di conoscere ancora di più questa realtà. Si è aperto un dialogo ed una conoscenza. Sino a parlare di Jinwar un  nome  che è un gioco di parole tra “JIN”, che in curdo vuol dire sia donna che vita, e “WAR”, che invece indica il doppio concetto di luogo e di casa.

Jinwar è un villaggio di donne e bambini centrato sulla liberazione delle donne. Dall’inizio del processo di costruzione iniziato il 25 novembre 2016 – nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne – quando è stata messa la prima pietra, fino ad oggi siamo stati in grado di costruire il villaggio con la forza e la creatività di molte donne” – mi dice Hazal
“Come parte del villaggio abbiamo costruito 30 case, una scuola per bambini, una università, una panetteria, un negozio, luoghi per animali, un giardino e intorno al villaggio ci sono dei campi. Viviamo in comunità, in sintonia con i concetti di società ecologica e democratica”.

Mi spiega che un punto importante di Jinwar è che le donne si auto organizzano e sviluppano in autonomia tutti i campi della vita. In quel momento stavano aprendo la loro unica clinica che si chiama Şîfa Jin, su quello stanno concentrando le loro forze.

Cosa significa Şîfajin? Le chiedo

“La cura della donna” mi dice “integriamo la medicina convenzionale e naturale. I nostri obiettivi sono dedicare attenzione sanitaria alle donne di Jinwar e dei 50 villaggi circostanti, preparare le nostre medicine naturali, educare le donne alla salute attraverso seminari e formazioni più a lungo termine e fare ricerche sulla medicina locale e anche sulla condizione sanitaria delle donne nella zona”

Qual è la situazione attuale di Şîfajin?

“Abbiamo aperto la clinica il 4 marzo del 2019 con poche risorse, ma nonostante le carenze e le limitazivillaggiooni stabilite a causa del CoronaVirus, la nostra clinica rimane aperta giornalmente erogando servizi a molte donne e bambini. La cosa più importante del nostro lavoro è prendersi cura delle donne e dei bambini poiché la situazione della loro salute è critica.  Stiamo prestando assistenza medica e supporto mentre prendiamo le misure appropriate contro CoronaVirus e realizziamo informazione su questo problema. Vogliamo dotare la clinica di un ambulatorio per il medico, uno per l’ostetrica, uno per il ricevimento e un altro  per la medicina naturale. Non possono mancare  un laboratorio, una farmacia e un’ambulanza. Per questo abbiamo bisogno di una decina di persone che ci lavorino. In questo momento abbiamo una medico, un’infermiera, un’addetta alla reception, una specialista in medicina naturale con assistente e una addetta alle pulizie, e tutte lavorano senza ricevere alcun compenso”.

Tutto questo, il villaggio Jinwar, la clinica Şîfajin, sono parte del Rojava, questa nuova esperienza di autonomia governativa che il popolo curdo, tra mille difficoltà, ha costruito e realizzato anche durante il riacutizzarsi degli attacchi ISIS.
L’ Associazione Macondo ha appoggiato questa nuova esperienza di vita, dove tane persone diverse si raccolgono con un obiettivo comune, di pace libertà e democrazia

Mi colpivano molto le foto delle donne militarizzate e combattenti contro l’ISIS: nonostante la durezza e la difficoltà che le aveva visto protagoniste sembravano serene nella loro difesa quotidiana del territorio e del progetto di vita, non solo del loro. Non si può dimenticare che nessuno si salva da solo e il benessere del mondo è il benessere di noi tutti.

Se non sei riuscito a partecipare alla diretta, guarda e ascolta la registrazione dell’incontro con Hazal Koyuncuer e le donne curde del villaggio Jinwar sul sito dell’Associazione Macondo: clicca [Qui]

Il Casale Garibaldi di Roma:
come funziona “La città dell’utopia”

 

Roma – Si narra che il Casale Garibaldi, costruito a fine Settecento in una zona rurale alle porte di Roma, prese il nome da un episodio leggendario, secondo il quale l’Eroe dei due mondi  dormì tra le sue mura.
Nel 1907 il Casale fu rilevato da Augusto Volpi, imprenditore illuminato, anarchico e antifascista, che lo trasformò in un’osteria. Diventò così Casale Volpi.
Dopo la prima guerra mondiale venne utilizzato come luogo di ritrovo per gli antifascisti del quartiere, poi, durante la seconda guerra mondiale, come base per una brigata di partigiani. Nel secondo dopoguerra, ormai quasi un rudere, per poco non venne abbattuto per fare spazio alla nuova via Leonardo da Vinci.
Diventato poi proprietà comunale, si trovava in pessime condizioni quando nel 2003  attivisti  del Servizio Civile Internazionale (SCI) lo occuparono, rinominandolo ‘La Città dell’Utopia’ (LCU). Ebbero così inizio i lavori di recupero e cura della struttura allestendo  campi di volontariato, lavori a cui parteciparono attivisti di tutto il mondo.
Nel 2004 lo SCI ne ottenne l’assegnazione dal Municipio Roma XI (oggi VIII) grazie a un progetto con il quale LCU cerca a tutt’oggi di realizzare il suo sogno originario: costruire un luogo di socialità e solidarietà, internazionalismo e cittadinanza attiva per favorire i rapporti tra culture diverse e l’inclusione sociale.

La Città dell’Utopia è  un esempio concreto di come lo SCI, in linea con  la missione che la storica associazione pacifista cerca di attuare in vari contesti mondiali, si impegna a  promuovere lo sviluppo territoriale e, al tempo stesso, a mantenere aperta una finestra sul mondo. É un laboratorio dove si affrontano i principali temi legati ad un nuovo modello di sviluppo locale e globale equo e sostenibile.
In concreto è una ‘casa laboratorio’ aperta ad associazioni, movimenti, gruppi informali e a chiunque voglia condividere un’esperienza di lavoro comune per la costruzione di stili di vita e visioni culturali alternative. Le attività nell’ambito di questo progetto si rivolgono soprattutto agli abitanti del quartiere e a migranti a rischio di emarginazione.

La gestione è affidata a una assemblea di attivisti che ne programma le attività, tenendo conto delle proposte dei gruppi di lavoro, delle associazioni e degli altri soggetti proponenti; l’assemblea determina le linee guida nella relazione con i soggetti istituzionali e gli impegni di spesa per la gestione e la programmazione.
Chiunque può presentare proposte di attività e progetti, così come partecipare all’assemblea plenaria, convocata pubblicamente con cadenza annuale, e all’assemblea degli attivisti.
Significativo è il contributo alla gestione da parte di volontari internazionali che, selezionati dal Servizio Civile Internazionale, si alternano dall’inizio del percorso. Tra le tante attività di collaborazione, i volontari offrono la possibilità di frequentare corsi di lingue straniere in madrelingua.

La Città dell’Utopia ospita nei suoi locali anche altre attività
Nella Biosteria si svolgono incontri e dibattiti su uno stile di vita più responsabile, La Terrazza ospita in primavera ed estate pranzi e cene, nell’Appartamento vengono accolte persone provenienti da tutto il mondo che partecipano a progetti di volontariato dell’Unione Europea o coinvolti attraverso altri programmi del Servizio Civile Internazionale. Al piano superiore del casale ci sono un Ostello sociale, fornito di cucina, per l’ospitalità di singoli o di gruppi e una  Mediateca con tavoli e libri dove si può studiare e leggere. C’è anche ‘la Stanza dei divani’, uno spazio per condividere idee, leggere, giocare, riposarsi e perfino per pensare in silenzio, attività ormai caduta in disuso, e le Stanze Arancione e Rossa per riunioni di lavoro e assemblee.

Nel Casale è continua la presenza dello SCI ITALIA, ONG riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri e Membro consultivo dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa. È un movimento laico presente in 43 paesi in tutto il mondo. Da 90 anni promuove attività e campi di volontariato sui temi della pace e del disarmo, dell’obiezione di coscienza, dei diritti umani e della solidarietà internazionale, degli stili di vita sostenibili, dell’inclusione sociale e della cittadinanza attiva. Il suo impegno concreto è volto a cambiare situazioni di disuguaglianza, ingiustizia, degrado, violazione dei diritti umani.

Numerose le altre associazioni presenti, ne cito solo alcune a titolo indicativo.
LABORATORIO 53 è una associazione laica e apartitica, formata da filosofi, antropologi, psicologi, assistenti sociali, operatori legali, avvocati e mediatori culturali che offre assistenza e accoglienza ai migranti, richiedenti protezione internazionale e minori.
EDURADUNO è una associazione culturale che definisce e realizza progetti educativi rivolti a minori e adulti e crea spazi di visibilità per educatori e educatrici attraverso concorsi letterari, pubblicazioni ed eventi vari.
RUOTA LIBERA è un’associazione ciclo-ambientalista nata per promuovere e sviluppare l’uso abituale della bicicletta come mezzo di trasporto ecologico per la riqualificazione dell’ambiente urbano ed extraurbano.
gas (GAS) San Paolo, nato dall’esigenza di un consumo oculato, equo e solidale. È formato da persone che si uniscono per organizzare i propri acquisti, privilegiando i prodotti locali della filiera corta e i produttori che garantiscono non solo la qualità, ma anche la dignità del lavoro all’interno delle aziende.

Molti gli eventi, iniziative e appuntamenti che hanno luogo nel Casale Garibaldi:
Il Social cafè è un luogo d’incontro, divertimento, discussione e compartecipazione. Realizzato dai volontari  internazionali del Casale e dalla popolazione locale, tratta una grande varietà di temi.  Attraverso progetti di human library, reading, presentazione di libri e documentari, world cafè, laboratori e dibattiti con ospiti nazionali ed internazionali, offre scambi di informazioni e punti di vista su musica, migrazioni, analisi della situazione politica e sociale nei vari Paesi.
Il Mercato Contadino TERRA/terra. Nato per volontà dell’Associazione TERRA/terra, impegnata da diversi anni nella salvaguardia del patrimonio agroalimentare e nella diffusione delle tematiche legate al cibo e alle produzioni contadine, è gestito da contadini che offrono alimenti stagionali e coltivati in maniera naturale. Opera con cadenza mensile, con la presenza di una ventina di produttori.
Il Festival Internazionale della Zuppa. Nato a Lille nel 2001 e diffusosi successivamente in tutta Europa, da più di dieci anni l’edizione romana è un momento ludico di condivisione di tante ricche ricette, provenienti da tutto il mondo. Il Festival si basa sui principi del riciclo e del riuso, contro gli sprechi di cibo; gli spazi del centro e dei cortili vengono occupati da coloratissime bancarelle in cui i partecipanti offrono un assaggio della zuppa che hanno preparato. La zuppa ha un forte valore simbolico: è un piatto presente in tutte le tradizioni culinarie del mondo, come un filo conduttore che lega tra loro culture differenti senza però renderle uguali, anzi sottolineando l’unicità di ciascuna. É un piatto semplice e popolare, può essere preparata con gli ingredienti più umili e basilari e risultare comunque unica e gustosissima, come una comunità in cui ciascuno apporta il suo contributo per il raggiungimento di un risultato comune, senza che nessuno prevarichi l’altro/a.

No Border Fest : Ogni inizio di estate a La Città dell’Utopia viene organizzato un festival di cultura, dibattiti, cucina e musica per ricordare l’importanza della lotta contro il razzismo e per costruire relazioni solidali per superare qualunque frontiera e pregiudizio. Si affrontano i temi delle migrazioni, della libertà di movimento e del contrasto alle diverse forme di razzismo. Tre sono i filoni principali: interculturalità, stili di vita sostenibili e cittadinanza attiva, con particolare attenzione alla situazione di Roma e dell’Italia.

LCU dà vita a corsi e laboratori, che possono essere proposti da chiunque desideri condividere e scambiare un’abilità o un’esperienza con altri cittadini.
Si tengono anche corsi di formazione per il Volontariato nazionale e internazionale, nonché corsi di formazione professionale per il mondo del lavoro giovanile (training courses). I diversi corsi tenuti a LCU sono aperti a tutti. Docenti e coordinatori si scambiano le loro esperienze e i partecipanti possono accedere iscrivendosi allo SCI.
Da numerosi anni svolgo a LCU corsi di EduYoga, un metodo che si basa su teorie e tecniche dello yoga tradizionale per creare un migliore equilibrio individuale e una  maggiore sintonia nelle relazioni tra individui e tra gli individui e l’ambiente. Teniamo corsi di yoga posturale (Hatha yoga), di meditazione (Astanga yoga), di formazione per insegnanti di yoga. Sono stati allestiti anche campi residenziali, con partecipanti provenienti da ogni parte del mondo, nei quali lo yoga viene proposto come strumento per migliorare il proprio stile di vita (Yoga as lifestyle)
Partecipo con grande convinzione alle attività del Casale dell’Utopia, anche se non sono pochi i problemi da affrontare e risolvere. In questo luogo – per molti versi “magico”, per la sua diversità non solo architettonica – ho sempre incontrato disponibilità, rispetto e libertà.

Ma ciò che più apprezzo è la libertà di immaginare insieme un mondo migliore e la ricerca di strade per realizzare l’Utopia.
Come scriveva Eduardo Hughes Galeano: “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare.”

censura-stampa

SCHEI
Io ti banno (come la censura privata orienta il pubblico consenso)

Quando CNN e MSNBC hanno deciso di togliere la parola (staccando il collegamento) a Donald Trump, presidente Usa in carica ma perdente, che il 6 novembre 2020 farneticava in diretta televisiva degli inesistenti brogli di cui sarebbe stato vittima, di primo acchito ho esultato: ecco l’informazione libera che si ribella alle fake news, anche se è il tuo Capo di Stato a diffonderle. Poi, a botta fredda, ho iniziato a pensare a come fosse stato possibile che Trump, un uomo che aveva costruito tutta la sua comunicazione sulle fake news diffuse in buona parte attraverso i media, fosse riuscito a diventare il Presidente degli Stati Uniti a dispetto di tutta la “informazione libera”, in primis quella del suo paese. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, se lo scopo è smascherare le falsità di un potente. Temo però che sia legittima anche un’ altra lettura di questo evento: il potente viene bannato, ridicolizzato, censurato solo quando il suo potere sta crollando. Fino a quando è stabilmente sul trono, il teatro della comunicazione ammette il dissenso, ma non discute le fondamenta di cartapesta del Truman Show costruito dal potente. Invece, quando il potente annaspa, abbarbicato al trono che scricchiola, solo allora il mondo della comunicazione fa cadere i proiettori dal soffitto e fa sbrecciare il fondale del finto panorama marino, gli elementi della storia farlocca che il potente ha raccontato ai sudditi per diventare il sovrano. E allora però la sensazione di essere manipolati non diminuisce, ma aumenta.

Nemmeno George Orwell immaginava che alcune sue intuizioni sarebbero state tanto profetiche. Le sue simpatie socialiste e democratiche gli fecero scrivere, sia in termini giornalistici che letterari, parole seminali contro il totalitarismo di Stato, incarnato storicamente da quella Unione Sovietica parodiata ne “La fattoria degli animali”. Eppure, nemmeno il visionario Orwell di “1984” e del “Grande Fratello”  poteva immaginare che il controllo sociale e l’orientamento del consenso sarebbero passati nelle mani di privati, e che quei privati sarebbero diventati più potenti degli Stati sovrani.

Facebook è nato come una piazza virtuale tra universitari per dare i voti alle ragazze. Progressivamente è diventato il social media più influente e capillare del pianeta, e alla fine del giro è diventato il posto nel quale l’ analfabeta funzionale si forma la sua opinione e poi vota Trump, o Salvini o Meloni o Le Pen (sillogismo aristotelico: non tutti coloro che votano questi signori/e sono analfabeti funzionali, sia chiaro; però gli analfabeti funzionali che votano, votano questi signori/e). Come sia stato possibile che l’espansione planetaria di questo strumento abbia disegnato una parabola circolare, che sia stato utilizzato da tutti, compresi gli intellettuali e i geni del pianeta, per poi tornare come in un gioco dell’oca alla casella di partenza dell’ignoranza, Dio solo lo sa (oltre a Zuckerberg). Con la differenza che un social “ignorante” usato da studenti universitari potrebbe essere inteso come una operazione con un senso, seppur frivolo e goliardico, mentre quello che accade adesso sul social network più mainstream fa venire i brividi per l’assoluta inconsapevolezza della propria buaggine da parte di certi leoni da tastiera. Questo non significa che non eserciti un potere immenso sulla mente delle persone: tutto il contrario. Pensate a quanto tempo della vostra giornata “cazzeggiate” su Facebook, e pensate alla genialità totale, perversa, di chi ha intraveduto le potenzialità commerciali di questo strumento: una piazza in cui ognuno può dire la propria opinione, anche se “la propria opinione” non esiste, perchè l’organismo mononeuronale di turno non si è mai messo nelle condizioni di potersi formare una opinione, nonostante le illimitate possibilità attuali, se confrontate con l’analfabetismo di necessità dei nostri nonni o bisnonni. E questa è una responsabilità gravissima sia del soggetto, sia della scuola, sia della società della intermediazione culturale, risultata talmente irrilevante da consentire la proliferazione di questi ultracorpi, dei baccelli che anzichè provenire da un altro pianeta si autoreplicano in casa, doppiando idioti a ripetizione.

Come se, all’improvviso, questi gestori-loro-malgrado della democrazia diretta fossero stati travolti dal senso di colpa per aver consentito ai mostri di moltiplicarsi e diventare anche famosi (a mezzo di manifestazioni di odio razziale, sessuale, religioso, sociale, civile nonché idiozie terrapiattiste et simlia), Facebook Twitter e Instagram hanno iniziato a censurare contenuti e bannare pagine. Il risultato è talvolta paradossale (persino la pagina Facebook di Ferraraitalia è stata mandata negli spogliatoi per diverse settimane a causa di alcuni vocaboli, non offensivi nè turpi, contenuti in un articolo satirico su Sgarbi), talvolta inquietante. L’inquietudine nasce dal fatto che questi social network privati, che hanno raggiunto una diffusione enorme e veicolano “informazione” disintermediata a miliardi di esseri umani, moltissimi dei quali li utilizzano per formare lì la propria (sub)cultura, decidono ormai senza appello a chi dare e togliere la parola. L’autorevolezza e la pericolosità di questa facoltà dipendono entrambe dalla rilevanza sociale e mediatica di questi mezzi, che è divenuta smisurata. L’autorevolezza è, in qualche modo, autoconferita ma anche guadagnata “sul campo”: se un mezzo diventa così potente, il merito è di chi lo ha creato e gestito. La pericolosità è altissima: una società per azioni di private persone decide se dare, togliere o amplificare la voce di un pazzo o di un genio, di un fanatico o di un Nobel, di un genocida o di un Gandhi. Si dirà: è un mezzo privato, potranno decidere quello che può passare o non passare sui loro canali. Se non ti piace, esci e “cambia canale”. Inoltre: tanto lamentarsi dell’odio e dell’ignoranza che viaggiano sul web non può diventare lamentarsi anche del fatto che l’odio e l’ignoranza vengano rimossi dal web. Altrimenti siamo gente che si lamenta di tutto. Anche questo è un ragionamento con una sua coerenza. Tuttavia…

Tuttavia: adesso la censura su Facebook e Twitter sta attraversando un momento di popolarità politically correct, perchè la vittima è Trump (un Trump che ha perso le elezioni, e quindi il potere). Io però mi faccio una domanda: se domani l’algoritmo di Facebook diventasse razzista, come la metteremmo? Se la sua policy prevedesse all’improvviso che si può inneggiare alla mafia o addirittura veicolarne i messaggi e i contenuti, come la metteremmo? Se da domani fosse consentito ridicolizzare e bannare Trump, ma fosse vietato criticare Putin? A nessuno viene il sospetto che il neoprogressismo di queste policy private colpisca i potenti solo quando sono decaduti, finiti, detronizzati?

Trovo molto pericoloso che un Elon Musk o un Mark Zuckerberg possano decidere quali informazioni e opinioni possano circolare, e quali no. Intanto questi media sono diventati mille volte più influenti di una testata editoriale, ma a differenza di questa non sono imputabili per diffamazione, anche se intermediano calunnie – il che fa il paio con il fatto che fatturano mille volte il fatturato di un editore “tradizionale”, ma attualmente si possono permettere, con semplici escamotage, di non pagare le tasse. Ma soprattutto: e se la macchina del consenso e della censura spostasse la sua banda di oscillazione sulla base di impulsi squisitamente “commerciali”? Finché il cavallo è vincente, può dire qualunque enormità suprematista, nazionalista e razzista. Quando il cavallo è perdente, si chiudono quei profili che fino al giorno prima propagandavano teorie complottiste e folli nella più totale libertà.

Questo tipo di atteggiamento al mio naso non profuma di libertà e democrazia, ma puzza di opportunismo. Certo, nel mondo c’è un problema altrettanto grande, enorme e contrario: il fatto che in molti paesi retti da regimi totalitari (Turchia, Cina, Iran) l’accesso ai social network è pesantemente limitato, e i contenuti vengono impediti spesso ben prima di accedere all’analisi delle policy dei social. Tuttavia una questione ugualmente importante rimane aperta: se sia giusto lasciare la valutazione dei contenuti solo ed esclusivamente nelle mani di questi potentissimi neo-capitalisti della comunicazione liquida, che detengono oggi un potere di orientamento del consenso superiore a quello di uno Stato di stampo orwelliano.

 

PRESTO DI MATTINA
L’attesa della stella cometa

Il nascere della parola di Dio nella forma terrosa, dentro la tenda d’argilla della nostra umanità, è simile al risvegliarsi del nostro dire, l’inizio rinascente della parola dopo il silenzio della notte. Parola sorgiva, unica, irripetibile, rispetto a quelle che seguiranno. Così come irripetibile, nel giorno, è il sorgere dell’aurora: quell’istante lunghissimo di puro abbandono, un consegnarsi confidente all’oscurità che continua a ad ergersi di fronte, impenetrabile. Allo stesso modo l’incipiente parola si fa animo rompendo il generale silenzio, come germoglio che apre la terra e subito si dischiude alla parola la luce.

Così come, al momento della sua nascita, il primo balbettio di Gesù viene generato e anticipato da quell’ “eccomi” di smisurata e disarmante fiducia pronunciato dalla Madre, acclamata nella liturgia “mistica aurora della redenzione” ‒ in modo tale che lui pure, il figlio, venendo alla luce ripete, accordandosi con lei, il suo “eccomi”, al quale seguiranno, come da fonte cristallina, tutte le altre parole come una buona notizia, un vangelo ‒ parimenti avviene in noi al risveglio della parola che germina dal silenzio. È nota primigenia, cantus firmus, melodia che permane velata, come base comune in una composizione polifonica. Essa subito si sottrae, nascondendosi tra le linee del pentagramma, lasciando libero lo spartito per le altre note che seguiranno. E tuttavia di lei s’intende sempre come un’eco profonda che lascia in ogni nota la sua impronta e la sua fiducia.

Fiducia, certo: perché ci ricorda Maria Zambrano che al risveglio la parola iniziale non viene mai da sola, ma è sempre accompagnata da una fiducia radicale che per questa filosofa spagnola costituisce la radice stessa della parola nascente: «la parola si desta dentro questa fiducia radicale che si annida nel cuore dell’uomo e senza la quale egli non parlerebbe mai. E si direbbe persino che la fiducia radicale e la radice della parola si confondano tra loro, o si diano in un’unione che permette alla condizione umana di emergere. È di indole docile la parola, lo mostra nel suo destarsi quando comincia a sgorgare indecisa, come un sussurro in parole slegate, in balbettii, appena udibili, come un uccello ignaro che non sa dove andare, ma si dispone ad alzare il suo debole volo. E la parola originaria, ritiratasi in sé, torna al suo silenzioso e nascosto vagare, lasciando l’impronta impercettibile della sua diafanità. Non si perde, però. Come un balbettio, come un sussurro della fiducia inestinguibile, attraverserà la serie delle parole dettate dall’intenzione, liberandole per qualche attimo dalle loro catene. E in questa breve aurora si avverte il germinare lento della parola nel silenzio. Nel debole bagliore della resurrezione la parola finalmente si stacca lasciando intatto il suo germe, annunciato dal pallido albeggiare della libertà, un attimo prima che la realtà irrompesse. E così la realtà rimane sorretta dalla libertà e con la parola avviata a dirsi, a prender corpo. La parola e la libertà precedono la realtà estranea, che irrompe dinanzi all’essere non ancora compiutamente destatosi nell’umano» (Chiari di bosco, Milano 2004, 28-29).

Così sento il Natale del Signore, il venire della sua parola in me, come l’aurora nella mia notte che sprigiona il mio “eccomi”: parola primigenia che si affida. Se ritarda, l’attendo con fiducia, memore delle parole del profeta Abacuc: «se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fiducia» (2,3).

Si raccontano storie e si intonano canti soprattutto quando la fiducia si restringe, quando la si vuole ridestare nel cuore oppresso e appesantito dal sonno per l’attesa in una lunga veglia. Fu in simili circostanze che il vescovo Ambrogio di Milano compose i suoi inni. Era la settimana santa del 386, e Ambrogio si trovava barricato, giorno e notte, con i suoi fedeli all’interno della basilica di Milano, per difendersi dagli assalti degli ariani e delle truppe dell’imperatore. E fu proprio il canto degli inni da lui composti a infondere coraggio, a ridestare la fiducia del suo popolo mantenendo viva in loro la speranza di una riuscita. Da quel momento, grazie ad Ambrogio, nella chiesa latina si iniziarono a cantare inni e salmi secondo l’uso delle chiese orientali. Una prassi diffusa anche da Agostino che apprese da Ambrogio quell’ascoltare “la parola di dentro” che è il canto e non solo la “parola dall’esterno” recitata. Un canto scaturente da un atteggiamento interiore, orante e amante, perché «cantare ‒ egli diceva ‒ è proprio di chi ama».

Sono convinto che valga la stessa cosa per il narrare. Ed è per questo che voglio raccontarvi una storia che scrissi per un Natale di tanti anni fa, sulla necessità di attendere ciò che tarda a venire, fosse anche la Parola di Dio in questo particolare e ristretto Natale.

«Quell’anno la stella cometa giunse in anticipo a Betlemme. Aveva perso un poco della sua luce girando attorno al sole, ma aveva due code, e così era diventata più veloce. La luna era già quasi piena, e lo sarebbe diventata del tutto proprio la notte di Natale. Scese rapidamente su Gerusalemme, attraverso una densa coltre di nubi che copriva la città e si diresse subito a Betlemme.
Ma tutte le luci erano ancora spente, e quando arrivò alla capanna non trovò nessuno, nemmeno il bue e l’asinello o i fuochi dei pastori. Si sentì sola, una piccola luce in mezzo ad una grande oscurità.
Si fece coraggio e si mise ad aspettare. Ma aspetta che ti aspetta, il tempo passava e non si vedeva nessuno. Scoccò la mezzanotte ma niente ancora. Allora la cometa cominciò a dire tra sé: “visto che Erode cerca il bambino per ucciderlo, forse nascerà da un’altra parte! E i magi avranno seguito un’altra stella. Ma che tristezza essere venuta qui per niente”. “Quasi quasi me ne vado ‒ pensò dentro di sé ‒ almeno lassù in cielo avrò la compagnia delle altre stelle e della luna piena”. Aveva già puntato verso il cielo quando vide arrivare un pastore, che subito rivolgendosi alla stella disse: “ma guarda, credevo di essere in ritardo, ma non c’è ancora nessuno se non tu; meno male”.
Dimmi tu invece ‒ rispose la stella al pastore ‒ è proprio qui l’appuntamento?”, “Certo, certo rispose lui, ma non capisco questo ritardo”. Passò un’altra ora e alla stella scappò detto: “ma non verrà più, vedrai”. E continuò: “Qualche anima buona avrà ospitato Maria e Giuseppe nella propria casa”. “Ma nooo! ‒ disse un terzo pastore che nel frattempo era arrivato ‒ gli angeli non si sbagliano, hanno detto di venire proprio qui”.
E aggiunse poi che un profeta aveva scritto: “Lo splendore apparirà alla fine, e non mentirà: se tarda, attendilo, perché certo verrà e non indugerà” (Ab 2,3). “A volte le cose si dicono tanto per dire… io vado”, disse la cometa. “Aspetta” – la interruppe il primo pastore: “con noi, ora non sei più sola”; “aspetta ‒ disse il secondo ‒ le nubi si stanno diradando spinte via dal vento”. “Aspetta, aspetta, aspetta ‒ le disse il terzo ‒ ho visto tumulto a Gerusalemme e partire da essa una carovana di tre re”.
Così la cometa aspettò. E ogni pastore che arrivava le suggeriva di continuare ad aspettare e in quell’attesa, ad uno ad uno, i pastori cominciarono a raccontare le loro storie. Così il tempo passò e la cometa non si accorse nemmeno dell’arrivo dei viandanti di Nazaret. Solo gli altri pastori che vegliavano un poco più lontano il gregge videro arrivare Maria e Giuseppe e Gesù, che era già nato, avvolto in fasce, in braccio a Maria e diedero subito una voce.
Oh…” ‒ dissero ‒ “ma cos’è successo?” ‒ chiesero tutti. Allora Giuseppe raccontò che mentre erano in viaggio sentirono nell’oscurità piangere sommessamente in lontananza; lasciarono il sentiero e si addentrarono nei campi. Il pianto si fece più vicino e forte. Allora si affrettarono e scorsero, al riparo di una grotta, due persone, un uomo e una donna, con un bambino che aveva la febbre alta e le convulsioni. Ma proprio in quel momento giunse per Maria il tempo del parto e diede alla luce il suo figlio Gesù. Appena nato lo adagiò accanto a quel bambino febbricitante e Giuseppe coprì entrambi con il suo mantello. Maria iniziò a cantare un salmo e l’altra madre la seguì nel dolce canto: “Signore non si gonfia il mio cuore, superbia non turba il mio sguardo, non vado in cerca di cose grandi come bambino in braccio a sua madre; tranquillo e sereno mi sento come un bimbo svezzato su di me; è il mio cuore in Dio, speri sempre il suo popolo in lui.”
Allora la stella si riempì di grande splendore, tanto da illuminare quel luogo di una luce così splendente che la videro perfino da Gerusalemme, sino a oscurare la luce della luna piena e attirare a sé tutte le luci del cielo. Era così risplendente che quella notte sembrò un giorno radioso.
Fu allora che la stella disse ai pastori che tutta quella sua luce era tenebra al confronto di quella piccola luce che irradiava dalla famiglia di Nazaret. Maria e Giuseppe con il bambino erano in ritardo all’appuntamento perché, seguendo un’altra stella, quella parola di Dio, dono per ogni uomo che vive in questo mondo, avevano fatto un’altra strada più lunga.»

Una parola che narra di una compassione senza misura si espone per natura al ritardo. La compassione fa cambiare strada ogni volta che sente il pianto di un figlio ed Egli, ogni volta, gli va incontro attraverso il suo Figlio unigenito.
Così all’udire quelle parole i pastori compresero il versetto del salmo che dice: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino».

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