Tag: libertà di espressione

24 ore per la libertà di Julian Assange

 

Pressenza promuove, insieme alle numerose realtà in continuo aggiornamento che leggete in calce, una maratona di 24 ore per la libertà di Julian Assange. Qui sotto l’invito/appello. Partecipate numerosi.

Julian Assange è un uomo, un giornalista che ha rivelato i crimini e i criminali delle guerre in Afghanistan e in Iraq degli Stati Uniti.

Julian Assange per questo è stato punito, è stato ingiustamente incarcerato e imbavagliato, gli è stato impedito di fare informazione. Mentre i crimini e i criminali sono impuniti e assolti.

Julian Assange rischia di essere estradato negli Stati Uniti e condannato a morte con 175 anni di carcere.

Julian Assange ha due figli piccoli e ha accanto una compagna e avvocata, Stella Assange, che continua a lottare.

Julian Assange è il simbolo di tutti i giornalisti, le giornaliste, le voci libere che con lui possono essere messe a tacere.

Julian Assange rappresenta un modello di mondo nuovo e migliore dove l’ingiustizia va condannata e i diritti umani difesi.

Sono sempre più numerose le iniziative per la libertà di Assange e per impedirne la pericolosa estradizione negli USA.

Ti invitiamo a partecipare a un’iniziativa grandiosa che possa far conoscere il suo caso in tutto il pianeta: 24 ore non stop dove giornalisti, attivisti, artisti, persone di cultura manifesteranno in tutto il pianeta per la libertà di Julian. Il 15 Ottobre sul Pianeta Terra.

Aderisci a: 24hAssange@proton.me

Prossimamente attivo il sito web http://www.24hassange.org in varie lingue.

Qui promotori e adesioni in continuo aggiornamento:

Comitato promotore

Organizzazioni e testate:

Amnesty International
Articolo21
Atlante delle guerre
Free Assange Italia
Italia che Cambia
Left
Media Alliance
Pressenza
Terra Nuova
transform! Italia
Sostenitori di Julian Assange
Sovranità Popolare
Unimondo
Ecomapuche

Persone:
Daniela Bezzi
Maurizio del Bufalo, Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli
Renato Giuseppe Napoli (EarthProtector-StopEcocide)
Maurizio Torti
Dale Zaccaria

Adesioni alla campagna

Organizzazioni e testate:
La Comunità per lo Sviluppo Umano
PeaceLink
Periscopio

Persone:
Maurizio Acerbo
Cecilia Capanna
Marco Cappato (associazione Luca Coscioni)
Geraldina Colotti
Pietro Folena
Alessandro Hellmann (autore)
Lazzaro Pappagallo
Stefania Maurizi
Vincenzo Vita

Iniziativa ideata e pubblicata da pressenza

La redazione di periscopio , credendo di interpretare anche il pensiero di tanti suoi lettori, aderisce alla iniziativa “24 ore per la libertà di Julian Assange“, la maratona informativa del 15 ottobre 2022, promossa dagli amici di pressenza. E’ in gioco la vita di Julian Assange, vittima di una feroce persecuzione giudiziaria. E’ è in gioco il presente e il futuro di una stampa libera e indipendente,

ANCORA VIOLENZE CONTRO I NO TAV DELLA VAL SUSA.
La Lettera-Appello del Prof. Tartaglia del Politecnico di Torino

Angelo Tartaglia, professore di Fisica presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino, sta diffondendo questo messaggio dopo l’ultima violenta azione repressiva delle forze dell’ordine contro i manifestanti della Val Susa, liberi cittadini che esprimono il loro dissenso e trattati dalla stampa mainstream come criminali e terroristi. Chi è d’accordo con il suo appello, può confermare la sua adesione (firme singole o collettive) scrivendo a info@presidioeuropa.net

LETTERA – APPELLO

Un sentimento di indignazione

In questo momento vorrei esprimere un sentimento di indignazione. L’indignazione non è razionale, ma qualche volta non è evitabile.
C’è una parte del nostro paese (non del Kosovo o dell’Afghanistan) che è soggetta ad occupazione militare da parte di forze armate dello Stato (il nostro). Non si tratta di un santuario della criminalità organizzata, ma di una vallata alpina con i suoi comuni, cellule fondamentali, dice la Costituzione, dello Stato.

Avrete capito che mi riferisco alla valle di Susa.

Tutto questo avviene in quanto, in assenza di argomentazioni di merito, lo Stato sostituisce agli argomenti la forza: un classico, se non fosse che il nostro si definisce “stato democratico”. Con gli armigeri (a parte le fanterie ci sono anche cingolati, filo spinato e simili bazzecole) si vuole imporre un’opera la cui diseconomicità è platealmente conclamata (se n’è accorta anche la corte dei conti europea) e che dal punto di vista climatico è un vero e proprio crimine: gli effetti globali vanno in direzione opposta agli obiettivi nominalmente perseguiti dall’UE (e dallo stato italiano!). Tutto questo è facilmente sostenibile dati e conti alla mano.

Ma dati e conti (direi la realtà) in questa vicenda (come in altre) sono marginali. La ‘politica’ sostiene trasversalmente (inclusa un’ampia fetta del PD) lo scavo del supertunnel tra Italia e Francia o semplicemente schierandosi con l’interesse immediato delle grandi imprese che vorrebbero realizzarlo o a sostegno di un sistema ideologico che afferma e continuamente rilancia un’economia materialmente insostenibile e che produce ovunque (qui come altrove) disuguaglianze crescenti.

A uno stuolo di signore e signori che siedono nei consessi istituzionali (dal parlamento in giù) merito, argomenti e fatti non interessano più di tanto: ho avuto modo di verificarlo in un paio di audizioni svoltesi prima di Natale. In ‘politica’ ciò che conta è da che parte stai: problemi e fatti, sono marginali. E’ il trionfo dell’arroganza ignorante. Parlo dell’ignoranza di chi pretende di non aver bisogno di porsi delle domande e pretende a priori di conoscere le risposte senza bisogno di critica e di confronto.

 

 

 

Ecco la foto di una ragazza colpita in faccia da un lacrimogeno sparato (ovviamente ad altezza d’uomo o di donna) dalle valorose truppe coloniali inviate il 13 aprile scorso in Val Susa a superare ogni obiezione in merito a sostenibilità economica e ambientale.

“SAN DIDERO E’ SOTTO ASSEDIO”, recita il comunicato dell’Amministrazione Comunale di San Didero, uno dei Comuni della Val Susa [leggi il Comunicato]
Quale fiducia si pensa possa esserci, in queste condizioni, nello ‘Stato’? E a cosa si è ridotta la credibilità della ‘politica’?
Angelo Tartaglia
(seguono altre firme)

Cover: il progetto dell’autoporto di San Didero – Val Susa (TO)

LA CURA É NELLA BIBLIOTECA
I 25 anni delle Biblioteche di Roma

 

Roma – Si parla spesso di biblioterapia, la tecnica praticata in psicoterapia attraverso la lettura scelta e guidata di libri, con obiettivi curativi e formativi, ma mai di bibliotecoterapia, o biblioteca terapeutica. Neologismi forse impropri che hanno, però, il pregio di dare nome all’insostituibile quanto sottovalutata funzione terapeutica della biblioteca, sul piano personale e sociale.

Solo in vista di chiusure, limitazioni o diminuzioni di budget, le biblioteche fanno notizia. forse perché si sentono ancora forti i moniti lungimiranti del secondo dopoguerra sul valore delle biblioteche, che stabiliscono l’assioma ‘libro = cibo per la mente’, secondo la celebre metafora ancora potente dell’Adriano di Marguerite Yourcenar:  “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire” (Memorie di Adriano), o come il progetto visionario ma imprescindibile di Jella Lepman, di realizzare la più grande biblioteca del mondo per ragazzi. Tornata nel 1945 come ‘esperta dei bisogni culturali ed educativi delle donne e dei bambini’ in una Germania devastata, dalla quale era fuggita perché ebrea, la Lepman nel 1949 inaugura la Internationalen Jugendbibliothek di Monaco, che nasce proprio dalla consapevolezza dell’importanza di distribuire a bambini e ragazzi non solo la cioccolata, ma anche i libri, per ricostruire in loro la fiducia nell’umanità, nella civiltà e la voglia di vivere.

Roma, Davanti alla Biblioteca Cornelia, particolare

La biblioteca come terapia intensiva dello spirito insomma, che aiuterebbe in questo momento a risollevarci dai colpi della malattia, dei lutti, delle ristrettezze economiche e del distanziamento sociale. Ma il ruolo terapeutico delle biblioteche In Italia, attualmente limitato a causa delle misure restrittive legate alla pandemia, da troppo tempo esige un rilancio.

Nella legislazione dei paesi del nord Europa da diversi anni ormai alle biblioteche è affidato un ruolo sociale e culturale fondamentale: sono considerate simbolo di cittadinanza attiva, democrazia e libertà di espressione e talvolta i cittadini sono coinvolti in alcuni aspetti vitali della loro organizzazione. Nel caso ad esempio della Biblioteca Centrale di Helsinki “Oodi sono previste delle consultazioni pubbliche per stabilire il nome della struttura, l’organizzazione dei piani e le attività che al suo interno i cittadini vorrebbero svolgere.
Il paragone con le politiche dei paesi del nord Europa, oltre a provocare l’inevitabile senso di frustrazione, ci riporta al nucleo della biblioteca pubblica: ‘pubblica’ non per appartenenza  istituzionale, quanto piuttosto per le caratteristiche del suo servizio, rivolto al pubblico e aperto a tutti.
Animato da questo spirito, 25 anni fa un gruppo di bibliotecari, con il sostegno di brillanti studiosi e l’approvazione degli amministratori politici, danno vita al Sistema Biblioteche Centri Culturali del Comune di Roma, un progetto visionario dove ‘sistema’ prefigura l’importanza di fare rete nell’accezione di rete bibliotecaria diffusa, mentre ‘centri culturali’ sposta il significato di biblioteca da semplice luogo di raccolta e conservazione dei libri a luogo di animazione culturale, e di crescita formativa dal forte valore relazionale.

Per far emergere le potenzialità terapeutiche delle biblioteche e cogliere quello che di significativo accade intorno a questo fulcro di esperienze, possiamo indicare una delle 40 biblioteche del Sistema Bibliotecario di Roma, la Biblioteca Cornelia, come osservatorio privilegiato dei fermenti creativi e delle esigenze di condivisione che la animano. L’idea, già sperimentata ma da sviluppare, è di raccogliere una miscela di contributi variegati sotto forma di racconti, approfondimenti, considerazioni e focus, collegati dai noti “sei gradi di separazione” alla biblioteca Cornelia, quella sorta di organismo vivente, con un cuore pulsante nel quartiere periferico di Montespaccato e con sottili terminazioni che si sviluppano verso il centro e oltre, fatto di relazioni, contatti e storie personali.

In tempi normali che sembrano lontani, la biblioteca è un luogo vivace e molto frequentato, che ospita nei singoli spazi dedicati, attività rivolte a varie fasce di utenti, tanto che non è raro, in alcuni pomeriggi, assistere all’affluenza di diversi gruppi di appassionati e generazioni: il Bibliotè, gruppo di lettura che unisce la passione per i libri a quella per la condivisione gastronomica di tè e dolci fatti in casa è l’ideale prosecuzione del gruppo dei piccoli lettori disposti in cerchio per le letture Nati per Leggere, dai 0 ai 3 anni, anche loro molto devoti al rito della merenda. O, ancora, non è inusuale assistere, proprio all’ingresso della Biblioteca, al via vai di due ben riconoscibili gruppi di utenti, che presto si separano in direzioni opposte: i piccoli lettori con i rispettivi genitori accorrono per seguire letture animate e laboratori creativi, mentre appassionati cinefili o semplici curiosi sono richiamati da presentazioni di libri o rassegne cinematografiche a tema.

Chi frequenta la biblioteca per partecipare alle attività culturali, nonostante differenza di età, provenienza sociale e formazione culturale, è spinto dal desiderio di condividere con altre persone, spesso sconosciute, passioni e opinioni su un libro appena letto o un film visto insieme, azionando, in questo modo, quel processo vitale e terapeutico dell’apertura verso l’altro e dell’abbattimento del muro dell’incomunicabilità.
In queste occasioni di incontro ognuno offre all’altro la propria chiave di lettura e la propria interpretazione, ad esempio, sul ruolo del ‘cattivo’ in un film o di un personaggio secondario in un libro, proponendo prospettive diverse, che portano a riconsiderare aspetti sottovalutati, a ribaltare le convinzioni di partenza o confermarle, provocando una forma di sottile e divertente spaesamento. Questo confronto tra idee diverse è la base per la costruzione di una mentalità aperta e di una società tollerante, oltre a  sviluppare lo spirito critico.

L’ingresso della Biblioteca Cornelia, Roma

Il cuore della biblioteca, anche architettonicamente, si trova vicino all’ingresso e ha la forma di un grande ring dove si disputano matches di ricerche bibliografiche e transazioni informative: è il front office. Una sorta di trincea dalla quale impartire indicazioni topografiche, sia in senso stretto, sull’ubicazione dei servizi igienici e della sala ragazzi, sia in senso biblioteconomico, sulla collocazione dei libri della sezione ‘Gialli’, o ‘Roma’.
La Biblioteca Cornelia con le sue specificità fa parte dell’ampio e articolato Sistema delle Biblioteche di Roma, che a partire da quel 26 febbraio 1996 ha visto, nel corso degli anni, il disseminarsi e il radicamento nel territorio cittadino di varie sedi bibliotecarie diventando ben presto, tra gli utenti che le hanno iniziate a frequentare, un riferimento sicuro, un luogo aperto a tutti al servizio della comunità.

Il venticinquennale delle Biblioteche di Roma è un bel traguardo, ma rappresenta anche un’opportunità da non perdere per riflettere sul ruolo svolto finora dalle biblioteche e per cogliere le sfide sempre nuove poste dalla società contemporanea, su tutte quella del rilancio, con una progettualità ampia e condivisa, delle politiche culturali ed educative sul territorio, per crescere bene insieme, come cittadini consapevoli, nei prossimi 25 anni.

Alessia Pompei, collaboratrice di Ferraraitalia, è direttrice della Biblioteca Cornelia di Roma.

Libertà di pensiero

Pensate cosa ne sarebbe stato di “Lolita”, di Nabokov. De “La fattoria degli animali” di Orwell. De “Il pasto nudo”, di Burroughs. Di “Arancia meccanica” di Burgess. Di “Addio alle armi”, di Hemingway. Anzi, giusto: cosa ne è stato. Perchè tutti questi libri hanno rischiato di non uscire, e l’ultimo citato è stato addirittura mandato al rogo dai nazisti. Pensate se quel consigliere comunale che di mestiere fa il veterinario avesse potuto “valutarli” e decidere se una biblioteca poteva tenerli in catalogo o no. E pensate che, nella stessa città, in nome della libertà di pensiero, si terrà una mostra sul trasvolatore Balbo, meglio noto al tempo come picchiatore di braccianti al soldo dei latifondisti e mandante dell’assassinio di Don Minzoni.

 

“Quando i libri verranno bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone”

Heinrich Heine

L’INSANA SMANIA DEL POLITICAMENTE CORRETTO
Dopo il “moretto” censureremo anche Senghor?

Di Mauro Marchetti

Una nota catena svizzera di supermercati ha deciso di eliminare un cioccolatino (il “moretto”) perchè quella denominazione aveva, secondo alcuni consumatori, connotazioni razzistiche.

Altre catene non vendono più il presepe (che potrebbe offendere i non cattolici) o propongono viaggi illustrati da foto che ritraggono campanili privati della croce.

Mi sembra di vivere in un mondo nel quale,ormai, il buon senso viene stravolto e la logica viene mandata “a ramengo”.

Ho scoperto che in Italia c’è un comitato che lotta per far togliere il termine “razza” dalla Costituzione (come se i padri costituenti fossero stati degli incalliti razzisti) mentre a Milano c’è chi vuole abbattere la statua di Montanelli (noto razzista, che guarda caso fu condannato a morte dai nazisti e da essi rinchiuso nel carcere di San Vittore).

E Guillermo Mariotto ha rivelato a “Porta a porta” che negli USA, a partire dalla California, è in atto una campagna per avere toilettes “gender free”, al fine di abolire nei bagni pubblici l’odiosa e discriminante differenziazione fra maschi e femmine. Invece di combattere il Coronavirus, negli USA c’è chi pensa che la vera battaglia parta dai gabinetti…

Tornando al “moretto”, mi chiedo se fra poco qualcuno chiederà di abbattere la celebre fontana di Livorno che ci mostra quattro mori incatenati o di cambiare lo stemma della Regione Sardegna che ritrae quattro mori bendati.

Ci sarà poi da compiere un’opera di revisione contro i titoli e i testi non “linguisticamente corretti”. Come possiamo infatti tollerare che circoli un romanzo intitolato “Ragazzo negro” o che si trasmetta una canzone che ha per titolo “Angeli negri”?  E poco importa se è rimasta nella nostra memoria la voce del “colored” (Marino Barreto juonior) che la interpretava.Per non parlare di quel noto razzista nazistoide di Vasco Rossi, che usa il termine “negro” nella canzone “Colpa di Alfredo”.

E anche Léopold Sédar Senghor, che esaltava la “négritude” dovrebbe essere censurato.

Non vorrei poi essere nei panni di Mons. Negri o dell’On. Alesssandra Moretti, i cui cognomi sono assai poco “politicamente corretti”.

Mi chiedo anche : chi oserà, d’ora in poi, chiedere al bar un “Negroni”?

Alla fine, paradossalmente, i talebani del “linguisticamente corretto” (quelli che guardano di traverso una donna che si fa chiamare “sindaco” e non “sindaca”, come se fosse una traditrice della causa) dovrebbero rivalutare testi come “Faccetta nera”. In fondo nella canzonetta si usava rispettosamente il termine “nera” (in luogo di “negra”) e si indicava come scopo della guerra d’Abissinia la liberazione dalla schiavitù della ragazzina etiopica, che veniva per giunta parificata ai gloriosi combattenti di Mussolini (…sarai camicia nera pure tu…).

Meglio “Faccetta nera” di Vasco Rossi?

DIARIO IN PUBBLICO
Fase 2, Mascherina mia non ti conosco

Eh sì! Invio le mie truppe in cerca di mascherine, ma anche le ‘soffiate’ che m’arrivano tipo: “ In quella ferramenta trovi tutto! Guanti e mascherine” si rivelano un bluff, o peggio un grave ritardo da parte dei miei scudieri. Per fortuna un produttore che ben conosco e non ‘ferarese’ promette che oggi soddisferà con invio speciale dal suo paese la mia fame di oggetti anticorona. Frattanto un carissimo amico, ottimo scrittore, che usa un nom de plume e uno reale – Adriano Bon/Hans Tuzzi –  mi annuncia la comparsa del suo libro assolutamente a-scientifico La covida. Conto le ore per entrarne in possesso!

La mia conversione in criceto s’intreccia anche virtuosamente con cure e indagini che hanno a che fare con me. Così m’informa Giuliana Ericani distogliendo per un momento gli occhi dalla pubblicazione del suo libro canoviano Lettere 1811 di imminente uscita:
“Si tratta di esperimenti del professor Yuen Kwow-yung che ha effettuato test di laboratorio non ancora comparati su 52 criceti, ritenuti portatori di recettori del virus simili a quelli umani; il professor Yuen ha interposto delle mascherine chirurgiche (nell’articolo di South China Morning Post non viene citato il tipo esatto di mascherina) come barriera nel flusso d’aria fra gabbie chiuse di criceti sani e gabbie chiuse di criceti malati, confrontandola con una situazione nella quale la mascherina non era stata interposta e osservando, dopo una settimana, una riduzione del 50 per cento nel numero delle infezioni. La descrizione stessa dell’esperimento di Yuen, però, non porta molto di nuovo se non la conferma del fatto che la mascherina chirurgica può essere utile ad aumentare la protezione in ambiente chiuso, se in quello stesso ambiente, senza ricambio d’aria, sono presenti persone malate, mentre nulla si può sapere ancora, per ora, di ciò che accade all’aperto e con gli asintomatici”.

Come criceto mi responsabilizzo immediatamente e imprecando contro i ‘ferraresidioti’, nuova razza uscita allo scoperto nell’ultimo week-end, che si sono ammassati nei luoghi pubblici a rifiatare impunemente senza schermo, quasi bocca a bocca, tanto da costringere il Sindaco ferrarese ad imporre obbligatoriamente la mascherina. Chi non ubbidisce avrà multe salate: speriamolo. E non mi si dica che sono solo i giovani a comportarsi incoscientemente. Nel mio frettoloso e unico giro in piazza per scorta di libri quanti umarèl senza mascherina ho visto che si spruzzavano saliva e germi idiotamente postati in piazza come i paracarri! Allora sdegnato torno a riprendere le mie fattezze umane, secondo l’insegnamento del fantastico Ian McEwan che nel suo Lo scarafaggio (Einaudi, 2020) ha scritto tutto e di più sugli effetti della Brexit e del comportamento dei soliti Trump Putin Johnson al tempo della pandemia. Deliziato leggo in anteprima lo scritto di Laura Dolfi che per Ferraraitalia ha commentato un lavoro giovanile di Garcia Lorca, nella traduzione del grande poeta Caproni, dove anche qui s’incontrano scarafaggi.

Val la pena dunque di restare a casa e cercare sollievo e consolazione nei film proiettati in tv.
Ed… eccolo il radical-chic che propone i musical anni Cinquanta! Proiettati nella tv dei vescovi!  Ma questo Bulli e pupe è un capolavoro, non soltanto perché è un grande film, ma per essere un incredibile ri-pensamento sulle leggi anticomuniste che stavano flagellando Hollywood. Allora – e cito da Wikipedia: “La lista nera di Hollywood (Hollywood blacklist), nota come la più grande lista nera nell’industria dello spettacolo, era la pratica di negare il lavoro a sceneggiatori, attori, registi, musicisti e altri professionisti dello spettacolo americani a metà del XX secolo perché accusati di simpatie o legami con i comunisti“. In questo film sono i gangsters che alla fine sono i buoni mentre i poliziotti son gabbati e contenti. Un grande regista, numeri di danza da sballo ma…ma… Marlon Brando che canta Woman in love è unico e sorpassa pure Frank Sinatra.

Che storie…. Ma una storia ben più complessa mi si para davanti dopo che, come tutti sanno, abbiamo assistito alla  profonda trasformazione della direzione dei giornali che hanno nutrito la mia gioventù, la mia maturità ed ora la mia ( diciamolo senza rancore) vecchiaia. Mi riferisco a la Repubblica, al gruppo de L’Epresso , a La Stampa e anche allo Huffington Post, tutti sotto il gruppo Gedi presieduto da John Elkann. Il giro vorticoso di direzione di questi giornali ha portato alla Stampa Massimo Giannini; a La Repubblica Maurizio Maurizio Molinari ex direttore della Stampa al posto di Carlo Verdelli licenziato; all’HufftPost Mattia Feltri al posto di Lucia Annunziata; e all’Espresso resiste ancora Marco Damilano. Dopo una settimana una delle voci più autorevoli della Repubblica Gad Lerner si dimette per incompatibilità con la nuova linea del giornale. Si apre allora il quesito: continuare a leggere quel giornale o cancellarlo dalla quotidianità?
Come criceto in forma umana allora ripenso a coloro che ancora significano per me il meglio del giornalismo italiano, a cui per anni ho dedicato il mio tempo di lettura. Penso all’amatissima Natalia Aspesi, al fantastico Francesco Merlo e ancora, con possibilità anche di dissensi, a Roberto Saviano, a Michele Serra, a Corrado Augias, alla Concita de Gregorio, a Stefano Folli. E decido con un peso nel cuore umano, ma uno scatto in quello di criceto, che bisogna ‘resistere’!

Mercoledì 20 maggio 2020 su La Repubblica Francesco Merlo, scrive La tentazione misura la distanza più del metro. Sostiene che la distanza tra gli uomini è più precisa, quando la misurazione avviene con il sentimento e non con il metro. “La distanza esiste per essere colmata e “Neppure negli obitori gli uomini diventano i punti della geometria che solo sul quaderno sono uniti da una linea retta: nella vita, almeno in Italia, non ci si congiunge per linee rette, ma per aggiramento”. E come non approvare?
Il giorno prima, 19 maggio, sempre su quel giornale, lo stesso giornalista scrive un pezzo memorabile La vertigine dei rumori ritrovati, che come qualità si appaia a quello di Damilano su L’Espresso del 17 maggio La polvere magica della destra a 5 stelle, dove si analizza il fortunato volume di Ian McEwan, Lo scarafaggio per denunciare che “Della polvere magica del populismo l’Italia è stata a lungo un’incubatrice. Oggi che il Paese sta tentando una possibile uscita dalla fase dell’emergenza si ritrova di fronte al rischio di un ritorno al punto di partenza”.
Merlo nel suo racconto-inchiesta sente, passeggiando per il suo quartiere romano, un operaio sulle impalcature che lavora canticchiando il celebre refrain ‘sciòn sciòn’. Chiede di raggiungerlo nel luogo in cui lavora ma ottiene un rifiuto. Infine capendo che è siciliano glielo chiede in quella lingua ottenendo un “Acchiana, ma non farti vedere”. Peppe di mestiere fa il cuoco, ma ora è costretto a prendere qualsiasi lavoro gli venga proposto. Rivela che prima votava Pd, poi 5 stelle ora “Se avessi stomaco voterei Salvini”. La riflessione sulla ripartenza porta Merlo ad osservare i segnali della nuova fase con questo memorabile commento: “La ripartenza sono i proprietari di locali e negozi che, fosse pure per un giorno, hanno perso l’indolenza romana, il più antico e sapiente modo di vivere”. Ed è una notazione fulminante. Riprende la passeggiata nei luoghi più belli di Roma, tra i negozi e ristoranti famosi di una città ineguagliabile. Nella ripartenza “In loro onore il vento di Roma sposta le nubi dai riflessi violacei e gialli e pulisce il cielo. Sarà dolce e malinconico il primo tramonto della ripartenza”.

Posso privarmi di leggere queste cose in un giornale che m’appartiene culturalmente?
Non posso dice l’umano sotto le spoglie del criceto.

L’orologio Bino

Il logo dell’Associazione I Bambini del Cocomero

Da 26 anni, a scuola, pubblichiamo un giornale che si chiama ‘La Gazzetta del Cocomero’: è un giornale autoprodotto che esce grazie al contributo di tutti quelli che si abbonano o che lo comprano. È scritto e disegnato dai bambini e dalle bambine della scuola Bruno Ciari di Cocomaro di Cona e raccoglie storie inventate, poesie, filastrocche, conversazioni filosofiche, interviste impossibili e i loro pensieri (leggi QUI l’articolo di Ferraraitalia).
Un paio di settimane fa, a scuola insieme ai bambini, abbiamo ricordato l’anniversario della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia; abbiamo scoperto che parla anche della libertà di espressione dei bambini:
“Il fanciullo ha diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, di ricevere e di divulgare informazioni e idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo”. (Art. 13 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia)

Abbiamo poi imparato che anche sulla nostra Costituzione c’è scritta la stessa cosa:
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. (art. 21 della Costituzione Italiana)

Abbiamo quindi fantasticato attorno a un’eventuale collaborazione con un giornale indipendente che potesse permettere anche ai “grandi” di leggere le storie inventate dai “piccoli”.
Abbiamo provato a rendere concreta questa nostra fantasia e abbiamo scritto alla redazione di FerraraItalia che, con nostra grande soddisfazione, ci ha accolti in questo spazio online.
Siamo molto contenti perché pensiamo che sia un’apertura importante rivolta a tutti coloro che hanno ancora curiosità e speranza, che hanno voglia di farsi sorprendere, che credono che la costruzione di un futuro migliore si possa insegnare ai bambini, anche a partire dall’invenzione di piccole storie.
La redazione ci ha coinvolto subito nella realizzazione di un Calendario dell’Avvento per voi lettori. Le storie dei piccoli redattori vi accompagneranno fino al Natale con uscite a giorni alterni.
A noi piace interpretarlo anche come un “calenDiario”, cioè una sorta di diario online in cui metteremo a disposizione delle storie scritte dai bambini: alcune inedite, altre già pubblicate su ‘La Gazzetta del Cocomero’.
Non sono tutte storie natalizie ma speriamo che, nel loro piccolo, rappresentino comunque la “nascita” di uno spazio riservato alle storie che tutti i bambini che lo desiderano potranno inventare e scrivere.
Comunque la pensiate, buona lettura.

Per l’associazione ‘I Bambini del Cocomero’ Mauro Presini, maestro elementare

La storia dell’orologio Bino è nata in una classe prima in seguito a un evento casuale: una mattina l’orologio appeso al muro è caduto per terra perché si è staccato il chiodo che lo teneva. I bambini hanno fatto le loro ipotesi fantasiose su quella caduta, hanno trovato una bella spiegazione e, insieme, hanno costruito questa storia.

L’orologio Bino

C’era una volta un orologio di nome Bino che aveva una pancia grande e due braccia lunghe.
Stava tutto il giorno in una classe di una scuola dove ci andavano i bambini di prima per imparare a leggere, a scrivere e a fare tante cose.
L’orologio guardava i bambini e pensava che fossero proprio bravi.
Certe volte, a lui sembrava che i bambini gli chiedessero di andare più veloce per fare merenda, per andare a giocare in cortile o per andare in campagna a saltare i fossi.
Un giorno l’orologio Bino provò ad andare più veloce per accontentare i bambini, ma il chiodo che lo teneva stretto al muro si staccò perché non riusciva più a tenerlo stretto e lui cadde a terra rompendosi un braccio.
Bino fu ricoverato subito all’ospedale degli orologi dove bravi specialisti lo hanno operato e guarito.
Da quel giorno l’orologio Bino imparò che, per fare le cose per bene, non bisogna andare in fretta.

La libertà di stampa non è una fake news

“Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali, e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali […] nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”. Parole del vice-premier Di Maio in una diretta facebook del 6 ottobre 2018.
Verrebbe istintivo ricontrollare la data, perché argomentazioni di tale contenuto rappresentano rigurgiti di un passato tristemente noto, che evoca controllo, limitazione, censura nei confronti delle voci fuori regime. Ci si sta avviando verso una china che preoccupa e si intravvede un atteggiamento ossessivo verso il mondo dell’informazione e della stampa che squalifica i giornali e suggerisce di imbavagliare coloro che dell’informazione e della comunicazione hanno fatto una seria professione. Il Governo sta già pensando a provvedimenti penalizzanti come la prospettiva di aumentare l’iva per la stampa e la pubblicità viene passata per immorale, suggerendo velatamente che non è altro che un escamotage delle aziende per comprare i giornalisti, chiaro monito a quelle aziende a partecipazione statale che potrebbero trovarsi a fare i conti con tutto questo. Una forma di nuovo oscurantismo che rifiuta le linee di pensiero delle opposizioni e nega la possibilità di dialogare a più voci.

Ma si può cominciare a parlare di limitazione della libertà di stampa già ai tempi di Johannes Gutemberg (1394-1468), quando si assiste a un eccezionale aumento delle pubblicazioni e della loro circolazione, sottoposte a controllo da parte delle autorità. Nel 1501 papa Alessandro VI (1431-1503) introduce con bolla la ‘censura preventiva’, decretando il divieto di stampare senza autorizzazione delle autorità religiose e nel 1564 il provvedimento viene completato con un Indice dei Libri proibiti. In Inghilterra la censura preventiva è istituita nel 1531 da Enrico VIII e superata solo nel 1644, con la Seconda Rivoluzione, rendendo giustizia alla libertà di pensiero e alla sua divulgazione. Il primo quotidiano della storia viene pubblicato a Lipsia nel 1660, epoca in cui i periodici esistenti erano semplici strumenti in mano ai potenti, che attraverso essi esaltavano la propria immagine. Cronaca e politica erano del tutto assenti e gli argomenti a contenuto culturale erano appannaggio di un pubblico elitario. Occorrerà arrivare alla Rivoluzione francese per riservare al diritto di stampa il posto che merita e riconoscerlo nell’art. 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del Cittadino (1789). Due anni più tardi, la stessa dichiarazione verrà pronunciata nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, dove la stampa libera viene identificata dai leader rivoluzionari come uno degli elementi prioritari di lotta.

In Italia la libertà di stampa viene riconosciuta nell’art. 28 dello Statuto Albertino del 1848 e le lotte per il pieno diritto a questa libertà continuano per tutto il diciannovesimo secolo, mentre il numero dei quotidiano e dei lettori cresce. Questo percorso si interrompe nel ventesimo secolo con i regimi totalitari di triste memoria. Il rapporto tra stampa, informazione e potere conserva in questi regimi un carattere ambivalente: se da un lato la stampa rappresenta un utile strumento di raggiungimento e conquista delle masse, dall’altro può essere fonte di critiche e quindi va controllata e manovrata. Mussolini mette fuori legge i giornali di opposizione e irregimenta le principali testate. Nel 1930, per ordine di Hitler, in Germania vengono messi al rogo i libri definiti ‘culturalmente distruttivi’ e si assiste all’esilio di molti autori. Anche nell’Unione Sovietica viene istituita una censura ferrea che mira al controllo da parte del regime e all’eliminazione di ogni traccia di dissidenza. Nel 1929 viene creata una lista nera delle pubblicazioni e degli autori nemici del popolo e nel 1935 si contano più di 24 milioni di libri distrutti e dati alle fiamme.

Al termine della Seconda guerra mondiale la libertà di stampa è solennemente sancita dall’Onu nell’art. 19 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo (1948): “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza condizionamenti e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo ai confini”. Una descrizione chiara, precisa e inequivocabile, frutto di tante lotte e conquiste, presente anche nell’art. 21 della nostra Costituzione Italiana. Attualmente, le ombre gettate sull’informazione ripropongono il dibattito sulla libera circolazione delle idee e delle manifestazioni di pensiero, fondamento dello Stato di Diritto e di una società democratica. “Dove la stampa è libera e tutti sanno leggere, non ci sono pericoli” affermava Thomas Jefferson. Preferisco condividere senza esitazione quest’affermazione che trovare accettabile quanto Benito Mussolini espresse sul ruolo della stampa: “ La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana. Il quotidiano italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime; è libero perché nell’ambito delle leggi del Regime può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione.”

E’ la stampa bellezza. No è la letteratura

Sogghigni, arroganza, violenza fulminea, un volto gonfio e tumefatto ripreso in primo piano, un manganello impugnato e maneggiato con un’abilità che fa pensare a grande dimestichezza: ecco le immagini dei fatti di Ostia in cui vittima, aggressore e circostanze rappresentano chiaramente le difficoltà del giornalismo nel trovare diritto e libertà di informazione.
Fotogrammi che creano l’ennesimo dibattito dai toni scandalizzati e raccapricciati, sollevano interrogativi e considerazioni nel confronto politico, nei salotti buoni dei talk show, nei commenti al bar sotto casa, tra chi se ne sta in poltrona a guardare la tv. Sembra quasi che ogni episodio dagli effetti analoghi, e gli episodi non sono più sporadici, sia una novità assoluta per il cittadino che assiste esterrefatto, un’amara scoperta che di volta in volta lo fa risvegliare e riflettere per il tempo che trova su questa ondata ormai crescente di bestialità, di autentica barbarie. Non può essere che l’unica risposta a domande, indagini, ricerca di informazione e verità sfoci nel sangue, come se non esistesse il legittimo diritto di replica. Forse dovremmo essere tutti un po’ più consapevoli che mai come ora la libertà di stampa nel mondo è minacciata, spesso brutalmente negata.

Secondo la classifica annuale di Reporters sans Frontières, il World Press Freedom Index, che ordina ed elenca le nazioni in base al grado di libertà d’espressione nell’informazione, nel 2017 il nostro Paese ha guadagnato qualche posto rispetto il 2016, balzando dalla 77esima alla 52esima posizione, esattamente dopo il Botswana, il Tonga, l’Argentina e la Papua Nuova Guinea. Perfino il Burkina Faso può vantare un 42esimo posto di tutto rispetto, e non verrebbe certamente da pensare a questi Stati come un esempio di democrazia e modello di libera comunicazione. Significativo, ma non sorprendente, che nei primi in classifica ci siano proprio i Paesi del Nord Europa: Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca e Paesi Bassi. Agli ultimi posti la Cina, la Siria, il Turkmenistan, l’Eritrea, la Corea del Nord. Sono 21 i Paesi classificati come “neri”, nei quali la situazione è molto grave: fra questi il Burundi, l’Egitto, il Bahrein, tanto per citare qualche nome. Qualcuno potrà sollevare qualche obiezione e qualche dubbio sui risultati finali, ma i dati di riferimento provengono da questionari tradotti in 20 lingue distribuiti in tutto il mondo, che indagano sui temi importanti come il pluralismo, l’indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza, infrastrutture e abusivi.

Che ci piaccia o no, l’Italia è al 52esimo scalino, una posizione scomoda che sottende come non ci si sia emancipati da un certo tipo di pressione e coercizione, se non di intimidazione, minaccia e violenza che proviene da molti e diffusi ambienti di sapore malavitoso. Siamo molto lontani dall’immagine leggera, affascinante, guascone e quasi romantica, a volte divertente, altre bohemien del giornalista, che troviamo nella letteratura passata e di tempi più vicini, anche se alcune pagine lasciano capire come esista ancora una forte relazione tra il giornalismo descritto dai romanzieri e l’attualità.

‘Bel Ami’ è il famoso romanzo di Guy de Maupassant (1885) che ci racconta di George Duroy, un giovane ambizioso che da povero militare in congedo inizia la sua inarrestabile ascesa sociale. La bellezza, la capacità seduttiva, il cinismo e la volontà di uscire dalla miseria costituiscono le forti caratteristiche che gli permetteranno di fare molta strada attraverso la manipolazione di numerose persone incontrate sul cammino, soprattutto donne ricche e potenti. Da ex militare e poi impiegato delle Ferrovie Nord, grazie all’incontro con un vecchio commilitone, caporedattore politico presso ‘La Vie Française’, George diventa giornalista, brillante frequentatore di salotti e maschio di successo. Prostitute, donne libere e sposate, modeste e di potere, sono le figure che popolano la sua vita, in una società parigina nella quale il rapporto ‘dietro le quinte’ tra stampa, politica e affari è un legame di interdipendenza evidente. Un romanzo realista di un’attualità spiazzante, dove il sesso è potere e la celebrità un’ossessione.
Lo scrittore britannico Evelyn Waugh ci offre un’altra immagine di giornalismo nel suo romanzo ‘L’inviato speciale’ (1938): John Boot, brillante scrittore, viene scelto da un quotidiano famoso per andare in Africa come inviato speciale e raccontare la crisi politica nel piccolo stato dal nome fantasioso Ismaelia. In seguito a uno strano scambio di persona, al suo posto viene inviato sul luogo William Boot, giornalista di provincia incapace e svogliato. A Ismaelia non accade nulla e così ha inizio tra i molti giornalisti provenienti da tutto il mondo una folle caccia allo scoop, una vera e propria gara a chi le spara più grosse su fatti inesistenti. L’ozioso William rischia il licenziamento proprio perché, nella sua inettitudine, non è in grado di scrivere nulla. Per puro caso egli scopre che realmente è in atto un colpo di Stato nella totale segretezza e improvvisamente diventa eroe involontario e grottesco, finendo in prima pagina.
Nel romanzo autobiografico di Hunter Stockton Thompson, ‘Le cronache del rum’, scritto negli anni Sessanta ma pubblicato solo nel 1998, si racconta del giovane giornalista freelance Paul Kemp, squattrinato, alcolizzato e perennemente alla ricerca di una propria strada. E’ il 1959 e il giovane si trasferisce in Porto Rico, dove inizia a scrivere in un modesto giornale locale, il ‘The San Juan Star’, sempre sull’orlo della chiusura. Travolto da alcol ed eccessi di ogni genere, si innamora di una donna sposata, la bellissima Chenault, che porterà scompiglio ulteriore nella sua vita. Il giovane cronista vuole scrivere un servizio sul degrado e la miseria di San Juan, ma gli è impedito con forza perché risulterebbe dannoso al mercato del turismo. Alcol, droghe allucinogene, curanderos, battaglie di galli, loschi affari e bavaglio alle verità scomode, avventurieri, mafiosi in fuga, giocatori e sgualdrine a caccia di miliardari fanno da sottofondo alla storia di Paul. “Allora non era difficile trovare dei compagni di sbronza. Non duravano molto ma continuavano ad arrivare. Li chiamavo giornalisti randagi perché non esiste termine più appropriato.” Alla fine, il giovane si lascerà tutto alle spalle e tornerà a New York per ricominciare a scrivere liberamente in una stabilità mai conosciuta prima.
‘Igiene dell’assassino’ (1992) è il romanzo di Amélie Nothomb dalla struttura del tutto particolare, fatta di interviste o tentativi di interviste all’autore immaginario Prétextat Tach, Premio Nobel per la Letteratura. Cinque giornalisti tentano di strappargli un’intervista prima che la malattia, un cancro che gli riserva solo un paio di mesi di vita, lo porti via. Tach è un misantropo, capace di mettere in difficoltà chiunque gli si avvicini, un solitario ostinato immerso nella sua cattiveria, di un’intelligenza feroce che mira a umiliare le sue vittime fino all’annichilimento. E’ grasso, si ciba di cibo putrido e la sua trascuratezza è sgradevole. L’intervista riesce solo all’unica giornalista del gruppetto, che compirà l’impossibile arrivando a scavare a fondo nel passato dell’uomo fino a fargliene rivelare l’aspetto torbido che credeva ormai dimenticato da tutti. L’uomo si trasformerà da carnefice in vittima nel momento in cui la giornalista riuscirà a scalfire la sua ferrea logica facendolo vacillare.

Una stampa al servizio del potere, una stampa libera di raccontare ed esprimere, una stampa opportunista e affabulatrice, una stampa coerente e onesta, ecco le immagini che raggiungono il lettore attraverso racconti e romanzi in cui il giornalista è il mezzo attraverso il quale la realtà viene spiegata nella sua verità o stravolta nella manipolazione. Anche se George Orwell, con toni critici ebbe a dire: “Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire”.

L’APPUNTAMENTO
Riflessioni a margine del dibattito italiano su post verità, fake news, bufale in rete e libertà di espressione

da: organizzatori

Realtà virtuale e universi paralleli [nel paese della bugia la verità è una malattia*]
Riflessioni a margine del dibattito italiano su post verità, fake news, bufale in rete e libertà di espressione

Nell’ambito della rassegna Algorithmic di Andrea Amaducci

Porta degli Angeli – GATE
Giovedì 4 maggio 2017
dalle 18 [a seguire aperitivo]

Introduce Michele Travagli

Interventi confermati di:
Marco Contini
Daniele Oppo
Elisa Corridoni
Stefano Lolli
Alex Rossi
Francesco Altavilla
Alexandra Boeru
Sergio Gessi
Daniele Lugli
…altri da confermare

Coordina Leonardo Fiorentini

A seguire dibattito con aperitivo

In collaborazione con la Società della Ragione ONLUS

partigiani soldati

Il 25 aprile è la festa della libertà: evitiamo le censure

Cos’è il 25 aprile? E’ la festa civile più importante della nostra storia nazionale. E’ il simbolo della liberazione da una dittatura che ci aveva tolto diritti e dignità e che, insieme all’alleato nazista, provocò una guerra che distrusse l’Europa e causò decine e decine di milioni di morti. E fu complice della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento nazisti. Il 25 aprile è anche all’origine della nascita della democrazia nel nostro paese, i cui frutti eccellenti furono il suffragio universale, la vittoria della Repubblica, l’approvazione di una Costituzione tra le più avanzate del mondo. E’ grazie alla Resistenza e al contributo decisivo degli Alleati che l’Italia è diventata uno Stato di diritto costituzionale, che ha trasformato i sudditi in cittadini titolari di diritti e di doveri.
Se però dovessi ricorrere a una sola parola per sintetizzare il significato profondo del 25 aprile non avrei dubbi: la libertà. Libertà è la parola che più ricorre in quel libro sacro che sono le “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” (Einaudi). Scegliamo a caso. Walter Ulanowsky, di anni 20, insegnante nato a Trieste, faceva parte della Brigata Garibaldi “Liguria”. Venne fucilato il 19 maggio 1944 insieme ad altri partigiani. Le ultime parole che scrisse sono: “Perché sono qui? Perché domattina mi fucileranno? Per la libertà!”

Questo fin troppo lungo preambolo per motivare il mio dissenso rispetto alla posizione dell’amico Daniele Civolani e contro la petizione che ha raccolto firme per chiedere di togliere i libri di Giampaolo Pansa dal tavolino preparato dalla Biblioteca Bassani per proporre testi sulla data del 25 aprile. Non è mio intento entrare nel merito dei contenuti dei libri scritti da Pansa, perché mi interessa difendere un principio. E’ il principio della libertà di opinione che non può essere messa in discussione proprio nel giorno che rappresenta per il nostro Paese la conquista della libertà. La mia generazione sessantottina ha fatto cose straordinarie per rinnovare il costume di una società per tanti aspetti arretrata sul piano civile e culturale. Però ha anche qualcosa da farsi perdonare. Ricordo, per esempio, una mitica rivista di quegli anni, “Quaderni Piacentini”, che aveva creato una rubrica intitolata: “Libri da leggere e libri da non leggere”. Lungo questa strada ci si cammina sull’orlo di un burrone. Ma ancora di più è la mia parte politica, il Pci, che deve farsi perdonare prese di posizione sbagliate e foriere di conseguenze negative. Mi riferisco, per tutte, alla stroncatura che il responsabile della cultura del Pci degli anni Cinquanta, Carlo Salinari, fece di un capolavoro sulla Resistenza: “I ventitre giorni della città di Alba” di Beppe Fenoglio. Ecco cosa scrisse Salinari sull’Unità, il 3 settembre 1952: “La qualità scadente di moltissimi libri nuocciono alla diffusione dei libri buoni. Proprio qualche giorno fa incontrai un amico operaio che aveva comprato e letto il romanzo di Fenoglio. Era rimasto così disgustato dalla lettura che probabilmente non comprerà più un libro. Fenoglio non solo ha scritto un cattivo romanzo, ma ha anche compiuto una cattiva azione”. Perché ricordo questo episodio lontano? Perché c’entra con il presente. Decretare l’ostracismo verso il più grande cantore della Resistenza, rappresentata nei suoi racconti e romanzi in tutta la sua umana miseria e nobiltà, ha voluto dire costringere per decenni la narrazione di quell’evento dentro una rachitica cornice retorica e demagogica. E poi ci meravigliamo che la Resistenza non dica più niente alle generazioni che si susseguono! Bisogna parlare un linguaggio di verità che è l’unico che trasmette un vero pathos morale e civile. La lotta di Liberazione è stata una guerra civile importante e tragica. Essa ci ha consentito di ritornare nel consesso europeo con la schiena dritta di chi aveva pagato un prezzo altissimo per riconquistare la libertà e la democrazia. Ma non fu una marcia trionfale di eroi duri e puri. Ci furono i martiri, ma ci furono anche fatti ed episodi di inutili stragi e vendette. Tutto va raccontato. Tutto va collocato nel contesto di una terribile guerra europea per sconfiggere il nazi-fascismo. Ma quel contesto non può giustificare tutto. Chiunque si accinga a raccontare fatti, eventi, episodi, accaduti prima e dopo il 25 aprile, fa opera utile. E quando ho letto e conosciuto fatti che hanno disonorato la Resistenza non ho chiuso gli occhi o gettato via il libro. Ne ho, magari, preso in mano un altro che mi consentisse di andare alla radice morale nella comprensione di episodi di cui vergognarsi. Mi riferisco al luogo dei “Promessi sposi” in cui Alessandro Manzoni scrive parole definitive su come si formano e si interpretano i comportamenti morali: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento a cui portano l’animo degli offesi.” Manzoni ci dice che chi opprime non crea uomini liberi, e che la condizione di offeso non esclude la colpa nel commettere atti negativi. Alla fine di questo lungo discorso è chiaro che ho preso a pretesto l’episodio della Biblioteca Bassani per svolgere qualche riflessione che sono convinto è condivisa dall’amico Daniele Civolani e da coloro che hanno sottoscritto la petizione sbagliata contro i libri di Pansa.

lavagna

OPINIONI
A lezione di Democrazia. Prima ora: libertà di espressione

Qualcuno brandiva un cartello su cui era scritto “Ladri di Democrazia”, ma alla Festa nazionale della scuola del Pd a Ferrara in piazzetta San Nicolò ieri sera a non parlare  è stato il ministro Giannini, costretto dalle urla della contestazione ad abbandonare il tendone allestito per i dibattiti.
Un’occasione importante per la città, forse sottovalutata. Lo sapevano anche i ciottoli che a organizzare un’iniziativa sulla scuola con la presenza del Ministro sarebbe arrivata la protesta confezionata da fuori, e va a sapere se erano tutti insegnanti precari o contestatori di professione.
Ferrara deve delle scuse al Ministro, e lo dice uno che con la sua riforma non si trova d’accordo. Io non conto niente, ma le chiedo scusa per tutta la città. Evidentemente non abbiamo vigilato a sufficienza per evitare che a qualcuno nella nostra città fosse impedito di parlare, perché nessuno potesse giungere a rubare democrazia alla città, inibendo la parola alle istituzioni, quelle democratiche: perché il ministro, prima di tutto, è il rappresentate di quelle istituzioni su cui si fondano la Repubblica e la sua Costituzione.
Ancora più grave perché quando si parla di scuola, si parla del luogo dove la democrazia si apprende, dove si apprende a essere cittadini, la scuola è il luogo per eccellenza dove si pratica l’ascolto, l’ascolto di tutti. Non avrebbe mai dovuto accadere che la parola “scuola” potesse essere accostata ad episodi da squadrismo fascista come quelli che ieri sera hanno impedito a un ministro della Repubblica di parlare.
Voglio credere che le urla, le offese pesanti, i petardi puzzolenti lanciati, non provenissero da persone che praticano la professione di insegnanti, di educatori, di formatori, perché se così fosse a questo Paese in questi anni è sfuggito di mano qualcosa di grave, di molto grave, e non c’è “Buona Scuola” che tenga. Qualcuno sommessamente aveva suggerito che i problemi da affrontare avevano ben altro spessore, ma tant’è. Anzi c’è da temere che questi precari vengano messi in ruolo. Nessuno mai affiderebbe quanto ha di più caro, i propri figli, nelle mani di queste persone. Questi contestatori non avevano certo a cuore la difesa né dell’istruzione né della scuola pubblica, perché non potevano arrecare un’offesa maggiore all’immagine della scuola pubblica e alla professionalità di chi vi lavora.
La cosa che più amareggia è che tra il pubblico c’erano con i loro cartelli componenti del comitato “Lipscuola” (Legge di iniziativa popolare per la scuola), come rappresentanti delle organizzazioni sindacali dei docenti, e nessuno di loro è intervenuto per dissociarsi dalla gazzarra inscenata dai gruppi che contestavano. Anche questa è una grave ferita alla nostra città e alla sua democrazia. E chi brandiva il cartello “Ladri di Democrazia” ha ben da riflettere, perché questa volta il ladro, o per lo meno complice dei ladri, è stato lui.

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Dopo Charlie

“Je suis Charlie” è la frase scritta e ripetuta ovunque nei giorni seguenti all’attentato terroristico alla redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio, che ha causato la morte di dodici persone e il ferimento di altre undici. Due giorni dopo, il 9 gennaio, un complice degli attentatori ha seminato ancora morte in un supermercato kosher della capitale francese, portando il bilancio della strage al totale di venti morti. Rivendicato dalla mano omicida di Al-Qaeda, è stato scritto che si è trattato dell’attentato con il più alto numero di vittime nella storia recente francese. Fra condanne e manifestazioni, da quei giorni l’Europa intera (e l’Occidente) si sta ponendo innumerevoli interrogativi, molti dei quali chissà quando avranno risposta. Fra questi, al netto della comprensibilissima ondata emotiva, c’è la questione fino a che punto sia giusto spingere la satira e quando si varca il confine della blasfemia.

Roberto Casati sul domenicale del Sole 24 Ore (15 febbraio) offre un piccolo vademecum sulla questione. “Chi difende – scrive – la libertà di espressione difende un veicolo, indipendentemente dal suo contenuto”. Si può legittimamente non essere d’accordo con i modi, i toni, i temi e anche la linea editoriale di un giornale, senza per questo rinunciare alla libertà d’espressione. Perciò si potrebbe dire, e senza contraddizione, “Je ne suis pas Charlie” e quindi “Je suis Charlie”. In altre parole: non sono d’accordo con quello che dici, né nel modo in cui lo dici, ma proprio per questo accetto e difendo il principio superiore della libertà della loro espressione.

Parere molto simile esprime Piero Stefani (Il Regno 1/2015). Lo spunto è la polemica espressa dal settimanale parigino contro l’arcivescovo di Parigi, con la scelta di mettere in copertina la scena di una Trinità in cui Padre, Figlio e Spirito Santo sono stati raffigurati mentre compiono atti omosessuali. “Quanto occorreva fare – osserva Stefani – era difendere senza remore la libertà d’espressione anche esercitando una libera critica al modo in cui quella libertà è stata usata”. Una linea che “addirittura rafforza – continua – la condanna della violenza omicida”.

Seguendo questo ragionamento scopriamo che c’è dell’altro. Le manifestazioni seguite all’orribile strage avrebbero prodotto una creazione di simboli assolutamente laici, che hanno eroso ancor di più lo spazio del sacro. “La morte, per tanto tempo vista come l’ultima roccaforte delle religioni – argomenta ancora Stefani – sta sempre più sfuggendo loro di mano. La matita ha sostituito la croce”. La risposta per le Chiese, quindi, non starebbe – da notare la chiusa – “nel tentativo, destinato a un inequivocabile scacco, di risacralizzare le società; il loro compito è di riscoprire la mite ed esigente autenticità del messaggio evangelico”. Riprendendo il filo del vademecum di Casati sarebbe dunque sul piano laico che va posto il dilemma fra blasfemia e incitazione all’odio. Irridere una figura ritenuta sacra da taluni è cosa diversa da irridere quelle stesse persone che credono in quella figura. Qui Casati chiama in causa un’idea di John Stuart Mill per distinguere offesa e danno.
Dissacrare la figura ritenuta sacra può ritenersi giustamente offensivo, ma sarebbe un danno se a quelle persone credenti fosse impedito o ostacolato il culto alla figura per loro sacra. La differenza è che il danno è sempre misurabile, quantificabile, mentre l’offesa è più imponderabile e riguarda la sfera delle sensibilità, nel frattempo diverse nella società contemporanea, complessa e di identità declinate sempre più al plurale.

E’ pur vero che le sensibilità vanno rispettate, ma è altrettanto vero che esse vanno rispettate tutte. Se il criterio su cui fondare il concetto di rispetto è di tipo dogmatico-veritativo di alcuni che credono in modo incontrovertibile in una verità, è facile prevedere che si vada, prima o poi, ad uno scontro con chi in quella verità non crede. E in mezzo c’è la libertà d’espressione, che deve valere – sempre – per gli uni e per gli altri.

L’ultimo problema, infatti, che affronta Casati nel suo vademecum è: desacralizzazione offensiva o sacralizzazione offensiva? Troppo spesso si dà per scontato che in gioco ci sia solo un tipo di offesa, quella di chi si ritiene offeso dalla dissacrazione del proprio spazio sacro. Ma dovrebbe essere tenuto in ugual conto che anche chi non crede può ritenersi offeso dalla pretesa di sacralizzare spazi della società e della convivenza che sono di tutti, sia pure nel nome di una verità suprema e superiore. La libertà d’espressione è uno di questi spazi che sono “sacri” proprio perché sono stati desacralizzati dopo una lunga storia, in Europa e nel pensiero occidentale, fatta di tanti errori, ferite e altrettanti dolorosi ritorni al passato.

Dopo Parigi tanti sono gli esiti e le ipotesi possibili, ma su una questione non è possibile cedere alla paura e arretrare nemmeno di un passo, perché in gioco è una conquista raggiunta, senza sconti, ad un prezzo salatissimo e, allo stesso tempo, lo strumento più efficace finora conosciuto per tenere insieme società sempre più al plurale: libertà e democrazia. Ecco perché, in fondo, siamo tutti Charlie e perché ha ragione Piero Stefani a dire che ogni tentativo di risacralizzare le società (sulla base di verità ultime sia religiose che laiche), è sempre un vicolo cieco. Per tutti.

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Siria, segnale interrotto

“Vorremmo che le nostre parole non finissero qui. Chiedo a tutti voi che siete qui e che avete partecipato al Festival di Internazionale di spronare i vostri governi per fare in modo che la guerra finisca al più presto”.

E’ con questo accorato appello della giornalista siriana Maisa Saleh, che si è concluso uno degli ultimi incontri dell’edizione 2014 del festival, intitolato “Siria. Segnale interrotto. E’ il paese più pericoloso del mondo per i giornalisti e la guerra continua a porte chiuse”. La sala del Cinema Apollo era gremita e trepidante, “Non sempre – sottolinea il moderatore dell’incontro Lorenzo Trombetta – un evento legato alla guerra in Siria riceve in Italia una tale attenzione. Sul palco, insieme a lui, corrispondente per il Medio Oriente e responsabile del sito SiriaLibano, le tre ospiti, giovani donne siriane impegnate nel colmare il vuoto mediatico che si è venuto a verificare da quando il governo di Assad ha cominciato ad arrestare, perseguitare e costringere all’esilio i giornalisti, professionisti o meno, che cercavano di raccontare al mondo gli orrori della guerra.

Maisa Saleh, Yara Bader e Eva Ziedan sono esuli, come molti altri giornalisti e attivisti siriani, svolgono il proprio lavoro dai Paesi da cui hanno ottenuto l’asilo politico, ma entrano ed escono dalla Siria periodicamente. Sul palco prendono e si cedono la parola a vicenda, in un animato e vivace dialogo, in cui viene presto coinvolto anche il pubblico, e che verte sulla questione di come il giornalismo racconta la guerra in Siria, chi la racconta, quale l’immagine che ne emerge all’estero… e non solo.

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Yara Bader

Yara Bader, giornalista, direttrice generale del Syrian center for media and freedom of expression e vincitrice del premio giornalistico Ilaria Alpi 2012 (nel 2012 è stata arrestata in Siria dall’Air force intelligence e successivamente processata dalla corte militare a Damasco), racconta che il suo Centro mediatico è stato chiuso varie volte, anche prima del 2011. “Di fronte ad una situazione così complessa” spiega “è molto complicato seguire lo sviluppo degli eventi. Da quando il regime ha cominciato a minacciare di morte gli attivisti e i giornalisti che cercavano di raccontare la rivoluzione, molti cittadini hanno cominciato a documentare ciò che stava succedendo. Sono stati definiti in vari modi: attivisti giornalisti, persone mediatiche, giornalisti combattenti (ma noi del Centro media rifiutiamo questa versione), di fatto erano persone che volevano mostrare la verità, che lottavano per la libertà d’informazione e per la difesa dei diritti umani.”
Per quanto riguarda l’immagine della Siria all’estero, Trombetta ci conferma che i giornali italiani non offrono molto contesto, si limitano alla notizia del giornalista straniero sgozzato dall’Isis e poco altro. Se anche un italiano legge un paio di quotidiani al giorno, non si avvicinerà minimamente alla verità. C’è un grande iato tra la complessità della situazione siriana e l’immagine stereotipata che se ne ha all’estero e che, grosso modo, si può sintetizzare con l’infelice titolo di Domenico Quirico, “Il Paese del male”. La maggioranza degli stranieri vede la Siria così.

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Maisa Saleh

Maisa Saleh, che ha appena ricevuto il premio giornalistico Anna Politkovskaja 2014 [vedi], aggiunge: “Noi, che siamo state costrette a lasciare il nostro Paese e che viviamo all’estero, abbiamo potuto riscontrare che la percezione di cosa sta accadendo in Siria cambia da Paese a Paese, in Italia si ha un quadro, in Francia un altro, negli Usa un altro ancora. E comunque è ancora poco. Bisogna fare uno sforzo per raccontare le storie.” E Yara aggiunge: “Molti aspetti della crisi sono stati ignorati volutamente, e questo è peggio del silenzio. Nel 2013, molto prima che i media ne parlassero, erano stati rapiti già diversi attivisti dalle squadre dell’Isis. Ma solo quando è stato rapito e sgozzato il giornalista americano, allora tutti si sono svegliati. Perché?”. “Perché sembra che esistano vittime di serie A e di serie B”, interviene Eva Ziedan, che per SiriaLibano segue gli attivisti che vogliono far conoscere le loro micro-realtà e coloro che vogliono diventare giornalisti.

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Eva Ziedan

Finché si è parlato di oscuramento dell’informazione, di menzogne mediatiche e del silenzio dei media internazionali, erano tutti d’accordo, ospiti, conduttore e pubblico. L’atmosfera è diventata un po’ più tesa quando dal pubblico sono stati fatti alcuni interventi, per capire meglio il ruolo dell’Isis e quali le prospettive per la Siria. Un ragazzo ha chiesto se la tesi delle “Quattro Sirie” [vedi] fosse plausibile, e Trombetta ha risposto in modo piuttosto forte, spiegando che sì, “attualmente quello che era lo Stato siriano prima del 2011 non esiste più. Ad oggi ci sono quattro stati che detengono il potere in Siria: il regime di Assad, i jihadisti dello Stato islamico, le opposizioni armate e le milizie curde.” In un intervento si riprendeva la proposta che Giulia Zoli fa nell’ultimo numero di Internazionale n. 1071 (ripresa dall’agenzia stampa France Press), ossia di evitare tra giornalisti di usare il termine Stato islamico, trattandosi di un gruppo terroristico. “Non sono d’accordo – ha risposto Trombetta – lo Stato islamico è uno Stato che ha un territorio, una capitale, sta erogando servizi, sta difendendo la sua popolazione e quindi, che ci piaccia o no, occorre riconoscerlo come tale. Chiamatelo come volete, Isis all’inglese, Dāʿish in arabo, ma Stato è.”

Le tre giornaliste confermano loro malgrado: dal punto di vista del potere, purtroppo è così. E a malincuore convengono sul fatto che la divisione della Siria può essere una possibilità, forse l’unica che possa porre fine a questa guerra, alla più grande catastrofe umanitaria della storia contemporanea, paragonabile solo alla Seconda guerra mondiale.
Ci tengono però a chiarire che la maggior parte degli jihadisti dello Stato islamico sono stranieri, provengono dall’Iraq e da tutte le parti del mondo (1800 dalla sola Danimarca). E che se il numero di jihadisti sta crescendo anche nel popolo siriano, è per una questione di sopravvivenza: l’Isis ha preso il controllo delle banche ed è quindi in grado di pagare gli stipendi ogni mese; se si piega alle loro regole, la gente può vivere ‘tranquillamente’ nelle loro città.

moneta-dibattito

Libertà d’opinione e diritto al dissenso

Dibattito vivace e interessante quello di giovedì sulla crisi, che ha visto protagonisti Marco Cattaneo, Luigi Marattin e Giovanni Zibordi: confronto serrato, con qualche intemperanza verbale – da una parte e dall’altra – regolarmente sedata. Solo il finale è stato spiacevole: durante l’intervento conclusivo Marattin, ripetutamente interrotto (nonostante i richiami) da Zibordi, ha abbandonato la sala. Una decisione lecita la sua. Inevitabile? Sì, secondo il diretto interessato. No, secondo Fornaro che, in un commento su ferraraitalia, interpreta diversamente l’accaduto: pur non sottacendo l’episodio delle interruzione, ritiene che Marattin abbia agito d’impulso assecondando un’indole poco incline al contraddittorio.
Da questa asserzione Marattin si sente “calunniato”. Me lo ha fatto sapere con una telefonata dai contenuti sgradevoli, minacciando querela nei confronti dell’autore e del sottoscritto che, in quanto direttore, è responsabile della pubblicazione.
Io però, anche dopo un attento riesame del testo, continuo a non ravvisare nello scritto di Fornaro elementi diffamatori, ma solo l’affermazione di un soggettivo punto di vista. Stando così le cose non ho motivo per rettificare. Ritengo che le opinioni, anche quelle non condivise, vadano rispettate e non censurate. Se altri la pensano diversamente, in caso di controversia sarà il giudice a pronunciarsi.
La linea di questo giornale è basata sul rispetto della libertà di espressione: prova ne sia che dopo Fornaro è intervenuto un nostro collaboratore, Raffaele Mosca, sostenendo un punto di vista opposto. E’ auspicabile che il confronto prosegua serenamente. Le minacce non ci spaventano. E tutti i pareri, se formulati in termini civili, troveranno sempre spazio e diritto di manifestazione.

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