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strage etiopia

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
I Fantasmi del passato (VIII Parte)

Etiopia Debra Berhan – Egitto el Alamein: a volte ritornano, per singolo o doppio caso fortuito, i fantasmi del passato coloniale italiano.

Nel maggio 2006, il quotidiano La Repubblica ha pubblicato le foto e un’inchiesta del proprio inviato Paolo Rumiz Etiopia quella strage fascista (poi riproposto online nell’aprile 2018 da The Magazine Italia), che confermerebbero “le prove di un efferato crimine italiano in Etiopia, 70 anni dopo la proclamazione dell’Impero” e che rigetterebbero “luce sinistra su un conflitto che la nostra memoria ancora rimuove o traveste da scampagnata coloniale”.

Tutto comincia con un primo caso, grazie il ritrovamento da parte di un dottorando dell’università di Torino di un pacco di telegrammi dimenticati in un faldone dal titolo “Varie” presso l’archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma. Dentro, un manoscritto senza firma, una mappa, altri documenti di conferma e un contenuto agghiacciante. A riemergere dall’oblio del passato e dalla profondità delle grotte naturali presenti nell’area montuosa di Debra Berhan – 100km a nord di Addis Abeba, nell’alto Scioà – sarebbe la conferma di una strage avvenuta tra il 9 e l’11 aprile 1939.
In base a quanto scoperto dal ricercatore, nel luogo indicato dalla mappa e in quei giorni vennero fucilate dopo la resa o avvelenate con i gas più di mille uomini, donne, vecchi e bambini, componenti una carovana del reparto ‘salmerie’ dei partigiani di Abebè Aregai, leader del movimento di liberazione etiope, rifugiatisi nella grotta dopo essere stati individuati dall’aviazione e circondati da un numero soverchiante di militari italiani.

Il gruppo è in realtà composto in larga misura da fuggitivi, feriti, anziani, donne e bambini, parenti degli uomini in armi, che garantiscono la cura dei feriti e l’appoggio dei partigiani alla macchia e da alcuni combattenti guidati da Tesciommè Sciancut.
L’ordine del Duce è perentorio: stroncare la ribellione. Ma stavolta stanare i ribelli è impossibile, così il 9 aprile la grotta viene attaccata con bombe a gas d’ arsina e con la micidiale iprite nonostante l’Italia abbia firmato la messa al bando internazionale di queste armi letali sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1928.

Dalle carte emergono dati incredibili.
Nella grotta il ‘bombardamento speciale’ sarebbe stato portato a termine dal ‘plotone chimico’ della divisione Granatieri di Savoia, da sempre ritenuta una delle più ’nobili’ delle nostre Forze Armate e si sarebbe svolta secondo strategie, procedure e fatti inenarrabili.

Il mio compito – scrisse nel suo diario il sergente maggiore Boaglio – era far scendere e scoppiare i bidoncini…nel punto di entrata della caverna, in modo da ypritare tutto il terreno, impedendo così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente….”.

La notte successiva, una quindicina di ribelli armati avrebbe tentato una sortita riuscendo a scappare. Molti cadaveri vennero gettati fuori dalla grotta. Moltissimi si arresero all’alba del giorno 11. Ottocento persone, si legge nel documento, in quel mattino stesso vennero fucilate su preciso ordine dato dal Governo Generale, cioè o dal generale Ugo Cavallero o dallo stesso Amedeo di Savoia.

Ma non è finita. Dentro c’è chi resiste ancora – uomini, donne e animali – e i nostri chiedono i lanciafiamme per ‘bonificare’ l’antro, ramificatissimo.

I dettagliati telegrammi degli alti comandi sono istantanee dall’inferno. “Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare at termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche”.

Le prove, schiaccianti, entrano nella tesi di dottorato ma mancano ancora i riscontri sul campo, così il ricercatore organizza una missione col supporto dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e viene accompagnato dal giovane studioso etiope Johnatan Sahle.

La mappa trovata allo Stato maggiore consente di individuare facilmente la zona, a un giorno di macchina dalla Capitale, in un altipiano di grotte e punteggiato di chiese copte, attorno alla cittadina di Ankober, 2600 metri di quota, sulle valli dei fiumi Uancit e Beressà. E’ dai preti dei villaggi che arrivano le prime conferme (“non ottocento, ma migliaia di morti”) e l’indicazione delle strada giusta, fino al paesino di Zemerò, e poi – per altri 30 chilometri fuori pista – fino al villaggio di Zeret, una ventina di tukul in pietra e paglia, 180 metri a picco sopra la bocca dell’inferno.

Il nome della grotta dice già tutto: Amezegna Washa, antro dei ribelli. Sotto, il fiume Ambagenen, che vuol dire Fiume del Tiranno. All’imboccatura, lo stesso muretto protettivo descritto nei rapporti dell’esercito italiano.

armi chimcheDentro la grotta non c’ è più andato nessuno, da allora. Dentro, un labirinto, in parte impercorribile. Ma bastano i primi cento metri alla luce delle torce per dare conferme. “Ossa dappertutto – racconta il ricercatore – quattro teschi, di cui uno con addosso la pelle della schiena; proiettili, vestiti abbandonati, ceste per il trasporto delle granaglie”. E poi rocce annerite, forse dai bivacchi (ma era difficile che i ribelli accendessero fuochi il cui fumo li segnalasse all’aviazione italiana) o forse dai lanciafiamme. Gli italiani, raccontano i figli e i nipoti di chi vide, calarono verso l’imboccatura della grotta dei pesanti bidoni che poi furono fatti esplodere con i mortai. E ancora: chi non fu fucilato, fu buttato nel burrone sotto la grotta. “Fu colpa degli Ascari”, le truppe indigene inquadrate nell’esercito italiano, “è l’obiezione ricorrente di fronte ai massacri in Abissinia. Ma gli ascari non si muovevano mai senza l’ordine di un ufficiale bianco. La ferocia di queste repressioni era anche il segno dell’esasperazione dei fascisti di fronte alla resistenza degli etiopi. La rabbia per un controllo incompleto del territorio”.

Oltre all’autore della scoperta anche l’autore del reoprtage Paolo Rumiz pare non avere più dubbi sia sui fatti che sulle conclusioni da trarre e aggiunge: “No, il camerata Kappler non fu peggio di noi. Il governatore della regione di Gondar, Alessandro Pirzio Biroli, di rinomata famiglia di esploratori, fece buttare i capitribù nelle acque del Lago Tana con un masso legato al collo. Achille Starace ammazzava i prigionieri di persona in un sadico tiro al bersaglio, e poiché non soffrivano abbastanza, prima li feriva con un colpo ai testicoli. Fu quella la nostra ‘missione civilizzatrice’? L’ Africa per noi non fu solo strade e ferrovie. Fu anche il collaudo del razzismo finito poi nei forni di Birkenau. Negli stessi anni, un altro personaggio con la fama di ‘buono’ – Italo Balbo governatore della Libia – fece frustare in piazza gli ebrei che si rifiutavano di tenere aperta la bottega di sabato. Quanti perfidi depistaggi della coscienza”.

impero italianoC’ è bisogno di parlarne” – conclude Matteo Dominioni, l’autore della tragica scoperta in Etiopia – “il vuoto storico e morale da riempire è enorme”.
Tutto è cominciato così e così tutto continua per un secondo puro caso consecutivo, dal momento che lo stesso cognome, Dominioni, appartiene anche ad un altro ricercatore sul campo, Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo, il Sandgraf -Conte della Sabbia- come lo avevano soprannominato i generali tedeschi o il ‘samaritano del deserto’, cioè colui che percorse 30.000 chilometri nel corso di 355 ricognizioni che lo portarono a recuperare, riconoscere e raccogliere, ad uno ad uno, i resti dei suoi commilitoni caduti in Libia e in Egitto dopo oltre quattro mesi ininterrotti di attacchi e contrattacchi, offensive e controffensive, nel corso della più grande battaglia della seconda guerra mondiale combattuta in Africa, e che si concluse il 23 ottobre 1942 ad El Alamein, stabilendo la tragica fine dell’avventura coloniale italiana.

 

 

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

italo balbo

25 APRILE A METÀ
Radici del razzismo e scheletri negli armadi:
fortuna, violenze e morte di Italo Balbo (VII Parte)

“Un’immensa voragine di sabbia”: così all’inizio del XX secolo, Gaetano Salvemini definì la Libia, quando ebbe inizio l’avventura coloniale italiana.
Qualche anno più tardi furono molti contadini italiani a non credere ai miraggi di quella terra promessa, che la propaganda fascista descriveva fertile, rigogliosa, “liberata” e pronta per essere coltivata. Mussolini, volle che fosse il gerarca Italo Balbo ad occuparsi della colonizzazione agricola della Libia, dopo averlo sollevato dall’incarico di Ministro dell’Aeronautica del Regno d’Italia e inviato in qualità di Governatore nel 1934.
Balbo dichiarò che avrebbe seguito le gloriose orme dei suoi predecessori e avviò una campagna nazionale che voleva portare due milioni di emigranti sulla Quarta Sponda Italiana del Mediterraneo. Ne arrivarono soltanto 31mila, ma furono un numero sufficiente da trincerare dietro un muro militare, costruito nel 1931 in Cirenaica, per contrastare la resistenza delle tribù beduine degli indipendentisti libici Senussi.
Quel muro, il muro italiano di Giarabub, è tuttora presente, visibile e in funzione. Oggi viene indicato, mantenuto e utilizzato come efficace barriera anti-immigrazione. Si ritiene cioè che trattenga il flusso migratorio clandestino diretto verso l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo, impedendo di raggiungere i luoghi di imbarco più facilmente accessibili che si trovano sulla costa del Golfo di Sirte.
muro italiano di Giarabub

muro italiano di Giarabub
Il muro italiano di Giarabub. 1931 (Libia)

Il muro italiano in Libia si presenta come una doppia linea di recinzione metallica lunga 270 chilometri, larga quattro metri, alta tre, visibilmente malandata ma resa insuperabile da chilometri di matasse di filo spinato che si srotolano dalle regioni a ridosso del porto di Bardia, lungo le sterpaglie desolate della Marmarica, fino a perdersi nel Grande Mare di Sabbia del Deserto Libico.
Questa grande opera venne commissionata alla Società Italiana Costruzioni e Lavori Pubblici di Roma, che la realizzò in sei mesi, dal 15 aprile al 5 settembre 1931, ad un costo complessivo di circa venti milioni di lire, impegnando nella costruzione 2.500 indigeni sorvegliati da 1.200 soldati e carabinieri, lungo un percorso totalmente privo di strade e di risorse idriche.
Il reticolato di filo spinato è sostenuto da paletti di ferro con base in calcestruzzo, vigilato dai ruderi fatiscenti di tre ridotte e sei ridottini. Lungo il suo percorso venero costruiti tre campi d’aviazione, una linea telefonica, vennero utilizzati 270 milioni di paletti di ferro e ventimila quintali di cemento.

Non potendo che apparire come ben piccola cosa di fronte all’immensità del paesaggio che la ospita, la presenza di questo muro colpisce perché oltre ad essere nel deserto, è deserto. Il compito di sorveglianza e controllo è sempre stato principalmente garantito dall’innesco di migliaia di mine antiuomo, cioè armi automatiche che esplodono e uccidono selettivamente, tutte le volte che vengono attivate da presenze umane.
Per un certo periodo, va però detto che fu oggetto di ricognizioni aeree sistematiche che venivano audacemente condotte, oltre che dai piloti dell’Aeronautica Militare, anche e direttamente dal loro capo supremo e Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.
Oltre al muro, Balbo continuò a mantenere in vita quello che era stato fatto prima e qui negli anni precedenti: missioni e bombardamenti aerei.
E le derivazioni dei trimotori Savoia Marchetti usati da Balbo nelle transvolate atlantiche divennero caccia bombardieri siluranti chiamati Sparvieri, che continuarono ad essere utilizzati contro un’etnia composta da famiglie di pastori nomadi o seminomadi considerati ribelli, in bombardamenti incendiari e tossici.
Nei sei anni che Balbo visse e volò in Libia lo Sparviero abbatté tutti i record e tutti i primati di volo civile, velocità, trasporto, durata, distanza.
Poi il salto di qualità e da civile divenne un aereo militare: nella versione militare S.79K, il primo impiego operativo di 99 veivoli di questo tipo avvenne con l’intervento italiano nella guerra civile spagnola come “Aviazione Legionaria” e il 26 aprile 1937, tre S.M.79 dell’Aviazione Legionaria presero parte al bombardamento della cittadina basca di Guernica, un’incursione aerea compiuta (sotto il nome in codice di Operazione Rügen) in cooperazione con la Legione Condor nazista, che colpì nottetempo la popolazione civile inerme e ispirò il celeberrimo dipinto di Pablo Picasso.

L’allontanamento dal Ministero aveva eliminato Balbo dal centro del sistema di sviluppo industriale dell’Aeronautica, per cui lui, dopo esserne stato il motore e l’immagine, si ritrovò ad occuparne il ruolo di fantasma dell’opera in corso.
Sette anni prima era alla guida di imprese di voli transatlantici: il primo nel 1930 da Orbetello a Rio de Janeiro; il secondo tre anni dopo, da Orbetello a Chicago. Questa seconda crociera atlantica, organizzata per celebrare il decennale della Regia Aeronautica Militare Italiana nell’ambito dell’Esposizione Universale Century of Progress che si tenne a Chicago tra il 1933 e il 1934, lo aveva coperto di gloria.
Il governatore dell’Illinois e il sindaco della città di Chicago riservarono ai trasvolatori un’accoglienza trionfale: a Balbo venne intitolata una strada, tutt’oggi esistente, e i Sioux presenti all’Esposizione lo nominarono capo indiano, con il nome di Capo Aquila Volante. Il volo di ritorno proseguì per New York, dove il presidente Roosevelt organizzò, in onore agli equipaggi della flotta di 25 idrotransvolanti italiani, una grande street parade. Italo Balbo fu così il secondo italiano, dopo Diaz, ad essere pubblicamente acclamato per le strade di New York.
Gli esaltatori delle trasvolate atlantiche non mancano di citare ogni tipo di manifestazione organizzata a Chicago in onore del grande pilota: chissà perché omettono sempre di citare lo striscione che recitava “Balbo, don Minzoni ti saluta” e che commemorava il suo precedente onore acquisito come pioniere omicida dello squadrismo fascista.

Italo Balbo diario 1922Là, in Italia, partendo dalle valli del delta padano, aveva visto portare a compimento grandi opere di bonifiche che strapparono alle acque nuove terre da coltivare e nuove forme di diritti sindacali da reprimere grazie alla ”esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario”(Italo Balbo, Diario 1922, Mondadori).
Sempre là, nella bassa provincia Ferrarese, aveva inaugurato la strategia criminale delle esecuzioni mirate come responsabile diretto, morale e politico dei due omicidi premeditati, da lui considerati ’bastonate di stile’, che significavano frattura del cranio, somministrate al sindacalista Natale Gaiba e al sacerdote don Giovanni Minzoni.
Natale Gaiba venne assassinato per vendicare l’offesa, compiuta quando il sindacalista argentano era assessore del Comune di Argenta, di aver fatto sequestrare l’ammasso di grano del Molino Moretti, imboscato illegalmente per farne salire il prezzo, venisse strappato ai latifondisti agrari e restituito al popolo che lo aveva prodotto coltivando la terra, ridotto alla fame.
don minzoniDon Minzoni, parroco di Argenta, venne assassinato dai fascisti locali: Balbo non volle ammettere che fossero stati individuati e arrestati coloro che organizzarono l’assassinio e intervenne in molti modi, anche con la costante presenza in aula, per condizionare lo svolgimento e il risultato sia delle indagini che del processo penale, garantendo l’impunità del crimine.
Più infame ancora dell’appoggio politico e morale agli assassini, la diceria che don Minzoni fosse rimasto vittima di una ‘questione di donne’ e avesse un’amante, ignobile falsità costruita a partire da una colletta fatta dal parroco per consentire a una contadina di andare a nozze con un vestito degno: calunnia propagata anche dalle pagine del Corriere Padano, il quotidiano fondato da Balbo che chiamò Nello Quilici a dirigere immediatamente dopo che quest’ultimo, in qualità di caporedattore del Corriere Italiano, venne coinvolto a Roma nell’ambito delle indagini sul rapimento e omicidio dell’on. Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario.

Qui, in Libia, Italo Balbo trovò condizioni esattamente contrarie e non riuscì a trovare, nemmeno con la forza, l’acqua sufficiente da donare alla terra di quei pochi coloni veneti e della bassa ferrarese, disperati e poverissimi, che, sotto l’enfasi propagandistica del regime, lo avevano raggiunto, si erano rimboccati le maniche e si erano illusi di rendere verde il deserto.
Fu sempre qui, in Libia, che Balbo, per tragica ironia della sorte o per fatale coincidenza, precipitò realmente in una voragine di sabbia e trovò la morte, colpito dal fuoco amico della artiglieria contraerea italiana.
Non fu peraltro l’unico ferrarese a rimanere vittima e protagonista di questo oscuro episodio avvenuto il 28 giugno 1940 nei cieli e sul suolo di Tobruk agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Con un ennesimo tributo di sangue vanamente versato qui, sulla sconfinata superficie libica, dove un muro difensivo alto pochi metri, è il beffardo simbolo di una torre di Babele che avrebbe dovuto innalzarsi fino in cielo, assieme a lui persero la vita anche i suoi più cari parenti e fidati collaboratori.

Evidentemente, mentre lui seguiva le orme dei grandi colonizzatori italiani, qualcos’altro stava seguendo le sue tracce, poiché la responsabilità storica di quanto avvenuto per sbaglio, come tragico errore e incidente di guerra, venne assunta in prima persona da un capo pezzo del 202 Reggimento di Artiglieria, che ammise di aver sparato raffiche di artiglieria contraerea all’indirizzo del trimotore Savoia Marchetti 79 pilotato dal suo comandante supremo nonché concittadino Italo Balbo, essendo significativamente pure lui, Claudio Marzola, 20enne, un ferrarese purosangue.
I colpi letali partirono da una delle tre mitragliatrici da 20 mm in dotazione a un Incrociatore Corazzato della Marina Regia che permaneva in rada semiaffondato e a scopo difensivo antiaereo, varato con lo stesso nome del santo patrono della città di Ferrara: San Giorgio.
Al momento del varo, avvenuto a Genova nel 1911, il motto dell’Incrociatore San Giorgio fu “Tutor et ultor” e a partire dal suo impiego nel primo e nel secondo conflitto mondiale venne cambiato in “Protector et vindicator” (Difensore e vendicatore).

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è il curatore della rubrica Controinformazione. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE ci racconta senza censure l’altra faccia della luna,

guerra italo-turca colonialismo italiano

25 APRILE A METÀ
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
aerei, bombe, iprite e record (VI Parte)

 giulio douhetBombardamenti aerei, armi chimiche, gas nervini, iprite, terra bruciata, terrorismo, sterminio, genocidio: gli orribili record dell’oppressione italiana in Libia. L’impiego operativo dell’aereo come fattore preponderante di superiorità nei conflitti fu teorizzato dall’italiano Giulio Douhet [Vedi qui] nel 1909 e nel 1911 gli italiani in Libia utilizzarono per primi la nuova arma come mezzo di ricognizione e di offesa durante la Guerra italo-turca della Campagna di Libia. Per la prima volta nel mondo, 4 aerostati, 2 dirigibili e 28 aerei furono impiegati a scopo bellico diurno e notturno. BIl 23 ottobre il capitano Carlo Maria Piazza fu l’autore della prima ricognizione tattica, mentre il 1º novembre il sottotenente Giulio Gavotti eseguì da un velivolo in volo il primo bombardamento aereo della storia, volando a bassa quota su un accampamento turco ad Ain Zara e lanciando tre bombe a mano.

aviazione italiana in africa
Attacco aereo italiano in Libia

Gli aerei erano piccoli, potevano caricare modeste quantità di bombe e gli attacchi contro le linee degli arabi o dei turchi sembravano efficaci a livello psicologico più che materiale. I primi anni della Guerra italo-turca, ricordata come ‘Campagna di Libia’, furono per l’arma dell’aeronautica una specie di rodaggio. Un rodaggio che valeva sia per le macchine che per gli uomini e che avrebbe lasciato spazio e tempo allo sviluppo di armi sempre più micidiali e a tecniche di bombardamento sempre più precise. Le vicende della guerra libica fecero sì che cinque o sei anni dopo il suo inizio entrarono in servizio nuovi aerei, più grandi e tecnicamente più capaci di svolgere il ruolo bellico al quale erano stati predisposti e le azioni militari assunsero aspetti diversi.
bombardamenti italiani in africaTra il maggio e l’agosto del 1917 furono eseguite in Tripolitania un centinaio di azioni offensive con il lancio di bombe incendiarie sui campi di cereali dei ribelli, con mitragliamenti nelle oasi di Zanzur, Sidi ben Adem, Fonduc ben Gascir, Fonduc Scrif, Gedida, Agelat, Sormen, Punta Tagiura, Zavia, Azizia.
I campi dei ribelli a Zanzur e a Zavia erano stati bombardati anche nel mese di aprile con 1.270 chilogrammi di liquido incendiario oltre a 3.600 chili di alto esplosivo.La politica italiana nei confronti dei ribelli era già da allora quella della terra bruciata: distruggendo i campi di cereali si costringevano i ribelli, armati e non, ad abbandonare la lotta e a disperdersi verso zone dove sarebbe risultato più facile indebolirli e sottometterli.

Dal 1924 al 1926 gli aerei avevano l’ordine di alzarsi in volo per bombardare tutto ciò che si muoveva nelle oasi non controllate dalle truppe italiane. Non si trattava di azioni militari contro altre forze armate, regolari o ribelli che fossero, bensì di bombardamenti indiscriminati della popolazione civile per fiaccarla e tentare di dividerla dagli uomini in armi.

aviazione italiana la stampa 1932
La prima pagina de La Stampa di Torino celebra i bombardamenti italiani

La politica della terra bruciata e del terrorismo, aveva spinto migliaia di uomini, donne e bambini a lasciare la Libia, chi verso la Tunisia e l’Algeria, chi in direzione del Ciad o dell’Egitto. I morti e i feriti non si potevano contare. E i bombardamenti diventarono più violenti, più scientifici e sperimentali.
Così come il bombardamento terrorista di Guernica nel 1937 fu sperimentale per l’aviazione nazista, l’Arma Aerea Italiana si servì della guerra di Libia per prepararsi alla successiva conquista dell’Etiopia.

L’uso del gas non costituì un episodio isolato, faceva invece parte di un piano preciso e sistematico. I risultati delle incursioni aeree furono attentamente studiati per conoscere non solo il numero delle vittime che immediatamente provocavano come morte chimica, ma anche per conoscere gli effetti ritardati su coloro che risultavano avvelenati dai gas.
E’ un particolare, questo, quasi sconosciuto della guerra di repressione – meglio dire di sterminio – attuata da Rodolfo Graziani [Vedi qui] per conto del governo fascista di Roma contro la popolazione della Tripolitania, del Fezzan e della Cirenaica.
Dal novembre 1929 alle ultime azioni del maggio 1930 l’aviazione in Cirenaica eseguì secondo fonti ufficiali ben 1.605 ore di volo bellico lanciando 43.500 tonnellate di bombe e sparando diecimila colpi di mitragliatrice.

Le fonti, però, non precisano quante tonnellate di bombe erano cariche di iprite.

In Cirenaica pacificata, uno dei volumi con i quali il generale Graziani volle giustificare la sua azione repressiva e rispondere alle accuse di genocidio della popolazione libica che già all’epoca gli vennero rivolte, c’è un breve capitolo sul bombardamento di Taizerbo avvenuto il 31 luglio 1930, sei mesi dopo l’esortazione di Pietro Badoglio all’uso dell’iprite.
Nella lingua dei Tebu, una delle numerose etnie autoctone seminomadi nordafricane, Taizerbo indica ‘sede principale’. Oggi i Tebu vivono più a sud, nelle montagne del Tibesti ubicate parte in Libia, parte in Ciad, ma una volta essi avevano a Taizerbo la sede del loro sultanato: situata duecentocinquanta chilometri a nord‑ovest di Cufra, l’oasi è lunga venticinque‑trenta chilometri, larga dieci ed è solcata nel mezzo da un avvallamento che contiene stagni salmastri e saline. All’epoca dell’intervento italiano vi si trovavano gruppi di palme, tamerici, acacie, giunchi e vi sorgevano una decina di nuclei abitati. Per la conquista di Cufra, sede della Senussia, centro spirituale della resistenza anti italiana e roccaforte dell’imam Omar el Mukhtar, Taizerbo era considerata un’oasi di grande importanza strategica.

Scriveva Graziani: “Per rappresaglia, ed in considerazione che Taizerbo era diventata la vera base di partenza dei nuclei razziatori il comando di aviazione fu incaricato di riconoscere l’oasi e – se del caso – bombardarla. Dopo un tentativo effettuato il giorno 30 – non riuscito, per quanto gli aeroplani fossero già in vista di Taizerbo, a causa di irregolare funzionamento del motore di un apparecchio – la ricognizione venne eseguita il giorno successivo e brillantemente portata a termine. Quattro apparecchi Ro, al comando del ten.col. Lordi, partirono da Giacolo alle ore 4.30 rientrando alla base alle ore 10.00 dopo aver raggiunto l’obiettivo e constatato la presenza di molte persone nonché un agglomerato di tende. Fu effettuato il bombardamento con circa una tonnellata di esplosivo e vennero eseguite fotografie della zona. Un indigeno, facente parte di un nucleo di razziatori, catturato pochi giorni dopo il bombardamento, asserì che le perdite subite dalla popolazione erano state sensibili, e più grande ancora il panico”.

Vincenzo Lioy, autore di un libro sul ruolo dell’aviazione in Libia (Gloria senza allori, Associazione Culturale Aeronautica), ha ripreso senza modificarla di una virgola la versione riferita da Graziani nel suo libro.
Ma Graziani aveva tralasciato l’importante particolare dell’uso di grandi quantità di iprite ed aveva omesso una relazione agghiacciante che gli era pervenuta qualche mese dopo sugli effetti del bombardamento. Questa relazione, regolarmente archiviata, era a disposizione di Lioy quando fece la sua ricerca. Da un rapporto firmato dal tenente colonnello dell’Aeronautica, Roberto Lordi, comandante dell’aviazione della Cirenaica (rapporto che Graziani inviò al Ministero delle colonie il 17 agosto) si apprende che i quattro aerei Ro erano armati con 24 bombe da 21 chili ad iprite, da 12 bombe da 12 chili e da 320 bombe da 2 chili. Stralciando dalla relazione la parte che si riferisce all’avvicinamento, si può leggere “(…) in una specie di vasta conca s’incontra il gruppo delle oasi di Taizerbo. Le palme, che non sono molto numerose, sono sparpagliate su una vasta zona cespugliosa. Dove le palme sono più fitte si trovano poche casette. In prossimità di queste, piccoli giardini verdi, che in tutta la zona sono abbastanza numerosi; il che fa supporre che le oasi siano abitate da numerosa gente. Fra i vari piccoli agglomerati di case vengono avvistate una decina di tende molto più grandi delle normali e in prossimità di queste numerose persone. Poco bestiame in tutta la conca. II bombardamento venne eseguito in fila indiana passando sull’oasi di Giululat e di el Uadi e poscia sulle tende, con risultato visibilmente efficace.

II primo dicembre dello stesso anno il tenente colonnello Lordi inviò a Roma copia delle notizie sugli effetti del bombardamento a gas effettuato quel 31 luglio sulle oasi di Taizerbo “ottenute da interrogatorio di un indigeno ribelle proveniente da Cufra e catturato giorni or sono”.
E’ una testimonianza raccapricciante raccolta materialmente dal comandante della Tenenza dei carabinieri reali di el Agheila: “Come da incarico avuto dal signor comandante l’aviazione della Cirenaica, ieri ho interrogato il ribelle Mohammed abu Alì Zueia, di Cufra, circa gli effetti prodotti dal bombardamento a gas effettuato a Taizerbo. II predetto, proveniente da Cufra, arrivò a Taizerbo parecchi giorni dopo il bombardamento, seppe che quali conseguenze immediate vi sono quattro morti. Moltissimi infermi invece vide colpiti dai gas. Egli ne vide diversi che presentavano il loro corpo ricoperto di piaghe come provocate da forti bruciature. Riesce a specificare che in un primo tempo il corpo dei colpiti veniva ricoperto da vasti gonfiori, che dopo qualche giorno si rompevano con fuoruscita di liquido incolore. Rimaneva così la carne viva priva di pelle, piagata. Riferisce ancora che un indigeno subì la stessa sorte per aver toccato, parecchi giorni dopo il bombardamento, una bomba inesplosa, e rimasero così piagate non solo le sue mani, ma tutte le altre parti del corpo ove le mani infette si posavano”.

carico di armi chimiche per la Siria
2 luglio 2014: la nave cargo danese “Ark Futura” si prepara al trasbordo di armi chimiche dirette in Siria nel porto di Gioia Tauro, (Autore: LaPresse / AP / ADRIANA SAPONE | Ringraziamenti: LaPresse Copyright: LaPresse – licenza Flickr)

Secondo l’Enciclopedia Americana l’iprite può provocare malattie ereditarie ed i suoi effetti si potrebbero riscontrare, perciò, non solo nelle persone direttamente colpite dai bombardamenti ma anche nei loro discendenti. La Treccani afferma che questo aggressivo chimico, chiamato anche ‘gas mostarda’, venne usato dall’esercito tedesco nel settore di Ypres, Belgio, nel corso della prima guerra mondiale e attacca tutte le cellule con le quali viene in contatto, distruggendole completamente. Con la respirazione i vapori d’iprite entrano nel circolo sanguigno, distruggono i globuli rossi, producendo rapidamente la morte.
Non c’è dubbio che l’effetto dei gas sulla popolazione libica, priva peraltro di qualsivoglia possibilità di ricorrere a moderne cure mediche, dovesse risultare micidiale. L’uso dell’iprite, che doveva diventare un preciso sistema di massacro della popolazione civile in Etiopia qualche anno più tardi, fu certamente una scelta sia militare che politica così come i bombardamenti della popolazione civile in Libia doveva corrispondere a scelte di colonizzazione ben precise e sistematiche.

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radici del razzismo e scheletri negli armadi:
costruiamo il nostro Impero (V Parte)

La concorrenza italiana alla dominazione britannica nel Mediterraneo si concretizza in modo vistoso negli anni Trenta: con il possesso nord orientale delle isole del Dodecanneso e con il controllo dell’Albania, l’Italia poteva controllare l’accesso nel Mare Adriatico trasformandolo in un proprio lago interno e in Africa, dalla Tripolitania, l’Italia poteva minacciare tutto il bacino del Mar Rosso.
In Palestina ed in Egitto, così come in Iraq, la propaganda fascista sobillava e affiancava i nazionalisti anti-inglesi.
Alleanza in Europa e competizione nel Mediterraneo e nel Mar Rosso: dalla concordia-discordia dei primi anni Trenta, all’atto finale della seconda guerra mondiale in Africa: l’anacronismo della politica estera fascista e la violenza dell’impresa coloniale.

E’ in questo contesto che nasce l’impresa abissina, le cui motivazioni vanno ricercate  in molteplici fattori: in primo luogo, è stata un’impresa che, secondo il Duce, doveva portare, con la creazione di un Impero, a un accrescimento del prestigio italiano nel contesto internazionale; in secondo luogo aveva una ragion d’essere nella volontà mai celata di vendicare la vergognosa cicatrice, come l’aveva chiamata D’Annunzio, della  sconfitta ad Adua nel 1896 (“the shameful scar as D’Annunzio had called it, of their defeat ad Adowa in 1896” (E.M. Robertson, “Mussolini as Empire Builder”, New York,  St. Martin Press, 1977); in terzo luogo, essa nasce dalla convinzione che in modo pacifico l’Inghilterra non avrebbe mai acconsentito ad un accrescimento del ruolo mediterraneo e mediorientale italiano e che quindi era necessario forzarle la mano, per ottenere che acconsentisse ad un’amichevole ridefinizione dei rispettivi interessi nel Mediterraneo, per giungere insomma a quell’agreement mediterraneo che avrebbe dovuto sancire l’inizio di una nuova era della politica estera italiana; in quarto luogo Mussolini decise l’impresa sulla base di motivazioni interne, più di carattere propagandistico -per rinvigorire la spinta ideale del fascismo, ormai esaurita sotto il profilo del rinnovamento sociale- che non economico.

Pare, a questo riguardo, di poter asserire che il progetto fascista comportasse per sua stessa natura il progetto della costruzione di un Impero: era e si dimostrò imperialista già dalla sua base ideologica. Le dichiarazioni di Mussolini, Dino Grandi; Guariglia, Italo Balbo e Federzoni, nel corso degli anni successivi alla marcia su Roma, sono numerose, e tutte portano a concordare sulla volontà fascista di costruire un Impero. Anche se la categoria classica dell’imperialismo in questo caso non è del tutto appropriata, dato che non lo si intende come una diretta derivazione di istanze contenute nello stato borghese precedente al fascismo, pare che Valette colga nel segno quando afferma: “Realizzare lo stato fascista nel senso pieno del termine significava creare un impero … l’espansione era necessaria per il fascismo” (“réaliser l’état fasciste au plein sense du mot signifiait créer un Empire… l’expansion était necessaire au Fascisme” (J. VALETTE, “Problèmes des relations internationales 1918-1949”, Paris, SEDES).

L’aspetto del prestigio internazionale, al di là delle motivazioni economiche, demografiche e psicologiche interne al regime, riveste un ruolo fondamentale. Probabilmente fuori tempo, anacronisticamente e senza considerare la mutata situazione internazionale del ‘900, nel 1935 l’Italia cerca quel “posto al sole”, che nel pensiero fascista le spetta di diritto, in una comunità internazionale che è ampiamente imperialista e razzista fin dal secolo precedente. Una conquista coloniale rappresenta indubbiamente agli occhi di Mussolini un traguardo di prestigio a cui l’Italia non può rinunciare. L’espansione è una necessità per il fascismo: affermarsi come grande potenza, esportare il modello fascista in Africa, creare un Impero che assicuri prosperità e rispetto alla madrepatria, è questo l’obiettivo della politica mussoliniana.

D’altronde, Pino Rauti, facendosi interprete del progetto fascista quale poteva essere nel 1935 scrive: “Etiopia quindi … , come liberazione da antichi complessi di inferiorità, come “spazio” anche psicologico e mentale da offrire alle nuove generazioni, come strada ai bordi della quale c’era il problema, difficile ma affascinante, della nostra presenza in tutto il Mediterraneo e al cui termine si profilava lo sbocco grandioso di una impresa da usare come test rivoluzionario per l’intero continente nero.

Là volevamo radicarci da grande potenza, radicandovi milioni e milioni di connazionali… E vendicare anche gli smacchi subiti prima, in quell’Africa verso la quale avevamo guardato tante volte ma senza mai riuscire a mettervi più di un timido piede, sempre pronto al dietro-front, e nella rivalsa delle sconfitte patite in malo modo, affrancarsi per sempre da tanti stati d’animo di inferiorità, da frustrazioni e complessi che dipingevano l’antica immagine dell’”Italietta” e dell’italiano eternamente con le pezze dietro, in giro a buscarsi per il mondo il pane, come una razza inferiore o incapace, o capace solo di prestazioni subordinate. Poesia? Retorica? Sogni? La storia vive anche di questo….” (P. RAUTI – R. SERMONTI, “Storia del fascismo” Vol. V, ROMA, CEN, 1977).

Sembra plausibile che in un’ideologia spiccatamente nazionalista e darwinista, quale quella fascista, rientrasse il progetto della costruzione di un Impero come affermazione decisiva della potenza nazionale. È chiaro che tale progetto rientra in una concezione geopolitica che vede l’espansione della potenza di una Nazione in senso prettamente spaziale. E questo era stato intuito dallo storico che più di ogni altro ha significato un punto di riferimento per i suoi successori: Gaetano Salvemini. Egli infatti, nella sua interpretazione della politica estera fascista come pura improvvisazione a fini propagandistici interni, aveva individuato prontamente ed in modo corretto che la “filosofia della violenza, il culto della guerra e la deificazione dello stato con il suo “fanatismo nazionalista”, la militarizzazione del sistema educativo ed il rifiuto di ogni forma di collaborazione internazionale, interpretata in chiave piuttosto social-darwinista quale lotta di tutti contro tutti… fascismo alla lunga, avrebbe significato guerra” (cit. da J. PETERSEN, La politica estera del fascismo come problema storiografico, Storia Contemporanea, III, 1972).

Non stupisce se durante il conflitto vi furono quindi vari episodi in cui i soldati italiani agli ordini di capi militari fascisti vennero più volte accusati dalla comunità internazionale di uso di armi proibite, quali le pallottole dum dum o gas ed agenti chimici quali l’iprite, e se dopo tanti anni siano ancora in fase di indagine storica e militare le efferate atrocità contro le popolazioni civili, verso le quali non si nutriva alcun rispetto umano, in quanto razza inferiore.

È triste, ma anche questo è stato il fascismo, e questo il risultato della sua politica e della sua cultura.

Nota:
“Alla conquista economica dell’Impero”, da cui sono tratte le immagini nel testo e la cover di questo articolo, è un gioco di tracciato con 95 caselle, variante del classico gioco dell’oca. Edito nel settembre 1937 dalle Officine dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche Bergamo per celebrare la conquista dell’Etiopia e la Fondazione dell’Impero.

Leggi la Prima Parte [Qui], la II [Qui],la III [Qui], la IV [Qui]

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(II Parte)

Nello scarno dibattito che il 25 Aprile dedica alla ‘Liberazione dal colonialismo’ si affrontano due convinzioni stereotipate e contrapposte.
Numero uno: gli italiani erano brava gente che hanno portato la civiltà e le strade in Africa ma non hanno potuto compiere l’opera perché hanno perso la seconda mondiale.
Numero due: gli italiani hanno compiuto solo crimini di guerra trucidando e seviziando i civili senza pietà durante tutto il loro dominio.
Forse non ha senso rispondere alla domanda se gli italiani siano stati ‘brava gente’ o se abbiano compiuto solo nefandezze. Sarebbe più opportuno chiedersi cosa sia rimasto nella memoria delle popolazioni africane colonizzate dagli italiani o se, dove e come, l’atteggiamento coloniale e razzista si presenti e manifesti ancora e tutt’ora nella nostra società.

“La Francia si è spaccata intorno all’Algeria, nel Regno Unito c’è stato un enorme dibattito intorno all’indipendenza dell’India nel 1947”, sostiene Nicola Labanca, autore del libro Oltremare: Storia dell’espansione coloniale italiana (Il Mulino, 2007):”Non si può paragonare il colonialismo francese e britannico con quello italiano. Il nostro è stato una piccola cosa rispetto anche ai grandi imperi spagnoli e portoghesi. Una piccola cosa che produceva piccoli guadagni che interessava una piccola parte del Paese e quindi come una piccola cosa è anche ragionevole che se ne parli meno”.
L’aspetto quantitativo del problema che ridurrebbe l’Italia a sotto-potenza coloniale se posta a confronto con le grandi potenze coloniali europee, non collima con l’aspetto qualitativo, dal momento che la forma di colonialismo interpretata dall’ideologia fascista può vantare primati assoluti e metodologie criminali di eccellenza che hanno tristemente fatto scuola e che continuano ad essere tragicamente attuali.
Proprio per queste ragioni, il colonialismo italiano dovrebbe essere studiato e analizzato come una vera e propria sindrome da porre all’origine di una serie di fatti  difficili da giudicare mancando informazioni e approfondimenti sia nel dibattito pubblico, che in quello politico, che in quello scolastico-universitario dove si è iniziato a parlarne solo negli ultimi anni grazie a una giovane generazione di scrittori che hanno affrontato il tema come Gabriella Ghermandi, Francesca Melandri, Antar Marincola, il collettivo Wu Ming 2 e Igiaba Scego, una delle più importanti scrittrici italiane di origine somala, che nella presentazione del suo romanzo La linea del colore: Il gran tour di Lafanu Brown (Bompiani, 2020) ha ricordato : “Da piccola e adolescente ero molto consapevole di cosa fosse il colonialismo. Me lo raccontava mio padre, che oggi non c’è più. Sognava di fare l’astronomo e a scuola in Somalia, vestito da Balilla, cantava le canzoni coloniali, ma dopo la quarta elementare gli è stato impedito di studiare. Ostacolare l’apprendimento di intere generazioni è stato uno dei crimini peggiori del colonialismo”.

Delle quattro colonie, quella che gli italiani conoscono di più è l’Etiopia, anche solo per il fatto che la sua conquista, che si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 – che fu incompleta e che durò solamente cinque anni- rappresenta l’apogeo del fascismo ed è solo così che viene presentata, in un’unica paginetta, nei manuali scolastici.
Nonostante il ruolo minore dell’Italia come potenza coloniale, fu un’impresa gigantesca dal punto di vista umano, ideologico e logistico e fu una guerra tragicamente all’avanguardia per essere il 1935, perché il regime fascista usò tutta la tecnologia bellica, oltre che mediatica, più avanzata dell’epoca: carri armati, aviazione militare, bombardamenti con gas nervini. Scrive Nicola Labanca “Nessuna invasione britannica, francese o portoghese in Africa ha mai visto mezzo milione di soldati impiegati contemporaneamente come nel caso dell’invasione dell’Etiopia, dove c’erano 500.000 italiani al fronte”.

Per poter dispiegare una tale potenza di fuoco era necessario anche costruire infrastrutture, strade, ponti, cioè quell’insieme di grandi opere proclamate pubbliche e civili che in realtà servirono per far marciare le truppe e mantenere il dominio militare.
Per questo il regime fece trasferire in Africa Orientale Italiana (Eritrea-Etiopia-Somalia) tra il 1935 e il 1941 circa 200.000 operai italiani.
In gran parte erano braccianti disoccupati delle regioni del Meridione e del Nord Est  o borghesi arruolatisi spontaneamente nella Milizia Volontaria che decisero di far fortuna nel nuovo impero. Tutti però si tennero ben lontano dal pericoloso entroterra. Si stanziarono nei centri urbani principali, dove si trovava il 90% della comunità italiana svolgendo mestieri tipici al servizio degli altri italiani: negozianti, albergatori, ristoratori, locandieri, meccanici, camionisti.

Torino, targa di piazza Adua, trasformata in “piazza vittime del colonialismo italiano”

Anche la repressione della resistenza in Abissinia condotta dal Maresciallo Rodolfo Graziani, dopo aver ottenuto fama e onore in seguito alle gesta di ‘pacificazione’ della Libia, presenta aspetti di avanguardia che culminarono nel maggior eccidio di religiosi cristiani mai avvenuto in terra africana e ricordato come “l’olocausto nero”.
E’ da rispettare nei ricordi altrui e da iscrivere nella nostra memoria, il significato che continua ad assumere la data del calendario etiope Yekatit 12 corrispondente al 19 Febbraio, Giornata di Lutto Nazionale celebrata nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massari compiuti dal colonialismo italiano nel 1936, come altra metà e faccia oscura del 25 Aprile 1945 italiano.
(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(prima parte)

Oltre confine, in Africa, in Etiopia, la data italiana del 25 Aprile 1945 e la celebrazione della giornata di Festa Nazionale per la democrazia, la libertà e l’indipendenza contro il fascismo, la dittatura e la guerra, ha un sinonimo nel 5 Maggio 1941 e un contrario nel 19 Febbraio 1937.
Ciò che emerge dalla corrispondenza tra le giornate di
Festa per la Liberazione Nazionale – sia della Repubblica Italiana che della Repubblica Federale Democratica d’Etiopia e dalla discordante Giornata di Lutto Nazionale in memoria delle vittime dei massacri compiuti dal colonialismo italiano -, è che i cittadini della Repubblica Italiana e della città di Ferrara non hanno ancora fatto i conti con il proprio passato coloniale.
La nascita, l’affermazione, la sconfitta e le conseguenze politico-sociali imposte dal regime dittatoriale fascista continuano ad essere giustamente ricordate ma solo a metà con il risultato che le dominazioni in Libia, Etiopia, Eritrea e Somalia non sono mai entrate nel dibattito pubblico nazionale e il popolo italiano è rimasto l’unico a non fare i conti con il proprio passato coloniale, razzista e militarista.
Sarebbe come dire che il colonialismo e il razzismo italiano non si sono mai seduti sul lettino dello psicanalista autoconsiderandosi malati immaginari o tuttalpiù alunni indisciplinati volutamente assenti da ogni lezione di storia.
Un’accettazione più ampia nella nostra coscienza di un passato scomodo da digerire come invasori, colonizzatori e imperialisti, oltre che di fascisti, forse ci darebbe la volontà di guardare al presente e al futuro del nostro paese con occhi diversi e ci consentirebbe di comprendere che l’oppressione è un meccanismo perverso, biunivoco e onnivoro che non finisce quando la vittima se la scuote di dosso, ma quando la ripudia anche il carnefice.

I cittadini della Repubblica Italiana e di Ferrara non hanno mai fatto i conti con il proprio passato coloniale e non intendono farlo nemmeno ora che il resto dell’Occidente lo sta facendo per capire l’origine dei fatti che hanno scatenato le proteste del movimento Black Lives Matter, nemmeno ora che il Mare Mediterraneo si è trasformato in un mare di morte per migliaia di profughi civili e neanche adesso che Ferrara rischia di tornare ad essere una città-ghetto intollerante e razzista.
Tutti sembriamo esserci dimenticati che per 75 anni, dal 1885 al 1960, il nostro Paese ha dominato militarmente gli abitanti di quattro Stati africani: Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia oltre che Albania, Dodecaneso, Seseno e Anatolia.
Quella stagione, iniziata 115 anni, fa non è mai entrata davvero nella nostra conoscenza e nella nostra coscienza.
Il 23 ottobre 2006 un piccolo gruppo di deputati ha presentato alla camera una proposta di legge, non approvata, per istituire un “Giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana”, in riferimento alle oltre 500mila vittime della dominazione.

Nel luglio del 2019 il Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del Movimento Cinque Stelle, Manlio Di Stefano, ha scritto su Facebook che “non abbiamo scheletri nell’armadio, non abbiamo una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno e non abbiamo messo il cappio al collo di nessuna economia”. Forse nega che l’Italia sia stato un Paese coloniale perché non ha subìto un processo di Norimberga, nonostante sia stata accusata dall’ONU di aver commesso crimini di guerra su popolazioni civili.
Forse perché non ha letto le opere di Jean Paul Sarte o di Frantz Fanon. Forse perché il suo movimento politico e gli altri partiti politici italiani non hanno mai avuto come oppositori e antagonisti un Nelson Mandela o un Ghandi o non sono stati in grado di comprendere la statura morale di un Haile Selassiè o la dignità di un Omar el Mukhtar.
O forse perché l’Italia ha invece avuto Indro Montanelli e Ferrara Nello e Folco Quilici.

Palermo, nella notte del 6 marzo via Indro Montanelli è stata trasformata in via Destà.  Un’azione dei gruppi Fare Ala, Crvena e H.

Indro Montanelli, volontario nella guerra di Etiopia, così si esprimeva nel 1936: ”Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.
Successivamente, Montanelli divenne antifascista prima che la seconda guerra mondiale finisse e ciò gli costò la prigione e il rischio di essere fucilato. Ma questo non gli impedì, quasi alla fine della sua lunga vita, quando era diventato un’icona del giornalismo italiano e persino un martire dell’anti-berlusconismo, prima di negare poi di ricredersi in merito all’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia.
Non soltanto per un vezzo autobiografico (era stato comandante del 20°battaglione eritreo nel 1935), quanto probabilmente in nome di quel fondo razzista da cui molti intellettuali italiani non sono mai stati immuni.
Montanelli parlava di un esercito italiano mite e cavalleresco, perché lui, avendo partecipato alla guerra in Etiopia, “se lo ricordava così” e di fronte alle inconfutabilità delle prove sull’impiego di gas nervini, persecuzioni, rappresaglie, massacri di civili e religiosi, Montanelli se la cavava sostenendo che, al solito, gli ordini di Mussolini non erano rispettati, e che quindi in Etiopia, in merito a una forma di salvifica negligenza o di ammirevole insubordinazione, non ci fu nessun sterminio.

Folco Quilici, nel sostenere pubblicamente il buonismo dei colonizzatori fascisti, non contava solo su di un vezzo ma anche su di una discendenza autobiografica, essendo figlio di Nello Quilici, giornalista e direttore del quotidiano ferrarese Corriere Padano che, poco prima di rimanere anche lui vittima dell’abbattimento dell’aereo pilotato da Italo Balbo in qualità di Governatore Generale della Libia sui cieli della Cirenaica nei pressi di Tobruk, nel suo saggio La difesa della razza, uscito nel settembre 1938 su Nuova Antologia, manifestò il suo sostegno alle leggi razziali.

Il primo a chiarire perfettamente come l’Italia non abbia mai fatto i conti fino in fondo con il colonialismo e il razzismo della sua storia recente è stato Angelo del Boca, cioè colui che in maniera sistematica ha condotto un’indagine storica dalla quale sono emersi i due poli entro cui circoscrivere un’analisi esaustiva: da un lato la mancata assunzione di responsabilità e non ammissione di colpevolezza; dall’altro l’affermazione di un concetto di razzismo innocuo mosso da esotismo esteriore.
Marie-France Courriol, in Più turista che fascista. Mémoire coloniale et figure du soldat dans le cinéma italien contemporain, (Martine Bovo Romoeuf/ Franco Manai), sostiene che la persistenza e il radicamento, a tutti i livelli della società italiana, del mito degli italiani brava gente, colonizzatori sì, ma non cattivi, vittime loro stessi più che aguzzini e carnefici, trova una patente dimostrazione in due film di successo, che a distanza di anni sono stati comunque tra i pochi – oltre a Tempo di Uccidere di Giuliano Montaldo (1989) tratto dall’omonimo romanzo di Ennio Flaiano (premio Strega nel 1947) – ad affrontare il tema del passato coloniale italiano: Mediterraneo, (1992) di Gabriele Salvatores e Le rose del deserto (2006) di Mario Monicelli.

In realtà esiste un film che parla del colonialismo italiano, ma non è stato prodotto nel nostro Paese.
Si tratta de Il leone del deserto (1981) che racconta la storia di Omar al-Mukhtar il guerrigliero libico che guidò la resistenza anticoloniale contro gli italiani negli anni Venti ed è considerato in Libia, nel Magreb e in gran parte del mondo arabo, un partigiano e un eroe nazionale.
In Italia il cult-film libico/statunitense è stato censurato per decenni, grazie anche al giudizio di Giulio Andreotti. in quanto “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Solo nel 2009 è stato trasmesso dall’emittente satellitare Sky in occasione della prima visita ufficiale del leader libico Muammar Gheddafi in Italia, che si presentò all’aeroporto di Ciampino accompagnato dall’anziano figlio di al Mukhtar con appuntata al petto la fotografia storica che ne ritraeva l’arresto pochi giorni prima di essere condannato a morte e impiccato.

Omar al Mukthar, “il Leone del Deserto” (foto su licenza commons wikimedia)

“La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia”: così Gheddafi rispose ai giornalisti che lo interpellavano in merito alla foto. Forse per questo qualcuno si è ricordato che tra il 1929 e il 1930 il Maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani ebbero l’incarico da Benito Mussolini di ‘pacificare’ le due zone della colonia ancora non dominate: il Fezzan e la Cirenaica.
Tradotto: i due militari ebbero il via libera per sterminare brutalmente la resistenza armata libica spopolando intere regioni.
Come riporta Del Boca, per togliere sostegno alla ribellione anti italiana, centomila abitanti che abitavano nelle oasi dell’altopiano di Gebel el-Achdar furono deportati in massa dalla Cirenaica in tredici campi di concentramento allestiti nella zona sabbiosa e inospitale della Sirtica. In gran parte erano donne, anziani e bambini.
Le esecuzioni sommarie per chi si attardava lungo il tragitto forzato di mille chilometri, la mancanza di cibo e di acqua ne portò alla morte la metà e le vittime civili furono cinquantamila.

Questa non è stata la prima deportazione di massa attuata dal governo italiano in Libia. La prima avvenne nel 1912 quando migliaia di ribelli libici considerati pericolosi furono trasferiti in modo coatto in esilio in vari centri di detenzione nelle isole del nostro Paese: le Tremiti, Ustica, Ponza, Ventotene. Lì morirono in molti ammassati in luoghi malsani inadatti a ospitare grandi quantità di persone, un sovraffollamento simile ai centri di identificazione ed espulsione dei migranti di oggi.

Sulla realtà coloniale italiana esiste anche un film mai fatto, in seguito alla censura, denuncia, condanna e all’arresto dei suoi sceneggiatori. Nel febbraio 1953 il numero 04 della rivista Cinema Nuovo, diretta da Guido Aristarco, pubblicò una proposta di film del critico cinematografico Renzo Renzi sulla guerra in Grecia, alla quale prese parte.
Saccheggi, fucilazioni, ma soprattutto vita nei bordelli e conquiste di donne costrette a cedere per fame, ecco, per l’autore, la visione più vera di un conflitto assurdo, condotto con passaggi da operetta, nel quale alcuni soldati, mal guidati, diedero sfogo al tipico istinto maschile italiano: il gallismo, che portò ad indicare le nostre truppe come l’Armata s’agapò che in greco significa Armata ti amo.
Una sceneggiatura pacifista, autocritica, che aprì un dibattito intellettuale su come trasferire sugli schermi la guerra, fuori dalla retorica, ma che sette mesi dopo provocò arresti per vilipendio alle Forze Armate e la traduzione degli inquisiti al Carcere Militare della Fortezza di Peschiera, nell’ambito di un procedimento condotto nei confronti di due cittadini in borghese sulla base della lettura del codice militare del 1941.
Renzi, già sottotenente, e Aristarco, già sergente, entrambi in congedo non definitivo, appartenevano giuridicamente alle Forze Armate e pertanto potevano essere processati dalla giurisdizione militare per un reato previsto non solo dal codice penale ma anche da quello marziale. E nulla cambiava che l’Esercito vilipeso fosse quello di Mussolini e non quello della repubblica democratica perché, per la Procura Militare, la caduta del fascismo non aveva travolto la Patria, che “c’è ora e c’era allora, indipendentemente dalla forma di governo”.
Dopo un mese di detenzione, il processo durò dal 5 all’8 ottobre e la Corte inflisse a Renzi una pena di 7 mesi e 3 giorni di carcere e la rimozione dal grado, ad Aristarco di 6 mesi.
Trentanove anni dopo, nel 1992, Mediterraneo di Gabriele Salvatores, vinse il Premio Oscar quale miglior film straniero, ispirandosi alla sceneggiatura dell’Armata s’agapò di Renzo Renzi.

Da allora non sono pochi gli italiani che ricordano l’avventura della Campagna di Grecia, ma molti di meno sono quelli che hanno idea di cosa fecero gli italiani in Africa Orientale dopo la conquista del 1936 in termini di ‘emergenza erotica’, così definita dal momento che arrivarono decine di migliaia di uomini italiani, soli o liberi dalle spose o compagne rimaste in Italia, che occuparono stabilmente i bordelli locali, frequentando le prostitute indigene e rendendo il fenomeno di gravità tale da  essere considerati inappropriati per un regime che intendeva creare una società coloniale ‘razzialmente pura’.
Il tipo di unione mista più frequente era il cosiddetto madamato cioè la convivenza con una concubina africana in more uxorio. La separazione razziale auspicata dal regime era inoltre solo virtuale poiché la costruzione degli ipotetici quartieri per soli bianchi progettati dal piano regolatore fascista fu lentissima e soprattutto incapace di sostenere la crescente domanda. Non c’erano case per tutti e per questo moltissimi italiani, soprattutto i lavoratori, andarono a vivere nelle capanne pagando affitti agli indigeni e vivendo a stretto contatto.
Non a caso l’inno dei coloni italiani dell’epoca diventò Faccetta Nera, una canzone che rappresenta la sessualizzazione dell’impresa coloniale. “Allo sguardo europeo la donna colonizzata appariva come poco più che un animale e una donna dai costumi facili disponibile e sottomessa, molto diversa dalla donna europea”, spiega Emanuele Ertola in In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero (Laterza). E continua: “(…) ma a un certo punto, dopo il 1935 il regime iniziò a guardare con sospetto Faccetta Nera perché considerava inaccettabile l’aumento considerevole dei figli italo-africani che a lungo andare avrebbero alterato l’ordine sociale e razziale che richiedeva netta separazione e tra dominatori e dominati”.

Ecco quindi che il regime fece circolare una nuova versione della canzone, con la stessa metrica e musica, ma parole diverse. Il titolo era ‘Faccetta bianca’ e il testo leggermente modificato faceva: «Non voglio più cantar faccetta nera / non voglio più sentir bella abissina / perché la donna nostra è più carina / e piena d’ogni pregio e qualità». E proseguiva con versi quali: «Faccetta nera per carità! / solo la bianca è la regina di beltà».
La canzone fu pubblicata la prima volta su un opuscolo per operai italiani in partenza per l’Africa Orientale Italiana a cura della confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, intitolato Orgoglio di popolo nel clima dell’Impero, in cui si catechizzavano gli operai sui danni degli ‘incroci umani’ sia a livello sociale che biologico, per poi arrivare al punto: “le donne bisogna lasciarle stare”. E come? “Innanzi tutto, soffocare gli istinti bruti […] ascoltando la voce gagliarda della propria anima italiana, lasciandone libero il senso di superiorità e di orgoglio che duemila anni di storia e i fatti recentissimi alimentano”.
L’opuscolo cercava di fare ipocritamente appello al rispetto della moralità e della dignità delle donne nere spaventando i bianchi con lo spauracchio delle malattie veneree.

Nel 1937, un anno prima delle leggi contro gli ebrei, il governo italiano promulgò le leggi contro gli uomini e le donne africane per evitare il madamismo e gli incontri promiscui nelle colonie. Scrive Emanuele Ertola: “Il regime cercò anche di importare in Etiopia delle prostitute bianche italiane, oppure convincendo in maniera più o meno spontanea, moltissime impiegate del Ministero delle Colonie ad andare a vivere a lavorare nelle colonie in modo che si popolassero di giovani italiane nubili”.

Milano, statua di Indro Montanelli

Negli ultimi tempi i media, quando hanno parlato di colonialismo, lo hanno fatto per riportare la notizia della statua di Indro Montanelli a Milano che viene regolarmente imbrattata, perché il giornalista raccontò più volte senza pudore di aver comprato come moglie una 12enne durante la campagna d’invasione fascista in Etiopia nel 1936 e di aver consumato con lei numerosi rapporti sessuali.
In un’intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982 Montanelli racconta: “Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì [le africane, ndr.] erano già donne. L’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

Una volta spente le polemiche, il colonialismo ritorna nel dimenticatoio e di quel periodo rimane solo qua e là qualche lontana eco nel nome dato alle nostre vie o alle nostre piazze, senza che nessuno sia in grado di ricordare a chi siano riferite e cosa rappresentino: è il caso, ad esempio, di Piazza dei Cinquecento a Roma dedicata ai soldati italiani caduti nella battaglia del 1887 a Dogali, in Eritrea. O lascia traccia in qualche modo di dire: “E’ stato un Ambaradan”, e non sappiamo che il riferimento è alla carneficina della cruenta battaglia del 1936 per la conquista dell’altopiano dell’Amba Aradam in Etiopia dove le forze italiane composte da soldati e camicie nere usarono proiettili e granate all’arsina e al fosgene ed effettuarono bombardamenti aerei con gas di iprite anche sulle popolazioni civili.
Qualche eco lontana giunge talvolta da Affile, dove sopravvive alla rabbia di molti l’ignobile mausoleo dedicato a Graziani, e qualche lontano ricordo potrebbe far riaffiorare le prese di posizione ostili alla restituzione dell’obelisco di Axum.
(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

In copertina: mappa della “Grande Italia”, i territori in rosso dovevano far parte del territorio italiano, in giallo i territori dell’Impero e le conquiste territoriali italiane nel 1942 (Wikimedia Commons)

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Zaki, Regeni, profughi libici:
ma quali Draghi, siamo straccivendoli.

 

Il ministro degli Esteri Di Maio, con la sobrietà che gli è propria, si intesta il merito del ritiro del contingente militare Nato (compreso quello italiano) dall’Afghanistan.
Lo stesso ministro degli Esteri, assieme al Governo di cui fa parte, non riesce a far uscire dal carcere egiziano non un contingente, ma un singolo studente trapiantato a Bologna, Patrick Zaki, detenuto da un anno e due mesi a forza di detenzioni preventive, per un’accusa priva di qualunque fondamento.
Mario Draghi, alla domanda su come il Governo si atteggi di fronte alla richiesta di concedere la cittadinanza onoraria a Zaki, se la cava pilatesco dicendo che è una “iniziativa parlamentare”.

Mario Draghi è lo stesso che, la settimana scorsa, in visita al nuovo premier libico, ha lodato il contributo della Libia nei “salvataggi in mare”. Cito cosa ha scritto Paolo Pezzati di Oxfam (una delle più famose Ong) a proposito di questi ‘salvataggi’: “6.700 persone sono morte in mare e almeno 55.000 sono state intercettate e riportate in Libia dalla cosiddetta Guardia Costiera, di cui quasi 12.000 nel 2020 e la cifra record di oltre 5.900 da inizio 2021. Uomini, donne e bambini finiti in quei centri di detenzione (e non di “accoglienza”, come li chiama l’ex ministro Marco Minniti) dove abusi e torture da anni sono sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale”.

Mario Draghi, infine, è lo stesso che, ripetutamente richiesto di dire la sua sullo sgarbo che il premier turco Erdogan ha fatto a Ursula Von Der Leyen, facendola prima stare in piedi, poi seduta in posizione defilata e a debita distanza dai due statisti uomini (tra cui il presidente del Consiglio Europeo Michel), si è lasciato sfuggire che Erdogan è un dittatore, ma che bisogna trattarci perchè “ne abbiamo bisogno”.

Nessuno è così idealista, o stupido, da pensare che Mario Draghi debba proclamare ai quattro venti che in Libia e in Egitto i diritti umani sono calpestati dalle istituzioni al potere così, solo per il gusto di farsi dire “bravo” per un filotto di dichiarazioni politicamente corrette, dopo quella sulla Turchia.
Si sa che la diplomazia agisce, non parla. Infatti non si pretenderebbe che parlasse come se fosse il portavoce di Amnesty International: Amnesty può utilizzare solo l’arma della denuncia e della pressione mediatica per perseguire i propri obiettivi, uno stato sovrano invece (sedicente ottava potenza industriale del mondo) dovrebbe avere altri mezzi per persuadere i “dittatori con cui bisogna trattare”  che, appunto, è il caso di trattare non solo su quante armi gli vendiamo, ai dittatori, ma anche su come devono rispettare i diritti di libera opinione senza incarcerare o ammazzare i presunti “oppositori”, che spesso sono ricercatori e studenti formatisi alle nostre università, come Giulio Regeni e Patrick Zaki.

“Bisogna trovare l’equilibrio giusto”, afferma Draghi. Quale sarebbe l’equilibrio giusto da raggiungere nel caso di Zaki, nel caso Regeni, nel caso Libia? Vendere all’Egitto un’altra nave da guerra, la Fremm, frutto della coproduzione Fincantieri e Leonardo, ex Finmeccanica? (a proposito, sapete cosa fa adesso Marco Minniti, ex ministro degli Interni dei decreti sicurezza che lo hanno fatto lodare da Salvini e Meloni? Il responsabile della fondazione che fa capo a Leonardo). Quale sarebbe l’equilibrio giusto con la Libia? in nome della ripresa di grandi contratti di politica energetica, per la costruzione di grandi infrastrutture, chiamare le torture “salvataggi”? Far intercettare, come ha fatto la procura di Trapani, i giornalisti che facevano inchieste sul traffico di esseri umani in Libia (e non solo, si badi, i colloqui con indagati, ma anche tra i giornalisti e i loro avvocati)?

Per trovare soluzioni a problemi enormi bisogna spesso sporcarsi le mani, ne convengo. Sono tutti bravi a dividere la realtà in bianco e nero dalle pagine di un articolo, ne convengo. Però una domanda me la faccio: a cosa serve la politica? Se la politica non opera delle scelte che possano modificare uno stato di cose in senso nemmeno umanitario, ma umano, e si occupa solo (solo) di mettere le mani sulle grandi commesse, sacrificando totalmente sull’altare degli affari qualunque altro diritto umano, e lasciando che la violenza e il sopruso financo verso propri cittadini regnino indisturbati, a cosa serve?
A cosa serve la diplomazia?
La diplomazia non è la capacità di convincere con educazione dei dittatori sanguinari che devono essere meno cattivi. Non è mica questo. La diplomazia è la capacità di esercitare, con discrezione e fermezza, il peso delle proprie armi economiche per ottenere il rispetto dei diritti della persona. Invece noi, la realpolitik sembriamo interpretarla solo in maniera subalterna: siccome dobbiamo fare affari con loro, allora dobbiamo evitare di rompere i coglioni. Ma anche loro devono fare affari con noi, diamine. Possibile che la nostra diplomazia non riesca ad imporre mai alcune delle proprie condizioni alla conclusione di affari che si immaginano profittevoli anche per i dittatori?

Dispiace rilevare come anche sotto il premierato di un uomo che si è guadagnato una statura internazionale, come Draghi, la politica estera del nostro paese dimostri la statura di uno straccivendolo che cerca di convincere un cliente capriccioso e stronzo a comprare i suoi stracci.

PER CERTI VERSI
Prigionieri di Haftar

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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PRIGIONIERI DI HAFTAR

I volti di quegli uomini
Quei pescatori
Di Mazara del Vallo
Che tante volte
Volavano in mare
A salvare vite
Ora le loro vite
Sono nelle mani di Haftar
Quei volti
Ormai in bianco e nero
Attendono ancora
Le voci delle loro donne
Come penne urlanti
La disperazione
Ora li colora

DI MERCOLEDI’
Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Io Khaled vendo uomini e sono innocente è un libro duro. Oggi l’ho scelto per questa rubrica, perché può essere benissimo un libro d’occasione, nel senso che ben si attaglia al quadro confuso e tragico in cui stiamo vivendo. E’ un libro che parla della situazione attuale in Libia, di scafisti e di barconi carichi di ‘negri’, che partono verso l’Europa. Quando lo scorso settembre Francesca Mannocchi, l’autrice, ne ha parlato a Mantova in un evento molto partecipato del Festivaletteratura  mi ha colpito questa sua frase: “Dobbiamo alzarci al mattino e pensare ad affrontare la complessità, dobbiamo fare ginnastica mentale per essere in grado ogni giorno di affrontarla”. Lei e l’altro giovane giornalista Lorenzo Tondo stavano completando il proprio intervento su due situazioni piuttosto calde in terra d’Africa e su aspetti poco conosciuti del fenomeno migratorio; a quel punto Mannocchi ha ribadito quali risposte ha tratto dalle sue inchieste. Sono risposte soprattutto sul metodo che deve supportare un buon giornalismo. Non semplificare, avvicinare la complessa situazione della zona in cui si sta lavorando con occhi aperti su diversi punti di vista. Nutrire dubbi, fermarsi a riflettere sui nodi irrisolti. Non semplificare ciò che semplice non è. Succede anche troppo in giro per i media.

In effetti, quando ho letto il libro su Kahled il trafficante, per lavorarci con una mia classe e quando ne ho discusso con i ragazzi in due recenti lezioni on line, ho trovato davvero impegnativa la recente storia della Libia. Khaled, che narra la propria parabola di rivoluzionario per abbattere Gheddafi prima e di trafficante poi, gira lo sguardo intorno a sé e mette a fuoco i diversi soggetti che brulicano nella Libia del dopo Gheddafi. Tutti alla accanita ricerca di pane e denaro. Di armi. Di potere. Molti con l’atteggiamento del camaleonte, che cambia vestito a ogni nuova stagione della Storia. Difficile dire chi ora governi davvero il popolo libico: il governo di accordo nazionale guidato da Serraj e riconosciuto dall’ONU, o l’esercito nazionale di Haftar, oppure le milizie tribali, che provengono dalla coalizione dei ribelli a Gheddafi e che continuano a scontrarsi duramente. Ancora più difficile tracciare il discrimine tra bene e male. Come ha osservato Giorgia, “In Libia a definire l’innocenza non è un principio etico”. Ha ben compreso ciò che Mannocchi ha detto a lei e ai suoi compagni, incontrandoli lo scorso dicembre al teatro San Benedetto; dagli appunti che mi ha passato Giulia leggo infatti: “Chi è un adulto occidentale cataloga il bene e il male, ma in questo caso ci sono molteplici scale di grigio”. Difficile orientarsi e decodificarle.

In un quadro come questo, è colpevole Khaled, il trafficante di migranti? Lui si definisce innocente: un figlio della Libia, che sta pagando a caro prezzo la presa d’atto del fallimento dei rivoluzionari come lui. Organizza barconi carichi di negri per l’Europa, ma si ritiene un figlio del deserto più che del mare. Rievoca l’educazione avuta dal nonno, mentre prova disprezzo per il padre a causa dei i suoi rapporti con il regime. E il nonno lo ha messo in guardia sulla voracità del mare, che vuole le sue vittime. Sono tanti i morti in mare, i caduti dai barconi dopo mesi di attesa in terra libica, chiusi in vere e proprie carceri tra stenti e torture. Khaled organizza la loro partenza e intasca i loro soldi; pensa che smetterà, quando avrà messo da parte il denaro per comprarsi una casa a Istanbul. Non è tra i più spietati, anche se ha dovuto imparare a non sentire più niente verso i migranti che partono, verso le loro storie disperate. E’ deluso dalla corruzione che c’è nel suo paese, dal dopo-rivoluzione gattopardesco, che ha eliminato di scena Gheddafi, ma non la sete di potere dei diversi soggetti che si contendono il controllo sul paese.

In definitiva, come possiamo noi lettori rapportarci a Khaled? Margherita e Zoe hanno scritto che il lettore con la sua “comoda coscienza” fatica a prendere il largo dalla sua minuscola vita e a stabilire se Khaled sia il carnefice o la vittima. Simone d’altra parte ha concluso la lettura del libro, provando un brivido e finisce il suo intenso commento dicendo: “Solo alla fine del libro si può capire davvero chi è Khaled: uno scafista sì, ma prima di tutto un uomo!”. Questi ragazzi del quarto anno di liceo hanno diciotto anni. Hanno sentito pronunciare da noi insegnanti chissà quante volte la parola ‘complesso: “è un problema complesso”,” la complessità del quadro culturale” e cento altre espressioni simili. Bene, ora sono immersi dentro una fase complessa della loro s(S)toria. La lettura di Io Khaled vendo uomini e sono innocente è nata come una iniziativa della scuola rivolta al libro che ha vinto l’ultima edizione del Premio Estense. I ragazzi hanno messo in campo la loro sensibilità e, perché non dirlo, la fatica di leggere un libro come questo. Hanno ascoltato me che avevo già incontrato l’autrice, hanno incontrato lei e l’hanno ascoltata parlare della Libia ed anche della sua professione di reporter. Voglio credere che in un’attività di questo tipo abbiano fatto ‘ginnastica mentale’ e si siano allenati almeno un po’ ad affrontare la ‘complessità’ nel metodo prima che nel merito, come ha indicato Francesca Mannocchi, ponendo e ponendosi domande. Da un libro alla realtà che hanno intorno non è cosa facile. D’altra parte la competenza ad affrontare nuovi problemi passa anche dalla conoscenza di quadri vicini e lontani da noi, dalla lettura, specie se condivisa e messa come oggetto di discussione. La competenza passa dalla scuola, dai libri.

Non posso dimenticare quello che, sempre a Mantova lo scorso settembre, ha detto Michela Murgia durante la presentazione del libro-capolavoro di Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti. Un libro che restituisce la migrazione dei bambini dell’America centrale verso gli States col respiro grande dell’epica, l’epica di questo nostro tempo. Un libro che per temi e struttura e profondità dello sguardo io giudico un capolavoro. Michela Murgia ha fatto emergere dalla conversazione con l’autrice il valore di un racconto, che rende giustizia a una realtà poco studiata, non raggiunta da certo giornalismo frettoloso e semplificatorio, dai servizi televisivi che mostrano una carrellata di migranti ‘a volo di uccello’; poi ha fatto un pausa, ha fissato il pubblico e ha detto: “Fidatevi della letteratura”.

Consigli di lettura:
Francesca Mannocchi, Io Khaled vendo uomini e sono innocente, Einaudi Stile Libero EXTRA, 2019
Lorenzo Tondo, Il Generale, La nave di Teseo, 2018
Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, La Nuova Frontiera, 2019

DIARIO IN PUBBLICO
Ricordi d’infanzia

Alle notizie sui disordini di Tripoli e della situazione in Libia, la memoria involontaria riporta in superficie le canzoncine che a noi quasi infanti venivano insegnate negli asili e nelle scuole. Dalla roboante
Tripoli bel suol d’amore
ti giunga dolce questa mia canzon.
Sventoli il tricolore
Sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli terra incantata
Sarà italiana al rombo del cannon!
Un classico scritto nel 1911 al tempo della conquista della Libia a cui se ne accompagnava un’altra, la più intrigante, in dialetto ferrarese, e da noi figli della lupa amatissima perché ci permetteva di urlare una parola proibita senza essere ripresi. Ecco la prima strofa e vado a memoria:
La muier dal Negus
L’è andada in bicicleta
L’ha fatt na curva stretta
La s’è rusgà na teta
Bim Bum Bam
Al rombo del canon.
Quale importanza ci veniva dal poter pronunciare ‘teta’! proibitissima nel lessico familiare. Tra le due il trait-d’-union era “il rombo del cannon”.
Il nostro razzismo fatto in casa si esprimeva con queste esplosioni di cantate marziali sotto l’aura del protettorato del ferrarese Balbo sulla Libia. Educare i bambini alla mentalità di guerra produceva oltre il solito effettaccio retorico – e si pensi ai tanti film di guerra prodotti tra Roma e Venezia sotto il regime – ad una scelta estetica. Se vedo le mie foto in divisa scaturisce l’immagine di una volontà di eleganza fatta e prodotta con materiali poveri come, del resto erano tutti quelli confezionati in regime autarchico: calzettoni di lana che pizzicavano maledettamente, camicia cucita in casa sulle preziose Singer a pedale (per chi se lo poteva permettere) e il cappelletto d’orbace. Un’autarchia che ancora nelle scelte politiche del presente si posta perentoriamente con il diktat salviniano “prima gli italiani” che si spiega, per lui, con “solo” gli italiani.
Ora, se si pensa alla situazione libica derivata dalle scelte dei francesi e dalle trame tra Gheddafi e B. non possiamo se non preoccuparci di quello che potrà succedere anche di fronte alla proclamata (ma per quanto?) neutralità italiana così come viene sbandierato dal governo in carica.
La Giornata europea della cultura ebraica che si è tenuta a Firenze domenica 2 settembre al Giardino del Tempio dal titolo Storytelling – Le storie siamo noi è stata organizzata principalmente da Enrico Fink e dalla moglie Laura Forti assessore culturale della comunità ebraica di Firenze ed ha avuto un successo di pubblico strepitoso. Nella giornata più di mille persone hanno partecipato agli eventi tra incontri culturali, musiche e cibi della tradizione ebraica. Il primo incontro dedicato al rapporto tra memoria e contemporaneità, moderato dallo scrittore Wlodek Goldkorn, ha visto tra gli altri gli interventi del giornalista Gad Lerner, della filosofa Donatella Di Cesare e della grande Lia Levi che ci ha affascinato nel raccontarci come a lei bambina sotto le leggi razziali ha dovuto assimilare un concetto per lei ancora sconosciuto: la sua identità ebraica.
Al pomeriggio toccava a noi con una comprensibile ansia. Il tema era “Narrare l’Italia ebraica del ‘900: Giorgio Bassani in collaborazione con il Centro Studi bassaniani del Comune di Ferrara. A parlare Portia Prebys curatrice del Centro, il sottoscritto co-curatore e Anna Dolfi tra le massime studiose dello scrittore ferrarese e cara amica dello scrittore. Partiamo da Ferrara con Claudio Cazzola, autore di un importante libro su Viviani, il professore di greco e latino di Giorgio Bassani al Liceo Ariosto di Ferrara e a Firenze ritroviamo Portia e tanti amici di quell’entourage culturale; tra gli altri Carlo Sisi, a David Palterer, il presidente della casa editrice Giuntina, Enza Biagini, Laura Dolfi e una folta rappresentanza degli gli allievi della sorella Anna. Ci raggiunge pure reduce da Cortona il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani con la moglie Paola e da Roma Daniele Ravenna presidente delle celebrazioni per il centenario bassaniano con la moglie Anna. E per stare in famiglia i figli della sorella di Bassani, Jenny, David e Dora Liscia con i rispettivi consorti. Portia ha prodotto un power point di straordinaria efficacia raccontando luoghi e momenti e cose appartenute a Giorgio che ora si trovano nel Centro a casa Minerbi- Del Sal a Ferrara. Anna Dolfi, da par suo, ha interpretato l’aspetto politico delle opere del primo Bassani ed io ho ripercorso la presenza dei ferraresi a Firenze nel secolo scorso: da Claudio Varese a Lanfranco Caretti, da Guido Fink a me, più le ‘giovani generazioni’ Claudio Cazzola, Mario Vayra, Monica Farnetti per parlare solo dei ‘letterati’. Ho raccontato il mio incontro con Guido Fink nel 1947 e le riunioni a casa Varese a Firenze in cui si riuniva tutto l’entourage ferrarese-fiorentino.
Alla fine due premi. Il primo quello donatomi da Lia Levi che non ha voluto ritornare a Roma senza avermi ascoltato. Il secondo che per un momento ha fermato il tempo. Mi s’avvicina una signora apparentemente della mia età. Si complimenta e mi sussurra che le ricordavo il suo professore delle medie a Ferrara. Quel professore era Giorgio Bassani che la ebbe allieva nella scuola israelitica del Ghetto dopo l’espulsione degli studenti ebrei dalle scuole statali.
E questo è stato il premio più ambito della giornata fiorentina.
Tra poco si svolgeranno importanti manifestazioni al Centro e a Ferrara dove si svolgerà anche il Premio Bassani.
Speriamo che questo luogo diventi una consuetudine culturale della città.
Noi ce la mettiamo tutta.

Sommersi o salvati: appello a una minoranza troppo silenziosa

Una cara amica, una con cuore e cervello vicini al mio sentire e al mio pensare,  mi ha detto: “Le cose che scrivi sono giuste, ma un po’ scontate. Sappiamo tutti dove sta andando il mondo e la nostra Italia. A che serve parlare, a che serve scrivere? L’unica cosa che conta è il fare”. Si parlava di immigrati e di accoglienza, di dialogo e integrazione, di decreto Minniti e di respingimenti.
Giusto, occorre prima di tutto fare: lavorare, impegnarsi in prima persona, in ogni più piccola realtà perché l’onda montante dell’Inumano non prevalga. Rimango però della mia idea: oggi, soprattutto oggi, parlare, scrivere, farsi sentire, bucare il muro dell’indifferenza e dell’ignoranza è ugualmente decisivo.

Inumano? Ne scriveva poco tempo fa su ‘Il manifesto’ Marco Revelli: “Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’“inumano” è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale”.
Ezio Mauro su ‘Repubblica’ denuncia una vera e propria “inversione morale”: una maggioranza dell’opinione pubblica che fino a qualche mese fa stava per i soccorritori, plaudiva alla messa del papa a Lampedusa, rivendicava il dovere morale di salvare i disperati…. oggi si scopre improvvisamente minoranza. Nei media (tranne poche eccezioni), in rete (si leggono commenti atroci), nelle direzioni di partito (e non solo a destra), nei bar (mentre si affilano le armi per l’inizio del campionato) è un coro assordante, a più voci, ma tutto orientato verso la chiusura: “Adesso basta”, “Sono troppi”, “Ci stanno invadendo”, “Aiutiamoli a casa loro”.

Me ne sono accorto a mie spese. Ho scritto un mese fa proprio su questo giornale sulla Ius soli e sull’accoglienza. Bene, la stragrande maggioranza dei commenti ricevuti attaccavano la mia “tiritera buonista” e minacciavano fuoco e fiamme  contro gli invasori.
Siamo insomma giunti a uno spartiacque e forse – spero di no – a un punto di non ritorno. La ex maggioranza che metteva sopra di tutto i diritti dell’uomo – e in primis il diritto alla vita – sembra essersi disgregata, come sommersa dall’onda dell’egoismo identitario, magari e opportunamente travestito da realismo.
Ma mi chiedo, dove è finita la minoranza che ancora crede nell’Umano? Certo, in Italia centinaia di migliaia di volontari, operatori, associazioni, gruppi spontanei continuano a lavorare per soccorrere, aiutare, nutrire, accogliere. E anche nella nostra città, sotto la sigla ‘Ferrara che accoglie’ si sono ritrovate decine di realtà, centinaia di persone impegnate attivamente nel campo dell’accoglienza, dell’integrazione, del dialogo interetnico. Rimane però il fatto che, anche a Ferrara – sulla sua stampa, sulle lettere, sui social – questa minoranza virtuosa sembra non riuscire a far sentire la propria voce. Ci prova – per il 16 settembre è previsto in piazza Castello un grande momento di confronto e di festa, ‘Ferrara che Accoglie: musica, talenti e culture internazionali’ – ma l’impressione è che anche nella civile e democratica Ferrara prevalgano le voci della chiusura e del rifiuto.

Per questa ragione alla mia amica ho risposto che non è proprio vero “che tutti sanno com’è la situazione”. E anche se… anzi, proprio quando la maggioranza, invece di guardare gli orrori di una tragedia umana, ascolta solo la propria pancia, è importante parlare, scrivere, dare informazioni corrette, riflettere sulle conseguenze tragiche di un chiudersi in un miope egoismo identitario. Proprio ora è importante levare la propria voce per contrastare questa pericolosa amnesia collettiva verso i principi della nostra coscienza, inutilmente sanciti dalla Carta dei Diritti dell’Uomo, dalla Costituzione Europea e dalla nostra Carta Fondamentale. E’ importante raccontare cosa sta succedendo. Sotto i nostri occhi. Sicuramente riceveremo risposte e commenti ringhiosi e arrabbiati, ma anche questo è da mettere in conto.

Proprio ieri (18 agosto) su tutti gli organi di informazione venivano diffusi con grande baldanza i dati del Viminale sui “primi successi” del Decreto Minniti e dell’accordo tra lo Stato Italiano e il Governo Libico. Uno dei due governi, quello riconosciuto dall’Occidente. Traduco la notizia in parole povere: “Evviva, abbiamo chiuso il rubinetto!”. Ecco i dati. Nel mese di luglio 2017 gli sbarchi – guai a chiamarli soccorsi o salvataggi – sono dimezzati rispetto al luglio 2016. E nei primi quindici giorni di  agosto “gli sbarchi sono crollati”, ridotti a un decimo: 2.245 questo agosto, contro i 21.294 dell’agosto 2016.
Evviva, non sono arrivati! Ma dove sono finiti tutti quanti? Non risulta che per i disperati si siano aperte altre vie di fuga: chiuso il corridoio greco-turco, sprangati i porti maltesi e spagnoli. E chiusi di fatto, da un paio di settimane, anche gli approdi più vicini, quelli italiani. Gongola il Ministro dell’Interno: “Abbiamo spostato la frontiera europea in Libia”. Infatti. Le navi delle ong che avevano salvato migliaia di vite sono ferme: sia le ong – come Medici senza Frontiere- che si sono rifiutate di firmare l’accordo vergognoso per i militari a bordo, sia quelle che hanno firmato. Semplicemente perché non si può salvare più nessuno. La guardia costiera di Tripoli – dell’altro governo libico, quello riconosciuto dalla Russia e corteggiato dalla Francia – ha spostato il raggio d’azione a 80/100 miglia oltre le acque territoriali: Fermi o spariamo! Il governo italiano dà una mano e promette di fornire ai libici un po’ di motovedette, armi comprese.

Riassumendo. Quelli che non sono arrivati e quelli che non arriveranno mai sono tutti in Libia, nei campi di detenzione, sottoposti a violenze, stupri e torture, ridotti alla fame, senza servizi igienici, esposti alle epidemie, sempre più in balia delle bande dei trafficanti di esseri umani. Lo denunciano le agenzie dell’Onu – la più internazionale e ormai la più imbelle delle organizzazioni – e lo testimoniano foto e video che ci arrivano dai lager libici.
Forse alcuni di loro, i più pazzi e disperati, proveranno a fuggire dai “campi di concentramento” e cercheranno di prendere il mare. Ma tranquilli, in Italia sarà sempre più difficile arrivare. Li fermeranno le pallottole. E nessuna nave solcherà più il mediterraneo per salvarli.

Sono pronto ad ammettere il mio idealismo d’antàn, accetto anche tutte le accuse più infamanti: buonista, cattocomunista, venduto agli invasori, traditore della patria. Ma in cambio voglio un po’ di onestà. Un po’ di chiarezza sulla vera frontiera che ci sta davanti: all’Italia e a ognuno di noi.
Non sto parlando di una frontiera fisica, ma di una frontiera morale. In queste settimane si sta consumando non solo un dramma umanitario, ma un vero genocidio. Salvare vite umane, tendere la mano, accogliere i migranti è faticoso, complicato, a volte urtante, tutto quello che volete; ma l’alternativa, l’unica alternativa oggi sul tappeto è essere complici, lasciare i migranti nei lager della Libia o spedirli in fondo al mare. Ecco il bivio, la scelta che ci sta davanti: salvati o sommersi? Stare per la vita umana o condannare uomini, donne e bambini a una fine orribile?

L’Italia, questo governo, sembra aver fatto la sua scelta. Dopo che per anni il nostro Paese – l’isola di Lampedusa in testa – è stato un esempio luminoso di fratellanza e solidarietà, si è deciso di “fare come  gli altri”: chiudere occhi e orecchie, accodarsi a un Europa blindata, scegliere il calcolo geopolitico, rincorrere qualche voto alle prossime elezioni.
Rimane però la ex maggioranza, l’attuale ‘minoranza troppo silenziosa’.  A questa, ai milioni di italiani e alle migliaia di ferraresi, che non hanno ceduto all’Inumano e alla ‘banalità del male’ vorrei rivolgere un piccolo appello. Continuiamo a parlare a raccontare, a scrivere, non stanchiamoci di spiegare l’abisso in cui ci stiamo cacciando.  Condividiamo post su Facebook, cinguettiamo su Twitter, inviamo foto e video su Instagram e Whatsapp. Mandiamo commenti, scriviamo lettere ai giornali, parliamone a tavola.
Schieriamoci per i salvati, non per i sommersi.

Caso migranti, il nuovo vescovo Perego: “Fuoco politico ipocrita e vergognoso contro le Ong”

“Sempre e in ogni occasione è giusto che la procura e la magistratura siano vigili e assumano conoscenze sulla situazione attuale nel Mediterraneo perché i migranti non siano doppiamente vittime. Però il fuoco politico indistinto sulle nove Ong (dieci in realtà, ndr) che operano nel Mediterraneo per salvare vite umane, con risorse di fondazioni bancarie, di privati e della società civile – di fronte alle morti che sono passate a oltre cinquemila nel 2016 rispetto alle tremila del 2015 – è stato un atto ipocrita e vergognoso“. Ad affermarlo – intervenendo in mattinata su La 7 al programma “CoffeeBreak – è monsignor Giancarlo Perego, direttore di Migrantes (fondazione Cei) e vescovo eletto di Ferrara, che sabato si insedierà nella sua nuova Diocesi. Che anche in questo frangente marca una distanza siderale dal suo predecessore (che sabato in Consiglio comunale durante la consegna del premio stampa se la rideva allegramente alle battutacce di Vittorio Sgarbi sui bunga bunga di Berlusconi e sugli omosessuali).

Il direttore di Migrantes non considera gli immigrati un pericolo ma un’opportunità: “Sono troppi coloro che stiamo accogliendo? – si chiede Perego – 175.000 persone se accolte in maniera diffusa negli ottomila comuni italiani, valorizzando percorsi personali di accompagnamento e di integrazione, utilizzando le risorse disponibili per un servizio nuovo e per figure – educatori, mediatori etc. – che possono essere utili per creare e favorire dialogo e inserimento sociale sul territorio credo sia un atto intelligente e di responsabilità. Tanto più in un Paese che sta morendo – nel 2016, 150.000 morti in più rispetto alle nascite – e che può trovare un suo futuro in percorsi di ‘meticciato’ – come più volte ha detto il cardinale Angelo Scola – come è sempre avvenuto nella storia italiana, questa volta in maniera pacifica. E’ chiaro – conclude – che anche nell’accoglienza diffusa dei migranti l’Europa deve finalmente svegliarsi dal sonno e promuoverla in tutti i e 27 paesi europei”.

I dati ufficiali del rapporto della Guardia Costiera evidenziano come nel 2016 ci siano state 1.424 operazioni di soccorso, il 52% in più rispetto all’anno precedente. I migranti salvati sono stati 178.415, dei quali quasi un quarto (46.796) dalle dieci Ong che operano in questo ambito (Moas, Seawatch, Sos Mediterranee, Sea Eye, Msf, Proactiva Open Arms, Life Boat, Jugend Retted, Boat Refugee, Save The Children), più del doppio dei 20.063 soccorsi l’anno precedente. “Nel 2016 – si legge nel rapporto – si è assistito, nel Mediterraneo centrale, a un consistente aumento della presenza di unità Ong, con l’obiettivo di concorrere alle operazioni Sar (soccorso in mare, ndr)”.

Fra le cause che negli ultimi tempi hanno portato a un “netto peggioramento delle condizioni di sicurezza” per i migranti che partono dalla Libia, secondo il documento della Guardia Costiera, vanno considerate la drastica riduzione della presenza a bordo di telefoni satellitari, che comporta una maggiore difficoltà per rintracciare i migranti e maggiori rischi per chi è a bordo degli scafi. Inoltre concorrono l’aumento delle partenze notturne o in condizioni di mare molto mosso, il maggior numero di migranti sui gommoni nonché l’aumento del numero dei gommoni utilizzati rispetto ai barconi (da 674 a 1.094).

E proprio a proposito della Libia, “questa drammatica situazione l’ha creata l’Europa e le incaute scelte europee non possono essere pagate solo da coloro che oggi sono costretti a mettersi in mare e arrivano da noi, cioè i migranti” ha affermato il vescovo in pectore di Ferrara”.

Negli ultimi giorni Giancarlo Perego è stato spesso presente sui media. “La politica tutta dovrebbe dare una risposta secondo coscienza. Enrico Letta lo aveva fatto con l’operazione Mare Nostrum. Dopo di questo purtroppo c’è stato solo l’impegno delle Ong accanto a Frontex”. Così monsignor Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes, si era espresso già in precedenza, in una recente intervista rilasciata al quotidiano ‘L’Unità, sollecitando un maggiore impegno da parte delle istituzioni: “Bisogna affiancare all’operazione Frontex i cosiddetti corridoi umanitari. Per far viaggiare in primis le persone più deboli. La Comunità di Sant’Egidio, la Chiesa Valdese, la Caritas Migrantes ed altri lo stanno già facendo. Ma non basta. Persino in Belgio stanno ragionando su questo percorso. Ma serve anche un impegno serio sull’accoglienza. Quella diffusa è la più intelligente”.

E a proposito delle polemiche politica ha affermato: “La Chiesa e il mondo cattolico puntano sulla salvaguardia del diritto di migrare. Liberi di partire e liberi di restare, guidando il tutto con percorsi di integrazione. La volontà della Chiesa è quella di confrontarsi con le diverse realtà politiche. La Chiesa non è un partito e non ha un partito”.

Infine, nel numero di Famiglia Cristiana del 28 aprile, monsignor Perego è stato interpellato in merito ai dubbi relativi ai finanziamenti dello Stato alla Chiesa: «Avremmo ricevuto un miliardo di euro? Mi sembra un po’ tanto. Non mi risulta affatto – ha commentato – Posso dire che la Chiesa italiana sta dando, per l’accoglienza, 50 milioni di euro l’anno cui si aggiungono circa 150 milioni di risorse diocesane, che vanno anche agli operatori delle strutture». Poi precisa: “Delle 23 mila persone accolte, 18 mila, secondo i dati Caritas, sono in Centri di accoglienza straordinaria in convenzione con le prefetture, tremila in collaborazione con il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. In entrambi i casi le strutture partecipano ai regoli bandi di appalto. Per le altre duemila persone l’accoglienza è in famiglie, istituti religiosi, parrocchie. «Stiamo lavorando in sussidiarietà avendo indicato anche ai Comuni una via nuova da seguire sulla logica dei servizi alla persona. Al momento stiamo dando noi risorse alle comunità occupandoci di quelle persone che sono in difficoltà ivi compresi i migranti. Aspettando però che lo Stato faccia nascere i servizi all’interno di ogni Comune attraverso una accoglienza diffusa, di piccoli numeri, che facilita l’integrazione e non crea allarmi nella popolazione. Servizi sul modello di quelli per gli anziani, per i portatori di handicap, per i senza dimora. Non capiamo questa polemica contro i migranti. Non siamo certo noi a speculare su questo fronte».

Ong e business dell’immigrazione, Save The Children respinge le accuse: “Nulla a che fare con gli scafisti”

Non passa giorno senza che i telegiornali nazionali non ci aggiornino del numero di migranti morti in mare nel disperato tentativo di raggiungere le coste italiane a bordo di imbarcazioni di fortuna. Il Mediterraneo è ormai un immenso cimitero dove nel 2016 hanno perso la vita oltre 5mila persone: uomini, donne e bambini in fuga da guerre e povertà e salpati dalle coste libiche dove gli abusi perpetrati ai loro danni sono una costante fuori controllo. Il 2017 si profila anche peggiore dell’anno precedente se si considera che sono già più di mille le persone scomparse in mare dall’inizio dell’anno.
A prestare soccorso in mare sono impegnati in tanti: Guardia Costiera, spesso anche semplici marinai e soprattutto le Ong. Ed è su di loro che, di recente, si è abbattuta una bufera di polemiche e accuse scatenate dalle dichiarazioni del vicepresidente della Camera dei deputati Luigi Di Maio. Prendendo spunto dal rapporto 2017 dell’agenzia europea Frontex, e da una inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Catania, Di Maio ha sostenuto che “le Ong sono accusate di un fatto gravissimo, sia dai rapporti Frontex che dalla magistratura: di essere in combutta con i trafficanti di uomini, con gli scafisti, e addirittura, in un caso e in un rapporto, di aver trasportato criminali – e aggiunge – vogliamo vederci chiaro, sapere chi finanzia il business dell’immigrazione“.

La reazione indignata delle Ong che portano soccorso ai migranti non si è fatta attendere e Save The Children, Medici senza Frontiere (che “valuterà in quali sedi intervenire a tutela della propria azione, immagine e credibilità”) e Intersos hanno stigmatizzato accuse ritenute infamanti per tutti gli operatori che quotidianamente lavorano per salvare vite umane.

“Noi siamo dove dobbiamo essere” dichiara deciso Michele Prosperi, portavoce per l’Italia di Save The Children la più importante organizzazione internazionale indipendente impegnata a salvare i bambini in pericolo e a promuovere i loro diritti. Lo raggiungiamo al telefono per far chiarezza nella nebulosa di accuse e contro accuse che si sono succedute in questi giorni sull’operato delle Ong avanzate, oltre che da Di Maio, dal pm Carmelo Zuccaro titolare dell’inchiesta presso la Procura di Catania. “Le operazioni di soccorso in mare non nascono dal nulla ma servono per rispondere a una emergenza umanitaria contingente: quella delle centinaia di persone che da anni, ogni giorno, sbarcano sulle coste italiane. Cerchiamo di fare tutto ciò che è necessario, agendo in totale trasparenza, nell’utilizzo dei fondi e nella rendicontazione di ciò che facciamo, per sopperire a ciò che la politica non è ancora riuscita a disciplinare. Non sono mai stati creati dei corridoi umanitari per permettere alle persone di poter fuggire ‘in sicurezza’ dalle situazioni di guerra e violenza che si lasciano alle spalle. Ma queste persone non hanno alternative: i fattori di emergenza, guerra, carestia, violenza non lasciano loro dubbi sulla necessità di partire. Partono anche se pienamente consapevoli dei rischi e delle tante persone morte prima di loro tentando la fuga. Ma lo fanno lo stesso spinti dalla disperazione”.

E continua: “Dobbiamo aiutare le persone a capire che ci stiamo lasciando ingabbiare dalla convinzione che o aiutiamo queste persone nei loro paesi d’origine oppure li accogliamo nei nostri. Ma non ci deve essere questa alternativa: le strade da percorrere sono entrambe. Lo sforzo per fermare la guerra in Siria o per agire sulle emergenze alimentari in Africa deve procedere di pari passo con le operazioni di ricerca e soccorso in mare. Raccogliamo migliaia di testimonianze delle persone che riescono ad attraversare il mare: ci sono ragazze eritree che prima di partire si fanno fare delle punture di ormoni per entrare in menopausa, sicure che durante il viaggio fino alla Libia verranno ripetutamente violentate. Ho conosciuto personalmente minori non accompagnati che si sono imbarcati nonostante fossero a conoscenza che fratelli o parenti, partiti prima di loro, erano annegati in mare. Ai trafficanti non importa nulla se queste persone sbarcheranno vive o moriranno in mare. Ciò che interessa sono i soldi che se ne possono ricavare. In Grecia abbiamo soccorso naufraghi che erano stati dotati dagli scafisti di salvagenti di polistirolo”.

Sulle accuse mosse all’operato delle organizzazioni non governative, Prosperi ribadisce senza mezzi termini che “è gravissimo sollevare delle accuse alle Ong che sopperiscono alla carenza oggettiva di interventi politici davanti ad una emergenza umanitaria certa. Gettare ombre e discredito non aiuta a fare chiarezza ma mette a repentaglio la prosecuzione delle operazioni di ricerca e soccorso in mare. Sottolineo ancora una volta che questi programmi di aiuti sono decisi e attuati in coordinamento con la Guardia Costiera e che la nostra nave ‘Vos Hestia’ opera in acque internazionali e non è mai entrata in acque libiche. Noi non siamo mai venuti a contatto con i trafficanti. Noi operiamo sull’aspetto umanitario del soccorso in mare: accogliere chi sbarca, curare i feriti, dare soccorso alle donne, bambini, minori non accompagnati. Ci sono poi le autorità competenti che procedono all’identificazione di chi sbarca”. Ci lasciamo al telefono con una riflessione finale: “Chi sostiene che il fattore di attrazione del soccorso in mare andrebbe eliminato, dichiara implicitamente che è pronto a correre il rischio di vedere centinaia di persone morte per provare questa sua teoria. In Grecia, nonostante in blocchi posti, sono arrivate, l’anno scorso, 4.823 persone. E continueranno ad arrivare perché fuggono da situazioni talmente disperate che accettano il rischio di morire”.

(Immagine di copertina, fonte: Save The Children Italia)

Morire per arrivare in Italia:
la rotta dei migranti e il loro viaggio verso la speranza

di Diego Gustavo Remaggi

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Quest’anno la crisi dei migranti sta raggiungendo numeri importanti: più di 174mila persone hanno compiuto un pericolo viaggio in mare che le ha condotte in Italia, 4700 sono morte lungo la tratta. Questi dati sono in contrasto con gli arrivi complessivi dei migranti e dei rifugiati in tutta Europa, che con il passare degli anni stanno notevolmente cambiando. Nei primi giorni di dicembre, il numero di chi arriva sulle coste italiane è aumentato del 13% rispetto all’anno precedente arrivando a toccare essenzialmente la Sicilia e Lampedusa, mentre in Grecia tale percentuale è scesa secondo accordi stretti tra l’Unione Europea e la Turchia per arginare il flusso dei richiedenti asilo nel mar Egeo. I numeri infatti sono rallentati nel 2016, ma l’Italia continua ad essere un punto d’entrata centrale all’interno del mar Mediterraneo e quindi dell’Europa.

La maggior parte dei migranti arriva dalla Libia, ma è originaria dei paesi sub-Sahariani, secondo i dati dell’UNHCR quest’anno 36mila persone sono fuggite dalla Nigeria, 20mila dall’Eritrea e 12mila dal Sudan. Le motivazioni geopolitiche alla base di queste migrazioni sono diverse, si tratta di repressione politica nell’Africa occidentale (in paesi come il Gambia), rivolte e carestia in zone come quelle nigeriane, oppure guerre civili come in Sudan. A farla da padrone però, secondo Ewa Moncure portavoce di Frontex, è la difficile situazione in Libia: “In questo paese manca il controllo della situazione – dice Moncure -, diverse fazioni in guerra tra loro controllano altrettante zone costiere e ne hanno il totale predominio, contrabbandieri e scafisti vengono incentivati da questa assenza di governo e non fanno sconti”. La tratta dei migranti è diventata un affare da miliardi di dollari con oltre un milione di africani che cercano di attraversare la Libia e approdare poi in Europa. Sempre Moncure fornisce alcuni dati: “Europol ha stimato che negli ultimi anni gli scafisti hanno guadagnato dai 4 ai 6 miliardi di dollari”.

La morte sembra avere cambiato anche mezzo di trasporto. I contrabbandieri di vite umane hanno cambiato carrette passando da imbarcazioni in metallo e legno a quelle di gomma che ovviamente non riescono a reggere determinate condizioni del mare e determinano l’aumento della percentuale di morti che d’altra parte non sono dotati minimamente di giubbotti di salvataggio. Da questo punto di vista, Frontex sta cercando di migliorare la propria missione umanitaria proprio per rafforzare la sicurezza dei confini europei. Nella prima settimana di dicembre è iniziato infatti un piano di aggiornamento per le guardie costiere libiche, nella speranza che riescano a controllare meglio i propri confini marittimi. E dall’altra parte del mare? Ad oggi in Italia ci sono 175mila migranti registrati nel sistema di accoglienza che stanno vivendo nei 3mila punti di accoglienza straordinaria sparsi nel territorio. Nessuno conosce la quantità di clandestini presenti. Chi ha visto rifiutare la propria domanda di asilo viene indirizzato dalla polizia a lasciare il Paese per tornare alla propria terra d’origine tramite l’aeroporto internazionale di Roma entro sette giorni. Molti di loro rifiutano di partire e cercano di restare in Italia o di entrare in altri paesi per fare nuovamente domanda di asilo.

Carlotta Sami portavoce dell’UNHCR per il sud Europa racconta che “La pressione sull’Italia sta crescendo, i confini a nord sono bloccati, i tentativi di ricollocazione dei richiedenti asilo in altre nazioni europee sta andando a rilento e ci sono sempre nuovi arrivi ad aggravare la situazione”. Le frontiere con Svizzera, Francia e Austria sono infatti attualmente chiuse ai migranti senza documenti di asilo, ma molti di loro tentano ugualmente di fare ingresso nel nord Europa. Due migranti sono stati trovati morti su un treno merci partito da Verona e diretto in Austria lo scorso 3 dicembre, altri tre sono stati travolti da un tir sull’autostrada che unisce i due paesi Le reti dei contrabbandieri sono sbocciate nei grandi centri del nord come Milano, e si stanno spargendo a macchia d’olio.

Per chi rimane in Italia ad aspettare la decisione sulla propria domanda di asilo, le condizioni dei 3000 centri di accoglienza straordinaria (CAS) sono spesso molto degradanti e sono fonti di polemiche speso utilizzate anche per scopi politici da partiti nazionalisti e populisti. Per la maggior parte, tali siti, sono gestiti da piccole cooperative o privati cittadini che ricevono 35euro al giorno per ogni migrante “gestito”, di cui una notevole percentuale è fornita dall’Unione Europea. Il problema, ribadisce Carlotta Sami, è che “non c’è un sistema di controllo centrale per questi centri e non è possibile sapere come essi stessi utilizzino i soldi ricevuti, che dovrebbero essere usati per il cibo e per i servizi utili ai migranti e invece, spesso, non lo sono”. “Nel nostro centro, non vengono mai accesi i riscaldamenti e di notte fa molto freddo”, racconta Mohammed Ceesay, un diciassettenne proveniente dal Gambia arrivato in Sicilia lo scorso a Aprile. Mohammed vive in un centro per minori vicino a Palermo, che ospita 160 ragazzi, tra i 10 e i 17 anni: “Abbiamo l’acqua calda per due ore al giorno, il cibo non è male ma quando contiene carne di maiale molti di noi non possono mangiarlo perché sono musulmani”.

A Novembre, diversi minorenni ospitati in un centro di accoglienza hanno protestato affinché venissero date loro delle scarpe, molti di loro stavano ancora indossando i sandali che portarono durante il viaggio dalla Libia. “Siamo arrivati qui per costruire un futuro, ma non possiamo fare niente mentre aspettiamo”, dice ancora Mohammed, “se riesco ad avere i documenti, parto e raggiungo la Finlandia o l’Olanda, lo farei anche subito se avessi quei fogli”. “La Commissione europea ha chiuso la procedura di infrazione contro l’Italia e la Grecia per la raccolta delle impronte digitali Eurodac” ha annunciato giovedì scorso il commissario Ue alla Migrazione e Affari interni, Dimitris Avramopoulos, stabilendo che l’obiettivo di completare la redistribuzione dei rifugiati da Italia e Grecia al resto d’Europa entro il settembre dell’anno prossimo è ancora raggiungibile, ma solo se da subito tutti i Paesi accetteranno di accogliere almeno 3mila rifugiati al mese da Italia (un migliaio) e Grecia (2mila), che dovranno aumentare a 4.500 (3mila dalla Grecia e 1.500 dall’Italia) a partire da aprile. “Negli ultimi mesi – ha aggiunto Avramopoulos – Italia e Grecia hanno compiuto sforzi sovrumani per gestire la crisi dei rifugiati”. Sforzi di una portata storica che la stessa Unione Europea riesce a comprendere, purtroppo, con molto ritardo.

Nota – Per la scrittura di questo articolo sono state utilizzate diverse fonti, prima di tutto i dati e le dichiarazioni dei rappresentanti UNHCR, alcuni reportage di Vice News (leggi), i preziosissimi dati di Open Migration, il riassunto de Il Post (leggi), il dettagliato volume a cura di Stefano Catone “Nessun paese è un’isola – Migrazioni, accoglienza e il futuro dell’Italia, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016”, le preziose corrispondenze settimanali di Indipendent, New York Times, Deutsche Welle, Wall Street Journal, Der Spiegel. Ognuna di queste fonti fornisce importanti possibilità di approfondimento a chi interessa l’argomento. Comprendere le proporzioni e le motivazioni che sono alla base del fenomeno migratorio è utile per ridurre le tensioni che ne possono derivare. Lo scopo di questo articolo e dell’approfondimento che ne potrà fare il lettore, se ci sarà, dovrà essere proprio quello di sostituire una naturale diffidenza verso ciò che accade in Italia con il fenomeno migratorio ad una razionale consapevolezza del perché succede.

“Io fuggito da Boko Haram e poi venduto dalla polizia agli scafisti”
Ecco Lynus, 19 anni, uno degli ‘invasori’ che fa tremare l’Europa

“Gli agenti della polizia libica facevano affari con gli scafisti. Una notte mi hanno detto: Svegliati, vai in Italia. Io avevo paura di salire sulla barca perché non sapevo nuotare. Poi mio fratello mi ha preso per mano’. Qui il racconto di Lynus Efosa, nigeriano di 19 anni, in Italia da due, si interrompe per l’emozione, il dolore ancora vivo del ricordo. Un’altra pausa quando parla di sua madre, Gladys, e di sua sorella, Fatima. Gli occhi si fanno lucidi. Sempre fieri però. Coraggiosi. A una settimana dai fatti di Gorino abbiamo scelto di vedere quella che è stata definita “invasione” dal punto di vista opposto. Con Lynus abbiamo ripercorso le tappe di un viaggio disperato, da quando iniziò a entrare nella milizia a nove anni fino al suo affidamento a Camelot, che si è occupata di lui insieme all’istituto don Calabria di Ferrara.

Lynus, è molto giovane, quanti anni aveva quando è arrivato in Italia?
Ero minorenne, circa 17 anni, è stato nel luglio del 2014.

Le piaceva stare in Nigeria?
No, non mi piaceva molto. Certo la Nigeria è una terra ricca, ma la ricchezza è nelle mani di pochi che con quel tesoro possono fare tutto, permettersi ogni tipo di sopruso sugli altri, cioè la maggioranza povera. Chi ha i soldi in Nigeria, compra la politica, le istituzioni, persino la polizia.

Anche la polizia?
Se vai in Nigeria con i soldi ti trattano come un re. Sei bianco, sei ricco, la polizia ti fa da guardia del corpo costantemente. Ma se non puoi pagare, anche se uccido una persona a te cara non puoi fare niente, specialmente se chi l’ha uccisa ha amici ricchi. I soldi significano sicurezza.

Tutto è iniziato quando sua madre è stata uccisa, giusto?
Sì.

Capisco che è difficile parlarne, ma può essere importante per inquadrare meglio quello che sta avvenendo in Italia. Se non se la sente andiamo oltre.
No va bene. Mia madre lavorava in una zona del villaggio di Dogo Na Hawa, nel nord della Nigeria, abitata soprattutto da cristiani, infatti lì c’era una chiesa cristiana. Era il 7 marzo del 2010. L’anno in cui è arrivato il gruppo di Boko Haram (il soprannome dell’organizzazione terroristica di matrice islamica ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e per la Jihad’, significa letteralemente ‘Educazione occidentale vietata’, ndr). Mia madre stava lavorando. Tutto andava normalmente e nessuno sospettava niente. Finché non è esplosa una bomba potente. Mia madre è morta. Avevo circa 13 anni.

Poche ore dopo l'attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro ripete in inglese: "Dove sei? Dove sei andato?" Non sappiamo a chi sia indirizzata la domanda. Forse a Dio. L'Occidente quanto ha ascoltato quell'urlo?
Poche ore dopo l’attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro, ripresa da un cellulare, ripeteva in inglese: “Dove sei? Dove sei andato?”. Non sappiamo a chi fosse indirizzata la domanda. Forse a Dio. L’Occidente quanto ha ascoltato quell’urlo?

Dove si trovava quando è successo?
Ero fuori paese a comprare roba da mangiare con mio fratello. Mia sorella invece era in giro a vendere cibarie.

Lei è il più piccolo di tre fratelli, giusto?
Sì, piccolo ma coraggioso.

Perché dice coraggioso?
Perché quando avevo dieci anni sono entrato in un gruppo paramilitare per la difesa del mio Paese. Non avevamo le armi, ma controllavamo notte e giorno la nostra zona e sorvegliavamo che tutto andasse bene.

Ha deciso liberamente di entrare nell’organizzazione?
Sì perché quando eri uno di loro, la gente ti rispettava, nessuno poteva farti niente. Ti sentivi sicuro.

Ma non andava a scuola?
Sì ma ho smesso a nove anni.

Perché?
Problemi economici. Mio padre Emanuel è morto quando avevo tre anni. Ha avuto un incidente stradale. Faceva il camionista per la Guiness, la birra. Dopo questo fatto, mia madre è stata costretta ad andare a lavorare e ha aperto un negozietto di alimentari, mia sorella l’aiutava a vendere.

Quando una donna con bambini rimane vedova come può vivere, non c’è nessuno che l’aiuta?
Sì di solito i parenti del marito e i suoi genitori. Ma nel nostro caso non è stato così perché per potersi sposare i miei si sono dovuti mettere contro le rispettive famiglie. I parenti di mio padre non volevano perché mia madre veniva dal nord. Una volta il nord e il sud non erano amici.

Pare che questo avvenga in tutti gli Stati del mondo. Ma torniamo alla sua storia. Chi vi ha avvisato dell’accaduto?
Nostro zio. Noi lo chiamavamo zio, ma era un vicino di casa che ci aiutava. Era musulmano. È venuto da noi, ci ha presi con sé, ci ha portati a casa e ci ha detto: “E’ finita. Qui non è più sicuro per voi. Partiamo e andiamo in Niger, lì conosco qualcuno”.

Il 7 marzo sembra un giorno come tanti. Invece in un batter d’occhio per lei è cambiato tutto. Cosa è avvenuto immediatamente dopo l’attentato?
Sì ho perso mia madre, si chiamava Gladys. E sia io che mio fratello abbiamo perso i contatti con mia sorella Fatima. Da allora non sappiamo cosa le sia successo, se sia viva o no, o dove sia andata. Fatima è un nome musulmano. Prima vivevamo vicini cristiani e musulmani. Il giorno della bomba è scoppiata una guerra civile, perché dopo sono arrivati i militari nigeriani con i fucili e sono iniziate le sparatorie.

Da qui in poi comincia un viaggio di quattro anni che culmina con la salvezza, che ha il volto della Marina Militare Italiana. Prima di arrivare a questo però, Lynus dovrà affrontare un viaggio di più di due anni dalla Nigeria alla Libia, poi la prigionia nelle carceri libiche. Infine verrà venduto dalla polizia agli scafisti e verrà portato in alto mare, a pochi chilometri da Lampedusa, dove non sbarcherà mai a causa dell’enorme quantità di profughi presenti sull’isola. Lui e il fratello Erik saranno condotti direttamente a Napoli. È il giugno del 2014. Ma facciamo un passo indietro.

La persona che voi chiamavate zio vi ha portati da alcuni amici in Niger, giusto?
Sì, siamo rimasti lì parecchio più di un anno, credo, non ricordo bene. Davamo una mano in campagna. Ma eravamo stranieri in mezzo a stranieri e la situazione del Niger non era buona. Un giorno lo zio ci ha detto che in Libia c’era possibilità di lavorare e che là c’erano molti nigeriani. Così ci siamo aggregati, questa volta da soli, ad un gruppo di persone che con jeep e camion stava attraversando l’Africa per andare in Libia. Su quei camion c’era gente di ogni nazionalità e gruppo etnico, tutti stipati. C’era gente dalla Costa d’Avorio, dal Cameroon, dal Mali, eccetera.

Quindi finalmente arrivate in Libia.
Sì, ma quando siamo arrivati, gli autisti ci hanno chiesto i soldi del viaggio. Noi non ne sapevamo nulla. Non sapevamo se nostro zio li avesse già pagati. E in più non avevamo niente di niente. E quelli ci hanno detto: Se non pagate chiamiamo la polizia. I poliziotti sono arrivati e ci hanno portato subito in prigione.

Qui il racconto si interrompe, le parole faticano ad uscire, sono bloccate da un nuovo nodo di dolore.

Se la sente di parlarci del periodo della prigione?
È stato molto brutto. Ci hanno divisi, io con i piccoli e mio fratello con i grandi, anche se abbiamo solo due anni di differenza. A me hanno trattato abbastanza bene perché ero piccolo per loro, a mio fratello no.

Ha subito violenze?
Mio fratello non è stato fortunato come me.

Quanto siete rimasti in prigione?
Circa un anno e mezzo. Mese più mese meno.

Lei aveva circa 15/16 anni. Perché vi hanno tenuto così tanto?
Perché aspettavano che qualcuno ci reclamasse. C’erano molti ragazzi in prigione, quando le famiglie se ne accorgevano, pagavano per farci uscire. Ma per noi nessuno ha pagato.

Quindi cosa è successo?
Un giorno un poliziotto viene e parla con me e mio fratello. Ci chiede cosa ci facciamo lì dentro e poi ci dice: Ok, trovo il modo di mandarvi fuori. Ma noi abbiamo risposto: Non sappiamo dove andare. Nessun problema, dice lui, vi aiuto io.

E vi ha aiutato?
Ci ha aiutato. Ci ha portato a casa sua. Poi una notte ci ha detto venite con me. Ci ha portato in una città che non conoscevamo, di nome Tripoli. Siamo andati sul mare. Diceva: “Vi faccio vedere una cosa”. Noi avevamo paura, ma non avevamo scelta.

Cosa c’era là sul mare?
Un gruppo di persone e una barca. Ha detto: “Vedete quelle persone lì? Vanno in Italia. Voi andrete con loro”. Ma io non volevo andare e piangevo. Piangevo perché non sapevo nuotare e avevo paura. Ma mio fratello mi ha preso per mano e mi ha fatto coraggio. Così mi sono ricordato che io ero quel ragazzo piccolo, ma coraggioso.

Ma chi ha pagato?
Non lo sappiamo. Ma abbiamo capito che la polizia dà agli scafisti gente sempre nuova per il viaggio. E molti sono reclutati dalla galera.

Come è stata la traversata in barca?
Per fortuna il mare era calmo, anche se comunque io non ho fatto altro che vomitare. Da dove ci avevano messi non vedevamo fuori. Ad un certo punto ci siamo accorti che non c’era nessuno a comandare, c’eravamo solo noi. Non ho mai capito chi guidasse. Infatti quando è arrivata la Marina Italiana non ha trovato nessuno a guidare. Qualcuno ci deve essere stato, poi si sarà confuso tra la gente.

Quanto siete stati in mare?
Ci siamo imbarcati la notte, tutto il giorno abbiamo navigato e alla notte successiva è spuntata la nave italiana.

Cosa ha provato?
Mi sono sentito contento. All’inizio piangevo e avevo paura perché ero rimasto da solo, mi avevano portato in salvo e mio fratello era rimasto in barca, ma poi nel giro successivo è arrivato anche lui. Siamo rimasti tre giorni nella nave militare: ci hanno detto che bisognava andare a Napoli perché a Lampedusa c’era troppa gente.

Poi una volta a Napoli qualcuno si è occupato di voi?
Sì, siamo stati subito trasferiti a Bologna. Siamo rimasti lì una settimana e poi siamo arrivati a Ferrara con Camelot. Siamo stati sistemati alla Città del Ragazzo, istituto don Calabria.

Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo
Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo

Sentire che ci sono problemi con gli stranieri, sapere i fatti di Gorino e tutto quello che si dice come la fa sentire? La fa arrabbiare?
No, mi dispiace che la gente ha paura. Però penso alla questione del grattacielo: la gente ha ragione. È normale non volere nella tua città cose come droga e violenza. Ed è vero che molti nigeriani gestiscono il traffico di droga. È una cosa che fa male anche a me. Mi danno fastidio spesso.

In che senso?
Mi capita spesso che qualche signore italiano mi fermi per strada e mi chieda: “hai la droga?”. Io mi arrabbio moltissimo, rispondo: “Cosa credi che siccome siamo nigeriani siamo tutti uguali?”

E loro?
Loro mi mandano a quel paese e se ne vanno.

Qual è il suo sogno, Lynus?
Vorrei lavorare, magari fare il parrucchiere, un lavoro che facevo anche da piccolo in Nigeria e per cui ho fatto anche un corso qui in Italia. Poi con il tempo una donna e una famiglia.

Non vuole tornare in Africa?
No assolutamente. Prima devono morire tutti i presidenti corrotti, deve cambiare la situazione. E credo che anche se sono giovane non farò in tempo a vederla cambiare.

Lei è stato accolto come minore alla Città del Ragazzo, poi sempre sotto Camelot è passato in una comunità per neo maggiorenni a Tresigallo. E ora?
Ora sono in scadenza. Dopo Natale dovrò lasciare la comunità, ma non so cosa farò, dove andrò ad abitare. Per pagare l’affitto mi servono un po’ di soldi. Al momento grazie all’aiuto di Camelot sto facendo il servizio civile nella biblioteca di Tresigallo, e sono molto contento di lavorare lì, ma ovviamente se dovessi pagarmi vitto e alloggio i soldi non basterebbero.

C’è stato un momento felice, spensierato nella sua vita?
Quando ero bambino e giocavo, prima di dover andare a lavorare a nove anni. Ero troppo piccolo per capire cosa succedeva, ed ero felice.

LA STORIA
Italiani del deserto

277_sahara3Il Sahara è Dio senza gli uomini, H. de Balzac

Chi di noi non ricorda il “Piccolo Principe” di Saint-Exupéry e il suo piccolo aereo precipitato nel deserto? Chi di noi non ha avuto voglia, almeno una volta nella sua vita, di ripercorrere quelle magnifiche avventure? Tanti di noi hanno attraversato il deserto, e non solo con la fantasia…Avventuriamoci allora insieme in questo deserto, passiamo per il Sahara, per riscoprire noi stessi oltre a parte delle nostre radici. Per riscoprire la vita. Strano ma vero, vedrete…

Ghibli

Vi domanderete come sono arrivata all’idea di portarvi con me alla ricerca degli “italiani del deserto” che non sono pochi, credetemi. E’ una bella scoperta.

Qualche anno fa mi trovavo a Tripoli, in tempi migliori e tranquilli, con uno sguardo perso e avido, conquistato e diviso fra la bellezza del litorale mediterraneo e i colori e odori della Medina. Soffiava il Ghibli, il vento caldo del sud, proveniente dal deserto e la sabbia arrivava ovunque, immancabilmente e ostinatamente. Entrava di soppiatto sotto le fessure delle finestre dell’albergo, che fischiavano clamorosamente e rumorosamente per tutta la notte, quasi fossero disturbate, penetrava nelle scarpe, si infilava sotto i vestiti e fra le pieghe delle gonne, sgattaiolava fra le maglie delle mie leggere calze. Mi ritrovavo quella sabbia rossa anche in bocca, masticavo granelli piccoli piccoli, le mie lenti a contatto soffrivano terribilmente. Non ero ancora andata nel deserto, che mi ha sempre attirato per la sua dimensione d’immensità e di eternità, ma mi pareva di esserci. E c’ero, con l’immaginazione che galoppava, c’ero con i sensi e con il cuore. Con la voglia di scoprire un mondo unico, magico, misterioso e avvolgente. Stranissima sensazione quella sabbia, una sensazione che si ripeteva ogni giorno, passeggiando per il centro della città ove bazar colorati, vocianti e allegri attiravano l’attenzione dei nuovi turisti. La Piazza Verde, oggi Piazza della Rivoluzione, mi riportava immediatamente al passato coloniale italiano, quella Piazza con la sua libreria italiana; lo stesso dicasi per la pasticceria libica vicino all’antica Cattedrale ora trasformata in moschea, ove un anziano signore mi raccontava di essere nato all’epoca degli italiani. Una simpatica guida libico-italiana mi introduceva alla vita e alla storia della moschea, dove mi sono silenziosamente introdotta insieme a un collega. Le tracce del passato italiano erano ovunque, anche nelle pavimentazioni stradali, con curiosi tombini di memoria mussoliniana. Nessuna compiacenza in questo, solo un pezzo di storia. Siate rassicurati. Nella Medina compravo per mia madre quattro bicchieri di vetro colorato per il tè da un simpatico e disponibile negoziante libico dall’italiano quasi perfetto.

Medina Tripoli
Medina Tripoli
Medina Tripoli, dall’alto

Le anfore in vendita – copie o reperti di dubbia provenienza? – ricordavano il passaggio nella regione degli antichi romani e l’impronta da essi lasciata un po’ ovunque. Avrei voluto incontrare e parlare con tante persone, preparare piccole interviste con tante fotografie particolari, dettagliate e variopinte ma mi mancava il tempo. Ero a Tripoli per lavoro e non potevo andare oltre, potevo solo registrare le mie impressioni e sensazioni con la ferma volontà di trasmetterle una volta di rientro a Milano. Passeggiando per il lungomare con un collega, discutendo di tantissime cose e condividendo con lui molte sensazioni, mi ricordavo anche di aver intravisto sugli scaffali di una vetrina di una libreria milanese un libro intitolato “Ghibli”. Tornata a casa l’avrei acquistato, letto-divorato e condiviso con amici: ve lo consiglio, l’autrice è Luciana Capretti. Descrive la cacciata degli italiani dalla Libia nel 1970, dopo l’avvento di Gheddafi nel settembre 1969. E’ triste nella descrizione del giorno in cui molti connazionali lasciano Tripoli al soffiare del Ghibli (l’esilio è sempre triste, per chiunque, soprattutto quando si lascia una terra che si ama e dove si è vissuto a lungo, magari anche nati…) ma va letto per comprendere come anche noi, accompagnati da quello stesso vento, apparteniamo a quella parte di storia. Indipendentemente dai giudizi, abbiamo un legame con quella terra, allora come ora. Siamo popoli del Mediterraneo, due sponde non tanto lontane unite da un grande mare. Ritorniamo quindi su alcune tracce del nostro passato…comune denominatore: il deserto. E il suo fascino.

Dagli antichi romani agli esploratori ottocenteschi

Solo poche significative parole per ricordare la Libia parte della nostra storia più lontana, quella portatrice di novità, comprensione e integrazione: Leptis Magna, le “navi del deserto”, lo “scatolone di sabbia” e la “litania delle dune”. Leptis Magna e le “navi del deserto” ci riportano alle memorie dell’antica Roma.

Leptis Magna, anfiteatro
Settimio Severo, busto
Leptis Magna, Arco Settimio Severo

Durante il dominio romano Leptis, acquisito l’appellativo di “Magna”, divenne ben presto una delle principali città romane d’Africa grazie al fiorente commercio marittimo di spezie, oro e animali provenienti dall’Africa subsahariana. Con oltre 100.000 abitanti, la città raggiunse il suo apogeo nel 193 a.C. quando Settimio Severo, nativo leptitano, divenne imperatore. Negli anni successivi Settimio Severo fu un munifico propulsore dell’abbellimento della propria città natale, che in quanto a sfarzo giunse a rivaleggiare con Cartagine e Alessandria. Nel 205 Settimio Severo visitò la città, che gli tributò grandi onori. Distrutta Cartagine, i Romani si interessarono maggiormente ai traffici del e dal deserto tanto da inviarvi due spedizioni: una nel 19 a.C. guidata da Cornelio Balbo e un’altra sotto Domiziano, condotta da Giulio Materno, che, varcando il Sahara, si era spinta fino al fiume Niger. E sono i Romani ad apportare un’innovazione che farà del Sahara il ponte commerciale fra Mediterraneo e Sudan: l’introduzione del dromedario, o la “nave del deserto”, portato dall’Asia. Passano i secoli e le prime notizie di italiani che si avventurano in queste zone risalgono al 1300, notizie rimaste per secoli sepolte negli archivi. Proprio quell’anno, un anonimo trafficante genovese arriva a Sigilmassa, sulla soglia marocchina del Sahara, ed è il primo a parlare dei Tuareg, gli “uomini blu” del deserto. Da questi uomini velati resta profondamente impressionato anche un altro genovese, Antonio Malfante, che, nel 1447, visita il Tuat. Con le navigazioni portoghesi lungo la costa africana e la scoperta delle Americhe l’attenzione si sposta altrove: il Sahara dovrà aspettare l’inizio dell’Ottocento per veder approdare sulle sue sabbie vellutate i primi curiosi esploratori.

“Lo scatolone di sabbia”

Con l’occupazione della Libia, chiamata lo “scatolone di sabbia”, anche l’Italia inizia a percorrere il Sahara, in lungo e in largo, con spedizioni scientifiche alla ricerca di ricchezze minerarie. Fra i protagonisti di queste spedizioni vi è il geologo Ardito Desio che raccoglie le sue esperienze del deserto in “Le vie della sete. Esplorazioni sahariane” (1950).

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Abbiamo percorso alcune pagine di queste avventure scritte, chissà, dall’alto di una duna o sotto una piccola tenda piantata profondamente nella sabbia (ci piace immaginare così…). Vi abbiamo ritrovato le vicissitudini di una strana e divertente carovana su cui una mummia, sottratta al sonno eterno, pare esercitare la sua aspra vendetta. E’ il viaggio di un’autocolonna partita da Porto Bardia e diretta a Giarabub, guidata da un giovane ufficiale. Al gruppo si unisce un archeologo, deciso a trasportare a Benghasi una mummia proveniente dalle tombe scoperte a Melfa. La superstizione fa pensare che quella mummia voglia vendicarsi per essere stata sottratta al meritato riposo. E allora, alla carovana, succede di tutto: chi si sloga un piede caricando la mummia, chi soffre di perenni disturbi intestinali, chi si sveglia nel cuore della notte per le improvvise raffiche di vento, l’arrivo improvviso e sconvolgente delle tempeste di sabbia, l’archeologo rimasto quasi soffocato sotto la tenda con i piedi nudi imbrattati d’inchiostro (nella mischia notturna dovuta alla sabbia, un calamaio si era rovesciato…), l’improvviso e devastante acquazzone. Tutti convinti dell’influenza malefica della mummia: ma il racconto è comunque divertente. E qui sembra di riconoscere una potente dimensione soprannaturale che, credetemi, si percepisce quando ci si ritrova, nudi, davanti al deserto: altro che luogo “desertus” (nel senso di “abbandonato”…), immense forze della natura, animali e anime abitano questo luogo incredibile, in un profondo, rispettoso e timoroso silenzio.

La “litania delle dune”, culla dei sogni

E allora eccoci fra le dune, insieme all’avventuroso e curioso giornalista Paolo Zappa che, nel 1932, viaggia per il Sahara. Proprio lui ci descrive la vita del deserto, le pernici delle sabbie (le kanga), esili e di colore rossastro, che, al passaggio delle carovane, si levano in stormi per posarsi sulle groppe dei cammelli per poi scapparsene rapidamente. I fuochi per il tè, le tende, i datteri secchi che incollano i denti come mastice, l’acqua salmastra, i cammelli che corrono inseguiti solo da ombre. C’è vita, vita di uomini ed animali che avanzano a stento, ma c’è. E poi le dune e i mauri della carovana che salmodiano la “litania delle dune” …

“Dune, grandi dune ondulate come l’acqua del mare, / Dune dalla fronte calva, / Dune, che il vento lavora e tormenta senza tregua, / Dune, che una goccia d’acqua rinfresca una volta ogni cent’anni, / Dune, che vedete passare le carovane, / Dune melodiose, che cantate al levare del sole, / Dune dal burnus d’oro e dal burnus di neve, / Dune, dai fianchi sollevati come quelli di una donna prossima a partorire, / Dune, nostro sudario quando il simum soffia e ci travolge, / Dune, grandi dune del deserto, rendeteci dolce la strada, / E fate che arriviamo alla meta”.

scortecci

Allora, dove si intravvede comunque la vita, è difficile condividere l’etimologia di “desertus”… Una vita che, come ci insegna il naturalista del deserto Giuseppe Scortecci, nel 1939, esiste, laddove si avverte l’arrivo del vento del sud dall’inquietudine degli animali: cammelli che muggiscono, uccelli che trillano, stridono, cantano e gorgheggiano, insetti diurni che scompaiono, stormi di farfallette, di formiche e coleotteri che accorrono alla luce delle lampade. Le foglie di palma frusciano e si piegano, l’aria diventa color ocra e caldissima, il vento aumenta di violenza. La natura si scatena e si fa sentire. “Immersi nella caligine turbinante si ha l’impressione di essere isolati, lontani dal mondo, divenuti preda di un’incorporea, maligna, invisibile, onnipossente deità che voglia torturarci”. Vita che avverte e richiama vita. E la sabbia appare ovunque, meravigliosa trasmettitrice di suoni.

I Tuareg, uomini blu e fiabe

Dio ha creato paesi ricchi d’acqua perché gli uomini vi vivano, i deserti perché vi ritrovino la propria anima (proverbio targhi*)

* targhi = dei tuareg

Tuareg
Te’ nel deserto

Fra questa vita ed energia quasi nascosta, spuntano lontano anche “anime” del deserto, anime nel senso di essenza profondamente legata e radicata alla sabbia ed alle sue morbide ma impervie dune. Sono gli uomini misteriosi del deserto, i Tuareg che tanto affascinano l’immaginazione collettiva, un popolo meravigliosamente ricco di storie e tradizioni. Chi non ne ha sentito parlare almeno una volta?

E’ nel 1928, esercitando la sua professione di medico nelle oasi sahariane della Libia abitate dai Tuareg, che un medico italiano guadagna stima e confidenza di tale popolo diffidente. Alberto Denti di Pirajino impara a conoscerne usanze e tradizioni, ad apprendere storie e vicende degne del più fantasioso ed avvincente romanzo.

un medico in Africa

Scorrendo il suo libro “Un medico in Africa” apprendiamo molte cose su questa “famiglia del velo” unica al mondo. La suddivisione in tribù nobili e tribù vassalle e la supremazia delle donne nella società targhia, un primato incredibile della funzione della donna, al punto che tutta la collettività gravita intorno alla sua femminilità come strumento d’amore. A questo si affiancano dolcissime fiabe tuareg, fonte di serenità e di comunione segreta con la natura. Le leggende degli uomini del deserto, degli uomini liberi, sono tante. Ve ne ricordo una per tutte, quella che amo di più: la fiaba della “gazzella dalle corna di smeraldo”. Un ragazzino di 12 anni racconta il viaggio, con la sua famiglia, verso il Sudan, attraverso il Teneré. Durante la traversata, il gruppo si imbatte in un branco di gazzelle, preda ambita dagli abitanti del deserto: ne vengono uccise dieci. Accortosi della presenza di una ghazla, una femmina che stava per avere i piccoli, il giovane chiede al padre di risparmiarla. Il magnanimo genitore acconsente. Durante la notte due puntini verde chiaro avvolti da un’aureola luminosa svegliano il ragazzino: il cerchio formato da un fumo blu che si dipana da quei puntini lascia passare una gazzella graziosa e leggera dalle corna color smeraldo. L’animale si rivolge al giovane e parla con lui, che senza alcun stupore ne ascolta la voce melodiosa: lo avverte dell’imminente tragedia che sta per imbattersi sulla carovana, sete e fame, e che, nonostante le difficoltà dovrà spronare il gruppo a continuare il cammino. Perché il Teneré non è completamente privo di acqua… Allo stesso tempo, batte su una pietra le corna di smeraldo e ne lascia cadere un pezzetto, indicando allo stupito interlocutore di raccoglierlo: il frammento sarà il suo potente talismano, che gli impedirà di morire di sete. Il giorno seguente le riserve d’acqua finiscono improvvisamente, ma la marcia continua fra preghiere ed ansie. La pietra caduta dal sogno nelle tasche del giovane indicherà poi, in una notte del deserto illuminata solo dalle stelle, il luogo da cui si udirà un leggero ed inaspettato gorgoglio proveniente dalle viscere della terra: una sorgente d’acqua. Tutti i bambini del mondo dovrebbero conoscere queste fiabe… o almeno qualcuna di esse.

Per saperne di piu’ …

Ardito Desio

Nato a Palmanova nel 1897, è fin da giovane un abile e conosciuto geologo e scalatore. Fra il 1926 e il 1940 è più volte nel Sahara libico alla ricerca di minerali. Dal 1937, sempre per ricerche geologiche, si trova in Etiopia e nel 1940 in Albania, Grecia, Turchia, Libano, Siria, India e Pakistan.

Alberto Denti di Pirajino

Nasce nel 1886, da antica famiglia nobile siciliana, a La Spezia. Laureatosi in medicina a Firenze, parte per l’Africa nel 1924, come medico personale del duca d’Aosta, per passare nell’amministrazione coloniale fino al 1943 quando, in qualità di Governatore di Tripoli, deve consegnare la città al vittorioso maresciallo Montgomery. Dopo tre anni di prigionia rientra in patria nel 1946. Muore a Roma nel 1968. Fra le sue opere: “Ippolita” e “Un medico in Africa”.

Da vedere…

Marrakech Express, di Gabriele Salvatores (1989), Il tè nel deserto, di Bernardo Bertolucci (1990)

Te’ nel deserto, Bertolucci
Marrakech Express, Salvatores
Marrakech Express, Salvatores

 

 

agite

GERMOGLI
“Agite!”
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

“Agite!”, questo il monito di Obama che chiede all’Unione europea una stretta sui trafficanti. L’emergenza profughi scuote l’Europa e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon annuncia un vertice sull’immigrazione per il 30 settembre.

agite
Chris Rock, regista, attore, sceneggiatore e comico statunitense

Io vedo l’immigrazione clandestina come una scappatoia trovata dai bianchi per eludere le leggi sulla schiavitù.” (Chris Rock)

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IL CASO
La donna discinta, la gazzella scomparsa e il buio su Tripoli

di Karla Garbo

In un momento un cui la cultura fa paura e molti giornali parlano di strumenti musicali che bruciano e vignette satiriche o pseudo tali (anche se l’attenzione su di esse è leggermente calata), eccone una di qualche mese fa, simpatica ma che, tuttavia, tocca un aspetto preoccupante, quello della sparizione o, peggio, della distruzione di molte opere d’arte storiche in un paese ricco di cultura come la Libia (ma non solo).

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Vignetta che ironizza sulla sparizione della statua

La vignetta ironizza sulla sparizione della Fontana della Gazzella dal lungomare di Tripoli, con un disegno che ritrae un ufo che se la sta portando via. Era bella, soave, delicata e antica, probabilmente incompresa da molti. La fontana di bronzo era un simbolo storico della città, spesso immortalata su cartoline e fotografie. Realizzata nel 1932, durante il periodo coloniale italiano, dall’artista livornese Angiolo Vannetti (1881-1962), la statua era sopravvissuta a tutti i governi. Durante la presenza in Libia della comunità italiana (fino al 1970), la fontana era meta degli innamorati che si facevano fotografare ai bordi della vasca. Ma anche dopo la cacciata dei residenti italiani, per mano del regime militare di Gheddafi, la Gazzella era riconosciuta dai giovani libici come un luogo d’incontro e nella piazza erano stati aperti bar e ristoranti affollati che portavano il suo nome.

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La fontana oggi

La chiamavano semplicemente la Gazzella, ma era qualcosa di più. In quella statua di gazzella abbracciata da una donna seminuda, circondata dai getti d’acqua di una fontana, gli abitanti di Tripoli leggevano un ultimo ricordo del passato e il rimpianto di anni non segnati dall’incertezza, dall’inquietudine degli attuali giorni bui. La “fontana italiana”, come la chiamavano molti, oggi è sparita, puff, scomparsa nel nulla, lo scorso novembre. Al suo posto, sul basamento della fontana, spenta, triste e semivuota, resta un deforme torsolo di cemento e metallo. Un indizio, secondo alcuni, di come la statua possa non essere stata semplicemente spostata, ma più probabilmente rubata o distrutta. Le autorità non chiariscono. Anzi, piuttosto, tacciono. Anche perché, qualcuno potrà pensare, i problemi ora sono ben altri.

Si è detto che era stata rimossa per restaurarla ma la versione più ricorrente e accreditata dai cittadini di Tripoli è che quella statua italiana, quella donna seminuda odiata dagli integralisti abbia fatto la fine dei Budda di Bamyan in Afghanistan, sia stata rimossa non per essere riparata, ma per essere definitivamente distrutta. Quello che è certo, è che, già nel 2011, dopo la caduta di Gheddafi, qualcuno aveva cercato di “rivestirla” avvolgendola in veli e stracci destinati a coprire le sue nudità. Alla fine, per evitare lo scontro, era stato deciso di incrementare lo zampillio della fontana in modo da nasconderne le forme dietro gli spruzzi e i giochi d’acqua. Ma quell’esile compromesso era ben lontano dal soddisfare le menti più fanatiche. Nel 2012, la statua era stata, infatti, minacciata dagli estremisti, tanto da far disporre una sorveglianza della polizia. Lo scorso agosto era stata gravemente danneggiata da un razzo che le aveva centrato il ventre lasciando un enorme squarcio.

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Cartolina d’epoca della fontana della Gazzella

Quelle stesse menti che hanno distrutto i ‘mimbar’ (storici pulpiti in legno con scalini in legno per la predica del venerdì, giudicati toppo alti), le moschee sufi e ottomane, vandalizzato l’arte preistorica del sud del paese, la necropoli greca di Cirene, la città romana di Leptis Magna (dove proiettili hanno bucherellato la scritta ‘Imp Caesare Divi’), costretto il Museo nazionale a rimanere sbarrato e a chiudere i pezzi di epoca adriana in un deposito, obbligato Leptis a farsi ricoprire dalla sabbia e a ospitare “accampamenti” improvvisati di qualche pecora. I turisti sono storia lontana, ormai. Con la sparizione (o peggio, forse, la distruzione) della Gazzella, Tripoli e tutta la Libia perdono un simbolo d’innocenza e di giovialità che caratterizza i gesti della gente semplice del paese nord-africano, per entrare in una possibile fase di oscurantismo. Speriamo bene.

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SETTIMO GIORNO
Il virus del potere e le belle bandiere

GENTILONI – Bisogna sapere che in medicina da molto tempo si studiano gli effetti non secondari del “virus del potere”, che, nei secoli, si è manifestato in molteplici soggetti: è una malattia professionale, in altre parole, è un’alterazione dello stato di salute originata da cause inerenti allo svolgimento della prestazione di lavoro, un’alterazione che ha colpito innumerevoli personaggi nella storia dell’uomo, tutti illustri, da generali a dittatori, a monarchi, o, più modestamente, a sindaci e, purtroppo, anche ad assessori e a banchieri. Recentemente ne è stato colpito anche il nostro ministro degli Esteri, il quale, un bel mattino, si è alzato in preda a uno strano formicolio, si è grattato e, allo specchio, mentre si faceva la barba, ha solennemente manifestato il suo pensiero: qui si deve fare la guerra, ha detto, e poi, pubblicamente, ha confermato che l’Italia è pronta a essere in prima linea in Libia. Mi sa che il signor ministro si è sbagliato di grosso: l’Italia non è pronta, non ha voglia di giocare alla guerra, non è più pronta nemmeno a giocare al calcio, figuriamoci a fare la guerra. Sì, abbiamo grossi interessi in Libia, innanzitutto il petrolio, ma, Ministro Gentiloni, cerchi di fare un ciclo di antibiotici, vedrà che il pizzicore le diminuirà.

ANPI – Ho letto che un tipo di Ostellato, consigliere comunale, tale Marco Centineo, ha presentato un’interpellanza chiedendo che venisse tolta dal Comune la bandiera dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia), associazione che mai ha dato adito a polemiche: i partigiani hanno offerto la propria vita per liberare il Paese dal fascismo e sappiamo quanto questo dono, che potremmo definire sublime, abbia creato gravi mal di pancia ai politici di destra. Da troppo tempo, però, l’Italia, in tutte le sue strutture, ha lasciato molti spazi al risorgente fascismo (e non parlo del saluto romano di Berlusconi!). Avremo di che pentirci.

CAPITALISMO – Ancora oggi leggo e sento dire alla televisione: “il capitalismo dal volto umano” e se ne parla come di una verità santificata dal dio del danaro. Non è una verità, un letterato definirebbe l’affermazione un ossimoro, una contraddizione in termini: non ci ricordiamo mai tutti i misfatti sociali di cui si è reso protagonista, o responsabile, il capitalismo (senza volto).

CASINI – Anche a Ferrara, copiando Roma, si discute sulla zona in cui rinchiudere le prostitute, i lager del sesso all’aperto. Si torna all’antico: siccome è troppo difficile il controllo, allora si ricostituiscono i campi di concentramento. Spero (è una proposta) che ci sia una recinzione attorno alla città del piacere pagato, e una cassa, per entrare si deve pur pagare. La proposta prevede un certo numero di assunzioni (per venire incontro alla ripresa economica) per novelle stewards, quelle che una volta si chiamavano ruffiane. Avanti c’è posto.

GERMOGLI
La nostra prova di idiozia.
l’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Oriana_Fallaci_2Ancora bombardamenti. Ancora guerre. Ancora vittime. Oggi come ieri commettiamo gli stessi errori.

“Io sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre”. (Oriana Fallaci)

cielo-libia

IL FATTO
Il viaggio della nave italiana in fuga dalla Libia

Cielo nero sulla Libia. Mentre la nostra ambasciata a Tripoli sospende le attività e l’esodo italiano comincia (o meglio continua, perché era già iniziato e intensificato dopo gli eventi dell’hotel Corinthia dello scorso 27 gennaio), non possiamo che dare uno sguardo al mare. Quel mar Mediterraneo che è sempre stato la culla di tante civiltà, un mare magnum oggi diventato cimitero di barconi, con le sue rigogliose sponde terribilmente trasformate, infuocate e piene di disperati che cercano solo una via d’uscita. Questa partenza non è sicuramente paragonabile a quella storica degli anni Settanta, quando gli italiani furono cacciati da Gheddafi, o a quella del 2011, quando era scoppiata la guerra per rovesciarlo. Ma ogni volta che si lascia un Paese dove si è vissuto, incontrato tante persone uniche e conosciutone la storia, si va indietro con la memoria e un po’ ci si immedesima con quelle stesse sensazioni che tanti italiani avevano provato. Immaginiamo, quindi, che oggi sia un po’ come allora. Mentre la nave rientra, e, scortata, viaggia verso la Sicilia con tappa a Malta, si lasciano indietro i ricordi, le paure e il terrore provati sentendo spari di proiettili e urla concitate, intravedendo bandiere nere all’orizzonte. Quando si sentono i vetri tremare e si vedono fumo e camionette cariche di militari non si sa mai cosa attendersi, dove andare, dove scappare. Si pensa alla propria vita ma anche a quella di chi a fianco a te non avrà la possibilità di andarsene. Mentre tu sì, avrai qualcuno che penserà a te, che potrà portarti via da lì. Credo che quando si parte in questo modo, lasciando una vita alle spalle costruita con fatica e sacrificio (perché nell’esodo ci sono tante famiglie miste), si perde parte di sé, della propria storia, la propria speranza. In una Libia che brucia, con il califfato che avanza, non si può non pensare agli amici che si lasciano lì, ai giorni trascorsi a bere il tè, ai tramonti tripolini sul mare dorato, alle passeggiate nella Medina, alle case coloniali, alle belle moschee ricamate, al richiamo del muezzin che svegliava la mattina presto, a quel dolce rumore delle onde che lambivano spiagge oggi terrificate. Tanti italiani hanno vissuto queste sensazioni. Tanti le lasciano qui, ai loro amici, nella speranza di tornare a riprendersele, ma le porteranno anche con sé, per sempre.
La Libia è vicina, è nei nostri occhi, nei nostri ricordi, nei nostri cuori, nelle colonne di Leptis Magna che fanno ombra a pensieri di gioia, a ricordi di momenti spensierati trascorsi a passeggiare fra quelle rovine. In quelle stesse colonne che fanno ombra all’amore per quella terra, per quella storia che è anche la nostra, che richiamano gli imperatori che guardavano quegli stessi alberi che oggi, sotto il sole cocente, sono bruciati e arsi dal fuoco delle armi inclementi. La Libia è quei minareti che fanno ombra al colore della terra che tende le braccia al cielo, aspettando le stelle. Un giorno.
Nel 2012, la bandiera libica sventolava leggera, il popolo voleva solo libertà e democrazia. Si parlava di futuro, di progetti di ricostruzione, di cultura che avanzava. C’era speranza. Oggi si ha di nuovo paura, aldilà e al di qua di quelle coste del Mediterraneo che si colorano di nero. Il nero delle bandiere e della terribile morte che porta quel mare dove ci si butta per cercare di scappare lontano. Una preghiera intensa, allora, si levi al cielo, perché quel nero non prenda mai il sopravvento, perché l’uomo diventi Uomo, una buona volta, fermando una catastrofe che sembra imminente e inarrestabile. Perché torni a pensare e a sentire il profumo della terra e dei limoni del Mediterraneo.

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