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Ferma opposizione al taglio degli alberi di Viale Carducci al Lido degli Estensi

“Riqualificazione” di viale Carducci a Lido degli Estensi
Le associazioni ambientaliste  al fianco del Comitato contro l’abbattimento dei pini

In un periodo in cui sembra finalmente diffondersi la coscienza della necessità di una riconversione ecologica e del rispetto diffuso dell’ambiente, può sembrare incredibile che il progetto di “riqualificazione” del viale centrale di una nota località balneare parta dall’abbattimento di 47 alberi adulti, alberi in buona parte sopravvissuti alla furia della speculazione edilizia degli anni sessanta e settanta del Novecento. E’ ciò che sta per accadere al Lido degli Estensi, per volontà del Comune di Comacchio, dove inizieranno a giorni i lavori di “riqualificazione” di viale Carducci sulla base di un progetto che nasce vecchio, impostato su presupposti superati che ignorano le norme più elementari di rispetto dell’ambiente.

Eppure nel 2015 il Comune di Comacchio era partito col piede giusto con un concorso di idee per riqualificare il viale Carducci del quale risultò vincitore, nel 2016, un progetto impostato sul rispetto dei valori ambientali presenti nel luogo, anche secondo le indicazioni, è bene ricordarlo, dell’articolo 23 bis della normativa tecnica di attuazione del Piano Regolatore Generale, che risulta tuttora vigente, che inserisce il viale Carducci nelle “zone di salvaguardia di qualità urbana” .

In seguito il Comune, dopo un lungo periodo di gestazione, non conferì l’incarico di progettazione  al vincitore del concorso, come sarebbe stato giusto e logico aspettarsi, ma all’ACER-Azienda Casa Emilia Romagna di Ferrara che, nel dicembre 2018, presentò uno studio di fattibilità nella sostanza ancora rispettoso dei valori ambientali presenti nel luogo.

Nel 2019 venne poi commissionato ad ACER il progetto definitivo di riqualificazione del viale Carducci, che Acer subappaltò ad altro studio tecnico, che elaborò un nuovo progetto, diverso dai precedenti, che prevedeva, tra l’altro, il totale abbattimento di tutti gli alberi adulti, in buona parte pini marittimi, presenti sul viale. Occorre aggiungere che il percorso scelto dal Comune di Comacchio venne nell’aprile 2020 censurato da una delibera dell’ANAC – Autorità Nazionale Anticorruzione, interpellata nel merito dall’Ordine degli Architetti di Ferrara, e che pertanto il nuovo progetto era pesantemente viziato da aspetti di dubbia legittimità.

Sorprendente che la nuova amministrazione del Comune di Comacchio, subentrata alla precedente nell’autunno 2020, anziché annullare il progetto contestato e ripartire dai risultati del concorso, lo abbia fatto proprio emettendo, nell’estate 2021, un bando per la progettazione esecutiva,  vinto da nuovi progettisti che mantengono, forse peggiorandole, tutte le criticità del progetto precedente.

Tutto questo ha provocato la reazione e lo sdegno di molti cittadini che hanno dato vita al Comitato di Salvaguardia Civico Ambientale per cercare di evitare lo scempio dell’abbattimento degli alberi esistenti in viale Carducci e nel viale delle Querce, con iniziative, appelli e anche con esposti alla Procura della Repubblica ed alla Corte dei Conti, Comitato al quale le Associazioni che sottoscrivono il presente comunicato esprimono la propria solidarietà ed il proprio convinto appoggio.

E’ evidente che l’abbattimento delle piante adulte dei viali Carducci e delle Querce, attuato direttamente su iniziativa del Comune di Comacchio con lo scopo dichiarato di “riqualificare”, impedirà in futuro al Comune stesso di negare il permesso di abbattere piante adulte a chiunque ne farà richiesta per iniziative immobiliari volte a “riqualificare” immobili privati, con conseguenze devastanti per la residua qualità urbanistica dei lidi ferraresi già  fortemente compromessa, in passato, da politiche dissennate di espansione edilizia a scapito degli straordinari valori ambientali un tempo presenti  in modo diffuso nella nostra costa.

Le associazioni ambientaliste firmatarie:
Garden Club
Italia Nostra
Legambiente
Lipu
Naturalisti Ferraresi Amici del Delta
Rete Giustizia Climatica
WWF

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DIARIO IN PUBBLICO
Martha, la divina

 

 Ritorno in città dall’esilio ‘laidesco’ (per chi mi legge solo ora è il mio modo di chiamare il Lido/Laido degli Estensi) impegnatissimo a concludere i lavori in corso compresa la conferenza su Dante, che sarà il giusto omaggio a chi tanto mi ha dato nella mia vita culturale e accademica.

Mi telefona un’amica, domandandomi se sapessi del concerto che apriva al teatro comunale la stagione sinfonica dove avrebbe suonato la ‘mia’ Martha. Mi precipito ad acquistare il biglietto pregustando una serata degna degli angeli.

E così è stato. Avrebbe suonato un pezzo difficilissimo di Dmitrij Šostakovič [Qui]Concerto per pianoforte con accompagnamento di orchestra d’archi e tromba assieme al trombettista israeliano-russo Sergei Nakariakov [Qui] e con la Manchester Camerata [Qui] diretta da Gábor Takács-Nagy [Qui]. L’attesa era tanta. Martha Argerich [Qui] zoppica un poco, il suo bellissimo viso è contornato e semi-nascosto dalla massa di capelli grigi.

La potenza delle dita e delle mani è tale che il pianoforte sembra sussultare sotto il loro tocco, poi uno sguardo al biondo ragazzo che comincia a suonare la tromba, mentre i capelli con la scriminatura a metà si chiudono sul suo volto arrossato per lo sforzo e alla fine due occhi infantili chiedono il giudizio alla divina Martha, che glielo concede con dolcezza e protezione. Un silenzio stupefatto subito dopo l’ultima nota.

Lei si alza con un sorriso infantile piega la grigia chioma e allora il teatro è scosso da un urlo irrefrenabile mentre i ‘bravi!’ si sprecano e la stessa Camerata entusiasticamente batte la sua approvazione sugli archetti.

Si allontana la divina col suo passo esitante, accompagnata dal suo ragazzo-tromba poi ritorna e per ben cinque volte accontenta il pubblico in delirio, ripetendo il primo tempo del concerto e poi ancora, ancora, fino all’immancabile commiato, che ce la porta lontano nel regno del divino da cui era discesa a miracol mostrare.

La Camerata esegue poi la celeberrima Serenata per archi di Pëtr Il’ič Čajkovskij [Qui]: il direttore entusiasta ricorda che quella esecuzione è dedicata al grandissimo Abbado di cui ora Nagy occupa la stanza che dà sulla piazza del Castello nell’hotel Annunziata.

Gli archi cominciano a suonare e l’occhio spazia sugli esecutori. Il primo contrabasso è una signora dagli infuocati capelli rossi; tra le viole sorride un giovane che sembra Calenda da giovane; nascosta nell’ultima fila suona una signora che sembra la copia della moglie del fittavolo che in Downton Abbey tenne come figlia Marygold, la bimba del peccato della infelice Edith, che se la riprende e perde il fidanzato.

Salta come un ossesso il direttore Nagy e conferma ciò che la Camerata intende per musica e la sua trasformazione in un complesso etico che, spiega il programma, “lavora con ricercatori e professionisti a livello mondiale nel campo della demenza, per offrire una musicoterapia efficace e significativa”.

Saltella Nagy, s’infiamma nel dirigere infiamma allo stesso tempo il pubblico e l’orchestra. Poi lentamente le luci s’accendono e un pubblico commosso accompagna gli orchestrali, che si salutano sul palco.

Pian piano mi avvio verso casa, traversando un centro semi-deserto (e sono solo le 11 di sera). Penso a questa ‘Ferara’ capace di offrire queste intrusioni nel divino e poi ripiegarsi su imbarazzanti e semi-inutili polemiche sui “settantacinque anni di comunismo”, come da tempo viene definito il periodo dell’amministrazione di sinistra.

Mi rattrista a volte il ruolo che le associazioni culturali benemerite sono costrette a sostenere; quelle associazioni che in tempi lontanissimi ho frequentato e a volte presieduto.

Infine, arrivo a casa ‘pedon pedoni’. Gli amici sfrecciano in bicicletta e m’invitano a fermarmi a mangiare una pizza della buonanotte. Ringrazio e faticosamente proseguo. Il cielo s’illumina di lampi minacciosi, poi si aprono le cateratte di un nubifragio improvviso.

Forse il cielo piange la fine del concerto della divina Martha.

Cover: Martha Argerich (Buenos Aires, 5 giugno 1941) – Foto Wikimedia Commons

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DIARIO IN PUBBLICO
Il Calore

 

Mentre Lucifero impazza e produce laghi di umori salini, che rendono totalmente bagnate e degne di essere frequentemente cambiate canottiere e mutande; mentre asserragliato in casa produco falso benessere posizionando in dry il condizionatore, compulsivamente cerco contatti con chi, sprezzante del pericolo e dell’età, affronta spiagge e viaggi, confortandomi secondo la mia mai perduta malignità nel ‘frescolino’ che da Lipari a Viareggio, da Roma alla Puglia prova nella loro posizione privilegiata.

Per assicurarsi della veritad si spediscono foto di termometri che attestano il fresco. Addirittura, i felici liparoti narrano di bagni favolosi, di freschi anfratti, dove ripararsi dalle fiamme metaforiche e reali che Lucifero provoca nella sfortunata Sicilia; ma poi devo ricorrere alla connivente attestazione di verità di altri amici ferraresi-liparoti, che narrano di pozze di sudore che si formano ai piedi degli astanti, secondo la prassi da me stesso attuata decenni fa, quando, felice villeggiante, provai la stessa sensazione e condizione.

 

Così per mio diletto e in attesa delle novità che mi vengono recapitate ad horas dai parenti spiaggianti, chiuso nel mio fresco fortino adorno di meravigliose piante appena comprate con il mio straordinario scudiero-giardiniere, e sono gelsomini, fiori di vetro e begoniacee, tra un tripudio di oleandri e plumbago, (vedi foto al sinistra del testo) irrido alla mancanza totale di conoscenza di simili delizie dell’amica Anna che però spende fortune in Versilia per procurarsi apparecchi magici che la immunizzano dalle zanzare, mentre felice si dedica a Bassani e alla cottura di strepitose grigliate nel suo giardino viareggino.

E comincio con la declinazione del calore nelle lingue più conosciute: the Heat in inglese, la Chaleur in francese, die Hitze in tedesco, o Calor in portoghese, el Calor in spagnolo e addirittura Teas in irlandese.

Questa mattina, fidandomi dei sussurri che circolavano di casa in casa e che ci promettevano il ‘frescolino’, ci facciamo accompagnare al bar del bagno Onda blu in attesa del passaggio dei parenti che s’avventurano a percorrere le centinaia di metri che li separano da tende e ombrelloni. Nell’aria si spande odore di carne cotta prodotta dai valorosi giocatori, che tornano dalle loro esibizioni, mentre pettorute dame color cioccolata s’avanzano caracollando, cosparse di filtri e creme e gorgheggiando del freschino in riva al mar.

Sono le 13:00 e il termometro segna ‘percepiti’ 36°’. L’intrepido nipote, sprezzante di Lucifero, porta i figli ad una rapida gita fiorentina: non può entrare né in chiese o musei per le mostruose file prodotte dai gitanti. Gli resta la consolazione di mangiare una fiorentina gigante in un locale in Contrada della Passera. Un nome. Un programma. Temperatura percepita 35°.

Dal viale del Laido si scatena una musica assordante, mentre ieri sera metà del paese era privo di luce ed acqua. Termino la mia giornata ‘calda’ (mi raccomando la ‘elle’ palatale secondo le secolari regole della nostra pronuncia), pensando con nostalgia ai prati di Vipiteno, mentre atterra reduce di una gita a Dublino presso l’amato cugino, il caro Ludo che mi butta lì la frecciata finale: “di sera eravamo sui 12° nell’ora più calda 20°” e mi nasce una ribellione al calore.

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DIARIO IN PUBBLICO
Dalla Farmacia alla Libreria

Nel giorno speciale di una festa importante mi preparo a rivivere i vecchi riti che fanno parte di questo luogo e di un’antica tradizione. Fioccano a cascata gli auguri di nipoti e pronipoti, mentre attendiamo la visita di Galeazzo treenne, a cui ogni giorno dedichiamo una macchinina di Monster Truck. Ormai nel suo linguaggio lo zio viene chiamato l’Edicolante, con grande soddisfazione di Davide, il vero edicolante.

Nel frattempo, da un caro amico ricevo una puntualizzazione sul tema dei giovani e sulle loro esigenze. Così mi scrive Mario Vayra, tra i primi allievi/compagni della mia lunga carriera pedagogico-culturale: «Caro Gianni, vedo che il mare, anche se mare laido, come dici tu, ti giova … Mi sembri in forma, almeno il Gianni letterato sembra in forma … Mi viene voglia di proporti un commento. Dici delle ragazze e dei ragazzi che leggono, flirtano, giocano sulla spiaggia, come noi un tempo; anche se a loro manca qualcosa che per la mia generazione e quella successiva era essenziale: una attenzione al mondo e al sociale/politico che ha fatto parte del nostro esserci … Come fai a saperlo che a loro manca quel qualcosa? Se non ricordo male anch’io, come molti dei miei amici di allora, andavo al Lido per divertirmi, ascoltare musica, giocare a pallone possibilmente tutto il giorno, aspettando il momento magico della notte. Ricordo i giorni al mare un po’ come giorni di sospensione della realtà, in cui però non si cancellavano l’impegno, le domande, le letture fatte e le liste di quelle da fare. Io non credo che i giovani che vedi in spiaggia siano poi così diversi da come eravamo noi, non necessariamente, almeno, e, soprattutto, non tutti. Un abbraccio, Mario».

Non mi sembrava di aver scritto nulla di diverso almeno nello specifico. Anche ai tempi immemoriali della mia giovinezza, in spiaggia si andava con le stesse esigenze di oggi, tra pantaloni a gamba di elefante, foulard e capelli lunghi (gli altri o i fortunati) sul lungomare di Viareggio, ma dietro c’era la consapevolezza di un impegno che traeva forza dall’essere presente sempre e comunque.

Ci chiamavano ‘gli angeli del fango’, leggevamo la Morante anarchica, assistevamo con forza e ‘impegno’ alle terribili vicende dell’assalto allo Stato democratico, anche se tra noi c’era chi si mimetizzava per ottenere una facile ricompensa consumata tra scuole occupate e la pseudo liberazione sessuale.

Oggi tutto questo è non solo improbabile ma ‘incomprensibile’; perciò, quello di cui discutevo nel mio Diario era ed è una constatazione non un giudizio. Non si può certo qui aprire una seria disquisizione sul concetto di politica oggi, o su come viene gestita a ‘Ferara’.

Leggiamo sulle pagine dei quotidiani locali come si configura la gestione della cultura nella mia non sempre amata città; sentiamo di progetti a cui partecipano le ultime associazioni culturali ancora attive; ci stupiamo, ma non troppo, della proposta della mostra e convegno su Italo Balbo, mentre dai sotterranei della casa di mio fratello escono le foto dimenticate del matrimonio dello zio federale, con la presenza di tutti i Balbo: da Italo a Lino. Ma di questo ne ho parlato e scritto molte volte.

Ora qui agli Estensi come disinvoltamente i frequentatori e abitanti chiamano il Lido/Laido il silenzio è diventato il comun denominatore del luogo. Un silenzio cattivo, rancoroso che nemmeno la normale vita di spiaggia riesce ad infrangere. Solo l’insistente abbaiamento dei pelosi seccati rompe questa anormale mancanza di voci.

Fino a pochi anni fa, diciamo dal 2019 in poi, il chiacchiericcio e le grida rompevano il sonnolento svolgersi dei riti di spiaggia. Ci rifugiamo quindi per rintracciare il tempo perduto da Simon’s lo storico locale, che ha visto consumarsi generazioni di prime colazioni tra il continuo sfornamento di impagabili brioches.

Ora Simone viene curato affettuosamente dalle figlie, nipoti e parenti, Così si è creata una straordinaria équipe di ragazze, che con determinazione e coraggio si sono assunte il non facile compito di depositare nella storia un racconto profumato. Così sotto la guida di Fede (Federica), Patrizia, Daniela, Alessandra – per ricordare la squadra che ci accoglie al mattino – siamo accolti, coccolati, sostenuti nel ricordo, mentre i caffè e le brioches scivolano nelle due bocche voraci.

E poi lo spiegamento dei giornali appena comprati da Bruna e Davide: lei vero pilastro di una difficile e preziosa necessità di allargare il lavoro a utilissime e fondamentali attività complementari. Gentile, competente, consapevole della delicatezza del suo lavoro, mentre lui apparentemente casinista, è fondamentalmente e oggettivamente capace di svolgere il suo lavoro con dignità e valore.

Naturalmente il luogo d’incontro dell’intera comunità è la farmacia, dove si pensa a ragione, ma ci si illude anche, di trovare il rimedio tutti i nostri mali: fisici e psichici. Si arriva dunque fiduciosi in farmacia e immediatamente i soliti ben informati con piglio organizzativo dividono la folla smarrita tra i compratori al banco e coloro che si devono prenotare per il vaccino. Invano i gentili farmacisti escono per mettere ordine. I bene informati deviano le smarrite signore o i brontolanti anziani nella fila sbagliata, mentre i pelosi che accompagnano l’umano, tenuti fuori, uggiolano il loro smarrimento.

Non resisto alla tentazione e anch’io sottovoce comincio a dare consigli, mentre accarezzo la coda di un cagnolino disperato perché tenuto fuori. Dietro me una bella signora, accompagnata dalla figlia, mi racconta di questo ormai consueto bailamme che si prolunga non solo nei mesi estivi, nonostante la buona volontà dei farmacisti e tra una mezz’ora italiana e l’altra parliamo del destino del viale principale e dell’adiacente – Carducci e Le querce – del destino degli alberi, del destino del Lido.

Ancora tristezza e ricordi. Infine, golosamente munito della medicina richiesta, mi dirigo a passo svelto alla libreria, dove mi accolgono con la consueta cortesia. Chiedo notizie del libro di Calimani [Qui] e se ci fosseribo state copie dei volumi di Natasha Solomons [Qui], la grande scrittrice con il cui volume, I Goldbaum voglio concludere la mia ricerca sulle scrittrici ebree. Sono rimasto malissimo del mancato premio ad Edith Bruck [Qui] allo Strega, mentre mi rivolta lo stomaco il paragone tra no-vax e la stella gialla…..Pazienza!

Il vento scuote gli alberi, il mare non l’ho ancora visto, non voglio omologarmi ai danzatori che dai tre ai novanta scuotono chiappe e colli e tuttavia con una certa soddisfazione constato che almeno il Lido è produttore di ricordi.

 

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DIARIO IN PUBBLICO
Una luna rossa non fa primavera

 

E si ritorna al Laido degli Estensi tra complesse vicende di valige, borse, ricordi da trasportare dall’amatissima Vipiteno. La casa è perfetta. Gli scudieri Ivo ed Antonietta l’hanno resa ancor più accogliente, curandone il giardinetto in fiore tra plumbago, oleandri, gerani, rose, mentre trionfalmente le piccole gardenie in fiore, prezioso regalo di Delberta e Peter, occhieggiano dal balcone nella loro minuta perfezione di fiore più bello del mondo.

Un’aria sospesa aleggia sul borgo: le vie sono più trascurate del solito, palazzi in disuso mostrano l’irresponsabilità del boom anni Settanta, la frettolosità dei pochi passanti incontrati per via dimostra impaccio e qualcosa che sembra turbare la mesta aura che ci circonda.

Preso da questi infausti presagi mi trasferisco al bagno Onda blu, dove da anni ho la mia sede ‘permanente’ direbbe Battiato. La meraviglia. I ragazzi hanno fatto un lavoro straordinario. Il bagno è perfetto. Nemmeno in Versilia ho visto tanta accuratezza e il cibo è ancor più buono.

Ci sdraiamo sulle poltrone a sorbellare il consueto limoncello post prandium ed ecco che le nuvole si stracciano e una luna rossa appare. Meravigliosa. La potete vedere nella foto che apre questo Diario da me scattata. Un altro mondo.

Mi viene a salutare Luca il bagnino economista e filosofo. Ha preso la triennale a Ferrara e ora è in attesa d’intraprendere la specialistica. Gli raccomando il romanzo di Natasha Solomons [Qui], I Goldbaum, che narra trasposta la saga dei Rockfeller. Glielo offro ma lui vuole comprarsi i propri libri, un atteggiamento umanistico sempre più raro.

E nella pace della sera “E ‘a luna rossa mme parla ‘e te“. Sempre più compiaciuto m’abbandono al sonno, nonostante la lugubre cantilena degli albatri, quando rumori infernali, urla, strepiti mi svegliano improvvisamente.

Saprò di mattina dall’amico edicolante la storia infame del pugile suonato. Fa parte degli pseudo-eroi di un giorno, quelli che, come molti ragazzetti incontrati sul viale, esasperano la loro ormonalità tra puzze di piedi, urli scomposti, deliranti maneggi dei telefonini. Non meno da loro le compagne rivestite dalla doppia pelle dei tatuaggi, col ‘lato b’ erto e l’occhio bistrato a richiedere attenzione.

Ma non sono soli. Frotte di ragazze e ragazzi composti si trovano sulla spiaggia, leggono, flirtano, giocano. Come noi un tempo; anche se a loro manca qualcosa che per la mia generazione e quella successiva era essenziale: una attenzione al mondo e al sociale/politico che ha fatto parte del nostro esserci. Ma questo è un altro capitolo del diario.

La mattina seguente finalmente si affronta il viale con i negozi invitanti e la consueta voglia di compere. Entriamo nei negozi, ma in tutti veniamo sbrigativamente serviti con un modo di fare che rasenta la villania. E tra i miei commenti fatti ad alta voce ricorre questo vocabolo, come nuovo titolo del Laido: la città dei villani. E’ solo un attimo, immediatamente fugato dal civile comportamento di tanti fornitori, che si adoperano a farci sentire a nostro agio.

Ma, nel lento svolgersi della mattinata, dopo una coda chilometrica in farmacia, mi accade di perdere un oggetto per me prezioso. Il paio di occhiali Ray-Ban [Qui] comprati negli anni ’80 del secolo scorso alle cascate del Niagara, dove sorgeva la fabbrica di questi occhiali. Mi è stato strappato un ricordo importante. E me ne duole.
Tutto ha un fine; ma perdere i ricordi risulta col tempo sempre più doloroso.

Cover: foto di Gianni Venturi   

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DIARIO IN PUBBLICO
Il ritorno

Les adieux beethoveniani naturalmente suonati da Pollini concludono, tra finestre che si chiudono e materassi coperti dalle fodere la stagione lidesca. Mi soffermo sui piccoli e spesso inutili objets de vertu che popolano il mio studio; accarezzo con lo sguardo le stampe e i manifesti canoviani, che con un laborioso tragitto da Bassano a Firenze sono approdati al Lido; mi riguardo i limoni in ceramica, dono dell’amico Fernando Rigon e sento lo scadere del tempo. Forse sarà l’ultima volta che dialogherò con quelle mura, quei libri, quei quadri. E il Lido degli Estensi, forse non più Laido, rimarrà un ricordo di altre stagioni, di altri pensieri.

Accompagnati dagli scudieri, che si prenderanno cura dei fiori e delle piante, riapprodo a casa, quasi estranea dopo mesi di assenza. Giochiamo a ricordarci le posizioni consuete degli oggetti e riguardiamo compiaciuti i letti che obbediscono ai filocomandi. Poi cominciano gli appuntamenti medici e, fiduciosi, ci rechiamo al ferrarese Sant’Anna. Qui schiere di dolenti si sottopongono alla pistolettata per misurare la temperatura e inconsciamente si aggregano come pecore al pascolo, ignorando le protezioni anticovid, quando vengono chiamati per il prelievo del sangue. La voce severa degli infermieri produce poca disciplina, mentre trionfalmente la chiamata produce passo svelto, movimenti sciolti e finalmente il distanziamento.

Poi l’inferno. Per lavori in corso è totalmente smantellato il consueto percorso che ci scodellava presso la nostra unità di riferimento dei medici di base e tra strisciar di scarpe, domande sempre più affannate a coloro che ci dovrebbero indicare la via della salvezza ci aggiriamo nei corridoi. Invano. Cominciamo a dubitare che ci fossimo sognati quel luogo, quell’ambulatorio, quegli ambienti. Il vecchio stizzoso, ovvero chi scrive queste note dopo 36 minuti di false speranze, comincia a sbraitare guardato con sufficienza dagli indicatori umani, che come un mantra recitano la strada da farsi e che non si trova. Infine, da una porticina nascosta sbuchiamo al nostro reparto, accolti dai sorrisi ironici degli stessi medici che avevano provato la stessa esperienza. Ma ci consoliamo col perfetto funzionamento di una clinica privata e… la luce rossa, che dopo essersi lavate le mani e prima di cogliere il biglietto d’accettazione dovrebbe misurare la temperatura s’incanta e se.. se dà il via libera del verde, continua ossessivamente a ripetere il suo rosario finché qualcuno dal ricevimento viene a spegnerlo.

Tra un esame e una risonanza s’affaccia il mio amico oculista, fortunato compagno umano di due bellissimi pelosi, a cui rivelo d’essere ormai in dirittura d’arrivo per diventare lo zio di Benny; anzi! Sapientino, il pronipote a cui viene dato il cane, con fare sbrigativo m’informa che faremo una video conferenza (non so cosa sia) per registrare l’arrivo di Benny a casa.

La conferenza parigina su Cesare Pavese per ora sembra essere confermata edi allora il cuore mi si scioglie a pensare a tre giorni parigini tra i ricordi e una rabbia sorda m’invade al solo pensare che potesse venire rimandata. Così è per le celebrazioni pavesiane a Torino. E domani arriverà il Taccuino segreto di Cesarito.

La città è strana. Si parla e si sparla sulle mostre, sui Buskers, sui concerti; ma ogni cosa sembra lontana, priva di senso, come ha saputo ben esprimere il bravo Carofiglio nel suo romanzo A occhi chiusi.
Leggo con grande interesse i commenti che escono sulla ‘fenice’ di Mario Zamorani e spero in un risorgimento delle idee e delle possibilità di chi un tempo si proclamava, e tuttora si proclama, di sinistra.

Ci avviciniamo allora all’autunno, un tempo triste ma che può diventare occasione di riscatto.
Una ultima nota. Ho lavorato talvolta con Philippe Daverio e mi ha colpito la sua morte; tuttavia, pur riconoscendogli effervescenza d’eloquio e capacità d’intrattenimento, non potrò riconoscergli, ma quello forse lui stesso non lo pretendeva, la qualità che dovrebbe distinguere un vero storico dell’arte. Ma la mia generazione era lontanissima nella preparazione al mestiere dalla sua e di altri.

DIARIO IN PUBBLICO
Il Lido: terra di polpacci e vecchi stizzosi

Il lento e inesausto raschiare di scope e ramazze preannuncia l’imminente chiusura della stagione estiva ai Lidi ferraresi. Attentamente i diversamente giovani s’applicano alla rimozione degli aghi di pino, che inesorabilmente riempiono ogni luogo, anfratto, via piazza, tende e giardini, fino a spingersi, trascinati dal vento, sulla passerella che porta al mare lontano.

In città, quasi un risveglio da un lungo torpore s’aprono fronti di dissenso coordinati da Mario Zamorani, a cui hanno dato rilievo scritti  di alto valore quali – solo per citarne quelli a me più vicini – quelli di Fiorenzo Baratelli,  di Federico Varese e di Alessandra Chiappini. Un vento nuovo che promette finalmente un serio ripensamento sul perché della sconfitta politica.

Frattanto con mossa astuta il festival del Buskers s’apre con la partecipazione di Gianna Nannini, a sorpresa, che raduna folla compatta senza alcuna protezione e rispetto per la distanza. Ma si sa così accade tra musica live, discoteche, movide, come insegna la vicenda del locale del primo Naomo, che come ora è stato rilevato non è il vicesindaco di Ferrara, bensì Flavio Briatore proprietario del Billionaire e accanito negazionista della pericolosità del coronavirus.

Sulla spiaggia intanto l’affollamento si fa sempre più critico, con un’inesauribile passaggio di bagnanti e racchettanti. Dal mio punto di osservazione noto che dagli onnipresenti calzoncini a mezza gamba nella specie maschile escono polpacci mostruosi, che confermano l’assoluta prevalenza di un popolo di sportivi che ciabattano, strisciano le infradito, s’avanzano indolenti a raggiungere il tavolo pronto, dove s’avventeranno sulle delizie mangerecce.

Ma quest’ultima ondata a giudizio del vecchio stizzoso (la categoria a cui  appartengo) produce un allentamento, non tanto delle misure anti covid, ma della dignità vestimentaria. Così delle famigliole che s’aggruppano festanti, ignobilmente vestite, chi si salva sono solo i pelosi che li accompagnano. I loro compagni umani traversano, strade, viali, e luoghi di mercato semisvestiti, quasi nudi coperti dal solito zaino lasciando scie di profumo scadente, di olio da sole, di sudore.

Allora il vecchio stizzoso apre la tv per confrontare se il modello esce da quella fonte. E viene sommerso da orde di pseudo-cantanti vestiti in modo assurdo, accompagnati da schiere di chellerine (ah! Finalmente l’uso di una parola esatta), che servono loro la possibilità di un’esibizione ‘moderna’. Non parliamo poi dei gesti e delle pose dei calciatori con tutto il rituale di cui mi occupai qualche puntata fa.

Quindi la giustificazione dei ‘vestimenta laideschi‘ ha la sua origine e giustificazione dal modello televisivo, che impone come riferimento assoluto la volgarità. Non è dunque scontato che rifacendomi ad antichi studi e ad amatissimi poeti mi torni in mente il celebre incipit di Eusebio-Montale che così suona:
“Felicità raggiunta si cammina per te sul fil di lama” che potrebbe tramutarsi in “Volgarità raggiunta si cammina/per te ormai desnudo/e quindi non si vesta chi più t’ama”.

Chissà se il Laido mi rivedrà ancora negli anni futuri. Frattanto trasloco i libri nella casa-madre e, mentre raggiungo finalmente in ascensore, non più arrancando per scale sempre più difficili per raggiungere il luogo di studio, m’immalinconisco pensando cosa è e cosa avrebbe potuto essere il Laido degli Estensi.

DIARIO IN PUBBLICO
Il bombolaro e altre storie del Laido

Tra una bomba d’acqua e l’altra, tra epiche montagne di spaghetti allo scoglio, tra il su e giù dei vacanzieri in infradito e polpacci in vista, ingordi del passeggio sul trascurato e discusso viale Carducci epicentro della popular-movida, succede che i miti e rassegnati pseudo-radical-chic-noi, in lotte perenni con il dirimpettaio che esonda la strada con acqua e detersivo, proibitissimi in suoli pubblici, stiano cuocendo le tagliatelle da servire con vero pesto alla genovese agliato, quando, d’improvviso, dal fornello si alzano lunghe, fumose, giallastre lingue di fuoco. All’unisono risuona il verdetto: “La bombola del gas è finita!“. Immediatamente ci si precipita a telefonare all’unico distributore in zona. Risponde una voce severissima che annuncia l’arrivo: ore 16. Mi metto in moto un quarto d’ora prima e arriva il bombolaro. Il deposito delle bombole non è al piano, ma nel cortiletto dietro, chiuso da una saracinesca che impedisce, come del resto si è avverato, l’accesso a chi è in vena di furti. Chiedo se per cortesia mi aiuta ad alzarla, ma il gentiluomo con aria severissima mi spara un “niet!” degno d’altri tempi, visto che il suo è un altro lavoro che non contempla questi abbassamenti lavorativi. Umiliato e imbarazzato penosamente m’attacco non al tram ma alle sbarre. Inutilmente; finché il bombolaro sbuffando m’aiuta. Con fare rabbiosetto mi cambia velocissimo la bombola e sentenzia: “40 euro”. Gliene allungo 50 e ancor più brontolando scava tra i soldi che estrae dalla tasca finché trova il decino di resto e sparisce, ammonendomi di lasciare la saracinesca alzata se non riesco a chiuderla. Penso frattanto “Ma la ricevuta? Che sia un accordo tra impresa e amministrazione non lasciarla?”. Un parente che di queste cose s’intende sentenzia che siamo in regime di monopolio, lasciandomi a meditare.

Ai ‘laidensi’ l’ardua sentenza.

Ci arrischiamo in spiaggia dopo giorni e finalmente raggiungiamo la postazione, helas! accanto al campo di beach volley. Una troupe di ragazzini gioca e condisce il ritmo con un infilata di bestemmie che fa rimbombare le orecchie. Indifferenza totale da parte dei vicini d’ombrellone in parte, immagino, parenti. Alla più sonora chiamo il bagnino, che imbarazzato mi spiega che ha provato a zittirli senza successo. Chiedo allora di cambiare posto, ma nel tempo ferragostano risulta la mossa una pia illusione. Mentre digerisco la sconfitta arriva il mio pronipotino chiamato Sapientino: otto anni e trionfante mi annuncia che in settembre diverrò zio di un peloso, Benny, che spesso verrà lasciato da noi. Si aprono i cieli, squillano le trombe trionfali e mi sento felice. Sapientino sorride sornione, esibendomi le prove fotografiche dei genitori del cocker e della tenerissima bellezza di lui. Ci guardiamo negli occhi e riprovo dopo tanto tempo il sapore della felicità e nel cuore risuonano i versi di Eusebio-Montale:

Felicità raggiunta si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Mi alzo indifferente alle provocazioni delle ‘sciacquette’, che come un mantra ritornano dal mare borbottando bestemmie.

Per fortuna ancora di giovani sani di cuore e di mente ce ne sono tanti.

DIARIO IN PUBBLICO
Onda su onda: vivere al Lido

Inesorabile il termometro scandisce le ondate di caldo che tra Comacchio, Porto Garibaldi, Lido degli Estensi e il resto dei lidi comacchiesi come flussi e riflussi investono i bagnanti – si fa per dire- avvolti nella pellicola sudaticcia del reale e percepito: 32/37 °C, come m’informa in questo momento lo strumento consultato. M’arrivano dalla ancor più infrequentabile città di Ferrara immagini confortanti. Chiarina si è laureata e agli zii trepidanti viene mandata la foto rituale di lei bellissima con il serto d’alloro e il sorriso trionfante. Scaramouche dall’alto della sua pelliccia assiste pensoso alla richiesta di un compagno beagle molto difficile da ottenere. Filippo glossa che, a forza di chiamarlo Scar, qualcuno lo potrebbe prendere per uno sputacchio piuttosto che per un gatto di sì nobile razza.

Intanto, tra il brontolar dei gabbiani, si odono notizie sempre più minacciose sul destino riservato al capoluogo dei lidi comacchiesi. L’opera non eccelsa dell’architetto Cervellati, che aveva trasformato in una improbabilissima folie settecentesca il viale Carducci, sembra destinata allo smantellamento. Così sussurrano le voci comacchiesi, che reggono una amministrazione improbabile causa l’assenza del sindaco. Nel vialetto della mia via cumuli di aghi, come le balle del fieno, ricordano film famosi come Novecento. Gli abitanti rincorrono i pochi addetti alle pulizie che s’avventurano a spazzolare le vie principali e a chiedere ragione del perché di tanto disservizio. Stancamente per l’ennesima volta viene risposto che “il camion grosso” non può entrare nella via stretta e che l’amministrazione non ne possiede uno piccolo che raccolga i cumuli, ormai ricettacolo strepitoso di cacche canine. Alla minaccia di informare i giornali di tanta trascuratezza s’alzano gli occhi al cielo e il discorso scivola via, come la schiuma traboccante dai tombini occlusi. Ma le novità non finiscono qui. Si mormora che già siano stati presentati progetti che innalzerebbero al posto del vecchio albergo cadente, chiuso da anni, una torre di 13 piani!!! Alla faccia di tutte le case disabitate e quasi in rovina. Ma se Atene piange, Sparta non ride (o viceversa).

La perlina dei Lidi, quello di Spina, sembra in disarmo. Ormai quasi del tutto priva di esercizi pubblici vive ancora del ricordo di una imitazione del Forte dei Marmi, dove poche famiglie si ritrovano a ragionare del tempo che fu nelle loro case. Eppure Spina non è ancora il Forte, nonostante il cantante Bocelli insista nel trasformarlo in un luogo infrequentabile. Ma il Laido sa risollevarsi a volte con una forza che sembra mutuata dall’esempio di un celebre film di Olmi, L’albero degli zoccoli e così scrive una pagina che risolleva la fiducia nel mondo e nell’operatività e nell’intraprendenza umana.

Un babbo barbiere e una mamma che ha frequentato le cucine dei paesi hanno tre figli: Enzo, Davide, Matteo che lavorano in fabbrica. Sono sposati a tre belle ragazze e a loro volta mettono al mondo sette figli: sei femmine e un maschio, ultimo frutto del tatuato Enzo. Lavorano in fabbrica e decidono di tentare la fortuna creando un bagno, che fosse luogo di svago, ma che rinfrancasse i clienti con una cucina che fosse all’altezza della migliore tradizione emiliano-romagnola. Così interpellano amici pizzaioli e cuochi e affidano l’approvvigionamento delle merci, operazione fondamentale, a Piero il babbo barbiere dal calzino candido; la sovrintendenza della cucina alla mamma Costanza di nome e di fatto. E alzano una grande insegna, Onda blu che campeggia su un candido telone. Ora il lavoro comincia a dare i suoi frutti. I tre figli preparano tavoli e servono vivande deliziose, le mogli s’adoperano a procurare bevande e alla cassa, sotto l’occhio di Piero che tutto osserva dall’alto del suo sgabello, quando non è occupato nelle lunghe ore della spiaggia a giocare alle tradizionali partite con i suoi amici; Costanza esibisce il cappellino portato con la visiera dietro, tra una chiacchera e l’altra con le clienti più agées. Delle brave ragazze che parlano bene le lingue e si procacciano il denaro per andare a studiare all’estero ti servono festose.

Un bell’esempio di capacità, intraprendenza e di un po’ di fortuna, così dal Laido ci trasferiamo al Lido degli Estensi!

DIARIO IN PUBBLICO
Aghi, scope e gabbiani

Quasi una maledizione s’abbatte su questo Diario, il primo che scrivo all’arrivo al Lido degli Estensi dopo le frescure di Vipiteno.
Al trionfale punto di chiusura, questa mattina spingo un tasto e lo scritto diventa irrecuperabile. Segno evidente della vendetta del Laido alle critiche affettuose che da anni gli invio. Dotato dunque di pazienza mi risolvo a riscrivere i miei appunti, confortato anche dall’arrivo di Scaramouche il favoloso gatto dal pelo anallergico che è la vera vedette della casa dei miei parenti.

Esattamente una settimana fa arriviamo, accompagnati generosamente dagli amici montano-ferraresi Peter e Delberta. Veniamo accolti dagli scudieri, che ci fanno trovare una casa perfetta nonostante il furto dei ricordi commesso da una banda – si suppone – di balordi che hanno trafugato oggetti e soprammobili in tutte le case della via. Si sono salvate le tracce canoviane del mio appartamento, che nel loro gelido biancore mi ricordano i luoghi fiorentini e bassanesi che hanno accompagnato il mio percorso culturale e di vita.

Uno starnazzìo confuso, lunghi gemiti che sembrano pianti di bambino ci tengono compagnia all’apertura della casa. Sono loro, i gabbiani, non miti creature come il mio compagno criceto, che sfogano la loro protervia con l’urlo ininterrotto della fame. Matteo mi fa leggere il secondo episodio della sua saga. Paulino l’albatro buono e poco scagazzone ha sposato Aluccia. Hanno bambini che esprimono i loro diritti anche se debbono combattere con i parenti protervi: il re e la regina. Frattanto loro invadono ogni sommità possibile, case, camini, alberi protestando sempre più clamorosamente.

La prima notte si sgancia una così detta bomba d’acqua. Tra lampi che illuminano a giorno il cielo si rovescia sulla terra. Dopo aver chiuso ogni finestra e porta mi accascio sulla poltrona e il mio sonno agitato all’alba è interrotto da sommessi movimenti di rastrelli e scope. Mi affaccio e vedo pazienti umani che meticolosamente creano pile di aghi e rami di pino spezzati, sperando nell’arrivo salvifico dei mezzi pubblici di raccolta. Invano. La notte successiva stessa storia. I tombini stracolmi e intasati rigurgitano acqua sporca e addirittura schiuma, che lentamente invadono lo stradello del mio giardino, nonostante ci si adoperi a sgorgare le caditoie. Il lavoro sbagliato, già denunciato l’anno passato, imperterritamente dà i suoi frutti velenosi. E i gabbiani urlano e gridano.

Tra una bomba e l’altra mi trascino stancamente in spiaggia per leggere il deludente ultimo e inedito romanzo di Camilleri, Riccardino e frattanto osservo il rito della spiaggia. Lentamente risalgono dalla battigia, dove si trovano i banchetti dei vestiti, le fedeli clienti. Sugli immensi lati b, sui petti maestosi svolazzano veli, stoffe ricamate, sciarpe. Sono consce della loro ‘modaiolità’ e indugiando arrivano all’altezza dei campi di beach volley davanti al quale c’è il mio ombrellone. Qui si consuma il vero e amato oggetto delle vacanze: la partita a questo sport. Dagli otto ai 90 anni si esibisce il rango e la qualità, mostrando l’oggetto del desiderio: la racchetta che, a seconda della marca, rappresenta il vero status symbol e viene portata come scudo sulle spalle. Pantaloni a mezza gamba, maglietta, sorriso sdegnoso completano la vestizione, accompagnata da, chi ne ha, arruffati capelli che spuntano da berretti portati con la visiera dietro. Il tutto accompagnato da viso scuro e leggermente incazzato. Le ragazzette che esibiscono glutei rispettabili, capelli lunghi all’apparenza non pulitissimi sfoggiano la loro ultima arma di seduzione: la bestemmia. E non esagero. Io stesso le ho sentite con aria irridente sacramentare tra i circoli sempre più stretti delle biciclette dei loro giovani partners.

E allora capisco che in questo clima di covid-19 l’intera Italia si adegua ai nuovi valori (!).
Sul corso si osserva il prodotto della crisi: negozi semi-vuoti, affannoso su e giù dei villeggianti, pelosi canini di ogni razza si annusano, s’incontrano, s’abbaiano. A mezzo viale una lunga fila denuncia la presenza dell’unico vero negozio in attivo: la farmacia. Qui pazienti giovani dottori dispensano consigli, medicine, prodotti di bellezza. Hanno parole gentili e non si rifiutano alle geremiadi di ogni tipo e qualità.
Poi alla sera, mentre forse si prepara un nuovo diluvio, il noto tramestio di scope e scoponi sigla ancora la nuova dimensione lidesca e forse ancora laidesca.
Aghi, pini, gabbiani. Eppur bisogna spazzar.

DIARIO IN PUBBLICO
Gerne! / Volentieri!

Il cielo anche oggi qui a Vipiteno presenta matasse di nuvole, brevi piovaschi, sole malato e i villeggianti compiono senza sosta il percorso delle vie del centro. Miriam la nostra accompagnatrice taxista propone percorsi, ci invita a scuoterci dalla nostra inattività, a volte forzata, a volte scelta. Peter e Delberta fanno di tutto per farci uscire dalla nostra presunta apatia: ci organizzano gite a luoghi bellissimi e ormai familiari. Partecipiamo alle vicende del gatto ventenne malato Ulli che con Ute rappresentano la loro riserva di pelosi; ammiriamo con una punta di invidia la loro terrazza straordinariamente fiorita (c’è perfino una specie di begonia che si chiama Cleopatra!); beviamo l’Hugo, specialità del luogo, sapendo che il loro peloso canino a Ferrara si chiama Ugo e in hotel ci alziamo a metà pranzo per andare ad accarezzare il bellissimo setter rosso Kenny, che ci guarda con occhi languidi, stremato dalle gite che pretende e vuole.

A questo punto il criceto mi prende da parte e mi confessa che, essendo finita la trasferta a Vipiteno e avvicinandosi il sabato in cui approderemo al Laido degli Estensi, ha deciso di lasciarmi e di trascorrere il resto della sua vita tra i prati e valli in fior, qui dove la natura ha ancora senso. Rispondo immediatamente: Gerne! tradotto ‘Volentieri!’; così dopo una strofinatina alla guancia, il criceto sceglie la libertà e si dissocia dal suo umano.

Nei lunghi anni qui trascorsi però ancora mi scuote questa interiezione, che ad ogni istante risuona, pronunciata con tono gentile e suadente: ‘Volentieri!’. Le ragazze del ristorante, che ogni sera indossano un costume diverso e nascondono la loro bellezza dietro la mascherina, parlano con gli occhi e, proponendo piatti o levandoli, accompagnano il cambio e il servizio con questo termine ‘Volentieri’ che traduce il tedesco Gerne e che esprime cortesia e buona volontà.

Mi dice il coltissimo Peter, che sarebbe il corrispettivo francese ‘pas de quoi’, ma è estremamente confortante sentire quel ritornello, anche se a volte residui di giovinezza, forse sprecata, m’inducono a pensare a certi servizi a cui favolose ragazze a precise richieste avrebbero potuto rispondere “Gerne!”

Imbottiti di cibo, di attenzioni e di pigrizia ogni mattina ci facciamo accompagnare in centro e ‘volonterosamente’ ci accodiamo alla massa che pazientemente percorre, come spinta da un destino il lungo corso, e qui  assistiamo a imprevedibili cambiamenti. I polpacci nerboruti delle squadre di ciclisti che abbandonano il loro cavallo d’acciaio per meritarsi una sanguigna grappa si trasformano in braccia altrettanto polpose; le loro compagne, provviste di poderosi ‘lati b’, trasferiscono quell’abbondanza sul petto, si muovono con solenne impaccio e trafiggono il riguardante sotto la continua e mai elusa protezione della mascherina. Dal mio osservatorio dietro una tazza di caffè vedo confondersi i tatuaggi che migrano impazziti e, monotono, alla mia richiesta di un nuovo ‘hugo’ risuona il ‘volentieri’, che mi schiaccia e mi ricolloca al mio posto.

A poco a poco mi prende anche la pigrizia libraria. Trascino faticosamente la lettura di tre testi che mi parevano interessanti da leggere, compreso l’ultimo romanzo dell’amico Hans Tuzzi/Adriano BonNessuno rivede Itaca, candidato al premio Dessì e lo trovo eccellente. Se mi si chiedesse un parere e se potessi premiarlo, risponderei “Gerne-Volentieri”. Ma ancora una volta l’attenzione si rivolge al mio Cesarito. Covid permettendo, aspetto con ansia la riconferma delle celebrazioni pavesiane a Parigi e a Torino e lotto con la caparbietà propria dei diversamente giovani costringendomi a leggere in e/book l’ultimo prodotto degli studi pavesiani: Pavese nel tempo a cura di Antonio R. Daniele e Fabio Pierangeli. Il percorso è faticoso e sicuramente alla proposta di poterlo leggere in cartaceo immediatamente risponderei “GERNE!”.

Non passo per Ferrara, dove l’accesso al Centro Studi bassaniani è ancora negato. Si deve procedere alla sanificazione; ma obbietta ancora il mio criceto, che rispunta fuori da un delizioso cespuglio di rose: “ma quando mai la sanificazione è necessaria dopo che libri e carte del Centro sono intoccati da almeno 4 mesi?”. Certo, capisco – relativamente – il poderoso lavoro a cui si devono sottoporre i lavoratori librari, ma esorterei l’Amministrazione a procedere più speditamente a porre questa necessità tra le primarie e a rispondere “Gerne!”. Purtroppo so che in questo momento non sono molto graditi miei consigli, così mi ritiro nel Laido degli Estensi, sperando che gli albatri, che mi guardano minacciosi dalle cime dei pini, alla mia educata richiesta di non mollarmela in testa possano rispondere: “VOLENTIERI/GERNE!”

DIARIO IN PUBBLICO. Vacanza pasquale

La ‘Pasqua con chi vuoi’ nei bei tempi andati era una minaccia che tentavo di esorcizzare ogni anno ricorrendo a trucchetti simil-ignobili che si riflettevano sulla scelta di sollecitare (figurando entusiasmo) ai miei parenti il prestito di un appartamento ai Lidi Comacchiesi. Loro, ben consapevoli della mia falsità, mi bloccavano, dandomelo generosamente  e pregustando quale sarebbe stata la mia débacle. Quello situato al sesto o ottavo piano del più alto edificio del Lido estense  aveva il vantaggio di non essere umido e bagnaticcio come l’altro, ficcato dentro la pineta, ma poteva riservare la sorpresa che l’ascensore si bloccasse e fosse necessario farsi il tragitto a piedi (oggi però, le scale al posto dell’ascensore, è un’ottima precauzione).
La meta più agognata era quella di potersi recare a Ravenna, a fare l’ennesimo giro delle basiliche o sostare presso la tomba di Dante leggendo qualche brano della Commedia. Non proprio entusiasmante specie per chi sedeva al fianco della mia bianca 124. Mentre l’universo mondo s’ingozzava tra merende, pranzi, festini caserecci, consumando enormi quantità di cibo, noi avevamo già prenotato i nostri ristoranti top tra Comacchio e la laguna. Scelta che permetteva di trascorrere ore su ore per essere serviti, condensando il tempo non in un brunch ma in un pranzo-cena. Altro che i giovanili e insulsi aperi-cena! Poi, mentre le ombre si allungavano, tornavamo al silenzio lidesco tanto simile a quello che oggi ci circonda.

E ben che vada che non piovesse o la festività cadesse presto nel calendario!! Allora, muniti di ombrelli, trascinavamo gli stanchi passi per il viale: su e giù. Giù e su. La nota più eccitante era il mercato del sabato (e pensiamo adesso cosa significa quell’irraggiungibile luogo!) dove compravamo le cose più inutili, e che si concludeva, carichi di merci, al caffè. In tempi felicissimi c’era ancora il cinema, che ovviamente programmava i film più melensi della stagione, e talvolta, se mia madre era con noi, rivisti di seguito almeno due volte. Un evento clamoroso talvolta ci premiava. Poteva essere la presenza a Ravenna di Riccardo Muti, allora la festa era assicurata, nel suo salotto a parlare di Firenze e dei nostri amici. Ma l’occasione era sempre più rara, proporzionale alla fama mondiale del direttore.

Ora mi domando, dalla immobilità della mia postura di criceto, se il rifiuto dei Lidi fosse spiegato proprio  a causa di questo tempo sospeso, sonnolento, quasi inutile dovuto o  alla mancanza di ‘dané’, o perché le gite pasquali mi procuravano quel senso di tristezza dovuta proprio alla constatazione che Pasqua significava doversi divertire a ogni costo.
Nel ricordo però s’insinuano momenti dolcissimi: il borbottio di Eleonora amata amica/sorella che con me condivideva l’insofferenza del mare o l’arrivo di Romano con tutta la sua carica ed energia da scaricare in pranzi e cene nei luoghi più ‘buoni’ da lui conosciuti. Mi ricordo poi che dalla campagna avevo trasportato al mare l’intera collezione dei gialli di Agatha Christie, che venivano delibati tra l’umido delle lenzuola, avvolto in felpe mostruose.
Sono i ricordi che si fanno più vivi man mano che il tempo passa e il presente o il passato prossimo si sfumano e si falsificano, restituendo un passato remoto vivace, fresco, luminoso.

Quando poi arrivammo a permetterci i viaggi di lusso o a Parigi o in Egitto o negli States nei giorni prescritti, il silenzio si accordava al rumore delle città, alla grandiosità dei monumenti, alle notti bucate dalle stelle. Sarà vero, allora, che la pandemia ci obbligherà a ricostruire un presente/futuro che cancellerà quel passato a cui si rifà la vita di tutti noi? Mah!

Così mi compro la colomba pasquale, faccio l’ennesima telefonata alla farmacia per reclamare le introvabili mascherine, compio  una visita veloce al negozio di pesce in taxi per procurarmi le delizie ittiche, e… un colpetto di tosse mi mette subito in apprensione, ma passa presto e allora, scodinzolando a mo’di criceto, continuo il mio walk about  girando intorno, intorno al giardino, tra il prato fitto di margherite e le camelie trionfanti che se ne infischiano ormai delle ‘regolate’ del giardiniere ed esplodono selvaggiamente come un fiore dei tropici.
AVGURI come diceva la nonna.

DIARIO IN PUBBLICO
L’umanità del Lido

Si consumano gli ultimi scampoli di Ferragosto. L’altra sera al Bagno Onda Blu c’è stata la festa dei ricordi e la generosa e brava cantante intona “E se domani”.
Già domani. Quale domani? Quello prospettato dall’idolo del Papeete o una (per ora) improbabile coalizione che freni la deriva salviniana? Frattanto trionfalmente si clippetta sul campo di beach volley e orgogliosamente chiappe fiorenti risalgono dal mare mentre i maturi sudatissimi giocatori s’arrotolano una gamba dei pantaloni secondo le indicazioni degli idoli incontrastati del nostro occidente: i calciatori. Mentre degusto deliziose cappe sante che qui al confine col veneto si pronunciano “cape” vedo sdraiato al tavolo di fianco un peloso talmente bello da rimanere senza fiato. E’ un Bovaro del Bernese di due anni, si chiama Teo e ha negli occhi tutta la dolcezza, la compostezza la qualità di cui i compagni umani speso difettano. Mi catapulto a salutarlo e lui con grande dignità mi porge un zampa. Da far ingelosire le mie ragazze-cagnolone, la bionda Olivia e la compagna nera che si lasciano dolcemente accarezzare dopo il bagno.

Ma – ed è un pensiero ricorrente – se questi umani che urlano in Senato il loro veleno poi diventano compagni affettuosi dei ‘pets’ ci deve essere una stortura di comportamento. Forse che la dignità si deve affidare al peloso oppure anche quell’atteggiamento è falso ed ormai siamo precipitati in un baratro di insensibilità etica che fa amare cani e animali e rigettare come immondizia i poveretti raccattati dai barconi?
Riflettete gente. Riflettete.

Ma torniamo alla sfilata dei ‘pets’ sul viale Carducci dove purtroppo i pini s’abbattono sulla strada mentre il tempo incerto invita alla esibizione. O meglio alla parata. Dopo una sosta obbligata alla frequentatissima farmacia luogo di culto per noi diversamente giovani, ci si abbatte sulla panchina disegnata un tempo lontano dall’architetto Cervellati e ora minacciata di sfratto dal silenziosissimo sindaco comacchiese che vuole il restilyng del viale tra le infuriate proteste della minoranza di sinistra che invece propone di destinare quel denaro alla cura delle strade bucate e dei luoghi d’abbandono di cui i lidi comacchiesi sono un triste esempio. Si calcola in cifre notevoli l’abbandono dei turisti delle nostre spiagge. Ma cosa sarebbero se non fossero i L(a)idi, specie quello degli Estensi, un luogo amato dai proprietari di ‘pets’?

E loro, i cani non i padroni, lo sanno mentre sfilano orgogliosi nelle loro elegantissime pettinature che così brutalmente contrastano con le casuali coperture di stracci dei loro compagni umani. Lola, una lagotta bianca e marrone, tra l’orgoglio delle padrone, eleganti in questo caso, mi annusa con discrezione la mano che in questa passeggiata ha accarezzato tanti compagni pelosi. Passano almeno cinque cavalier king identici all’amatissima Lilla che ci ha lasciati qualche mese fa procurando un dolore incolmabile; passano volpini soffici come piume (i giovanissimi trasportati in carrozzino); passano boxer statuari con mezzo metro di lingua a penzoloni e gli orgogliosi meticci, e folle di jack russell terrier forse il più gettonato tra le razze.

E mentre mi appresto a subire l’ultimo attacco provocato dal concerto di Jovanotti (25 mila biglietti staccati per il concerto) che renderà inagibile per 2 giorni il Lido-Laido penso con tristezza mista a commozione che, forse, questo luogo così strano mi resterà nel ricordo e diventerà amato per i pets che lo frequentano e lo renderanno di nuovo e forse per sempre il mio Lido degli Estensi.

DIARIO IN PUBBLICO
The magic L(a)ido

Mi avvicino con cautela all’ombrellone in attesa del passaggio mattutino. Sfilano compatti nonni ciabattanti seguiti da figli/figlie annoiati, minuziosamente tatuati si suppone fin nei precordi e infine loro, i bimbi, spesso accompagnati da morbidissimi pets che, affascinati, tentano entrambi di intrufolarsi nei campi di volley dove l’istruttore – occhiali a specchio – seccamente dirige e comanda le cento palline ai giovanissimi allievi. Talvolta, quando difficilmente siamo ancora in spiaggia, arrivano i campioncini che tirano palle-mazzate tra il compiacimento degli astanti. Dal lontanissimo mare arrivano affannati i pronipoti occupati tra piscine e bagni. Matteo ha scritto una storia al computer, Marco aspetta con ansia il permesso di recarsi a Spina dagli amici, il dolcissimo Luca è stato fatto custode del tesoretto (un euro al giorno individuale, 2 euro cassa comune). Leggo libri straordinari e non mi accorgo dei cambiamenti radicali, promessi, ma non attuati per ora dal Sindaco di Comacchio che manda in campo rombanti e puzzolenti camion dal 20 luglio a rifar strade e marciapiedi. Il termine ‘follia’ è quello che più in questi giorni occupa le pagine dei ‘giornaloni’, come s’esprime il ministro Salvini, e anche dei giornalini come testimonia questa testata con cui sono orgoglioso di collaborare. E Follia ovvero ‘Folie’ era stata denominata dall’amico Cervellati il suo progetto quando lo realizzò nel 1993. Scrive il Comune di Comacchio: “È con il 1993 infatti che il Comune di Comacchio commissiona all’architetto bolognese Pier Luigi Cervellati il progetto per una nuova immagine di viale Carducci-Lido degli Estensi”. Uno spazio ormai riconosciuto come centralità.

Nella relazione generale del 10 luglio 1993 si legge: “La proposta è quella di creare una strada con un inizio e una fine. Un’entrata che è anche un’uscita e viceversa, un’uscita che è anche un’entrata. Un punto di arrivo che è un punto di partenza”. Una dichiarazione che ripeteva (forse) quel tema del post-moderno in quel decennio di gran moda. Basti pensare alla ristrutturazione delle sale nobili del Castello Estense di Ferrara eseguita da Gae Aulenti a cui ho preso parte che aveva un termine di 5 anni e che ancora trascina l’invecchiata proposta nelle sale sempre più banali della dimora estense. Ora le riunioni del sindaco di Comacchio affrontano il restilyng con queste dichiarazioni che si leggono sul sito del Comune.

1. I lidi ferraresi hanno da sempre avuto la vocazione di attrazione per le famiglie: in particolare il Lido degli Estensi è particolarmente frequentato da famiglie con bambini e ragazzi;
2. Analizzando nello specifico i rapporti socioeconomici che si svolgono sulla costa, appaiono evidenti le forti relazioni che si svolgono fra Portogaribaldi, Lido degli Estensi e Lido di Spina. Rappresentano un bacino unitario in termini di tipologia di utenza, di vicinanza e di flussi quasi a formare una piccola città lineare;
3. Appare molto evidente, transitando sui luoghi del viale, una situazione di scarsa qualità urbana e di degrado degli arredi e delle pavimentazioni. Solo la presenza dei pini marittimi superstiti allevia questa percezione;
4. La struttura del viale, così come è oggi, non tiene conto dei flussi, dei percorsi e delle polarità già presenti all’interno del luogo; è comunque necessario immaginare la fruizione estiva del viale dove nella maggior parte della giornata vige la zona traffico limitato e i fruitori sono liberi di vivere gli spazi in libertà con la possibilità senza vincoli fisici di attraversare la strada da un capo all’altro.

L’analisi dei fabbisogni ha portato alla definizione degli obiettivi di progetto:

1. Pensare ad un luogo che sia soprattutto un sistema di relazioni e che consenta ampia vivibilità attraverso la progettazione di vaste aree pedonali, ciclabili, di piazze e slarghi arricchite di panchine, sedute ed altri utili ed indispensabili elementi di arredo;
2. Dare forza e formalizzare i flussi e i collegamenti fra Portogaribaldi, Lido degli Estensi e Lido di Spina;
3. Proporre un progetto dove la qualità urbana è data anche dalla qualità degli arredi e dei materiali;
4. Abbandonare la totale indefinizione dell’attuale pavimentazione privilegiando l’uso di texture e colori diversi che possano, psicologicamente, definire a terra i flussi ciclopedonali, carrabili, di piazza, di viale, di sosta;
5. Mantenere, soprattutto in occasione di eventi, quando il viale si trasforma in una piazza estiva completamente pedonalizzata, la libertà di poter attraversare lo spazio senza barriere fisiche e senza ostacoli.

Che vuol dire? Forse meno di quello che a suo tempo significava la incongruente proposta di Cervellati, seppur in linea col proprio tempo.
Mi si permetta di analizzare la prosa terrificante in cui si descrive il nulla (almeno per chi scrive) della proposta. Lasciando da parte la ‘vocazione familiare’, come si dovrebbe intendere il dispiegarsi della ‘città lineare’? Al punto 2 problematico appare coniugare le ‘forti relazioni’ con “un bacino unitario in termini di tipologia di utenza, di vicinanza e di flussi”. Si può, inoltre spigare che, “ transitando sui luoghi del viale”, si può essere alleviati dal degrado. Da chi? La risposta: “Dai pini marittimi”. Come se ancora non ce ne fossero assai più fitti in altri luoghi del Lido! Un capolavoro poi è rappresentato dall’asserzione al punto 4: “La struttura del viale, così come è oggi, non tiene conto dei flussi, dei percorsi e delle polarità già presenti all’interno del luogo; è comunque necessario immaginare la fruizione estiva del viale dove nella maggior parte della giornata vige la zona traffico limitato e i fruitori sono liberi di vivere gli spazi in libertà con la possibilità senza vincoli fisici di attraversare la strada da un capo all’altro.” Uno sconnesso e arruffato discorso. Non è questa suppongo e mi auguro la modalità con cui si strutturerà il nuovo viale. Comunque un fatto è necessario sottolineare nonostante le possibili migliorie: la bruttezza di gran parte degli edifici che costeggiano il viale, salvo rari casi, che lo rendono un vero luogo commerciale quale un possibile supermercato all’aperto.

E questa non è colpa dell’attuale amministrazione ma delle tante che si sono susseguite dalla fondazione del paese. Cosa si potrebbe auspicare? Comodità, pulizia, servizi che funzionano e soprattutto avversare l’incuria che lo sta trascinando sulla via di un non ritorno.

DIARIO IN PUBBLICO
Ultima settimana al Lido col pensiero al terribile re

E tra una minaccia di temporale e les adieux di commiato si stanno concludendo le vacanze li/laidesche.
Il bagno Onda blu a stento mi riserva due posti e sotto il caldo africano degusto spaghetti allo scoglio memorabili. Corrono affannati familiari e amici a rendere piacevole la notte africana mentre una brava cantante naturalmente imparentata con i proprietari ci risveglia ricordi con canzoni del tempo che fu. Un ragazzo gentilissimo ci assiste. Scopro che si laureerà a breve a Ravenna in Conservazione e restauro dei beni culturali; Luca, il bagnino invece in Filosofia del linguaggio. E’ senza alcun dubbio il mio bagno e sdraiato sul divanetto oso l’innominabile: fumo mezza sigaretta per accompagnare il limoncello mescolato con la vodka. Insomma cose d’altri tempi poiché ho smesso di fumare più di dieci anni fa.
Non so se il tempo mi concederà altri soggiorni qui al Lido ma questa settimana mi riconcilia con una natura non del tutto distrutta dall’uomo. Ier sera salgo all’ottavo piano da mia cognata: il paesaggio è superbo. Sotto di noi la distesa ininterrotta del verde dei pini e in fondo tra le valli la luna quasi piena che sorgeva inargentata. Poi la dovuta penitenza di un ritorno tra i “tatuati” che ininterrottamente percorrono con prole e mogli, amiche, compagne il viale Carducci reso ahimè! inguardabile dalla follia del caro amico Cervellati, archistar bravissimo che lo ha trasformato in un incubo tra riprese copiate in un momento di cattiva digestione dai giardini del Settecento…
A casa mi aspetta un premio: il concerto dell’amico Riccardo Muti tenuto a Norcia il 4 agosto come lenimento e affetto per la città e il territorio colpiti dal sisma. Si eseguono brani del Macbeth di Verdi in forma di concerto. L’orchestra è quella dei giovani della Cherubini la formazione amatissima dal Maestro. Trascorrono i momenti più conosciuti e amati di questo capolavoro. Una Lady formidabile interpretata da, Vittoria Yeo nella scena del sonnambulismo dove perfino il “Macbetto” invitato a coricarsi non ci fa sorridere. E nella grande aria del “E’ tardi’ cantata dalla divina Callas e anche dall’altrettanto divina Verrett un volto mi appare dai tratti molto meridionali. E’ un ministro che incita il suo collega a compiere il passo fatale: “E’ tardi, è tardi ascendi al trono, accetta di regnar.” E infine Macbeth, Alessio Verna nel grande momento della sua disperazione. Vale la pena di citare il testo. Il terribile re sa che le sue azioni lo renderanno non solo inviso ma indegno ed ecco la sua palinodia:
Macbeth
Pietà, rispetto, amore (onore)
Conforto ai dì cadenti,
non spargeran d’un fiore
La tua canuta età.
Né sul tuo regio sasso
Sperar soavi accenti:
Ah! Sol la bestemmia
Ahi lasso!
Sol la nenia tua sarà!
E chi meglio del ministro del Viminale ora leggermente indagato potrebbe, dovrebbe ricordarsi del destino di Macbeth?
Muti alla fine del concerto ricorda giorni felici trascorsi assieme nella magia e nell’incanto di un luogo speciale a Firenze. E la sua amicizia con Slava Richter che insisteva sul concetto di sorpresa poiché la musica sempre deve sorprendere e l’ancor più incredibile affermazione del sommo pianista che gli rivela che la città per lui più speciale è Norcia.
Tempi memorabili di un passato felice che non potrà ritornare ma che diventa storia e ricordo fino all’immagine indelebile del concerto a ccui ho assistito, forse l’ultimo, tenuto in Italia da Richter a Mantova. Appoggiata al pianoforte un’unica, perfetta rosa bianca.
Arrivederci Lidi. La pioggia finalmente scende e ristora le chiome avvizzite dei pini di casa.
Tutti noi aspettiamo piogge riparatrici.

DIARIO IN PUBBLICO
Lezzi e lazzi in riva al mare sulle arie di Mozart

Dice Don Giovanni nell’opera mozartiana rivolto a Leporello: “Sento odor di femmina”. Qui al Laido degli Estensi nella settimana bollente del Ferragosto non si sente odor di femmina ma odor di marcio; infatti nonostante le cifre record versate al comune di Comacchio i cassoni esplodono d’immondizia non raccolta, le strade coperte da una spessa coltre di aghi di pino trasudano incuria, indifferenza, sberleffo che si riassume nella ormai italianissima frase “arrangiatevi”. E mentre schiere di imbufaliti rovesciavano rifiuti per terra vicino ai cassoni alla fine (domenica mattina) un poveraccio della ditta appaltatrice arriva a rimuovere con evidente fatica e da solo gli espurghi dei villeggianti. E se non pagassimo più il salatissimo conto che Comacchio invia ai proprietari delle case laidesche e si boicottasse l’ineffabile ditta Brodolini?
Così non resta che imprecare e ripromettersi di non mettere più piede in questo luogo abbandonato al più banale fai da te… se ci riesci.
L’amico Raffaele Manica solennemente annuncia in fb: “Mai letto un libro in spiaggia! Nascondo le pagine sportive dietro quelle dei grandi quotidiani.”
Invece da sempre la lettura o meglio la ri-lettura di testi considerati sacri mi serve ad isolarmi dal piccolo mondo degli ombrelloni, dalla vista di pelli tatuate, di lati b eccessivi, di rigogliose panze (non piante). Sto leggendo il saggio di Massimo Mila sul “Flauto magico” prossimo impegnativo lavoro che in ottobre inaugurerà la tre giorni ideata da Anna Dolfi a Firenze sul tema “Notturni italiani” Confronterò il testo dell’opera mozartiana con la Notte cantata da Pindemonte, con l’”Incubo” di Füssli, con la Regina della notte del “Flauto magico” e con il meraviglioso film di Ingmar Bergman sull’opera mozartiana. Ciò che unisce questi temi è la necessità di sconfiggere la notte della conoscenza e riportare la luce; cosa non molto conosciuta dall’attuale governo con la pervicace sua convinzione di rimandare l’obbligatorietà della vaccinazione. Da buon radical-chic (o shit a seconda di chi mi giudica) nella finzione da spiaggia tengo per la notte, forse obnubilato dall’insopportabile vampa di calore che tutto opprime e tutto avvolge. Così la Regina della notte con i suoi gorgheggi mi affascina e pure tengo per il negro cattivo Monostatos. Rifletto: nel secolo dei lumi, nella luminosa massoneria (quella vera non alla Berlusconi) che avrebbe dovuto produrre l’accesso al tempio solare della bontà, della tolleranza, dell’amicizia perché il cattivo rimane il negro? A cosa aspira Monostatos? A quella uguaglianza di razze, al principio di tolleranza e dell’amicizia? E Monostatos vuole avvicinarsi alla pelle bianca di Pamina, a baciarla, ad accarezzare quelle carni bianche. Invano. Il suo noiosetto padrone Sarastro somma luce del tempio perché lo tiene? Sarebbe come imporre i desiderata dei giallo-verdi con le ‘prove’ richieste da Tria.
Sono consapevole che queste sono riflessioni da bar sport indotte dal caos che nessun tempio della saggezza saprebbe risolvere; così forse per capire a quale punto della notte stiamo arrivando occorre capire l’argentea cattiveria del regno della notte. Volfango ne era ben consapevole. Alcuni grandi saggisti suppongono che la figura del cattivissimo Monostatos come rileva Mila “è tracciata nell’opera con un tocco di popolaresco, ma innegabile razzismo” e si deduce che probabilmente fosse mutuato sul più rispettabile nero di Vienna, amico di Mozart e appartenente alla stessa setta massonica: Angelo Soliman.
In Mozart c’è tutto. Secoli prima. E ancora il simpatico Pappageno col suo vestito piumato, ‘normale’ giovane che cerca la sua Pappagena è anche lui illuminato e sussulterebbe all’ultima trovata del nero Salvini che solleticando l’aspetto più retrivo dei cattolici di destra vorrebbe imporre in luogo di genitore 1 e 2 padre e madre cancellando così 50 anni di lotte per la genitorialità.
Dalla giusta lotta per l’affrancamento dei popoli come accade per il giacobinismo che produce Napoleone possiamo capire quanta strada c’è ancora da percorrere per i ‘negri’. Dalla insopportabile “Capanna dello zio Tom” alla Mamie del film “Via col vento”.
Ora i negri vagano sui battelli e gommoni nel mare ‘nostrum’ o raccolgono pomodori a 2 euro all’ora.
Cosa sarà capace di fare il governo giallo-verde. O meglio il vero ‘capo’ che si chiama non Conte ma Matteo Salvini? Nella domenica del ballo in spiaggia, timidamente s’avvicina il ricciuto bagnino Luca e mi domanda cosa insegnavo all’Università. Glielo ho detto ma mi rimane la curiosità per quella domanda. E scopro che oltre a fare il bagnino e a giocare a football americano (o qualcosa del genere) , Luca si sta laureando in filosofia del linguaggio.
Quanti giovani così straordinari nasconde questa Italia che non si merita di diventare Itaglia?

La luna rossa al Lido degli Estensi

E ‘a luna rossa mme parla ‘e te,
Io lle domando si aspiette a me,
e mme risponne: “Si ‘o vvuó’ sapé,
ccá nun ce sta nisciuna…”
E i’ chiammo ‘o nomme pe’ te vedé,
ma, tutt”a gente ca parla ‘e te,
risponne: “E’ tarde che vuó’ sapé?!
Ccá nun ce sta nisciuna!…”
Luna rossa,
chi mme sarrá sincera?

I versi della canzone Luna rossa cantata dal nazional-popolare Claudio Villa nel 1954 questa sera risuonano di bagno in bagno mentre ci si avvia in numerosa schiera –cognati, nipoti, e tre super pronipoti- all’Onda blu dove ci aspetta un cena memorabile. Sembra di essere al Lido d’antan.
Un cielo stupefatto inquadra nel blu il disco rosso che s’affievolisce fino a scomparire mentre Marte fa capolino e i fasci di luce come impazziti vagano accompagnando i selfie tra il mormorio di grandi e piccini.
Ho suggerito alla compagnia d’indossare qualcosa di bianco perché è la sera di ‘Bu el can’ il mese della luna piena nella tradizione ebraiche che quest’anno festeggia proprio la ricorrenza il 22 luglio. I giovani in Israele vestiti di bianco salgono sulle colline di Gerusalemme per commemorare l’amore tra adolescenti che sta per nascere. Ci sediamo al nostro tavolo e tra una ‘capa santa’, un fiore bianco e la luna rossa il Lido sembra Capri, la Versilia, la Sardegna. Passata l’ora topica mentre gli amici già inviano le foto lunari uno strepito spaventoso investe il bagno. La musica sparata ‘a chiodo’, così m’informano i super pronipoti, cerca di superare quella del bagno vicino e quindi far prevalere le sue scelte. Improvvisamente si risvegliano gli istinti atavici del mio passato ballerino e con Matteo, Marco e il piccolo Luca insceniamo un ballo figurato tra i tavoli mentre la saggia consorte ammonisce “te ne accorgerai domani!” Così nel tempo del week end le difficoltà che rendono il Lido Laido sembrano lontane. Luca esibisce nel suo nuovo negozio frutta squisita e il mio ristorante preferito, Al Ragno, offre le sue specialità della tradizione toscana mentre s’intrecciano con Paola dotte conversazioni tra un piatto e l’altro. Paola che lascia il suo lavoro di legale per aiutare la sera i genitori a servire quei prodotti toscani che trovo irrepetibili come la loro ribollita. Più in là la mia incompetenza da computer trova sollievo e aiuto all’Edicola Biolcati che porgendoti al mattino il mannello di giornali freschi freschi tecnicamente ti aiuta a ripiombare anche nella tristissima ‘realtà’ politica.
Il pericolo sta proprio nella minaccia di dimenticare queste e altre tradizioni che avevano fatto del Lido un luogo sereno fino all’immonda urbanizzazione e alla trascuratezza dimostrata dalle ultime amministrazione nel preservare e proteggere ciò che resta dell’antico ambiente.
E a questo pericolo bisogna porre rimedio.
Tra le volte dei pini colombacci e gabbiani stridono invocando un cambio di passo, una ripresa politica che non deve ignorare la cultura e non renderla fascisticamente ‘culturame’.
Ce la faremo? Potranno i lidi non essere più laidi?
Nel frattempo la spartizione del potere prosegue a ritmo serrato tra le fila del governo giallo-verde e pensando a certe scelte vedi la Rai potremmo con Claudio Villa ripetere l’immortale ritornello di Luna rossa:
E ‘a luna rossa mme parla ‘e te,
Io lle domando si aspiette a me,
e mme risponne: Si ‘o vvuó’ sapé, ccá nun ce sta nisciuna/o.”
Poi corro da Simon’s a mangiarmi il suo cono gelato ripetendomi: “Se prendiamo consapevolezza si può star bene anche al Lido degli Estensi”.

I racconti del Lido/8
Notte ferragostana: l’alba del giorno dopo

Per il Ferragosto traverso il porto-canale e mi reco a cena a Porto Garibaldi. La terrazza dà sul porto dà proprio sulla banchina del magazzino del pesce. Lì si affollano i partecipanti alla Festa dell’amicizia che a frotte di centinaia si stringono attorno all’enorme paiolo dove friggono sarde e alici distribuite gratis. Silenzio irreale. Le ultime strida dei gabbiani che sfrecciano ma non osano atterrare vista l’enorme quantità di umani intenti a manducare e a comprimersi sulla banchina. Poi il silenzio è rotto dalle ben conosciute melodie romagnole che attaccano ‘Romagna mia’ e i ballabili resi famosi da Raoul Casadei. L’odore del fritto si mescola con quello delle tamerici naturalmente ‘salmastre ed arse’ e dei pini. Un perfetto retour à l’enfance!. E noi che negli anni ci recavamo in estivi pellegrinaggi in Camargue o a Sète la ‘Seta’ occitana non potevamo sapere che qui in una notte perfetta si coglieva la stessa atmosfera. Sulla terrazza scelgo un posto che m’impedisca la vista della skyline del lido estense. La cena è sontuosa. A questo punto – è quasi mezzanotte – comincio a dare segni d’irrequietezza. Benché la Lilla sia stata debitamente sedata s’avvicina il momento dei botti. Minaccio d’andarmene da solo con lei perciò ci avviamo frettolosi mentre dalla macchina i primi fuochi cominciano ad illuminare il cielo.

Leggo nel Venerdì della ‘Repubblica’ del 12 agosto una notizia straordinaria firmata da Giulia Villoresi: “L’audace colpo dei fuochi d’artificio: non fare rumore” che racconta come Sanremo abbia raccolto firme contro questo tipo di spettacolo già bandito nelle zone residenziali di Londra ma anche di Aosta, Genova, Torino, Messina. Questa iniziativa si oppone alle sciagurate scelte che ancora si compiono a ‘Ferara, stazione di Ferara’. Mi riferisco al non mai abbastanza deprecato incendio del Castello e alla sciagurata insistenza su uno spettacolo ormai messo al bando da molte città italiane per l’altissimo tasso d’inquinamento acustico la cui soglia di sopportabilità per la World Health Organization è fissata in 120 decibel mentre i fuochi d’artificio non scendono mai sotto i 150. Ora sembra che i fuochi d’artificio silenziosi possano sostituire quelli rumorosi ormai obsoleti. Scrive la Villoresi: “Dalla tecnologia sta emergendo una nuova pirotecnica più etica, più colorata (nei fuochi silenziosi, meno ‘esplosivi’, gli effetti cromatici si disgregano più lentamente) e in qualche modo più intima (questi fuochi raggiungono altezze molto inferiori rispetto a quelli canonici). In una formula a basso impatto ambientale ma ad alto impatto emozionale”.
Chissà se allora al vecchio Castello sarà risparmiato questo ultimo insulto, se si dovranno trasferire in altro luogo, ancora, le opere d’arte lì esposte per la ‘sceneggiata’ e se noi amici dei pelosi alla fine non saremo più costretti ad addormentare i nostri animali o traslocare per qualche sera dalla ‘città delle 100 meraviglie’!

Lentamente il Lido s’addormenta a tardissima notte. La Lilla russa sul letto e ormai le feriae Augusti stanno passando.

Nella spiaggia vuota del mattino di Ferragosto un Lido deserto si offre finalmente in una sua surreale bellezza. Indosso la maglietta comprata a Bayreuth nel 2009 alla rappresentazione del ‘Tristan und Isolde’. Ci sono scritte le parole di un melodia unica e immortale: “ O sink hernieder, Nacht der Lieber”

L’assonnato bagnino, il giovane Andrea, mi guarda interrogativo. Gli spiego la frase. Ora si chiama Tristano.

Si concludono qui i racconti del Lido. E il tempo, forse, mi riporterà sulle spiagge comacchiesi o forse no.

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IMMAGINARIO
Ciao estate.
La foto di oggi…

Ciao estate. L’estate sta finendo, davvero. La bella immagine di Maurizio Tieghi evoca questo momento in maniera struggente, efficace, vera. Le spiagge che fino a poche settimane fa erano frenetiche di attività e persone, adesso restano vuote e sole. Le porte di tante, sentite e accanite partite a calcio sulla sabbia sembrano solo un simulacro di qualcosa che non c’è più; pare persino strano che ci potesse essere tanto e con così tanta intensità. E’ il mare di fine stagione.

OGGI – IMMAGINARIO FOTOGRAFIA

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Lido degli estensi 2015 (foto Maurizio Tieghi, Fotoclub Ferrara)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

 

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Le risposte invano attese del sindaco di Comacchio

Curioso l’ atteggiamento del sindaco di Comacchio il pentastellato Marco Fabbri che a una sollecitazione da me inviatagli tramite uno dei giornali cittadini sulla situazione dei venditori abusivi sulla spiaggia del Lido degli Estensi non crede sia necessaria una risposta. Per rinfrescargli la memoria ripropongo parte della mia interrogazione. Avendo affittato ombrellone e sdraio in prima fila mi avvio a raggiungere il mio posto:

“[…]dopo centinaia di metri riesco a intravvedere la linea luminosa del mare e… sobbalzo. Davanti a me un infinito prolungarsi di sacchi, bancherelle, mercanzie stese al sole davanti a cui s’accalcano e toccano e valutano villeggianti d’ogni tipo […] Alzo poi l’occhio dalla lettura del mio libro e vedo passarmi accanto ed offrirmi oggetti di ogni tipo esibiti dagli ultimi della terra […]. A tutti oppongo un imbarazzato “no grazie” che a volte tradisce impazienza se la richiesta si fa insistente e imperiosa. Penso che quegli infelici si sudano letteralmente il tozzo di pane (molti vengono dl Bangladesh) offrendo oggetti assurdi che mimano e imitano i desideri delle folle che palpano e scelgono illudendosi di essere “in”, lasciandosi travolgere dal sogno della moda. Poi mi si dice (lo leggo sulla stampa locale) che chi sarà sorpreso a comprare merce sulla spiaggia potrà essere multato di una cifra che può raggiungere i 10.000 euro. Stupisco per lo sprezzo del pericolo dei miei co-villeggianti. Poi mi si rivelano dati inquietanti. I poveracci venditori […] sono in mano a mafie che sembra – dico sembra – minaccino i proprietari dei bagni di tagliare gli sdrai o altre azioni violente se avvertono gli addetti alla sorveglianza che a quanto pare dovrebbero elevare la multa agli acquirenti. E a lei, signor Sindaco, domando “Le risulta?” O son chiacchiere d’estate? Ma perché poi alcuni bagni non hanno davanti le bancarelle? Che si stendono più numerose davanti ai bagni in prossimità del porto canale? Mai vorrei portare danno agli ultimi disperati della terra; ma la prego si adoperi per trovare una soluzione decente e umana per questa inquietante situazione. Non bastano forse i balli lungo il viale Carducci rendere attrattivo il Lido degli Estensi. Non basta adoperarsi per trovare una soluzione alle “follies” che un archistar – del resto mio amico – ha graziosamente sparso per il suddetto viale rendendo ancora più evidente la bruttezza architettonica del luogo dello struscio. Si dia invece una risposta verosimile ai poveracci che malinconicamente trascinano sacchi di inutili pseudo vanità per dare l’illusione di un lusso che è invece miseria e sudore.”

Mi sembra che l’interrogazione non sia poi né offensiva né provocatoria, ma dal giovane Sindaco per ora non arriva risposta: chissà se riproponendogli il quesito su un giornale on line riesco avere una risposta visto che i seguaci di quel partito parlano e scrivono solo per via mediatica.

La situazione dei Lidi non è certo tra le più rosee. Teorie di cartelli con scritte “affittasi” o “vendesi” costellano sempre più numerose vie e piazze, ma nonostante questo minaccioso segno di saturazione o sovrabbondanza di alloggi sembra che la febbre edilizia non abbia fine e ancora al posto di villette della prima generazione sorgono orrendi caseggiati sempre più grandi che letteralmente soffocano il verde rimasto. E le spiagge si allungano e ogni bagno per sopravvivere deve impiantare piscine e ancor più fantasmagorici luoghi pseudo disneyani dove placare la voglia di divertimento dei più piccini poco propensi a sobbarcarsi centinaia di metri di traversata per raggiungere un mare che sembra un miraggio. Di tutto questo sembra poco importare anche a quel che resta di commercio locale ormai arroccato sulla difensiva e solo attento a non giocarsi anche i clienti più affezionati. Quando alla fine settimana i Lidi sono invasi dalle folle che ormai possono contare solo su quei due giorni di attività allora sì che diventa un’impresa riscontrare anche il più elementare segno di cortesia. Le spicce signorine o i crestati boys dei bar indifferentemente usano il “tu” per tutti: dal piccino al novantenne. Gli sguardi annoiati o altezzosi (caratteristica molto in voga nel ferrarese) si mescolano con il sempre più popolato e popoloso sciame di venditori abusivi costretti a ritmi allucinanti sotto l’implacabile sole mentre sempre più roco, quasi un’invocazione, si fa il tradizionale grido: “cocco bello”.

Penso a cosa sarebbero potuti essere i nostri Lidi che in quanto a natura nulla avevano da invidiare luoghi famosi come ad esempio le foci del Rodano. Ma qui hanno spazzato via le dune e la flora locale; hanno costruito luoghi di villeggiatura che volevano o potevano solo essere imitazione di una vita da spiaggia mutuata sulle più banali e ovvie soluzioni. Ora la natura sembra prendersi le sue vendette. L’ampliamento del porto canale porta con se un moto di reflusso che danneggia le imbarcazioni tanto da rendere necessario una specie di Mose che regoli l’entrata del mare nel porto. Le spiagge da una parte sono erose, dall’altra s’allungano all’infinito. Gabbiani e colombacci invadono i luoghi abitati rendendo pericoloso il transito e depositando sull’ignaro/colpevole villeggiante merde gigantesche che ti rovinano indumenti e umore.

Si discute appassionatamente se è giusto far pagare il posteggio a macchine e campers. Da un mese non ho mai visto nessuna forza dell’ordine municipale.

Dimenticavo. Un fiore all’occhiello dell’industria del nostro paese, le Poste italiane – dixit Passera – versano qui al Lido in una condizione allucinante. A fronte di file interminabili affrontate con una gentilezza commovente dal direttore e da un’impiegata mi vien spontaneo di chiedere perché non c’è una comune macchina che distribuisca i numeri della fila. La risposta desolata è che le Poste l’hanno rifiutata. E in più che un terzo impiegato richiesto non si è presentato. Per una banale operazione dai 45 minuti all’ora e mezza di fila.

Ed è per questo signor Sindaco di Comacchio che mi piacerebbe avere una qualche risposta e mi scuso se nella mia impotente indignazione talvolta al luogo di chiamarlo Lido degli Estensi lo chiamo per gioco ma anche con un poco di verità il Laido degli Estensi.

Quella barca ‘sfinita’, allegro monumento che saluta i turisti

Elogio allo squallore. Potrebbe essere il titolo dell’installazione d’arrivederci posta ai piedi del ponte che collega il Lido degli Estensi a Porto Garibaldi. Il “monumento” non può sfuggire neppure all’occhio più distratto, è giusto collocato nello svincolo d’uscita e si mostra in tutta la sua bruttezza. E’ una barca “sfinita”, giunta a fine corsa, le vele strappate, la vernice scrostata e, fino a qualche giorno fa circondata da onde di cellophane azzurre incastrate sotto la chiglia. Risultato: un classico effetto pattumiera, con la plastica sbatacchiata dal vento come fosse un groviglio di sacchi dell’immondizia sfilacciati e abbandonati sull’erba. Una meraviglia. Quel che si dice il trionfo del buongusto, una chicca d’autore capace di solleticare la curiosità di chi passa sulla Romea. Sembra di sentirli gli automobilisti in transito dalla parte opposta dell’imbarcazione, peraltro persino più triste del monumento ai marinai caduti di via Pomposa a Ferrara. “Guarda che bella idea, quasi quasi vado a farmi un giro agli Estensi”. Se tanto mi dà tanto, c’è da mettersi le mani nei capelli. Di chi mai sarà una pensata tanto brillante, che sta alla accoglienza come una cozza (nel senso di brutto) alla bellezza. Forse l’ideatore ha voluto replicare l’Italia dei rifiuti della passata Biennale di Architettura di Venezia, lo scrivo perché sono un’inguaribile ottimista. Certi esperimenti però hanno bisogno di background altrimenti è meglio lasciare perdere. E’ meglio spendere due soldi e seguire un corso di educazione estetica, se il denaro scarseggia si può sempre lanciare una sottoscrizione purché i creativi fai da te seguano con impegno le lezioni e la finiscano di offendere la sensibilità dei passanti a colpi di oggettistica orripilante confezionata in casa. Ci sono già abbastanza villette a schiera, case e residence che gridano vendetta per quanto sono inguardabili. Un consiglio: lo squallore non aiuta la vacanza e aggiunge aria di naufragio a una località che ha conosciuto tempi migliori. Molto ma molto tempo fa.

Aggiornamento del 4 luglio – Rimossa la barca del nostro scontento [leggi]

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Lidi: con il progetto idrovia
e il rilancio del porto,
gli Estensi sulla buona strada
per l’eccellenza

Al Lido degli Estensi, anche se con un tempo dal cielo scuro, alcuni lampi, un po’ di pioggia, il sole che a volte buca le nuvole, alcuni sguardi dal lungo mare, i lavori quasi finiti del porto canale, le settimane scorse stati foriere di una piacevole sorpresa, anche per chi come me da tantissimo frequenta questo litorale.
Se poi sei al secondo piano di una palazzina, dove la vista si fa larga e lunga, vedi i colori del mare che cambiano ogni mezz’ora, i segmenti bianchi delle onde sembrano quasi barriere sonore, la spiaggia deserta ti dà il senso di una serenità ricevuta, le barche a vela si alzano solo se c’è il vento giusto; poi, di notte, intravedi una trentina di pescherecci che cercano di raccogliere il pescato necessario per far vivere una famiglia.

Questi semplici ma significativi elementi mostrano un quadro d’insieme che, quando lo cogli, ti genera dentro un grande appagamento.
Siamo fermi, a pochi passi dal canale, tra le due grandi dune di sabbia, piene di arbusti, siepi ed erbacce, certamente non ben curate, e, nel mezzo, ci sono i tre bagni che ti offrono un bel contesto per riflettere, o almeno singolare. Una singolarità che nasce proprio dal mese primaverile di maggio, in cui solo puoi osservare: due che corrono sulla pista ciclabile, una madre con la carrozzina e la suocera, tre bambini sullo scivolo, una lunga distesa di sabbia senza ombrelloni, ma già spianata e pulita per l’arrivo di giugno e, vicino, un centro sportivo che si anima nel tardo pomeriggio. In un grandangolo che ti fa dire che queste cose le gusti solo ora, in un maggio per pochissimi ma, comunque, bellissimo.
Se, poi, vuoi fare due passi sul viale, c’è già qualcuno che ti aspetta, puoi comprare qualcosa, la solita gentilezza, senti parlare romagnolo, modenese, veneto e qualche straniero.

Che questo lido offra abbastanza è nelle sue corde, quello che piace segnalare è che, dopo la zona del Pettina, vicino al canale Logonovo, la parte centrale resta ancora la più animata e viva. In più, abbiamo scoperto il rilancio della “vecchia zona del porto”: quella fontana a getti d’acqua, una rotonda originale con attorno tutto quello che serve ai villeggianti e un lungomare nord silenzioso, quasi a precostituire un dopo del nuovo porto canale e la passeggiata che fra poco andremo a percorrere.
Evidentemente ci voleva proprio il progetto idrovia per smuovere vecchie incrostazioni demaniali e marittime, per fermarci solo qui, e riempire con nuove scenografie le contiguità tra le due porte di Venezia e Ravenna che restano il limite del vialone del Carducci.
Forse resta solo da fare una bella pulizia alla pavimentazione, alle aiuole aggiungendo accuratamente fiori, alcune luci e la giusta animazione, per dare quel “la” necessario e raggiungere l’“eccellenza”, produrre la perla che mette insieme i sette lidi di Comacchio.
Che la crisi possa passare valorizzando al meglio i tanti turismi che possiamo offrire, dipende anche da tutti noi, e sono certo che ci riusciremo.
Speriamo di non doverci ricredere, carissimi lidi… tanti auguri!

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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