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RITORNO A SETTEMBRE:
scuola: dallo spazio che “insegna” allo spazio che “consegna”.

Quando c’era Profumo. Chi lo ricorda? Sono nove anni, poco meno di due lustri, eppure sembra un’epoca lontana, ancora appartenere al secolo scorso. Profumo è stato ministro della pubblica istruzione nel governo Monti. Nel 2012 si è intestato un convegno, tenuto a Roma, molto importante, con una sineddoche per tema: “Quando lo spazio insegna”, nuove architetture per la scuola del nuovo millennio.

La scuola open space, senza aule, né corridoi. Dove studenti e insegnanti lavorano in modo collaborativo, sfruttando le possibilità offerte da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Una scuola aperta tutto il giorno, disponibile alle contaminazioni con il territorio: scuola vera e propria al mattino, centro sportivo e di aggregazione al pomeriggio, centro di formazione per gli adulti alla sera. Queste, nelle parole del ministro di allora, le conclusioni del convegno, perché la scuola della società della conoscenza richiede spazi modulari e polifunzionali, facilmente configurabili ed in grado di rispondere a contesti educativi sempre in evoluzione.

Il suggerimento uscito dal convegno era quello di alzare lo sguardo sulle esperienza delle  scuole europee che avevano intrapreso un percorso di ripensamento dell’ambiente di apprendimento. Siamo al dunque, e la legge sull’edilizia scolastica è ancora quella dal 1975, con le aule come unità didattica. Ora che si studiano gli spazi il principio è sempre lo stesso.

Quando si deve mettere in sicurezza un luogo o lo si chiude o, se si tiene aperto, occorre considerare attentamente l’uso a cui è destinato quel luogo e quali attività in esso si svolgono.
Non so chi abbia coniato la pessima espressione “classi pollaio”, so però che la promessa di eliminarle contiene un inganno, perché anche quando si riducesse il numero dei polli il pollaio resterebbe sempre un pollaio. La scuola magazzino, la scuola silos di generazioni non funziona più, non da oggi, ma da tempo. Un tempo nutrito di riflessioni pedagogiche e di esperienze, ma sempre un tempo che la scuola ha tenuto distante da sé.
E, dunque, si continua ad ignorare la necessità di aprire il pollaio, di abbattere le mura del magazzino, di demolire i silos. Ci si comporta come se fosse scoppiata l’aftaepizootica e la soluzione consistesse nel distribuire gli animali in più stalle a ruminare come prima.

Con “andare a scuola” noi intendiamo l’impegno ad apprendere e a studiare, che però non vuol dire per forza di cose stare tutti insieme in una aula ogni giorno per duecento giorni all’anno, come non significa che giunge un momento nella vita di ciascuno di noi in cui si smette di “andare a scuola”, nel senso che si cessa di studiare.

Un aspetto su cui è opportuno fare chiarezza è che ‘cultura’ ed ‘educazione’ sono due cose distinte che non vanno mischiate tra loro come spesso invece ci accade di fare.
La questione se la poneva Lev Tolstoj intorno agli anni Sessanta del diciannovesimo secolo. Tolstoj risolve il problema sostituendo al concetto di educazione quello di ‘cultura’, sostenendo che si deve operare una netta distinzione tra le nozioni di cultura, educazione, istruzione e insegnamento.
La cultura è la somma di tutte le esperienze che formano il nostro carattere, mentre l’educazione è il prodotto della volontà di plasmare la personalità e il comportamento delle persone. Ciò che differenzia l’educazione dalla cultura è, dunque, ‘il carattere coercitivo’, l’educazione è cultura obbligatoria; la cultura è libertà.

Sto sostenendo che volendo riaprire le scuole a settembre, prima sarebbe stato necessario decidere cosa farci dentro a quegli edifici: organizzare il pollaio in funzione della  sicurezza o organizzare la sicurezza in funzione del riprendere a fare cultura?

L’edificio scolastico è un luogo di studio dove i processi di apprendimento sono individualizzati, né più ne meno delle cure mediche, dove si promuove l’autonomia, vale a dire il camminare da soli con le proprie gambe nei territori della cultura, avendo grande attenzione alla qualità dei compiti a ciascuno richiesti. La scuola non può che essere il luogo della flessibilità, della scomposizione e della ricomposizione di spazi, gruppi, esperienze e relazioni. Alla scuola non servono piani d’appoggio, ma tavoli da lavoro, le sedute con il piano ribaltabile vanno bene per l’aula magna, per la sala delle conferenze, non certo per spazi laboratorio, intendendo per laboratorio ‘i saperi operosi’, l’operosità del sapere. L’apprendimento come processo culturale, mai statico ma sempre dinamico. Allora la sfida mancata è quella di riaprire a settembre degli ambienti di apprendimento, degli spazi dove si svolge la cultura, anziché i silos e i magazzini che continuano a contenere generazioni dopo generazioni.

Il tempo ci sarebbe stato già prima, ma volendo, anziché usare la demagogia delle ‘classi pollaio’ come specchietto per le allodole, sempre che si avessero delle idee e delle riflessioni in testa, si sarebbe potuto lavorare fin da marzo per predisporre nuove scenografie, nuove regie degli apprendimenti, della cultura e dei saperi.
Invece si è nominato un commissario al grande Moloch, senza considerare che in un luogo in cui si fa cultura l’uso dello spazio oltre ad essere dinamico è dialettico. Varia dai progetti, dai percorsi didattici, dalle proposte di lavoro, dai conflitti, dalle strumentazioni di cui si dispone, insomma da quello che si intende fare che non sempre è identico a se stesso e da quello che avviene che non sempre è anticipabile.
Gruppi che possono essere anche numerosi, con le necessarie misure di sicurezza, se si tratta di un video o di una conferenza, gruppi più piccoli, monadi che necessitano di spazi in cui gli arredi siano fruibili in modo da permettere sia il lavoro singolo che cooperativo e agli insegnanti di muoversi da un’isola all’altra, di avere un rapporto uno a uno quando necessario.  Aule atelier in cui si può essere anche in diversi e mantenere le distanze, aule di musica dove l’apprendimento dello strumento musicale avviene con la presenza di poche unità di alunni per volta. Se si suona il flauto e la chitarra in forma orchestrale lo si può fare in spazi ampi. E poi c’è il territorio con le strutture e le istituzioni culturali che offre, dunque, una distribuzione degli spazi che va ben oltre l’aula. In questa prospettiva ci sta anche l’ibrido con la didattica a distanza che può funzionare da tutoraggio di ciò che è già stato predisposto a lezione negli spazi scolastici o fuori sul territorio.

Infine la variabile tempo entro cui la cultura non può essere sacrificata come avviene a scuola, un tempo che va dilatato in funzione degli apprendimenti e dell’uso degli spazi. Le scuole sono gli edifici del nostro sistema culturale, pertanto non possono essere adibite alle sole necessità della didattica, come per lo più è accaduto finora, ma devono soddisfare anche quelle del territorio. Per cui non ci sarebbe nulla di scandaloso se si facessero turni di fruizione diversi in edifici predisposti con ambienti di apprendimento anziché di insegnamento, lo stesso vale per l’uso delle strutture messe a disposizione dal contesto urbano.

Da marzo il discorso sulla scuola ha conosciuto solo banchi, piani di riapertura sfornati dai comitati tecnico-scientifici e linee guida riviste e corrette. Tutto è stato enfatizzato come se la scuola fosse una vita a parte, diversa, come se le norme da rispettare non fossero quelle di tutti i giorni, distanziamento, mascherine, igienizzazione.
Siamo transitati dallo spazio che “insegna” vagheggiato dal ministro Profumo allo spazio che “consegna”, alle bambine e ai bambini, alle ragazze e  ai ragazzi che, in tempo di Covid, sono consegnati nelle aule e nei banchi, semmai nuovi, ma sempre in fila gli uni dietro agli altri come plotoncini alla conquista della loro educazione.

Al racconto di idee, proposte e soluzioni sono mancati i professionisti della cultura, gli insegnanti, a cui neppure si è pensato di dare voce o che non hanno avuto la  necessaria autorevolezza professionale per farsi ascoltare. Epidemiologi e virologi sono saliti alla ribalta delle interviste e degli studi televisivi,  gli insegnanti hanno lavorato a distanza, verrebbe da dire in ombra, sopravanzati da una catasta di banchi che non ha mancato di riempire i palinsesti televisivi.

AUTUNNO A SCUOLA: UN RITORNO COMPLICATO
Come costruire un aereo mentre lo si pilota

Nonostante le linee guida la rotta non è segnata; al Ministero dell’Istruzione, al di là dei proclami, si naviga ancora a vista.
Non prende corpo una nuova architettura dell’apprendimento. Metri statici e metri dinamici, software al metro quadro, annunciati e subito soppiantati dalle tradizionali planimetrie.

Ma poi cosa ci andranno a fare insegnanti e studenti in queste aule a prova di distanziamento sociale? La sicurezza è certo la priorità, ma senza un vaccino, o un trattamento efficace contro il Covid-19, nessuno può essere completamente protetto dal rischio.
Le scuole e i loro dirigenti ora si trovano di fronte alla responsabilità di bilanciare salute e sicurezza delle persone con qualità ed efficacia dell’insegnamento/apprendimento. Ma già molte delle opzioni per riaprire le scuole fanno presagire un venir meno degli aspetti più significativi ed efficaci della didattica in presenza, il coinvolgimento degli studenti sui progetti di classe, l’apprendimento collaborativo, l’uso di laboratori. Inoltre discipline come arte, musica, educazione motoria e sportiva rischiano di essere seriamente sacrificate. Mentre si tace sull’insegnamento della religione cattolica, che potrebbe generosamente restituire la sua ora settimanale, due nella scuola primaria, al curricolo di base, mettendo a disposizione i suoi insegnanti per far fronte alle necessità di personale e di recupero prodotte dagli orari contratti.

Ora la ministra avanza l’ipotesi di nominare supplenti studenti non laureati, con quale idea di scuola e di didattica non si sa, riconfermando una preoccupante concezione dell’ istruzione come trasmissione di saperi da una testa all’altra. Forse al ministero si pensa che, non essendo ancora laureati, non potranno domani rivendicare il diritto ad una cattedra, gonfiando ulteriormente le file del precariato.

In definitiva, tempo scuola e qualità della didattica per forza di cose subiranno delle limitazioni. C’è il rischio che sull’apprendimento significativo prevalga l’apprendimento meccanico, che invece di un approccio costruttivista torni in auge quello istruzionalista. Questo perché task force e vari comitati tecnico-scientifici nominati dalla ministra Azzolina di tutto si sono occupati fuorché di quello che si fa a scuola: studio e apprendimento, come si studia e come si apprende.

Soprattutto è stato sottovalutato, più o meno consapevolmente, che il modo in cui  si inquadra una situazione, come minaccia o come opportunità, influisce nel determinare quale poi sarà la risposta.
Ed è proprio la risposta che preoccupa, perché, focalizzando tutta l’attenzione sulla minaccia, si è ottenuto il risultato di favorire irrigidimenti anziché flessibilità, il ritorno alle routine consolidate e l’affidamento al processo decisionale delle gerarchie. La costante inquadratura delle minacce ha finito per soffocare la creatività che sarebbe stata necessaria per rispondere efficacemente alle incognite.

Quanto accaduto questa primavera, quando le scuole hanno dovuto affrontare l’improvvisa chiusura per la pandemia di Covid-19, si può descrivere con l’espressione inglese building the plane as we fly it, ‘costruire l’aereo mentre lo pilotiamo’. Praticamente, nel giro di poche ore, le scuole hanno dovuto piegarsi ad una modalità di insegnamento completamente diversa.
Ma dopo non è mancato il tempo per ripensare la scuola, per preparare i piani per l’autunno, per progettare nuovi scenari e paesaggi di un possibile apprendimento ibrido, in presenza e a distanza, considerato il rischio di chiusure per possibili focolai.

Invece l’impressione che si ricava è che la preoccupazione prevalente, a partire dalle scelte del ministro dell’istruzione, sia stata quella di tornare a fare scuola come prima, con gli schemi e le procedure funzionali ai tempi normali.
Lo sviluppo di piani di apprendimento contingenti al coronavirus avrebbe richiesto un livello più elevato di creatività e collaborazione tra scuola, famiglie e territorio, e soprattutto un modo diverso di strutturare il lavoro. Ma questo non è mai stato all’ordine del giorno della ripresa scolastica autunnale.

Le organizzazioni, che devono sviluppare processi e approcci completamente diversi per affrontare nuove sfide o opportunità, si dotano di team completamente innovativi.
Quando la Toyota produsse la sua prima auto ibrida, non poté utilizzare l’organizzazione del lavoro e i team funzionali alle produzioni precedenti, perché l’ibrido richiedeva un’architettura di prodotto completamente diversa.

Così la nostra scuola, già prima del coronavirus, richiedeva un’architettura differente. Ora che l’ibrido è nuovamente alle porte, sarebbe più che necessario, non solo per far fronte alle incognite legate alla salute, ma per essere attrezzati verso le incognite del futuro.
Invece hanno chiamato il Commissario all’emergenza Arcuri, per collocare tutte le pedine al loro posto e garantire le regole del gioco di sempre. Oltre tre miliardi per una scuola senza lo straccio di un progetto, per mettere in moto una vecchia macchina ingolfata dal precariato e ormai senza destinazione.

L’EDUCAZIONE CIVICA TORNA A SCUOLA
Bellissima idea, a patto di prenderla sul serio.

Da bambini era in programma anche l’educazione civica. C’era un libro apposito, adatto a pareggiare i tavoli zoppi. Tutti dicevano che era importante però poi si sa, bisogna finire il programma di storia e di letteratura, recuperare i ponti, e quel giro di interrogazioni saltato con le influenze… L’educazione civica restava all’ultimo posto. Talmente tanto che per un po’ è completamente scomparsa.

La Legge n.92 del 2019 [Qui il testo della Gazzetta Ufficiale] l’ha reintrodotta ma, essendo stata approvata il 30 agosto dello scorso anno – cioè troppo tardi per spiegare in tempo utile come applicarla nell’anno scolastico che iniziava a settembre – dopo qualche polemica non se n’è fatto niente. Quest’anno, il 23 giugno scorso, la Ministra Azzolina ha inviato alle scuole una lettera e delle Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica [Qui] che spiegano che cosa ci si attende. Il Ministero nelle sue articolazioni organizzerà corsi di formazione per dirigenti e insegnanti per supportarli in questo nuovo vecchio compito.

Sono tre gli assi intorno cui muoversi: Costituzione, Sviluppo Sostenibile, Cittadinanza Digitale. Verranno inseriti in tutti gli ordini di scuola a partire dalla materna, entreranno anche nei percorsi dell’istruzione per adulti e saranno affrontati con metodi e contenuti appropriati all’età e alle competenze degli allievi.

Si legge sulle linee guida: “La Carta è in sostanza un codice chiaro e organico di valenza culturale e pedagogica, capace di accogliere e dare senso e orientamento in particolare alle persone che vivono nella scuola e alle discipline e alle attività che vi si svolgono”. La sfera della Costituzione include la conoscenza dell’ordinamento nazionale e locale, i valori di legalità e solidarietà, il contrasto alla cultura mafiosa, la cittadinanza europea ed altro ancora.

Anche lo Sviluppo Sostenibile porta con sé una molteplicità di contenuti, non soltanto in tema ambientale. C’è il rispetto per gli animali, l’attenzione per la raccolta differenziata o la lettura dei complessi problemi energetici e climatici del pianeta, ma c’è anche la sostenibilità delle città o delle società, la capacità di includere le minoranze e le differenze, il rispetto per i diritti di ciascuno.

Nella Cittadinanza Digitale, poi, è inclusa l’alfabetizzazione consapevole all’uso di strumenti che bambini e ragazzi frequentano dalla nascita ma non sempre con competenza, come ha dimostrato l’esperienza recente di didattica online nella quale gli insegnanti hanno spiegato ai nativi digitali come utilizzare l’email e altro di apparentemente scontato, e si parlerà pure dei rischi che si corrono in rete, dalle fake news agli odiatori passando per le svariate forme di bullismo elettronico.

È un bel programma, e dovrà svolgersi in almeno 33 ore scolastiche nel corso dell’anno. Non ci sarà un solo insegnante coinvolto ma un coordinatore che lavorerà con i colleghi secondo un progetto pensato a inizio anno, con obiettivi di apprendimento legati alle linee guida, indicatori da rilevare e valutazioni da svolgere. “Le Istituzioni scolastiche sono chiamate, pertanto, ad aggiornare i curricoli di istituto e l’attività di programmazione didattica nel primo e nel secondo ciclo di istruzione”, si legge nelle Linee guida, “al fine di sviluppare ‘la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società’ (articolo 2, comma 1 della Legge), nonché ad individuare nella conoscenza e nell’attuazione consapevole dei regolamenti di Istituto, dello Statuto delle studentesse e degli studenti, nel Patto educativo di corresponsabilità, esteso ai percorsi di scuola primaria, un terreno di esercizio concreto per sviluppare ‘la capacità di agire da cittadini responsabili e di partecipare pienamente e consapevolmente alla vita civica, culturale e sociale della comunità’ (articolo 1, comma 1 della Legge)”.

Dedicarsi a questi progetti, se verrà preso sul serio, sarà entusiasmante, e molto proficuo il risultato in termini di formazione dei giovani cittadini. Soprattutto se, come le stesse Linee guida propongono, l’educazione civica non sarà una materia a sé stante ma un altro modo di svolgere l’esperienza scolastica e di vivere le relazioni tra tutti i soggetti.
Significherebbe, a mio avviso, non limitarsi a studiare la democrazia ma viverla davvero, così come nell’educazione alla pace e alla nonviolenza si può, certo, introdurre ‘l’ora di nonviolenza’ e fare lezione su Gandhi o Capitini, ma il loro studio diventa vivo e coinvolgente se abbraccia il modo stesso di fare scuola, di protestare davanti alle possibili ingiustizie, di aprirsi agli altri anziché coltivare egoismi. Nel caso dell’educazione civica, si potrebbe ripartire dando fiato agli organi collegiali ormai sempre più asfittici e asserviti alla logica della scuola-azienda, o della scuola bene-di-tutti-cioè-di-nessuno, e riconsegnare/riassumersi la responsabilità del proprio stare a scuola non solo trasmettendo contenuti ma incarnandoli nella relazione con gli altri.

Bisogna sapere che questo processo, a prenderlo sul serio, può generare conflitto, quello costruttivo, che prelude al miglioramento dei contesti di relazione, a scuola e fuori. Mi torna in mente un episodio avvenuto a Ferrara tanti anni fa. Nella zona con la maggior concentrazione di migranti il Centro di Mediazione Sociale del Comune di Ferrara aveva svolto appunto attività di educazione civica. Un bel giorno una bambina del quartiere, 10 anni, nata da genitori cinesi, si è presentata al Centro con la Costituzione in mano, il libriccino aperto sui diritti fondamentali. Aveva rimostranze sul modo in cui la trattavano in famiglia, e non aveva dubbi che fosse un’ingiustizia: “C’è scritto qui!”.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete di Azione nonviolenta, la storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

SCUOLA: Le linee guida che portano fuori strada

“Tanto tuonò che piovve”, pare abbia detto imperturbato Socrate, dopo che sua moglie Santippe gli rovesciò sul capo una brocca d’acqua.
Con altrettanta imperturbabilità accogliamo le linee guida che la ministra Azzolina ha licenziato per l’avvio del prossimo anno scolastico, con tavoli e Conferenze a livello regionale e locale.

I tempi non sono stati rapidi, ma dopo comitati tecnico scientifici e task force il ministero dell’istruzione il 26 giugno ha deliberato che tavoli e conferenze andavano convocati. Di più, la Ministra con la sua lettera a tutta la comunità scolastica assicura che: “La scuola di settembre sarà responsabile, flessibile, aperta, rinnovata, rafforzata.”
Sì, avete letto bene, cinque aggettivi qualificativi, uno dietro all’altro di fila: responsabile, flessibile, aperta, rinnovata, rafforzata. Incredibile, dopo mesi di lockdown, di didattica a distanza, nel giro dell’estate, a settembre il paese, su tutto il suo territorio, avrà una scuola che non ha mai conosciuto prima. O questi hanno lavorato duro per tutti i mesi di chiusura forzata delle scuole o al ministero di viale Trastevere sono dei veri ‘Mandrake’ a partire dalla loro ministra.

Di colpo scomparsi i ritardi cronici del nostro sistema formativo, anni di tagli e assenze di risorse, differenze tra nord e sud. Poi, a leggere di seguito capite subito che non poteva essere. Perché la ministra per “responsabile” intende ‘misure di sicurezza’, locali puliti e igienizzati, “flessibile” per via degli orari, delle classi, degli ingressi e delle uscite, “aperta” significa alla ricerca di nuovi spazi, per “rinnovata” si riferisce ai locali e agli arredi scolastici, “rafforzata” attraverso il potenziamento dell’organico scolastico.

Allora perché sprecare aggettivi così impegnativi, che si prestano ad essere usati più per il contenuto dell’apprendimento e le sue modalità che per il suo contenitore? È come un abito che ha bisogno di essere rovesciato, di aggiustamenti e abbellimenti per poter continuare ad essere portato, ma per chi lo indossa nulla cambia, il tessuto è sempre quello di prima.
È la solita strategia, a cui ci stanno assuefacendo, mancano i soldi, le idee e le competenze, ma non le parole roboanti con cui coprire il vuoto. Ha ragione Antonio Scurati che, sulle pagine del Corriere della Sera del 30 giugno, osserva come la pubblicazione delle linee guida, per il rientro in aula il 14 settembre , “ha raggiunto il colmo di una sequenza di incompetenze e incapacità”.

Non solo, c’è di peggio. Ad un occhio attento che non si lasci offuscare dal fumo delle parole non può sfuggire che con quelle linee guida si compie un cambio di prospettiva. Nel loro esordio, infatti, non si rivolgono al paese ma a “…un’intera comunità educante, intesa come insieme di portatori di interesse della scuola e del territorio…”
Alla “comunità educante” e ai “portatori di interesse”, gli stakeholder, come si usa dire con linguaggio anglofono. Viene da chiedersi cosa sono e dove sono le comunità educanti e i portatori d’interesse. O è il cedimento ad un lessico ormai abusato, con faciloneria e senza pesare il senso delle parole, o la “comunità educante e i suoi portatori di interesse”, che per forza di cose variano da realtà a realtà, rappresenta una curvatura pensata e studiata verso l’autonomia differenziata, verso lo spezzatino della scuola della Repubblica e della Costituzione.

Un paese che rinuncia ad avere un suo sistema formativo valido per tutto il territorio per delegare l’istruzione a tante comunità educanti, e, mentre si cita a difesa delle proprie argomentazioni l’art.3 della Costituzione, non ci si rende conto di compiere passi destinati a vanificarlo. Quella comunità educante nasconde una preoccupante angustia di prospettiva, un’autarchia da ‘fai da te’ dell’educazione, vanifica il respiro europeo che da decenni istruzione e formazione dovrebbero avere assunto nel nostro paese.

Ci si è dimenticati, se mai è stato letto, del Libro Bianco che la Commissione europea pubblicò 25 anni fa, giusto nel 1995, in cui si affermava un concetto nuovo di formazione, in particolare alla funzione di “educazione” si sostituiva quella di “apprendimento continuo”, non comunità educanti ma “società della conoscenza”, fondata sull’apprendimento permanente, come impianto del loro sistema formativo a partire dalle scuole, dai loro curricoli e dalla loro organizzazione.

Scrive Scurati che per la scuola dei nostri figli pretendiamo il meglio. Certo, è il paese che innanzitutto dovrebbe pretenderlo, ma la questione del sistema formativo pare del tutto scomparsa dal nostro orizzonte concettuale e politico. La scuola delle linee guida non vede oltre il prossimo anno scolastico, come se la questione riguardasse la sola contingenza del Corona virus.

Il paese pare ancora sotto l’anestesia del lungo lockdown, con un letargo del pensiero e della politica, quando ci scuoteremo comprenderemo che, se vogliamo recuperare venticinque anni di ritardi, anche il nostro sistema formativo, vecchio di secoli nel suo impianto, ha necessità del suo Mes o comunque di una cifra almeno equivalente del Recovery fund.

Ma perché questo possa accadere bisognerebbe realizzare il sogno che Scurati, sulle pagine del Corriere della Sera, dice di aver fatto: “Il sogno che a governare la disastrata scuola italiana ci sia una persona seria, competente, capace, una guida sicura, brillante, eccellente, una persona cui tutti noi affideremmo volentieri il futuro dei nostri figli con piena fiducia, giusta ammirazione, motivata speranza”.
Già questo potrebbe costituire il segnale di una inversione di tendenza, un promettente inizio e ci eviterebbe di finire fuori strada.

Questo articolo è uscito anche su Educazione & Scuola del 1 luglio 2020

SCUOLA FIRST: impressioni di settembre…
Anche Ferrara scende in piazza il 25 giugno

“Settembre poi verrà ma senza sole” sono le parole di una strofa di Settembre, una canzone di Peppino Gagliardi, famosa negli anni Settanta. Le stesse parole potrebbero essere adatte per definire la situazione che sta vivendo la nostra scuola pubblica; infatti, pur avendo la certezza che a settembre la scuola non ripartirà ‘normalmente’, gli amministratori nazionali e locali stanno lavorando con grande lentezza. assolutamente ‘al buio’ per preparare le condizioni per il rientro.
È evidente che a settembre la comunità scolastica ha un assoluto bisogno di ripartire in presenza: bambine, bambini, ragazze, ragazzi, insegnanti, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno resistito per tre mesi, materialmente e psicologicamente, per far fronte all’emergenza.

Dopo questo enorme sforzo collettivo, e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già state riavviate, la scuola ha bisogno di ricominciare in presenza perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita umana e nemmeno economica.
Per quanto il problema della ripartenza sia complesso, io penso che non ci potrà mai essere una soluzione ‘lluminosa’ se non ci si avrà il tempo di lavorare seriamente, insieme, con tempi distesi, guidati dalla luce di un faro rappresentato dalla scuola in presenza.

È sotto gli occhi di tutti come il nostro non sia un Paese che investe sulla sua scuola per investire sul proprio futuro-. Io però speravo, ingenuamente, che in un momento così delicato si sarebbero unite le forze per reperire le idee e le risorse necessarie per mettere la scuola, intesa come ‘organo costituzionale’, in grado di poter esercitare la propria funzione. Invece, le priorità di questa classe politica sono altre: basta guardare alle risorse promesse ad Alitalia e FCA e confrontarle con quelle destinate alla scuola per accorgersi subito della sproporzione a sfavore del nostro sistema educativo.

Inoltre, dopo mesi di ‘scuola dell’assenza’, ancora oggi – nonostante la Commissione Tecnico Scientifica presieduta dal Professor Patrizio Bianchi abbia concluso i suoi lavori un mese fa – il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha ancora emanato le linee guida indispensabili per far ripartire le scuole in presenza e in sicurezza.
Le anticipazioni relative a questo documento destano molta preoccupazione. Non sono infatti previste risorse straordinarie, né investimenti strutturali, né personale aggiuntivo. Non c’è nessun impegno per garantire una riapertura in sicurezza. Si parla di “riduzione del tempo scuola”, di didattica a distanza, di formazione sulle nuove tecnologie… e non è un caso che siano in uscita proprio le linee guida per la didattica digitale integrata e per la sua valutazione. Si rischia lo stravolgimento della scuola della Costituzione.

Non è quello che i genitori si aspettano.
Non è quello che gli insegnanti chiedono..
Non è quello che serve al mondo della scuola.
Non è quello di cui il Paese ha bisogno.

In un momento in cui occorreva unire gli sforzi per mettere la scuola al centro dell’agenda politica, in cabina di regia stanno lavorando al risparmio e in maniera raffazzonata per indirizzare la scuola verso un settembre di didattica a distanza, di spezzatini organizzativi senza logica e criterio, di tempi ridotti e di spazi democratici ristretti.

Wake me up when september ends (“Svegliami quando settembre finirà”) dei Green Day, una canzone di tutt’altro genere musicale rispetto a quella citata nell’incipit, interpreta bene il modo di vivere dei molti che si aspettano che una soluzione, prima o poi, cadrà dal cielo. Mi spiace ma credo che la scuola di tutti debba essere progettata insieme. E credo che nessuno meglio di chi vive la scuola quotidianamente, possa occuparsene con cognizione di causa portando avanti i sogni e i bisogni collettivi.

Un’altra scuola è possibile rispetto a quella che sembra uscire dalle linee guida del Ministro ma, ora come mai, è necessario che i genitori, gli insegnanti, gli educatori, il personale amministrativo, i dirigenti, i cittadini uniscano le proprie forze per chiedere che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado, per reclamare risorse straordinarie, per avere personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola, per assumere i docenti precari, per ottenere degli investimenti strutturali per l’edilizia scolastica, per avere una corretta prevenzione sanitaria, per pretendere di essere informati, per poter partecipare al progetto di ripartenza e per scrivere insieme le pagine di questo nuovo patto di corresponsabilità educativa.

Per questo, anche a Ferrara si è costituito il Coordinamento  “Priorità alla scuola”: un movimento formato da cittadini, genitori, insegnanti, educatori, operatori della scuola, professionisti che, come in altre 70 città italiane, porterà in piazza queste rivendicazioni. Per Ferrara la manifestazione, quindi l’appuntamento per tutti coloro che vogliono la scuola al primo posto (#scuolafirst), è il 25 giugno, in piazza Savonarola, alle ore 18,00.
Dopo avergliele “cantate”scendendo in piazza, avremo più forza e forse dovranno ascoltarci. Anche a Ferrara chiederemo impegni precisi ad amministratori pubblici e dirigenti scolastici. C’è in ballo la nostra scuola pubblica, un Bene Comune, un bene prezioso che oggi è in pericolo. Siamo in tanti, e siamo disposti a rimboccarci le maniche: settembre è vicinissimo e non c’è un minuto da perdere.

Comunque la pensiate, buona partecipazione alla manifestazione e alle iniziative successive.
Qui la pagina facebook di Ferrara: https://www.facebook.com/PasFerrara/ 
Qui la pagina nazionale: https://www.facebook.com/prioritaallascuola/
Qui la mail per segnalare il proprio interesse alle iniziative future: prioritaallascuolaferrara@gmail.com

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Siamo a cavallo: riconoscimento di legge per l’ippoterapia

E’ del dicembre 2013 l’approvazione delle “Linee guida sugli interventi assistiti con gli animali”. Anche l’Emilia Romagna si allinea alle Regioni più avanzate in materia, come Veneto e Toscana, dotandosi di una legge che intende promuovere la conoscenza, lo studio e l’utilizzo di nuovi trattamenti di supporto e integrazione alle terapie mediche tradizionali nella cura delle disabilità.

L’ippoterapia è nata in Italia più di trent’anni fa e ha avuto un enorme sviluppo nel tempo, pur sempre rimanendo un’attività non riconosciuta dal Servizio sanitario nazionale come terapia riabilitativa. Ad oggi infatti manca ancora una legge nazionale di riferimento. La sua diffusione e il riconoscimento come co-terapia hanno avuto quindi uno sviluppo locale, a livello di singole Regioni e di enti istituzionali. Oggi finalmente si sta parlando di proposte di legge-quadro (vedi proposta di legge dell’onorevole Maria Vittoria Brambilla del marzo 2013) che vanno verso il riconoscimento della pet therapy come co-terapia, ossia come cura che va intrapresa assieme a quelle mediche, e che definiscono chiaramente gli ambiti di intervento riprendendo le definizioni proposte da Delta Society, ad oggi la principale organizzazione mondiale che si occupa di pet therapy: gli interventi assistiti con gli animali si suddividono in Terapia assistita con gli animali (TAA), Educazione assistita con gli animali (EAA) e Attività assistita dagli animali (AAA).

Ne parliamo con le responsabili di due centri di ippoterapia di Bologna e Argenta. Abbiamo già scritto in un nostro recente articolo dell’Associazione Il Paddock di Bologna [leggi] che grazie ad un lavoro trentennale è diventata un punto di riferimento insostituibile per l’ippoterapia a Bologna e provincia. Nel ferrarese, ad Argenta, è attivo dal 2004 il Circolo ippico argentano, condotto da Monica Poluzzi e Paolo Donigaglia.

In assenza di una normativa ad hoc, entrambe le realtà si sono dovute finora sempre organizzare autonomamente e ricercare faticosamente le collaborazioni con i privati, con le residenze, le cliniche o altro. Questo ha avuto di positivo che sono riusciti negli anni a costruirsi una buona rete di relazioni basate tutte sul passaparola: molti dei bambini disabili ai quali fanno terapia vengono mandati dai loro insegnanti di scuola, da psicologi che portano i figli al maneggio, da neuropsichiatri che vengono a sapere di quel singolo caso. Lavorano moltissimo e con enormi risultati, ma l’entrata in vigore della legge regionale potrebbe essere un passo importante nella direzione di sgravare le famiglie dai costi delle prestazioni, valorizzare il lavoro degli operatori e puntare sulla formazione di équipe specializzate.

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Angela Ravaioli del Paddock con la sua Ombra, cavallo specializzato in riabilitazione equestre

Abbiamo chiesto ad Angela Ravaioli del Paddock (psicopedagogista specializzata, istruttore Fise) di raccontarci come vanno le cose da loro e di spiegarci cosa si aspetta da questa legge: “Nonostante l’efficacia comprovata, ad oggi l’ippoterapia non è ancora inserita nel Servizio sanitario nazionale che quindi non ne rimborsa i costi, spesso molto elevati. Siamo però molto contenti perché da circa un anno le neuropsichiatrie ci inviano loro pazienti. Inoltre, molti bimbi arrivano privatamente ma dietro consiglio delle Asl, delle scuole e delle neuropsichiatrie che ora si stanno aprendo a queste “nuove” co-terapie. Cosa ci aspettiamo dalla nuova legge? Sappiamo che in attuazione delle linee guida si avvierà un iter formativo e, data la nostra esperienza, ci piacerebbe contribuire alla realizzazione di eventuali percorsi formativi di specializzazione, dei quali siamo tutti in grande attesa. In questi anni abbiamo lavorato per creare il nostro gruppo di lavoro con l’idea di formare una buona équipe multifunzionale. Abbiamo tirocinanti bravissimi e appassionati, operatori qualificati che si sono formati qui con noi, ma troppo spesso capita che non riusciamo a tenerceli a Bologna, si vanno a specializzare a Milano o a Firenze, gli unici due enti riconosciuti.”

Abbiamo contattato il Servizio veterinario della Regione per capirne di più e ci hanno spiegato che grazie alla nuova legge vorrebbero avviare una formazione di base specifica riconosciuta, che abbia valenza come ente Regione Emilia-Romagna. L’intento è di formare gruppi omogenei di specialisti medici, veterinari, istruttori, perché per fare pet-therapy occorre lavorare in équipe. Alla domanda se cambierà qualcosa anche a livello di assistenza, ci hanno risposto che purtroppo in quel senso non cambierà nulla finché una legge nazionale non riconoscerà la pet therapy come co-terapia, includendola nei Lea (livelli essenziali di assistenza gratuiti eroga a tutti i cittadini gratuitamente o con il pagamento di un ticket).

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Circolo ippico argentano, una disabile a cavallo guidata da Monica Poluzzi

Il Centro ippico argentano si trova in un luogo strategico, crocevia tra Ferrara, Bologna, Romagna e Veneto, interessante punto di osservazione, quindi, per capire quanto l’ippoterapia sia diffusa e utilizzata in queste aree. Abbiamo intervistato Monica Poluzzi (istruttore Fise e Cip) del Centro ippico argentano, chiedendole qual è il loro bacino d’utenza, se hanno ragazzi disabili provenienti da Ferrara, e cosa ne pensano della nuova normativa: “Noi lavoriamo molto con il Veneto, con Ravenna, Lugo e Bologna. Per quanto riguarda il ferrarese, abbiamo persone che vengono da Portomaggiore. Noi collaboriamo per esempio con lo Smria (Salute mentale Riabilitazione infanzia adolescenza) di Portomaggiore, e abbiamo avviato da un anno una bellissima collaborazione con il Centro iperbarico di Ravenna. Purtroppo con Ferrara città non siamo mai riusciti ad avviare collaborazioni, ma sappiamo che in questo campo tutto funziona ancora molto con il passaparola. Speriamo che con la nuova legge si creino maggiori opportunità anche in questo senso.”

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Martina e la sua istruttrice Mary Ann al Circolo ippico argentano

Ci piace concludere questo approfondimento sull’ippoterapia, chiedendo a Mary Ann Rust di raccontarci di questo interessantissimo progetto avviato con l’Iperbarica di Ravenna. Mary Ann è ippoterapista da vent’anni e collabora con il Centro ippico argentano dal 2004: “Il Centro iperbarico di Ravenna è una struttura sanitaria all’avanguardia, specializzata nella cura con la somministrazione di ossigeno in camera iperbarica. Da alcuni anni, sta portando avanti un progetto che si occupa di associare la terapia in camera iperbarica ad altre co-terapie riabilitative come l’ippoterapia, la fisioterapia, la logopedia, per la cura di persone cerebrolese. Questo progetto si basa su studi che dimostrano che, se nelle tre ore successive al trattamento in camera iperbarica, il cervello viene iperstimolato, tende a creare delle nuove connessioni che possono ripristinare qualche attività cerebrale. Al momento sono cinque i bambini dell’Iperbarica che praticano ippoterapia al Centro argentano, e tutti hanno avuto dei grossissimi risultati, acquisendo movimenti che prima non avevano.

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Nonostante lavori molto e duramente, Martina è felice di fare le sue ore di ippoterapia con Mary

Ma tutto è cominciato grazie alla nonna di Martina, che ha creduto nel progetto e ha fatto di tutto per diffonderne la validità e realizzando anche un sito in cui si possono seguire i progressi della sua nipotina [vedi]. Martina è una bambina di Argenta, ha dieci anni e una diagnosi di paralisi cerebrale infantile. Dal 2008 segue un percorso di terapia iperbarica associata all’ippoterapia e altri tipi di riabilitazione. Grazie a queste terapie è migliorata tantissimo, oltre ogni aspettativa: Martina non aveva quasi nessun controllo del tronco, oggi riesce a scendere le scale, anche se a suo modo, mangia da sola e va in bicicletta. La nonna e i genitori sono felicissimi, per Natale ci hanno scritto una lettera che ci ha profondamente commosso:

“Martina e la sua famiglia ringraziano il Circolo ippico argentano per aver averci dato la possibilità, accompagnandoci con serenità, decisione e amore, di fare ippoterapia […] terapia molto importante per questi nostri bambini speciali. Siate fieri e orgogliosi di quello che fate verso i più deboli […] Non ci viene offerto nulla in alternativa da chi si dovrebbe occupare di questi bambini, nemmeno la possibilità di sperare, per una vita migliore. […] Ma in questo cammino così complicato e difficile, si incontrano persone che risvegliano le tue energie, la tua anima, trasmettendoci forza, coraggio e speranza.”

Per saperne di più:
Associazione Il Paddock
Circolo ippico argentano
Il volo di Martina
Centro iperbarico di Ravenna

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