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USCIRE DALLA GRANDE CRISI: QUANDO E COME

Non bisogna sottovalutare che, oltre all’emergenza sanitaria, c’è una lotta geopolitica in corso. Chi pagherà il prezzo più alto in termini di vite umane sono Spagna e Italia (l’indice dei morti per milione su abitanti è all’8 aprile 269 e 273 –in Spagna in forte ascesa-, rispetto a 30 di Usa –in forte crescita- e 2,5 di Cina –ormai ferma).
L’Italia ha avuto nell’ultima settimana (2-8 aprile) la minor crescita dei contagi (18%) dopo l’Austria (15%). Cina e Sud Corea hanno ormai bloccato il virus e stanno riaprendo tutto. L’Austria ha deciso una prima apertura parziale di scuole, asili e piccoli negozi dal 14 aprile. Anche Repubblica Ceca aprirà parzialmente (scuole e negozi) dall’8 aprile e Danimarca dal 15 aprile. La Germania dal 20 al 27 aprile. Sono Paesi con un tasso di letalità molto basso (1,3/3,8% rispetto a 12% dell’Italia), ma un tasso di crescita dei contagi molto più alto dell’Italia. L’Italia ha quindi l’opportunità di essere tra i primi a ‘riaprire’. Ciò comporta un vantaggio enorme se lo useremo bene e se fatto in sicurezza.

Avremo una probabile de-globalizzazione che costringerà a ridurre la lunghezza (fino a Cina e Asia) di alcune filiere manifatturiere. Aumenteranno quindi le lavorazioni in patria a basso costo che necessitano di politiche di buona programmazione degli immigrati. Su ciò sono attrezzati Paesi di antica immigrazione (Usa, UK, Germania, Nord Europa), mentre noi – con una scarsa esperienza e la recente teoria sovranista di prima gli italiani” – siamo molto impreparati.
Da sempre c’è una correlazione tra crescita economica ed uso intelligente e programmato degli immigrati (di cui c’è necessità). Un esempio è l’agricoltura dove oggi mancano in Italia 200mila lavoratori stagionali, che verranno solo in parte rimpiazzati dai nostri studenti universitari o dai nativi. Un settore che sarà molto colpito dalla crisi sarà il turismo. Saranno favorite le località che organizzeranno meglio il ‘distanziamento’ (le seconde case più degli hotel, quindi i lidi ferraresi più dei romagnoli) e chi parte da spazi ampi (Ferrara più di Venezia o Firenze), sempre che ci si organizzi a dovere (che è il nostro lato B, quello debole).

Gli USA, La CINA e L’EUROPA

L’impatto economico sarà imponente. In Usa le domande di disoccupazione sono salite su base mensile da 650mila del 2008, a 6,7 milioni e si avviano ad avere una disoccupazione di massa come nella Grande Crisi del 1929, poiché non esiste la cassa integrazione e si può licenziare senza pagare indennità. L’ enorme quantità di dollari dallo Stato non è detto che questa volta riesca a far ripartire il Paese così in fretta come è successo con l’ultima crisi, quella del 2008. Ma gli Usa hanno una capacità di reazione enormemente più rapida rispetto all’Europa (così come facilmente si licenzia, altrettanto si assume e si riparte). Gli Usa contano su un grande mercato interno di 320 milioni di consumatori e sul dollaro (moneta forte).
Il grande mercato interno è quello della Cina, già in gran spolvero di ripartenza, possiede metà del debito Usa ed ha una enorme liquidità con cui potrebbe comprare mezza Europa (da qui la Golden Share sulle nostre aziende strategiche).
L’altro grande mercato interno che può mitigare i danni nei singoli Paesi partecipanti è l’Europa. Questa è la ragione principale per cui mai come ora a nessuno conviene uscire dall’Europa. Non a caso che da quando è scoppiata la pandemia la sterlina ha perso il 6% sull’euro.
Nei prossimi giorni è probabile un primo passo dell’Europa verso un prestito e debito comune. In tal senso vanno i 100 miliardi per Sure, la nuova formula di “riassicurazione europea contro la disoccupazione”. Si potrebbe così avviare una discussione tra tutti gli Europei (imprese e sindacati) su come poi costruire una sorta di “cassa integrazione europea”, per tutelare chi perde il lavoro, ridurre gli orari, cercarne un altro lavoro, avere una formazione, etc.. Un unico strumento europeo di tutela sul lavoro. Le imprese e i sindacati tedeschi usano il KurzArbeit (lavoro corto), mentre noi usiamo di più la Cassa Integrazione (ma abbiamo anche i contratti di solidarietà). Una seria discussione tra italiani e tedeschi con tutti gli altri europei porterebbe a forme innovative, meno autoreferenziali e più utili per tutti, un modo di costruire una nuova Europa del lavoro.

Il Piano B ‘alla giapponese’

Su un prestito/debito comune di lungo periodo la soluzione europea è quella di serie A, ma ci sarebbe anche un piano B  italiano ‘alla giapponese’, fattibile solo da noi, ‘in casa nostra’ (come ad alcuni piace dire), che ci farebbe risparmiare moltissimo e che sarebbe una sorta di pre-verifica se ci sia davvero intenzione di uscire dall’Europa. Gli italiani hanno 1.200 miliardi di risparmi in conti correnti bancari più 3.448 di crediti tra titoli e obbligazioni (ma anche 926 miliardi di debiti e mutui); le aziende hanno risparmi complessivi per 1.840 miliardi. In complesso, a parte le proprietà di case e terreni e i debiti, c’è un risparmio italiano privatissimo di 5.288 miliardi.
Il Tesoro italiano ha bisogno ogni anno di circa 400 miliardi di euro per finanziare il debito pubblico (e pagare stipendi e pensioni, che da sole valgono 300 miliardi). Se gli italiani si comprassero tutte le emissioni, comprese quelle aggiuntive europee di cui si parla ora (l’hanno proposto vari in forme diverse, anche Tremonti e Monti), pagheremmo (come i Giapponesi) molto meno interessi per un debito molto più grande. Infatti, i giapponesi pagano il 12,6% delle loro entrate fiscali per un debito del 250% sul PIl, mentre noi italiani il 14% per un debito molto più piccolo (138% del Pil).
Bisogna però vedere se gli italiani siano davvero disposti a questa operazione in uno “Stato povero…abitato da gente ricca che ha dimostrato di non essere per nulla patriottica”. Non è un caso che, a fine 2019, le famiglie e le imprese italiane detengano solo il 5,8% del debito pubblico italiano e sono tutti siano ‘scappati’ dai Bot nazionali quando nel 2008  è iniziata la recessione (allora ne avevano il 22,4%). Non oso pensare quale sarebbe la svalutazione della lira italiana se uscissimo dall’Euro (30%?). Questa è la ragione per cui c’è una vasta area, proprio al Nord, di imprenditori, operai e, ancor più, pensionati contro la cosiddetta Italexit. Per i vantaggi che, con la de-globalizzazione, vengono da un grande mercato interno (Europa, Usa, Cina), penso che per un po’ di tempo nessuno parlerà più di Italexit.

Ripartire il prima possibile: da Ferrara per esempio

Ripartire in fretta è ora il tema urgente. Però in modo sicuro, se no è come fare uno scatto in salita sapendo che tra un km la ruota si buca. Una prima questione sarebbe evitare di partire tutti insieme, se c’è qualcuno che può partire prima in sicurezza. Dovrebbero essere le zone meno contagiate, spesso più periferiche, che sono spesso le più deboli economicamente e nelle quali, peraltro, potrebbe essere più facile (perché più piccole e sperimentali) arrivare ad individuare gli ‘immunizzati’ (coi test che arriveranno).
Tra queste, in Emilia-Romagna, c’è per esempio Ferrara. La Regione dovrebbe dunque essere coerente e ‘favorirci’, avendo detto che si devono aiutare le zone deboli. Si dovranno poi privilegiare le industrie manifatturiere e i servizi vendibili che sono quelli che producono quel valore aggiunto che regge l’intera economia (se chiude una fabbrica il danno per l’intera comunità è molto maggiore di quello della chiusura di un supermercato, che può riaprire se ritorna un reddito diffuso, mentre la cosa non vale per le fabbriche). E sono soprattutto quelle che esportano o che hanno commesse.
In ogni caso, dovrebbero riaprire anche tutti coloro che garantiscono condizioni di sicurezza (librerie, piccoli negozi,…che possono essere sicuri come le edicole, se ci si organizza, così le piccole e medie aziende artigiane che hanno un capannone enorme con pochi dipendenti che possono stare lontani anche 10 metri e non si capisce perché devono stare chiuse). Il problema è che l’Italia ha scarsa cultura organizzativa per cui prevale l’idea di vietare, perché è più semplice che organizzare la complessità e, soprattutto, non ci si prendono delle responsabilità (della serie “chi fa sbaglia, chi non fa non sbaglia”).
Tutti dicono che l’Europa è chiusa…ma in realtà le fabbriche tedesche, olandesi, francesi…sono molto più ‘aperte’ di quel che si dica. E’ certo più complicato e complesso controllare e verificare le condizioni di sicurezza e di distanziamento in fabbriche e negozi (un esempio clamoroso e negativo è stata la Val Seriana a Bergamo) ma, anche sulla base di questi gravissimi errori, si possono organizzare le riaperture in base a criteri solidi e complessi (non si è forse detto che oggi ritorna l’importanza della competenza pluridisciplinare?).
Ne va del nostro futuro economico e anche della vivibilità delle comunità, perché da un tracollo socio-economico saremmo tutti travolti. Non ci si può quindi affidare a decisioni semplici o solo centralistiche, o ai codici Ateco, per selezionare le imprese, e tanto meno ai Prefetti. Occorre mettere a punto la complessità del come fare, indicare criteri, coinvolgere esperti e parti sociali, innalzare la cultura organizzativa: oggi il lavoro sicuro interessa anche alle aziende.

 

Il difficile rapporto tra debito/Pil e l’impresa del Ministro Savona

In questo ultimo periodo il Ministro Savona usa spesso dire che intende far crescere il Paese aumentando il Pil e che questa operazione renderà sostenibile il rapporto debito/Pil dell’Italia. Ma cosa può voler dire questa affermazione? Per comprenderlo forse abbiamo bisogno di fare dei passi indietro.
Per prima cosa bisogna ragionare sul fatto che il debito pubblico è uno stock, ovvero un blocco che ci portiamo dietro con costanza di anno in anno. “Stock e blocco che ci portiamo dietro” potrebbe però dare un’idea sbagliata, far pensare al classico macigno legato ai piedi che ci si trascina mentre si scala una montagna. In realtà stiamo parlando di spesa dello Stato e quando lo Stato spende non necessariamente butta i soldi dalla finestra. Nella maggior parte dei casi la spesa dello Stato si trasforma in scuole, ospedali, pensioni, assistenza agli anziani e ai disabili e, non ultimo, in risparmio privato cioè in tutte cose che dovrebbero rincuorare piuttosto che spaventare.
Ogni anno questa spesa dello Stato (se volete siete liberi di chiamarlo debito pubblico) si alimenta sostanzialmente per due motivi, perché si fanno delle spese non coperte da entrate (cioè dalle tasse) oppure perché si pagano degli interessi sui prestiti chiesti gli anni precedenti. Il primo caso è rappresentato dalla Francia, il secondo dall’Italia.
Assodato questo, il rapporto debito/Pil si può abbattere in due modi: smettendo di fare spese oppure abbattendo gli interessi. Un terzo modo in realtà ci sarebbe, ed è quello rappresentato da un taglio del debito stesso che può avvenire in vari modi, ne elenchiamo due (anche qui): il caso Gran Bretagna e il caso Grecia e li mostriamo con le immagini di seguito.
Nel primo esempio la Banca d’Inghilterra ci mostra un taglio del suo debito dopo averlo ricomprato. Cioè quando una Banca Centrale ha in pancia dei Bond che ha ricomprato sul mercato, può decidere di continuare a tenerlo in contabilità (come fa Bankitalia) e continuarlo a farlo figurare come debito oppure, appunto, cancellarlo.

Nel secondo esempio la Grecia, di cui mostro un grafico da me elaborato su dati Oecd, in cui si vede chiaramente che il debito scende in quanto ne viene “condonata” una parte con i piani di aiuto del 2012. La Grecia infatti non può tagliarsi da sola il debito come può fare la Gran Bretagna, la Svezia, il Giappone o gli Stati Uniti, in quanto è sottoposta alle decisioni di una Banca Centrale (la Bce) che non controlla direttamente.

In entrambi i casi, si sottolinea, a monte ci sono delle scelte politiche e non hanno nulla a che fare con l’economia o la necessità. Decisioni politiche che anticipano gli effetti economici, decidono prima cosa fare e magari chi tutelare.
Per comprendere, non solo Savona, ma anche le ricadute economiche sul sociale e sulla vita quotidiana, è necessario partire dall’inizio e l’inizio è il momento in cui qualcuno prende una decisione. Che ci siano soldi per le banche ma non per il reddito di cittadinanza è una scelta, non ci sono tavole sacre né tantomeno le regole economiche sono scolpite sulla pietra. E proprio per questo, fissare dei principi e delle regole economiche valide nei secoli, come è stato fatto con il Trattato di Maastricht e seguenti, è qualcosa che non può funzionare. Ciò che deve essere fissato sono le regole politiche, di convivenza civile e quali siano i valori che tengono insieme le persone. Su questo poi si possono prendere decisioni economiche (di politica economica).
Quindi, a meno che uno Stato non decida di interrompere o le sue spese o di cambiare sistema di finanziamento per tenere sotto controllo gli interessi (e per farlo l’unico modo sarebbe quello di non affidarsi ai mercati finanziari, cioè tornare ad un sistema di controllo della propria sovranità monetaria tipo Usa, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, Giappone, ecc.) e a meno che non si voglia copiare il modello di “non spesa per incapacità tecnica” tipo Burkina Faso, Ciad, Nigeria, ecc. … si dovrà imparare a convivere con questa forma di contabilità che prevede un debito pubblico, cioè che preveda la spesa dello Stato.
Di seguito una serie di grafici che mostrano come i debiti pubblici nei Paesi progrediti presi in esame costituiscano una costante in continua crescita, a meno del verificarsi delle condizioni eccezionali sopra descritte.



Un altro caso in cui il debito rallenta è quando si ha un consistente surplus di bilancia commerciale. Cioè le spese si finanziano con il ricavato delle vendite all’estero, è il caso Germania. Ma non è da considerare un modello sano perché prevede che qualcuno si arricchisca a spese di altri, che ci siano tensioni internazionali, che il modello di sviluppo sia affidato alla sola concorrenza e non alla cooperazione.

Passiamo adesso al Pil che invece non è uno stock, quindi non è qualcosa che ci si porta totalmente in eredità anno per anno, ma bisogna costruire ogni volta da capo. Certo se un Paese ha un’economia solida, delle buone aziende, ingegneri preparati e magari qualche materia prima, o la capacità di trasformare queste materie prime, è chiaro che non si parte proprio da zero ma da una capacità consolidata di creare economia, cioè scambi all’interno dei propri confini e magari anche al di fuori di esso. Questa capacità di fare economia si trasforma in Pil.
Capirete ovviamente che però, per quanto ci siano consolidate capacità produttive e genialità individuali qualsiasi bene creato, inventato o prodotto, perché diventi Pil dovrà essere comprato da qualcuno. Questo perché il Pil, come detto sopra, conteggia ciò che in economia succede anno per anno, cioè ciò che viene scambiato durante un arco temporale.
Questo spiega cosa vogliono dire, ognuno a suo modo, Di Maio e Salvini quando dicono che vogliono dare agli italiani più capacità di spesa, uno con il reddito di cittadinanza e l’innalzamento delle pensioni minime, l’altro abbassando le tasse a tutti. Vogliono lasciare più soldi ai cittadini per “muovere” il Pil. Ma noi stavamo parlando di Savona e per questo, avendo tracciato i presupposti, mostriamo di seguito alcuni grafici i cui dati di base sono estratti sempre dal sito ufficiale di Oecd. E’ evidente la forbice che si crea tra debito e Pil è una forbice che si allarga, vedi in particolare il caso Italia, quando il Pil smette di crescere.





In altri termini e ricapitolando, nessuno Stato occidentale abbassa il tenore delle spese. Nella prima parte abbiamo visto che i debiti pubblici sono in costante crescita perché lo Stato ha bisogno di spendere e assicurare un certo grado di benessere ai suoi cittadini mentre nella seconda, con l’ultima serie di grafici vediamo che quando la forbice tra debito e Pil si allarga il suo rapporto cresce.
Quindi il target che questo Governo, finalmente, si impone è la crescita del Pil che alla fine porterà alla diminuzione del rapporto debito/Pil spostando l’attenzione perversa sul debito tipica di Cottarelli, di Boeri e di Martina. Perché un Paese civile non può cancellare realmente la spesa dello Stato. Chi continua a scagliarsi contro questo si scaglia in realtà contro la ricerca del benessere, contro i cittadini, i pensionati, le persone con disabilità, gli ammalati cronici, i disoccupati, le aziende che producono, la ricerca, l’università, l’istruzione e la civiltà.
I parametri europei si concentrano (insensatamente ma questo è!) sul rapporto debito/Pil e tale rapporto si crea considerando entrambe le variabili. Come si vede nel caso della Francia, il suo debito è in costante crescita ma cresce anche il Pil per cui nessuno si preoccupa quando afferma di voler fare anch’essa, ad esempio, una sorta di reddito di cittadinanza.
Anche il Pil della Germania e della Spagna cresce e quindi il rapporto non è in discussione, mentre l’Italia ha smesso di crescere e quindi il suo debito procede in solitaria staccandosi sempre più dalla linea del Pil.
Per quanto possiamo essere geniali, capaci di innovare e di realizzare, il mezzo per muovere il Pil non potremo mai crearlo noi perché questo mezzo, in un sistema monetario, si chiama moneta. E questa la può creare solo lo Stato che poi può metterla in circolazione in tanti modi. Tra questi ne esiste uno che io sceglierei, se potessi: dare lavoro pagato dignitosamente, stabile e con tutti i diritti conquistati negli ultimi due secoli di storia. Ma anche questa è una decisione politica.

Fonti
Dati per i grafici www.oecd.org
HM Treasury – Whole of Government Accounts – year ended 31 March 2013 www.gov.uk

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

“Con i certificati di credito fiscale l’Italia può rilanciare l’economia”

Oggi più che mai è doveroso trattare, all’interno del dibattito democratico e civile, delle nuove dinamiche economiche e delle problematiche correlate alle attuali politiche monetarie.
L’obiettivo è quello di eliminare il concetto, più volte ribadito nel corso dello studio delle dinamiche macroeconomiche, dell’asimmetria informativa, la condizione per cui nella società molti non sanno niente mentre pochi sanno tutto. Questa è la condizione ottimale per un sistema di potere che si autoalimenta proprio grazie all’ignoranza dell’opinione pubblica e alla durevolezza di un regime fondato sui luoghi comuni, in cui argomento di dibattito non sono analisi di dati e documenti ma chiacchiericcio riguardante frasi riportate per sentito dire e ‘gossip’ politico.

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Marco Cattaneo

A questo proposito abbiamo interpellato Marco Cattaneo, laureato in Economia aziendale (Bocconi 1985). Dal 1995 è consulente aziendale, gestisce fondi e rappresenta primari investitori internazionali in operazioni di ‘private equity’. Ha scritto alcuni libri su temi economici e cura i contenuti del blog Basta con l’Eurocrisi, dove è possibile leggere le sue analisi sull’attuale meccanismo economico europeo.

Non è facile oggi per i cittadini avere gli strumenti per comprendere le origini della crisi economica che ha investito l’Eurozona già da diversi anni. Molti analisti economici ed esponenti politici insistono nell’indicare il principale fattore della crisi economica negli sprechi che aumentano il debito pubblico e nella cattiva gestione dello Stato. Che lettura dà lei della situazione e di queste analisi?
Sulla qualità di gestione della spesa statale esistono molti aneddoti e molti luoghi comuni, su cui ci sarebbe parecchio da discutere. La singola maggiore voce di spesa pubblica in Italia è il sistema sanitario, che è considerato uno dei cinque più efficienti al mondo dall’Organizzazione mondiale della sanità. Possibile che tutto il resto del settore pubblico italiano sia una tale sciagura da renderlo la palla al piede dell’economia?
Il punto su cui riflettere, però, è che gli indicatori economici italiani si sono pesantemente e improvvisamente discostati, in peggio, da quelli (per esempio) del Regno unito a partire da metà 2011. La spesa pubblica italiana non è improvvisamente diventata meno efficiente in quel periodo: sono invece stati attuati forti incrementi di tassazione, mentre gli inglesi – dotati della loro moneta – continuavano, al contrario, a supportare la ripresa della loro economia.
Quanto al debito pubblico italiano, il 99% del problema non è relativo al suo livello, ma all’essere contratto in una moneta – l’euro – che per l’Italia è a tutti gli effetti una valuta straniera. L’austerità è stata imposta da Ue e Bce come condizione per garantire il debito pubblico: ma se il debito fosse rimasto in lire, non ci sarebbe mai stato un rischio d’insolvenza – una banca centrale nazionale è sempre in grado di garantire il rifinanziamento del debito in moneta propria. E in una fase di domanda depressa (conseguenza della crisi finanziaria mondiale del 2008, i cui effetti non erano ancora stati sanati) questo è possibile senza che inflazione e tassi d’interesse vadano fuori controllo.

La moneta è unita di misura dell’operosità in termini di quantità, qualità e valore. Prima dell’euro, la moneta era fondamentalmente gestita dallo Stato. Oggi l’euro, come da lei accennato, è gestito da una banca sostanzialmente privata che presta denaro agli stati a debito e con interessi. Quali conseguenze ha portato questo cambio strutturale ?
Uno Stato che emette la propria moneta è in grado di utilizzarla per attuare azioni di espansione della domanda – meno tasse, più spesa pubblica, più sostegni alla spesa privata – in modo da superare fasi di depressione della domanda conseguenti, per esempio, a crisi del mercato finanziario. Se la moneta deve invece essere presa a prestito, proprio nei periodi di difficoltà economica questo può risultare impossibile, o troppo oneroso. La crisi di molti paesi dell’Eurozona è in larga misura una risultante di questa situazione.

Quali effetti hanno avuto le manovre ‘di salvataggio’ attuate dalla Banca centrale europea, come il Quantitative easing (Qe), messo in campo da Draghi all’inizio del 2015, nel rivitalizzare l’economia reale dei paesi aderenti all’Eurozona?
Il Qe, che ha fatto seguito a una serie di azioni di garanzia dei debiti pubblici intraprese a partire dal 2012, ha prodotto due fenomeni: il calo dei tassi d’interesse pagati dagli stati, e l’indebolimento dell’euro, soprattutto rispetto al dollaro. Il calo dei tassi tuttavia non si è tradotto in una spinta al potere d’acquisto disponibile per aziende e cittadini, in quanto la Ue non ha smesso di richiedere azioni di riduzione dei deficit pubblici – che, in una situazione di economia depressa, implica di continuare a sottrarre risorse all’economia reale.
L’unico effetto positivo degno di nota è legato alla svalutazione dell’euro. Le aziende italiane che esportano nell’area del dollaro stanno traendone alcuni vantaggi. Siamo ben lontani, tuttavia, da quanto occorrerebbe per avviare un significativo recupero dei pesanti danni subiti dall’economia italiana dal 2008 in poi, anche perché metà del nostro interscambio estero si svolge all’interno dell’Eurozona.

Quali decisioni, secondo lei deve, prendere il governo italiano per dare un nuovo impulso all’economia nazionale e per far uscire il nostro Paese dalla spirale recessiva in cui è impantanato (meno lavoro, meno stipendi e meno consumi)?
Il governo italiano dovrebbe attuare azioni di espansione della domanda interna, e nello stesso tempo favorire il recupero di competitività delle aziende italiane, in primo luogo riducendo la tassazione e gli oneri accessori sui costi di lavoro. Questo è impedito dai trattati di funzionamento dell’eurosistema. In assenza di un accordo politico che porti alla loro revisione, il superamento della crisi richiede azioni unilaterali da parte dei Paesi in difficoltà. La rottura dell’euro, con uscita dal sistema di singoli Paesi, è uno scenario possibile, che presenta però forti complessità politiche e operative.

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La proposta di Cattaneo, frame da un video esplicativo

La via che personalmente sto sviluppando e promuovendo, insieme a un gruppo di economisti e ricercatori, è l’introduzione di Monete fiscali nazionali. Vari Paesi potrebbero introdurre Certificati di credito fiscale (Ccf), cioè titoli utilizzabili per pagare tasse e imposte future nel territorio dello stato emittente, e assegnarli gratuitamente a cittadini e aziende. Non sono debito perché lo stato emittente non è obbligato a rimborsarli; hanno un valore di mercato e possono anche essere utilizzati in transazioni dirette tra privati. Hanno quindi alcune caratteristiche della moneta – pur non essendo moneta ai sensi di legge – e ridarebbero ai singoli Stati le leve di politica economica oggi necessarie, da applicare in forme e misure differenziate in funzione delle esigenze specifiche di ogni Paese. L’azione espansiva prodotta dalla distribuzione di Ccf rilancia domanda, Pil, occupazione e gettito fiscale, il che evita il riformarsi di squilibri fiscali quando, in futuro, i Ccf arriveranno a scadenza.
E’ una strada che comporta una forte revisione dei meccanismi di funzionamento dell’eurosistema. Non è però deflagrante: l’euro continua a esistere come moneta circolante e come valuta di conto in tutta l’Eurozona. E si evitano quindi le grandi complicazioni connesse a un processo di rottura della moneta unica.

La vicenda greca sta evidenziando le criticità del sistema euro. Ritiene che queste dinamiche possano presto coinvolgere altri Paesi dell’Eurozona? Quale scenario ipotizza per Grecia e agli altri stati più deboli membri dell’Eurozona?
Il governo Tsipras, vinte le elezioni del 25 gennaio 2015, ha sottoposto alla Ue alcune proposte, per la verità ragionevoli e moderate (forse addirittura troppo, nel senso che rischiavano di essere insufficienti, a mio avviso). In pratica, una riduzione (rispetto alle richieste Ue) del surplus primario del bilancio pubblico e un riscadenziamento del piano di rimborso del debito.
La Ue ha però reagito con un atteggiamento di totale chiusura, non manifestando alcuna concreta disponibilità a rivedere le fallimentari politiche di austerità imposte alla Grecia da fine 2011 a inizio 2015.
Il governo Tsipras non vuole forzare l’uscita della Grecia dall’Eurozona. Dato questo presupposto, l’introduzione di una Moneta fiscale greca in affiancamento all’euro potrebbe essere la soluzione appropriata. La Grecia dovrebbe adottarla unilateralmente, senza “rompere” l’euro, e usarla per attuare le necessarie azioni di rilancio della propria economia. Sempre unilateralmente, dovrebbe sospendere i pagamenti delle rate di debito dei prossimi mesi, proponendo un nuovo piano di rientro con scadenze posposte (non necessariamente di molto).
Il pallino passerebbe nelle mani di Ue e Bce: che potrebbero reagire forzando la rottura, eventualità che sarebbe però – dal loro punto di vista – autolesionista. Oppure accettare il nuovo status quo, prendendo atto che consente l’avvio a soluzione della crisi greca. Va sottolineato che proprio il rilancio dell’economia è anche il presupposto per rimborsare, sia pure con scadenze allungate, una quota significativa e forse anche lo totalità del debito attuale. Teniamo conto che il debito non deve essere portato a zero ma reso sostenibile, in parte diminuendolo e in parte grazie al recupero del Pil. A quel punto diventa anche possibile rifinanziarlo.
Naturalmente tutto questo potrebbe preludere all’introduzione di Monete fiscali nazionali anche da parte di altri Paesi, ed essere il presupposto per, finalmente, risolvere in modo soddisfacente la crisi dell’Eurozona.

Marco Cattaneo è stato ospite di un incontro organizzato da Ferraraitalia, per leggere clicca qui.

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L’OPINIONE
Dentro o fuori dall’euro

Quelli che affermano che molti dei problemi dell’Italia si risolverebbero uscendo dall’euro dicono una sciocchezza? Pare proprio di sì (e ciascuno faccia pure mentalmente l’elenco). Lo scrive Salvatore Biasco, docente di Economia alla Sapienza di Roma (Il Mulino 1/2015).

Concordata o meno che sia, l’eventuale uscita italiana dalla moneta unica europea produrrebbe una serie tale di sciagure da delineare uno scenario da “si salvi chi può”. Cominciamo dagli operatori, italiani e stranieri, che per proteggere risparmi e patrimoni, al solo sentore della cosa inizierebbero a disinvestire dall’Italia con riflessi più che prevedibili sul fantomatico spread. Alzi la mano, poi, chi se la sente di dire agli italiani che con lo spread non si mangia. Già, perché per piazzare i titoli del secondo o terzo debito pubblico più alto al mondo ridenominato in lire bisognerà alzare i tassi d’interesse.
Alcuni però dicono che, nel nome del “Chi ce lo fa fare”, è arrivata l’ora di dire basta ad una penosa ed onerosa ‘corvée’ del debito, ricorrendo ad una sua svalutazione o, come dicono i più eleganti, ad una sua ristrutturazione. Così gli sforzi possono essere concentrati su politiche economiche più redistributive. Parole e teorie che, a detta di Biasco, trascurano lo spettro della fuga di capitali, con conseguenze da non augurarsi.
Però, si ribatte, con la lira in tasca tornerebbe in auge la leva monetaria nazionale della svalutazione. Moneta svalutata uguale prodotti italiani più competitivi sui mercati esteri e via col circolo virtuoso di esportazioni, più produzione, crescita, occupazione…
Purtroppo è tutto da dimostrare che l’idea stia in piedi, perché sulla bilancia commerciale oltre alle esportazioni ci sono anche le importazioni, specie di materie prime. Se con i prezzi in lire quelli delle materie prime importate crescono (e quindi sale l’inflazione), non solo, bisogna vedere quanto competitivo resta il made in Italy con la benzina, ad esempio, a tremila lire il litro, ma c’è qualcuno che abbia pensato che l’inflazione significa una spirale dalla quale è bene tenersi alla larga?
Ma non basta. Con l’ipotesi svalutazione, mettiamo, dal rapporto debito/Pil attuale al 130 per cento a quello del 60 per cento, siamo davvero così sicuri che i possessori dei nostri titoli ci rivolgeranno applausi a scena aperta per avere centrato il traguardo Maastricht?
Qui i possessori, cioè creditori, sono di due tipi. Ci sono quelli stranieri, che immaginiamo il loro umore dal momento che si ritrovano meno soldi di quelli che hanno prestato allo Stato italiano. Poi ci sono i creditori italiani. In buona parte sono banche. Sono note le grida di gioia di taluni a vedere le sanguisughe finalmente pagare le conseguenze di una crisi partita proprio dalla finanza.
Peccato che buona parte dei pacchetti azionari sono nelle tasche dei risparmiatori che sarebbero, così, i veri mazziati. Che poi sono gli stessi ad avere anche buona parte del debito pubblico tricolore, a sua volta svalutato.
E’ questo l’augurio che alcuni vogliono fare all’Italia? Senza contare l’effetto domino che un’economia come quella nazionale (che vale molto di più del tre per cento di quella greca nella sola Ue) può provocare su scala internazionale. E se il contagio si propaga fra stati e investitori, qualcuno vorrebbe spiegare dove trovare la domanda estera per le nostre esportazioni?

Qui Biasco introduce la seconda parte del ragionamento. Partendo dalla formula coniata da Michele Salvati (direttore de Il Mulino), l’economista della Sapienza lascia questa ipotesi dell’uscita dall’euro definita “catastrofe”, per entrare nella non meno preoccupante dell’”asfissia”. Rimanendo dentro l’euro è inutile negare che senza un governo del cambio l’Italia ha un problema di persistente difficoltà competitiva. Difficile perciò, stando così le cose, sfuggire a un progressivo declino (asfissia) fatto di decurtazione continua della spesa pubblica, di spending review, di compressione dei redditi (la stessa riforma del mercato del lavoro, ha detto Vittorio Zucconi, sembra scritta con la penna di Confindustria), impoverimento dei ceti medi, progressive privatizzazioni del pubblico e vendite in mani straniere di firme del made in Italy.
Dunque, la strada dell’uscita dall’euro è il trauma, mentre rimanerci a queste condizioni è un lento declino. Si dice che c’è la strada delle riforme. E’ chiaro a molti che se l’Italia avesse migliori pubblica amministrazione, burocrazia, scuola, università e giustizia si andrebbe meglio. E’ anche vero, però, che se la riforma della pubblica amministrazione significa togliere di mezzo le Province (ossia l’1,2 per cento della spesa pubblica) – come sta avvenendo con ritardi, contraddizioni fra piani normativi, governo, regioni, sezioni delle Corti dei conti, incertezza di risorse, di funzioni e sulla sorte di 20mila dipendenti e chissà cos’altro ancora – non c’è da brindare.

La verità, prosegue Biasco, è che “non saranno le riforme a farci risalire la china”, sia quelle istituzionali che della pubblica amministrazione. Ma allora non c’è via d’uscita fra catastrofe e asfissia? Ci sono tuttavia un paio di ragioni che farebbero propendere per la seconda strada. E non perché sia meglio essere rosolati a fuoco lento piuttosto che esplodere in un colpo solo.
Primo: in un mondo come questo i fili della speranza, e cioè della crescita, sono essenzialmente esogeni. E’ perciò in un contesto di integrazione che va giocata la partita e non in un anacronistico isolamento nazionale, inesorabilmente indietro rispetto alle lancette della storia. E’ quindi in questo ordine delle cose che, piaccia o non piaccia, va posto il tema europeo che la crescita non è – i fatti lo dimostrano – il prodotto differito dell’austerità.
Solo che questo tema non andrebbe banalizzato, come si è sentito finora, rimproverando all’inquilino di turno a Palazzo Chigi di non battere i pugni sul tavolo di Bruxelles. Il ragionamento, se c’è una classe dirigente degna del nome, è di dottrina e di politica insieme: se ci sono spazi per ritenere che l’Europa sia capace di una crescita che non chiede solo sul fronte dell’offerta, ma anche su quello della domanda, lo si dica ora o mai più. Se c’è una strategia che vada oltre la semplice e illusoria soluzione della riduzione di diritti e libertà (da quelle civili a quelle del lavoro), lo si dica adesso e su questo si costruiscano alleanze.

Lo scrive chiaro e tondo anche Guido Rossi (Il Sole 24 Ore del 29 marzo): la politica si svegli dal torpore, non continui a lasciare i destini europei in mano alle tecnocrazie – economiche, burocratiche e finanziarie – perché in ballo ci sono i valori democratici fondamentali che tengono insieme stati membri e culture, in un un progetto non fondato sulla deriva di ineguaglianze, distanze sociali e minori opportunità in favore di pochi. Sul versante interno della politica questo significa, per esempio, che chi si ritiene forza riformista, non lasci la bandiera della critica all’Europa a chi predica la strada della “catastrofe”, che sull’onda di un malcontento destinato a crescere avrà sempre più facile gioco elettorale, ma la agiti con altrettanta energia spiegando perché è esattamente nella visione comunitaria che si può ancora evitare il peggio.

E lo si faccia, possibilmente, non con lo sguardo rivolto alle prossime urne (com’è possibile fare o rifare alleanze con chi predica la strada della catastrofe?) ma alle prossime generazioni, perché liberali o no, non servirà a nessuno un paese impoverito, scioccamente liberalizzato, indebolito di libertà e tutele e con un settore pubblico mercificato.

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