Tag: lontananza

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Due gradi di separazione

L’isolamento affettivo cosa diventerà quando sarà finito? In A due piazze Riccarda e Nickname si confrontano: chi deve stare lontano, chi invece sceglie di farlo e chi è abituato a ritrovarsi e perdersi ogni volta.

N: Si avvicina, non disperate. Si avvicina il giorno in cui voi due, divisi da mesi, potrete riabbracciarvi. Si avvicina il giorno in cui voi due, uniti da mesi, potrete separarvi. La prima situazione mi fa venire in mente un incendio, che divampa violento e potrebbe spegnersi con la stessa rapidità. La seconda situazione mi ricorda un detenuto che ritrova la libertà dopo un lungo periodo di detenzione. Assapora la libertà con una vertigine che presto, dopo averlo inebriato, lo lascia disorientato, smarrito, perduto.
Questi due non riescono più a vivere insieme, ma non riescono ormai più nemmeno a vivere l’uno senza l’altro. I primi due non riescono più a pensarsi insieme senza immaginare già di lasciarsi di nuovo.

R: Mi chiedo in questa visione di opposti estremismi, dove tu sia collocato: se tra quelli incarcerati che poi immersi nella libertà, sentono un senso di agorafobia, smarrimento da mancanza di pareti tanto chiuse quanto protettive o se, invece, sei vicino all’ustione, al fuoco che va spento con una nuova e programmata separazione fra gli elementi. Oppure potresti essere da un’altra parte ancora, quella che non ha bisogno di distruggere per ricostruire.

N: A parte che parlo di “voi” e tu mi chiedi di me, che sarebbe come chiedere a Rob Breszny cosa ne pensa dell’oroscopo che lo riguarda…
Non mi sento collocabile. Perché sono in una reclusione in parte volontaria, e perché la separazione ed il ritrovarsi fa parte integrante della mia esistenza sentimentale. Quindi potrei essere collocabile ovunque!

R: Ti racconto cosa sta succedendo a me, a noi. È una separazione forzata, c’è qualche migliaio di chilometri di mezzo, ci sono aerei da prendere che non volano più, una connessione che se non va, allora vabbè ci sentiamo domani. Poi c’è stata una Pasqua isolata e forse lo saranno anche i rispettivi compleanni, così vicini sul calendario da fare una festa unica come l’anno scorso, quando tu hai regalato a entrambi un mazzo di fiori. Anche noi non siamo collocabili né fra i detenuti né tra gli incendi pericolosi che vanno spenti. Però ti invito al nostro compleanno, seduto di fronte a noi, come un anno fa. Questa volta, uno schermo di mezzo.

Come state vivendo la separazione da chi amate? Il vostro isolamento affettivo come lo state gestendo? Apparecchiate con un monitor davanti per farvi compagnia?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

A prova di lontananza

Quante volte ho ripetuto che non credo ai rapporti a distanza. Che si tratti di amore o di amicizia ho sempre sostenuto che sia raro poter mantenere un rapporto di questo tipo. Manca la condivisione della quotidianità, manca a volte la possibilità di esserci nei momenti importanti, manca il guardarsi negli occhi che ci può far comprendere meglio l’altro. Insomma in questi rapporti sono più i vuoti dei pieni, più i senza che i con, più i vorrei ma non posso dei ci sarò. Amicizie perse per questa ragione e relazioni di persone intorno a me che ho visto cedere sotto il peso della lontananza mi hanno convinto della bontà della mia opinione.
Ma se oggi penso alle persone a me più care, mi accorgo che molte di loro sono lontane da me.
E allora sorge spontanea la domanda: è la lontananza a distruggere i rapporti, o a volte sfonda solo una porta aperta?
Forse sto sperimentando che davvero la lontananza fa dimenticare solo chi non s’ama.

“Eppure nonostante tutto, solo noi, sappiamo essere così lontanamente insieme.”
Julio Cortázar

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Montalbano sono!

“Sai che ti dico, che se tu non puoi parlare, lo faccio io: sono stanca di aspettare una tua telefonata, una tua visita, una tua qualsiasi proposta. Io aspetto, aspetto…sono in attesa da una vita, sospesa tra il tuo lavoro e quello che dovrebbe accadere in un futuro che non arriva mai. Ma secondo te è normale che tu non mi abbia cercata per giorni? Che tu non ti chieda come sto io, cosa faccio, come mi sento? Salvo, c’è una sola cosa che può giustificare il tuo comportamento: tu non mi ami più. O comunque non abbastanza da fare qualcosa per me. Ed io, adesso, sono stufa di dare priorità solo a quello che è meglio per te. Io voglio pensare a me. Perdonami, forse non è giusto dirtelo per telefono ma sono davvero esausta. Per me la nostra storia è alla fine.”
Livia a Salvo Montalbano
Il metodo Catalanotti, Andrea Camilleri (Sellerio 2018)

Da quando la conosco, sono sempre stata dalla parte di Livia. La fidanzata di Montalbano è una donna messa in stand by che ha deciso di non aspettare più. E non è urgenza d’altro o impazienza, Livia si è svuotata: non è più piena di lui, dell’importanza, dell’amore che ha mandato avanti tutto per anni. È finita la malinconia dolce di cui un rapporto a distanza si nutre, la bolla di perfezione degli incontri si è rotta, bucata dalla stanchezza di una vita esausta in sala d’aspetto.
Come Livia, ce ne sono di donne che a un certo punto si stancano di dedicarsi a un amante, a un marito, a qualcuno che non vuole esserci. Ma per stancarsi bisogna avere aspettato tanto, essersi fatte andare bene l’attesa edulcorata dal pensiero che qualcosa sarebbe arrivato.
La proiezione sposta lo sguardo in avanti, il pensiero è proteso verso una data, una sera, un fine settimana, ma intanto sfugge il presente che è fatto di sostanza, soddisfazioni, inceppamenti, invecchiamento, rinascite, cioè la vita vera che Livia ha vissuto sospesa in attesa di Salvo, quasi al di sopra della realtà. Ma il qui e ora è un’altra cosa, è Salvo che non chiama per giorni, è Livia che aspetta fino a non poterne più. La distonia fra le due vite, quella che c’è e quella che immagini arriverà, si appiana quando Livia si sente finalmente libera di ricomporre lo sfasamento tra il tempo con e il tempo senza Salvo.
È un punto di non ritorno per una donna, può arrivare anche dopo una vita in cui all’altro si è dato un tale potere di gestione del tempo e del rapporto da averne perso la percezione. Livia ora vuole un tempo tutto suo, dove per Salvo non c’è più posto.

Cari lettori, siete mai stati in attesa di qualcuno? Oppure avete mai lasciato qualcuno ad aspettarvi? Com’è finita?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Assenza e silenzio: sempre negativi oppure no?

“Cosa voglia tu, io non lo so, non te l’ho mai chiesto e avrei dovuto. Da te a me, uno spazio che si è fatto siderale, ma che è stato anche di totale aderenza, quella che solo due corpi possono avere. Non penso di essermi sbagliata, per questo ho cercato e ricreato momenti, ore in cui ho trovato reciprocità, interesse, passione da te a me, da me a te. Ecco perché dormivo poco, mi piaceva troppo. Amore è un pensiero che scotta e ti garantisco di averlo congelato per diverso tempo. Poi non so, si è sbrinato da solo e ho lasciato fare. Su questo sono sempre stata sincera con te, perchè questa sono, voglio aggiungere, non togliere a me e a chi mi è vicino. E il tempo che abbiamo passato insieme qualcosa mi aggiungeva. È chiaro che mi manchi. Mi manchi a cena, nel letto, sulla pelle”.

Una mail per dirgli che la mancanza è una presenza pesante, concreta, quasi fisica. Avrebbe voluto diventare per lui un pensiero continuo e non solo contingente e limitato ai loro incontri. Lei credeva questo, di averlo sfiorato almeno un po’, ma non abbastanza da essere trattenuta, non abbastanza da abitarlo in quella sua dimora interiore così cupa. Aveva intravisto qualcosa di lui e le era piaciuto più del fascino esteriore che ben conosceva. Cene, notti, colazioni insieme, ma anche messaggi senza risposta, silenzi di giorni, vane attese.
Nonostante tutto, non riusciva ad avercela con lui.

L’assenza e il silenzio, anche quando pesano tanto, sono sempre negativi? Se riusciamo a starci, almeno un po’, non sono forse la giusta distanza che aiuta a vedere meglio le cose, a capire se ci teniamo davvero? Come vi comportate? Tendete a rifugiarvi in un silenzio lontano o a fare fracasso per non sentire niente?

Potete inviare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

sveta-ritratto-donna

Sveta, ritratto di donna

Da MOSCA – Svet in russo significa luce, e Sveta luce è, luce è stata, luce sarà.
La guardiana del mio palazzo, anziana dai capelli corti bianchi come la neve, o babushka (la nonnina, in senso affettivo) come la chiamerebbero qui, ha le mani ruvide, grinze e affaticate ma lunghe, eleganti e affusolate. Deve essere stata molto bella, da giovane.
Con lei fatico a parlare, la lingua è una barriera quasi insormontabile. Le poche parole di russo che ho imparato non mi permettono certo di avere una conversazione decente e di capire correttamente quello che vorrei sapere e chiedere. Ma la mia curiosità non ha limite. Accorsa in mio aiuto la mia amica Olga, che mi traduce tutto in inglese o francese, riesco finalmente ad avere gli elementi chiave di un ritratto che volevo fare da tempo.
Sveta ha visto la guerra, ha sofferto la fame, ha vissuto in povertà quasi tutta la vita. Durante il periodo sovietico ha raggiunto un benessere minimo, fatto di mobili marroni, di tappeti polverosi, di fiori finti e di pareti anonime ma anche di pane sicuro, di kacha molle al sapore di cereali, di patate lessate sempre dello stesso sapore, colore e odore, di carote bollite.
Era felice, allora, quando il suo Vladimir era ancora accanto a lei, quando i figli crescevano nell’allegria. Poi uno di loro, Valery, è partito per gli Stati Uniti, ed è diventato professore in una prestigiosa università americana dal nome per lei impronunciabile. E’ arrivato il successo accademico e con esso qualche soldo in più, ma la lontananza, per lei, non aveva prezzo.
Poi un giorno anche Vladimir l’ha lasciata, scivolato nel nero di una miniera. Lei si è ritrovata in cerca di lavoro. Sola. Si ricorda il pranzo in fabbrica, le giovani amiche che le sedevamo accanto e le raccontavano di fidanzati innamorati e di viaggi lontani. Si ricorda il buio e la paura.
Ma Sveta era luce e nel gabbiotto del palazzo di questa via elegante da ricchi ci si era trovata bene, immersa nell’odore di cavolo bollito che proveniva dal primo piano, nel vocio dei bambini che correvano per le scale, nel cinguettio di un canarino di una coppia anglo-finlandese, persa a guardare la televisione mentre sorseggiava un tè caldo e sgranocchiava un dolcetto.
E poi leggeva leggeva e ancora leggeva, ora poteva farlo. Anche se la vista calava ogni giorno, si perdeva nei romanzi d’amore, quelli che un tempo non si potevano leggere, immersa in quelle storie romantiche che aveva sempre sognato.
Sveta era bella, un tempo, mi mostra una foto dei suoi vent’anni a San Pietroburgo, sorridente e felice, con un vestito fiorito e un colorito roseo. E’ la settimana prima di sposarsi, ha i capelli intrecciati, biondi, avvolti sul suo capo come una corona. Una piccola Cenerentola aggraziata.
Sveta è bella, anche oggi, con i suoi capelli corti, bianchi come il latte, come la neve, come il candore della sua bontà, mentre mi sorride e mi porge un biscotto che ha sicuramente preparato domenica pomeriggio. Mi ricorda la mia nonna materna, Sveta, forse per questo le voglio bene.
Ancora un dobre utra un dasvidaniya e ogni volta che la incrocio sono felice.
Una storia come tante, forse, ma questa è sotto i miei occhi, ogni mattina, ogni sera, ogni giorno, una storia che mi accompagnerà non solo finché sarò qui ma sempre, anche quando un giorno sarò rientrata nel mio bel Paese.

ferrara

“La patria non è la nazione ma il posto in cui si è nati e cresciuti”

da: Valentina Scabbia

Prendo spunto dall’intervista a Federico Varese per dichiarare il mio amore per Ferrara. Si cita Bassani ed io non posso fare altro che confermare le sue parole.
Proprio quando si e lontani si capisce il valore delle cose e persone che si sono lasciate. Quando mi si chiede da dove vengo la mia risposta e:”sono di Ferrara”. La patria non è nazione, la patria e il luogo dove si e nati e cresciuti, il posto in cui si e formata la propria personalità non solo grazie alla famiglia e alle amicizie, ma anche grazie alle abitudini, usanze del posto. Insomma mi mancano la bicicletta, la nebbia che non ti permette di vedere al di la del tuo naso, l’afa estiva che toglie il respiro, le coppie di pane…
D’altro lato sono contenta di esserne lontana. Al contrario di chi ci vive riesco a vedere e percepire la sua bellezza. Adoro andare in giro per il centro senza una meta precisa perché all’improvviso arrivo in vie, vicoli o palazzi dimenticati e ne ammiro la bellezza (non certo con l’occhio del turista) che da donna molto giovane non riuscivo a vedere.
Nessun ferrarese camminando guarda in alto, eppure bisognerebbe farlo: i cornicioni che contornano i tetti dei vecchi palazzi sono meravigliosi (outsider tipp). Se fossi poeta dedicherei alla MIA città sicuramente una poesia, pero non lo sono e mi accontento di respirarla ogni volta che ne ho la possibilità.

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