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LA CARTA DELLE CITTA’ EDUCATIVE
Formazione continua, luoghi e reti di apprendimento

Sono tornato a leggere in questi giorni la Carta delle Città Educative. Compirà trent’anni quest’anno, perché è nata dal primo congresso celebrato a Barcellona nel novembre del 1990. In quel documento sono raccolti i principi basilari per la spinta educativa delle città. La Carta è stata poi revisionata in occasione del III° Congresso Internazionale tenuto a Bologna nel 1994 e in quello di Genova del 2004 per adattare la sua impostazione alle nuove sfide e necessità sociali.
L’ho ripresa in mano perché continuava a stonarmi nelle orecchie il fatto che la ministra dell’istruzione Azzolina, nelle linee guida per la ripresa scolastica autunnale, avesse scelto di utilizzare l’espressione “comunità educante” per invocare la collaborazione dei territori e dei portatori di interesse.

Per uno come me, che da anni continua ostinatamente a occuparsi di Città della Conoscenza, Learning Cities e Ciudades Educadoras, tutte individuate dall’Unione Europea come soggetti formativi per eccellenza del nuovo millennio, quella ‘comunità educante’ tanto novecentesca continuava a stridere. Ora non posso dire se l’espressione scelta dalla ministra sia dovuta ad una precisa intenzionalità o, invece, sia solo il frutto di una scarsa competenza. Un dato è però certo che, se la Carta delle Città Educative fosse stata fatta propria da tutte le città del paese e dai governi che si sono succeduti fin qui, con ogni probabilità sia la chiusura forzata delle scuole, sia la ripresa scolastica avrebbero permesso alle famiglie, ai bambini e agli adolescenti di pagare un prezzo meno caro.

L’impreparazione ad affrontare gli effetti della pandemia sul piano educativo non è stata solo della scuola, ma anche dei territori e delle nostre città. Sento già chi osserva che negli altri paesi non è andata meglio. Certo, ma questo non può esimere da aprire una riflessione su che cosa sarebbe potuto accadere, se nelle nostre città da tempo fosse diffusa, organizzata e funzionante un’ampia rete di istruzione permanente, tanto da dare per scontato che formazione formale e formazione non formale collaborino e dialoghino costantemente, fino a intersecarsi. Questo avrebbe prodotto una maggiore differenziazione e distribuzione dei compiti formativi tra scuole e istituzioni del territorio. Molto probabilmente avremmo avuto a disposizione una pluralità di luoghi oltre alle aule degli istituti scolastici, sarebbe stato possibile frazionare le classi in gruppi più ristretti, come è avvenuto in Germania e in Inghilterra, avremmo potuto fare affidamento su più risorse umane per far fronte al moltiplicarsi delle necessità di insegnamento e per non lasciare i più piccoli tanto a lungo confinati in casa, coinvolgendo oltre al personale scolastico e agli educatori comunali, insegnanti messi a disposizione dall’associazionismo e dal volontariato, figure di esperti disposte a farsi carico di sostenere lo studio delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Le nostre città sarebbero state più smart, così da poter contare su pratiche di didattica a distanza e sull’utilizzo di reti digitali da tempo già collaudate.
Le linee guida per la ripresa autunnale avrebbero avuto come destinatari le reti educative territoriali, anziché auspicare il coinvolgimento di fantomatiche comunità educanti. Insomma l’emergenza non sarebbe stata affrontata con un occhio tutto ed esclusivamente ripiegato sulla scuola, dai banchi alle distanze.

L’AICE è l’Associazione Internazionale delle Città Educative che si è costituita a Bologna nel 1994, si tratta di una struttura collaborativa permanente tra diversi comuni europei sul tema dell’Istruzione e della Formazione Continua, di cui fanno parte quasi 500 città da 37 Paesi del mondo. In Italia vi aderiscono altre 17 città (Siracusa, Foggia, Roma, Castelfiorentino, Ravenna, Genova, Collegno, Torino, Settimo Torinese, Brandizzo, Busto Garolfo, Orzinuovi, Brescia, Vicenza, Venezia, Sacile e Portogruaro), ciascuna con una propria rete interna di associazioni, scuole, accademie. Il Comune di Bologna fa parte di altre 8 reti internazionali. Diciotto in tutto su 7.915 comuni italiani a cui spetta il titolo di città, esattamente lo 0,22%.

Rimane senza risposta, dunque, la domanda relativa a come si sarebbe potuta affrontare l’emergenza scolastica se negli anni, a partire dai vari governi e dai ministri che si sono succeduti alla guida dell’istruzione, si fosse provveduto a incentivare in tutto il paese la diffusione delle ‘città educative’, anziché perdersi dietro la vuota retorica della ‘comunità educante’.
Se questa non è colpevole inerzia diseducativa, non saprei come definirla, inerzia diseducativa che coinvolge non solo chi amministra le nostre città, ma anche il governo e il ministro che avrebbe il compito di occuparsi di istruzione, con un occhio che guardi oltre viale Trastevere e non solo alla punta dei propri piedi.

La grande sfida del XXI secolo è  ‘investire sull’istruzione’, su ogni persona giovane o adulta, di modo che ognuno sia sempre capace di esprimere, affermare e sviluppare il proprio potenziale umano, con le proprie singolarità, creatività e responsabilità. Amministrazioni cittadine che progettano sviluppo urbano, architetture, spazi e politiche, senza mai perdere di vista che devono essere funzionali anche alla formazione continua dei loro abitanti, formazione che costituisce la vocazione, il compito prioritario di ogni città educativa, moltiplicando i luoghi e le reti dell’apprendimento.
Ciò che preoccupa è che a livello locale come a livello nazionale in materia di formazione il pensiero si sia da troppo tempo arrestato e si continui a ragionare con le logiche del secolo scorso, quelle del novecento, da lungo inadeguate, alimentando l’impressione che per le nuove generazioni il futuro non sorgerà mai.

AUTUNNO A SCUOLA: UN RITORNO COMPLICATO
Come costruire un aereo mentre lo si pilota

Nonostante le linee guida la rotta non è segnata; al Ministero dell’Istruzione, al di là dei proclami, si naviga ancora a vista.
Non prende corpo una nuova architettura dell’apprendimento. Metri statici e metri dinamici, software al metro quadro, annunciati e subito soppiantati dalle tradizionali planimetrie.

Ma poi cosa ci andranno a fare insegnanti e studenti in queste aule a prova di distanziamento sociale? La sicurezza è certo la priorità, ma senza un vaccino, o un trattamento efficace contro il Covid-19, nessuno può essere completamente protetto dal rischio.
Le scuole e i loro dirigenti ora si trovano di fronte alla responsabilità di bilanciare salute e sicurezza delle persone con qualità ed efficacia dell’insegnamento/apprendimento. Ma già molte delle opzioni per riaprire le scuole fanno presagire un venir meno degli aspetti più significativi ed efficaci della didattica in presenza, il coinvolgimento degli studenti sui progetti di classe, l’apprendimento collaborativo, l’uso di laboratori. Inoltre discipline come arte, musica, educazione motoria e sportiva rischiano di essere seriamente sacrificate. Mentre si tace sull’insegnamento della religione cattolica, che potrebbe generosamente restituire la sua ora settimanale, due nella scuola primaria, al curricolo di base, mettendo a disposizione i suoi insegnanti per far fronte alle necessità di personale e di recupero prodotte dagli orari contratti.

Ora la ministra avanza l’ipotesi di nominare supplenti studenti non laureati, con quale idea di scuola e di didattica non si sa, riconfermando una preoccupante concezione dell’ istruzione come trasmissione di saperi da una testa all’altra. Forse al ministero si pensa che, non essendo ancora laureati, non potranno domani rivendicare il diritto ad una cattedra, gonfiando ulteriormente le file del precariato.

In definitiva, tempo scuola e qualità della didattica per forza di cose subiranno delle limitazioni. C’è il rischio che sull’apprendimento significativo prevalga l’apprendimento meccanico, che invece di un approccio costruttivista torni in auge quello istruzionalista. Questo perché task force e vari comitati tecnico-scientifici nominati dalla ministra Azzolina di tutto si sono occupati fuorché di quello che si fa a scuola: studio e apprendimento, come si studia e come si apprende.

Soprattutto è stato sottovalutato, più o meno consapevolmente, che il modo in cui  si inquadra una situazione, come minaccia o come opportunità, influisce nel determinare quale poi sarà la risposta.
Ed è proprio la risposta che preoccupa, perché, focalizzando tutta l’attenzione sulla minaccia, si è ottenuto il risultato di favorire irrigidimenti anziché flessibilità, il ritorno alle routine consolidate e l’affidamento al processo decisionale delle gerarchie. La costante inquadratura delle minacce ha finito per soffocare la creatività che sarebbe stata necessaria per rispondere efficacemente alle incognite.

Quanto accaduto questa primavera, quando le scuole hanno dovuto affrontare l’improvvisa chiusura per la pandemia di Covid-19, si può descrivere con l’espressione inglese building the plane as we fly it, ‘costruire l’aereo mentre lo pilotiamo’. Praticamente, nel giro di poche ore, le scuole hanno dovuto piegarsi ad una modalità di insegnamento completamente diversa.
Ma dopo non è mancato il tempo per ripensare la scuola, per preparare i piani per l’autunno, per progettare nuovi scenari e paesaggi di un possibile apprendimento ibrido, in presenza e a distanza, considerato il rischio di chiusure per possibili focolai.

Invece l’impressione che si ricava è che la preoccupazione prevalente, a partire dalle scelte del ministro dell’istruzione, sia stata quella di tornare a fare scuola come prima, con gli schemi e le procedure funzionali ai tempi normali.
Lo sviluppo di piani di apprendimento contingenti al coronavirus avrebbe richiesto un livello più elevato di creatività e collaborazione tra scuola, famiglie e territorio, e soprattutto un modo diverso di strutturare il lavoro. Ma questo non è mai stato all’ordine del giorno della ripresa scolastica autunnale.

Le organizzazioni, che devono sviluppare processi e approcci completamente diversi per affrontare nuove sfide o opportunità, si dotano di team completamente innovativi.
Quando la Toyota produsse la sua prima auto ibrida, non poté utilizzare l’organizzazione del lavoro e i team funzionali alle produzioni precedenti, perché l’ibrido richiedeva un’architettura di prodotto completamente diversa.

Così la nostra scuola, già prima del coronavirus, richiedeva un’architettura differente. Ora che l’ibrido è nuovamente alle porte, sarebbe più che necessario, non solo per far fronte alle incognite legate alla salute, ma per essere attrezzati verso le incognite del futuro.
Invece hanno chiamato il Commissario all’emergenza Arcuri, per collocare tutte le pedine al loro posto e garantire le regole del gioco di sempre. Oltre tre miliardi per una scuola senza lo straccio di un progetto, per mettere in moto una vecchia macchina ingolfata dal precariato e ormai senza destinazione.

L’EDUCAZIONE CIVICA TORNA A SCUOLA
Bellissima idea, a patto di prenderla sul serio.

Da bambini era in programma anche l’educazione civica. C’era un libro apposito, adatto a pareggiare i tavoli zoppi. Tutti dicevano che era importante però poi si sa, bisogna finire il programma di storia e di letteratura, recuperare i ponti, e quel giro di interrogazioni saltato con le influenze… L’educazione civica restava all’ultimo posto. Talmente tanto che per un po’ è completamente scomparsa.

La Legge n.92 del 2019 [Qui il testo della Gazzetta Ufficiale] l’ha reintrodotta ma, essendo stata approvata il 30 agosto dello scorso anno – cioè troppo tardi per spiegare in tempo utile come applicarla nell’anno scolastico che iniziava a settembre – dopo qualche polemica non se n’è fatto niente. Quest’anno, il 23 giugno scorso, la Ministra Azzolina ha inviato alle scuole una lettera e delle Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica [Qui] che spiegano che cosa ci si attende. Il Ministero nelle sue articolazioni organizzerà corsi di formazione per dirigenti e insegnanti per supportarli in questo nuovo vecchio compito.

Sono tre gli assi intorno cui muoversi: Costituzione, Sviluppo Sostenibile, Cittadinanza Digitale. Verranno inseriti in tutti gli ordini di scuola a partire dalla materna, entreranno anche nei percorsi dell’istruzione per adulti e saranno affrontati con metodi e contenuti appropriati all’età e alle competenze degli allievi.

Si legge sulle linee guida: “La Carta è in sostanza un codice chiaro e organico di valenza culturale e pedagogica, capace di accogliere e dare senso e orientamento in particolare alle persone che vivono nella scuola e alle discipline e alle attività che vi si svolgono”. La sfera della Costituzione include la conoscenza dell’ordinamento nazionale e locale, i valori di legalità e solidarietà, il contrasto alla cultura mafiosa, la cittadinanza europea ed altro ancora.

Anche lo Sviluppo Sostenibile porta con sé una molteplicità di contenuti, non soltanto in tema ambientale. C’è il rispetto per gli animali, l’attenzione per la raccolta differenziata o la lettura dei complessi problemi energetici e climatici del pianeta, ma c’è anche la sostenibilità delle città o delle società, la capacità di includere le minoranze e le differenze, il rispetto per i diritti di ciascuno.

Nella Cittadinanza Digitale, poi, è inclusa l’alfabetizzazione consapevole all’uso di strumenti che bambini e ragazzi frequentano dalla nascita ma non sempre con competenza, come ha dimostrato l’esperienza recente di didattica online nella quale gli insegnanti hanno spiegato ai nativi digitali come utilizzare l’email e altro di apparentemente scontato, e si parlerà pure dei rischi che si corrono in rete, dalle fake news agli odiatori passando per le svariate forme di bullismo elettronico.

È un bel programma, e dovrà svolgersi in almeno 33 ore scolastiche nel corso dell’anno. Non ci sarà un solo insegnante coinvolto ma un coordinatore che lavorerà con i colleghi secondo un progetto pensato a inizio anno, con obiettivi di apprendimento legati alle linee guida, indicatori da rilevare e valutazioni da svolgere. “Le Istituzioni scolastiche sono chiamate, pertanto, ad aggiornare i curricoli di istituto e l’attività di programmazione didattica nel primo e nel secondo ciclo di istruzione”, si legge nelle Linee guida, “al fine di sviluppare ‘la conoscenza e la comprensione delle strutture e dei profili sociali, economici, giuridici, civici e ambientali della società’ (articolo 2, comma 1 della Legge), nonché ad individuare nella conoscenza e nell’attuazione consapevole dei regolamenti di Istituto, dello Statuto delle studentesse e degli studenti, nel Patto educativo di corresponsabilità, esteso ai percorsi di scuola primaria, un terreno di esercizio concreto per sviluppare ‘la capacità di agire da cittadini responsabili e di partecipare pienamente e consapevolmente alla vita civica, culturale e sociale della comunità’ (articolo 1, comma 1 della Legge)”.

Dedicarsi a questi progetti, se verrà preso sul serio, sarà entusiasmante, e molto proficuo il risultato in termini di formazione dei giovani cittadini. Soprattutto se, come le stesse Linee guida propongono, l’educazione civica non sarà una materia a sé stante ma un altro modo di svolgere l’esperienza scolastica e di vivere le relazioni tra tutti i soggetti.
Significherebbe, a mio avviso, non limitarsi a studiare la democrazia ma viverla davvero, così come nell’educazione alla pace e alla nonviolenza si può, certo, introdurre ‘l’ora di nonviolenza’ e fare lezione su Gandhi o Capitini, ma il loro studio diventa vivo e coinvolgente se abbraccia il modo stesso di fare scuola, di protestare davanti alle possibili ingiustizie, di aprirsi agli altri anziché coltivare egoismi. Nel caso dell’educazione civica, si potrebbe ripartire dando fiato agli organi collegiali ormai sempre più asfittici e asserviti alla logica della scuola-azienda, o della scuola bene-di-tutti-cioè-di-nessuno, e riconsegnare/riassumersi la responsabilità del proprio stare a scuola non solo trasmettendo contenuti ma incarnandoli nella relazione con gli altri.

Bisogna sapere che questo processo, a prenderlo sul serio, può generare conflitto, quello costruttivo, che prelude al miglioramento dei contesti di relazione, a scuola e fuori. Mi torna in mente un episodio avvenuto a Ferrara tanti anni fa. Nella zona con la maggior concentrazione di migranti il Centro di Mediazione Sociale del Comune di Ferrara aveva svolto appunto attività di educazione civica. Un bel giorno una bambina del quartiere, 10 anni, nata da genitori cinesi, si è presentata al Centro con la Costituzione in mano, il libriccino aperto sui diritti fondamentali. Aveva rimostranze sul modo in cui la trattavano in famiglia, e non aveva dubbi che fosse un’ingiustizia: “C’è scritto qui!”.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete di Azione nonviolenta, la storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

SCUOLA: Le linee guida che portano fuori strada

“Tanto tuonò che piovve”, pare abbia detto imperturbato Socrate, dopo che sua moglie Santippe gli rovesciò sul capo una brocca d’acqua.
Con altrettanta imperturbabilità accogliamo le linee guida che la ministra Azzolina ha licenziato per l’avvio del prossimo anno scolastico, con tavoli e Conferenze a livello regionale e locale.

I tempi non sono stati rapidi, ma dopo comitati tecnico scientifici e task force il ministero dell’istruzione il 26 giugno ha deliberato che tavoli e conferenze andavano convocati. Di più, la Ministra con la sua lettera a tutta la comunità scolastica assicura che: “La scuola di settembre sarà responsabile, flessibile, aperta, rinnovata, rafforzata.”
Sì, avete letto bene, cinque aggettivi qualificativi, uno dietro all’altro di fila: responsabile, flessibile, aperta, rinnovata, rafforzata. Incredibile, dopo mesi di lockdown, di didattica a distanza, nel giro dell’estate, a settembre il paese, su tutto il suo territorio, avrà una scuola che non ha mai conosciuto prima. O questi hanno lavorato duro per tutti i mesi di chiusura forzata delle scuole o al ministero di viale Trastevere sono dei veri ‘Mandrake’ a partire dalla loro ministra.

Di colpo scomparsi i ritardi cronici del nostro sistema formativo, anni di tagli e assenze di risorse, differenze tra nord e sud. Poi, a leggere di seguito capite subito che non poteva essere. Perché la ministra per “responsabile” intende ‘misure di sicurezza’, locali puliti e igienizzati, “flessibile” per via degli orari, delle classi, degli ingressi e delle uscite, “aperta” significa alla ricerca di nuovi spazi, per “rinnovata” si riferisce ai locali e agli arredi scolastici, “rafforzata” attraverso il potenziamento dell’organico scolastico.

Allora perché sprecare aggettivi così impegnativi, che si prestano ad essere usati più per il contenuto dell’apprendimento e le sue modalità che per il suo contenitore? È come un abito che ha bisogno di essere rovesciato, di aggiustamenti e abbellimenti per poter continuare ad essere portato, ma per chi lo indossa nulla cambia, il tessuto è sempre quello di prima.
È la solita strategia, a cui ci stanno assuefacendo, mancano i soldi, le idee e le competenze, ma non le parole roboanti con cui coprire il vuoto. Ha ragione Antonio Scurati che, sulle pagine del Corriere della Sera del 30 giugno, osserva come la pubblicazione delle linee guida, per il rientro in aula il 14 settembre , “ha raggiunto il colmo di una sequenza di incompetenze e incapacità”.

Non solo, c’è di peggio. Ad un occhio attento che non si lasci offuscare dal fumo delle parole non può sfuggire che con quelle linee guida si compie un cambio di prospettiva. Nel loro esordio, infatti, non si rivolgono al paese ma a “…un’intera comunità educante, intesa come insieme di portatori di interesse della scuola e del territorio…”
Alla “comunità educante” e ai “portatori di interesse”, gli stakeholder, come si usa dire con linguaggio anglofono. Viene da chiedersi cosa sono e dove sono le comunità educanti e i portatori d’interesse. O è il cedimento ad un lessico ormai abusato, con faciloneria e senza pesare il senso delle parole, o la “comunità educante e i suoi portatori di interesse”, che per forza di cose variano da realtà a realtà, rappresenta una curvatura pensata e studiata verso l’autonomia differenziata, verso lo spezzatino della scuola della Repubblica e della Costituzione.

Un paese che rinuncia ad avere un suo sistema formativo valido per tutto il territorio per delegare l’istruzione a tante comunità educanti, e, mentre si cita a difesa delle proprie argomentazioni l’art.3 della Costituzione, non ci si rende conto di compiere passi destinati a vanificarlo. Quella comunità educante nasconde una preoccupante angustia di prospettiva, un’autarchia da ‘fai da te’ dell’educazione, vanifica il respiro europeo che da decenni istruzione e formazione dovrebbero avere assunto nel nostro paese.

Ci si è dimenticati, se mai è stato letto, del Libro Bianco che la Commissione europea pubblicò 25 anni fa, giusto nel 1995, in cui si affermava un concetto nuovo di formazione, in particolare alla funzione di “educazione” si sostituiva quella di “apprendimento continuo”, non comunità educanti ma “società della conoscenza”, fondata sull’apprendimento permanente, come impianto del loro sistema formativo a partire dalle scuole, dai loro curricoli e dalla loro organizzazione.

Scrive Scurati che per la scuola dei nostri figli pretendiamo il meglio. Certo, è il paese che innanzitutto dovrebbe pretenderlo, ma la questione del sistema formativo pare del tutto scomparsa dal nostro orizzonte concettuale e politico. La scuola delle linee guida non vede oltre il prossimo anno scolastico, come se la questione riguardasse la sola contingenza del Corona virus.

Il paese pare ancora sotto l’anestesia del lungo lockdown, con un letargo del pensiero e della politica, quando ci scuoteremo comprenderemo che, se vogliamo recuperare venticinque anni di ritardi, anche il nostro sistema formativo, vecchio di secoli nel suo impianto, ha necessità del suo Mes o comunque di una cifra almeno equivalente del Recovery fund.

Ma perché questo possa accadere bisognerebbe realizzare il sogno che Scurati, sulle pagine del Corriere della Sera, dice di aver fatto: “Il sogno che a governare la disastrata scuola italiana ci sia una persona seria, competente, capace, una guida sicura, brillante, eccellente, una persona cui tutti noi affideremmo volentieri il futuro dei nostri figli con piena fiducia, giusta ammirazione, motivata speranza”.
Già questo potrebbe costituire il segnale di una inversione di tendenza, un promettente inizio e ci eviterebbe di finire fuori strada.

Questo articolo è uscito anche su Educazione & Scuola del 1 luglio 2020

LA BORSA TOP SECRET
Scuola o fantascienza?

A Roma Termini mi sono imbattuto in una borsa in pelle, gonfia, sicuramente persa o dimenticata.
L’ho aperta per cercare qualcosa che mi consentisse di risalire al suo possessore. Solo carte, tante carte scritte a computer, tra le quali un invito a firma della ministra Azzolina a partecip re alla task force per l’avvio del prossimo anno scolastico.
Qualcuno che conta dunque, ma la solita formula “…La signoria vostra è invitata,,,”, senza altra indicazione, non mi ha permesso di risalire al proprietario. Così, prima di consegnare la borsa all’ufficio oggetti smarriti della stazione, mi sono tolto la curiosità di dare una scorsa a quei fogli. Dal loro contenuto avevano tutta l’aria di progetti top secret, confezionati in qualche stanza ministeriale e al momento lasciati decantare.

Ne riporto alcuni stralci a mio parere molto interessanti.

“Chi ha mai detto che tutti gli insegnanti debbano appartenere al genere umano o anche soltanto essere animati?
È necessario che il governo investa nella produzione di satelliti sempre più numerosi e sofisticati di quelli che abbiamo messo finora in orbita nello spazio. In modo da poter sostituire le onde radio con un sistema di comunicazione assai più capace come il raggio laser a luce visibile. Questo consentirebbe di creare spazio per molte migliaia di canali separati per la voce e per le immagini, così da assegnare ad ogni membro del paese una particolare lunghezza d’onda televisiva.
Ciascuna persona (bambino, adulto, o anziano) dovrà essere dotata della sua propria presa personale, alla quale inserire la sua personale macchina istruttrice. Una macchina assai più versatile e interattiva di quelle finora conosciute, immensamente lontana dalle preistoriche pratiche della DAD, della didattica a distanza, di cui gli eventi eccezionali hanno dimostrato l’importanza. Ma dall’eccezionalità è ora necessario passare all’ordinarietà per non farsi più cogliere impreparati
La prossima generazione sarà partecipe del travolgente impatto del laser nell’area dell’insegnamento. Attualmente il paese si sforza di istruire il più gran numero di studenti possibile. Ma il limitato numero degli insegnanti ha prodotto la scuola di massa, che si è rivelata diseconomica, poco efficace e inefficiente. In tutta la nazione vengono insegnate le stesse cose, nello stesso tempo e più o meno alla stessa maniera. Ma poiché ogni alunno ha interessi e metodi di apprendimento propri, l’esperienza dell’istruzione di massa risulta sgradevole, con il risultato che molti adulti si oppongono all’idea di studiare nella vita postscolastica perché ne hanno avuto abbastanza.
L’apprendimento, invece, potrebbe essere piacevole, persino affascinante e avvincente, se ognuno potesse studiare in maniera specifica qualcosa che lo interessa individualmente, nel momento da lui scelto e alla sua maniera.
I tecnostudenti di domani avranno a disposizione un mezzo bell’e pronto per saziare la loro curiosità. Sapranno già in tenera età come ordinare alla macchina istruttrice di fornire loro elenchi di materiali di ricerca. A mano a mano che il loro interesse verrà destato impareranno di più in meno tempo, e troveranno nuove strade da battere.

L’insegnamento a distanza avrà in aggiunta una forte componente di autoincentivo. La capacità di seguire una propria via personale incoraggerà il tecnostudente ad associare l’apprendimento al piacere e a crescere fino a diventare un tecnoadulto attivo: curioso e pronto ad ampliare il proprio ambiente mentale.
Possiamo ragionevolmente pensare ad una macchina istruttrice abbastanza complessa e flessibile, da essere in grado di modificare il proprio programma sulla base degli input dello studente. In altre parole, lo studente farà domande, risponderà a domande, farà asserzioni, offrirà opinioni, e da tutto questo la macchina sarà in grado di valutare lo studente, in modo tale da poter regolare la velocità e l’intensità del proprio corso d’insegnamento e, cosa ancora più importante, di andare incontro agli interessi mostrati dallo studente.
Per rendere possibile le macchine istruttrici, si deve procedere alla creazione di biblioteche centrali completamente computerizzate. Occorre poi giungere ad accordi con l’Europa e gli altri paesi del mondo per fare in modo che queste biblioteche siano tutte interconnesse, fino a formare una singola biblioteca planetaria. Questo permetterebbe alle nostre macchine istruttrici di essere collegate all’unica biblioteca planetaria, evitando la concorrenza tra macchine istruttrici di paesi diversi.

Naturalmente gli insegnanti umani non verrebbero completamente eliminati. In alcune materie l’interazione umana è essenziale: la ginnastica, la recitazione, le lezioni pubbliche, e così via.
Saranno gli studenti ad essere gli insegnanti delle macchine istruttrici. Uno studente che si applica a settori o attività che lo interessano, finisce inevitabilmente per pensare, fare congetture, osservare, sperimentare e, di tanto in tanto, escogitare qualcosa di proprio che potrebbe non essere noto. Ritrasmetterebbe questa conoscenza alle macchine, che a loro volta la registrerebbero alla biblioteca planetaria, rendendola così disponibile ad altre macchine istruttrici. L’informazione verrebbe reimmessa nel serbatoio centrale, per fungere da nuovo e più elevato punto di partenza per gli altri. Così le macchine istruttrici renderebbero possibile per il nostro paese e per la specie umana la corsa in avanti verso vette e in direzioni che adesso è impossibile prevedere.”

Ora, devo ammettere, mi sorge un dubbio, perché in quella borsa c’erano anche due libri di Isaac Asimov, Future Fantastic e The New Teachers. Non vorrei aver fatto confusione nella lettura delle pagine, sarà per via di questo anomalo anno scolastico.

SCUOLA: GUARDA CHI SI RIVEDE
Dal nozionismo della tradizione al nozionificio high tech

E alla fine, toh, chi si rivede: l’autonomia scolastica. È più che ventenne il dpr 275 del 1999 che attribuisce a tutte le scuole del paese autonomia didattica, organizzativa, di sperimentazione e ricerca. Tutto quello che serve in questo momento per far ripartire le lezioni a settembre.  Tutto è già scritto lì: flessibilità, unità orarie, modulazione delle discipline, aggregazione per aree, smembramento delle classi, articolazione dei curricoli plurisettimanale, annuale, pluriennale, modalità di impiego dei docenti, reti di scuole, risorse del territorio.
L’autonomia scolastica: si trattava di prendere in mano quel decreto, leggerlo attentamente e di fornire a tutte le scuole i mezzi necessari per realizzarla. Anche in epoca di Covid-19, non si doveva fare nient’altro che quanto già sancito da una legge dello Stato: risorse economiche e personale innanzitutto, a partire dall’organico funzionale.

E invece si pagano task force e comitati tecnico scientifici per dire alle scuole di arrangiarsi.  Vai avanti tu che mi viene da piangere, in questo caso. Andate avanti così, come sempre, con le innovazioni che restano scritte sulla carta perché non ci sono soldi e perché burocrazia e paura di assumersi responsabilità hanno paralizzato anche la scuola.
Perché passare dalla piramide al piano orizzontale richiedeva di cambiare il paradigma di un sistema scolastico per troppo tempo verticistico. I provveditori agli studi non esistono più da allora, ma non è venuta meno l’abitudine o l’ossequiosità di chiamare così i dirigenti degli uffici scolastici territoriali. E poi c’è l’autonomia a cui non sono mancati i detrattori, specie quelli preoccupati che la scuola potesse trasformarsi in una azienda. Così in mano non ci resta che un’anatra zoppa.

Ora, che si riproponga niente più che la situazione di fatto per affrontare questo frangente o è donabbondismo o si tratta di pericolosi dilettanti allo sbaraglio. È che la Ministra Azzolina, neodirigente scolastico, non ha avuto il tempo di fare il suo anno di prova perché impegnata a viale Trastevere, ma qualcuno di quelli che frequentano i corridoi del ministero poteva anche dirglielo prima che in questo paese esiste l’autonomia scolastica da più di vent’anni.
L’autonomia scolastica, però, non è stata proprio pensata per affrontare i problemi di sicurezza legati alle epidemie, ma per consentire di qualificare e arricchire l’offerta formativa delle nostre scuole, garantendo flessibilità sia organizzativa che didattica, quello di cui c’è più necessità proprio ora.
Ma è indispensabile che i professionisti della scuola, riuniti in collegio dei docenti, progettino, deliberino un nuovo piano formativo in grado di far ripartire la scuola a settembre, garantendo sicurezza senza mortificare l’istruzione. Con i mesi estivi in mezzo è pressoché impossibile che ciò possa accadere, se poi consideriamo l’esperienza, mai smentita, dell’avvio di ogni anno scolastico con le cattedre vuote in attesa dell’assunzione di migliaia di precari, il quadro assume tinte tali da ritenere che difficilmente anche a settembre le nostre scuole potranno riaprire.

In questi mesi l’insegnamento a distanza ha coperto lo stato di collasso del sistema scolastico, che poteva essere evitato se da subito ci si fosse preoccupati di pensare a come ripartire con la didattica in presenza, a come affrontare la condizione della scuola italiana, che è molto simile a quelli della Sanità: bravi professionisti ma privi di mezzi, con strutture e risorse economiche inadeguate.
Occorreva correre subito ai ripari nel senso di riparare i guasti di anni di politiche dissennate, di tagli e di ideologie, dalla Moratti alla Gelmini. Con una crisi più pesante di quella del 2008, forse la peggiore in assoluto dalla depressione degli anni Trenta, difficilmente sarà possibile recuperare errori, tempo e risorse perdute.

Arriveranno i soldi dall’Europa? Per spenderli bene, però, bisogna avere un progetto di sistema formativo che non guardi solo alla situazione contingente, un progetto dalla vista lunga e dal respiro ampio, con obiettivi da raggiungere. Ma tutto questo è politica, proprio quello che in questo momento manca al paese.
Se si legge la scheda di Colao sull’istruzione c’è da chiedersi quale morbo oltre al virus ci abbia colpiti. Un vuoto assoluto in fatto di sistema formativo da ripensare e ridisegnare, l’avvenire delle nostre scuole affidato al cash and kind, al crowdfunding per dotare le classi di supporti informatici per la didattica a distanza. Un programma nazionale di aziende high tech che per 20 sabati all’anno aggiornino insegnanti di liceo e medie su temi innovativi. Gara di talenti sui temi di grande rilievo tecnologico, sociale e culturale. E poi Rai Scuola, Rai Educational.

In questo panorama è facile prevedere che o a settembre tutto ritorna come prima perché il virus scompare, o la strada è già consapevolmente tracciata dal governo come dalla ministra, del resto i grillini hanno una predilezione per il digitale, dalla piattaforma che non a caso porta il nome di un grande pedagogista: Rousseau.
È la strada della didattica a distanza o comunque un sistema misto che garantisce enormi riduzioni di spesa pubblica senza la necessità di tagli che sono tanto impopolari.
Come negare che con la didattica a distanza si risparmia sull’edilizia scolastica, sugli arredi, sul riscaldamento, sui trasporti, sulle mense, sul personale. Le aule virtuali possono essere più numerose di quelle reali. E l’arricchimento dell’offerta formativa non costa, oltre alla Rai, c’è Youtube e multinazionali come la Pearson. Intanto si moltiplicano i corsi di formazione per la didattica a distanza.

Chi si era fatto viaggi di ingegneria scolastica resterà deluso: perché la grande riforma della scuola è già in atto, con il ritorno al passato sicuro, al passato già collaudato, dal nozionismo della tradizione, che speravamo d’aver sconfitto, al nozionificio dei tempi moderni: il nozionificio high tech.

SCUOLA FIRST: impressioni di settembre…
Anche Ferrara scende in piazza il 25 giugno

“Settembre poi verrà ma senza sole” sono le parole di una strofa di Settembre, una canzone di Peppino Gagliardi, famosa negli anni Settanta. Le stesse parole potrebbero essere adatte per definire la situazione che sta vivendo la nostra scuola pubblica; infatti, pur avendo la certezza che a settembre la scuola non ripartirà ‘normalmente’, gli amministratori nazionali e locali stanno lavorando con grande lentezza. assolutamente ‘al buio’ per preparare le condizioni per il rientro.
È evidente che a settembre la comunità scolastica ha un assoluto bisogno di ripartire in presenza: bambine, bambini, ragazze, ragazzi, insegnanti, lavoratori, lavoratrici e famiglie hanno resistito per tre mesi, materialmente e psicologicamente, per far fronte all’emergenza.

Dopo questo enorme sforzo collettivo, e quando ormai tutte le attività produttive del Paese sono già state riavviate, la scuola ha bisogno di ricominciare in presenza perché senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita umana e nemmeno economica.
Per quanto il problema della ripartenza sia complesso, io penso che non ci potrà mai essere una soluzione ‘lluminosa’ se non ci si avrà il tempo di lavorare seriamente, insieme, con tempi distesi, guidati dalla luce di un faro rappresentato dalla scuola in presenza.

È sotto gli occhi di tutti come il nostro non sia un Paese che investe sulla sua scuola per investire sul proprio futuro-. Io però speravo, ingenuamente, che in un momento così delicato si sarebbero unite le forze per reperire le idee e le risorse necessarie per mettere la scuola, intesa come ‘organo costituzionale’, in grado di poter esercitare la propria funzione. Invece, le priorità di questa classe politica sono altre: basta guardare alle risorse promesse ad Alitalia e FCA e confrontarle con quelle destinate alla scuola per accorgersi subito della sproporzione a sfavore del nostro sistema educativo.

Inoltre, dopo mesi di ‘scuola dell’assenza’, ancora oggi – nonostante la Commissione Tecnico Scientifica presieduta dal Professor Patrizio Bianchi abbia concluso i suoi lavori un mese fa – il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina non ha ancora emanato le linee guida indispensabili per far ripartire le scuole in presenza e in sicurezza.
Le anticipazioni relative a questo documento destano molta preoccupazione. Non sono infatti previste risorse straordinarie, né investimenti strutturali, né personale aggiuntivo. Non c’è nessun impegno per garantire una riapertura in sicurezza. Si parla di “riduzione del tempo scuola”, di didattica a distanza, di formazione sulle nuove tecnologie… e non è un caso che siano in uscita proprio le linee guida per la didattica digitale integrata e per la sua valutazione. Si rischia lo stravolgimento della scuola della Costituzione.

Non è quello che i genitori si aspettano.
Non è quello che gli insegnanti chiedono..
Non è quello che serve al mondo della scuola.
Non è quello di cui il Paese ha bisogno.

In un momento in cui occorreva unire gli sforzi per mettere la scuola al centro dell’agenda politica, in cabina di regia stanno lavorando al risparmio e in maniera raffazzonata per indirizzare la scuola verso un settembre di didattica a distanza, di spezzatini organizzativi senza logica e criterio, di tempi ridotti e di spazi democratici ristretti.

Wake me up when september ends (“Svegliami quando settembre finirà”) dei Green Day, una canzone di tutt’altro genere musicale rispetto a quella citata nell’incipit, interpreta bene il modo di vivere dei molti che si aspettano che una soluzione, prima o poi, cadrà dal cielo. Mi spiace ma credo che la scuola di tutti debba essere progettata insieme. E credo che nessuno meglio di chi vive la scuola quotidianamente, possa occuparsene con cognizione di causa portando avanti i sogni e i bisogni collettivi.

Un’altra scuola è possibile rispetto a quella che sembra uscire dalle linee guida del Ministro ma, ora come mai, è necessario che i genitori, gli insegnanti, gli educatori, il personale amministrativo, i dirigenti, i cittadini uniscano le proprie forze per chiedere che i Comuni e le Province trovino spazi per tutte le scuole di ogni ordine e grado, per reclamare risorse straordinarie, per avere personale docente e Ata adeguato alle esigenze della scuola, per assumere i docenti precari, per ottenere degli investimenti strutturali per l’edilizia scolastica, per avere una corretta prevenzione sanitaria, per pretendere di essere informati, per poter partecipare al progetto di ripartenza e per scrivere insieme le pagine di questo nuovo patto di corresponsabilità educativa.

Per questo, anche a Ferrara si è costituito il Coordinamento  “Priorità alla scuola”: un movimento formato da cittadini, genitori, insegnanti, educatori, operatori della scuola, professionisti che, come in altre 70 città italiane, porterà in piazza queste rivendicazioni. Per Ferrara la manifestazione, quindi l’appuntamento per tutti coloro che vogliono la scuola al primo posto (#scuolafirst), è il 25 giugno, in piazza Savonarola, alle ore 18,00.
Dopo avergliele “cantate”scendendo in piazza, avremo più forza e forse dovranno ascoltarci. Anche a Ferrara chiederemo impegni precisi ad amministratori pubblici e dirigenti scolastici. C’è in ballo la nostra scuola pubblica, un Bene Comune, un bene prezioso che oggi è in pericolo. Siamo in tanti, e siamo disposti a rimboccarci le maniche: settembre è vicinissimo e non c’è un minuto da perdere.

Comunque la pensiate, buona partecipazione alla manifestazione e alle iniziative successive.
Qui la pagina facebook di Ferrara: https://www.facebook.com/PasFerrara/ 
Qui la pagina nazionale: https://www.facebook.com/prioritaallascuola/
Qui la mail per segnalare il proprio interesse alle iniziative future: prioritaallascuolaferrara@gmail.com

SE QUARANTA MINUTI VI SEMBRANO UN’ORA…
La (poco brillante) idea ministeriale di una scuola “concentrata”

Non so se il Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico, con quelle ‘misure contenitive’ che lasciano un retrogusto più di casa circondariale che di scuola, scaricabile dal portale del ministero, sia il frutto del lavoro della task force presieduta dal professor Bianchi, o del comitato tecnico scientifico o di entrambi. Il documento sono ventidue pagine, di cui nove tabelle di dati Istat più due pagine di allegato relativo alla Attività di sanificazione in ambiente scolastico.

Il passaggio più vibrante contenuto in questi fogli, dal sentore ministeriale, è l’invito a cogliere questa occasione per il rilancio del sistema scolastico attraverso “un lavoro complessivo di investimenti per azioni coordinate che mettano al centro dell’agenda politica scuola e salute come elementi strategici per il benessere complessivo della persona”. Petizione di principio che in Italia si ripete da decenni come una litania, diciamo che non occorrevano proprio né una task force né un comitato scientifico per una simile conclusione, ma come dicevano i latini repetita iuvant.

Per il resto tutto è già noto: bisogna tenere il distanziamento fisico, la mascherina, lavarsi le mani, far uso di dispenser ed igienizzanti, ridurre il numero di alunni per classe, trovare spazi sul territorio. Poi c’è l’invito alla riduzione del monte ore delle discipline scolastiche, alla rimodulazione e riduzione oraria che non sono modi diversi per dire la stessa cosa. Un conto è ridurre il monte ore disciplinare su base annua, altro conto è modificare l’organizzazione oraria della scuola. Così, per non pagare dazio, la ministra estrae dal cilindro il vecchio arnese delle ore di quaranta minuti, una volta erano di cinquanta o cinquantacinque, per lo più utilizzate per consentire di conciliare le entrate e le uscite con gli orari del trasporto pubblico, o, nell’ambito dell’autonomia scolastica, per recuperare spazi orari alla organizzazione di attività integrative.

La prima osservazione che viene da fare a una mente appena appena non appannata è che se si tratta di quaranta minuti non può essere un’ora, neppure se lo dice la ministra, che dimostra di essere poco pratica non solo di imbuti ma anche di orologi. Sarebbe opportuno da parte di chi ha la responsabilità del sistema scolastico del paese dire semplicemente che le unità didattiche per ogni disciplina anziché svolgersi in sessanta minuti dovranno essere contenute nello spazio di quaranta minuti. Le ore, dunque, restano per tutti di sessanta minuti, sono le attività della scuola che da settembre prossimo si articoleranno per sequenze disciplinari della durata di quaranta minuti.

Intanto c’è un problema, il tempo è una risorsa importante. Apprendere in quaranta minuti non è la stessa cosa che apprendere in sessanta: i tempi anziché dilatarsi, come sarebbe necessario in ogni sana didattica, vengono compressi. Già qui appare che non si tratta di una buona idea e che, se si vuole migliorare la nostra scuola che ha bisogno di più offerta formativa, di più attenzione ai bisogni e ai tempi di apprendimento di ogni singolo alunno, questa decisamente non può essere la strada. Scuola concentrata: concentrato di saperi. Dopo mesi di insegnamento a distanza il ritorno a scuola che si prospetta non è dei migliori. È come dire che quando avresti più bisogno di cura te ne fornisco di meno. Se queste sono le idee brillanti che comitati e task force vari avrebbero dovuto suggerire alla ministra, se ne faceva volentieri a meno.

Occorrerà mettere mano ai vari decreti legge che stabiliscono il monte ore annuo per ordine di scuola. Limitiamoci all’esempio, per tutti, della secondaria di primo grado, la cosiddetta scuola media, il cui monte ore annuo obbligatorio è di novecentonovanta, vale a dire trenta ore di sessanta minuti a settimana per trentatré settimane di scuola. Tralasciamo per comodità i moduli con il sabato a casa, e consideriamo la giornata scolastica tipo di cinque ore di sessanta minuti per sei giorni alla settimana. Se le unità didattiche sono di quaranta minuti il tempo scuola giornaliero sarà di duecento minuti, anziché trecento, e il monte settimanale di milleduecento minuti anziché milleottocento, con una differenza settimanale di seicento minuti, vale a dire di sei ore alla settimana. Se poi le sei ore le moltiplichiamo per il numero di settimane di scuola otteniamo una cifra corrispondente a trentanove giorni di scuola, oltre un mese che in totale silenzio viene sottratto alle opportunità formative degli studenti, bambini o ragazzi che siano. Inoltre, nel caso del tempo pieno e del tempo prolungato le cifre raddoppiano. Meno scuola, quando di scuola ne serverebbe di più ed è facile nutrire il dubbio che la concentrazione dell’insegnamento non ne accresca la qualità.

Resta da capire come a viale Trastevere pensano di rispettare il calendario scolastico che per legge prevede almeno duecentocinque giorni di scuola, se intendono, ad esempio, prolungare di un mese l’anno scolastico. L’invito del comitato scientifico di cogliere questa occasione per il rilancio del sistema scolastico lascia il re nudo. Ministra e governo non hanno un progetto di scuola ed è senz’altro così visto il rosicato miliardo e mezzo stanziato e neppure il comitato tecnico scientifico e la task forceResta la scuola di prima, corretta per detrazione con le sue misure ‘contenitive’, che si aggiungono a quelle di sempre (e come potrebbe essere diversamente?).
A meno che, dopo l’esperienza della didattica a distanza, qualche mente brillante, ora che sono tornate d’uso, sia giunta alla conclusione che, sottraendo tempo alla formazione dei nostri ragazzi, la scuola e il paese migliorino.

LA CITTA’ MUTA
E per la Giunta di Ferrara la scuola può aspettare

Come dite? No, nessuno ha risposto alla mia proposta per aprire le scuole a settembre nella nostra città [Qui]Non il Sindaco, neppure gli altri soggetti chiamati in causa: dirigenti scolastici, presidenti dei Consigli di Istituto. Per non parlare delle forze politiche che siedono in Consiglio Comunale, le quali tacciono come se fossero ammutolite dalle mascherine anti Covid.  O non sono lettori delle cronache locali o il problema non li tocca.

Eppure gli strumenti per organizzare un anno scolastico speciale, dandosi da fare fin da ora, ci sarebbero, attendono solo di essere utilizzati. Non voglio scivolare nella citazione di articoli e commi, ma la legge sull’autonomia scolastica e le norme sulle competenze dei consigli di istituto offrono notevoli spazi d’azione, basterebbe avere le idee e la volontà di darsi da fare.

In questa rubrica da anni offriamo idee e esperienze che si muovono nel mondo a proposito di scuola, di istruzione permanente e di educazione diffusa sul territorio, ma certo non posso pretendere di avere più lettori delle dita di una mano.

L’eccezionalità della situazione sarebbe da cogliere per passare dalle parole ai fatti e fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza. Forse si preferisce attendere le disposizioni della ministra Azzolina e della task force presieduta dal ferrarese professore Patrizio Bianchi. Ma questo non ci esonererebbe dal fare anche noi la nostra parte, dando con la nostra iniziativa una mano alla ministra e all’illustre concittadino.

Invece del metro per misurare le distanze tra i banchi dentro alle aule, potremmo incominciare col fare l’inventario delle risorse, a partire dagli spazi e dalle occasioni educative, che la città potrebbe mettere a disposizione delle scuole, da quelle primarie alle secondarie di ogni grado. Arricchire il piano dell’offerta formativa che ogni scuola deve compilare con il piano dell’offerta formativa della città a cui attingere per fare della città una scuola diffusa oltre le aule dei suoi edifici scolastici, in questo momento in cui spazi e distanze fisiche sono importanti, abbattendo le distanze sociali, a partire da quelle tra la scuola e il suo territorio.

Tempo fa è uscito un libretto interessante, la cui lettura allora consigliai ai nostri amministratori: La città educante, Manifesto dell’educazione diffusa, scritto dal pedagogista Paolo Mottana  con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
L’idea della città educante nacque vent’anni fa a Barcellona sotto il patrocinio dell’Unesco, se ne avessimo coltivati gli obiettivi oggi sapremmo meglio come affrontare l’emergenza scolastica. Città educante significa formazione continua nel tempo (lifelong learning) e nello spazio, scuola, ambienti esterni, tempo libero, superare l’istituzione scolastica come luogo esclusivo dell’apprendimento dei nostri giovani.

Rimettere in gioco, piccoli e grandi, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare, si alleino per assumere insieme il ruolo educativo in maniera pervasiva. Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.

Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, dove gli edifici scolastici divengono i punti di partenza e di ritorno, i luoghi della riflessione, dell’approfondimento, dove le esperienze compiute trovano la loro organizzazione nei percorsi curricolari.

Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare. È possibile che qualche chierico zelante tema che dietro a tutto ciò ci stia il progetto di una progressiva descolarizzazione alla Ivan Ilich, un venir meno dell’autorità del docente. Ma l’unica strada che inevitabilmente è destinata a portare  alla descolarizzazione è quella di chi crede ciecamente nell’autosufficienza della scuola e nel ruolo immutabile dei suoi insegnanti, nonostante il divenire dei tempi.

Sarebbe veramente da ciechi non cogliere l’opportunità che oggi si presenta per  avviare una riflessione, per tentare qualche passo in avanti verso la città educante. Già qualcosa si potrebbe fare se Amministrazione Comunale, dirigenti scolastici, insegnanti e presidenti dei consigli di istituto si trovassero insieme a ragionare. Un tavolo? Una conferenza? L’importante è darsi da fare, possibilmente da subito.

IO VI ACCUSO!
Lettera (un po’ arrabbiata) di una studentessa sulla sua maturità

Non c’è molto da aggiungere alla lettera appassionata – indignata, sfiduciata, incazzata – di Chiara Mascellani. La pubblichiamo con piacere, aderendo in tutto e per tutto al suo atto di accusa. Che è anche un appello accorato: per favore: non prendeteci in giro. Non prendete in giro i tanti insegnanti che si stanno facendo in quattro. Soprattutto: non prendete in giro i nostri ragazzi.
(Effe Emme)

di Chiara Mascellani

A settembre 2019 ho cominciato la scuola pensando che sarebbe stato un anno normalissimo, ero entusiasta, felice e contenta di finire il mio percorso, ero soddisfatta di sentirmi quasi … matura. Eh si, questo sarebbe stato “il mio anno”, l’anno nel quale avrei dimostrato chi ero veramente, o magari l’avrei scoperto.
Ho cominciato come la ragazza di quinta, pronta a mettere corpo e anima nel proprio percorso, per essere matura non solo per la scuola ma anche per sé stessa. Era tutto perfetto, tranne che, a Marzo 2020, la scuola si ferma, e con essa tutto il mondo comincia a rallentare, fino quasi a fermarsi; tutto, per un istante, più lungo del previsto, rimane sospeso: sogni, amori, amicizie, legami, respiro. Tutta la nostra vita si riduce a quel nido chiamato casa, all’unico luogo nel quale ci si è sempre potuto nascondere, quando tutto tremava, aspettando solo che tutto finisse.
Ora, invece, tutto ciò che era sospeso, si è eclissato; guardo davanti a me e non vedo più nulla; mi alzo la mattina e l’unico mio pensiero è che l’unica cosa che dà colore alle mie giornate e che mi aiuta a distinguerle, è proprio la scuola. Ogni giorno gli insegnanti ci scandiscono il tempo, a ritmo di musica; e pensare che le lezioni sembravano tanto noiose a scuola … ora sono affascinanti, ora sono storie avvincenti, ora sono i miei nuovi sogni. La scuola è diventata la mia gioia, mi alzo la mattina e so che c’è e che mi darà la possibilità di scoprirla, perché non teme il coronavirus, anzi, tutte le nostre professoresse cercano di sconfiggere il “coronavirus” che è entrato in noi. Quella nebbia fitta nella quale siamo avvolti; studiando, scompare, studiando ti senti libero di viaggiare … e dove? E come? Con la fantasia: ovunque noi vogliamo… Okay probabilmente ho delle bravissime insegnati ed è così! E mi ritengo veramente fortunata!
Ma non mi posso, invece, ritenere così fortunata se penso a chi amministra la nostra istruzione, a chi la mattina mi fa svegliare con l’ansia di un futuro incerto, con l’ansia che la maturità sarà solo un enorme disastro, con l’ansia che le mie professoresse non siano serene per il loro e nostro futuro; e vi garantisco che loro sono i fari di questa quarantena e se loro si spengono allora sì che il nostro mondo crolla.
Io non posso credere che a distanza di un mese dall’esame non si sappia niente di certo, non è possibile che chi sta a capo di tutto questo non si renda conto che il futuro parte da noi! La scuola non può ripartire ad occhi chiusi, deve avere una meta, perché deve motivare migliaia di ragazzi che, magari, in questo periodo, sono più in difficoltà perché di punto in bianco il nostro mondo è sparito! Tutte le sere ascoltando il telegiornale si sente parlare solo di economia, morti, salvati ….
E la scuola? La mettiamo in coda una volta sì e una volta sì ?
Bello, bello molto bello, istruttivo, rassicurante, geniale!
Mi vergogno che nessuno si renda conto che la forza del paese sono gli studenti, sono le eccellenze che la scuola italiana crea, e non quelle che la ministra ostacola con i suoi tentennamenti di fronte all’esame di maturità di migliaia di ragazzi! Ovviamente fa più comodo un popolo ignorante, e quindi fa comodo procedere così …. ma pensate a voi, pensate che domani potremmo essere noi i vostri medici, i vostri avvocati, le vostre gambe e le vostre spalle.
Noi siamo il domani! E chi guarda avanti questo lo sa! Forse non posso capire, forse sono piccola e ingenua, ma un santo decreto con 4 regole dentro per rassicurare tutti quegli insegnanti che cercano di svolgere il loro lavoro al meglio, sarebbe il vostro dovere! Il futuro è incerto? Bene, allora all’interno di un decreto si inseriscono molteplici possibilità di evoluzione, e molteplici soluzioni! Bisogna avere lungimiranza! Questa è la vera arte!
Ora c’è bisogno di mostrare il futuro agli studenti, ora c’è bisogno di dire agli studenti che si impegnino, piuttosto che tutti vengano promossi per la situazione! Il mio grande sogno fin da quando ero bambina è quello di diventare un medico, è quello di salvare vite, è quello di dare speranza alle persone. Negli anni è maturata anche la volontà di fare qualcosa di più per contribuire a migliorare la mia città, la mia polis. E mi sono impegnata con altruismo e senso civico per fare un po’ di “politica” disinteressata.
Ho ancora voglia di dare il mio contributo, ma oggi, quando guardo voi … vedo un tale caos che mi fa proprio rabbrividire all’idea che un giorno possa essere come voi! Non siete medici, non siete infermieri, non siete carabinieri, – o se lo siete non avete rispetto per i vostri colleghi.
Voi siete in 945 persone nelle istituzioni ed al governo dello Stato e per quanto concerne la scuola, ad un mese dall’esame, ancora non sapete nulla? Balbettate come scolaretti impreparati in un’ interrogazione programmata? Avete un solo compito, avete una sola cosa a cui pensare cari ministri tutti e questa cosa siamo “Noi”: i cittadini della scuola italiana.
L’unica cosa che chiediamo è sentimento e capacità di responsabilità, cara signora Ministro Azzolina. Ogni ministro ha il suo compito, lei ha il suo e per l’amor di Dio!
Lo svolga! Se ne è capace: lei, i suoi megadirigenti, i suoi consulenti e le sue “task force”.
Se ne siete capaci, ci dia una visione, ci dia il desiderio che domani saremo i nostri sogni, il mondo glielo costruiremo noi, Ministro, e non lo costruiremo con la paura, ma con la convinzione di poter fare la differenza! E – proprio a partire dal 17 giugno – data in cui ci serve la fiducia e la tranquillità che qualunque cosa succeda, l’esame verrà fuori come prova della “NOSTRA MATURITÀ”.

Noi saremo pronti… In un modo o nell’altro noi ci saremo… ma il nostro sorriso dipende anche dalle vostre scelte, se fatte con senso di responsabilità verso il Futuro, il nostro Futuro, il Futuro del nostro, del mio Bel Paese!!
#lascuolanonsiferma: certo; perché gli insegnanti non mollano e noi ragazzi, nemmeno.

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