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Macroeconomia, ovvero come fregarsene delle persone in carne e ossa

“In Italia un quarto dei lavoratori totali ha una retribuzione individuale bassa, cioè, inferiore al 60% della mediana. Almeno un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà, cioè vive in un nucleo con reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana (11.500 euro in base ai valori del 2018).”

Ancora: “il fenomeno dei working poor è esploso dapprima negli Usa e ora sta interessando molti paesi europei, pur con significative eccezioni come la Svezia, dove i tassi di povertà al lavoro sono insignificanti e i Paesi Bassi, dove il tasso di working poor è in costante decrescita. “L’insorgere del fenomeno è imputabile a diverse cause, alcune legate all’evoluzione del mercato del lavoro, altre a cambiamenti istituzionali. Tra le prime rientrano i cambiamenti tecnologici della struttura produttiva che hanno favorito la domanda di lavoratori qualificati rispetto a quelli non qualificati,… la delocalizzazione del lavoro nei paesi in via di sviluppo che può avere comportato una riduzione dei salari dei lavoratori meno qualificati in Europa, i fenomeni migratori che possono aver ridotto il salario dei lavoratori nativi poco qualificati. Tra i cambiamenti istituzionali rientrano certamente le riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro che hanno determinato il peggioramento della qualità delle posizioni lavorative ma anche l’indebolimento del potere contrattuale dei sindacati e il minor ricorso alla contrattazione centralizzata che possono aver avuto ripercussioni negative sui salari in genere, ma soprattutto sulla coda sinistra della distribuzione dei salari”.

Sono brani tratti da un articolo apparso su collettiva.it (leggi qui) che illustra bene la differenza tra la microeconomia e la macroeconomia. Sempre dal pezzo di colletiva.it, leggiamo: “Per avvicinarsi a una prima quantificazione dell’area dei lavoratori poveri, applicando uno dei riferimenti Istat (sotto la soglia dei 9 euro l’ora di retribuzione), il ricercatore del Censis, Andrea Toma, parla di 2,9 milioni di lavoratori; 35% nella classe 15-29 anni; 47,4% nella classe 30-49 anni; 79% operai, 53,3% uomini. Decisivo è il calcolo delle giornate lavorate durante l’anno. Tra gli operai ci sono 8,6 milioni di persone che lavorano per un totale di poco più di 200 giornate l’anno con una retribuzione media annua di 14.762 euro. Ci sono poi 629 mila apprendisti che lavorano 203 giorni l’anno per 11.709 euro. Nella sfera del lavoro povero, spiega ancora Andrea Toma, si possono inquadrare praticamente quasi tutti i lavoratori precari che devono essere sommati al lavoro irregolare (circa 3 milioni di persone), una parte dei lavoratori dei settori agricoli e della vasta area del lavoro domestico (921mila).”

Questa è microeconomia, nel senso che è l’economia vissuta nei panni e nella pelle delle persone che si trovano in questa situazione: hanno un lavoro, ma questo lavoro non permette loro di progettare nessun futuro, perchè è saltuario, precario, sottopagato, sotto ricatto.

Poi ci sono i grafici dei macroeconomisti

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "23.400 23.200 Occupati 23.000 22.800 22.600 22.400 22.200 22.000 21.800 nov-19 gen-20 mar-20 mag-20 lug-20 lug-20 set-20 nov-20 nov- 20 gen-21 mar-21 mag-21 lug-21 set-21 nov-21 nov-21"

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "18.200 Lavoratori dipendenti 18.000 17.800 17.600 17.400 17.200 17.000 nov-19 nov-19 gen-20 mar-20 mag-20 lug-20 set-20 nov-20 gen-21 mar-21 mag-21 lug-21 set-21 nov-21"

Questi due grafici sono stati esibiti (senza peraltro citarne la fonte) in un post di Luigi Marattin (attuale presidente della Commissione Finanze della Camera), che li ha commentati così:

“Il primo grafico mostra il totale degli occupati, che è ancora inferiore di 232.000 unità al livello del marzo 2020 (pre-Covid).
Il secondo grafico mostra invece i soli lavoratori dipendenti, il cui livello già a maggio 2021 aveva recuperato appieno il gap perso durante la pandemia, e che ora continua a salire. A conferma che le previsioni fosche derivanti dalla fine del blocco dei licenziamenti (unico paese al mondo a farlo) erano del tutto infondate.”
Non è che io me la prendo con Marattin. Me la prendo per come espone le sue idee, che spaccia sempre come evidenze scientifiche alle quali si abbeverano i suoi seguaci, mentre gli altri sono o populisti o sovranisti (quando usa un linguaggio istituzionale; quando si scatena per il godimento dei suoi fans, gli altri sono dei deficienti). Ma andiamo a leggere cosa scrive Istat nel bollettino flash sul primo trimestre del 2021, pubblicato l’11 giugno:
“Nel primo trimestre 2021, l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una diminuzione di -0,2% rispetto al trimestre precedente e di -0,1% rispetto al primo trimestre 2020; il Pil è aumentato dello 0,1 in termini congiunturali e diminuito dello 0,8 in termini tendenziali. Dal lato dell’offerta di lavoro, nel primo trimestre 2021 il numero di occupati diminuisce di 243 mila unità (-1,1%) rispetto al trimestre precedente, a seguito del calo dei dipendenti a tempo indeterminato (-1,1%) e degli indipendenti (-2,0%) non compensato dalla lieve crescita dei dipendenti a termine (+0,6%). Contestualmente, si registra un aumento del numero di disoccupati (+103 mila) e degli inattivi di 15-64 anni (+98 mila). I dati mensili provvisori di aprile 2021 – al netto della stagionalità – segnalano il proseguimento della crescita dell’occupazione (+20 mila, +0,1% in un mese) registrata nei due mesi precedenti (dopo il forte calo di gennaio), che si associa all’aumento del numero di disoccupati (+88 mila, +3,4%) e al calo degli inattivi di 15-64 anni (-138 mila, -1,0%).
E’ fantastico notare come un economista che si gloria sempre del fatto di saper leggere i dati reali e di non fare demagogia, pecchi contemporaneamente di approssimazione e demagogia. Basta infatti entrare dentro i numeri dei grafici per accorgersi che la realtà è molto diversa dalle magnifiche sorti e progressive che descrive il macroeconomista Marattin, partendo da un grafico (che spaccia per la Bibbia) senza misurarsi nemmeno per sbaglio con la disaggregazione dei dati di quel grafico.
Ma anche i prossimi dati (sempre Istat) sono interessanti, perchè mostrano le variazioni tendenziali 2021 su 2020:
-Occupati, meno 3,9%
-Occupati dipendenti, meno 3,2%
-Occupati a tempo indeterminato, meno 2,5%
-Occupati a tempo determinato, meno 7,3%
-Occupati indipendenti, meno 6%
-Tasso di occupazione 15-64 anni: meno 2,2%
-Disoccupati: più 10%
-Inattivi 15-64 anni: più 3,7%
-Monte ore lavorate: meno 0,2%
(Per consultare il bollettino Istat completo,(leggi qui)
Verrebbe da dire: ma di che diavolo parla Marattin? Di quello che accade realmente, o di quello che vorrebbe dimostrare stia succedendo, da quando la geniale operazione politicista di Italia Viva ha portato il salvifico Mario Draghi al premierato? Quelo, il santone mago delle previsioni creato da Corrado Guzzanti, risponderebbe “la seconda che hai detto”. Però fare gli scienziati dell’economia con un grafichetto, come direbbe Marattin, “da studente di economia del primo anno”, traendone conclusioni opposte alla realtà, è roba da lancio del libretto. (NB il brillante economista non è nuovo alle “bianche”: ha dovuto rettificare la verità rivelata secondo la quale i percettori di reddito dai 35 ai 55.000 euro pagano il 60% dell’Irpef, poichè quella fascia di reddito – dati Mef – paga in realtà il 21,6% dell’Irpef. Leggi QUI)
In una recente intervista a estense.com (qui), Marattin si fa latore di un messaggio “riformista e liberale” che declina in questo modo:
“Chi vuole redistribuire soprattutto opportunità, non solo reddito; chi vuole usare il sistema fiscale come strumento di crescita, non di mera redistribuzione; chi non ha paura di dire che nella scuola bisogna pagare di più gli insegnanti migliori, e non appiattire tutti sullo stesso livello; chi è convinto che per combattere le delocalizzazioni e i licenziamenti non occorra vietarli per legge, ma migliorare le condizioni di competitività del territori, far costare meno il lavoro”.
Traduzione dello storytelling di stampo renziano: soldi no, lavori sì, anche senza tutele (sei giovane, datti da fare); soldi dal fisco ne riceverai indietro in maniera piatta, non progressiva; pagare di più gli insegnanti “migliori” (io per esempio); per evitare di far spostare le aziende all’estero bisogna pagare meno i lavoratori (Renzi vorrebbe costassero come in Arabia Saudita). 
Qui non ci sono seri (liberali, lui) contro cialtroni (sovranisti e populisti, resto del mondo). Qui c’è un rampante che gioca con i dati e le regole del lavoro, parlando (ogni tanto a sproposito) di aggregati come se si trovasse a un Risiko nel quale le “risorse umane” si spostano come le truppe di soldatini. Lo andasse a raccontare agli operai della GKN, o a quelli della Logista all’Interporto di Bologna, o a quelle/i della Whirlpool di Napoli. A Ferrara però non si candida più per andare in Parlamento, stranamente scegliendo un altro collegio. Non la viene più a raccontare ai risparmiatori di Carife, la storia farlocca degli azionisti “speculatori” (classica stupidaggine da macroeconomista superficiale), dopo che il “suo” governo (all’epoca lui era responsabile economico del PD) ha fatto un bellissimo esperimento di bail in anticipato, azzerando migliaia di risparmiatori della sua amata Ferrara. Il “liberalismo” nel campo dell’economia e del lavoro non è un concetto neutro. Anche Milton Friedman era un liberale in economia, e le sue teorie hanno fatto danni incalcolabili a livello sociale. La differenza tra chi parla di economia per insiemi ed aggregati e chi analizza cosa succede ad una singola impresa, ad un singolo mercato, ad un singolo lavoratore, è la differenza tra chi considera il lavoro come una pura merce e chi sa bene che dietro i numeri ci sono la carne e il sangue delle persone.

Da Robin Hood a Sceriffo di Nottingham:
lo sciopero generale visto da Marattin.

 

“Le faccio un esempio: una commessa di un supermercato che durante questo periodo ha continuato a lavorare, garantendo il servizio anche quando il Paese era in lockdown, non arriva a prendere 20 mila euro lordi l’anno, la metà se ha un contratto part time. Ed avrà un riconoscimento fiscale di poco superiore ai 100 euro annui, mentre chi prende tre volte il suo reddito ne riceverà oltre 600”. (Maurizio Landini).

Luigi Marattin è un ex enfant prodige della politica italiana. Ex, perché non può più essere considerato una promessa, ma una certezza. Ferrarese d’adozione: laureatosi nella nostra facoltà di Economia, è stato assessore al Bilancio al Comune di Ferrara durante una delle giunte Tagliani, nonchè responsabile economico del PD.
Attualmente è deputato di Italia Viva, avendo seguito Renzi nella fuoriuscita dal Partito Democratico. I suoi “spiegoni” di economia e politica hanno un comune denominatore: io vi spiego le cose con numeri e dati, gli altri (se non la pensano come me) sono ignoranti o ciarlatani. L’ultimo spiegone, apparso sul suo sito e sulla sua pagina social (eccolo in versione non commentata: [Qui] ) parla (ovviamente male) dello sciopero proclamato da Cgil e Uil contro la manovra economica del governo. Stilisticamente fa un salto di qualità: Marattin si fa le domande e poi si dà le risposte. Un botta e risposta solipsista. Marattin chiede e Marattin risponde. Siccome non la penso quasi mai come lui, ma mi sono stufato di essere considerato per questo un minus habens, (da lui e dai suoi fans) ho deciso di analizzare punto per punto le risposte che lui stesso dà alle domande che lui stesso si fa.

NB: LE DOMANDE (di Marattin) SONO IN MAIUSCOLO, le risposte di Marattin in corsivo.

1) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTI GLI 8 MILIARDI ANDASSERO ALL’IRPEF.
7 miliardi su 8 (87,5%) sono stati destinati all’Irpef: un solo miliardo all’IRAP, per eliminare l’imposta a circa un milione di piccoli contribuenti (autonomi, ditte individuali, persone fisiche).

Intanto: chi ha stabilito che 8 miliardi devono bastare? “Tutti gli 8 Miliardi” è un’espressione fuorviante: perché non potevano essere 10 miliardi, ad esempio? Ci sarebbe stato più spazio per una riduzione sia dell’Irpef che dell’Irap (che peraltro serve a finanziare la sanità pubblica).

Buona parte della maggioranza di governo chiedeva di destinare all’IRAP almeno 3 miliardi, ma questa richiesta non è stata accolta.
Questo passaggio è fantasmagorico: la maggioranza voleva destinare più soldi al taglio dell’Irap, ma la richiesta “non è stata accolta”. Da chi? Da Marattin? Da Draghi? Evidentemente “la maggioranza” ha cambiato idea, a meno che Marattin non intenda che la sua illuminata minoranza – Robin Hood –  ha convinto la riottosa maggioranza – Sceriffo di Nottingham – a dargli retta, per accontentare “i sindacati”.

2) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE LE RISORSE DESTINATE ALL’IRPEF VENISSERO DESTINATE INTERAMENTE A LAVORATORI DIPENDENTI E PENSIONATI.
Il 95% delle risorse Irpef (6,6 miliardi su 7) vengono destinate a lavoratori dipendenti e pensionati.

Con le percentuali Marattin fa il mago, tanto basta cambiare il totale di partenza: adesso i miliardi, che prima erano 8, sono diventati 7. Se fossero ancora 8, la percentuale di destinazione già scenderebbe all’82%. Ma siccome “le risorse destinate all’Irpef” sono 7 miliardi, allora 6,6 miliardi destinati a dipendenti e pensionati sono la quasi totalità. Che è come dire: io (sindacati) ti chiedo di darmi il 100% di 10, tu (governo) decidi di partire da 8 e mi dai 7,5, che è il 93,5%, ma di 8, non di 10.

3) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTE LE RISORSE FOSSERO DESTINATE AI PRIMI TRE SCAGLIONI DI REDDITO.
Il 90% delle risorse Irpef viene destinato ai primi tre scaglioni di reddito, cioè i contribuenti sotto i 55 mila euro annui.

4) E IN PARTICOLARE AL PRIMO SCAGLIONE?
Al primo scaglione (i contribuenti sotto i 15 mila euro annui) vengono destinate il 16% delle risorse.

5) NON È UN PO’ POCO?
Nel primo scaglione ci sono circa 17 milioni di contribuenti.
Di questi, 10 milioni non pagano neanche un euro di Irpef.
E tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese.

Scusi Marattin: se 10 milioni su 17 “non pagano neanche un euro di Irpef”, il “tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese” è una media del pollo alla Trilussa. Esiste un modo più lineare di dirlo: ci sono 10 milioni di persone (lo scrive Marattin, non io) che guadagnano fino a 8.174 euro l’anno e non pagano Irpef (no tax area).
Poi ci sono 7 milioni di persone che guadagnano da 8.175 euro a 15.000 euro l’anno. E costoro non pagano affatto una media di 27,78 euro al mese di Irpef. Ad esempio, uno che guadagna 15.000 euro lordi l’anno, di Irpef attualmente ne smena circa 134 al mese (al lordo delle detrazioni). Altro che “mediamente 27,78 euro”(che comunque, in un successivo spiegone dello stesso Marattin, sono diventati “mediamente 13”, a proposito di certezze sui numeri).

6) AH, HO CAPITO. E NON C’ERA UN ALTRO MODO PER AUMENTARE COMUNQUE LE LORO BUSTE PAGA?
Si, e lo hanno proposto i sindacati. E cioè agire non (solo) sul cuneo fiscale (cioè l’Irpef, su cui come abbiamo visto non c’era più tanto spazio disponibile), bensì sul cuneo contributivo: cioè ridurre i contributi obbligatori che vengono trattenuti ogni mese sulle buste paga dei lavoratori, in modo da incrementare lo stipendio netto.

7) E IL GOVERNO E LA MAGGIORANZA CHE HANNO DETTO?
Che va bene.
Si è deciso di impiegare per il 2022 un ulteriore miliardo e mezzo per ridurre dal 9,19% al 8,39% il cuneo contributivo per i lavoratori a basso reddito.
A cui ovviamente si sommeranno i benefici derivanti dalla riduzione dell’Irpef.

Qui vediamo che finalmente il Governo e la maggioranza che lo sostiene sono di nuovo d’accordo – mentre prima la minoranza illuminata, come abbiamo potuto dedurre, aveva convinto la maggioranza a “dare ascolto ai sindacati”. Questo, in effetti, sembra l’unico punto sul quale c’è una convergenza tra le parti – si può discutere sulla percentuale di riduzione del cuneo, ma si sa che il meglio è nemico del bene. Il “bene”, peraltro, vale per un solo anno, il 2022.

8 ) LANDINI DICE OGGI CHE NON È GIUSTO CHE CHI GUADAGNA 20 MILA EURO RICEVA 100 EURO, E CHI NE GUADAGNA 60 MILA NE RICEVA OLTRE 600. SONO GIUSTE QUESTE CIFRE?
No, sembra proprio di no.
Dalle uniche tabelle che considerano, correttamente, non solo il beneficio derivante dalla riduzione delle aliquote ma anche quello dall’aumento delle detrazioni (Il Sole 24 Ore, 4 dicembre) vediamo che chi guadagna fino a 20.000 euro avrà un beneficio medio annuo di 193 euro, mentre chi ne guadagna 60.000 uno di 559,8.

Marattin, come “sembra proprio di no”?
Magari c’è una differenza (basata su una approssimazione numerica) con il ragionamento di Landini, ma la sostanza è proprio quella lì. Quindi, sembra proprio di sì.
Una persona che guadagna 20.000 euro l’anno ha una riduzione di pressione fiscale di 193 euro all’anno, chi guadagna 60.000 euro avrà una riduzione della pressione fiscale di 559,80 euro l’anno.
Anche prendendo per buoni i conti di Marattin, vuol dire questo: se io guadagno 1.600 euro al mese, lo Stato mi restituisce con questa manovra 16 euro al mese (un centesimo del mio stipendio). Se guadagno 5.000 euro al mese, lo Stato mi ridà 46,65 euro al mese (poco meno di un centesimo del mio stipendio).

Giudicate voi se questa restituzione è giusta, se opera una qualche forma di redistribuzione del reddito.

9) VABBÈ MA ALLORA HA COMUNQUE RAGIONE LANDINI! CHI GUADAGNA DI PIÙ PRENDE PIÙ VANTAGGI!
No, perché i vantaggi fiscali non si misurano in valore assoluto: una stessa riduzione di tasse di 10 euro non impatta allo stesso modo su chi ne pagava 20 ( = beneficio del 50%) e su chi ne pagava 1.000 ( = beneficio del 1%).

Qui il ragionamento comincia a zoppicare come un tavolo cui segano una gamba. Se abbiamo appena visto che non c’è una stessa riduzione di tasse, ma chi guadagna di più ha una riduzione maggiore, perché Marattin fa l’esempio parlando di “una stessa riduzione di tasse di 10 euro”? Se facesse il confronto sulle reali, rispettive, riduzioni, dovrebbe concludere che l’impatto, che lui chiama “beneficio”, è lo stesso. Il che, secondo me, grida un po’ vendetta.

10) AH GIUSTO. E ALLORA COME SONO I VERI BENEFICI?
Un lavoratore dipendente che guadagna 20.000 avrà un beneficio di circa il 25%.
Chi ne guadagna 60.000, di circa il 3%.

“Ah giusto” un piffero (vedi sopra). La sostanza è che chi prende 20.000 euro l’anno e chi ne prende 60.000 (come esposto sopra) ricevono indietro dallo Stato praticamente la stessa quota parte del loro stipendio mensile. Valutate voi se questo è giusto. Questa è la tabella pubblicata da Avvenire:

{1}

 

11) VABBÈ HO CAPITO… MA NON È COMUNQUE SEMPRE GIUSTO RIDURRE LE TASSE SOLO AI “PIÙ POVERI”?
No, per niente. Anche se, lo riconosco, suona molto bene come slogan.
Ma i dati ufficiali (Fonte: Dipartimento Finanze, Mef) ci dicono che i veri tartassati delle nostra Irpef sono altri:
i 2,3 milioni di contribuenti Irpef che guadagnano più di 50.000 euro annui ( = poco più di 2.000 euro netti al mese, e oltre) sopportano da soli il 42% di tutta l’Irpef italiana ( = imposta netta, al netto del bonus Renzi).

Sarà anche vero, ma di questa percentuale, quanta viene pagata da coloro che guadagnano oltre 75.000 euro annui? E come mai Draghi ha proposto un (modesto) contributo di solidarietà (spot) a carico di questa fascia e a favore dell’abbassamento del caro bollette, e quattro partiti della maggioranza (tra cui Italia Viva di Marattin) si sono opposti? Come mai in questo caso Robin Hood era Draghi, e Marattin è passato tra le fila dello sceriffo di Nottingham?

12) CIOÈ SCUSA…. QUELLI CHE GUADAGNANO PIÙ DI 2.000 EURO NETTI AL MESE PAGANO A MOMENTI QUASI LA METÀ DELL’IRPEF?Esatto. In realtà è pure peggio di così, perché gli ultimi dati disponibili si riferiscono al 2019, quando non era ancora entrato in vigore l’allargamento del bonus Renzi.
Che aveva ulteriormente alleggerito il carico fiscale effettivo sulle fasce dai 28 ai 40 mila euro annui, lasciandolo inalterato per coloro che ne guadagnano 50.000 o più.
Nell’immaginario collettivo di qualcuno, dipinti come ricchi nababbi privilegiati.

Non occorre descriverli come nababbi (peraltro si parla dei redditi oltre i 75.000 euro, ripeto) per ipotizzare l’equità di un contributo di solidarietà a loro carico, che non li avrebbe né danneggiati né favoriti rispetto alla tassazione attuale, ma avrebbe dato una mano a chi subisce maggiormente il caro bollette, ovvero le fasce di reddito più basse.

13) MA IN QUESTA LEGGE DI BILANCIO CI SONO ALTRE MANOVRE PER I PIÙ DEBOLI?
Si. L’introduzione dell’assegno unico universale, oltre a razionalizzare e semplificare il sistema, incrementa di 6 miliardi all’anno il sostegno alle famiglie.
Viene distribuito sulla base dell’Isee ( = indicatore di reddito e patrimonio), e non solo sul reddito (come i vantaggi Irpef), ma per come è disegnato andrà ovviamente soprattutto a vantaggio delle fasce deboli.

“Soprattutto”, appunto. Perché l’assegno unico universale è, appunto, universale (50 euro a figlio anche per Isee sopra i 40.000 euro).

14) QUINDI FAMMI CAPIRE… È GIUSTO LO SCIOPERO?
Non spetta alla politica dire se uno sciopero è giusto o ingiusto. Lo sciopero è un diritto costituzionale che va rispettato, se esercitato entro i limiti prescritti dalla legge.
Poi certo, ogni lavoratore dovrà valutare la situazione con la propria testa.

La mia testa infatti mi dice che:

la rimodulazione dell’Irpef è antiprogressiva: invece di beneficiare soprattutto le fasce deboli, la curva addirittura diminuisce verso l’alto;

non aumenta sostanzialmente la quota di detrazioni per le fasce più deboli;

non aumenta la base imponibile, lasciando immutate le imposte piatte sui capitali, sui lavoratori autonomi, cedolare secca;

non è stata varata una decontribuzione strutturale per le fasce di reddito basse;

non è passato nemmeno un modesto contributo di solidarietà per i redditi alti finalizzato a contenere l’aumento delle bollette.

La mia testa mi dice che questa manovra potrebbe rilanciare (poco) i consumi di chi già si può permettere di consumare, mentre non restituisce nulla a chi non si può permettere né di consumare, né di progettare un futuro – ricordiamo che i lavoratori con contratti precari sono tutti nella fascia bassa.
Tutto questo avendo a disposizione risorse eccezionali, che nei prossimi anni non arriveranno più, con 10 miliardi di sgravi alle imprese che vorranno assumere lavoratori provenienti da aziende in crisi, certo; tra queste, quelle come GKN che chiudono e delocalizzano senza che lo Stato possa metterci bocca, e continuerà a non mettercela (perchè non viene varata alcuna misura per contrastare le delocalizzazioni selvagge).

La mia testa mi dice che non andrà tutto bene, Marattin. E che uno sciopero è anzitutto un sacrificio per chi sciopera, mentre Bonomi fa il fenomeno dicendo che lui andrà in fabbrica a tirare la carretta (sottinteso, mentre gli operai vanno in gita). E che lo sciopero è un diritto costituzionale, e il modo democratico e non violento che hanno le parti deboli del conflitto sociale per far sentire il loro peso, e la loro voce.
Buono sciopero a tutti.

uscire-euro

Economia e comunicazione: due narrazioni a confronto

In sintesi il sistema bancario (pubblico) tedesco
note a penna di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Un’intervista di Sky TG24, ripresa ovviamente e rilanciata dai social, e che vede da una parte l’economista Nino Galloni, attualmente presidente del nuovo Movimento Alternativa per l’Italia, e dall’altra l’ex assessore al bilancio di Ferrara, Luigi Marattin, e attuale consigliere economico della Presidenza del Consiglio, dà l’occasione per alcune considerazioni sia di tipo economico che di comunicazione.

A Nino Galloni, a cui viene data per primo la parola, viene chiesto cosa potrebbe succedere in caso di un eventuale vittoria al prossimo referendum del no. La risposta di Galloni è di ampio respiro e da persona che in fondo ha vissuto da protagonista tutta la storia dagli anni Ottanta in poi cerca di dare un colpo d’occhio generale. Parla delle pressioni internazionali, delle grandi banche che si sono apertamente dimostrate a favore di un ridimensionamento dell’attuale Costituzione in senso più liberista e più controllabile dai mercati e dagli interessi dei mercati. Un processo che parte da lontano e che si potrebbe concludere oggi con la richiesta agli italiani di ratificare il processo in atto.
E quindi, cosa succederà in caso non ci riescano? I mercati faranno sentire il loro dissenso fomentando la speculazione. C’è un però, la Bce si è impegnata a comprare titoli di Stato sul mercato secondario almeno fino al 2017. Se la Bce compra i titoli di Stato la speculazione vede diminuita o azzerata la possibilità di speculare e a questo proposito basti ricordare le vicende passate dello spread e del “whatever it takes” di Mario Draghi.
In effetti, i titoli di Stato possono essere venduti ai mercati oppure li può comprare una Banca Centrale. Nel primo caso i tassi di interesse salgono a seconda di quanto i mercati vogliono speculare, nel secondo caso sono sotto controllo perché, essendoci un attore istituzionale a comprare “in ultima istanza”, gli interessi vengono tenuti bassi.
Sul mercato primario, dice sempre Galloni, le banche che adesso comprano i titoli di Stato, che partecipano alle aste, continueranno a farlo perché, in particolare in tempi in cui c’è molta incertezza, sono quelli che danno maggiori garanzie di essere rimborsati. Uno Stato, checché se ne dica, non è un’azienda.
E il Mps? Anche qui dipende, continua. Chi specula sicuramente non è preoccupato. I risparmiatori normali sarebbero interessati a soluzioni meno rischiose per cui sarebbe auspicabile una discesa del prezzo del titolo fino al punto che la Banca possa essere comprata dallo Stato, nazionalizzata. Lo Stato in questo momento ha bisogno di una banca pubblica per fare le stesse e identiche cose che fanno da anni i tedeschi e i francesi, quindi collateralizzare i titoli e ricevere in cambio euro. In Italia questa possibilità manca in quanto non abbiamo una banca pubblica.

Marattin interviene, come sempre, a gamba tesa affermando che Galloni dice cose “strampalate” sulla Bce, “spara sciocchezze”, sempre sulla Bce, e costringe Galloni a ripartire con una lezione di storia ricordando che 40 anni fa c’era più occupazione e più sviluppo. Ricorda il “divorzio” tra Banca Centrale e Ministero del Tesoro (operato quasi in autonomia e con un semplice scambio di lettere tra Ciampi e Andreatta), che costò il raddoppio del debito pubblico (in 12 anni si passò dal 55 al 105%). Fu un autentico regalo ai potentati finanziari, dice Galloni. E per chi non vuole proprio comprendere: il debito è debito per noi, guadagno per qualcuno, che ha quindi interesse a che ci sia e si alimenti senza controllo dello Stato o di una Banca Centrale che lavori per gli interessi dello Stato.
Risposta di Marattin: “cosa vuole che commentiamo, lasciamo perdere” e spiega suo modo l’evento del 1981. In quella data si disse, dice lui, smettiamola di fare in modo che se lo Stato non piazza sul mercato i titoli pubblici, lo Stato possa fare una telefonata e li faccia comprare alla Banca Centrale, perché se succede questo, lo Stato, il bubbone del debito pubblico non lo guarisce mai. Se c’è qualcuno che me li compra stampando moneta… il debito è raddoppiato perché lo Stato spendeva più di quello che entrava. Perché la generazione sua (rivolto al “vecchio” Galloni) e quelli come lei ci hanno lasciato in eredità uno Stato che spendeva più di quello che poteva entrare e adesso il conto è finito sulle nostre spalle… guardi cosa è successo alla storia economica di questo Paese”.

Ora, il primo elemento è la comunicazione. Il nuovo e il giovane, Marattin-Renzi, che etichetta come sciocchezze pezzi di storia reali con frasi ad effetto che tendono a screditare chi propone ricette diverse dal mainstream economico. È ovvio che siamo noi (giovani e rampanti) il futuro e facciamo cose diverse dagli altri, mettendo al muro voi (vecchi e con questo pallino della storia) che proponete cose diverse. Comunicazione veloce, sprezzante, ad effetto e frasi facilmente comprensibili da tutti perché nel vocabolario quotidiano grazie all’opera delle tv, giornali e università sono di uso comune (corruzione, debito cattivo, mercato libero, Europa e accoglienza).
Comunicazione efficace, non vera o falsa, solo efficace. Si dice ciò che la gente ha già assimilato e crede vero, rinforzando queste convinzioni e denigrando gli altri e buona pace se dall’altra parte c’è un economista che ha scritto libri, partecipato alla vita economica del Paese e dimostrato ampiamente di conoscere gli argomenti.

Ma alla fine chi ha ragione davvero? Quali sono i fatti? Partiamo proprio dal 1981.
Fino a quel momento avevamo una banca pubblica che come dicono entrambi comprava in “ultima istanza” i titoli di Stato invenduti. Cosa vuol dire? Lo Stato aveva bisogno di finanziare le sue necessità, poteva farlo stampando moneta (uno Stato sovrano può farlo, l’ho scritto diverse volte) oppure può emettere titoli di Stato, cioè dice alle famiglie, aziende, fondi, banche, ecc.: se mi date soldi vi do un titolo che a scadenza vi rimborso con un interesse.
Questo significa due cose: che alla scadenza il debito assunto deve essere onorato e che si genera un interesse altrettanto da onorare. Se però questo debito viene assunto nei confronti delle famiglie italiane si fa più o meno quello che succede in Giappone, si tiene sotto controllo il debito stesso e quando si paga un interesse si aumenta la capacità di spesa dei cittadini.
Se lo Stato decide di finanziarsi per 100 e ha una sua banca centrale allora può decidere il tasso di interesse con il quale indebitarsi. Quindi se i mercati pretendono un interesse più alto di quello pensato dallo Stato, questi dirà alla sua Banca Centrale di acquistare l’invenduto. Si sta indebitando? Sta creando debito pubblico?
Se la banca centrale appartiene allo Stato il debito è assunto con se stesso, è stato monetizzato si dice. E se è stato fatto in base a delle esigenze reali non crea ovviamente inflazione (se ho necessità di finanziarmi vuol dire che so quanta moneta mi serve e cosa voglio farci, se stampo senza questi presupposti creo inflazione, non è che l’inflazione non abbia un motivo o si generi per opera dello spirito santo). Se invece la banca centrale non lo fa sono i mercati a fissare il tasso di interesse, ad acquistare i titoli e a chiederne il rimborso, quindi in questo modo si crea un debito reale, in particolare se viene acquistato da operatori esteri, attualmente parliamo di un 30% scarso sui BTP a 10 anni.
Si può avere una banca centrale pubblica? Certo, è previsto dal Trattato di Lisbona, art. 123 comma 2 e, come ricorda Galloni, ce l’hanno, tra l’altro, la Germania e la Francia in percentuali diverse. A questo punto la domanda diventa: perche noi no? Ecco a questo dovrebbe rispondere il Governo senza denigrare o affidandosi alla facile e giovanile comunicazione.
Quanto sopra risponde anche al “debito sulle nostre spalle” e a come si è creato e spero anche al fenomeno dell’inflazione, continuamente e strumentalmente tirato fuori a sproposito. Sulle inesattezze poi sulla Bce, quali sarebbero?
Che Draghi ha promesso di comprare titoli fino al 2017 e probabilmente oltre è su tutti i giornali. Che quando ha deciso di farlo lo spread è automaticamente sceso lo è altrettanto. E che sarebbe quantomeno strano che decidesse di non comprarli più all’improvviso dopo un eventuale vittoria del no al referendum significherebbe schierarsi contro gli interessi dell’Italia mi sembra altrettanto evidente. Che la JP Morgan abbia fatto delle dichiarazioni sulla necessità di cambiare le Costituzioni del Sud Europa è su tutti i giornali. Insomma perché dobbiamo tacciare e tentare di rendere ridicoli chi propone finalmente delle soluzioni diverse da quelle adottate negli ultimi trent’anni in Italia?

Finiamo con qualche grafico.

In sintesi il sistema bancario (pubblico) tedesco
note a penna di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Le Banche Centrali acquistano titoli di Stato, cioè debito pubblico.

bce
Note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Ma quanto denaro possono stampare le banche centrali? Ce lo dice la Bce, tutti i documenti sono di dominio pubblico sul loro sito.

banca-centrale
note di Giovanni Zibordi – cobraf.com

Cosa succede quando una Banca Centrale compra titoli di stato, cioè debito pubblico? Che si annulla, sopra è quanto succede in Gran Bretagna.

debito-pubblico

Qui dovrebbe cadere anche il famoso mainstream: “è stata tutta colpa di Craxi e della corruzione” che equivarrebbe a dire che la corruzione in Italia ha una data di nascita, il 1981-1982.

tasso-di-disoccupazione

Qui vediamo l’impennata del tasso di disoccupazione giovanile dagli anni ’80 che poi cala e dai giorni riprende a salire. Qui la situazione è meno intuitiva. Forse le politiche attuate dai primo ’80 non funzionavano per l’occupazione, questa sale e permette negli anni ’90 di cominciare a togliere tutele ai lavoratori, ad esempio la scala mobile. Questo procura un beneficio a chi dirige: convincere che togliere diritti fa bene al lavoro. Con la deregolamentazione dei mercati e della finanza si muove il mercato, aziende sbocciano on line e fuori ma con i piedi di argilla. Si creano quelli che si chiamano boom – bust cycle, le onde che muovono i cicli economici, alti e bassi che ci portano al 2008 e poi al 2011 e adesso vedremo dove. La costante è che non si costruisce niente di strutturale, finalizzato alla crescita ma ci si affida al libero e deregolamentato mercato in nome della non funzionalità e inefficienza dello Stato. Come si controllano i cicli economici e si mettono a disposizione di tutti? Con le leggi e il controllo, cioè tutto ciò che i nostri governanti si sono adoperati a togliere.

indice-di-poverta

Da questo potremmo farci un’idea se le politiche portate avanti dai nostri rappresentanti stanno funzionando.

piramide

Qui invece chi sta beneficiando delle politiche economiche attuate dai governi degli ultimi trent’anni. E’ ora di cambiare?

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Libertà d’opinione e diritto al dissenso

Dibattito vivace e interessante quello di giovedì sulla crisi, che ha visto protagonisti Marco Cattaneo, Luigi Marattin e Giovanni Zibordi: confronto serrato, con qualche intemperanza verbale – da una parte e dall’altra – regolarmente sedata. Solo il finale è stato spiacevole: durante l’intervento conclusivo Marattin, ripetutamente interrotto (nonostante i richiami) da Zibordi, ha abbandonato la sala. Una decisione lecita la sua. Inevitabile? Sì, secondo il diretto interessato. No, secondo Fornaro che, in un commento su ferraraitalia, interpreta diversamente l’accaduto: pur non sottacendo l’episodio delle interruzione, ritiene che Marattin abbia agito d’impulso assecondando un’indole poco incline al contraddittorio.
Da questa asserzione Marattin si sente “calunniato”. Me lo ha fatto sapere con una telefonata dai contenuti sgradevoli, minacciando querela nei confronti dell’autore e del sottoscritto che, in quanto direttore, è responsabile della pubblicazione.
Io però, anche dopo un attento riesame del testo, continuo a non ravvisare nello scritto di Fornaro elementi diffamatori, ma solo l’affermazione di un soggettivo punto di vista. Stando così le cose non ho motivo per rettificare. Ritengo che le opinioni, anche quelle non condivise, vadano rispettate e non censurate. Se altri la pensano diversamente, in caso di controversia sarà il giudice a pronunciarsi.
La linea di questo giornale è basata sul rispetto della libertà di espressione: prova ne sia che dopo Fornaro è intervenuto un nostro collaboratore, Raffaele Mosca, sostenendo un punto di vista opposto. E’ auspicabile che il confronto prosegua serenamente. Le minacce non ci spaventano. E tutti i pareri, se formulati in termini civili, troveranno sempre spazio e diritto di manifestazione.

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Il dibattito sulla crisi: Cattaneo, Zibordi e “i due” Marattin

di Giuseppe Fornaro

La tavola rotonda di giovedì 24 luglio, “Una via d’uscita dalla crisi: proposte concrete
per la ripresa economica” organizzata da ferraraitalia è stata da un lato un’occasione
di approfondimento sprecata, non certo per demerito del moderatore, dall’altro
l’occasione per toccare con mano, ancora una volta, quanto le diverse scuole di
pensiero in campo economico fatichino a trovare un punto di incontro.
L’occasione mancata credo vada attribuita innanzitutto all’assessore al bilancio del
Comune di Ferrara Luigi Marattin, uno dei relatori, per la sua arroganza irritante. Ha
esordito male definendo “una setta” i sostenitori degli altri due relatori, Marco
Cattaneo e Giovanni Zibordi, e ha concluso peggio alzandosi e abbandonando la sala
per essere stato interrotto da Zibordi. Un atteggiamento di chi non tollera di essere
contraddetto e che pensa che ogni luogo sia un’aula universitaria dove lui insegna e
dove può tenere monologhi indisturbati. Una caduta di stile che non si addice a chi
dovrebbe sentirsi sicuro delle sue posizioni.

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Il pubblico ha gremito la sala della musica (foto di Aldo Gessi)

Il punto è proprio questo. E qui affronto prima una questione politica, poi entrerò nel
merito delle questioni dibattute. Marattin è un tecnico chiamato ad amministrare la
cosa pubblica e come tutti i tecnici (ne abbiamo avuto prova a livello di governo
centrale) affezionati alle proprie teorie, pensa che l’amministrazione della cosa
pubblica sia un laboratorio dove attuare esperimenti di economica politica, dove la
ricerca pura può essere trasferita nell’applicazione concreta senza che ciò possa
produrre dei danni. Anzi, sono talmente convinti della bontà delle teorie che non ne
vedono gli effetti negativi. Le teorie neoliberiste, di cui Marattin è un sostenitore,
hanno fatto in tutta Europa centinaia di migliaia di morti. In Italia credo che l’apice si
sia toccato col governo Monti. Qui sta il vulnus. La politica, quando si affida ai tecnici,
si spoglia del proprio ruolo di indirizzo e di filtro tra le teorie e le soluzioni proposte
dagli esperti e le istanze che provengono dalla società. Questo ruolo di interposizione,
di filtro, di mediazione (in senso alto del termine) è proprio il compito e il ruolo
specifico della politica che deve saper valutare costi e benefici anche in termini di
consensi e quindi di benefici per la larga parte della società. Quando salta questo ruolo
di mediazione i costi pagati dalla collettività sono molto alti. Ora, Marattin, come
Monti, anche se su un sedicesimo, incarna nella stessa persona entrambe le figure:
l’accademico affezionato alle proprie teorie e l’amministratore pubblico fiero di
applicare quelle teorie alla società.

Ma la società non è un laboratorio dove si può mettere in conto la perdita delle cavie. Faccio un esempio concreto. Marattin fa un vanto pubblico la riduzione delle imposte comunali di cui è artefice perché ritiene, come gli altri due ospiti della serata, che occorra un’immissione di liquidità nel sistema, così comincio ad entrare nel merito. Dice che nonostante la riduzione delle
tasse, sempre per fare un esempio, è stato aperto un nuovo asilo nido a Ferrara.
Bene, nessuno può dire di essere contento di pagare le tasse e sono contento per i
genitori che troveranno maggiori disponibilità di posti. Ciò che non dice Marattin è che
quell’asilo nido è affidato in gestione a dei privati, i quali assumono le educatrici non a
tempo indeterminato, non a tempo determinato, ma a giornata, attraverso la
corresponsione del salario con dei voucher, dei pezzi di carta che il datore di lavoro
acquista in posta o addirittura in tabaccheria e che girerà al lavoratore che poi dovrà
andare a cambiare per trasformarli in soldi. È evidente a tutti la spersonalizzazione del
rapporto di lavoro. Il vantaggio per il datore di lavoro è la massima flessibilità nella gestione delle risorse umane, nessun diritto per i lavoratori (ferie, malattie e permessi), un consistente risparmio sui contributi previdenziali che sono versati in forma ridotta. Questo è il risultato. La barbarie nel mondo del lavoro introdotta in questo paese di cui Marattin sembra fiero sostenitore. Del resto il suo partito, il Pd, ha votato tutte queste leggi, quando addirittura non se ne è fatto promotore, vedasi il recente ddl sul lavoro del ministro Poletti. Mi fermo qui perché altrimenti si aprirebbe
un capitolo su come questa amministrazione comunale intenda le scuole di infanzia,
non come pubblica istruzione, ma come servizio di badantato.

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Zibordi (in primo piano), poi Cattaneo, Gessi, Marattin

Per quanto riguarda il merito del dibattito, Cattaneo e Zibordi per uscire dalla crisi
propongono un’immissione di 200 miliardi di euro da parte dello Stato sotto forma di
certificati di credito fiscale a due anni da distribuire ai cittadini con i quali essi pagheranno le
imposte e tutte le altre transazioni con la pubblica amministrazione. Secondo gli autori
del libro “La soluzione per l’euro” (Hoepli), questo sarebbe un escamotage per aggirare
il divieto di stampare moneta, potere di cui gli stati sovrani si sono spogliati per
affidarlo alle banche che si fanno pagare gli interessi da cui, in realtà, deriva il debito
dello Stato e non dallo sbilancio tra entrate e uscite che sarebbero coperte se ci fosse
la possibilità di stampare moneta. Con questi certificati di credito i risparmi dei cittadini
non sarebbero intaccati per il pagamento delle imposte e quella liquidità andrebbe in
circolo attivando un meccanismo virtuoso come se si fosse stampata moneta nuova.
Qui viene il punto di discordia, su cui Marattin ha insistito più volte tenendo una
lezione accademica molto tecnica e poco divulgativa. Secondo Marattin stampare
moneta significa innescare un meccanismo inflattivo pericolosissimo per l’economia,
ma soprattutto il rischio è che per raffreddare l’inflazione bisogna poi ricorrere a
nuove imposizioni fiscali. E qui il Marattin “politico” non è d’accordo, perché nuove
tasse significa minore consenso. E il Marattin economista spiega che le tasse
innescano un processo recessivo nell’economia. Punto. Insomma, Marattin è
furbescamente simpatico: usa il doppio ruolo per rafforzare scelte che sono
eminentemente politiche ammantandole per scelte inevitabili perché derivanti da una
verità rivelata. La sua. Quella accademica. Il giochino funziona dove ci sono bassi
livelli di scolarità, caro Gigi!

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Fornaro fra il pubblico

Comunque, io non sono d’accordo con i “due” Marattin. Eventuali nuove imposizioni
fiscali, in un contesto in cui lo Stato stampasse moneta in proprio e quindi l’economia
fosse in una situazione virtuosa, non avrebbero effetti recessivi per due motivi abbastanza
semplici e intuibili da chiunque: il primo, è che un prelievo fiscale, modulato a
decrescere nel tempo, interverrebbe in una fase espansiva dell’economia e dunque in
presenza di un’accumulazione della ricchezza prodotta. Pertanto, costituirebbe un
freno relativo a nuovi investimenti da parte dei privati e delle famiglie.
Il problema è che in Italia non si è mai fatta una seria ed equa politica fiscale. Tant’è
che i vari governi, fino, direi, ai primi anni Ottanta, rastrellavano risorse in modo
massiccio non attraverso la fiscalità, ma attraverso i titoli di Stato che acquistavano,
guarda caso, proprio coloro che avrebbero avuto da perdere da una seria politica
fiscale, coloro che avevano accumulato ricchezze. E paradosso dei paradossi lo Stato
si indebitava proprio con coloro che avrebbe dovuto colpire. Un debito che ci trasciniamo ancora oggi. Per questo sono d’accordo con Zibordi quando dice che l’austerità è servita alla rendita finanziaria per arricchirsi. Altrimenti non si spiegherebbe perché, per fare un esempio, i Merloni decidono di vendere l’Indesit, un’azienda florida, agli americani. Dove impiegheranno gli introiti della vendita? Sicuramente in speculazioni finanziarie. Intanto, il paese ha perso un altro marchio
mady in Italy.

Il secondo motivo, è che le entrate della fiscalità in uno Stato efficiente danno a loro
volta impulso alla spesa pubblica innescando una crescita e rendendo non più
necessaria la stampa di nuova moneta. E per spesa pubblica non intendo gli sprechi
che questo paese e questa città conoscono, ma spesa in ricerca, istruzione, salute,
trasporti pubblici, sostengo alle piccole imprese e alle imprese di giovani, welfare,
sostegno al reddito a chi malauguratamente perde il lavoro. Insomma, spesa in
benessere per i cittadini che può tradursi in crescita della produttività singola e
aggregata. Sarà anche per questo che la produttività dei paesi del nord Europa, dove
la spesa pubblica è più alta, è superiore alla nostra? Sarà mica che non è solo una
questione di arretratezza tecnologica, ma di benessere sociale?

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Marattin: “Da Cattaneo e Zibordi cialtronate sulla crisi”. La replica: “Pronti al confronto”

Per Luigi Marattin, docente di Economia all’università di Bologna e assessore del Comune di Ferrara, si tratta di “monnezza intellettuale”. Giuseppe Fornaro, candidato sindaco a Ferrara della lista Valori di sinistra, viceversa, rivendica il fatto di essere stato “l’unico in campagna elettorale a sostenere queste posizioni”. Insomma, dopo l’intervista apparsa su ferraraitalia [leggi], attraverso i social network si sta animando il dibattito attorno alla via d’uscita dalla crisi economica proposta da Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, autori per Hoepli del recente volume “Soluzione per l’euro”.

Afferma Marattin: “Alla domanda (intelligente) del giornalista su come si possa evitare l’iper-inflazione che deriverebbe dall’aumento della base monetaria in circolazione (fenomeno che ha distrutto svariate economie negli ultimi 100 anni), questi finti economisti rispondono: ‘semplice! Si aumentano le tasse!’. Ma l’aumento di tassazione, diminuendo la domanda aggregata come loro stessi – in un delirio di contraddizioni – riconoscono, vanifica l’effetto espansivo dell’aumento di base monetaria. In pratica, ad una politica monetaria espansiva si fa corrispondere una politica fiscale restrittiva, con effetti totali nulli. Anzi, si potrebbe argomentare che poiché la politica fiscale restrittiva ha effetti anche sul lato dell’offerta (diminuendo l’accumulazione dei fattori produttivi, che determinano la produzione e quindi il Pil), l’effetto complessivo sarebbe anche pesantemente recessivo. Tutta roba che si insegna nell’arco delle prime tre settimane di un qualsiasi corso base di economia a ragazzi di 19 anni”.

Fornaro, spiega di essere stato persuaso da un seminario tenuto da Claudio Bertoni (referente ferrarese del gruppo), e a Marattin replica: “Non sarei così sprezzante. Non c’è bisogno degli insulti. Sarebbe interessante, invece, un confronto pubblico tra te (Marattin, ndr) e Bertoni, o i due autori di cui si parla nell’articolo, con un moderatore, sui temi dell’economia. Ci sono alcuni punti delle loro tesi che sono convincenti, altri meritano di essere approfonditi”. E conclude: “Ci stai ad un confronto pubblico?”.

All’invito, Marattin controbatte: “Il confronto pubblico con quei finti economisti io lo chiedo da almeno due anni. Sono sempre scappati a gambe levate. Non certo per me, ma perché gli è rimasto un briciolo di onestà tale da comprendere che le loro cialtronerie verrebbero completamente distrutte da un semplice studente del primo anno. Proprio per questo si ostinano a fare iniziative a voce unica. Nell’improbabile ipotesi che vogliano – dopo tanto tempo – accettare un contraddittorio, certamente sarei disponibile. Non ho mai avuto problemi a confrontarmi”.

A questo punto entra in campo Cattaneo, che ha seguito a distanza il contraddittorio su Facebook: “Non so a chi si riferisca Luigi Marattin affermando che ‘il confronto pubblico con quei finti economisti io lo chiedo da almeno due anni. Sono sempre scappati a gambe levate’. Sicuramente non parla di me, e credo nemmeno di Giovanni Zibordi. Personalmente, non ho mai avuto occasione di incontrare Marattin e questa richiesta di confronto, evidentemente, a me non è stata rivolta. Ma colgo con piacere l’occasione per raccogliere l’invito e sollecitare un confronto-dibattito pubblico, e per quanto mi concerne do piena disponibilità a organizzare, per esempio a Ferrara, in qualsiasi data dal 15 luglio prossimo in poi”.

Dunque, emerge da tutte le parti la volontà di guardarsi in faccia e chiarire i rispettivi punti di vista. Ferraraitalia si rende disponibile a organizzare il confronto, secondo i crismi dell’imparzialità.

Sarebbe davvero interessante poter ascoltare in contraddittorio le voci dei protagonisti. Lo spirito crediamo debba essere quello del giovanissimo Fabio Zangara che, intervenendo anch’egli nel dibattito su Facebook, si rivolge direttamente a Marattin raccontando che “anch’io ho partecipato ai seminari del dott. Bertoni e, oltre che simpatico, mi è sembrato anche molto preparato e documentato. In tutta sincerità non comprendo la sua perplessità circa la risposta di Zibordi e Cattaneo riguardo il controllo della base monetaria in circolazione. Se la moneta in circolo è ‘scarsa’ si applicano iniezioni di liquidità nel sistema, se si rischia il fenomeno inflattivo viene applicata una studiata imposizione fiscale che riequilibra la base monetaria in circolazione, per garantire il giusto equilibrio del ‘flusso circolare’. Si controlla quindi la base monetaria tramite la funzione sinusoidale (sinx), usando investimenti e tasse come contrappesi. Non vedo, quindi, il pericolo di un fenomeno recessivo riguardo le tesi di Zibordi e Cattaneo. Sono convinto che sarebbe molto utile un confronto pubblico fra di voi per spiegare ai cittadini cosa sta accadendo oggi in Eurozona. Mi piacerebbe anche sapere perché istituti creditizi privati e Bce di fatto emettono moneta dal nulla attraverso i prestiti. Ritengo estremamente importante che lo Stato possa emettere denaro per monetizzare l’operosità dei cittadini, garantendo lo scambio di beni, sostenendo l’economia reale”.

Argomentazioni e quesiti chiari, scaturiti da una mente fresca e non imbevuta di dogmi, che esprimono anche l’anelito di un giovane cittadino alla ricerca di un orizzonte di stabilità per il proprio futuro.

Ma, anche nei suoi confronti, Marattin usa espressioni tranchant che mal si conciliano con la volontà al confronto che pure manifesta: “Fabio, sul confronto pubblico vale quanto scritto sopra. Sono sempre scappati, e c’è da capirlo. Sul resto, sei ancora giovane ed in tempo per non farti sedurre da colossali castronerie (quali quelle che sembri ripetere) che non hanno né fondamento logico, né empirico. Le persone che citi non hanno una formazione accademica completa, non hanno posizioni presso università o centri di ricerca degni della benché minima notorietà scientifica, e non hanno pubblicazioni comunemente accettate presso la comunità scientifica (cioè in riviste internazionali con doppio referaggio anonimo). Spacciano colossali panzane come teorie economiche alternative, ma in realtà usano solo tutti voi in buona fede per acquisire un minimo di notorietà e per facili guadagni. Fai un favore a te stesso, studia l’economia quale scienza sociale. Ti accorgerai che per mettere in discussione alcuni dogmi troppo facilmente accettati non c’è bisogno di uscire totalmente fuori dal perimetro scientifico con questa spazzatura intellettuale”.

In realtà Cattaneo e Zibordi pongono un problema reale e drammatico, quello della crisi, al quale gli economisti gallonati ai quali Marattin fa riferimento non hanno saputo porre rimedio. Se ci sono debolezze o fragilità vanno discusse. Ma se il punto di partenza è buono, sbagliato è rifiutare il ragionamento.
Credo si debba fare molta attenzione ad additare visionari ed eretici a pubblici roghi.
Il pregiudizio è una bestia pericolosa. Il padre dei fratelli Wright, agli albori del secolo scorso, sentenziò “Mai e poi mai l’uomo volerà per mezzo di una macchina”. Proprio i suoi figli lo smentirono. Non degli anatemi si alimenta il progresso della civiltà.
Quando si tratta di questioni vitali come questa è saggio guardare la luna e non il dito che la indica.

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