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disgelo bucaneve primavera

PRESTO DI MATTINA
Poesia come profezia

«Ogni giorno lascia in eredità al successivo un sole morente
e ogni notte ne piange un’altra.
Un’estate dopo l’altra viene raccolta insieme alle foglie cadute
e del suo dolore canta il mondo…
Ogni giorno offre al successivo un sole ardente,
una notte dopo l’altra riversa stelle,
sulle labbra di pochi solitari si ferma una poesia:
per sette vie ci dividiamo e per una sola facciamo ritorno»
(Avraham Ben Yitzhak, Poesie, con un saggio di Lea Goldberg, Portatori d’acqua, Pesaro 2018, 61).

Il contare i giorni e le notti, sia quando sono spenti oppure ardenti, sia quando destinano mortificazione o per contro vivificano, il fatto di narrarli gli uni agli altri genera discernimento comunitario, sapienza e poesia insieme dentro il cuore.

Così è del discernimento: trame che si fanno e disfano per ritessersi di nuovo, fili sparpagliati che trovano l’intreccio, un filo che imbocca una cruna d’ago. Dopo la molteplicità del differenziarsi e del diversificarsi, ecco segue il convergere nella consonanza di un pensiero, nella decisione di un comune orientarsi ed agire consonante: “per sette vie ci dividiamo e per una facciamo ritorno”.

Avraham Ben Yitzhak [Qui] considerava «la poesia come fondamento della realtà», e la lingua ebraica come il mezzo per quel difficile e silenzioso esercizio che è ascoltare, per tutti, le fondamenta del mondo.

«Nella grande disperazione in cui visse per numerosi anni della sua vita, non credeva che molte orecchie umane fossero ancora in grado di prestare ascolto a quel fondamento» (Lea Goldberg, ivi, 93) e così alla scrittura poetica riconosceva il compito esistenziale di cogliere e narrare le radici stesse del reale. Per questo egli visse in modo poetico.

Elias Canetti [Qui] lo chiama il “Dottor Sonne”/Sole; un’ampia parte dell’autobiografia, la terza parte è dedicata a lui (Il gioco degli occhi, Adelphi, Milano, 1985, 107-192). Ciò che lo affascinava di lui era la sobrietà e al tempo stesso la sua energia, una personalità schiva, ma carismatica:

«Sonne non parlava mai di sé. Non diceva mai niente in prima persona. Ma anche nel rivolgerti la parola non usava la forma diretta. Tutto era detto in terza persona e così collocato a una certa distanza… Le parole di Sonne non abolivano, non liquidavano nulla; anzi il tema era più interessante di prima, era riordinato e illuminato. Egli apriva in te interi territori là dove prima c’erano soltanto punti oscuri, che erano pur sempre punti di domanda… Aveva riguardo verso tutto ciò che gli fosse vicino, senza però che qualcosa gli sfuggisse. Se non sprecava mai una parola sulle persone che di giorno in giorno stavano intorno a noi, era una forma di tatto. Il suo rispetto per i limiti altrui era assoluto. Era il suo Ahimsa, come io lo chiamavo usando la parola indiana che indica il rispetto per ogni forma di vita», (ivi, 125; 129; 130).

Avraham Ben Yitzhak introdusse nella sua poesia la meraviglia di fronte alla natura, unita ad una conoscenza quasi enciclopedica della scienza botanica. Teneva insieme entrambe per un migliore discernimento del reale. Questo recupero dello stupore dinanzi al naturale – contemplazione proibita da alcune Massime dei Rabbi, perché distoglieva dallo studio del testo sacro – aprì una breccia, un traboccamento nella sua coscienza e nella tradizione stessa.

La poesia è profezia; è dono imprevedibile e sorprendente, vede oltre ogni nostro vedere. Narra l’esistenza di un segreto, di un canto nel silenzio, di radici nei loro nascondigli, del cuore del reale che si rivela celandosi nell’ombra.

Lo conosci solo dal rumoreggiar dell’arborea marina: strepitar di bosco; dal battito insieme del tuo con il cuore della terra; dal continuare a scorrere della linfa della vita, sottotraccia, rivoli carsici sotto una crosta di ghiaccio:

«I monti che si congiungono intorno alla mia città / custodiscono un segreto nei loro boschi; /… sopra il quale rumoreggia un mare di alberi / e in quell’ombroso nascondiglio è nascosto il segreto. / Insieme al cuore della terra, / pulsa in me il cuore; / e scorre assieme ai rivoli / che fluiscono sotto la crosta ghiacciata; /… Tuona e strepita il bosco e dolce è il suo canto nel silenzio dell’angolo che ti è caro», (Poesie, 35; 33; 45).

Come la poesia trabocca dalla realtà – eccedenza del reale che ne attesta il mistero delle radici – e come dalle narrazioni condivise tracima alla fine il discernimento comunitario, così da questo affiorare ed esondare insieme può scaturire lo stupore della profezia, il dono di una parola altra che, illuminando, fa agire e avvia una conversione trasformatrice.

Ritroviamo qui le tre fasi del processo della sinodalità: quella narrativa, quella sapienziale del discernere insieme e quella profetica. Un giudizio di parole e azioni che libera e ristabilisce alleanze, che fa agire in contesti mutati, che orienta a prendere decisioni su nuovi percorsi, stili e pratiche di vita ecclesiale.

L’esperienza profetica è l’esperienza del traboccare della Parola e dell’azione di Dio mentre si cammina insieme con lo Spirito del Cristo Risorto.

«È proprio del Cuore di Dio traboccare di misericordia», ci ricorda papa Francesco. In esso si narra il segreto della sua itineranza nel mondo, il suo venire nella storia e presso di noi. Da questo traboccamento – come lo sgorgare di nuovo delle acque battesimali – scaturisce l’iniziazione cristiana, e pure un cammino e un processo di progressiva maturazione, che coinvolge non già la singola persona, ma la chiesa e la società stessa e l’ambiente circostante.

L’espressione «traboccare mentre si è in cammino» l’ho mutuata leggendo un articolo di Diego Fares, Il cuore di “Querida Amazonia”, l’esortazione apostolica di Papa Francesco successiva al sinodo sull’Amazzonia. Qui l’immagine del camminare travalicando è vista «come simbolo del traboccamento di Dio nella creazione».

Nel testo in spagnolo la parola desborde e il verbo desbordar compaiono cinque volte e sono tradotte con ‘debordare’, ‘sovrabbondare’, ‘oltrepassare’, ‘traboccare’. Scrive Fares: «Nei grandi problemi, come quello che l’umanità si trova ad affrontare in Amazzonia, “la via d’uscita si trova per ‘traboccamento’ (la salida se encuentra por desborde)” (QA 105), afferma papa Francesco. E aggiunge che, per poter riconoscere il “dono più grande che Dio sta offrendo”, bisogna “ampliare orizzonti al di là dei conflitti” e trascendere le dialettiche che limitano la visione. Non basta disciplinare la vita, la si deve aprire a Dio, la cui presenza è sempre maggiore, “traboccante”…

Nel Sinodo, mentre parlava del traboccamento della misericordia di Dio, egli ha detto: “È un traboccamento che suor Miranda ha espresso con una parola che mi ha colpito molto: il traboccamento dell’itineranza. Soltanto chi è in cammino è capace di traboccarsi”. E nell’Esortazione ha dato voce alle poetesse e ai poeti amazzonici che parlano del fiume che straripa: “Nasce ad ogni istante. Discende lenta, sinuosa luce, per crescere nella terra. Scacciando il verde, inventa il suo corso e cresce” (QA 45)», (La Civiltà Cattolica, Quaderno 4074 [Qui],2020, 532-546).

Ho pensato che traboccare non è solo delle acque ma di tutte le sementi, anche se il loro spuntare dalla terra è lento, pacifico, silenzioso – ma non senza travaglio – tanto da dirsi: “una foresta quando cresce non fa rumore”. Tuttavia si vedono a volte nei documentari scientifici le immagini scorrere accelerate, così da mostrare in pochi secondi il seme che nasce, cresce e giunge a maturazione; un esondante florilegio di bellezza che stupisce e rapisce dentro, e t’invoglia alla sequela.

Come la terra ‘la campana del tempio tace il suono trabocca dai fiori’: con questo haiku, che mi è familiare, continuo a narrare del Sinodo del 1992.

Ha lasciato in me la coscienza del seminatore, quella di colui che vede la primavera anche d’inverno e fa credito alla terra anche se non vede i segni e il frutto del suo lavoro. Quell’esperienza ha pure ridestato in me una più viva consapevolezza del mistero della Chiesa come mistero di gratuità ospitale e laboriosità silente.

Scrivevo ad un amico diacono a quindici anni dall’evento sinodale: «credo che a noi sia chiesto di seminare, non di raccogliere; seminare ciò che nella nostra esperienza di fede ed ecclesiale, sentiamo più vivo e irresistibile, incontenibile, fede personale e vita ecclesiale dovrebbero andare sempre insieme; discepolato e comunità in Marco sono profondamente uniti non c’è mai uno senza l’altro».

Primavera nel cuore dell’inverno.

Ricordo un testo di Mario Rigoni Stern [Qui], Stagioni (Einaudi Torino 2008) che accende ancora la mia immaginazione: «Sul finire dell’inverno, a marzo, quando invece di giorno la neve si ammolla e di notte gela, sì da fare corazza e portare il passo senza sprofondare, il bosco che preannuncia la primavera diventa odoroso, bello e favoloso. Cammini alla sommità degli alberi giovani e ti trovi a guardare gli apici all’altezza degli occhi, come un uccello o uno scoiattolo. Già le gemme si gonfiano; sotto gli alberi più alti e folti la neve già si è sciolta perché loro accolgono e trattengono il calore del sole…

Sensi e fantasia ti aiutano a scoprire la primavera del bosco, che è misteriosa, segreta, viva. Erano le allodole le prime creature a indicare il cambiamento di stagione, ossia la fine dell’inverno. Le prime allodole arrivavano quando il sole nella sua risalita rendeva libere dalla neve le rive esposte a sud. Un mattino sentivi un brivido percorrere le membra, vedevi uno svolare sopra la proda e dopo, il trillo gioioso dell’allodola mattiniera. Era un attimo di felicità. Ma da dove arrivava questo intenso sentimento? Da quale remotissima mattina del mondo? Era bello quel giorno, era bella tutta la terra, era buona la gente», (ivi, 17; 23).

L’ospitalità all’altro, e quella che si riceve dagli altri, trabocca anche solo al ricordo di quell’aver camminato insieme. L’Ospitalità è simile alle briciole di pane lasciate sulla neve per i pettirossi; quando vengono raccolte e mangiate, scompaiono alla vista. L’unico segno, che anche in te rimane, è sentire che la gioia del vangelo e il pane del fratello, anche se duro a volte, ti ha nutrito, fatto crescere per averlo ospitato presso di te.

La ricezione di un Sinodo è dunque un processo vitale nella forma di una ospitalità reciproca, che si prolunga nel tempo e richiede ogni volta di essere rigiocata nelle relazioni e negli eventi della vita, oltre il suo evento. Essa implica uno spirituale, permanente legame allo spirito profetico del sinodo anche quando questo si è concluso.

Questo permanere nel solco tracciato della tradizione, alimentandosi ad essa e poi nutrire altri narrando, è segno di una libertà che non resta passiva di fronte a ciò che ha ricevuto; non si ripiega nostalgica nel passato e non nasconde il talento come nella parabola, ma lo fa fruttificare. È nel rigioco che si prende parte attiva alla ricezione sinodale; è nel trasmetterlo agli altri che lo si fa traboccare.

Se mi si chiedesse “ciò che è vivo e ciò che è morto” del Sinodo oggi, risponderei con le stesse parole di quel tessitore di ecumenismo e teologo che è stato don Luigi Sartori [Qui], quando gli ponevano la stessa domanda in riferimento al Concilio:

«Quando mi si chiede ciò che è vivo e ciò che è morto del Concilio io devo intendere la vita e la morte in senso profondo: per me il morire non è un passare, ma un entrare in una vita nuova. Quindi per ciò che è morto del Concilio io intendo ciò che è passato nella vita, ciò che gioiosamente è finito del Concilio, perché ha potuto e ha dovuto entrare nelle coscienze e nella vita. Quindi il morire non è un lasciar cadere nel passato perché venga sepolto, ma un entrare nel presente e nel futuro perché abbia a sopravvivere».

Ciò che è vivo ancora del Sinodo in me, come per il Concilio, è ciò che ancora non si è attuato, che non è divenuto carne, sangue nella nostra chiesa, e che dunque necessita di essere rilanciato.

Immediatamente il pensiero va alle tre chiese, ciascuna raccolta nell’altra del IV capitolo n. 61 del libro del Sinodo: “Chiesa e testimonianza della carità”: «Non solo una Chiesa per i poveri, ma una Chiesa dei poveri. Non basta il servizio a favore degli strati più svantaggiati della popolazione. Chiesa dei poveri, è luogo di vita con i poveri, dove essi hanno voce, ritrovano in Cristo la strada della loro liberazione umana e cristiana, e si fanno promotori di una trasformazione dell’intera società, per renderla più autenticamente a misura di uomo. Tutto questo comporta, da parte di ciascuno, la scelta, e la concreta e coerente testimonianza, di uno stile di vita più povero, contrassegnato dalla condivisione e dalla circolazione dei beni: una Chiesa povera».

Tutto ciò mi fa pensare ai nostri centri di ascolto, i CdA parrocchiali e delle unità pastorali, che dovrebbero camminare insieme e confrontarsi nel cono di luce di questo testo sinodale. E un altro passo necessario sarebbe quello di una maggiore interazione tra questi centri di ascolto e le stesse persone delle comunità, che non deleghino ai primi l’appassionarsi ai poveri, vicari di Cristo, affinché ogni battezzato diventi occhio, orecchie, mani e piedi, pensiero e cuore del CdA.

L’importanza vitale infine per una consonanza ancora maggiore a servizio dei poveri è tenere insieme azione liturgica e agire solidale, il pane spezzato sulla mensa eucaristica e quello lungo la via: una “pericoresi” – passatemi il termine di teologia trinitaria – un movimento circolare, un ruotarsi verso l’altro e guardarsi in volto in ascolto o rivolgendosi la parola andando e venendo dall’una all’altra mensa.

“Percorsi” è il modo di essere uniti nella relazione delle persone in Dio, il donarsi l’un l’altro, il reciproco appartenersi del Padre e del Figlio nello Spirito un amore che resta aperto, traboccante verso tutti.

Così anche papa Francesco rigioca nell’oggi ciò che era rimasto in embrione al Vaticano II. Egli sta facendo emergere dalle acque ancora sotterranee, scaturite al concilio dal terreno carsico della chiesa, tutte quelle realtà e questioni appena accennate o ancora in statu nascendi nella difficile ricezione post-conciliare degli ultimi 60 anni.

Ha fatto traboccare nel grande fiume della grande chiesa le acque dei fiumi nati dal vissuto delle chiese sorelle dell’America latina, ponendo così la profezia, la sinodalità, i poveri e il martirio di quelle stesse chiese come un dono per tutti.

L’avvio del Sinodo fu per me un inizio faticoso e sfiduciato. Che ho raccontato altrove. Che cosa mi cambiò allora? In quel contesto fu determinante per me la pratica comunitaria, sia nella commissione sulla Parola di Dio, sia nei consigli pastorali e nelle otto assemblee cittadine: un traboccare vicendevole.

La svolta venne, come per Pietro il pescatore quel giorno sul lago. Fu, quella volta, nel gesto del pescatore che prende il largo, anche per me un sì, l’accadere di un nuovo inizio, una nuova partenza che avviò con il sinodo un cammino di riscoperta della comunione ecclesiale. Sì, fu la fede, come allora, sulla sua Parola; fede che si gioca e rigioca nella relazione all’altro, aprendo spiragli di luce nella fede d’altri.

Le Beatitudini sono come il canto delle allodole nel bosco degli urogalli di Rigoni Stern. Esse come le beatitudini sono amiche della luce, portano la luce nell’oscurità. Anche quella sera in cui san Francesco passò dal mondo a Cristo, si posarono sul tetto della casa e a lungo cantarono, roteando attorno: gioia e pianto insieme, così le beatitudini che sono la gioia del Cristo e il pianto dei poveri, insieme trabocchino in noi mentre siamo in cammino.

E ciò che era all’inizio di questo scritto si riversa pure alla fine nelle parole poetiche di Avraham Ben Yitzhak: le sue beatitudini; una si getta nell’altra e traboccano insieme in quella successiva e si fanno pure cammino in chi le legge, le ascolta e pratica.

Una la sento di grande forza per me: quella del seminatore che non cessa mai di seminare ma proprio per questo andrà oltre ogni confine esistenziale a portare la Parola, di solco in solco, scendendo come il seme in esso e tracimando poi in un altro solco: «Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano».

Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano.
Beati i generosi la cui splendida giovinezza aumentò la luce dei giorni
e la loro prodigalità
e si spogliarono dei propri ornamenti – sui crocevia.
Beati i fieri la cui fierezza oltrepassò i confini della loro anima
e diventò come l’umiltà del biancore
dopo il levarsi dell’arcobaleno in mezzo alle nuvole.
Beati quelli che sanno che il loro cuore griderà dal deserto
e sulle loro labbra fiorirà il silenzio.
Beati loro perché saranno raccolti nel cuore del mondo
coperti dal manto dell’oblio
e la parte loro riservata sarà il tamìt* senza parole.
(Poesie, 85)

*[il sacrificio quotidiano al tempio], .

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PRESTO DI MATTINA
Risonanze

Risonanze di vangelo, parole antiche e sempre nuove, sono per me le poesie di Carlo Betocchi. Il suo è un vangelo vissuto a caro prezzo nel quotidiano; una scrittura incisa nel corpo delle cose, ferita per liberare il soffio d’anima prigioniero in esse. Ma al tempo stesso una scrittura seminata nel tempo ‒ «un passo, un altro passo» ‒ per ritrovare «tracce mutili», frammenti di senso dentro al muto silenzio del quotidiano. Eppure «col suo silenzio/ la mia anima benda le sue ferite./ E crede, infinitamente crede/ al mutamento. E vi scivola/ dentro. Tutto è compiuto/ e tutto è da compire./ Nel mio silenzio» (Tutte le poesie, Milano 1996, 578). Un vangelo compiuto e tutto da compiere ‒ dunque ‒ scevro da compromessi, spoglio da sicurezze, senza difese, né privilegi. Un vangelo al vivo, che rincuora la vita.

Quella di Betocchi è una fede che si consegna in abbandono all’altro che gli viene incontro; scaturita da ferita d’io che guarisce facendosi umiltà d’amore. Solo così ci si può convincere che la stoltezza del vangelo è più sapiente degli uomini e la debolezza del vangelo è più forte della forza degli uomini (1 Cor 1,25): «A me la fede/ non consente che un grido ed una voce:/ è quel poco che so, che sento vero/ dentro di me: ed in quel vero accendo/ l’essere a farsi un uomo che cammina/ solo e con tutti, innanzi a sé pregando» (Ivi, 545).

In particolare, una poesia di Carlo Betocchi mi accompagna da tanti anni, invitandomi all’umiltà d’amore. È un testo generativo di uno stile e di una pratica pastorali, che fanno partire alla ricerca del vangelo celato in qualunque frammento del creato, pure nel sasso, nell’albero, nel fuoco, nella sorgente in un fiato d’aria. Un vangelo tra la gente; un vangelo di vangeli, fuori dai recinti di coloro che si ritengono giusti. Presente pure nelle strade dove tendono agguati i briganti, ma percorse anche dal samaritano della parabola evangelica che, a motivo di quella debolezza forte e di quella stoltezza sapiente che promanano dalla compassione, non passa oltre, restando con l’altro, praticando così lo stesso operare di Dio nel rivelarsi a Mosè: “dì loro che io sono [l’altro], colui che sono accanto, che mi faccio prossimo a voi”.

Eccola: «No, non temere mai nulla da Dio…  Non temere il Signore Dio tuo. Ha detto: “Io sono quello che sono”/ e tu non temere mai nulla: poiché,/ se tu credi, non sarà tua l’esistenza,/ ma sua: né sarà mai protetta, tuttavia,/come tu speri e credi: anzi, gettata/ nelle fosse. Chi crede in Dio/ si appresti ad essere l’ultimo/ dei salvati, ma sulla croce, ed a bere/ tutta l’amarezza dell’abbandono./Poiché Dio è quello che è.
Ma si è già nel Vangelo quando/ non se ne può più uscire:/ e vi si è ancora quando,/ stanati dalle mura della sua Chiesa/ per impossibilità di restarvi,/ allora il Vangelo ci insegue/ come il veltro la preda agognata./ Fra te e la salvezza non/ altre vie che quelle segnate/ dal Vangelo; ma in quelle che vedi/ vanno, fra sciami d’innocenti,/ turbe d’ignavi e d’ipocriti./ E dunque fra te e il Vangelo /non c’è che il nasconderti/ dentro e sotto di lui come gramigna/ nel suolo, a far speco terroso/ in cui si realizza, come si può,/ quel che non esiste che nei fatti:/ qui in terra, e nella carità» (Ivi, 459-461).

Mario Luzi, in un’intervista (Biblia Notiziario 1996), ricordava che quel piccolo demiurgo che è un poeta, quando si accosta al vangelo, lo fa non tanto per la potenza e l’autorità di quella Parola, ma semmai, seguendo la singolarità che gli è propria, quella di smascherare le false parole, di scoperchiare quelle che, come sepolcri imbiancati appaiono all’esterno belle all’udirsi, ma dentro sono parole morte. E tuttavia quelle del poeta sono parole vere perché testimoniano non tanto il Creatore e il Padre nostro che è nei cieli, ma la sua creatura. In tutti i casi, in comune tra loro, la parola del vangelo e quella del poeta hanno l’amore per l’uomo. Talché il poeta, udendo la parola di Dio, ne coglie gli echi profondi e le risonanza che essa tesse con i silenzi degli uomini nel loro umano interrogare. «Il Vangelo – scrive Mario Luzi – è poesia esso stesso, nel senso di poiesis che crea l’esigenza di pensieri, crea pensieri nuovi, esalta l’esistente e l’assente nello stesso tempo. Fa sentire così vivo il mondo, così drammatico».

Ne La poetica dello spazio, Gaston Bachelard, per esprimere gli echi profondi generati nel lettore da un testo poetico, usa una parola francese intrigante: retentissement, da rententir, riempire di un suono forte o di un brusio, come refoli di vento a intervalli costanti in uno spazio che si dilata sempre più. Retentissement deriva dal latino tinnere, tintinnare, risuonare di suoni brevi o allungati, fievoli o rimbombanti; a volte è un bisbigliare da un orecchio all’altro, altre come un’ola nello stadio; un farsi intendere ripetutamente come un’eco, nello stesso perdurare di un’azione come l’andirivieni delle onde nel mare, l’espandersi di odori e profumi o il diffondersi di canti gioiosi, o di lamenti; rumori di officina, pesanti grida o il vagito di un neonato.

Retentissement possiede dunque una ricchezza semantica che non si coglie nella sua traduzione italiana con ‘risonanza’. Teniamo quindi a mente nel leggere quanto osservava al riguardo Bachelard: «Le risonanze si disperdono sui differenti piani della nostra vita nel mondo, il retentissement ci invita ad un approfondimento della nostra esistenza. Nella ‘risonanza’ non facciamo che intendere la poesia, nel retentissement la parliamo, è nostra. Il retentissement opera un cambiamento d’essere: l’essere del poeta sembra diventare il nostro… L’esuberanza è la profonda ricchezza di una poesia sono sempre fenomeni del doppione ‘risonanza-retentissement’: la poesia pare ridestare in noi echi profondi in virtù della sua esuberanza». Questo determina come un risveglio nel lettore, un divenire che lo trasforma: «La immagine che la lettura del poema ci offre, eccola diventare veramente nostra: essa si radica in noi stessi, e, sebbene noi non abbiamo fatto che accoglierla, nasciamo all’impressione che avremmo potuto crearla noi, che avremmo dovuto crearla noi. Essa diventa un essere nuovo del nostro linguaggio, ci esprime facendoci diventare quanto essa esprime, o, in altre parole, essa è al tempo stesso un divenire espressivo ed un divenire del nostro essere», (ivi, 12-13). Così il retentissement costituisce quel fenomeno che fa percepire al lettore ciò che il poeta ha scritto come fosse il proprio dire; lo fa cosciente che in lui abita la capacità linguistica ed espressiva dimorante nel poeta.

Nella traduzione francese della Bibbia ho trovato diverse ricorrenze testuali del nostro termine. In particolare, mi sono soffermato sul Salmo 19, che amplifica e diffonde le risonanze e le voci della creazione che narrano l’opera ‒ poetica anch’essa vien da dire ‒ uscita dalle mani di Dio. Il ritmo è incalzante, crescente, uno sparpagliarsi di suoni. Dai cieli si avvia la narrazione e, come una cascata, risuona sulla terra attraverso il distendersi dei giorni e delle notti, che traghettano nel tempo e lungo la storia quanto hanno udito e ricevuto. Le notizie trasmesse non sono discorsi chiaramente udibili e afferrabili, ma nell’intero spazio terrestre è ‘uscito il loro suono, se ne diffonde la voce’, tanto che fin all’estremità della terra ‘risuona la parola: «Leur retentissement parcourt toute la terre. Leurs accents vont aux extrémités du monde».

In questo ‘passa-parola’ di trasmissione e di recezione della vita, la creazione continua a muoversi, a ricrearsi, come quando in uno stagno d’acqua ferma si gettano sassi, che creano risonanze ondose a forma di cerchi, che vieppiù si espandono ingrandendosi. E incrociando il movimento ondoso provocato dagli altri sassi, essi creano trasformazioni e nuove armonie figurative rispetto alla forma iniziale. I cerchi che vengono così attraversati dalle onde degli altri ne sperimentano le risonanze come fossero le proprie, e forse qui, simbolicamente, ci viene rappresentato il fenomeno ricordato da Gaston Bachelard, che porta il lettore a sentirsi come il poeta, a percepire, almeno un poco, il testo come appartenente anche a lui.

La ricezione di un testo «è la capacità di fare azione, di fare passi incontro, anche quando il movimento sembra partire da altri, come i cerchi nell’acqua, non è ripetizione ma direi intensità nell’azione con cui anche chi riceve prende parte attiva nel far sua la cosa che riceve» (Luigi Sartori).

Padre Marcello dopo ogni colloquio o confessione diceva sempre a chi aveva di fronte: «avanti, avanti». Il mio congedo è simile: «un altro passo». Espressione che rivolgo spesso anche a me stesso la mattina, o quando sto per iniziare qualcosa di impegnativo o faticoso. Non fu allora solo meraviglia quella volta che, saltando qua e là tra le pagine dell’opera poetica di Carlo Betocchi, trovai il titolo di un testo che corrispondeva esattamente al mio quotidiano dire la speranza: Un passo, un altro passo

Un passo, un altro passo,
ivi del cielo il masso
azzurro, la vivente natura,
e l’inferma pietà
che se stessa conosce negli errori,
e la lieve follia, ivi la morte,
il rumore e il silenzio,
e il mio esistere anonimo;
e come dalla pietra sale il canto
di un colore che è muto,
un passo, un altro passo,
e inciampicando nel divino esistere
io giungo a riconoscermi nel sasso
che sospira all’eterno, in alto, in basso.”
(ivi, 286).

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“SE SBAGLIO MI CORRIGERETE”
100 anni fa nasceva Karol Wojtyla, il Papa dei record

Il 18 maggio è stato ricordato il centenario della nascita di Karol Wojtyla (1920, Wadowice). Diventato papa nel 1978 dopo il brevissimo pontificato di Albino Luciani (33 giorni), gli storici dicono sia impossibile fare un bilancio definitivo di un pontificato durato 27 anni – il quarto per lunghezza nella storia della Chiesa (1978-2005) – e tanto complesso.
Per svariati motivi Giovanni Paolo II è stato il primo: il primo papa straniero dopo secoli, il primo per i viaggi compiuti (104), il primo a entrare in una chiesa luterana (a Roma nel 1983), a parlare a un’assemblea islamica (1985 a Casablanca), a entrare in una sinagoga (Roma, 1986). Dopo la sua morte (2005) è stato proclamato santo (2014) in tempi non usuali nella Chiesa per le canonizzazioni.

Il nome scelto e quel primo discorso da pontefice accesero subito entusiasmo e speranze. Fu papa Luciani a volersi chiamare Giovanni Paolo, ma non ebbe il tempo di dare corpo a un programma che avrebbe voluto svolgersi nel solco di Giovanni XXIII, che convocò il concilio Vaticano II, e Paolo VI, che lo condusse a termine nonostante le acque agitate di quella storica assemblea.
Subito destarono interesse quelle parole d’esordio: “Aprite le porte a Cristo, non abbiate paura” e “Se sbaglio mi corrigerete”. Un papa che dal balcone di San Pietro chiede di essere corretto? Nella sua prima enciclica Redemptor Hominis (1979) scrisse: “l’uomo è la via della Chiesa, con tutte le attese per una frase che non dice: la Chiesa è la via dell’uomo. E’ stato chiamato ‘l’atleta di Dio’ e ‘globetrotter’, per il vigore fisico con cui seppe dare nuovo appeal al papato che, unitamente all’innata vocazione di ‘bucare lo schermo’, trovò una speciale sintonia innanzitutto con il mondo giovanile, tanto da creare il fenomeno planetario dei papaboys.

Se si volesse tentare una lettura provvisoria del lungo pontificato di Karol Wojtyla, diversi osservatori sostengono che si è sviluppato lungo le due linee della Chiesa ad extra e ad intra. Se riscuote tuttora larghi consensi la prima, la seconda continua a ricevere critiche. Lo storico Alberto Melloni ha elencato Le cinque perle di Giovanni Paolo II (Mondadori 2011). Nel sinodo dei vescovi del 1985 definì il concilio Vaticano II la grazia più grande che la Chiesa abbia avuto nel XX secolo”, a dispetto delle voci insistenti che ne volevano un ridimensionamento.
L’anno seguente incontrò il rabbino ElioToaff nella sinagoga di Roma, dicendo che l’Antica alleanza è eterna e arrivando a chiamare gli ebrei “fratelli maggiori”. In quello stesso 1986 si tenne ad Assisi lo storico incontro di preghiera con i rappresentanti di tutte le religioni.

Fu l’espressione del suo impegno per la pace, ribadito nel 2003 con un appassionato appello contro la guerra in Iraq. Non meno dirompente fu, durante il Giubileo del 2000, la richiesta di perdono per le violenze e ingiustizie commesse nei secoli nel nome della fede. Cinque capitoli di quello che lo stesso Melloni ha definito “magistero dei gesti”, fino alla sofferenza degli ultimi giorni, mostrata come una testimonianza estrema offerta ai fedeli, che già il giorno dei funerali in una Piazza San Pietro stracolma lo volevano “santo subito”. Sofferenza come quella patita a seguito dell‘attentato di Ali Agca, il 13 maggio 1981, la cui mano non è stato mai chiarito del tutto da chi fosse stata armata, anche se diverse piste portano al cuore dell’impero sovietico, il cui crollo Karol Wojtyla era convinto che sarebbe avvenuto per l’inconsistenza delle false radici antropologiche che lo reggevano.

Ma se lo sguardo ad extra è connotato da queste energiche aperture, la serie di decisioni e provvedimenti presi all’interno della Chiesa (ad intra) continuano a rappresentare un contrasto stridente.
Gravida di conseguenze è stata la svista sulla Teologia della liberazione. Un aperto contrasto iniziato già dal gennaio 1979, quando a Puebla (Messico), durante la terza Conferenza generale dell’episcopato latino-americano, l’attacca frontalmente e, il marzo dello stesso anno, è ricevuto in udienza Oscar Arnulfo Romero, che realizza la profonda “incomprensione” di Roma per il suo ministero nella difficile situazione di El Salvador. Il 24 marzo dell’anno seguente l’arcivescovo Romero, mentre celebrava messa, cadde vittima di un attentato degli squadroni della morte.
Con tutta probabilità la biografia di Wojtyla – cresciuto negli orrori dei totalitarismi – ha giocato in maniera decisiva nella sua lettura della Teologia della liberazione. Si volle vedere i pericoli della contaminazione marxista (“un compromesso ideologico inaccettabile” disse in occasione della sua visita in Nicaragua nel marzo 1983), senza considerare che non non si può parlare “della”Teologia della liberazione al singolare, ma delle Teologie della liberazione. Un errore di valutazione che fu all’origine di una lunga sequenza di decisioni nei confronti dei teologi, come Leonardo Boff e Gustavo Gutierrez e criterio per le nomine dei vescovi latino-americani all’insegna della normalizzazione, come il card. Obando y Bravo, arcivescovo di Managua.

La scure disciplinare, con la partecipazione della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) guidata dal fedelissimo card. Joseph Ratzinger, non risparmiò la ricerca teologica in senso più ampio. Il tedesco Bernhard Haering, fra i più autorevoli teologi moralisti del post-concilio, e l’olandese Edward Schillebeekx, fra i grandi nomi della teologia del XX secolo, processato a Roma dalla CDF e mai pienamente riabilitato, sono fra i casi i più eclatanti, accaduti nel 1979 – neppure un anno dopo l’elezione di Giovanni Paolo II – e che inaugurarono una lunga serie di provvedimenti. Lo stesso don Luigi Sartori, fra i più importanti teologi italiani, fu privato (1989) della cattedra di Ecumenismo alla Pontifici Università Lateranense, per decisione della Congregazione dell’educazione cattolica.
Nell’aprile 1987 il comboniano Alex Zanotelli fu costretto a dimettersi dalla direzione del mensile Nigrizia e nel marzo 1989 cosa analoga successe a padre Eugenio Melandri per il mensile dei saveriani Missione Oggi. In entrambi i casi il tema sollevato fu la denuncia della gestione fatta dal governo italiano dei fondi destinati alla cooperazione e in ambedue le situazioni ci fu la mano del prefetto della Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli, card. Josef Tomko.

Intanto cresce il malcontento del mondo teologico, che il 6 gennaio di quello stesso 1989 sfocia nella clamorosa Dichiarazione di Colonia, firmata da 163 teologi e teologhe di area tedesca. Contestarono il modo “scandaloso con cui Roma ignorava le richieste delle Chiese locali nella nomina dei vescovi.
Esemplare è ciò che successe all’Azione cattolica italiana (Aci), l’associazione che con Paolo VI fu protagonista, dalla Presidenza di Vittorio Bachelet, nella traduzione pastorale della conciliare scelta religiosa, che intendeva emancipare il laicato cattolico dalle secche del collateralismo politico.
L’inizio della svolta andò in scena tra il 9 e il 13 aprile 1985, quando a Loreto si svolse il II Convegno della Chiesa italiana dal titolo “Riconciliazione italiana e comunità degli uomini”. Con l’adesione del cinquantenne vescovo emiliano Camillo Ruini, l’intervento di papa Wojtyla smentì la linea di Anastasio Ballestrero, presidente della Conferenza episcopale italiana, e del cardinale di Milano Carlo Maria Martini, convinti di una linea ecclesiale a forte impronta conciliare. Il 26 giugno 1986 Ruini fu nominato da Giovanni Paolo II segretario della Cei e iniziò la sua ascesa di uomo forte dei vescovi italiani, fino al 2007. Nel mirino di Vaticano e Cei finì il presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Alberto Monticone, contrastato all’interno dell’associazione da Dino Boffo, promosso a dirigere nel 1994 Avvenire, il quotidiano dei vescovi.

Si dice che durante il suo episcopato ferrarese (1982-1995), Luigi Maverna ricevesse periodicamente in palazzo vescovile Boffo e altri esponenti nazionali dell’Azione cattolica. Maverna fu assistente nazionale dell’Aci dal 1972 fino al 1976, quando Paolo VI lo nominò segretario generale della Cei. In quegli stessi anni si svolse in Italia la caldissima vicenda del referendum sul divorzio e il futuro arcivescovo di Ferrara si trovò a gestire la partita delicatissima della posizione dell’associazione che, in omaggio alla ‘scelta religiosa’, decise di esprimersi per la libertà di coscienza, anziché dare esplicite indicazioni di voto. Una decisione che non andò giù a molti vescovi italiani, e alla stessa Santa Sede e forse il conto salato di quello strappo nei confronti delle gerarchie fu presentato nella svolta che andò in scena al convegno di Loreto.
La normalizzazione dell’Aci proseguì con l’inaspettata nomina (1987) ad assistente nazionale di mons. Antonio Bianchin (sconosciuto assistente diocesano di Pisa del Movimento studenti) al posto di un incredulo Fiorino Tagliaferri (poi vescovo a Viterbo). L’annuncio venne dato dallo stesso Camillo Ruini durante un convegno nazionale alla Domus Mariae (Roma), di fronte alle dirigenze dell’Azione cattolica, spiazzate perché fu la prima volta che non fu rispettata la prassi consolidata, fino a Paolo VI, di consultare i vertici dell’Aci prima delle nuove nomine. A Loreto si celebrò, di fatto, il passaggio di consegne nel laicato italiano tra Azione cattolica e Comunione e Liberazione, il movimento fondato da Luigi Giussani che con Giovanni Paolo II trovò una naturale sintonia, per un cattolicesimo più muscolare e identitario, perciò ritenuto  maggiormente capace di incidere nella vita nazionale.

Sul piano dottrinale, il combinato disposto Wojtyla-Ratzinger-Curia romana, si è contraddistinto per una sistematica chiusura sui temi della morale sessuale, dell’omosessualità, della collegialità, della comunione ai divorziati, del sacerdozio e sul ruolo della donna nella Chiesa, con richiami costanti all’obbedienza. Nel 1992, con la lettera Communionis notio (1992), il card. Ratzinger dette un’interpretazione restrittiva del Vaticano II e della collegialità episcopale e l’anno seguente lo stesso Giovanni Paolo II, ampliando l’ambito dell’infallibilità papale definito nel 1870 dal concilio Vaticano I, affermò: “Rientrano nell’area delle verità che il magistero può proporre in modo definitivo quei principi di ragione che, anche se non sono contenuti nelle verità di fede, sono ad esse intimamente connessi”.
Risale al 23 agosto 1982, nonostante l’opposizione di molti vescovi spagnoli, l’istituzione della Prelatura personale di Santa Croce e Opus Dei.
Il 25 marzo 1995 nell’enciclica Evangelium vitae Wojtyla definì tirannici” i parlamenti che approvano leggi che consentono, in determinati casi, l’interruzione volontaria della gravidanza e nel 2000, con una Notificazione, Ratzinger prese di mira il teologo austriaco Reinhard Messner, obbligandolo all’abiura per avere sostenuto che in caso di conflitto è sempre la tradizione che deve essere corretta a partire dalla Scrittura, e non la Scrittura che deve essere interpretata alla luce di una tradizione successiva (o di una decisione magisteriale).

Si possono così comprendere le parole di Bartolomeo Sorge che su Aggiornamenti sociali (ottobre 2018) scrive: “Con l’elezione di papa Wojtyla si ebbe un lungo periodo di ‘normalizzazione‘, durante il quale la riforma della Chiesa ad intra, voluta dal concilio, di fatto fu tenuta in quarantena. Il problema è che su questo punto emerge, a distanza, tutta la debolezza di un’intera strategia. Se ad intra si assiste al sistematico congelamento del cammino riformatore intrapreso dal concilio, ne risente anche l’approccio ad extra, perché all’impostazione della mediazione culturale, del dialogo e della scelta religiosa di papa Montini, si è preferito puntare sulla presenza militante – muscolare (Wojtyla) o dogmaticamente sicura (Ratzinger) – della Chiesa come forza sociale, schierata a difesa dei principi immutabili, assoluti e, alla fine, non negoziabili, oppure su un astratto progetto culturale cristianamente ispirato (Ruini), nel vano tentativo di recuperare sul piano culturale l’egemonia che la Chiesa ha perduto su quello politico.

Con l’elezione di papa Francesco (2013) si è tornati a puntare sulla necessità di innescare processi, piuttosto che occupare spazi. Il problema è che il lungo periodo 1978-2013 (cioè i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI) è stato un potente modello formativo (dai seminari al laicato cattolico, compresi vescovi, Curia e collegio cardinalizio), che ha ottenuto venerazione, ammirazione e adulazione, anche se non l’auspicata primavera spirituale.
Il tempo breve, tutto sommato, del pontificato di Bergoglio è destinato a lasciare aperta la partita tutta interna alla Chiesa di come gestire la complessità degli opposti: dialogo e identità, innovazione e tradizione, verità e carità, lievito e conquista, scelta religiosa e presenza. Una combinazione degli opposti, che oggi nella Chiesa appare sempre più difficile da governare nel segno dell’unità e il modello del doppio binario wojtyliano non sembra più proponibile.

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