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luna e nuvole

Luciano di Samosata e il primo viaggio sulla Luna

Potremmo definire La storia vera di Luciano di Samosata, autore ellenico del II secolo d.C., come il primo romanzo fantascientifico (ante litteram). Nel prologo egli dichiara, paradossalmente, che nell’opera solo una cosa è vera, ovvero che non c’è nulla di vero. Dichiara anche il suo intento: procurare un momento di relax al lettore, tra le fatiche e gli impegni più seri.
Si tratta di una narrativa in due libri scritta in forma autobiografica; racconta le incredibili e straordinarie avventure di un gruppo di persone che, capitanate dall’autore, decidono di attraversare le Colonne d’Ercole per vivere esperienze strabilianti.

L’opera è una parodia del genere storico (è strutturata secondo i criteri storiografici esposti dallo stesso Luciano nel trattato Come si scrive la storia) e del romanzo greco. Gli elementi costitutivi del romanzo greco sono quello amoroso e quello avventuroso; il primo viene pressoché a mancare, il secondo è presente in chiave iperbolica, fantastica, grottesca.
Luciano è un precursore del tema classico del viaggio immaginario e si ritiene che con La Storia Vera abbia influenzato la fantasia di autori come Jules Verne, Jonathan Swift, François Rabelais e altri ancora.

Luciano introduce il topos del viaggio sulla Luna e della guerra spaziale. In realtà, il primo a narrare di uno sbarco sulla Luna fu Antonio Diogene nel suo Le incredibili avventure al di là di Tule, ma l’opera è andata perduta e così il primo racconto di un viaggio spaziale che possiamo leggere è quello di Luciano.
Nei paragrafi 9-10 del libro I un turbine travolge la nave dei protagonisti, la lascia in balia del vento del cielo ed esso li porta fin sulla superficie della Luna. Qui comincia una stramba descrizione del luogo e dei suoi abitanti: costoro sono tutti maschi, nascono dai polpacci, la loro pancia ha la funzione di borsa-contenitore, si nutrono del fumo che esalano rane arrostite, per orecchie hanno foglie di platano, ecc. Presto i protagonisti vengono catturati dagli ippogrifi e sono portati al cospetto del re Endimione, impegnato nei preparativi per una guerra contro il re del Sole, Fetonte: entrambi vogliono conquistare Venere. La battaglia avrà luogo il mattino successivo, e i nuovi arrivati vi partecipano schierati con la Luna. I vari guerrieri sono improbabili, alcuni hanno funghi come scudi e gambi di asparagi come lance, altri cavalcano pulci grandi come dodici elefanti, e così via. Vince l’esercito del Sole; Luciano e i suoi compagni sono fatti prigionieri, ma presto liberati. Nonostante Endimione cerchi di trattenerli con sé promettendo loro grandi onori, essi decidono di tornare sulla Terra. La nave nel viaggio di ritorno viene inghiottita da un balena di mille e cinquecento stadi di lunghezza. Al suo interno incontrano un padre e un figlio; non ricorda molto la storia di Pinocchio?

Il viaggio sulla Luna, invece, ci ricorda quello di Alfonso nel 34° canto dell’Orlando Furioso, che cavalcando un ippogrifo raggiunge il satellite per recuperare il senno di Orlando, impazzito d’amore. Anche nell’opera di Ludovico Ariosto, quindi, troviamo dei riferimenti a questo divertente, stravagante e antico romanzo.

Per il testo de La storia Vera tradotto in italiano da Luigi Settembrini: https://it.wikisource.org/wiki/Di_una_storia_vera

PER CERTI VERSI
Per la Luna

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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PER LA LUNA

La luna
non è mai nuda
Nessuno l’ha mai vista
Cosi cruda
Senza veli
Pudica si nasconde
Dietro il suo sorriso
Il viso altero
e le creste dei monti
Quando proprio
La sua luce logorata
Più non la veste
Dagli orizzonti
Si ritira in camerino
E la terra
s’annera
Come la peste

PER CERTI VERSI
A questa luna

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A QUESTA LUNA

Come era
Come era bella
Iersera
Quell’unghia di luce
Nel vuoto universo
E le lentiggini
Del cielo emiliano
Senza bava di vento
Un artiglio di pace
Mi prende il bavero
Stretto tra le umide spalle
Non si vede più
Tutto tace
Tra sparse caligini
Si immagina
San Luca
Tu
La prima stella
Che sbuca
La piana sfuma
Non si ribella

PRESTO DI MATTINA
SIAMO TUTTI CLAUDICANTI, TUTTI MIGRANTI:
Non cerchiamolo in cielo, è sulla Terra che troviamo Cristo

Anni fa, quando m’imbattei nell’opera pittorica di Georges Rouault (1871-1958), ne rimasi sorpreso. Le sue tele ‒ pensai ‒ riflettono bensì la disumanità dell’uomo, ma testimoniano al contempo anche il volto umano di Dio nel mondo. È nella realtà del suo tempo, segnata da profonde disuguaglianze sociali mascherate da un’ipocrisia dilagante, che egli trova la sua ispirazione, intrecciando il tutto con una spiritualità incarnata. Emerge così nella sua narrazione pittorica un carattere sacro generato da una duplice polarità: fede e vita, spiritualità e realtà, si fondono assieme inducendo lo stesso autore a definire la propria opera come un’ardente testimonianza della compassione di Dio per gli uomini. Con gli occhi della sua pietà, il pittore ritrae questa vicinanza di Cristo agli uomini e alle donne del proprio tempo sull’orlo di un abisso esistenziale; una prossimità che lo porta a condividere con loro, tanto l’esclusione e il rifiuto, quanto la speranza di un riscatto che proviene dalla Sua stessa vita.
Domani è l’ottava di pasqua. La settimana vissuta come fosse un solo giorno, quello di Pasqua, in cui facciamo memoria dell’incontro di Gesù Risorto con Tommaso: un episodio dipinto più volte proprio da Georges da Rouault in quadri che egli intitolò “Seigneur, c’est vous, je vous reconnais”. Vi si ritrae il riconoscere di un altro irriconoscibile, uno straniero del quale, come a Emmaus, il Risorto assume le sembianze. «Sei tu Signore, ti riconosco»: da allora questa frase risale in me ogni volta che accade un incontro, specie se difficile, l’incontro con il dolore e la sofferenza. Perché ormai queste parole si sono inestricabilmente intrecciate alle altre ‒ che parimenti tengono insieme fede e vita riflettendo l’opera di giustizia su cui riposa la benedizione del Signore ‒: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…».

Colpisce il fatto che nel Tommaso di Rouault alla fine le ferite non vengono toccate; il riconoscimento accade prima, senza dipendere dal vedere le piaghe nelle mani e nei piedi del Cristo o nel mettere la mano nel suo costato. Il riconoscimento del Risorto scaturisce dalla pietà, da quella compassione, da quell’amore verso la condizione umana calpestata  che supplisce ogni vedere e toccare ed è generativa del credere. L’amore come forma di fede, propria di quei credenti cui si rivolge la beatitudine finale di questo brano del vangelo: «beati quelli che non hanno visto ‒ e potremmo anche dire: amato ‒ e hanno creduto!».
Ecco l’invito della Pasqua: quello di vedere con il cuore, di riconoscere nell’altro noi stessi, e in lui vedere anche la nostra fragilità, il nostro dolore. Nel Risorto convergono, in fondo, il suo e il nostro destino, così come quello di ogni uomo. Per questo, come narrato ne La leggenda del Grande Inquisitore (il manifesto del pensiero religioso di Dostoevskij ndr.), Egli non è da cercare in cielo. Lo ricorda anche l’evangelista Luca negli Atti degli apostoli.«Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”». È qui, dunque, sulla terra, che Cristo va cercato e incontrato, perché egli è già qui e viene sempre. È da cercare claudicante con chi zoppica, sulle strade della nostra quotidianità, che egli percorre per rialzarci e così disvelare il valore della nostra claudicanza.
Pasqua è un essere rialzati: o meglio innalzati proprio perché, prima, ci si è abbandonati, come Gesù, nelle mani del Padre. Innalzati perché siamo stati amati e perché riusciamo ad amare nonostante la nostra fragilità, comprendendo che cercare le cose di lassù significa cercare il Risorto tra noi.

Alzarsi è il verbo della risurrezione; non più disteso ma in piedi, libero dalle bende, perché liberato dai legami della morte. Colui che si è abbassato fino alla morte e alla morte di Croce è stato innalzato dal Padre, che gli ha dato il nome sopra ogni altro nome, affinché in Gesù ciascuno di noi venga rialzato e rimesso in cammino.
La fede a Pasqua non è una fede trionfante ma claudicante: cammina zoppicando. Parola nuova per dire la nostra fragilità, il nostro farci e divenire, progredendo nella vita come nella fede. E se ci pensate bene, anche l’amicizia ‒ che «è metà della vita» come mi disse una volta don Ones , parroco prima di me a S. Maria in Vado ‒ è esperienza di claudicanza. Perché l’amicizia autentica ci rende consapevoli che senza l’altro si è zoppicanti. E parimenti anche la fede è zoppa senza uno a cui affidarsi.
Ma questa debolezza del credere è anche la nostra forza, rendendoci capaci di distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo oltre, al di fuori, vero l’incontro con l’altro.
È nella relazione, nella compagnia della fede, scoprendo che l’altro mi manca e non posso vivere senza, che avviene la crescita che ci trasforma. Come la pasta in compagnia del lievito, il cibo del sale, il seme in compagnia della terra, così anche noi in compagnia della dolce amicizia del Cristo che come uno straniero si accompagna mentre siamo in cammino, trasformiamo la nostra vita. Nella nostra condizione umana sta fortunatamente una claudicanza che ci impedisce di esistere da soli, come una torre senza porte e finestre, una vita vuota in solitudine.

Lo constatiamo anche in questa situazione di quarantena: cosa saremo senza gli altri? I malati senza i medici, noi senza farmacie e alimentari aperti, senza i vicini che ci rivolgono una voce. La nostra realtà più profonda, quella di esseri incompiuti ma orientati, in trasformazione verso una pienezza, in movimento verso un compimento, ci viene allora manifestata proprio dalla claudicanza: essa ci spinge a cercare sempre di nuovo e oltre, in profondità e fuori, in avanti e al di sopra. Ci distoglie dal nostro io, e se in apparenza ci sottrae a noi stessi, in realtà ci completa nella relazione, come il seme che diventa spiga, o il fiore frutto.
In fondo, siamo pellegrini e ospiti anche in questa città, di cui pure siamo responsabili. Lo sguardo resta però rivolto alla città di lassù, nella consapevolezza ‒ altro aspetto della nostra claudicanza umana ‒ che non abbiamo qui una città definitiva. Una condizione che ci rende per definizione precari, tutti indistintamente migranti, ridimensionando la nostra illusione di onnipotenza, scalzata dal desiderio di condividere e moltiplicare con gli altri il pane della Pasqua, che è pane per tutti, anzi pane di tutti.

Spezzate il pane alla vostra tavola oggi, e ricordate che così ha fatto anche Gesù condividendo con chiunque desiderasse stargli accanto. Forse che non ci si restringe quando nasce un figlio? E quando vien un ospite, non ci si rimpicciolisce e gli si lascia il posto più bello? Il tutto senza sacrificio, perché la loro presenza ci completa, ci fa evolvere, ci darà la stessa gioia che emozionò i due di Emmaus nel riconoscere il Signore. Vedete che si può rimpicciolire senza diminuirsi.
I discepoli a Pasqua sono come i bambini che hanno appena iniziato a vedere o a camminare, che stanno in piedi a malapena. È l’esperienza di Pietro e Giovanni: uno corre e arriva prima, ma si ferma e lascia entrare il secondo claudicante che lo segue. Vedete: la fede di uno aiuta la fede dell’altro, e così si completano. Per questo dobbiamo pensare  che anche la Chiesa è una realtà claudicante.
Ce lo ricorda il Concilio che paragona la Chiesa alla luna. Cosa sarebbe infatti la luna senza la luce del sole; resterebbe buia, non diminuirebbe ma non crescerebbe nemmeno, rimanendo spenta e invisibile. Così anche la Chiesa, senza rimpicciolirsi e far posto a Cristo e ai fratelli, non potrebbe riflettere colui che è la luce delle genti; non sarebbe più inviata né missionaria; non sarebbe più niente.

Per concludere, una piccolissima parabola nella quale ci si ricorda che chi si rimpicciolisce, come la luna, per fare spazio agli altri, ascoltarli ed aiutarli, e donare anche la vita, avrà la gratitudine di molti e la vita per sempre nel Signore risorto.
Si racconta che quando il Creatore fece i due grandi luminari del cielo, la luna protestò: “Due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona.”
“Hai ragione”, rispose il Creatore, “non ci avevo pensato, vai e rimpicciolisciti.”
La luna rimase a dir poco mortificata, allora il creatore riprese. “Vai, la tua incompiutezza ti darà una moltitudine di sorelle e fratelli. Rimpicciolirsi non significa diminuirsi ma aprirsi e fare spazio all’intero universo.”
La luna esitò un momento e in quell’attimo, come ogni chicco di grano che sta per essere gettato nella terra od ogni uomo che sta per morire, sentì una grandissima solitudine ed ebbe paura. Ma fu solo un attimo, perché subito ricordò quella parola, “Sia la luce”, che aveva illuminato ogni cosa, e senza più indugiare si tuffò nella luce. In quel momento l’oscuro denso orizzonte del nulla si aprì all’infinito, e una moltitudine di stelle, pianeti, galassie si dispiegò a perdita d’occhio, senza fine, sotto il suo sguardo, incredulo per la gioia.
Sono i mistici, i genitori e i poeti i più sensibili al dovere di rimpicciolirsi davanti al mistero della vita, al mistero di Dio e al mistero della parola generatrice di senso. La scrittrice Lalla Romano così ci racconta la fede: “Fede non è sapere / che l’altro esiste /  è vivere dentro di lui / Calore / nelle sue vene / Sogno / nei suoi pensieri / Qui aggirarsi dormendo / in lui destarsi.”.
Destarsi in lui: questa è la Pasqua.

Camminare al chiaro di luna

Mad Man Moon (Genesis, 1976)

Luna piena, dopo la mezzanotte. Cielo sereno, brezza tiepida e leggera.
La questione della psiche è argomento ricorrente nei discorsi di mio fratello, e devo dire che mi suscita sempre grande interesse. Ma, proprio mentre sto per fargli l’ennesima domanda, mi zittisce ancor prima che possa aprir bocca.
«Aspetta!» esclama fermandosi di colpo, «Credo che ci siamo»
«Siamo arrivati? Non vedo ancora niente» ammetto io, mentre cerco d’allungare lo sguardo oltre la boscaglia davanti a noi.
«Oltre quegli alberi c’è il campo che confina col cimitero. Se l’attraversiamo rischiamo di farci scoprire… Dobbiamo deviare da quella parte, dove la vegetazione è più fitta» spiega, poi indica un punto del bosco in cui le querce secolari son così vicine tra loro che i grossi rami s’abbracciano in un interminabile groviglio e le chiome degli alberi formano un immenso ammasso verde scuro.
È la parte più antica della foresta, ombrosa e assai inquietante nell’aspetto. In quel punto la luce è scarsa anche di giorno ed è impossibile scorgere il cielo, ma è perfetta per potersi avvicinare senza esser visti.
Senza far rumore ci avviciniamo al margine della vasta area cimiteriale. Strisciamo tra i cespugli e intanto vediamo le prime tombe spuntare a pochi passi da noi, son sparpagliate e man mano sempre più numerose.
Ora siamo dentro il cimitero. È come trovarsi in un altro bosco, non fatto d’alberi ma di grosse lapidi spigolose e antiche cappelle diroccate.
«Stai attento!», bisbiglia mio fratello, «Potrebbero essere qua intorno… Restiamo ai margini del querceto, dietro quelle siepi laggiù. Se ci sono, si dovrebbero vedere!»
Lo seguo senza fiatare, la tensione è alle stelle. Aggiriamo una fila di stoppie ammucchiate che in quel tratto delimita il confine del cimitero. Sento il rumore dei nostri passi sulla paglia… poi sento qualcos’altro, qualcosa che proviene dal centro del cimitero.
È un rumore d’altri passi, strascicati, innumerevoli…
«Sono loro… sono arrivati!» sussurra mio fratello. Gli trema la voce. Dovrebbe esserci abituato, sono anni che gestisce queste cose, ma vedere un morto che cammina al chiaro di luna fa sempre un certo effetto. Peggio quando sono decine e decine.

I morti della luna. Escono nelle notti di plenilunio e s’aggirano nel mondo dei vivi quando i vivi dormono. Mio fratello, incaricato di sorvegliarli con discrezione, me l’aveva confidato durante un sogno fatto qualche tempo fa. Appena ho potuto l’ho seguito, e lui m’ha portato nel luogo in cui li avremmo trovati.

Non ho paura. Perché avere paura dei morti in fondo? Cosa potrebbero mai farmi?
Loro non vogliono far altro che rivedere i luoghi che han lasciato. Lo fanno per nostalgia, approfittando della luna piena e della sua magia. Potente ed effimera quanto basta acché nessun vivo s’accorga di nulla e si metta a far casino rovinando tutto come al solito.

Perché a combinar guai son sempre i vivi… i morti mai!

PER CERTI VERSI
Il calco leggero

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

IL CALCO LEGGERO

L’uomo è andato sulla luna
Ma la luna non è mai andata dentro l’uomo
Nella sua mente
È rimasta là
A impollinare gli occhi di meraviglia
A incrociare i desideri dei mortali
Ad affascinare i poeti
Gli innamorati
E quelli come noi
Annuvolati

Buffa mette in scena lo sport “che porta speranza dove nessun altro arriva”

Acrobazie narrative che vanno – letteralmente – dalla terra alla Luna, quelle di Federico Buffa, cronista-storyteller che mercoledì 13 novembre 2019 ha intrattenuto una platea affollata di pubblico al Teatro Nuovo di Ferrara. “Il rigore che non c’era” è l’ultimo spettacolo teatrale del giornalista-narratore, tanto amato da chi segue le reti sportive di Sky. La narrazione prende l’avvio da vicende calcistiche romanzesche per poi diventare affresco storico, poetico, musicale. “Il rigore che non c’era” è qualcosa di più di un dettaglio sportivo. È piuttosto quell’evento, magari improvviso, che va a cambiare la storia di una partita; e, ampliando lo sguardo fin fuori dagli spalti, può essere anche quel fatto o quell’incontro, quasi sempre imprevisto e poco prevedibile, che cambia la storia di una vita.

Federico Buffa in scena con Marco Caronna ne “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Lo spettacolo di Buffa si apre con il racconto letterario di Osvaldo Soriano“Il rigore più lungo del mondo”. Il rigore è quello fischiato da Herminio Silva a favore della piccola squadra della Patagonia – l’Estrella Polar – che contende il titolo, l’ultima giornata di campionato, al glorioso Deportivo Belgrano.

Federico Buffa in una scena de “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Buffa comincia lo spettacolo così, con la palla bianca di cuoio appoggiata in un dischetto di luce al centro del palco, per andare a finire la narrazione salendo in cima al cielo, su quell’altra immensa palla chiara, che alla fine illumina lo schermo della sala. Perché il pallone e l’astro rotondi condividono la ricorrenza del cinquantenario di un anno cruciale: il 1969, che è quello dello sbarco sulla Luna, ma anche del millesimo gol segnato da Pelè.

E sulla Luna ci si arriva con un pezzo di storia dopo l’altro, con il supporto pure di musica e canzoni, da “La pianta del tè” di Ivano Fossati [clicca sul titolo per ascoltarla] a “Come è bella la luna” di Giorgio Conte [clicca sul titolo per ascoltarla]. Ad interpretare i brani ci sono Marco Caronna, che è anche regista, insieme con Alessandro Nidi al pianoforte e l’attrice-cantante Jvonne Giò.

Federico Buffa
Alessandro Nidi con Federico Buffa
Jvonne Giò nello spettacolo di Federico Buffa “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Le storie mettono insieme l’irruenza anticonformista di un capo di Stato come Winston Churchill, che testardamente decide di non firmare il patto di non belligeranza con la Germania nazista, fino alla consegna agli americani da parte dell’ingegnere Wernher Von Braun, una delle figure principali nello sviluppo della missilistica nella Germania nazista, che diventa poi risorsa strategica negli Stati Uniti, dove è ritenuto il capostipite del programma spaziale americano.

Jvonne Giò nello spettacolo di Federico Buffa “Il rigore che non c’era” (foto Luca Pasqualini)

Le acrobazie di narrazione epica di Buffa non dimenticano Nelson Mandela, che dopo gli anni di prigionia suggella l’unità del Sudafrica seguendo in tribuna la vittoria della Coppa del Mondo di Rugby nella storica finale di Johannesburg. Diventato presidente dello Stato sudafricano, al termine della partita è lui, nero, che scende in campo con la maglia verde della squadra per ricevere il trofeo dalle mani di François Pienaar, il capitano bianco degli Springbocks. Perché comunque, come Buffa fa notare citando le parole di Mandela, il bello è quando “lo sport porta speranza dove nessun altro arriva”.

Fotoservizio di Luca Pasqualini

La luna in piazza

C’era la luna piena nel cielo di Ferrara. C’era Internazionale con tanti giornalisti a spiegare le cose del mondo. C’era tanta gente variopinta e brulicante per le strade, nei locali, tra le bancarelle del mercato, nei cortili dei bei palazzi antichi. C’era tutto questo nelle sere d’ottobre appena trascorse.
Ferrara era particolarmente bella. Bella come la luna piena che s’offriva agli sguardi della gente.
Una luna insolitamente grande e luminosa, così vicina da lambire il campanile affacciato al listone.
Guardo la luna e ricordo i palloncini dei luna park comprati con lo zucchero filato. Mangiavo lo zucchero filato con le mani appiccicose e ogni volta il palloncino mi volava via perdendosi tra le nuvole.
La luna, i desideri appesi, i sogni possibili… C’è forse una sottile speranza che il mondo si riscatti?
Guardiamo la luna, non il dito, mi raccomando!

La forza delle scoperte

Da poco abbiamo ricordato e celebrato l’impresa della missione spaziale più famosa al mondo risalente al 20 luglio 1969, Neil Armstrong e Buzz Aldrin compivano i primi passi sulla Luna.
Le scoperte che si generano a seguito dello studio e dell’ingegno nobilitano e accrescono l’umanità nel suo complesso.
Qualcosa di inesplorato è divenuto accessibile all’uomo, qualcosa di solo immaginato è divenuto realtà.

“Nessun uomo ha mai fatto una grande scoperta senza l’uso dell’immaginazione”
George Henry Lewes

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

The rocket is cooked

Inizia oggi – suppongo, spero e/o sono disposto anche a pregare – una nuova settimana libera da – o meno affollata di – strombazzanti, roboanti e pirotecniche celebrazioni per i 50 anni dell’allunaggio.
Mi scuso umilmente per il mio esordio da vero e proprio scunzamnestra ma non è colpa mia.
“Ho un brutto carattere”, “no grazie, non sono interessato” e/o “questa cosa dell’allunaggio ha un po’ – come si dice qui – cotto il razzo” sono solo alcune delle formule che mi sono trovato costretto a usare nei giorni scorsi in varie occasioni.
Ad ogni modo non è colpa mia e poi è vero, ho un brutto carattere.
Ci tengo però a precisare che non sono uno di quei negazionisti dell’allunaggio.
Ho solo un brutto carattere e non sono interessato.
Questo però non mi ha mai impedito – nel corso degli anni – di informarmi ossessivamente sul razzo Saturn V e su quell’uomo che si chiamava quasi come un asciugacapelli della Braun insomma, lui: Wernher Von Braun.
L’argomento è assai interessante.
Queste celebrazioni (almeno per me) un po’ meno.
Mi aspettavo qualcosa di più ma come si è capito ho proprio un brutto carattere e in più sono anche molto esigente.
Ma ormai chi se ne frega, il razzo è cotto e si è già raffreddato quindi anche a questo giro l’ho scampata bella.
Complimentoni a tutti, allora.
Soprattutto a quel ferrarese ignoto che – mi dicono, circa negli anni ’80 – inventò questa portentosa espressione che amo molto usare: hai/avete cotto il razzo.
Grazie di nuovo e via col pezzo a tema.

Poor Moon (Canned Heat, 1969)

Giornata mondiale della poesia
Luna dolcissima di materna pietà

21 marzo – Giornata mondiale della poesia

Ieri sera poco prima all’equinozio di primavera
Il dito arancione
Del tramonto
Toccava il palmo cobalto della cima a notte
Del bosone
Alla luna dolcissima di materna pietà
Donava una fantasia verde di smalto il cielo
Come un bosco di vento
Un mare a metà
Coi monti accesi dal fuoco
Erano le nostre mani a toccarsi
In nome della poesia
Di tutto il mondo
In nome di un altrove
Che è il nostro dove
Senza fondo
Né sommità

La Terra è da buttare… meglio emigrare che rimediare?

L’Agenzia spaziale cinese ha recentemente portato, sulla faccia nascosta della Luna, una mini serra ospitata dalla sonda Chang’e 4, che conteneva semi di cotone, terra, acqua ed altre sostanze necessarie per creare un microclima capace di far crescere il cotone stesso.
La foto attesterebbe che la piantina è germogliata anche se poi, nel giro di poche ore, è rimasta vittima del freddo della notte lunare, ben nota per le temperature proibitive.
Lo scopo di questo esperimento sarebbe permettere alle future generazioni di astronauti di procurarsi cibo e ossigeno direttamente dalle colonie di insediamento lunari o marziane, per consentire missioni come quella su Marte che richiede tempi lunghi (circa 6 mesi per raggiungere Marte dalla Terra con le tecnologie attuali) e non consente di portare tutte le risorse necessarie.
Progetti estremamente ambiziosi che, negli ultimi tempi, strizzano sempre di più l’occhio ad una possibile colonizzazione di altri pianeti.
Odio fare la guastafeste, ma non riesco a non pensare che sarebbe un tantino più coerente se i paesi più ricchi del mondo, che fanno a gara a chi arriva più lontano nello spazio, ed investono risorse spropositate in queste missioni praticamente impossibili, usassero prima queste risorse per assicurarsi che al mondo nessuno muoia più di fame o sete, e riducessero l’inquinamento che sta letteralmente soffocando il nostro pianeta, obiettivi decisamente possibili.
O dobbiamo pensare che stiano cercando un altro pianeta dove andare a vivere perché considerano questo irrimediabilmente compromesso?

E le stelle stanno a guardare…

di Maria Luigia Giusto

A volte bisogna svegliarsi presto, ingollare il caffelatte bollente, inforcare la bicicletta dopo aver dato uno sguardo sgranato al cielo e scivolare veloce per le strade deserte. Le stelle disposte in disordine apparente nel cielo profondo segnano la strada e guardano insistenti lo scorrere delle ruote. Accompagnano discrete i passi dei lavoratori notturni, gli sbuffi di chi rientra dopo la notte di veglia. La luna sorveglia paziente lo sfumare della notte, trepidante d’attesa per il suo riposo.

Eclissi

Nessun evento astronomico riesce ad agitare l’immaginazione umana più dell’eclissi del sole o della luna. Impressiona da sempre ed ancora la metamorfosi della luna argentea, algida e rassicurante in una sfera color rosso sangue, minacciosa, inquietante, e la perdita rapida della luce del giorno in un’oscurità fuori programma richiama le suggestioni di antiche leggende e credenze non ancora perdute. Le eclissi hanno determinato il destino di battaglie e dominazioni, hanno accompagnato la morte di re e confermato il pensiero umano nel campo scientifico. Per i testi religiosi, la grande eclissi è quella del giorno della Crocifissione di Cristo, così descritta da Jacopo da Varazze (1228-1298): “Essendo facte le tenebre sopra l’universo terra, non fu usuale eclipse del sole, perochè l’eclipse non remove el lume a tutte le parti della terra; sì etiam che non può durare l’eclipse per tre ore sopra la terra.”, fornendo l’idea dell’eccezionalità del fenomeno. Durante la spedizione ateniese a Siracusa, nell’agosto del 413 a.C. l’eclissi di luna ritardò la partenza dei marinai greci dal porto della città, spaventati dagli auspici negativi legati al fenomeno, favorendo così la vittoria dell’esercito locale. Nel marzo del 4 a.C. la morte di Erode a Gerico fu anticipata da un’eclissi di luna: una data luttuosa e non solo per la scomparsa del despota. Re Erode, infatti, temendo che alla sua morte nessuna lacrima sarebbe stata versata dal popolo, chiamò a raccolta molti insigni giudei e li fece rinchiudere nell’ippodromo, dando ordine che nel momento della sua scomparsa fossero trucidati e le lacrime scorressero almeno nelle loro famiglie. Una luna rosso sangue che marchierà le pagine della storia. Lo stesso Cristoforo Colombo, a nord della Jamaica, nel febbraio del 1504 si servì dell’eclissi per intimorire gli indigeni che, spaventati, accettarono di rifornire di viveri la flotta. E sicuramente il mistero e fascino spaventoso delle eclissi influenzò anche William Shakespeare che in alcune sue opere come Re Lear, Macbeth e Otello scrive della congiuntura astrale nei momenti più drammatici, colmi di attesa, inquietudine, irrazionalità e tragedia, legando la follia umana agli avvicendamenti astronomici. Ma non tutte le citazioni storiche attribuiscono all’eclissi connotazioni infauste, infatti la più influente prova sperimentale del Ventesimo secolo si basa su dati ottenuti durante l’eclissi solare del 29 maggio 1919, che diedero un contributo determinante alla Teoria della Relatività Generale, con lo studio della deviazione dei raggi luminosi da parte del Sole. Si trattava di pochi dati di non alta precisione ma fondamentali per provare la rivoluzionaria ipotesi gravitazionale di alcuni studiosi, primo fra tutti Albert Einstein, l’allora sconosciuto direttore dell’istituto di fisica Kaiser Wilhelm di Berlino. Un oscuramento del sole che diede origine a una grande stella, destinata a notorietà in tutto il mondo. Animali mitologici che sbranano il sole e la luna, eventi apocalittici, effetti di incantesimi magici, catastrofi, anomalie e distorsioni, punizioni divine e peccati da scontare, conflitti e tragiche ricadute sulla vita degli esseri viventi: ecco le immagini associate all’eclisse, da esorcizzare e allontanare con riti, cerimonie e perfino sacrifici nel passato, e con post più o meno allarmistici e ansiogeni sui social del presente. Perché il terrore ancestrale di un tempo non è scomparso: si è solo trasformato assumendo nuove forme. Sono di questi giorni le raccomandazioni con appelli accorati sui social, riguardanti l’opportunità di stare in casa durante l’eclissi lunare, non seguire il fenomeno in tutta la sua durata per ipotetici danni irreversibili e altre amenità, la più sbalorditiva di tutte, quella riguardante l’uso di cellulari, tablet e computer soggetti ad alta radiazione cosmica. Conseguenza, danni terribili all’incolumità fisica. Fondo di verità scientifica o fake news di dubbia provenienza? Per fortuna, in tutto questo esiste anche il popolo dei romantici, che dell’evento lunare ne ha fatto un momento di poesia e ammirazione disinteressata a tutte le speculazioni possibili, semplicemente sedendosi, alzando gli occhi al cielo, pronti a sorridere, grati dello spettacolo naturale.

voyage-sur-la-lune

IMMAGINARIO
Dimmi che fai silenziosa Luna.
La foto di oggi

Da sempre ha ispirato e incantato gli uomini, da Shakespeare a Leopardi, poeti e scrittori le hanno dedicato versi e l’hanno citata nelle proprie opere. A lei è dedicato il primo film di fantascienza, “Le voyage dans la lune”.

Il 21 luglio 1969 un uomo realizza il sogno di generazioni: alle ore 2.56 Neil Armostrong dell’Apollo 11 è il primo a mettere piede sul suolo lunare.

Ieri Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana in orbita, è stata nominata cavaliere di Gran Croce dal Presidente della Repubblica. AstroSamantha ha portato lassù anche un po’ della nostra Ferrara: il progetto Drain Brain, del prof. Paolo Zamboni e del prof. Angelo Taibi, ha la finalità di migliorare le conoscenze sulla fisiologia del ritorno venoso cerebrale in condizioni di microgravità e di realizzare un nuovo strumento diagnostico che possa essere utilizzato da pazienti affetti da malattie neurodegenerative.

OGGI – IMMAGINARIO RICORRENZE

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Un fotogramma del film “Le voyage dans la lune” di George Méliès (1902)
L’equipe di Drain Brain

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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pianeti

Si incomincia con la luna, si finisce con il sole

Un divertissement semiserio sulla nostra organizzazione del tempo: avete mai fatto caso a come abbiamo ripartito la settimana e ai simboli associati a ogni giorno? Il primo è lunedì; che sia il giorno dedicato alla luna lo conferma anche la nominalizzazione inglese “mo(o)nday”. La settimana incomincia e già ci girano… Luna storta, tutto da fare, attacca la solfa. Martedì scende in campo il dio guerriero, Marte. Ventiquattro ore sono trascorse e come al solito bene e o male ce ne siamo fatti una ragione: tocca combattere di nuovo, e allora avanti, ci si arma di pazienza e determinazione; siamo pronti a giocare la partita e schieriamo le nostre pedine.
Siamo a mercoledì, arriva in soccorso Mercurio dio dell’eloquenza e della comunicazione. Dopo avere sfoderato gli artigli e mostrato l’arsenale, è il momento della diplomazia: se vogliamo portare a casa il risultato dobbiamo trattare, dialogare, siglare le intese. Ed eccoci a giovedì. E’ il momento di stringere, di portare a sintesi, di concretizzare. Occorre dare il meglio per non vanificare gli sforzi compiuti e garantirci un buon esito. In aiuto ci viene Giove, la divinità somma, a lui ci appelliamo.
Venerdì, la settimana volge al termine e già pensiamo a ciò che ci attende: dormire, forse sognare; la bellezza del riposo, le tentazioni dei sensi… Il dì di Venere.
Sabato, finalmente! Il giorno di Saturno (saturday), e tutto ci gira intorno, adesso ci sentiamo i protagonisti. E’ qui la festa. E noi siamo il Re.
Infine domenica: per chi è devoto, il giorno del Signore (Dominus); per chi è agnostico, un giorno di contemplazione della natura (“sun”, sunday: il sole) e dell’universo (“dom”, la nostra casa). Per chi invece ha tristemente l’ego ipertrofico e si sente “dio in terra”, semplicemente un altro stucchevole momento di esaltazione, tripudio e autocelebrazione di se stesso: Signore e Padrone, Sole al centro del cosmo.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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