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“Banadét al mié putìn”.
Se la scuola prepara sudditi invece di formare cittadini.

 

In questi giorni , il sindaco del Comune di Ferrara a maggioranza leghista (Alan Fabbri) e l’assessore alla Pubblica Istruzione (Dorota Kusiak), si stanno recando nelle scuole per distribuire gratuitamente un piccolo dizionario del dialetto.

L’altro ieri, dopo la distribuzione del libretto ad un paio di scuole, sul profilo facebook del sindaco sono state pubblicate diverse foto che hanno scatenato polemiche nell’ambiente scolastico e non solo.
In quelle foto si vedono bambini che mostrano cartelli in cui si ringrazia il sindaco dandogli confidenzialmente del tu (“Grazie Alan”) o disegni in cui lo si ringrazia per aver reso “stupenda la città”.

Molti hanno criticato il sindaco per l’uso propagandistico e strumentale delle foto ed io, confesso sinceramente, non mi sento di unirmi al coro.

Io penso che il sindaco e l’assessore (di una maggioranza che non ho votato) abbiano fatto quello che ritenevano giusto fare per “promuovere legami con le nostre radici e la nostra storia”.

Qualcuno dice che, più che il dialetto, volevano “promuovere” se stessi.
Io dico che non ci vedo assolutamente niente di nuovo o di strano in questo. Da quando in qua i politici hanno smesso di fare promozione e propaganda?
Si può discutere sui modi in cui le fanno ma non sulla novità della cosa. Può piacere o non piacere, ma trovo strumentali le polemiche esagerate al riguardo fatte da detrattori che si fingono ingenui.

Quello che invece, a me come maestro elementare, fa molto strano e preoccupa è l’atteggiamento della scuola nei confronti dell’autorità.
Cerco di spiegarmi bene anche se so già che qualcuno interpreterà le mie parole come quelle di un invidioso elettore di un altro schieramento e non come una critica professionale ed amichevole fatta da un vecchio maestro a quelle colleghe o a quei colleghi della classe che ha prodotto i disegni di ringraziamento al sindaco e all’assessore.

Io penso che quando si riceve un regalo sia giusto, gentile, rispettoso e doveroso ringraziare. Si può ringraziare a parole, si può ricambiare con un altro dono oppure con un invito, si può ringraziare inventandosi qualcosa di originale come un disegno: i bambini e le bambine lo fanno spesso. Ma In quelle foto che ritraggono il ringraziamento al sindaco per il dono del libretto, trovo “da adulti ed artificiale” (non “da bambini e spontanea”) la riconoscenza (“Per la stupenda città”), la confidenza (“Grazie Alan”), la personalizzazione dell’amministrazione (l’effige del sindaco).

Penso, cioè, che la libertà con cui si dovrebbero esprimere i bambini – nella quale io credo fortemente  – non dovrebbe intendersi come un generico “i bambini possono scrivere tutto quello che vogliono perché son bambini”.  Per me, libertà di espressione vuol dire essere consapevoli e responsabili di ciò che si vuole comunicare.
Provo a spiegarmi meglio. Quel “Grazie per la stupenda città”, scritto su un disegno, vuol dire aver permesso ai bambini e alle bambine di pensare o di affermare che la città l’abbiano fatta “bella e splendida” il sindaco e l’assessore e non l’architetto Biagio Rossetti, Bartolino da Novara, gli Estensi e tutti i costruttori, i manovali e le persone che hanno contribuito a rendere “stupenda” la nostra città dal punto di vista architettonico.

Se questo è vero, il o la loro insegnante ha permesso a quei bambini di compiere una grande inesattezza ma soprattutto ha creato le premesse perché si generasse un grave fraintendimento che qualunque politico avrebbe potuto facilmente “cavalcare” a fini propagandistici.
Non è un caso infatti che proprio quelle foto siano pubblicate sul profilo facebook del sindaco, che è un politico, ma non siano presenti nell’articolo di Cronaca Comune.

Se invece quel “Grazie per aver reso la nostra città stupenda” vuol dire “Grazie per come state cambiando la nostra città. Grazie per quello che state facendo” allora non c’è tanto da interpretare: chi ha scritto il messaggio da bambino (o come se fosse un bambino) e chi l’ha accettato da insegnante (o come se fosse un insegnante) ha voluto far arrivare un messaggio chiaro di ringraziamento e di apprezzamento a questo sindaco e a questa amministrazione.

Che sia bello o brutto, giusto o sbagliato, strumentale o meno, lo lascio dire ad altri che non fanno gli insegnanti perché a me, da maestro elementare, la risposta sembra molto chiara ed, in questo contesto, una tale discussione non mi appassiona più di tanto.
Se proprio la scuola, sapendo della presenza dei giornalisti e volendo preparare l’accoglienza, ha scelto quei disegni e quei cartelloni allora si è legittimati a concludere che la scuola ha scelto di preparare proprio quei messaggi e ne è consapevole e responsabile.

Non tutti si sarebbero comportati allo stesso modo ma, se proprio con quei disegni e quei cartelloni i bambini volevano inviare un messaggio simile io, come maestro,  prima mi sarei interrogato sull’utilizzo che di quei messaggi ne avrebbero fatto i politici ma soprattutto, da maestro, sarei intervenuto per aiutare i bambini e le bambine ad essere più espliciti: “Grazie perché? Grazie per cosa? Grazie per il Castello? Per il Duomo? Per le Mura? Per le luci di Natale in centro? Per l’albero di Natale? Per le giostre al grattacielo? Per i cancelli nei parchi? Spiegati meglio così chi leggerà il tuo messaggio non avrà dubbi e capirà meglio”.
Insomma, avrei aiutato a ragionare, senza condizionare, per far capire.

Io però sto diventando vecchio e sono affezionato alle mie idee romantiche di scuola che non vanno tanto di moda in questo periodo. Nel mio piccolo, immagino una scuola elementare che promuova una conferenza stampa tenuta dai bambini e dalle bambine per raccontare come fa scuola. Non una che ospiti la conferenza stampa di un sindaco e di un assessore.
Nonostante i locali delle scuole primarie siano del Comune, se fossi stato un dirigente scolastico non avrei permesso che il Sindaco potesse disporre di quei locali per una sua conferenza stampa.

Io ho ancora l’idea di una scuola protagonista che dialoghi alla pari con le amministrazioni e non che viva se stessa come se dovesse ingraziarsi i potenti.
Se fossi stato uno di quei maestri avrei accolto sindaco e assessore (lo abbiamo fatto lo scorso anno a Cocomaro), li avrei fatti sedere in cerchio con i bambini, li avrei ascoltati e per ringraziarli del libretto avrei donato copie della nostra “Gazzetta del cocomero” e avrei invitato i bambini e le bambine a ringraziare a voce con i loro pensieri originali.

Sono rimasto legato all’idea di una scuola che formi cittadini e non ad una che prepari sudditi. Se fossi stato uno di quegli insegnanti avrei organizzato un’intervista al sindaco sui suoi compiti in modo da spiegare ai bambini e alle bambine a chi far arrivare le proposte che loro hanno per la città in cui vivono.

Non mi rassegno a questa scuola che non vuole vedere e sentire i bambini e le bambine ma li seleziona e li adopera tutte le volte che gli servono per fini non propriamente educativi.

Perché non mi rassegno, vi consegno la frase stupenda che Mario Lodi, il maestro di noi maestri, ha dedicato a tutti gli insegnanti: “Non dimenticate che davanti ai maestri e alle maestre passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese”.

Proprio perché non mi rassegno, insegno che il futuro si prepara insieme “allenando” i bambini e le bambine con “gli attrezzi” della Costituzione in quella formidabile “palestra della democrazia” che è la classe.

P.S.
Banadét al mié putìn” è un’espressione in dialetto ferrarese, tenera ed affettuosa, che significa “Benedetto il mio bambino”, frase che immagino il sindaco abbia pronunciato alla visione della foto dei bimbi con i cartelli di ringraziamento nei suoi confronti.

COSA C’E’ DENTRO UN SOgNO?
Un esercizio per scaldare la mente

La mattina, prima di cominciare la giornata scolastica, nella classe prima che sto frequentando facciamo il “riscalda… mente”; come gli atleti che prima di fare una gara fanno il riscaldamento dei muscoli, noi proviamo a riscaldare i pensieri.
Può essere una conversazione, un gioco, una storia da ascoltare o da raccontare.
Qualche giorno fa un bambino ha voluto iniziare il “riscalda…mente” raccontando un suo sogno in cui c’erano tutti. Dopo averlo ascoltato, ho chiesto ai bambini e alle bambine che cos’è un sogno.

Queste le loro risposte:

  • Il sogno è una bella cosa che si immagina quando si dorme.
  • È una cosa senza forma.
  • È una cosa che vorresti fare o un posto dove vorresti andare.
  • È una cosa che vivi nella mente.
  • È qualcosa che ti immagini nella testa.
  • Può essere bello o brutto ma se tu stai facendo un sogno brutto, basta che giri il cuscino e dopo diventa bello).
  • È quando dormi che pensi a una cosa ma non la puoi fare davvero.
  • Quando immagini una cosa bella ma dopo non la puoi fare.
  • È come se tu, nella tua mente, pensi a qualcosa.
  • È un viaggio nella tua mente.
  • È come se nella tua mente ti porti dei pensieri.
  • È una cosa che ti viene nella testa di notte e sembra vera.
  • Il sogno è quando ti immagini una cosa e poi la fai dentro la notte.
  • Un sogno te lo immagini e fai finta di esserci dentro.
  • I sogni brutti si chiamano “incubi”; i sogni belli si chiamano “gioia”.

Nel frattempo, avevo scritto alla lavagna la parola “SOGNO” e qualcuno si è accorto subito che dentro un “SOGNO” ci sono le lettere che formano la parola “SONO”, che loro sanno leggere. Allora ho colorato la G di rosso e ho detto: “È vero ed è una bellissima osservazione. Sembra che per fare un sogno ci sia bisogno di aggiungere una G in mezzo a SONO. La G di cosa?

Qualcuno ha detto la G di Gatto, un altro la G di Gelato; poi qualcuno ha aggiunto la G di Grande.
Ho preso la palla al balzo e ho chiesto: “Qualcuno di voi ha un grande sogno?” Tutte le mani si sono alzate senza esitazione.

Queste le loro risposte:

  • Io vorrei tuffarmi in una cascata di cioccolato.
  • Io vorrei volare su un unicorno.
  • Io vorrei nuotare in una piscina di caramelle.
  • Io vorrei avere tantissimi lego da coprire il mondo.
  • Io vorrei svegliarmi la mattina di Natale col papà e trovare un regalo.
  • Io vorrei cavalcare un cavallo.
  • Io vorrei incontrare i miei amici.
  • Io vorrei tuffarmi da una cascata.
  • Io vorrei essere un falco.
  • Io vorrei salire su un drago.
  • Io vorrei essere un cavaliere.
  • Io vorrei incontrare un’amica.
  • Io vorrei nuotare coi delfini.
  • Io vorrei volare su un pappagallo gigante.
  • Io vorrei volare.
  • Io vorrei essere Spider Man.
  • Io vorrei conoscere Luì e Sofì di “Me contro Te”.
  • Io vorrei nuotare con uno squalo.
  • Io vorrei avere un pony
  • Io vorrei leggere tanti libri.
  • Io vorrei essere un pennarello per colorare il mondo.

Ho chiesto: “Secondo voi, quello che si immagina nei sogni può realizzarsi, può diventare una cosa vera?”
La classe si è divisa: sì e no erano, più o meno, lo stesso numero.
Allora ho scelto qualcuno dei loro sogni e ho chiesto: “Un bambino può diventare un falco?”
Tutti hanno risposto di no.
Ancora: “Si può cavalcare un cavallo?”
La maggioranza ha risposto di sì e qualcuno di no. I sostenitori del sì ci hanno messo poco a far capire che si può andare a cavalcare perché una loro compagna ci va.
Ho fatto un ultimo esempio: “Si può nuotare in una piscina di caramelle?”
La classe si è divisa fra i no e i sì.

Allora ho chiesto che le due parti designassero un rappresentante del no ed uno del sì per esprimere le ragioni dei “realisti” e dei “sognatori”.
Chi ha sostenuto che non si può nuotare in una piscina di caramelle ha detto: “Non si può nuotare in una piscina di caramelle perché se mettiamo le caramelle in una piscina poi si sciolgono”.
La logica sembrava inattaccabile ma il rappresentante del sì ha replicato: “Bisogna prima togliere l’acqua dalla piscina e dopo riempirla di caramelle… Così si può nuotare”.

Pur ascoltando con attenzione i realisti, parteggiavo segretamente per i sognatori quindi ho nascosto la soddisfazione e ho concluso dicendo loro che ci sono sogni che sembrano impossibili e sogni che sembrano possibili. Entrambi rimarranno sogni se non facciamo niente per realizzarli. Sta a noi far diventare possibile l’impossibile e far diventare il sogno realtà, sta a noi cominciare a cambiare le cose nel nostro piccolo, a partire dal nostro IO… anche a partire da una scritta alla lavagna che poi tutti scriviamo sul quaderno, maestro compreso: “IO SONO. IO SOGNO”.

Comunque la pensiate, IO SOGNO perché SONO ma, allo stesso tempo, IO SONO perché SOGNO.

copertina album Strada-particolare

Incontri lungo il cammino

Iniziamo la settimana con un’esortazione che è anche un augurio.

isocrate
Isocrate

Non temere di percorrere una lunga strada, se sei diretto verso coloro che hanno qualcosa da insegnarti. (Isocrate)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

pier-paolo-pasolini

LA RICORRENZA
In memoria di Pasolini

Comunque si pensi, l’influsso che i maestri hanno avuto sui loro allievi non va preso alla leggera. Soprattutto se il mestiere che ti sei scelto sarà quello di professore. Allora prendendo le mosse dalla compagine orchestrale si capisce come i musicisti siano ‘professori’ e il direttore ‘maestro’ colui che ti indirizza e ti provoca a tirar fuori il meglio che sai fare. Non è un’imposizione ma la possibilità di dare il meglio. Puoi anche non essere d’accordo con il maestro e avversarlo o prendere strade diverse. Quello che comunque resta indiscusso è che il maestro ti dà l’incipit: quello è il suo scopo e la sua missione (per favore, scrivetelo con la e finale invece dell’abusata e stupida ‘mission’). In un mondo dove tutti sono professori e dove mancano i maestri ripenso con nostalgia e con orgoglio alla mia educazione culturale quando, accanto a maestri sommi, un fervido clima di rinnovamenti sociali, politici, etici e culturali si compiva e nello stesso tempo si concludeva la grandissima stagione del rinnovamento che verrà segnata dalle stragi ma anche dalla speranza. E in questo clima e per queste ragioni che Pasolini viene assassinato,

Negli anni Sessanta un Maestro amatissimo come lo storico della lingua Giovanni Nencioni ci insegnava che se avessimo dovuto indicare i veri innovatori linguistici non ci dovevamo rivolgere solo al Gruppo ’63 o all’esperienza dei Novissimi ma rivolgerci a Pasolini e a don Milani che nel loro campo avevano saputo mescolare esperienze diverse e risolvere in modo assai originale il rapporto lingua-dialetto o la vecchia eredità di Verga – e ancor più di quella manzoniana – con il concetto che la scelta linguistica è dettata dall’uso.

Non sono mai stato un ammiratore acritico dei romanzi ma soprattutto della poesia pasoliniana. Eppure ne ho sempre riconosciuto l’impatto linguistico a cominciare dallo sdoganamento del romanesco come lingua comune. Le mie preferenze vanno al Pasolini critico e soprattutto al regista tra i sommi del secolo passato. Ma tutto questo fa parte del mestiere di critico.

Se i ricordi vengono trascelti non dalla memoria involontaria come ci ha abituato a pensare Proust, ma da una selezione individuale che costruisce la realtà così come tu pensi sia e debba essere, l’impatto che ha suscitato in me quella morte e quello strazio ricostruisce esattamente il luogo e il tempo. Stavo guidando e la notizia mi arriva esattamente dalla radio mentre stavo svoltando da piazza Ariostea per immettermi in corso Porta mare. Era il tramonto e le ombre degli alberi si allungavano sulla via che stavo percorrendo nel più perfetto clima del giorno dei morti.

Il poeta più vitale, più innamorato della vita ritorna alle Madri in un (forse) voluto richiamo e fascino al mondo dei morti. Come Orfeo si è voltato indietro e come Orfeo sarà straziato dalle Menadi. Si rileggano le pagine fondamentali di Cesare Segre a prefazione dei pasoliniani “Saggi sulla letteratura e sull’arte” nei Meridiani. Il titolo centra perfettamente la qualità e anche il limite di Pasolini: “Vitalità, passione, ideologia”.

Chi si ricorda nelle giovani generazioni del significato di un termine come ideologia? Spesso volontariamente confusa con alcune declinazione di questo termine ormai aborrito: ideologia del terrore, ideologia religiosa, ideologia nella e con la politica.

Eppure per Pasolini che denunciava questi modi d’intenderla sopravviveva il senso di un’ideologia naturalmente intrecciata alle nostre radici. Ecco allora la difesa dei poliziotti eredi della civiltà contadina contro la scelta per lui anarchico-borghese degli studenti in lotta. Difendere l’arcaicità di certe scelte era accostarsi al mito nella sorgente più pura e legata alla sua profonda conoscenza della letteratura e dell’arte antiche. Oppure seguire i suoi maestri si chiamassero Longhi o i surrealisti. Riuscire a combinare in maniera travolgente e unica le varie espressioni in cui si declina l’arte come specchio della realtà: prosa, poesia, critica, cinematografia, musica. Non importa poi quale sia il risultato ma invece importa il metodo. E nella vitalità come pienezza di vita, eccesso di vita, incontrare il suo opposto la morte nella pienezza della sua esistenza lui, ormai celebrato tra le figure più amate e ri-conosciute della cultura internazionale.

La visività di Pasolini per cui penso sia da accostare proprio ai grandi ‘visionari’ di ogni tempo hanno da sempre accompagnato un mio percorso personale tra poesia e arte figurativa: Ettore il figlio di Mamma Roma che muore per i maltrattamenti subiti nel letto di contenzione come il Cristo morto di Mantegna; il viso della madre di Pasolini come Maria nel Vangelo secondo Matteo L’episodio della ‘Ricotta’ con la deposizione dalla Croce, raffigurazione visiva della ‘Deposizione’ di qualche grande manierista fiorentino, ma soprattutto ‘Medea’ dove la grandezza del poeta riesce a cogliere due miti solo per forza di visioni ovvero d’immagini: quella di Medea l’arcaica e selvaggia regina del mito e quella della Callas il cui mito è affidato al suo canto. Ma in Medea la Callas pronuncia solo poche parole e noi nella mente le rielaboriamo.

Era il 1969. E le musiche sono scelte da Pasolini stesso e da Elsa Morante. La rivoluzione culturale del ’68 è ormai compiuta e trionfante. Pasolini è ucciso nel 1975. I delitti di Stato prendono il posto della rivoluzione culturale.

I misteri continuano come lui stesso aveva previsto nell’incompiuto ‘Petrolio’ uscito postumo.

La sua morte non può essere riscattata da alcuna commemorazione retorica perché chi uccide un poeta nega la realtà della vita.

sorelle bandiera

Fatti più in là

Rifletto sul tema del conflitto tra generazioni a partire da una infelice scorciatoia linguistica: rottamazione. Non varrebbe la pena di parlarne se questa non riflettesse una linea di azione che investe ogni mondo e istituzione, ben oltre la politica. Il conflitto tra generazioni è fisiologico, cambiano però i contenuti su cui tale conflitto si fonda, anche se assume sempre la veste di una differenza di visioni del mondo.
Negli anni Sessanta il conflitto aveva come oggetto la libertà contro l’autorità: libertà di scegliere il proprio corso di vita, di rompere i vincoli della tradizione e delle appartenenze. In una fase di espansione, di crescita dei consumi e del benessere di massa, quella generazione sentiva strette le gabbie della cultura del dopoguerra, le regole del costume e della morale corrente. Proponeva la ricerca di autenticità, comportamenti tra i sessi più paritari, il diritto di mettere in discussione istituzioni sacre come il matrimonio e la famiglia, di seguire le proprie vocazioni. Gli adulti rispondevano con inviti alla moderazione, ma vi erano, tra gli adulti, maestri venerati dai giovani, filosofi ascoltati (anche troppo talvolta) che, non a caso, hanno a volte assunto il ruolo di cattivi maestri. Il conflitto generazionale era avvertito prima di tutto sul piano privato (anche se il Sessantotto viene associato alla piazza) e si giocava in nome di una vita più libera e autentica.
Sul piano politico, anche allora la nuova generazione accusava quella precedente di avere tradito le speranze di un mondo nuovo, più giusto, e cercava nuovi modi per accelerare il corso della storia. Sul piano del lavoro, però, non vi era una rilevante divergenza di posizione tra generazioni. Gli adulti avevano un lavoro abbastanza garantito, erano immersi in un’innovazione che cambiava gradualmente le condizioni, automatizzava i processi, alleviando la fatica, migliorando i luoghi di lavoro e introducendo diritti. I giovani entravano in quel mondo senza troppa fatica, al termine di una scuola che era diventata più facile.
Qual è la differenza tra quel conflitto e quello attuale? La differenza sta nelle risorse che oggi, rispetto ad allora, sono in gioco. Vivevamo allora una fase di eccezionale crescita, i Paesi occidentali crescevano e, insieme ai tassi di occupazione, crescevano i salari e i consumi.
Se la torta non si può allargare, allora bisogna che si riduca il numero di persone chiamate al banchetto. Oggi, in questo tempo di risorse scarse, le nuove generazioni hanno fretta di liberare spazi, cercano di farsi posto: non c’è tempo di affiancare, ma si deve sostituire. Ogni persona matura, indipendentemente dalla qualità che esprime, occupa uno spazio e impedisce ad un giovane di essere occupato.
Tutto ciò ha fatto che sì che un termine come rottamazione sia diventato l’emblema dello scontro tra generazioni. Non è avvenuto solo in politica. I lavoratori maturi, in tutti i contesti, si sentono guardati con un’aria di attesa, più o meno paziente, con l’orologio in mano, più o meno come dal dottore si guarda l’orologio aspettando che arrivi più in fretta possibile il proprio turno.
Ma qual è il criterio di qualità per il ricambio generazionale? Il colore della camicia, la dimestichezza con Twitter, i centimetri di tacco? Mi si dirà che in politica una generazione compromessa deve essere sostituita con una che, in quanto giovane, non ha ancora fatto in tempo a sguazzare nella corruzione. Certo, se è così, non occorrerà molto tempo per imparare.
Il punto è che il clima di trepidante attesa con cui i più giovani guardano i più adulti affinché si tolgano dai piedi, investe anche ambiti in cui la corruzione non c’entra e su cui contano competenze, spessore culturale e perché no, esperienza.

Il brano intonato: Le sorelle Bandiera, Fatti più in là [clic per ascoltare]

Maura Franchi (Sociologa, Università di Parma)

Laureata in Sociologia e in Scienze dell’educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

scuola-bambini

La ‘buona scuola’ dei bambini

Sistemando il materiale per l’inizio dell’anno scolastico ho ritrovato una serie di cartoncini colorati sui quali i bambini della classe dove insegno avevano scritto che cosa è per loro una “buona scuola“. Risalgono al febbraio scorso, quindi in tempi non sospetti o meglio in un periodo in cui lo slogan “La buona scuola. Facciamo crescere il Paese” non era stato ancora coniato dall’attuale presidente del Consiglio.
Li propongo all’attenzione degli interessati per evidenziare come per i bambini, insieme all’aspetto strutturale e a quello degli apprendimenti, una “buona scuola” debba essere molto attenta all’aspetto relazionale. Comunque crediate che in una classe, oltre all’insegnante, anche lo studente si aspetti di essere ascoltato, buona lettura dei loro pensieri.

Una buona scuola è:
– un luogo dove si impara e ci si vuole bene;
– una struttura dove si mandano i bambini che da “insapienti” diventano sapienti;
– un parco che nelle ore di lezione diventa “struttura”;
– formata da alunni ordinati e concentrati e da insegnanti gentili;
– una bellissima sgridata dei maestri;
– dove ti diverti e impari cose nuove:
– dove stai con gli amici;
– dove aiuti gli altri;
– dove i maestri sono gentili, ti fanno divertire e ogni tanto ti fanno rilassare;
– dove i bagni sono puliti;
– dove si mangia bene;
– dove si fa qualche gita per approfondire gli argomenti;
– quando ha tutto l’occorrente che può servire;
– un posto dove studi e impari ma ci deve essere anche del tempo per divertirsi, fare amicizia e giocare;
– dove i maestri sono buoni ma severi;
– un luogo dove c’è l’amore dei maestri;
– dove si impara e ci si riposa;
– dove ci si diverte e si trovano gli amici;
– un posto dove i maestri ti insegnando le cose divertendoti;
– quando è super grande;
– dove viene tanta gente a spiegare cose diverse;
– dove i maestri stanno sempre attenti a quello che gli alunni fanno;
– dove si studia tutti insieme, in compagnia;
– dove tutti vanno d’accordo con tutti;
– un posto pieno di disegni e colori;
– dove i maestri ti aiutano a imparare bene;
– dove ci si deve divertire in tutte le materie;
– dove tutti i bambini devono essere amici;
– dove si diventa amici;
– dove si impara divertendosi.

Thomas-Mann

A modo suo. Un breve intervento fuori stagione

Per noi che abbiamo avuto una formazione culturale e politica nei leggendari e molto discussi anni sessanta, non è così difficile trovare un modello culturale che dia un orientamento alla nostra vita o che ci ispiri nella visione di come dovrebbe essere una città colta, vivace, civile. Ci sono autori immensi come Leopardi, Goethe, Manzoni, Croce, Gobetti, Brecht, Mann, Ungaretti, Bobbio, per dare solo qualche esempio, e così via fino a Magris o Habermas, che per noi sono e restano i ‘Maestri’. Ma purtroppo questi orientamenti, questi fari intellettuali non hanno più nessun peso culturale per i giovani d’oggi.
Non ho voglia di cantare una grande lamentazione sul degrado culturale di questi ultimi anni, cosa totalmente inutile, o forse utile solo a chi scrive per calmarne i nervi. Ogni professionista oggi, sia esso un architetto che un artista, un avvocato o un giornalista (per parlare della mia categoria), dovrebbe continuare con il lavoro di ogni giorno ma in modo ‘kantiano’, che significa che io mi aspetto dagli altri un lavoro serio, competente, coscienzioso, ma anche ricco di creatività e curiosità, e che anch’io a mia volta mi comporto reciprocamente in modo responsabile nel mio lavoro, nella mia vita, come cittadino d’Europa, di Ferrara o di Monaco. “Resistere, resistere, resistere” come slogan contro il degrado della vita pubblica e della responsabilità per la “res publica” mi pare molto giusto, ma non è sufficiente perché è un atteggiamento troppo passivo ed anche retorico. Si sente un po’ il lontano “vento sessantottentesco” che talvolta ci manca in questi giorni di “cash & carry”.
Thomas Mann ha definito una volta il senso della parola “traduzione”: orientarsi ad un modello a modo suo (in tedesco: auf eigene Art einem Beispiel folgen). Noi, e mi pare i giovani d’oggi inclusi, abbiamo bisogno di una “Vita attiva” (Hannah Arendt), di creatività umana, di un senso profondo per l’urgenza di una “globalizzazione civile”. Oggi non si può parlare o scrivere di cultura rimanendo dentro le mura di Ferrara o di Monaco, ma nemmeno rimanendo nella cornice della sola Europa. Dobbiamo aprire le finestre delle nostre case, talvolta soffocanti e piene di polvere culturale ma anche di una storia civile, umana e di grandi valori. E non si tratta solo di difendere il nostro grande tesoro culturale, artistico e di valori democratici. Dobbiamo fare uno sforzo e andare oltre, aprire le nostre finestre per trovare nuovi orizzonti culturali. Oggigiorno essere solo italiano o tedesco o spagnolo non basta più per vivere una vita al passo coi tempi. Essere solo italiano o tedesco, oggi, è anche molto noioso, per me troppo.

Carl Wilhelm Macke (Monaco di Baviera/ Ferrara/)

ezio_raimondi

Ricordando Ezio Raimondi e la sua scommessa culturale su Ferrara

Ci lasciano i grandi protagonisti della cultura novecentesca. Tre giorni fa Cesare Segre, ieri Ezio Raimondi. Se ancora una parola come Maestro ha senso non c’è dubbio che Segre e Raimondi siano stati legittimamente Maestri. Solo nel 2012 all’apertura della settimana Alti Studi dell’Istituto di Studi Rinascimentali nel salone dei Mesi di Schifanoia Ferrara tributò un commosso omaggio a Ezio Raimondi assegnandogli il premio città di Ferrara, consegnato alla figlia, per la sua lunga e mirabile attività di presidente dell’Isr.

E’ difficile per i non addetti ai lavori ripercorrere il cammino che portò un’associazione culturale, come quella che nel 1983 nacque tra le tombe neoclassiche della Certosa di Ferrara, a diventare tra le più vivaci e interessanti realtà culturali del Paese, frequentata e sorretta dall’entusiasmo con cui un gruppo di intellettuali – con l’aiuto di un purtroppo dimenticato troppo presto assessore alla cultura quale fu Giuseppe Corticelli allievo di Raimondi – puntò sulla proposta che l’Europa delle Corti, libero e nuovo gruppo di studiosi, attenti alle società di antico regime, faceva a Ferrara e alla sua mirabile storia.

Nacque allora e ebbe sede a Ferrara l’Istituto di Studi Rinascimentali. Lavorarono per l’Isr studiosi come Amedeo Quondam, Paolo Prodi, Adriano Prosperi, Carlo Ossola, per citarne solo alcuni tra i tanti che firmarono quei testi, che superando ormai il centinaio di titoli, hanno profondamente influito sulla consapevolezza critica della funzione fondamentale delle corti italiane e tra le prime proprio Ferrara e il suo Rinascimento, ma non solo. Basti pensare a opere monumentali come lo Iupi, l’incipitario unificato della poesia italiana a cura di Marco Santagata o il fondamentale Atlante di Schifanoia a cura di Ranieri Varese o le edizioni dei volumi sulle Guerre in ottava rima fino alla pubblicazione dell’Orlando Furioso 1516 a cura di Marco Dorigatti.

E’ alla meta degli anni Novanta del secolo scorso che Ezio Raimondi viene invitato dall’allora sindaco di Ferrara ad assumere la presidenza dell’Istituto ferrarese. Un motivo d’orgoglio in più, specie in una stagione dove le risorse economiche si facevano sempre più esigue e dove, nonostante il prestigio raggiunto dall’Isr, si faticava non solo a stampare i volumi ma a trovare anche le possibilità di produrre regolarmente la pubblicazione di “Schifanoia”, la rivista, organo scientifico dell’Istituto. E se è necessario ritessere il filo che univa o ha unito per lunghi anni il lavoro svolto da Raimondi come presidente e da chi scrive questa nota come direttore dell’Isr è anche necessario ripercorrere le affinità e le discordanze che ci hanno permesso una collaborazione appassionata.

In tempi ormai lontani le scuole critiche saldamente gestite dai Maestri ( e Raimondi era tra i più prestigiosi) innescavano confronti e utili scontri sul metodo e sulla fedeltà alla scuola. Era dunque logico che le mie credenziali critiche affidate all’insegnamento di Walter Binni e di Claudio Varese non fossero sulla linea raimondea. Certo ci univa la comune amicizia con un grande storico dell’arte come Andrea Emiliani e da parte mia l’ammirazione per Francesco Arcangeli amico e sodale di Raimondi che – per li rami – portava a Giorgio Bassani e in più l’irresistibile propensione a interessarmi di storia dell’arte che mi portò a diventare canovista e “giardiniere”: due specificità critiche che Raimondi coltivava da sempre in modo superbo. Ciò non impedì che nel comune rispetto e nell’ammirazione che gli professavo sarebbe stata una non facile scommessa pensare a come sarebbe stata la collaborazione che fu estremamente proficua e leale.

La sua inflessibile consapevolezza di un’ eticità del pensiero critico che mai si sarebbe piegata a una sia pur minima strumentalizzazione del lavoro scientifico si coniugava con quella sterminata cultura che gli rendeva possibile leggere quell’ impressionante numero di testi che invadevano come un meraviglioso castello d’Atlante la sua casa e il suo ufficio all’Istituto dei Beni Culturali di Bologna. E quanta ironia e nello stesso tempo quanta consapevolezza c’era nella raccomandazione di portargli i libri in ufficio per non turbare la moglie destinata a coinvivere con quelle migliaia di volumi! L’incarico era affidato a Claudia Spisani la segretaria dell’Isr addetta ai contatti con la sede bolognese.

Con Raimondi si respirò in quegli anni il senso e il modo di raggiungere l’internazionalità del lavoro svolto dall’Isr. Un nome come quello di Raimondi significava che per l’associazione ferrarese era giunto il momento dell’eccellenza (parola troppo usata e spesso a sproposito) nella produzione scientifica, nel lavoro organizzativo e nelle settimane alti studi. Sembra ormai che quei tempi siano lontanissimi, quasi un’età dell’oro, ma forse dimentichiamo che l’intero impianto culturale sta subendo radicali cambiamenti che renderanno gli studi e la loro organizzazione fondamentalmente diversa da come noi (quelli dell’altro secolo) avevamo immaginato e perseguito.

E’ di pochi giorni fa la clamorosa protesta del presidente dell’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento di Firenze, Michele Ciliberto, che minaccia la chiusura di alcuni settori del più importante Istituto di ricerca sul Rinascimento dotato di una sterminata biblioteca e di opere d’arte d’altissimo pregio perché i fondi vengono negati o scemati. La stessa sorte che ha in parte condiviso anche l’Isr. Sembra che quel tipo di cultura ma soprattutto il modo con cui i Maestri hanno gestito l’organizzazione della cultura sia diventato obsoleto o non perseguibile. Un motivo che immagino sarà di non poca importanza per il nuovo ministro del Mibac, Dario Franceschini.

Quello di cui dobbiamo essere grati è stato come un intellettuale di primissimo piano come Ezio Raimondi abbia creduto nelle possibilità culturali di una piccola città come Ferrara e con lui quella straordinaria schiera di studiosi che si sono messi al servizio di una città che dovrebbe del suo glorioso passato trarre linfa per costruire o suggerire un futuro ancora foriero di speranze.

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