Tag: malattia

Elettra che parlava con gli occhi

 

Non si può ricordare la scrittrice Elettra Testi morta in questi giorni di giugno 2022 senza nominare il suo molto amato Giacomo Leopardi:
La morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza“ (Zibaldone di pensieri).

Negli ultimi anni della sua vita Elettra Testi ha avuto tante malattie ed ha sicuramente sopportato tanto dolore. Gli ultimi ricordi di lei sono tristi. Era triste vederla anziana, camminare lentamente, profondamente piegata dal peso degli anni, il volto segnato dal dolore. Ma nonostante la sua grande fragilità, Elettra non ha mai perso la sua sottile ironia e la gentilezza verso gli altri. Con gli anni, la sua voce si è abbassata, confusa, difficile da capire. Però Elettra continuava a parlare parlare con gli occhi. Fino all’ultimo è stata per tanti una maestra indimenticabile.

Passo dopo passo la sua generazione, la generazione della grande stagione avviata negli anni Sessanta, scende dal palco della cultura urbana di Ferrara. Oggi su questo palco c’è un’altra generazione, forse più libera, più capace di parlare al mondo attraverso i nuovi media, ma spesso pcocltail per iù noiosa, più più dipendente dal mercato e dal consumo, meno creativa.

Per la movida di via Carlo Mayr, forse ‘Leopardi’ è solo il nome di un nuovo cocktail per un aperitivo serale. Anche Elettra amava la vita, era piena di sentimento, coltivava il buon gusto, ma li accompagnava sempre con l’amore per la cultura, la letteratura, la musica classica.
Chissà, ora che sta dall’altra parte, potrà incontrare finalmente Paolina Leopardi, su cui Elettra aveva scritto un libro bellissimo.

Natale altrove
…un racconto

Natale altrove
Un racconto di Carlo Tassi

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

Per visitare il sito di Carlo Tassi clicca [Qui]

PER CERTI VERSI
Io però…

IO PERÒ…

Io però
Sono nato con la morte e la vita
Stretta alla placenta semi rotta di mia mamma
Mi innamorai del libro della giungla e di baloo
Feci nuoto
Presi medicinali
Al mirtillo
Pieno di difetti
Settimino
Scoliosi
Strabismo venere
Ah beh
Busto correttivo
E connerivo
Basket
Sci
Ho amato la vita
Nonostante
Il cancro
Che mi prese
Più morto che vivo
Mi sono trovato
Nel cuore
Amici
Amiche
Per sempre
Mi sento fortunato
E ogni giorno
Regalato

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

Febbraio 2060

 

I racconti di Costanza Del Re sembrano appartenere a un genere a parte, qualcosa di più o di diverso dai racconti comunemente detti. Il perché sarebbe lungo dire: per rendersene conto, la cosa migliore è ricavarsi un angolo di silenzio e lasciarsi andare alla lettura: entrare nel suo microcosmo familiare (un’altra Macondo) e nella vertigine dello scorrere – avanti e indietro – del tempo. Così, ad esempio, Costanza si è pensata e ha pensato e scritto di un mondo fra quarant’anni. A partire da Gennaio 2060 (questa è la seconda puntata) potrete seguirla tutti i mesi su Ferraraitalia. Buona lettura.
(Effe Emme)

Cosmo-111 è il nostro robot di casa. E’ alto cinquanta centimetri, bianco, con un corpo tozzo, senza gambe, una grande testa e due occhi neri e rotondi che, contenendo le telecamere, gli permettono di vedere con una precisione che corrisponde alle nostre quattordici diottrie.
Ha due braccia meccaniche, snodate e  lunghe quaranta centimetri, con cui fa molte attività.
Quando parla o canta da solo usa una lingua che nessun umano conosce, mentre quando interagisce con noi parla in italiano. Purtroppo adesso comincia ad essere un po’ vecchio e ogni tanto sbaglia e comunica con noi usando un linguaggio a dir poco strano. Usa una sola una vocale per volta e dice frasi intere usando sempre la stessa. Spesso usa solo la “A” e quindi una frase del tipo “Ciao, oggi c’è il sole, voglio pulire i vetri” diventa (sostituendo in maniera sistematica la “A” a tutte le vocali presenti nella frase): “Caaa, agga c’à al sala, vaglaa palara a vatra”.

Io e Luca volevamo portarlo al Centro-Trescia-111 (il presidio di assistenza per i robot), per vedere se lo potevano curare. Ma ad Axilla e Gianblu piace da matti quando parla a quel modo, si divertono e ridono. Hanno imparato a parlare come lui e non lo vogliono portare in assistenza. Quando hanno un po’ di tempo per divertirsi, lo sfidano al “gioco delle vocali” che a casa nostra sostituisce la Playstation e Gugyweek. Ad esempio Gianblu dice a Cosmo-111: “Dai Cosmo, giochiamo al gioco delle vocali. Comincio io. Vediamo chi è il più veloce. Uso solo la U”.

Curu Cusmu,sunu davvuru fulucu chu tu sua cun nuu nun su cusu furummu sunzu du tu” (caro Cosmo sono davvero felice che tu sia con noi, non so cosa faremmo senza di te), e Cosmo-111 risponde “Curtu chu nun suputu sturu sunzu du mu, uu sunu unduspunsubulu u vu uutu sumpru!” (Certo che non sapete stare senza di me, io sono indispensabile e vi aiuto sempre!). E vanno avanti così, seri alla prima frase, sorridendo alla seconda, ridacchiando alla terza, ridendo alla quarta, ridendo sguaiatamente dalla quinta in poi.
Vista la situazione, Cosmo-111 non pensa affatto di essere ammalato ma è convinto di avere una qualità buffa e molto utile, che gli permette di allietare le giornate dei suoi due umani preferiti: quei due bambini ormai cresciuti che corrispondono ai nomi di Axilla e Gianblu.

Guardarli mentre giocano a quel modo, mi fa sempre molto riflettere; a volte le menomazioni possono essere uno svantaggio e a volte si trasformano nell’esatto contrario. E’ così anche nel mondo animale e anche in quello vegetale. La tigre bianca è albina. L’albinsmo è una anomalia congenita. E’ una deficienza causata da un difetto o da un’assenza dell’enzima tirosinasi, enzima che è coinvolto nella sintesi della melanina. Potrebbe quindi essere considerato una malattia. Ci sarebbe un enzima da ripristinare. Eppure la tigre bianca è pregiatissima, considerata bellissima e una rarità. A nessuno verrebbe mai in mente che sia malata.

Anche nel mondo vegetale è così. Il Tambalo, fiore che cresce d’estate in mezzo al granoturco, ha una strana colorazione nera con striature argentate dovuta a un difetto di pigmentazione. Eppure tutti lo raccolgono, lo mettono nei vasi, lo regalano, lo portano addirittura in chiesa. Nessuno vorrebbe il Tambalo di un colore diverso e a nessuno viene in mente di considerarlo una stranezza o una malattia, invece che una eccellente rarità.

Anche nel mondo umano è un po’ così. Ci sono modelle albine, modelle affette da pitiriasi che trasforma la loro pelle in un manto simile a quello delle mucche pezzate (un po’ del colore normale e un po’ bianco candido). Ci sono modelle calve e magrissime. Sono considerate malate? Macchè, sono considerate bellissime.

A volte la malattia si connota per sofferenza a tutti gli effetti, dolore muscolare, osseo, febbre, vomito, cefalea, mal di denti, astenia, stanchezza. Forse tutto questo può essere considerato patologia, anche se bisogna fare dei notevoli distinguo. La diversità, in quanto tale, quando può/deve essere considerata malattia? Quando provoca sofferenza?

Un bambino con i capelli rossi, che si trova in una classe di tutti bambini mori, è ammalato in quanto vive una reiterata situazione di sofferenza causata dal colore dei suoi capelli, che è diverso da quello di tutti gli altri? Credo che la definizione di malattia non sia univoca, che non lo sia la definizione di sofferenza, come non lo è la definizione di normalità.

In questo tempo che ha superato abbondantemente l’inizio degli anni 2000 d.c., io, mio marito e i miei due figli viviamo con Cosmo-111 e ci sembra normale che sia così. Ci mancherebbe se dovesse essere rottamato e soffriremmo della sua assenza. Eppure Cosmo-111 è un assemblaggio di parti meccaniche e elettroniche, non ha di certo un’anima, anche se in maniera semi-empatica (per imitazione), sa rispondere alle sollecitazioni emotive degli umani che vivono con lui e sa piangere, facendo uscire un po’ d’acqua dalle telecamere che ha al posto degli occhi.

Un giorno parlavo con la zia Costanza di Cosmo-111 e degli strani giochi che fanno con lui i ragazzi. Lei, che di solito ha sempre qualcosa da dire, è rimasta pensierosa e poi ha commentato: “E’ davvero strano che ora stia succedendo tutto questo. Sembra fantascienza e invece è realtà. Il bello è che Cosmo-111 piace anche a me. Ci siamo tutti affezionati a esseri che non sono umani e che non appartengono nemmeno al regno animale o a quello vegetale. E’ nato una specie di  “regno di mezzo”, che non so nemmeno se si possa considerare un regno di esseri viventi o un regno “altro”. Sicuramente non lo si può considerare un regno morto. Chi lo dice a Gianblu che Cosmo-111 appartiene a un regno morto? Si arrabbierebbe di sicuro. Questo strano “mondo di mezzo”  lo descriverei come un regno di proiezioni. Un mondo di esseri che vivono grazie ai sentimenti che noi attribuiamo loro, grazie alla componente emotiva traslata dagli esseri umani ai robot. Riconosciamo questa componente emotiva come uguale alla nostra, perché è la nostra. Proprio questo ci fa affezionare a questi esseri che sono come noi, sentono quello che sentiamo noi, reagiscono come noi, sia alle avversità, che alle sorprese. E’ facile stare con loro perché non sono oppositivi, non sono imprevedibili, non vanno controcorrente, sono molto servizievoli. Questo “mondo di mezzo” è la vera novità di questi ultimi decenni, è un luogo di rifugio per le nuove generazioni, è uno spazio che si sta affrancando dalla artificialità e si sta legittimando come possibile, alternativo e in qualche modo “vero”. Mi chiedo dove ci porterà tutto questo. Fino a quando questo “mondo di mezzo” resterà tale. Non mi piacerebbe che questo spazio di proiezioni-umane prendesse il sopravvento sul mondo che conoscevamo prima, fatto di relazioni vere, di sentimenti autentici, di rapporti che nascono crescono e finiscono, ma che non sono mai animati da sentimenti riflessi”.

Come sempre la zia Costanza, che pur avendo ottantotto anni è ancora molto lucida, ha ragione. Ma poi ripenso a Cosmo-111 e mi rendo conto che il mondo è già cambiato, che la “terra di mezzo” è già legittimamente al suo posto.
A cosa porterà tutto questo non lo so, lo scopriremo cammin facendo e, soprattutto, lo scopriranno Axilla e Gianblu che considerano Cosmo-111 una parte della famiglia e che, da questo sentire, non si affrancheranno per tutto il tempo della loro lunga esistenza.

Mentre cerco di immaginare com’era la vita quando mia madre e la zia Costanza avevano vent’anni e i robot erano ancora allo status nascendi, sento il campanello di casa suonare. E’ Axilla che torna dall’università, apre la porta con la sua chiave elettronica, si disinfetta le mani e si toglie il piumino verde con il collo di pelliccia. Poi si siede sullo sgabello all’ingresso e si toglie le scarpe. Cosmo-111 arriva con le ciabatte e le dice: “Maattala sana calda a camada” (mettile sono calde e comode).
“Grazaa, Casma-111, saa straardanaria (Grazie Cosmo-111, sei straordinario)” lo ringrazia Axilla e poi gli dà un bacio sulla testa. Cosmo-111 sorride e poi dice divertito: “Questa volta ti ho fregato, ho usato tutte A solo per farti ridere”. Axilla sorride, ancora più divertita di prima e Cosmo-111 se ne va, cantando la canzone che gli piace tanto, in quella lingua che solo lui conosce, perchè esclusiva degli abitanti del “mondo di mezzo”, che lo accompagna nei momenti solitari e di non-umanità.

Quel modo di parlare e cantare è il sintomo del mondo che cambia, della realtà che si affranca da se stessa per inglobare dento di sé la tecnologia come estensione di un po’ di vita, come paradigma del progresso che cammina, senza troppi pregiudizi, a servizio dell’umanità.
“Saputo, saputo, aku aku, saputo saputo, aku totù!” canta Cosmo-111 e io lo guardo mentre se ne va.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

 

“Fino a qui tutto bene”
Un viaggio nella malattia nell’ultimo libro di Sabrina Paravicini
Oggi, 18 febbraio alle ore 21, intervista in streaming

Curare il corpo, salvaguardare la salute e raggiungere un traguardo lontano posto oltre il cerchio del fuoco. Sabrina Paravicini, attrice, regista, scrittrice, nel suo libro Fino a qui tutto bene, Sperling & Kupfer, racconta il viaggio dalla scoperta della malattia oncologica alla guarigione, un viaggio pieno di speranza e straordinari passi avanti, verso una felicità diversa, nuova, fatta di altro.
Sabrina Paravicini guarda alla propria di storia di donna, madre e paziente a cui da un giorno all’altro cambia tutto: il corpo, l’immagine allo specchio, il ritmo dei giorni, ma cambia anche come sentire gli altri, guardarsi attorno e dentro. “Cambia anche il tuo modo di ascoltare quello che accade, a te e agli altri”, un viaggio dentro se stessa, parallelo e profondo, la accompagna nei momenti più duri della malattia e la conduce alla guarigione. Un viaggio assieme a nuovi compagni con i quali la condivisione della sofferenza, ma anche di uno sguardo rivolto al domani è tra le medicine più potenti. Serve fiducia nei medici per andare avanti, fiducia nella strada intrapresa, quella più difficile perché piena della tentazione di non crederci quando la sofferenza è acuta e vacillare diventa facile.
La malattia rende tutto più vero e diretto, “non ci si mente più, si vive e basta”, si perdono gli orpelli, le frasi superflue, la vita abbraccia un’essenzialità sconosciuta: “mi porto in dono – scrive Sabrina Paravicini – la consapevolezza di quello che mi resta, di quello che ho scoperto, degli amici nuovi che ho incontrato e di quelli che si sono persi per strada”.
E questa consapevolezza è consegnata agli altri, un dono nel dono affinché sia chiaro che “l’amore che abbiamo dentro, il cancro non me ne ha tolto neppure un frammento”.
La verità di cosa la vita stia offrendo e togliendo, non è mai nascosta, nemmeno al figlio Nino, il pilastro più forte per Sabrina, l’accudimento più intimo che non si discosta mai.
Sabrina Paravicini presenterà Fino a qui tutto bene giovedì 18 febbraio alle 21 in diretta sulla pagina Facebook del Microfestival delle storie e Ferraraitalia. Dialoga con l’autrice Riccarda Dalbuoni.

Shakespeare

Certi stati d’animo che si insediano nello sterno in certi capodanni meritano di essere mostrati con le parole migliori. Solo così è possibile alleviarne il peso, che è poi quello che fanno la drammaturgia e la letteratura: alleviare un peso.

 

“So full of artless jealousy is guilt, It spills itself in fearing to be spilt. To my sick soul (since sin is always a sickness), every detail looks like an omen of disaster to come. Guilt makes you so full of stupid suspicions that you give yourself away because you’re trying so hard not to.”

(William Shakespeare, Hamlet)

 

La colpa è talmente piena di una bambinesca gelosia, da versarsi da sola per paura di essere versata. Per la mia anima malata (dacché il peccato è sempre una malattia), ogni dettaglio appare come il presagio di un disastro imminente. La colpa ti riempie a tal punto di stupidi sospetti che finisci per tradirti proprio perchè stai cercando disperatamente di non farlo.

Il fratello medicina

racconto di Patrizia Benetti

Sono Mirko, diciassette anni, secondogenito della famiglia Sacchi.
Giordano, vent’anni, è malato, ha bisogno di un donatore di midollo osseo.
Per questo motivo sono nato io, il fratello medicina.
Mi sento un intruso a casa mia.
Papà mi sorride imbarazzato.
Mamma non ha occhi che per il primogenito, lo osserva con occhi colmi d’amore.
Il poveretto soffre. Suda, ha profonde occhiaie, gli mancano le forze.
“Coraggio fratellone, ce la faremo”, gli dico.
“Mi dispiace”, sussurra.
“Non devi”, replico sorridendo.
Un’ambulanza ci porta all’ospedale.
Due infermieri ci accompagnano in sala operatoria.
Ho freddo e paura. Poi l’anestesia.
Mi sveglio intontito. Sono in stanza, nel letto accanto a quello di mio fratello.
L’operazione è riuscita perfettamente.
Giuliano è guarito.
Nostra madre scoppia in lacrime, lo abbraccia, gli accarezza il viso.
Quindi si china su di me, ma io la allontano.
Papà è in piedi, a capo chino, gli occhi umidi.
Stringo la mano a mio fratello.
Lui mi sorride grato.
L’incubo è finito.

Sewn (The Feeling, 2006)

QUEL PARADIGMA CHE ABBIAMO ADDOSSO
e l’incapacità di guardare con occhi diversi

Ragazzotto, sui banchi di scuola ad apprendere il latino, nulla mi tormentava di più che portare a memoria i paradigmi dei verbi irregolari: fero, fers, tuli, latum, ferre; volo, vis, volui, velle; eo, is, ivi(ii), itum, ire e tutti gli altri. Divenire, volere, andare, paradigmi della vita, paradigmi dell’emigrazione.
A scuola non ce lo avevano insegnato che il paradigma ce lo abbiamo addosso e che tutto dipende da come coniughiamo la vita. Ancora ci è difficile apprendere a coniugare i paradigmi irregolari della nostra esistenza.

“La vita non vive”, dichiara l’epigramma con cui si apre Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, di Theodor Adorno. Non più la grande etica, ma l’etica minima, non più la gaia scienza, ma la triste scienza. Non abbiamo sconfitto la miseria né ieri né oggi. Le letture della gioventù che si infervorava a immaginare di lottare per tempi nuovi che non sono mai venuti, di una generazione che neppure ha saputo celebrare il funerale alle sue utopie.
Tutto ripercorre il pentagramma dodecafonico di Schönberg in un sistema in cui le regole del tonale sono saltate. Tanti Pierrot Lunaire che non si accorgono di essere immersi in un mondo di incubi.

Pare che la vita non ci accompagni, ma ci preceda sempre, sia costantemente un passo più in là di dove ci troviamo. Ormai le nostre protesi digitali ci aiutano ad inseguire una vita irraggiungibile, in cambio ci offrono ologrammi in quantità. Dosi narcotizzanti che impediscono d’accorgersi che siamo parte della macchina, ingranaggi a nostra volta, incapaci di agire da soggetti.

La vita, come scriveva Adorno del secolo che ha conosciuto due conflitti mondiali, il fascismo e il nazismo, è diventata apparenza, la dissoluzione del soggetto, senza che un nuovo soggetto sia nato nel frattempo dal suo grembo.
Il ventunesimo secolo
anziché diventare il secolo della conoscenza come aveva promesso, è divenuto il secolo delle malattie, il male di vivere ha prodotto la sua trama di infezioni.

Sovranismo, la minaccia dell’altro, le isole da difendere, i muri da costruire, i confini da presidiare. La modernità promessa dall’illuminismo ancora annega nell’irrazionalità, nell’ignoranza e nei fanatismi. Gli dei hanno preso il posto degli uomini, non solo quelli delle confessioni, anche quelli delle religioni laiche predicate dai devoti guardiani della tradizione, dei propri territori, delle proprie arroganze e presunzioni.
I nostri gesti si sono fatti brutali e spietati nell’indifferenza dell’ordinarietà che compone il bozzolo delle nostre esistenze tutte coniugate alla prima persone singolare del presente.

Ancora non sapevo da ragazzo che “paradigma” era una promessa di cambiamento.
Sono i paradigmi a cambiare il panorama della conoscenza e, proprio come all’epoca di Galileo costretto all’abiura, è al cambiamento di paradigma che continua la resistenza del nostro tempo, di quanti non s’avvedono d’essere pianeti con gli altri pianeti che muovono le loro orbite intorno al sole.
Ma la malattia del presente è la povertà di pensiero, la debolezza nel mettere insieme sistemi di pensiero capaci di vincere il tempo, contesti valoriali, prospettive da fare proprie. L’indeterminatezza e la pochezza dominano la nostra epoca di vita da spendere più che da vivere. La tirchieria dei giorni anziché la generosità del tempo. Si sono consegnate le chiavi della polis ai mediocri, ai contratti e ai notai, alle contingenze e ai rattoppi, privandola del respiro lungo del cambiamento. Tutto è provvisorio nell’urgenza  di riparare le lacerazioni, ci sta l’ambiente, ci sta la sostenibilità, ma non c’è posto per l’altro.

Siamo sempre al Finale di partita, quello di Beckett, a combattere tra l’assoluta mancanza di senso e l’altrettanto assoluta necessità di trovarlo.
Ciò che sconforta è che siamo giunti a questo punto della storia con le armi spuntate, con le nostre ideologie da riporre negli archivi del tempo, con occhiali che ci hanno impedito di vedere, col continuare a coltivare il passato per risanarci col balsamo della memoria e delle illusioni tradite. È quel cercare senso dove il senso non si produce più. Dove il senso non serve più alla comprensione. Ora alla conoscenza si guarda con sospetto nel nuovo secolo che in nome della conoscenza si era aperto. Più nessuno è portatore di un paradigma capace di ribaltare le nostre coscienze, di conquistare l’intelligenza, di rimettere al centro l’umanità degli uomini e delle donne.
Tutto si confonde e si omogeneizza nel mito del popolo con il diritto di respingere il cammino dell’altro che si mette in viaggio. Viandante della vita a modo suo, mentre noi difendiamo i luoghi in cui ci siamo accomodati.

Per leggere tutti gli articoli della rubrica La Città della conoscenza, la rubrica di Giovanni Fioravanti, clicca [Qui]

Fragile

racconto di Patrizia Benetti

Mi dispiace per lei che rimarrà sola.
E’ così fragile e presto non sarò più al suo fianco.
L’ho amata tanto, l’ho protetta, l’ho tenuta lontana dalle brutture della vita.
Ho fatto il mio dovere, come un soldatino di piombo.
Giorni e notti trascorsi in fabbrica, tra caldaie, umidità e la sigaretta tra le labbra.
Ero così intento a costruire un futuro solido che mi sono roso il fegato e ho fumato perfino i polmoni.
Ora lei è al mio capezzale, mi scruta timorosa, con quei grandi occhi nocciola.
Mi sorride, mi accarezza la faccia, mi aggiusta la flebo.
Il mio dolore è grande. Lei è così fragile e presto sarà sola.

My love (Paul McCartney, 1973) performed by Loma Mar Quartet

demone-modernita

Demoni

Ho trovato queste parole di un narratore “nostro”, terracqueo, che tracciano un parallelismo eccentrico tra lo stato di malattia e lo stato di creatività. Non ci avevo mai pensato, ma il daimon della creatività spesso rende incompreso e solo il creatore, proprio come la malattia rende incompreso e solo il malato.

La malattia fa spesso venire una gran voglia di essere capiti. I malati all’ospedale non fanno che chiedere ai dottori di capirli. Vogliono essere capiti dalla scienza e rimessi a posto come macchine. Tutti noi malati coltiviamo questo ideale meccanico di comprensione, che ci dà qualche speranza. E gli altri naturalmente mostrano di capire la “cosa” che ci rende malati. C’è sempre un gran traffico di dicerie tra parenti e dottori, per capire la “cosa” che rende malato un malato. E i dottori la spiegano con le loro parole meccaniche, ma nessun parente e nessun malato sa di preciso di cosa parlino i dottori. Tuttavia ci scambiamo tutti occhiate e discorsi per dirci: “Hanno capito”.
La stessa situazione si trova in quelle attività che sono chiamate creative. Anche queste sono una malattia che fa venire una gran voglia di essere capiti. Si vorrebbe che gli altri capiscano la “cosa” della nostra creazione. Si vorrebbe che dicessero: “Sì, è questo, significa questo, è bello per questo”. Che soddisfazione, che stordimento e che follia, sentire di essere capiti! Come negli ospedali ci sono i dottori che spiegano la “cosa” della malattia, così in questo settore ci sono i critici che spiegano la “cosa” della creazione. E anche qui c’è un gran traffico di dicerie, per capire quale sia la “cosa” che rende una creazione interessante. E anche qui nessuno sa precisamente di cosa parlino i critici, sebbene tutti ci scambiamo occhiate e discorsi per dire: “Hanno capito”.”

Gianni Celati

SCHEI
Non è un paese per vecchi

Oggi ho accompagnato mio padre ultraottantenne in Posta e in farmacia. Mio padre non è più molto lucido, ma oggi ho avuto la certezza che, anche se lo fosse, sarebbe impazzito lo stesso. Sarebbe impazzito nel tentativo di fare operazioni banali, essenziali, d’ordine e non di concetto. Lo dico perchè sono impazzito io per lui. In Posta dovevamo svincolare una polizza scaduta. Soldi suoi. Era il terzo appuntamento per la stessa operazione. Le prime due volte era andata male, la prima per un documento scaduto da rinnovare, la seconda perchè non trovavamo l’originale di polizza. Oggi avevamo tutto, documento in ordine e originale di polizza. Perfino l’imbarazzata consulente gongolava, felice di poterci accontentare, finchè, verso la fine della procedura telematica, il computer le ha messo un blocco. “La polizza è in stato anomalo”, “non so cosa significhi”, “forse perchè è scaduta”. Ha chiesto assistenza al numero verde – gli impiegati della Posta per risolvere un problema devono fare lo stesso numero dei clienti, quello che ti presenta sei opzioni commerciali e, se riesci a schivarle tutte come in un percorso di guerra, arrivi a poter parlare con un operatore. La conclusione è stata che dobbiamo mandare una raccomandata ad una sede centrale per chiedere lo svincolo, perchè la polizza è “radicata” in un altra sede – alias, mio padre la stipulò in un altro ufficio, del luogo dove allora risiedeva. Dopo la risposta alla nostra raccomandata, dovremo tornare la quarta volta pregando il dio delle scartoffie. Però intanto mio padre firmava sopra un display e non sulla carta, vuoi mettere. Una figata, il progresso tecnologico. Tempo trascorso nel bugigattolo che violava ogni norma sul distanziamento, un’ora e mezza. Mio padre che soffre d’insonnia nel frattempo si era abbioccato, e ridestandosi ha commentato: “Grazie signorina, la prossima volta che non riesco a prendere sonno so cosa fare, vengo in Posta”.

Poi ci siamo avviati verso la farmacia. Dovevamo acquistare un nuovo farmaco per un problema che il geriatra gli aveva diagnosticato. Ci aveva raccomandato, il geriatra, di andare dal medico di famiglia col suo responso perchè è il medico di famiglia che può fare la ricetta per ritirare il farmaco. Ci aveva raccomandato anche, il geriatra, di presentarsi in farmacia, oltre che con la ricetta, anche con il piano terapeutico, così ci avrebbero dato più di una confezione, in modo da coprire almeno i primi due mesi di terapia. Allo sportello, la farmacista ci ha detto, dopo un’affannosa telefonata di conferma dei suoi dubbi, che non poteva darci lei la prima confezione del farmaco, ma che avremmo dovuto recarci alla farmacia ospedaliera. La risposta alla mia domanda di spiegazioni è stata “perchè è la procedura”. Mentre ci recavamo alla farmacia ospedaliera mio padre fantasticava di farsi tagliare l’alluce del piede destro, perchè camminarci sopra gli dava un dolore acuto, e ormai di strada ne avevamo fatta. Allo sportello della farmacia ospedaliera, una giovane farmacista ci ha detto che della ricetta del medico di famiglia non se ne faceva nulla; che poteva darci solo una confezione del farmaco, perchè il geriatra aveva redatto un piano terapeutico mancante di un codicillo essenziale per poter avere il diritto di ritirare almeno due confezioni, e che quindi avremmo dovuto tornare entro un mese alla farmacia ospedaliera per ritirare la seconda confezione, ed andare di nuovo dal geriatra per farci correggere dallo sbadato il piano terapeutico. La giovane farmacista si è prodigata con ardore didascalico nello spiegarci l’assenza di questo codicillo, mostrandoci un facsimile di piano terapeutico corretto, contenente il codicillo. Mi sono sentito di dirle che se due esercenti la professione sanitaria (tra cui uno specialista) non parlavano tra loro la stessa lingua, non poteva pretendere che la parlassi io. Quale, poi? Quella dello specialista o quella della farmacista?

Preciso che nessuna delle persone con cui siamo entrati in contatto si è mostrata maleducata. Tutte hanno ricordato a me come andava compilato il loro compitino, e se il compitino di ciascuno non dialogava con il compitino dell’altro non era un problema loro, era un problema mio e di mio padre.

Il film “Io, Daniel Blake” di Ken Loach racconta di un carpentiere vedovo di 59 anni che ha un infarto, in seguito al quale il medico lo dichiara inabile al lavoro. Il film lo mostra alle prese con la richiesta di disoccupazione, presentabile solo via internet, e con una chiamata per il ricorso dell’indennità per malattia. Daniel si trova senza alcuna fonte di reddito, fra il medico che gli vieta di tornare a lavorare, l’attesa di indennità per malattia in seguito all’infarto e la ricerca di un lavoro per avere il sussidio di disoccupazione. Daniel riceve una telefonata dove viene informato che è stato dichiarato abile al lavoro, e che quindi non ha diritto al sussidio di disoccupazione. Deve però rinunciare a un lavoro per cui aveva lasciato il curriculum, visto il divieto del medico a lavorare. All’ennesimo incontro al Job Center, Daniel decide di dare un ultimatum alla struttura, che gli ha negato il sussidio accusandolo di scarso impegno nel cercare una occupazione, ma che non gli fissa mai una data per il ricorso. Si piazza davanti al palazzo e scrive con la vernice spray sul muro del Job Center “Io, Daniel Blake, esigo una data per il mio ricorso prima di morire di fame”. Così facendo si guadagna la simpatia dei passanti e l’attenzione della stampa, nonchè un ammonimento dalla polizia. Daniel trova un avvocato che decide di assisterlo nel ricorso, che visto come si sono svolti i fatti ha molte probabilità di vincere. Poco prima dell’inizio del processo, Daniel va in bagno ma lì ha un altro infarto e muore.

Le pellicole di Ken Loach hanno questa capacità di farti sentire che non sei lo spettatore di un film, ma colui al quale prima o poi accadrà qualcosa di analogo a quello che è successo a Daniel Blake. Infatti quando una piccola o grande sfiga, o il semplice fatto di invecchiare, ti costringe a prendere contatto con la rete dei servizi alla persona, se sei da solo sei già morto. La peculiare brutalità della burocrazia contemporanea risiede nella capacità di farti impazzire dentro un labirinto creato proprio da quella tecnologia che dovrebbe risolverti i problemi. Come si può pensare che un ottantenne medio possa gestire i propri adempimenti iscrivendosi a piattaforme telematiche, o scaricando una app? Come si può pensare che una persona anziana possa accendere un proprio fascicolo telematico e accedervi attraverso uno username, una password e un otp che gli arriva sul telefonino? Come si può pensare che una persona anziana possa riuscire a dialogare con un numero verde che ti tiene in attesa per ore o che ti consente di parlare con un essere umano solo se riesci a sgattaiolare oltre la miriade di opzioni puramente commerciali che fanno da barriera al servizio di assistenza?

La cronaca personale con la quale ho esordito (e che non ho arricchito, per non annoiare, coi tentativi di truffa legalizzata orditi ai danni degli over ottanta da sicarietti delle forniture che fanno semplicemente il loro sporco lavoro) non ha nulla di particolarmente tragico o anomalo, e proprio in questa normalità risiede la sua ordinaria ferocia. Il nostro non è un paese per giovani, e non è un paese per vecchi.

 

 

PER CERTI VERSI
Il sonno è fatto

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

CARO CLAUDIO

Caro Claudio
Medico di famiglia
Amico e terapeuta
Non me lo cavo dalla testa
Che la cosa più dura
Se ne esci
Sia fare i conti
Con ciò che resta
La paura

IL SONNO È FATTO

Il sonno è fatto
Per chi sta bene
Quando ti crivellano la mente
I colpi del dolore
Non vorresti altro che sparire
Volere insieme
Vivere e morire

PERCHÉ

Perché
Me lo sono chiesto
Tante volte perché
Proprio a me

PER CERTI VERSI
Era caldo (in memoria di Alexander Langer)

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

ERA CALDO

era caldo
sul letto di casa
dopo la chemio
arriva una telefonata
fuori orario
infatti è una sassata
Matteo di là della cornetta
mi dice alterato
è morto Langer

si è impiccato

MANCAVA IL PIANISTA

mancava il pianista
ho suonato io
pelato come un bimbo
appena nato
ricordavamo Nagasaki
cinquant’anni dopo
quel buco nero
che segnò per sempre
un solco col passato

LA MIA VITA

la mia vita
ha conosciuto lo zero
il fossato che solca
il dopo dal prima
non ne vado fiero
è stato così
come si cammina

Occhi

Quella mattina, mentre faceva colazione, Miriam guardava rapita un telefilm. Uno di quelli americani, una serie dipanatasi nel tempo contando chissà quante puntate. Un telefilm “leggero”, ma con interpreti di valore, come fanno negli Stati Uniti dove, anche nelle pellicole più commerciali, sono impegnati attori di grande carisma ed esperienza.
Di tutto l’intrigo della sceneggiatura, l’aveva colpita una sequenza. L’anziano proprietario di un cavallo, dopo vari tentativi di curare l’animale vecchio e artritico, ormai con liquido nei polmoni, si era deciso ad abbatterlo. Alla sua maniera, naturalmente, in perfetto stile western, anche se moderno: con la carabina, puntando alla testa. Era il suo animale, il suo amico, era giunto il momento di alleviare le sue sofferenze.
Nelle sequenze in cui prendeva la mira, le ottime inquadrature del cameraman avevano immortalato la recitazione da oscar dell’attore. La decisione, l’occhio sbarrato sul mirino, il prendere la mira, l’indugio nel premere il grilletto, un battere di ciglia, l’occhio che si appanna, le emozioni che hanno il sopravvento, i ricordi, i muscoli del viso che si rilassano, lo scoramento, l’incapacità di proseguire sino al desistere, affidando il compito al veterinario. L’attore aveva fornito un’interpretazione così veritiera e umana, senza parole, perfetta nei tempi e nell’intensità, che a Miriam si era contratto lo stomaco e aveva emesso un singulto.
Quando le succedeva, la donna aveva un gesto di stizza e insieme di affetto verso se stessa, borbottando che era diventata troppo sensibile. Commuoversi davanti ad un telefilm!
Il fatto era che, al di là dell’eccellente performance dell’attore, Miriam era stata assalita dalla compassione. E dai ricordi.
Anche lei aveva avuto diversi animali. Cani e gatti che aveva amato come si potevano amare gli animali. Mantenendo cioè un distinguo con gli esseri umani. Ma solo perché appartenevano a specie diverse, non per un diverso codice comportamentale che esigeva prima di tutto — prima di tutto — il rispetto. Il rispetto per la loro condizione di cane, di gatto, di animale con marcate caratteristiche. Li aveva amati, quindi, non solo accudendoli e dando loro affetto, ma rispettando la loro natura, senza farli diventare la parodia di un essere umano.
Aveva pianto quando aveva raccolto due suoi gatti spiaccicati sulla strada, quasi un tutt’uno con l’asfalto, da doverlo grattare — il tributo pagato alla libertà che, su consiglio del veterinario, non aveva sottratto loro, rinchiudendoli a vita in casa. Aveva pianto quando aveva dovuto far sopprimere gatti e cani ormai talmente sofferenti incurabili o in agonia che, a non dar loro una morte rapida e indolore, sarebbe stato egoismo, l’ostinazione a tenerli in vita anche a costo del loro strazio.
Il telefilm terminava con una citazione di Konrad Lorenz, riferita al cane ma che, per l’occasione, la nipote del vecchio cambiò rapportandola al cavallo e donandola al nonno: La fedeltà di un cavallo è un dono prezioso, che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cavallo fedele è altrettanto “eterno”, quanto possono esserlo, in genere, i vincoli tra esseri viventi su questa terra.
“Ecco” pensava Miriam. “Penso di aver avuto questa fortuna. Che anche i miei animali l’abbiano avuta”.
E le tornavano in mente gli occhi delle sue bestiole — gli occhi. Quelli che le avevano parlato con sentimento puro, con gioia e disperazione, con pena e felicità, con libertà e dedizione. Era sicura che anch’essi avessero visto le stesse espressioni nei suoi occhi. E poiché gli animali erano capaci di interpretare la mimica facciale — gli atavici segni comuni ad ogni essere vivente — anch’essi avevano capito quello che lei provava nei loro confronti. Il rispetto. L’affetto.
E le sovvennero tutti i dibattiti e i discorsi sull’eutanasia, sul testamento biologico, sull’accanimento terapeutico e sulla terapia del dolore o sulla sedazione completa, non sempre applicata, quando la situazione era irrecuperabile… — Parlo per me, — iniziava così, durante le discussioni, infervorandosi. — Io non ho paura della morte, ma del dolore, e credo di essere solo di passaggio sulla terra, perché destinata ad una vita dopo. Ed è inumano e un oltraggio alla mia dignità tenermi a forza qui, a costo di ulteriori sofferenze e di trattamenti sproporzionati ai risultati, invece di sedarmi completamente e lasciarmi andare, quando non c’è più nulla da fare. Perché solo chi patisce sa quanto è lungo un secondo di dolore.
E poi pensava ai morti per coronavirus in terapia intensiva — a quelli nel periodo più nefasto e a quelli attuali, che morivano nello stesso modo ma che, essendo in numero minore, suscitavano meno scalpore, meno riflessioni, meno interesse — e agli infermieri che avevano avuto la pietà e la compassione dell’assistenza, di tenere loro la mano, anche se guantata, sino al momento del passaggio. Pensava ai loro occhi — gli occhi — al muto linguaggio che li aveva uniti, attraverso gli strati di protezione, oltre le parole. E pensava che l’essere umano era capace di cose bellissime.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

PER CERTI VERSI
La chemioterapia

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

LA CHEMIOTERAPIA

ma la debbo fare
La chemioterapia?
Chiedevo al dottore
Con la confidenza
Delle ore spese
Tra visite chiacchiere
E diagnosi a ventre aperto

Se non vuoi andare a Lourdes
Fu la sua risposta

IN UNA NOTTE

In una notte
Di rapido vento
Che soffia via
Tutte le foglie
I capelli cadono a flotte
Perfino i peli ruvidi
I peli più tenaci
Se ne vanno
Come Avari
In una notte

LA CHEMIO II

quando vomiti la fogna
Dell’essere
La chemio ti ha invaso
Il midollo della volontà
Ti esplode nel bacino
Un baratro orizzontale
Con te hai solo
Il paracadute della cecità

PER CERTI VERSI
Dileguarsi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

DILEGUARSI

i pomeriggi ospedalieri erano – a volte –
Liberi dalle attese
E guardavo la luce schiantarsi
Sui vetri dei palazzi
Il mare dei colli ariosi
Dalla loro piccola sommità
Mi dileguavo anch’io
Nel loro grembo

LA SIMONA QUANDO VENIVANO

la Simona quando venivano
Portavano le robe di sempre
Da ospedale…
Ciccioli secchi crescenza e vino
Mentre io andavo a flebo
Era il loro modo
Di reagire al male

VINC E LA WILMA

Vinc e la Wilma
Venivano tutti i giorni
Sono stati assidui e cari
Quasi fuori tempo
Un cofanetto
Di Sperlari

IL VECCHIO LUGUS

il vecchio Lugus
In mezzo agli altri
E tace
Lui lo so
Non si dava pace

PER CERTI VERSI
I miei

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

I MIEI

i Miei
Quanto è stata dura…
Il cancro fu un’apnea incerta
Per tutto l’ossigeno che occorse
E chi resta fuori – come loro-
Con tutta la pena in gola
Si domanda
Ce la fara’
A rifiatare ancora?

MIA MADRE HA RETTO

mia madre ha retto
Non so come
La brutalità del nome
Cancro
All’unico figlio
Che ha potuto avere

È stata della speranza
La mia seconda incubatrice

MIO PADRE

mio padre non è cambiato
So che ha assimilato la bufera
Tagliando la legna del dolore
Per i miei futuri inverni
Da professore

PER CERTI VERSI
La mia fatica

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

MI DICEVA LA SIGNORA

lo sai cosa mi pesa?
Questa testa a ciuffi di calvizie
E questi venti chili
Di pancia tesa
Che non vanno giù
Sono guarita e offesa
Mi guardo
E non mi riconosco più
Dopo la chemio
E non l’accetto
Mi diceva la signora
Dal bel viso
Accanto
Al mio solito letto

LA MIA FATICA

anch’io ho fatto la mia fatica
A digerirmi così
Senza capelli
Che l’impiegata mi disse
Che quasi non mi riconosceva più
Tanto ero cambiato
Dal collo in su
I miei boccoli
Erano il passato
Lei l’aveva detto con franchezza
Mi aveva misurato
Con la mia debolezza

SEI SOLO E PRECIPITI

sei solo e precipiti
Con il tuo mondo
Fino a che avverti
Il baratro
È senza fondo

PER CERTI VERSI
La morfina

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

LA MORFINA

il dolore che invade
Un dolore enorme
Che pervade la fibra
Un dolore da delirio
Di sete e sveglie incessanti
Fiumi grandi e arsi
In gola solo oboli
Bagnati da canarini

Un dolore da soglia
Infranta e baratro
Che lascia viva la ragione
Un dolore che marchia
La memoria
Un fiotto di voce
Che mugola una tregua

Un dolore così
Da morfina

LA MORFINA II

Sembrava di volare
In un verdecalma
Remando verso il meglio
La morfina mi aveva spazzato
Da tutto il piombo operatorio
L’intero corpo liberato
Di sudore e sete
Al risveglio

PER CERTI VERSI
I libri mi hanno fatto…

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

I LIBRI MI HANNO FATTO

i libri mi hanno fatto
Compagnia
Senza leggere una riga
Ma erano lì a distrarmi
Dalla mia sfiga

ANDRÀ TUTTO BENE

gli amici mi hanno portato
Di peso
Sul letto operatorio
Il resto è stato un volto
Vedrà- mi disse-
Andrà tutto bene

Vulandra

racconto di Patrizia Benetti

Agostino costruisce aquiloni e li fa volare. Non è affatto facile. Ne perse uno in mare. Si ruppe il cavo. Troppo debole. Fu un vero dispiacere.
Ma il ragazzo rimediò all’errore. Ne fece un altro e un altro ancora e pian piano s’impratichì.
Agostino regge un filo tra le mani. Il vento dispettoso tenta di trascinarlo via,
ma le braccia del ragazzo sono forti e non intende cedere.
“Vuoi che ti aiuti?”, chiede il padre.
“No. Ce la faccio da solo”, risponde il giovane.
L’aquilone che Agostino ha fabbricato con le sue mani raffigura una maestosa aquila. È il suo vanto, la sua passione, la sua forza.
Purtroppo il ragazzo è intrappolato in carrozzina. Le fragili gambe a un certo punto non lo hanno più retto. Voleva morire. Gli amici pian piano erano spariti, lo avevano abbandonato a se stesso.
Agostino era un ragazzo attivo, ma questa battaglia gli pareva impossibile.
Spronato dal padre, si iscrisse in palestra. Conobbe un istruttore di body building, Filippo, che prese a cuore la causa del ragazzo. Lo stimolò, proponendogli esercizi sempre più impegnativi.
Agostino non temeva la fatica. Di fronte ai primi progressi, continuò imperterrito la terapia. Allenò le braccia ogni giorno, sollevò pesi. Seguì alla lettera gli insegnamenti di Filippo, diventato suo personal trainer.
Oggi è il grande giorno, c’è l’esibizione: Vulandra, a Ferrara, Parco Urbano. Nel cielo turchino volano aquiloni dalle forme e dai colori più disparati. È tripudio di gioia e libertà. Il sole si nasconde dietro una nuvola e il vento si alza impetuoso.
Il padre osserva ansioso il figlio, teme per lui ma rimane immobile.
Il ragazzo gli mostra i muscoli e stringe i denti.
Deve domare quel vento capriccioso, come il comandante di una nave doma il mare in tempesta. Ce la può fare. La speranza lo sostiene.
Non cede, non molla la presa. Ora ha preso il ritmo. Il suo magnifico aquilone ondeggia, piroetta, vira, vola giù in picchiata per poi risalire nel cielo turchino.
Gli spettatori applaudono ammirati.
Padre e figlio si guardano negli occhi e sorridono. La maestosa aquila vola fiera, guidata dalle abili mani di Agostino.

Father And Son (Cat Stevens, 1970)

PER CERTI VERSI
Di queste cose si può anche guarire

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
[Qui]

DI QUESTE COSE SI PUO’ ANCHE GUARIRE

di queste cose si può anche guarire
erano le diciassette di venerdì
diciassette marzo
millenovecentonovantacinque
non era primavera

SONO PASSATI ORMAI DIECI ANNI

sono passati ormai dieci anni
sai com’è fatta la memoria
si pensa si racconta
si fa storia

E TUTTA LA VITA SI SPANDEVA

si può guarire da certi mali
e tutta la vita si spandeva
liquida nella mente
mi ero fatto piccolo
infinitamente

DI MERCOLEDI’
Verde acqua

Di mercoledì ho saputo che dal prossimo settembre sarò in pensione. E’ accaduto una settimana fa e allora  la vita ha bussato, si è fatta avanti e anche senza scompigliare troppo le carte ha spostato il baricentro dei miei pensieri. Confusamente ho pensato che non ho libri che mi supportino in questo momento. Quante volte sono ricorsa a loro per farmi scudo verso gli impegni della giornata, anche la domenica; è stato come fare il pieno di carburante prima di partire. Ero pronta prima di uscire per un impegno famigliare, ero in anticipo e impiegavo quella mezz’oretta per leggere qualcosa, quasi sempre per rivedere un argomento delle lezioni del giorno dopo. Anche se tutto era già stato predisposto e ci avevo lavorato abbondantemente. Ma il viatico della lettura era un rito sedimentato da troppi anni, serviva a me per quella giornata stessa.

L’ho definito il terzo stadio della mia sindrome letteraria. Durante gli anni di Università ho capito che gli studi umanistici avevano a che fare con la mia identità; durante i lunghi anni di docenza è stato chiaro che insegnare per me significava fare opera di mediazione, offrire agli studenti tutte le mie conoscenze di contenuti e di metodo, ma soprattutto la passione. Da anni, ed eccoci allo stadio attuale, so che la letteratura soccorre anche le mie fragilità e mi rende meno vulnerabile.

In questi giorni, però, non succede: non mi vengono in mente libri che parlino di pensionamento. La galleria frettolosa di protagonisti che scorro non ha pensionati da presentarmi. Mi dibatto tra eroi di decine di romanzi di formazione, tutti rigorosamente giovani e speranzosi come Rambaldo di Rossiglione, che attende impaziente di affrontare la prima battaglia della sua vita e ascolta i consigli di Agilulfo, il cavaliere che non c’è ma sa di esserci, protagonista del celebre Il cavaliere inesistente di Calvino. Oppure penso a tanta narrativa dedicata a coloro che vivono l’ultima fase della vita. Mi pare che ultimamente siano diventati  proprio tanti; se ci penso l’amato Niente caffè per Spinoza di Alice Cappagli uscito l’anno scorso parla di questo. E di questo parla il comicissimo libro di Howard Jacobson, Su con la vita, che racconta le avventure quotidiane di una signora novantenne e delle sue badanti. Di come lei trascorra le giornate tormentandole con la lettura dei suoi diari e si dimostri lucida e attiva, arrivando perfino a procurarsi una caduta per dar loro qualcosa da fare.

Verde acqua si insinua piano: l’ho letto durante questi mesi così evanescenti da sembrare un tempo ora lunghissimo ora breve e fuori fuoco. E’ un diario che racconta due segmenti della vita dell’autrice, infanzia ed età adulta,  che vengono liberamente alternati e il lettore passa dagli anni dell’esodo da Fiume avvenuto per la famiglia della scrittrice nell’estate del 1949  fino all’oggi. L’oggi per Marisa Madieri, che ha raccontato di sé con generosità e con gentilezza, è il 27 novembre 1984. Sposata con lo scrittore Claudio Magris e con due figli maschi ormai grandi, vive col marito in una grande casa dove i libri si accumulano a grande velocità, dove, senza le voci dei due ragazzi, si è accumulato anche il silenzio. Ma il cuore è grande. Marisa lo riempie con i ricordi intensi di tutte le persone che ha amato: i genitori e la sorella, i nonni e più tardi le amiche e i colleghi, la sua nuova famiglia. Si può dire che il suo temperamento e la fede profonda l’hanno condotta ad amare il genere umano e i bambini. Cito da una delle ultime pagine: “Eppure, quando le persone che mi hanno conosciuto prima ch’io lasciassi l’insegnamento, che pure amavo, mi chiedono ‘cosa faccio adesso tutto il giorno’, mi riesce difficile spiegare in poche parole, senza cadere nella retorica, che il fronte del mio impegno attuale è sul confine tra la vita e la morte”. Allude da un lato ai viaggi che fa col marito, ai figli, al corso di informatica a cui si è iscritta per usare il computer appena comprato; dall’altro pensa ai bambini che hanno bisogno di aiuto per nascere e poi per crescere. Nel novembre del 1983 ha scritto nel diario una pagina breve in cui racconta di avere tenuto tra le braccia una bambina di poche settimane, Laura. Laura non doveva nascere, ma ora i colori delle sue guance e dei capelli, il rosa e il nero, hanno conquistato sia i famigliari che gli amici di famiglia, prima non disponibili ad accoglierla. ”Sono andata a trovarla assieme ad un’altra volontaria del Cav”, e mentre i giovani genitori le preparavano il biberon “pensavo che Laura in fondo era anche un po’ mia e non lo avrebbe saputo mai”.

Marisa convive da tempo con la malattia ma sa parlarne con pudore e un forte senso di cristiana accettazione. Le ultime parole del diario esprimono gratitudine, lei dice, per le persone “che non solo mi hanno aiutato a vivere ma, forse, sono la mia vita stessa”. Verde acqua è il colore del completo che la madre le aveva comprato per la sua prima festa ai tempi del liceo; un cardigan e una maglia a giro collo che la fecero sentire adeguata, elegante come le altre sue compagne. La madre, però, aveva portato al Monte di Pietà un bracciale di valore e una vecchia pelliccia per poter fare l’acquisto. “Verde acqua si chiamava quel colore, che per me è ancor oggi il colore dell’amore”.

Claudio Magris venne al Liceo a incontrare gli studenti qualche mese dopo la scomparsa della moglie, avvenuta nell’estate del 1996. Allora sapevamo del lutto recente che lo aveva colpito, e per questo notammo che si stava dedicando con generosità ai ragazzi, ma sembrava stanco. Spento. Anni dopo, mentre al caffè San Marco di Trieste mostravo ai ragazzi di quella bella gita scolastica tra Trieste e Fiume il suo tavolo fisso, dove si tratteneva d’abitudine a scrivere e a leggere, ripensavo a quella sua assenza di luce e speravo in cuor mio che la luce fosse presto tornata in lui.

Ecco, l’ho trovato il mio libro del momento. Scritto da una donna preziosa e dal nobile sentire che mi lascia un colore. Ora dovrò risponderle col mio, quando l’avrò individuato tra le possibili tinte di un tempo nuovo.

I riferimenti ai testi letterari provengono rispettivamente da:
Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959
Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza, 2019
Howard Jacobson, Su con la vita, 2019
Marisa Madieri, Verde acqua. La radura e altri racconti, 1998

DI MERCOLEDI’, la rubrica di indizi terrestri e letterari di Roberta Barbieri, esce su Ferraraitalia nel suo giorno dedicato.
Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

Il mio cortile

Il mio cortile è molto grande, preceduto da un portico, affiancato dall’orto, chiuso da una muraglia su tutti i lati. E’ una specie di grande stanza all’aperto che assicura la lontananza da sguardi indiscreti, da intromissioni non necessarie, garantisce tanto silenzio. Sotto il portico sono posizionati un divano di vimini e tre poltrone, la voliera con gli inseparabili, uccellini graziosi, colorati e canterini. Sono cinque: la coppia di genitori e tre figli nati in due nidiate diverse. Avrebbero dovuto essere quattro, ma purtroppo uno è morto neonato, soffocato dai suoi fratelli. La natura è feroce e crudele, si sa. Il cancello che dà sulla strada è di ferro verniciato di verde. L’aveva voluto così mio nonno e così è rimasto. Il cortile è un po’ in pendenza, rasenta le mura della città medioevale che non sono lineari e presentano un dislivello importante. La strada che passa davanti al cancello è in discesa. Una discesa bella ripida, in bici si può scendere a velocità folle e divertirsi da matti, rischiando la pelle. Da matti, appunto.

In questi tempi di epidemia, il cortile è una grande risorsa, ti permette di stare all’aria aperta senza uscire di casa. Se mai qualche proprietario di cortile non avesse avuto chiara la sua fortuna, i tempi odierni gliel’hanno svelato in tutta la sua verità. Enrico, mio nipote, pedala con la sua bicicletta rossa verso il sole e non sa che è un bambino fortunato, lo percepisce a livello fisico, non razionalmente. A volte salta dalla bici al monopattino, un altro dei suoi mezzi da cortile e, altre volte ancora quando pensa che nessuno lo veda, si rotola per terra come un maialino. Corre felice nel cortile, verso il tempo della sua vita, verso un mondo di fiabe che solo lui conosce, verso la sua infanzia inviolata. Nel cortile non entra la peste. La malattia è chiusa fuori con tutto il suo fardello di morte. La peste non perfora il cortile, non lo attraversa con il suo odore putrido, con il suo mantello nero e viola.  Enrico è piccolo, moro, con le gambe lunghe e un sorriso aperto. Parla e scrive, nonostante abbia quattro anni. Ama correre e saltare, vuole fare ginnastica con sua sorella. Come afferma Jean Piaget: “L’educazione dovrebbe avere come obiettivo la formazione di adulti creativi, pieni di idee e per niente conformisti”. Direi che con Enrico, siamo sulla buona strada.

Spesso mi chiedo come molti genitori educhino i lori figli. A volte non fermano delle abitudine malsane (guardare per ore tv, tablet e pc, usare continuamente il telefono, mandare messaggi all’universo, …), altre volte sgridano i figli  perché non obbediscono al loro volere, qualunque questo sia. Spesso la disobbedienza che tradisce la volontà dell’adulto sfocia in punizioni legittimate da un generico: “lo faccio per il tuo bene”. Bene di chi? Dell’adulto che sfoga la sua rabbia o del bambino che imparerà che le punizioni, a volte anche le sberle, hanno una loro legittimità? Trovo questa questione dell’obbedienza davvero pericolosa. L’obbedienza a tutti i costi che non dipende dalla ragionevolezza della richiesta, ma dalla imposizione della volontà di un adulto su un bambino, è vicino a qualcosa che io chiamo prevaricazione. Non credo che un bambino debba fare quel che vuole l’adulto perché è quest’ultimo a chiederglielo, ma perché quello che vuole l’adulto è una richiesta ragionevole. E’ il bambino che la deve considerare tale. Questo dovrebbe essere il senso dell’educazione quotidiana che si perpetra ogni giorno nei nostri cortili, tra le mura delle nostre case. Spesso i genito non interrompono comportamenti ‘negativi’ dei figli, perchè non li vivono come forme acute di disobbedienza. E’ questo il vero nocciolo della questione, ciò che ciascuno di noi ingloba nella categoria ‘disobbedienza’, nel suo senso, nelle sue conseguenze. Tenendo conto che come tutte le categorie, è anche questa appresa (‘disobbedire’ dipende spesso da comportamenti imitativi di quelle che sono le figure di riferimento), gli adulti hanno una grande responsabilità. Tralasciano spesso di intervenire in situazione dannose per il semplice motivo che non dipendono dal seguente postulato: “io ti dico cosa fare e tu fai quello che io decido, perché la decisione è presa per il tuo bene”. Credo sia ora di abbassare la presunzione di possedere la verità e di poterla imporre. Per dirla alla Jean Piaget: “ L’educazione dovrebbe avere come obiettivo principale la formazione di donne e uomini capaci di inventare cose nuove, che non finiscano per ripetere semplicemente ciò che le generazioni precedenti hanno fatto. Donne e uomini creativi, inventivi e amanti delle scoperte, che abbiano uno spiccato senso critico, che verifichino senza prendere per buono tutto quello che viene detto loro”. E per dirla alla Don Milani: “L’obbedienza non è una virtù”. Condivido questo pensiero, lo sposo in pieno.

Enrico è un bambino curioso, sempre molto attento. Coltiva l’orto con la nonna, mia madre. Piantano insieme i piselli e ridono del loro lavoro. Cucinano anche in coppia, puliscono la verdura, preparano la cena. A volte fanno merenda con i succhi di frutta alla pera e cantano le canzoni di Natale, anche quando è quasi Pasqua. Nel cortile, in questi giorni, Enrico vive tutte le sue giornate. Non può andare altrove, non ci prova nemmeno più. Racconta alle sue macchinine che la gita dell’asilo quest’anno non si farà, che al parco giochi non si può andare perché là c’è un virus che fa ammalare le persone. E allora è meglio il cortile con tutte le sue risorse. Enrico corre con la sua bicicletta rossa verso il tramonto. Scompare quasi nel rosso e sembra un pomodoro maturo. Lo guardo allontanarsi e vedo i suoi folti capelli e il collo rosa. Quel cucciolo d’uomo sembra da lontano una piccola pantera. E’ veloce, scattante, flessuoso, attento. Lo guardo pedalare e penso che anche per lui un futuro ci sarà. Forse lui diventerà un adulto diverso. Dovrà essere forte e determinato, dovrà lavorare per gli altri,  per la sua città e per tutti gli uomini della terra. Lui non sa cos’ha sulle spalle, un mondo intero che grava anche su di lui. Quel bambino è il cuore del mondo, è la sete che si sazierà, è il freddo che troverà il fuoco, è la nostra speranza per il futuro che verrà. Nel nostro cortile c’è un po’ del futuro di tutti.  E’ quel bambino che gioca tutto il giorno, corre felice, si rotola, canta. E’ quel bambino che ruba le fragole dall’orto e sorride a tutti, come se in ciascuno di noi ci fosse almeno qualcosa di bello che vale la pena di essere scoperto e ricordato. In quel bambino vedo tutti i bambini del mondo con i loro occhi limpidi, perché più vicini di noi alla verità. In questo periodo il cortile è una grande risorsa, permette di preservare i bambini dal pericolo del male e di concedere loro un angolo sicuro dove giocare. Vorrei poter regalare a tutti i bambini un cortile. Questo fazzoletto di terra recintato è un grande antidoto all’invecchiamento precoce, è un libro vivo dal quale si possono imparare molto cose. Nel cortile ci sono i lacci per legare alla vita ciò che è e  ciò che sarà, il tempo e il vento, il sorriso e le fragole. Sono contenta per Enrico, per com’è e per come diventerà. Poi resta il caso nefasto e la malattia mortale, ma questo nel cortile non ci sta.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi