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Marchionne: requiem di un A. D.

Marchionne è morto. Viva Marchionne! È quanto la vulgata corrente va ripetendo da giorni con un eccesso di lodi. Appena appresa la notizia delle gravi condizioni di salute dell’ad Fca, con una velocità che svela perfettamente il cinismo di questo sistema di produzione, è immediatamente stato sostituito ai vertici aziendali. Ormai alcuni giorni fa prima della sua morte avvenuta ieri. Ed impressiona questa velocità tanto che ci si chiede: se ciò avviene ai livelli alti figuriamoci nell’ultimo anello della catena! E vien fatto di pensare che nonostante la nostra individualità, la nostra insostituibile unicità siamo tutti pezzi di ricambio di un meccanismo che non ammette inciampi. Perché non si perda un attimo, perché la catena di comando deve essere sempre in perfetta efficienza, perché il governo dei flussi finanziari non ammette incertezze. E i mercati hanno bisogno di sapere, di avere notizie sullo stato di salute dei top manager affinché le fluttuazioni di borsa non ne risentano. E così ecco le postazioni fisse delle Tv di tutto il mondo davanti l’ospedale svizzero che hanno trasmesso servizi giornalistici quotidiani ad ogni edizione di tg. Non c’è spazio per un fatto intimamente ed esclusivamente privato come la morte. Forse il più privato di un’esistenza umana. Non c’è spazio per la pietà, per la compassione. Business is business. A questo modo di procedere si sono accodati tutti i mezzi di informazione. Fin dal primo giorno, con un corpo ancora pulsante seppur in condizioni irreversibili, tutti i tg hanno mandato in onda i cosiddetti “coccodrilli” sulla figura del manager italo-canadese, che di solito si fanno a babbo morto. Un cattivo gusto con pochi precedenti nella storia del giornalismo. Tanto che il primo giorno, di primo acchito, accendendo la Tv l’impressione è stata che la notizia fosse la già avvenuta scomparsa di Marchionne. Altrettanto ha fatto la carta stampata pubblicando spaginate a go go. E poi servizi giornalistici quotidiani. Tutto diventa spettacolo. Eclatante in modo artificioso, perché occorre vendere i giornali e le inserzioni pubblicitarie negli stessi e nelle tv. Tutto diventa sensazionale. Come se mai nessuno morisse ogni giorno, ogni istante nel mondo. Dall’immigrazione alla morte di Marchionne tutto è spettacolo con una finalità economica.
Non c’è tempo da perdere. Le borse reclamano certezze. La morte di una persona non può, non deve interferire con i mega flussi finanziari. È un dettaglio insignificante. E qui sta la parabola di Sergio Marchionne. Lui che ha portato Fca con tutti i suoi marchi (da Ferrari a Alfa Romeo) a Wall Street. Sapeva perfettamente che queste sono le regole del gioco del mercato globale che non si sarebbe commosso più di tanto per la sua scomparsa quando fosse giunto il momento che non immaginava così presto. Siamo noi comuni mortali che restiamo attoniti difronte a tanto cinismo, a questa rapida sostituibilità.
Da più parti si sono sprecate le lodi al manager, come se noi italiani avessimo ancora un’industria automobilistica da difendere. Abbiamo solo degli stabilimenti (quelli sopravvissuti, Termini Imerese ha chiuso e Pomigliano non è in ottima salute) di un’impresa che ha sede legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra e un cervello strategico a Detroit. È bene saperlo per non illudersi. Questo è quanto è avvenuto in questi anni in estrema sintesi. Con la politica che è rimasta a guardare impotente, come oramai avviene per tutti i processi di globalizzazione, e a subirne le conseguenze. Le decisioni di politica industriale, di assetti politico-economici, non le prendono più i parlamenti, ma i mercati globali. E questo è quanto è successo anche a noi con Fiat. Non mi dilungherò sulla democrazia interna all’ex Fiat (esiste una letteratura corposa in merito alla quale ho dato un piccolissimo contributo col mio libro Rappresentanza sindacale, rappresentanza politica e tutela del bene comune. Cgil e Pci nella Fiat degli anni ’80, Festina Lente edizioni). Marchionne in questo è stato in perfetta continuità con la storia ultra centenaria della Fiat di discriminazione politico-sindacale e di negazione dei diritti. Nulla di nuovo da questo punto di vista. Di nuovo c’è stata la rottura con Confindustria nel 2012 e l’uscita dall’associazione degli industriali con conseguente disdetta dei contratti nazionali di categoria.
Cosa sarà adesso della produzione automobilistica in Italia è presto per dirlo. Marchionne credeva nei marchi di alta gamma, quelli che potevano garantire un margine di profitto più alto (Alfa Romeo, Maserati, Ferrari) tutti prodotti in Italia. Vedremo cosa sarà del nuovo assetto dirigenziale. Di certo la notizia di martedì scorso delle dimissioni di Alfredo Altavilla, responsabile per l’Europa di Fca, indicato da alcuni come il successore di Marchionne, e che avrebbe simbolicamente rappresentato la permanenza in mani italiane del massimo vertice aziendale, non promette nulla di buono. Altavilla è considerato uno degli artefici del distacco da General Motors e della fusione con Chrysler e indicato come “ministro degli esteri” di Fca. Manley, attuale ad di Fca nominato all’indomani del peggioramento delle condizioni di salute di Marchionne, ha assunto ad interim le funzioni di Altavilla. Cosa ciò significhi in termini di ricadute strategiche, anche nel nostro paese, lo scopriremo nei prossimi mesi.
In questa globalizzazione dei mercati in un settore come quello della mobilità individuale, alla politica forse resta il compito fondamentale di definire le linee strategiche di quale tipo di mobilità dei cittadini si vuole nelle nostre città per i prossimi decenni. Forse questo è un terreno in cui la politica può riappropriarsi del ruolo che le è stato sottratto dalla globalizzazione. Semmai questo ruolo volesse giocarlo, ma ho dei dubbi ce ne sia la consapevolezza. Perché parlare di automobili significa parlare di mobilità che è un tema strettamente politico. Dietro la parvenza di scelte manageriali e di mercato su quali modelli sfornare e con quali caratteristiche in realtà c’è un’idea precisa di società, una società basata sul trasporto individuale, dunque sull’individualismo, sulla massima libertà nell’uso delle risorse e degli spazi urbani (si dimentica troppo facilmente che le auto private occupano uno spazio che è collettivo, per non parlare della qualità dell’aria e dell’incidentalità), in cui queste risorse e questi spazi sono usati in primo luogo da chi ha il potere economico per farlo a cui le case automobilistiche principalmente guardano. E tutti gli altri restano a piedi. In senso letterale. Sul tipo di mobilità, collettiva o individuale, si gioca un pezzo importante della partita della democrazia poiché la mobilità ha a che fare con la possibilità di partecipare alla vita democratica sociale ed economica del proprio paese e delle proprie città. E allora puntare sul trasporto collettivo vuol dire scommettere sulla partecipazione delle fasce più deboli della società, sull’inclusione e non sull’esclusione. Un tema questo, ovviamente, che non si può imputare a Marchionne o a chi per lui, ma che attiene al ruolo della politica se non vuole essere un’ancella dell’economia.

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“I manager hanno snaturato le banche che inseguono il budget invece di essere arbitri del gioco”

(Pubblicato il 19 marzo 2015)

“Finanza etica? La si può fare in due modi. Operando con Onlus e associazioni che non hanno scopo di lucro, come fa ad esempio Banca Etica, oppure pronunciando ogni tanto qualche bel no”. Ad affermarlo è Demetrio Pedace, direttore della filiale ferrarese di Cassa padana. E perché non si pronunciano quei no?, domandiamo. “Perché per farlo bisogna essere obiettivi nei giudizi, e invece ad un certo punto nelle banche  sono arrivati i manager e con loro i ‘budget’, e da allora tutto si è snaturato. Da lì in avanti tutti quanti, dal direttore agli impiegati, hanno smesso di ragionare con la loro testa ed hanno piegato tutti i loro comportamenti al raggiungimento del budget ad ogni costo. L’unica logica ammessa è diventata quella commerciale, e nelle valutazioni e nelle conseguenti scelte questo ha pesato eccome. L’obiettivo commerciale raggiunto (calato spesso dall’alto) è diventato l’unico metro per valutare un dipendente e le sue prospettive di carriera. Da una parte la lusinga della gratifica economica se si realizza l’obiettivo, dall’altra la penalizzazione nel caso opposto. Ed è chiaro allora da che parte ci si butterà. Peccato che così facendo, di etico resta ben poco. Si perde l’obiettività di giudizio, la possibilità di valutare i progetti senza condizionamenti, di soppesarli per quel che sono allo scopo di capire quando reggono e quando invece non stanno in piedi; e in quei casi rifiutare il finanziamento. Ora, invece, se mi viene posto l’obiettivo di stipulare cento mutui e sono a novantasette, è chiaro che per fare i tre che mi mancano e intascare ‘il premio’ farò di tutto, fino a ripescare quelli inizialmente scartati perché considerati a rischio”. Per non parlare di come gestirò i risparmi delle persone (e la loro fiducia), mentre sono pressato dai report sui risultati “dell’ultima campagna commerciale in corso…”

Ma se è così perché nessuno pone il problema?
Premesso che stiamo chiacchiarando e quindi inevitabilmente generalizzando, mentre invece ogni caso e ogni banca andrebbero analizzati singolarmente perché ognuno fa storia a sé (una delle cose che mi fa arrabbiare di più è la frase: “tanto le banche sono tutte uguali”…), io ho un mio empirico e molto personale modo per valutare l’approccio di una banca al mercato: guardo da quanto tempo il suo direttore generale è in carica. Mi spiego meglio: se io sono un manager che si è dato “obiettivi sfidanti” e al raggiungimento di tali obiettivi ho strappato nel mio contratto importanti benefit economici, farò di tutto – lo ripeto: di tutto…- per raggiungere l’obiettivo. Spremerò il limone fino all’ultima goccia, e chissenefrega delle conseguenze. Se ne occuperà quello che arriverà dopo di me, perché io nel frattempo sarò altrove, con i miei bonus in tasca, pronto per altri ambiziosi traguardi… Se invece il mio obiettivo è di far durare la banca nel tempo, tenerla al riparo dalle intemperie dei mercati, tutelando al contempo i soci della banca e la clientela affinché entrambi trovino in banca risposte serie e coerenti, ignorando scorciatoie per accelerare (meglio: drogare) i risultati economici di breve periodo preferendo un’ottica di medio lungo periodo, allora non sarò costretto a promettere  nulla di “mirabilante” per farmi pagare e potrò concentrarmi su una sana  e prudente gestione. Piccolo problema: sarò un manager che guadagnerà decisamente meno.

Anche lei fa questo mestiere, come si comporta?
Cerco di essere coerente con la mie convinzioni, per questo mi è già capitato di cambiare più volte istituto. Ho lavorato in passato, purtroppo, sotto pressioni commerciali al limite del sopportabile e me ne sono andato, non perché scappassi dai crolli imminenti, ma al contrario perché non condividevo il modo di agire dei vertici. Qui in Cassa padana ho trovato finalmente un ambiente di lavoro che rispetta la funzione autentica della banca così come io la intendo.

In cosa sta la diversità?
Siamo una banca legata ai territori in cui opera e che con i suoi territori condivide il destino. Usiamo spesso un immagine: se il territorio in cui opera la banca fosse un acquario, noi non saremmo fuori a guardare ma dentro a nuotare, nella stessa acqua con le famiglie e le piccole e medie aziende. Per questo motivo facciamo di tutto perché il territorio sia sostenibile, perché se manca l’acqua nell’acquario, o se non è sana, muoiono tutti i pesci che stanno dentro, noi inclusi.
E’ un modo di intendere l’etica nella finanza, perché poi alla fine – stringi stringi – l’etica è nei comportamenti ripetuti giorno dopo giorno, ed è un concetto che in banca va a braccetto con quello della sostenibilità. Anche noi facciamo i conti e abbiamo un bilancio (non siamo un ente no-profit) ma tutte le scelte vanno nel senso della sostenibilità nel tempo delle relazioni e nel cercare di sviluppare il territorio in cui operiamo. Questo però mi porta a fare un’ulteriore riflessione in tema di etica.

Cioè?
Il tema della finanza etica non va rivolto solo alle banche. La finanza la fanno insieme la banca, l’azienda, le associazioni di categoria, i professionisti (commercialisti e consulenti vari). Tutti questi attori insieme, con i loro comportamenti, fanno (o non fanno) un sistema etico.
Spesso noi banche finiamo accusati sulla stampa perché non aiutiamo le aziende. Ma cosa significa esattamente? che non diamo loro tutti i soldi che ci chiedono ogni volta che ce li chiedono? Vorrei dire: e meno male… Oppure che non c’è dialogo tra banca e azienda? Altro covo di luoghi comuni. Cosa vuol dire dialogo? Chi fa impresa ha in mente i suoi obiettivi e cerca tendenzialmente una banca che gli dia i soldi che gli servono e un consulente che gli dica cosa fare per realizzarli. Ma sia nella fase di definizione degli obiettivi, sia quando occorre affrontare i problemi delle aziende io come banca ben raramente vengo interpellato, salvo che a scelte già prese o a frittata già fatta. Scommetto che lo stesso capita anche con i professionisti, per esempio con i commercialisti. Loro dovrebbero ascoltare i clienti, consigliarli, indirizzarli, orientarli nelle scelte gestionali. Ma se si comportano così risultano dei rompiscatole che fanno perdere tempo, che si mettono di traverso. E siccome di tempo ne dovrebbero perdere davvero tanto per seguire seriamente ogni impresa, col rischio magari di essere liquidati perché si impicciano troppo e anziché trovare le soluzioni muovono obiezioni, ecco allora che spesso finisce che rinunciano al ruolo che competerebbe loro e attaccano il carro dove vuole il padrone, limitandosi a valutare gli aspetti fiscali e contributivi. Non vale ovviamente per tutti, ma la maggior parte ormai si regola così. Insomma: l’imprenditore che dice di non ricevere aiuto, intende dire che non trova abbastanza persone in giro che gli danno sempre ragione? E’ davvero disponibile a sentirsi dire dal suo professionista di fiducia o dalla sua banca di sempre: “la tua idea è sbagliata, siediti qua che ti spiego perché”?

Guardandoci intorno, lei che è uomo di banca come spiega le difficoltà della Carife?
Come uomo di banca non voglio dire nulla semplicemente perché non lavoro per loro e direi quindi delle cavolate. Come cittadino ferrarese però io faccio sinceramente il tifo affinché la banca della città riesca ad uscire dalle sue difficoltà e ritorni ad essere un motore dell’economia ferrarese. Perché se è vero che nel quotidiano io sono e sarò un loro “competitor”, è altrettanto vero che come cittadino ho goduto di quanto sul territorio la Carife ha sempre fatto per la città. L’unica cosa che dico è che la mia sensazione è che nessuno contesti loro le vicende cittadine – penso al crac Coopcostruttori e ad altre crisi di altri grossi gruppi ferraresi – perchè erano imprese del territorio ed era nella logica delle cose sostenerne lo sviluppo. Ovviamente con il senno di poi sono bravi tutti, e quindi si sono sprecate le analisi da cui risulta che si potevano fare scelte diverse, ma di fatto la loro operatività andava a beneficio del territorio, creava ricchezza e difendeva posti di lavoro. Quello che alla gente non va giù sono invece le scelte aziendali fatte “lontano da casa”, le operazioni andate male fatte su altri territori. Ma ripeto: parlo da cittadino, senza nessuna conoscenza dei numeri e delle reali situazioni della banca. Penso solo che alla fine si ritorna sempre al concetto di territorio: la gente pensa che le banche (non solo le banche di credito cooperativo come quella in cui lavoro io che ce l’hanno scritto perfino nello statuto, ma anche le altre, e in primis le Casse di risparmio e le Banche popolari) devono essenzialmente propiziare lo sviluppo delle comunità di cui sono espressione, delle aree di appartenenza. Tornando a Carife, per anni ha alimentato la sua Fondazione che a sua volta riportava la ricchezza prodotta sul territorio, sostenendo la cultura, le associazioni, lo sport e alimentando così un sistema virtuoso. Con la crisi della banca il meccanismo è andato in corto circuito e oggi la città è oggettivamente più povera. Per questo, da cittadino, faccio il “tifo” per loro.

Ma il modello di banca che tutti rimpiangono, quello in cui il direttore si sedeva davanti a te, ti ascoltava e ti guardava negli occhi e sulla base dell’esperienza e della validità del progetto esposto decideva se sostenere l’impegno, è ancora proponibile o destinato ad alimentare la nostalgia del tempo che fu?
Ma guardi che è quello che faccio dalla mattina alla sera! E di sicuro non sono l’unico. E aggiungo anche che è un sistema che paga. Il sistema delle pressioni commerciali e dei budget alla lunga lascia sul campo “morti e feriti”: direttori “bolliti” che vanno riciclati in altri ruoli ma di fatto diventano un peso aziendale, clienti e aziende che chiudono i conti, cause giudiziarie… Il sistema “sano” è quello in cui mentre sto seduto ascolto davvero, non sto lì a pensare mentre l’altro parla: “e adesso a questo qua cosa gli vendo?”

Quindi qual è il suo auspicio?
Ha presente il Monopoli? Se uno vuole vincere a Monopoli, cerca di comprare Parco della Vittoria” e di metterci le case e gli alberghi sopra, oppure compra le “stazioni”. Chi invece a monopoli tiene “la banca” non vince e non perde; è un pezzo delle regole del gioco, non un giocatore come gli altri. Si diverte se il gioco fila liscio e tutti giocano con profitto. Ecco, spero che le banche tornino a fare le banche tenendo presente che, come dicevo prima, siamo tutti pesci nello stesso acquario: le risorse devono essere tutelate e durare nel tempo per tutti. Perché se l’acqua diminuisce o non è limpida nuotiamo peggio tutti, o magari finisce che non nuota più nessuno.

masaccio

Italia corrotta, il cattivo esempio da politici e vip senza vergogna

(pubblicato il 26 febbraio 2014)

Il termine vergogna viene dal latino ‘vereri’: provare un sentimento di timore religioso o di rispetto. La vergogna è rappresentata nella pittura con il gesto del nascondimento. L’immagine classica è quella di Adamo che si copre con le mani il viso, mentre è cacciato dal Paradiso assieme a Eva: la troviamo nella Cappella Brancacci a Firenze dipinta dal Masaccio.
Insomma chi prova questo stato emotivo abbassa gli occhi, cerca di sfuggire il contatto, si nasconde. Un passaggio ulteriore del discorso sulla vergogna è registrarne il carattere di emozione fortemente sociale e relazionale. E la conseguenza più lacerante di questo stato d’animo è la perdita di autostima, perché entra in crisi la propria immagine davanti agli altri.
Se queste considerazioni sono fondate, la presenza o l’assenza di vergogna rappresenta un fattore cruciale per comprendere la qualità dell’ethos pubblico di una società. Senza moralismi e piagnistei proviamo a chiederci perché in Italia da alcuni decenni l’uomo pubblico (politico, imprenditore, manager, calciatore, attore…) non prova vergogna se colto in flagrante come responsabile di reati gravi quali la corruzione e l’evasione fiscale. Evidentemente, non scatta una adeguata reazione sociale di respingimento e condanna perché la società è disposta a transigere e a ‘comprendere-giustificare’.
Perché? Ecco la domanda che ci facciamo in tanti. Sarebbe necessario un lavoro di ricerca interdisciplinare (storia, antropologia, psicologia sociale) per andare in profondità nell’individuare le cause di una vera e propria anestetizzazione dell’opinione pubblica rispetto a questi mali.
Niente più ci scuote. Il rapporto della Commissione europea che ci attribuisce il 50% della corruzione nei paesi dell’Unione, invece di farci vergognare e costringere il governo e il Parlamento a mettere in cima all’agenda politica tale emergenza, è stato rapidamente archiviato dalla classe politica e accolto con indifferenza dall’opinione pubblica. Eppure i connubi a cui rinvia l’evocazione di questo cancro vanno al cuore del funzionamento delle Istituzioni, della società e del mercato: politica e affari, politica e criminalità, affari-politica-imprese-pubblica amministrazione. Altro che moralismo! E’ centrale questione politica che attiene alla credibilità del nostro Paese in Europa e nel mondo.
Perché nessun partito politico fa sua questa emergenza? Gli annunci di rivoluzione (anche dell’attuale governo Renzi) riguardano tutti i campi, dal mercato del lavoro alla burocrazia, ma nessuno propone leggi severe contro i corrotti e i corruttori! Nel tempo dei sondaggi e del ‘mercato politico’ è logico pensare che se portasse consenso lo farebbero.
Allora sorgono spontanee alcune domande inquietanti. E’ perché il proprio elettorato di riferimento non sarebbe d’accordo? E’ perché il tema è minoritario fra l’opinione pubblica? E’ perché la corruzione è ormai parte del normale funzionamento della vita produttiva, politica e amministrativa? E’ perché si è smarrita la differenza tra ciò che è dovuto come diritto e ciò che è frutto di atti contro il rispetto delle regole e della legalità? E’ perché la rete degli scambi irregolari si è fatta talmente molecolare e capillare da costituire la base su cui si regge l’equilibrio del sistema? E’ perché il lavoro in nero, l’illegalità, l’evasione fiscale sono ormai fenomeni di massa non sradicabili? Ovviamente queste domande scomode sono retoriche, perché la mia risposta è sì a ciascuna di esse. Ogni ‘grande’ male (e la corruzione lo è…) per poter diventare tale deve contare su una larga complicità e connivenza. Senza individuare questo ‘basso continuo’ si corre il rischio di guardare il problema da lontano, come se fosse estraneo a noi e alle nostre cattive pratiche. Questa pista di ricerca non è certo consolatoria, ma ci aiuta a capire perché da Tangentopoli ad oggi la corruzione è aumentata e non diminuita.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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L’OPINIONE
Sala d’aspetto. Alla politica non bastano i manager, servono i visionari

E adesso, sulla scia di una tendenza diffusa, per il Comune di Milano si parla con insistenza di una candidatura a sindaco di Giuseppe Sala, commissario unico di Expo e in precedenza amministratore delegato di Pirelli e direttore generale di Telecom. Ma non è così che la politica risolverà i suoi problemi – delegando ai manager – perché la politica non è solamente tecnica, ma prima di tutto visione, cioè capacità di delineare scenari, definire prospettive, orientare il cammino del ‘qui ed ora’ verso una meta attesa e desiderabile.
I tecnici ai vertici delle istituzioni politiche, peraltro, non sono una novità, negli ultimi 20 anni li abbiamo visti più volte, negli enti locali come al governo centrale: Monti, Ciampi, Dini… Le loro competenze sono utili se poste al servizio della buona politica, ma insufficienti se spese al vertice, dove sono richieste anche doti che i manager non sempre hanno. Perché dal vertice devono partire indicazioni di percorso, elaborate sulla base di un progetto, da tradurre e attuare in termini operativi. E per questo il vertice deve essere capace di illuminazioni che vanno oltre l’ingegneristica e sfiorano l’utopia: il politico deve avere la lucida e chiara proiezione sul domani e l’autorevolezza per creare consenso intorno ad essa, saper prefigurare le tappe e i passi da compiere oggi in vista dell’obiettivo da realizzare. I tecnici sono funzionali a questo disegno, ma non possono svolgere quella funzione se non sono dotati di ‘capacità visionaria’.

Questa insistenza sui tecnici e sui manager da una parte appare come una resa, un’insincera abdicazione della politica al suo ruolo: suona un po’ come demagogica concessione alla ‘piazza’, giustamente nauseata dalla condotta da avanspettacolo (o peggio) di molti politicanti incapaci o corrotti.
Ma dall’altra invece si prospetta come raffinato e occulto sistema di controllo di secondo livello, con presentabili manichini in vetrina e la regia ben salda nella mani di chi sta nel retrobottega. Se io premier (tanto per dire) designo ai vertici degli enti locali uomini capaci di fare ma non di progettare, potrò sempre (direttamente o tramite i miei accoliti) esercitare un condizionamento in termini di influenza sulle loro scelte strategiche senza incontrare troppa resistenza.
E’ un pensar male? Può darsi. Ma nell’un caso e nell’altro la cosa è sbagliata. Nel primo caso perché la politica deroga al proprio compito e demanda ai macchinisti la conduzione del treno verso un binario morto. Nel secondo perché i poteri forti sostituiscono la propria capacità di condizionamento al legittimo controllo democratico e restano occulti e intangibili.
Non è poi affatto detto che i due scenari siano alternativi, potrebbero anche agire simultaneamente, rispondendo a due diffuse e strumentali convinzioni, entrambe solide in questa delicata contingenza ed entrambe pericolose: la crisi di rigetto per la politica ‘tout court’ (causata dal disgusto creato dai politicanti) e la nostalgia per il dirigismo dell’uomo forte.

Resta comunque il fatto che tecnici e manager possono svolgere funzioni solo temporali di surroga in contingenze particolari, ma non devono sostituirsi stabilmente a chi ha la capacità di orientare il fare in funzione dell’essere, cioè di un preciso di disegno di progresso sociale, perché precisamente questo è il senso dell’agire politico e del governo della comunità.

Oltretutto, di politica e di politici veri si avverte particolarmente il bisogno proprio in frangenti come quello attuale. Siamo nel pieno gorgo di una crisi strutturale, che si risolve solo se si delinea un nuovo scenario, un nuovo paradigma. E per definire una via d’uscita occorre uno sforzo enorme, servirebbe la capacità dei padri costituenti che fra le macerie della guerra e della distruzione dello Stato italiano seppero definire il cammino della democrazia, indicarne il perimetro e le tappe per realizzarlo. Servirebbero uomini come alcuni di quelli che ne hanno accompagnato il percorso: un Berlinguer, un Dossetti, un Moro, un La Malfa, un Altero Spinelli, un La Pira, un Ingrao, un Langer… Servirebbero leader capaci di scrutare l’orizzonte, individuare la strada, mostrarci di nuovo le stelle.

LA STORIA
Diario di un cassintegrato/2 – Il dissesto: manager rampanti e impreparati distruggono l’azienda gioiello

2. SEGUE – Siamo in un piccolo comune di circa novemila abitanti nel cuore della bassa bolognese. Anche se l’economia del territorio circostante è prevalentemente agricola, il distretto industriale del comune ha conosciuto, soprattutto a partire dagli anni settanta in poi, un notevole sviluppo imprenditoriale. È appunto nell’area industriale situata ad un paio di chilometri dalle due frazioni affacciate alla Porrettana, principale via di collegamento tra Ferrara e Bologna, che si trova il grande impianto dello stabilimento in questione.
La fabbrica venne costruita intorno al 1970 su iniziativa di un giovane e intraprendente imprenditore bolognese. Originariamente si trattava di una piccola ditta operante nel campo dei semilavorati plastici con sede a San Lazzaro di Savena, ditta che nel giro di pochi anni decuplicò il proprio volume d’affari diventando di fatto una delle realtà industriali più attive e promettenti del settore. Negli anni novanta l’azienda è già inserita tra i massimi esportatori europei con clienti sparsi in tutto il mondo.
Nel 2000 l’azienda toccherà il suo apice produttivo con l’istallazione di una quarta linea di produzione, fase che però segnerà anche l’inizio di un lento, quanto inesorabile, declino.
Nel biennio 2000-2001, per avviare e consolidare la nuova linea, vengono assunti una quarantina di nuovi operai, raggiungendo così la sua massima occupazione di sempre, ovvero un totale di circa duecentotrenta dipendenti, tra operai, impiegati e quadri dirigenziali. Gli ingenti investimenti fatti per l’ampliamento degli impianti produttivi, fatalmente coincidenti con la congiuntura economica negativa creatasi dopo gli eventi legati all’undici settembre 2001, costringono l’azienda a chiedere aiuto alle banche. Dopo poco, il suo stesso fondatore, un uomo ormai anziano e senza nessun erede interessato a subentrargli nella conduzione dell’impresa di famiglia, decide di mettere in vendita lo stabilimento, cercando un acquirente in grado di ripianare il passivo con le banche e di garantire al tempo stesso il mantenimento dell’occupazione.
Nel 2003, una società di capitali francese operante nello stesso settore chimico-plastico accetta la proposta del vecchio imprenditore bolognese, rilevandone l’azienda con la promessa di risanare il bilancio e di salvaguardare i posti di lavoro. L’azienda cambia così nome e proprietà, ma fabbrica e soprattutto i suoi dipendenti restano gli stessi. Per i nuovi padroni è il terzo e ultimo stabilimento in ordine di acquisizione, ma è anche il maggiore impianto produttivo del gruppo.
Dal 2004 il giovane rampollo della ricca famiglia neoproprietaria dello stabilimento ne affida la gestione a una coppia di manager di sua conoscenza (uno di loro è un suo vecchio compagno di studi). Questi, con alle spalle un curriculum non proprio lusinghiero e approfittando della fiducia riposta dalla proprietà, intraprendono una politica di investimenti arrembante quanto spregiudicata. Investimenti che nel tempo si rivelano sbagliati, come l’acquisto di un costoso macchinario progettato per la fornitura di una serie di commesse per un grosso cliente americano. L’impianto, non preventivamente collaudato, si rivela inefficace e causa l’annullamento del contratto, con conseguente perdita di soldi e cliente. Purtroppo, la leggerezza dimostrata in quell’occasione sarà solo il primo di una serie di passi falsi della dirigenza, che negli anni successivi si tuffa imperterrita in altri investimenti di dubbia efficacia. Intanto il debito con le banche non accenna a diminuire e, per rendere il passivo di bilancio meno gravoso, si decide di risparmiare sul costo delle materie prime e sul processo di lavorazione. Queste scelte provocano una progressiva diminuzione della qualità dei prodotti che influirà su tutta la filiera commerciale peggiorando inevitabilmente l’immagine del gruppo.
L’azienda bolognese era famosa per l’eccellenza dei suoi prodotti e per la straordinaria capacità di soddisfare tutte le esigenze di una clientela molto variegata. Il nuovo management, per contenere i costi, decide di non puntare più sulla qualità del prodotto e di eliminare la piccola clientela per dedicare tutte le energie al soddisfacimento del grande fabbisogno di semilavorato delle multinazionali asiatiche e americane. Pochi grossi clienti che però hanno dalla loro un enorme potere contrattuale e obbligano l’azienda stessa ad accettare le loro condizioni riguardo a prezzi e pagamenti, col risultato di ridurre all’osso i margini di guadagno per chilo di prodotto e di impoverire tutto il processo produttivo.
È così che l’intero gruppo industriale italofrancese entra ben presto in un vortice di situazioni senza controllo: un nuovo mercato con una fortissima concorrenza internazionale (cinesi e indiani in primis), impianti obsoleti e interventi strutturali sbagliati, una gestione del personale assente, la nomina di quadri dirigenziali inadeguati, ed infine la riduzione dei margini di guadagno e la conseguente impossibilità di risanare il debito con le banche.
Di anno in anno la situazione economica si fa sempre più critica: il bilancio rimane costantemente in passivo e il debito aumenta in modo esponenziale. Nel 2010 la proprietà cerca finalmente di correre ai ripari allontanando i due manager ritenuti responsabili di sei anni di gestione disastrosa. La nuova dirigenza inizia così la sua opera di risanamento, e lo fa intervenendo sul costo del personale.
Per scongiurare l’ipotesi dei licenziamenti, che porterebbe ad un inevitabile scontro frontale tra azienda e lavoratori, si decidono nuove turnazioni che portano ad una graduale riduzione dei giorni di riposo, si aumenta cioè l’orario lavorativo mantenendo il salario inalterato. Il conseguente malcontento e le preoccupazioni dei lavoratori appaiono evidenti nelle assemblee sindacali, dove viene approvato un pacchetto di scioperi che provocherà un’interruzione del dialogo tra azienda e sindacati, con proprietà e dirigenza più che mai intenzionate a continuare a perseguire le loro strategie senza coinvolgere i lavoratori.
Tuttavia, la linea di condotta della dirigenza si rivela ben presto controproducente, e anche la carta della mobilità volontaria risulta inutile per il rifiuto di tutti i lavoratori interpellati. Alla fine la società, messa alle strette dalle banche, riprende il dialogo coi lavoratori e, con l’avallo dei sindacati, propone e stipula i cosiddetti “contratti di solidarietà”, l’accordo prevede che ogni dipendente accetti di ridursi il salario per permettere a tutti di mantenere il proprio posto di lavoro.
Purtroppo quest’ennesimo tentativo non riesce ad invertire la rotta e viene aperta la cassa integrazione straordinaria, ormai è tardi ed è chiaro per tutti che il destino di questa fabbrica dal fiorente passato sia definitivamente segnato.
Il buco di bilancio è pauroso (circa settanta milioni di euro nel 2012), le banche creditrici non accettano il piano di risanamento proposto dalla società e viene avviata una procedura di amministrazione straordinaria in cui la gestione viene affidata ad un commissario nominato dal tribunale. Gli eventi precipitano e, per poter salvare il gruppo, si decide di sacrificare lo stabilimento bolognese scorporandolo e mettendolo in liquidazione. In molti lavoratori, tutti collocati in cassa integrazione straordinaria, rimane la vana speranza che qualche acquirente si faccia avanti per riscattare lo stabilimento e ripartire.
La realtà attuale è che l’intero gruppo industriale è stato messo in vendita e, qualunque cosa accada da ora in avanti, la filiale bolognese è stata esclusa da ogni ipotesi di accordo. I suoi impianti saranno smantellati e i lavoratori, cessati i termini della cassa integrazione straordinaria, passeranno tutti quanti in mobilità.

2. CONTINUA [leggi la terza parte]

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Sara Noli, la ragazza del cubo che ama il jazz e la sociologia

Quando balla sul cubo è Susy Vix, poca stoffa e molta adrenalina addosso. Trasgressiva e sicura di sé appare nelle foto della sua pagina Facebook. Ma Sara Noli, maturità classica e studi universitari per ora interrotti, non corrisponde allo stereotipo. “Le belle sono stupide? Se fosse così le brutte dovrebbero essere tutte intelligenti. E non mi risulta”, dice con arguzia. A 24 anni mostra grande consapevolezza. “Io non sono il mio lavoro”, afferma con serenità. “Indosso una maschera, come fanno tutti quanti, anche quando non se ne rendono conto”. E’ cosciente che il ruolo che ha scelto per sé può generare equivoci. E sfugge alle ambiguità. E all’etichetta di ‘ragazza facile’ stampata da qualche moralista. “Facile perché? Perché mi mostro in slip e reggiseno? Al mare c’è chi fa ben di peggio. E anche in sala, qualche volta, benché i posti dove lavoro siano tutti di ottimo livello”. Ma se capita il caso, affronta il rischio. “Nei locali ogni tanto succede che qualcuno ci provi e capita allora che voli qualche schiaffo o qualche pugno. So difendermi, ho imparato fin da ragazzina. I miei genitori erano separati, in casa ero tranquilla ma fuori sfogavo la rabbia repressa, pure fisicamente.

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Sara Noli durante l’intervista

Ho fatto danza classica e danza jazz, ma ho sempre praticato anche molto sport e ora per tenermi in forma faccio crossfit, l’allenamento dei marines. Una volta ho dato uno sberlone a uno che era il triplo di me. E’ stato istintivo. Lì ho avuto un attimo di panico, ho pensato ‘questo mi disfa’, ma poi c’ha pensato il buttafuori”. Però sono casi rari, i locali frequentati da Sara non sono saloon del far-west. “Noi facciamo uno spettacolo. La regola è guardare e non toccare. Se vuoi toccare ci sono i night club”. Noi. Perché con Sara si esibisce una altra ragazza, Sara pure lei “Siamo completamente diverse e forse proprio per questo siamo diventate grandissime amiche. Ci siamo trovate ad incastro. Siamo complementari e ci completiamo a vicenda: reagiamo ai problemi e alle questioni della vita in maniera opposta, lei istintiva, io riflessiva. Così riusciamo a vedere le cose da punti di vista differenti e spesso a individuare le soluzioni più giuste”. Isolane entrambe: siciliana Sara Zecchini, sarda di Cagliari la nostra Sara Noli, vive in città con la gatta Maya: “E’ stato un amore a prima vista”. Col fidanzato, bolognese, si vede la sera “più o meno dalle otto alle dieci e mezza”. E poi tutti al lavoro. Anche lui, che fa il dj (“ciò che vorrei fare io fra qualche anno, quando non sarò più in età per ballare”). “Il fatto che lavoriamo nello stesso ambiente aiuto il rapporto. Con il precedente c’era qualche problema, per gli orari e anche per ragioni di gelosia, del tutto infondate, ma chi è estraneo a questo mondo fa fatica ad accettare certe situazioni”. Ama la musica, il jazz in particolare e la house. Fra gli artisti cita Jaco Pastorius. Le piace leggere (“Leo Buscaglia il preferito, ma sono cresciuta a fumetti: manga e Charlie Brown”) e le piace scrivere. Su ‘Ferrara by night’ per un po’ di tempo ha tenuto una rubrica su moda e tendenze. Ha un taccuino nel quale raccoglie le sue riflessioni: “Un giorno forse scriverò un libro per esprimere la mia visione del mondo, raccontare quello che ho visto, filtrando i comportamenti che osservo secondo una prospettiva psicologica e sociologica”. Ma per ora resta salda sul cubo.
sara-noliIl lavoro rende bene. “All’inizio per un po’ di mesi alternavo l’attività in discoteca a quella di barista e cameriera al Duca d’Este. A un certo punto ho dovuto scegliere e ho scelto ciò che mi piaceva e mi faceva sentire soddisfatta. Sara si esibisce in varie discoteche – principalmente a Ferrara, Bologna e Firenze – fra le quali Numa, Barracuda e Crisko (“locale gay, lo adoro: musica fenomenale e nessuno che rompe le scatole”). Ma anche in Svizzera: “ambienti fantastici, musica retrò”. Guadagna in media fra i 100 e i 200 euro a serata, altrettanto la sua compagna. “Iniziamo all’una e mezza e facciamo tre turni di mezz’ora, con intervallo. Alle 4 generalmente finiamo e torniamo a casa”. In auto, sempre. “Adoro guidare, se fossi stata un uomo avrei tentato l’avventura al Moto Gp o in Formula 1. Una passione che mi ha trasmesso papà”. Non si appoggia ad alcuna agenzia. “Non mi piace l’idea di avere un capo, voglio essere autonoma. Con Sara ci promuoviamo attraverso il sito e una fitta rete di relazioni personali. Sono i locali che ci cercano, non noi che ci proponiamo. E quando uno ti cerca è disposto a pagare bene”.
“Il nostro è un mondo da prendere con le pinze, c’è gente seria, ma anche anche tanti cialtroni”. L’inizio? “Nei peggiori bar di Caracas! – afferma con grande autoironia – nella sperduta campagna, sfruttate a 60 euro per tre ore”. E spiega: “Giovanissima ho cominciato a frequentare dei locali di Padova con una carissima amica che aveva un fidanzato parecchio più grande di lei e ci accompagnava. Ammiravo le ragazze e i loro vestiti maestosi e mi è partito l’embolo! E’ lì che ho cominciato a pensare: anch’io voglio fare la cubista. Ho cominciato davvero che ero ancora in quinta liceo, ma senza farmi troppa pubblicità. Non tutti gli insegnanti hanno l’apertura mentale per capire queste cose. Ricordo però con grande affetto Lucia Marchetti, la mia fantastica prof di sociologia”. La passione per la musica e la danza l’ha sempre coltivata, eredità di famiglia: la mamma canta jazz, il papà suona il basso elettrico, i nonni che adora ballano rock acrobatico.Quelle per la sociologia e la psicologia sono venute dopo. “Le ho amate. All’Ariosto avevo scelto l’indirizzo di scienze umane. Ancora oggi le coltivo. Sono grata alla scuola per ciò che mi ha insegnato”.
Il rischio di concorrere alla riproposizione di un modello di donna-oggetto? “Nel 2015 la donna non può essere considerata oggetto a prescindere. Sul cubo ci sono donne ma anche uomini. E il nostro non è solo un mostrarsi, proponiamo uno show, c’è una componente artistica”.
Di sé dice: “Di indole sono un po’ provocatoria. E di carattere non sono comoda: ho sangue sardo nelle vene! Ma reagisco solo se mi si stuzzica”. Uno dei suoi motti preferiti è “vivi e lascia vivere”. E’ di Schopenhauer. “Mi rappresenta, è il mio mantra di vita: rispetto tutti e pretendo rispetto, la tua libertà finisce dove comincia la mia”. Aggiunge: “Le persone non si giudicano dalla razza o dalle tessere di partito, ma dai comportamenti: in giro vedo molto opportunismo”.
Sulla sua pagina Facebook ha scritto anche: “Sono Biancaneve nel Paese delle meraviglie”, un’originale ibridazione: “Ho il vissuto di Alice, ma le amiche dicono che somigli alla Biancaneve di Walt Disney; forse di più quando i miei capelli neri erano lunghi”. Al personaggio è evidentemente legata, al punto da esserselo tatuato sul braccio. Infine, con ironia, nel sito cita Jessica Rabbit: “Io non sono cattiva, mi disegnano così”. Quelle parole, nel suo caso, hanno un senso. Sara, decisamente, non è la figurina che qualcuno immagina.

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L’OPINIONE
Doppi incarichi: il silenzio degli ‘innocenti’

Non si capisce fino in fondo del perché alcune suonerie, che da un po’ di tempo suonano con fragore nelle stanze dei palazzi romani ed in alcune Regioni del nostro Paese, stiano producendo in alcuni territori, ferrarese compreso, uno sconquasso della politica.
Anche da questa testata, in alcune circostanze, fu sollevato il problema, non nuovo, del cachet dei manager, degli amministratori unici, dei doppi e tripli incarichi pubblici, di anomali rimborsi spese, e anche per aggiornamento dei dossier aperti per danno erariale e per dissipazione del patrimonio pubblico.
Sono cose minute, piccoli errori, ci siamo sbagliati, è poca cosa, incidono marginalmente sui bilanci, rivedremo le singole posizioni, sono tutte le considerazioni che si sentono, tra le righe e a bassa voce, nei corridoi della politica e relativi collegamenti.
Tutto sembra scoppiato dopo le dimissioni del presidente Errani e a seguito delle mezze richieste di candidature, dalle presidenze agli assessori, dai consiglieri al listino, aspettando che da lassù qualcuno decida liste, organigrammi e altro che lasciamo alla fantasia del lettore.
Niente premi, prima si è detto di sì e poi di no, con qualche ni; stipendi troppo alti e vergognosi, bonus senza senso, troppi Comuni, e senza la Provincia ci sarà il caos, le Camere di commercio che si debbono fondere, sgonfiare le Regioni, le municipalizzate, almeno un terzo in rosso da tre anni, in un numero pazzesco, impensabile il proliferare delle aziende partecipate, dettano il quadro, dove sindaci, amministratori, candidati di ogni sorta, segretari di partito, capigruppo, consiglieri la sparano grossa per essere ancora più renziani.
Che sia un modo per rafforzare le candidature è ormai opinione diffusa, ma si sappia, però, che sono gli stessi che alcuni anni fa osannavano lo smacchiatore del giaguaro e, prima ancora, i capi delle tante sigle partitiche che hanno attraversato questi ultimi anni della Seconda Repubblica.
Ma ci sono ancora le primarie, o forse non ci sono più, una sana competizione tra concorrenti a tutti i livelli non aiuta a scegliere senza però fare telefonate o costituire piccole cordate tra segreterie, circoli e feste di partito.
Il programma, quale programma, quali risorse, quali priorità, quale sviluppo, quale welfare, quali territori, non dovrebbero essere il riferimento per gli elettori che debbono conoscere, per scegliere veramente in libertà?
Come andrà a finire non si sa, certamente non dovrà stare nelle cose della vecchia politica. Quel cambiare verso, finalmente, anche se può sembrare un po’ abusato e sfilacciato. Presto si capirà se è un’illusione, se è solo un sogno, se la speranza comincerà a farsi strada oppure no.
Per poter voltare pagina, questi atteggiamenti di certo non aiutano e non vorremo che con le solite indifferenze tutto restasse nella conservazione.
Il silenzio ancora una tattica, la politica lo spazio dei pochi, le fragilità di un territorio, come il nostro, ancora per continuare a soffrire.
Aspettiamo…

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Renziani o non renziani, lavorare tutti insieme per cambiare passo

La sola lettura dello scritto sulla svolta renziana di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato giorni fa sul Corriere della Sera, aiuta a capire non solo le scontate resistenze e i mille sgambetti che il Presidente del consiglio incontrerà, ma che occorre andare oltre quelle riflessioni, perché il nostro Paese ha bisogno del sostegno di molti, anzi di moltissimi, per tirarne su le sorti.
Dentro alla nuova politica non ci sono solo annunci, non si tratta solo di proposte: è un grande pacchetto di atti di governo, parlamento compreso ed europa inclusa, che alimentati da grande speranza e tanto entusiasmo affrontano concretamente i veri problemi e le difficoltà dell’Italia.
Alcuni diranno che gli effetti saranno devastanti, che Renzi è senza esperienza e che questo governo è una delle sue ultime avventure, che non sta né a destra né a sinistra, che pensa ad un risorgimento fiorentino; ne inventeranno tante e si riempiranno le pagine dei giornali, i telegiornali, i talk show, e di queste opinioni ne risentiranno tutte le borse da Londra a New York, da Francoforte a Tokio.
La narrativa del Corriere, poi, entra più nel dettaglio e dice dell’Italia antirenziana: “spiccano settori di establishment anche se guardano al centrosinistra, pezzi di Confindustria, l’alta burocrazia, manager, commentatori e giornalisti Rai, un pezzetto della sinistra antica ed ideologica, quasi tutta la nomenclatura e gli apparati del Pd da Roma in giù, settori della Cgil (direi di no il Landini della Fiom), le municipalizzate e dintorni, i no dell’irpef e quelli che hanno i soldi in svizzera”, ma l’elenco è ancora lungo.
Da ferraraitalia online, in più circostanze, i collaboratori del quotidiano si sono soffermati sulle tante devianze e distorsioni che attanagliano il nostro Paese, un paese che non cresce da troppi anni, ma anche un territorio ferrarese che annaspa, ansima, arriva sempre dopo e non porta ad una visione.
Non si tratta, quindi, di sposare una tesi e di stare con Renzi, si tratta, soprattutto, di contribuire alla svolta, di cambiare passo, anche volto, avere la visione, guardare al futuro, dare speranza e quel tutto che è largamente condiviso, oltre gli schieramenti.
Ormai anche i bambini delle nostre scuole materne (che sanno un po’ di inglese) sanno cos’è la spending review e dove deve incidere l’azione di risanamento, togliendo il di più, gli sprechi e la corruzione.
Le famiglie, analizzando le bollette di gas, acqua, nettezza urbana, oneri e fiscalità locali, cominciano a fare l’analisi delle loro voci e, comparandole, vedono troppe diversità, importi innaturali, alcune assurdità e giustamente non ci stanno, si ribellano.
Se pensiamo anche alle multe, sembra più una persecuzione che un educare, se ti serve un certificato, un’autorizzazione, un permesso ti metti, spesso, con le mani nei capelli per tempi e costi esosi; se, infine, devi fare una visita medica, un prelievo, prenotare un’urgenza, spesso è meglio andare da un privato a pagamento, così almeno è fatta!
Questi sono i troppi vizi dell’Italia, sono una quotidianità di comportamenti pubblici e abusi privati, in un bisticcio insopportabile che ci trasciniamo da troppi anni e di cui non se ne può più, veramente più,
Il 25 maggio, purtroppo solo la domenica, andremo a porre una croce per l’Europa (una nuova e diversa Europa però), per il nostro Comune (e sono molti nel ferrarese, città compresa) e sceglieremo il Sindaco e la coalizione per un governo municipale.
Mi è capitato di sbirciare nei programmi elettorali, su come realizzarli, se le risposte sono concrete e sostenibili: in alcuni mi è parso di trovare interesse, su altri ho visto quasi il vuoto e comunque l’assenza di un raccordo di sistema e di reti, e uno sguardo corto rivolto all’ingiù.
La revisione della spesa del Comune e delle aziende municipalizzate è lasciata alla lanterna di Diogene, i fondi strutturali cofinanziabili agli occhi lacrimanti del topino che non trova il ‘formaggio grana’.
Peccato, pare che ancora una volta si tratti di un’opportunità mancata ma, essendoci ancora un po’ di tempo, speriamo in bene e che si pensi finalmente a servire quel benedetto bene comune.

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Equità e decenza: a tagliare gli stipendi d’oro si parte dal nord-est

Ci piace richiamare qui, la conclusione dell’articolo di un recente fondo del Corriere del Veneto dal titolo “Per l’equità e per la decenza”, a proposito della riduzione dei tantissimi super stipendi dei manager delle aziende municipalizzate e pubbliche nel Veneto, anche perché, per ora, si parte a da questa parte del nord-est: “[…] l’etica di un nuovo civismo e della nuova politica oggi fa un piccolo-grande passo in avanti. Sottolinearlo ci dà soddisfazione, ma non basta. Noi continueremo a dire che molti altri piccoli passi vanno compiuti nel rispetto della dignità collettiva e delle finanze di un Paese la cui irriformabilità vorremmo fosse sempre più contraddetta.”
Si parte con Acque veronesi dove il manager accetta di ridursi il super stipendio di ben 50 mila euro, poi dalla Regione veneto scatta un’articolazione della Veneto spending review con ben 28 nomi di manager più pagati incasellati in un riquadro del quotidiano del gruppo Corsera.
Anche questi segnali rappresentano una piccola ma significativa parte di quei tagli di cui il “cambia verso” del premier Matteo Renzi parla, quando spiega il modo in cui si andranno a recuperare quelle risorse dalle storture e devianze della spesa della pubblica amministrazione. Un segno di equità, anche per i tanti italiani che non arrivano alla fine del mese, per quel disastroso 42% di giovani disoccupati secondo le ultime stime, e ai pensionati da 450 euro al mese. Un atto dovuto per schiodare privilegi e clientele che si annidano nelle organizzazioni decentrate, come le Regioni, i Comuni e le tantissime aziende pubbliche locali, le partecipate, alle quali ormai è affidata quasi in toto la gestione dei nostri servizi e che sono arrivate ad essere oltre trentamila.
Ci sono piccole battaglie che tutti siamo chiamati a compiere, anche per aiutare il nostro Paese e i tanti territori delle provincie italiane ad uscire dalle secche dei silenzi e delle indifferenze diffuse, ma ancora di più per compiere un atto di orgoglio civico, alzando finalmente la testa, per dire “ci sto anch’io!”.
Non è questa la sede per capire cosa faranno la Sicilia, la Basilicata e l’Emilia-Romagna, ma sarebbe bello vedere che anche lì qualcosa si muove. Anzi vi chiediamo, carissimi signori amministratori (presidenti, sindaci, amministratori delegati ed unici…) di agire in questo senso e subito, perché questo paese deve farcela. E non fermatevi solo ai manager, andate dentro ai rivoli dei vostri apparati e stanate le incrostazioni e le resistenze.

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