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Manipolare le parole per manipolare il pensiero

 

È da tempo che mi occupo della crisi di linguaggio che stiamo vivendo.
Una crisi archetipale perché la lingua è lingua madre, è parola incarnata che  viene da lontano, ed è legata ai corpi delle donne, alla terra in cui nasciamo, alle vibrazioni dei pensieri e delle parole che hanno accompagnato il nostro sviluppo da embrione a feto, fino alla nascita e che accompagnano, poi il nostro viaggio qui sulla Terra ( anche lei madre).

Dunque una crisi che segna quanto malato, non solo fisicamente, sia il tempo che stiamo vivendo!
Questa crisi del linguaggio mi è apparsa chiara molti anni fa quando ho cominciato a interessarmi della pratica aberrante della maternità surrogata.
Allora mi ero resa conto quanto fossimo immersi, in modo del tutto inconsapevole, in un linguaggio distopico, disconnesso dalla realtà viva e palpabile. Noi che avevamo chiaro quanto fosse aberrante questa pratica, cosa per altro evidente, è infatti lampante che è una pratica commerciale, anche quella “altruistica” remunerata con rimborsi spese – dove il giro di affari non riguarda solo la donna madre surrogata, ma avvocati, assicurazioni, cliniche mediche, laboratori etc. –  ci trovavamo a dover contrastare una narrazione che la dipingeva come uno dei più grandi atti di amore e di gratuità.

Per descriverla, le parole venivano e vengono ancora oggi manipolate, staccate dalla loro reale incarnazione, staccate dalla realtà e restituiscono alla opinione pubblica questa pratica come una battaglia progressista e di nuovi diritti.  Le forze progressiste, oggi, ne hanno fatto una bandiera di libertà e di diritti.

Dare dei figli a chi non può averli è il gesto più altruistico che si possa fare, i figli diventano un diritto di tutti e i diritti sono sacri inviolabili.  Questi gli slogan delle democrazie occidentali, il così detto mondo “primo” ! E questa narrazione ha funzionato ed è diventata fondamentale per portare avanti quella idea di libertà fallace che in tanti  denunciamo  da tempo, e che oggi è la bandiera del pensiero transumanista che ci governa.

Le parole che ci hanno accompagnato in questi due anni di emergenza sono uguali a quelle che hanno accompagnato la narrazione della maternità surrogata. “Più vaccinati più liberi“, eccola li la libertà nuovamente immessa sul mercato!
E di nuovo, come per la maternità surrogata, la maggioranza della gente non ha avuto moti di indignazione. I pochi che hanno osato farsi delle domande sono stati dileggiati, diffamati e poi  perseguitati.

Il Green Pass e il super Green pass sono un altro lampante esempio di distorsione delle parole.
Cosa ha di green la tessera verde? 
La parola green ce l’hanno spalmata ovunque, ma non c’è un’azione politica che sembra corrisponda al suo vero e profondo significato. Quando è comparso all’orizzonte questo nome che serviva a definire appunto una tessera che apriva le porte alla vita sociale, alla vita lavorativa, agli studi agli sport , la maggioranza delle persone non si è accorta dell’uso manipolatorio di questa parola.

E la domanda è sempre la stessa: “quanto è diventata accettabile questa tessera legandola alla parola green?”  Sappiamo bene che il super green pass non era una misura sanitaria, e anche se lo fosse stato, mai avremmo pensato anni fa che avremmo accettato supinamente una misura che obbligava surrettiziamente le persone a fare delle cose sul proprio corpo contro la loro stessa volontà per potere accedere al lavoro, alla scuola alla università, agli sport etc.

Chi per ragioni proprie, di salute o di libera scelta, ha legittimamente esercitato il suo sacrosanto diritto alla autodeterminazione facendo  una scelta contraria al pensiero dominante, si è visto togliere addirittura il diritto al lavoro, il diritto allo studio, il diritto allo sport!

Siamo giunti ad accettare che minoranze, perché di queste si parla, venissero progressivamente escluse dalla vita sociale fino a rendergli quasi impossibile vivere e sopravvivere.  Siamo giunti ad accettare che giovanissimi potessero essere esclusi dallo sport. La famosa autodeterminazione, per noi femministe tema alla radice di ogni nostro ragionamento filosofico e pratico, nella emergenza è diventata carta straccia.

Questo tipo di manipolazione delle parole proviene da lontano.  E’ stata costruita a tavolino con astuzia, appartiene alla storia del potere da sempre  e noi donne dovremmo conoscerla bene, eppure mai sembra abbia raggiunto vette così distopiche. L’esercizio del più banale ragionamento logico difronte ad aberrazioni di senso è stato  bandito dalle scuole, dalle aule, dalla vita.  In questi due anni il mainstream si è fatto portavoce del distorcimento delle parole. Più paradossale è l’incongruenza tra il significato autentico della parola e il suo uso e più diviene utile al mercato e al potere di cui il mercato è il padrone.  Ed è questo che è sconvolgente. Sembra che la gente abbia completamente perso il senso critico, quello semplicemente dato dal “ buon senso” !

Foto della scatola da 10 pz in vendita

Oggi ho ricevuto da una cara amica, con la quale spesso ci confrontiamo su questa crisi  delle parole, una foto illuminante. Alla Coop di Busalla erano esposti in bella vista i pacchi da 10 di ffp2 imballate in una bella scatola di cartone rosa e bianca dove campeggia al centro l’immagine di un mascherina, con su scritto “RESPIRATORE”.
Se con questo ultimo esempio non vi viene un sussulto dal profondo,  non avete un moto di rabbia, quella sana, che vi possa finalmente muovere  in direzione opposta e ostinata, beh credo che la vostra lingua madre ormai sia finita nei meandri più reconditi del vostro inconscio con il danno conseguente che siete  irrimediabilmente disconnessi da voi stessi e dal mondo che vi circonda.

cicogna bambino nascita

Per “salvare” il Natale, Il Paese è diviso in due.
Covid e ipocrisia hanno scacciato il mistero dalla nostra vita

 

Capita così, fa freddo, è domenica. Partiamo con mio marito e la piccola per andare a chiudere l’acqua nella casa di campagna sulle alture di Genova. Se l’acqua gela nei tubi poi sono problemi. Pochi giorni fa ha nevicato. L’aria frizza e fa risplendere i colori autunnali. Schizzi di neve riverberano sul prato verde.

Con Camilla corriamo in cima al panettone. Da lì si aprono squarci di paesaggi, sempre nuovi, l’oltre. I boschi spogli mostrano confini inediti, paesaggi inconsueti rispetto a quelli estivi. Cappelletta, una piccola frazione di Masone, poche case, una quindicina, raccolte intorno alla chiesetta e a due trattorie, unico baluardo rimasto a difesa di questo pezzo di terra disperso sull’appennino.

La trattoria Adriana, ha una tradizione familiare. La madre di Adriana l’aveva aperta nei primi anni del 900, e Adriana e le sue sorelle sono cresciute li, tra la cucina della trattoria e le bestie al pascolo. Poi alla morte della mamma la trattoria è stata chiusa per 6 anni fino a quando Adriana l’ha rilevata e da 50 anni, tutte le mattine, si alza alle 5,30 del mattino, impasta i suoi ravioli unici e su pentoloni grandi cuoce il suo inconfondibile ragù. La pandemia l’ha fermata, però, e questa volta forse per sempre. Eppure lei e la sua famiglia restano li, sulle alture che hanno accompagnato le giornate delle sua lunga vita, a presidiare i ricordi, a insegnare ai nipoti che l’intelligenza sta anche nella mani, anzi soprattutto nelle mani.

Vincenzino, suo marito, percorre la Cappelletta con la sua bicicletta arrugginita; ha 80 anni ma pedala come se ne avesse 15. Laila, il pastore maremmano, viene liberato ogni sera alle 19 a protezione delle nostre case e delle sue galline. Per noi borghesi genovesi, con il naso all’insù, incapaci di comprendere a fondo la vita dura ma piena degli uomini della terra, sono la salvezza, sono l’ancora che ci tiene legati a quel sapere fatto di Natura e di tradizioni antiche. Sono così grata a loro. Posso andare a bussare alla loro porta e affidargli le chiavi di casa e so che loro faranno da guardiani affettuosi senza chiedere nulla, perché per loro è “naturale”.

Abbiamo finito la lunga procedura di chiusura dell’acqua, il sole fuori ancora un po’ scalda, ma la nostra casa è una ghiacciaia. Dobbiamo partire. Ci avviamo da Adriana per consegnarle le chiavi. Bussiamo. Adriana ci apre con un sorriso, ci invita ad entrare. Dentro una piccola stufa porta un piacevole calore nella stanza. Ai lati della stufa, lei e sua sorella parlano dei tempi passati. Adriana ci offre un caffè, un caffè della moka, dice, perché la macchina del bancone per gli espresso è oramai ferma da tempo. È bello stare al caldo a sentire i racconti. Accettiamo. Camilla, la mia piccola, mangia le paste e ascolta con occhi sgranati.

La sorella di Adriana ci racconta del fratellino morto per una broncopolmonite non diagnosticata in tempo: “Mia madre l’ha venduto il fratellino e noi abbiamo chiesto, alla mamma, di comprarne un altro.” Come venduto e comprato? chiedo io stupefatta. La sorella sorride e dice che era un modo di dire di allora. Le cose inspiegabili si spiegavano con parole non troppo affilate, poi saltando la parte del venduto – legata alla morte e che a corredo non ha alcuna immagine, ha aggiunto: ”Come si poteva spiegare l’arrivo di un fratellino con la cicogna se non comprandolo?”.

Non c’è nulla di male in quello che dice e lo dice con la carezza delle parole. D’altronde chi di noi non ha visto in libri illustrati una cicogna che vola con il fagottino? Eppure non ci avevo mai pensato, e mi è apparso lampante in quell’istante, il perché la maggioranza delle persone non si indigna di fronte alla compravendita dei bambini attraverso la maternità surrogata e ho capito come sia stato possibile accettare che questa pratica divenisse identificata con un atto di amore.
Noi siamo le parole che pronunciamo ma soprattutto il modo in cui le pronunciamo, il modo in cui le porgiamo agli altri. Le sorelle lo raccontavano con la carezza della parole, che per me vuole dire con la tenerezza della incarnazione, ma se l’ originaria bonaria bugia che accompagna la favola della cicogna e di cui i bambini erano consapevoli si perde, cosa può succedere?

Tornata a casa sono passata a trovare la mia di mamma. Nella nostra famiglia borghese e acculturata si usava dire “comprami un fratellino o una sorellina?” le ho chiesto, perché io non lo ricordo. Lei mi ha sorriso e ha detto: ”quando voi eravate piccole non si diceva più, ma prima si, era di uso comune per “giustificare” l’arrivo di un bambino e, senza accorgersene, ha aggiunto la cicogna era Amazon di oggi.
Mi sono indignata, e mi sono messa a urlare, ma come poteva assimilare l’immagine della cicogna con quel fagotto appeso precariamente al becco lungo, a un fattorino di Amazon? Mia madre c’è rimasta male; stavamo cucinando il paté di fegato, come da nostra tradizione, ma non capiva perché il paragone mi avesse così tanto irritata. Ecco fatto! Quello che avevo pensato era dimostrato, il passaggio dalla favola alla realtà come cosa “naturale” era avvenuto senza che nessuno se ne fosse accorto.

Amazon altro bel nome, associazione Amazzonia, terra di foreste invalicabili, inestricabili eppure Amazon ti arriva nelle case con la rapidità di un super eroe o super eroina e realizza in tempi velocissimi il tuo desiderio. Non sto giudicando né mia mamma né la sorella di Adriana, sto solo ragionando sull’uso delle parole. Di come diventino armi potenti di manipolazione se spogliate della carezza del mistero.
Un bambino di allora vedeva la pancia della mamma che si ingrossava, sapeva bene che non era la cicogna che lo portava, ma la cicogna conteneva in sé il mistero della nascita e della vita con la forza dell’immagine che tutti abbiamo visto da piccoli sui libri illustrati. E il bambino non faceva più domande, perché i bambini sono intelligenti e sanno che certi misteri sono sacri.

Oggi i bambini non vedranno più le pance che si ingrossano, i fratellini arriveranno come pacchi dono attraverso un fattorino Amazon – da foreste spaventose e inestricabili – in tempi record, e tac, il gioco è fatto. Anche gli umani sono in vendita! Tutti, nessuno escluso! E la pandemia ha reso tutto questo accettabile anzi conveniente. Le onorate istituzioni, i comitati scientifici, oggi cabina di regia, ci hanno detto che i vaccinati “immuni”, potranno fare un Natale sereno fra di loro, per tutti gli altri, quelli rimasti bambini, invece si prospetta un Natale di solitudine e di paura.

Le nostre carni incarnate, staccate per sempre dal sapere ancestrale dei corpi ma legate a un tampone o a una inoculazione frutto di brevetti privati (esattamente come per il bambino su prenotazione) sono il mantra ripetuto dai più per salvare il Natale e che separa in due l’umanità. Il nostro essere bambini dentro deriso e umiliato, proprio a Natale quando si celebra il Dio Bambino! Ma la natura, la madre natura, è più forte e in questo Natale, il virus si è messo a correre sempre più veloce su corpi inoculati e non, e ha diviso famiglie, creato panico, isolato in stanze chiuse gli infetti e ha reso evidente la nostra ipocrisia.

La scommessa per questo 2022 è vedere se sapremo tornare alla bonaria bugia della cicogna, a quel becco lungo con in fondo il nodo precario di un fazzoletto dal quale spunta il ciuffetto di un tenero bambino e due piedini portati in volo, in cieli aperti e sconfinati, da ali grandi e zampe lunghissime che si muovono instancabili nel vuoto pieno dell’aria.

megafono

ANTROPOLOGIA DEL VAXLEBANO

 

Voi siete di quelli per i quali il mondo, benché a colori, viene meglio fotografato in bianco e nero?
Di quelli che, pur consapevoli della sfuggevolezza della verità assoluta, si sentono di norma in grado di attingere con discreta sicurezza quella relativa?
Se sì, sentiamo diversamente. Più passa il tempo e più mi sembra di comprendere intimamente il senso del socratico sapere di non sapere: non la semplice ammissione del fatto che il volo della conoscenza è costellato di sistematiche turbolenze; piuttosto, l’affermazione radicale di un corto circuito tra conoscenza e consapevolezza, il cui rapporto autentico è sorretto da un ‘non’, cioè sospeso positivamente su una cavità essenzialmente incolmabile.
Immaginate, dunque, come possa sentirmi nel frastuono incontrollato del dibattito attuale su covid, vaccini, società.

Come tutti, mi auguro senz’altro che la situazione possa ben presto migliorare dal punto di vista sanitario, nonché da quello psicologico. Come tutti, spero che le vaccinazioni possano effettivamente avvicinare questo traguardo, e che altri strumenti possano concorrere nella stessa direzione.
Mi sento dunque molto lontano dai cosiddetti no-vax, ovvero da quelle persone che rifiutano le vaccinazioni per convinzioni a priori sottratte a ogni ragionevole dubbio.
Me ne sento lontano sulla questione specifica – le vaccinazioni – e almeno altrettanto sull’insensibilità di fondo verso il più longevo e forse nobile strumento del pensiero occidentale: quel dubbio radicale anch’esso edificato su una cavità, come il logos socratico.
Per fortuna, i veri no-vax sono piuttosto pochi, e il loro conflitto fideistico contro il dubbio sfocia nel clamore stridulo del settarismo.
A qualcuno però, nella situazione della pandemia, questa esiguità pare dar fastidio. Qualcuno sente l’esigenza di moltiplicare il numero dei no-vax, vedendone ovunque. Il meccanismo è semplice: chiunque nutra in qualsivoglia modo un dubbio a proposito delle vaccinazioni anti-covid è, ipso facto, no-vax.

Si tratta di una manipolazione alla quale si è dedicato lo stesso Ministero dell’Istruzione quando, in una pagina del sito istituzionale (si spera ora rivista) ha definito appunto ‘no-vax’ gli oltre centomila lavoratori della scuola ai quali non risultava ancora somministrato il siero anti-covid.
Indubbiamente, tra questi centomila vi saranno anche dei veri no-vax, ma la grande maggioranza è certamente composta da persone che, in circostanze diverse, si sono sottoposte a pratiche vaccinali e hanno ad esse sottoposto i propri figli, ma che dubitano, magari a torto, del reale beneficio degli specifici prodotti in questione.
In conseguenza della manipolazione, l’espressione di un dubbio determinato, e dunque a certe condizioni oltrepassabile, viene stigmatizzata e ingigantita nella professione di una fede superstiziosa e oscurantista.
Ciò che ci si rifiuta di esporre al dubbio è il dogma biopolitico della provvidenzialità dei vaccini anti-covid. Qualsiasi esitazione o riflessione in proposito sconfina di per sé nella blasfemia, nel quadro di una reazione allergica verso il dubbio equiparabile a quella che offusca l’autentico no-vax.

A questi sembra dunque opporsi, nel nostro tempo asfissiante, il devoto vaccinale, l‘integralista del siero: il vaxlebano.
Il vaxlebano contrappone instancabilmente a ogni proposizione di dubbio la mozione autoritaria: come fai a dirlo tu, che non sei virologo? Dimentica di non esser virologo neanche lui, ma soprattutto che la Costituzione italiana non assicura solo ai medici la facoltà di decidere dei trattamenti sanitari che riguardano la propria persona, perché la democrazia è diversa dalla tecnocrazia – e in particolare dalla iatrocrazia – in quanto, laddove la legge non disponga diversamente, i cittadini sono liberi di abitare il proprio corpo e di prendersene cura in base a convinzioni e sentimenti soggettivi.
Il vaxlebano si fa un selfie con dei cucchiaini da caffè rovesciati sugli occhi e un ghigno alieno. Poi, naturalmente, posta il tutto, irridendo nel commento il dubbio eretico (coltivato anche dall’EMA) sugli effetti indesiderati a medio e lungo termine e, nel contempo, le non poche persone che di reazioni avverse gravi, persino mortali, hanno sofferto anche nell’immediato.
Il vaxlebano lancia anatemi sui non vaccinati perché per colpa loro non si raggiungerà mai l‘immunità di gregge. Quando si fa chiaro che l’immunità di gregge è un sogno, lancia anatemi ancor più densi, perché i non vaccinati sono il cardine della diffusione del contagio. Quando si fa chiaro che il passaggio del virus non è così frenato dall’avvenuta vaccinazione, escogita anatemi supremi ed esige che il non vaccinato non usurpi il posto in terapia intensiva di chi se lo è guadagnato onestamente fumando due pacchetti al giorno, sfondandosi di superalcolici o cibandosi forsennatamente di grassi saturi. E, se proprio lo deve occupare, almeno se lo pagasse di tasca sua! (Quest’ultima, purtroppo, non è di un vaxlebano anonimo, bensì dell’Assessore alla Sanità della Regione Lazio).

A proposito di quattrini, il vaxlebano arriva a chiedere persino forme di persecuzione tributaria. Ho visto con i miei occhi sui social post in cui si proponeva di avviare accertamenti fiscali a tappeto sui non ancora vaccinati, quindi no-vax, .
Il vaxlebano plaude al fatto che un quattordicenne sia messo, a scuola, nella posizione di chi impedisce al resto della classe di eliminare la mascherina, determinandone una condizione di etichettamento che, se discendesse da ragioni razziali o di orientamento sessuale, farebbe giustamente inorridire il vaxlebano stesso.
Il fatto, poi, che se il quattordicenne in questione vivesse nel Regno Unito, il paese che più tempestivamente e forse più intensamente di tutti ha pigiato sull’acceleratore delle vaccinazioni, non verrebbe oggi ‘immunizzato’ [vedi l’articolo su La Stampa] non riconcilia minimamente il vaxlebano con il dubbio.

Perché, dunque, il vaxlebano non dovrebbe anche plaudere al fatto che il suo vicino di casa o sua cugina vengano privati del lavoro, del reddito e, quindi, della dignità, per non essersi sottoposti a un trattamento sanitario al momento facoltativo secondo la legge?
Dunque, si plaude. Così, se il no-vax vero genera il clamore stridulo del settarismo, il vaxlebano produce il fragore sinistro del conformismo nichilistico, il quale di solito accompagna il passo della massa.
Speriamo non sia così, speriamo che anche i vaxlebani siano meno di quel che appaiono nel caleidoscopio mediatico, perché se no la domanda sarebbe: ne usciremo in questo modo?
Perdonatemi il vizio: ne dubito.

afghanistan scuola ragazze

NON SONO CATTIVI SOLO I TALEBANI!
Durante la missione USA, nelle aree urbane il 69,4% delle donne
ha subito almeno una forma di violenza

 

C’è una narrazione dell’emancipazione femminile sotto la missione USA/NATO che non rispecchia la verità. E’ servita a giustificare la missione militare ieri e serve oggi a descrivere un Afghanistan dove la libertà delle donne è ora in pericolo. Ma lo è sempre stata.
Chi dice che la condizione delle donne durante l’occupazione americana dell’Afghanistan era migliorata nelle città dovrebbe leggere questi dati di ActionAid [Qui] del 2014:
“Non esistono statistiche ufficiali a livello nazionale sulla violenza di genere in Afghanistan e, secondo uno studio del 2012 dell’UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan), la maggior parte delle violenze contro donne e bambine non vengono denunciate. Per colmare le lacune sulla conoscenza del fenomeno della violenza in Afghanistan, alcune ONG e organizzazioni internazionali hanno effettuato ricerche per stimarne la portata.
Uno studio di Global Rights sulla violenza contro le donne, effettuata in 16 delle 34 province afghane, ha rilevato che l’84.9% delle donne che vivono in zone rurali ha subito almeno una forma di violenza (fisica, psicologica o sessuale) contro il 69,4% delle donne che vivono in aree urbane”.
Sono dati che smentiscono la narrazione dell’emancipazione femminile sotto la missione USA/NATO. Quella narrazione è servita ad assopire l’opposizione alla guerra e a giustificare la missione militare. Oggi serve a descrivere un Afghanistan dove la libertà delle donne è ora in pericolo.

E’ un’operazione di raffinata manipolazione, efficace su tante donne che sinceramente sono preoccupate per ciò che avviene.
Purtroppo le donne erano in pericolo anche prima della caduta di Kabul, anche se non se ne parlava come oggi.
Le donne erano oggetto di violenza anche prima in quanto gli occupanti avevano stretto scellerati patti di potere con i “signori della guerra” rivali dei talebani. Questi signori della guerra erano protagonisti delle violazioni dei diritti umani e delle donne, inclusi omicidi per libidine, stupri e sevizie. Ma questa emergenza non raggiungeva il grande pubblico e rimaneva all’interno dei dossier.
La maggior parte delle violenze contro donne e bambine non veniva denunciata.

Le donne di RAWA sotto l’occupazione USA/NATO dicevano:
“Le donne non hanno visto migliorare la loro condizione se non in alcune limitate parti del paese. In altre zone l’incidenza degli stupri e dei matrimoni forzati è nuovamente in crescita, e le donne continuano a indossare il burqa per paura, per tutelare la propria sicurezza. La guerra al terrorismo ha scacciato gli storitellyng talebani dal governo centrale, ma non ha sradicato il fondamentalismo religioso, che è la causa principale delle nostre sofferenze. I signori della guerra e l’Alleanza del Nord sono ancora al potere e sono appoggiati dal governo USA. Costoro sono ideologicamente simili ai talebani. Essi sono misogini quanto loro”.
A questa drammatica situazione per le donne si accompagnava un peggioramento, sotto l’occupazione militare USA/NATO della speranza di vita, della mortalità infantile e di altri indicatori sociali. Ma anche questo non veniva raccontato all’opinione pubblica dalla coalizione militare occupante.

Cosa è PeaceLink?
E’ un’associazione di volontariato nata su rete telematica. Peacelink [Qui] promuove dal 1991 la cultura della solidarietà e dei diritti umani, l’educazione alla pace, la cooperazione internazionale, il ripudio del razzismo e della mafia, la difesa dell’ambiente e della legalità.

Nota: questo articolo è già uscito sul sito di Peacelink il 22.08.2021

INTERNAZIONALE
Fotogiornalismo: non la verità ma un punto di vista sulla realtà

Prima ancora della piena affermazione di internet e delle forme digitali della comunicazione, fu la fotografia a scoprire e valicare la frontiera della realtà virtuale. Potremmo definirla l’era di Photoshop, quella che ha dato avvio a una seriale e sofisticata tecnica di fotoritocco che oscilla fra il semplice miglioramento della qualità tecnica dell’immagine e la sua contraffazione, con finalità non sempre dichiarate e nobili. In questo senso, ma al contrario, manifesto era l’intento della Voce di Indro Montanelli, innovativo quotidano ch,e con la geniale direzione artistica di Vittorio Corona, inaugurò con successo una tendenza che però non ha fatto scuola, proponendo ogni giorno in prima pagina un fotoritocco – dagli intenti dichiaratamente provocatorio e sarcastico – una sorta di alternativa alla tradizionale vignetta, non la verità dei fatti, dunque, ma il punto di vista del giornale sull’attualità.

“Il dilemma relativo al rapporto fra realtà è rappresentazione accompagna la storia della fotografia fino dalla sua nascita – sottolinea giustamente Arianna Rinaldo introducendo il dibattito che Internazionale ha dedicato a questo stimolante tema – ma è diventato attualissimo con il fotogiornalismo e il successivo impiego dei moderni software di rielaborazione digitale”. L’aspetto manipoitivo è stato però tenuto ai margini della discussione, per incentrare la riflessione sul ruolo del fotografo-narratore, sul peso del suo sguardo e la consapevolezza che l’operatore ha del suo delicato compito.

Christiane Caujolle segnala come “la definizione di fotogiornalismo rimandi all’interrogativo su cosa sia informazione oggi. Attraverso internet la notizia arriva in maniera sempre più rapida e immediata ma sempre con minori garanzie circa ala sua attendibilità. Qual è lo specifico ruolo dei giornalisti? – si domanda – La fotografia è una rappresentazione e quindi come tale è un’astrazione: non la realtà, ma un punto di vista, che ha sì un collegamento concreto con la realtà, ed è quindi uno spicchio di realtà ma non la verità. In giornali invece spesso usano e strumentalizzano la fotografia per accreditare un fatto come indiscutibilmente vero”.
La raccomandazione del photoeditor francese è “recuperare il senso autentico della fotografia, la consapevolezza che già il punto di vista fisico di un fotografo è frutto di una scelta che come tale non può essere obiettiva né esprimere la verità”.
Da un punto di vista etico il punto caldo è quindi quello dell’intenzione: se mira a un’onesta ricostruzione della realtà o ad orientare la comprensione del lettore verso una ‘verità’ gradita.

Francesco Zizola, celebre e acuto fotoreport, sottolinea come “la tecnica fotografica può creare di sana pianta un’impressione di realtà. Questo dovrebbe suggerire a tutti molta cautela nell’associare la fotografia alla realtà, mentre invece si tenda addirittura a considerarla suo specchio. Invece – osserva – è solo una traccia luminosa del reale”.
Alla considerazione aggiunge un’osservazione brillante: “E’ comprensibile che si cad in questo equivoco, perché quello fotografico è l’unico linguaggio inventato dall’uomo costretto a misurarsi con la luce, obbligato quindi a confrontarsi con ciò che emerge dalla realtà nella sua concretezza e materialità, mentre tutti gli altri linguaggi sono frutto di elaborazioni mentali, quindi di astrazioni. Ma oggi non è più vero neppure questo, perché in laboratorio tutto si può contraffare. Quindi anche la fotografia viene ad essere frutto della nostra fantasia. Pian piano anche il fotogiornalismo sta faticosamente e dolorosamente prendendo coscienza di questo fatto”.

“Ogni immagine . conferma Zizola – è interpretazione e non specchio del reale. Fra fotografia e fotogiornalismo le differenze stanno nelle regole del gioco. Al fotogiornalista è richiesto l’impegno a produrre immagini che (pur frutto di un suo sguardo) non devono essere modificate deliberatamente, con intenti strumentali. In campo al fotogiornalista che concorre a generare un quadro informativo c’è quindi una precisa responsabilità etica. Anche la didascalia – aggiunge – concorre attraverso le parole a sciogliere le ambiguità che l’immagine si porta dietro. Ma ciò che è fondamentale è comprendere che le fotografie sono solo una parte della realtà, ma non ne esauriscono il senso. Sono un racconto che si approssima al reale, come ogni altro discorso umano”.
Emerge con chiarezza come ciascuno di noi – fotografi inclusi – sia testimone non neutrale che filtra la realtà attraverso il proprio punto di vista. “Il fotografo lo fa scegliendo il taglio dell’inquadratura, e così interpreta e suggerisce il percorso di lettura e comprensione dei fatti”.

Un sistema di regole che possa disciplinarne l’abuso non è facile da definire. “Il fondamento etico è ‘non si può mentire’. In America la menzogna dei giornalisti è sanzionata severamente. In fotografia è molto semplice mentire, basta girare l’obiettivo per vedere e documentare cose diverse. Per non parlare poi delle manipolazioni digitali”. Dalle quali, come anticipato, il confronto si è tenuto al largo per concentrarsi – ha spiegato Arianna Ribaudo – sul ruolo del fotogiornalismo in quanto tale, del suo rapporto con il fatto attraverso il suo strumento di lavoro: la macchina fotografica”.

Aggiuinge Caujolle: “Menzogna è non dire al lettore cosa sta guardando: ad esempio se una foto è stata preventivamente vistata dalla censura questo va dichiarato. Il lettore deve conoscere in quali condizioni il lavoro è stato realizzato. La manipolazione è il grande dramma del giornalismo, ma a parte questo deliberato intervento c’è sempre inevitabilmente e a volte inconsapevolmente il suo filtro condizionante perché già l’inquadratura è una scelta che condiziona la comprensione. Peraltro il fotomontaggio ha una grande tradizione, io lo pratico ma va dichiarato e ne vanno dichiarate le intenzioni”.

Infine ancora Zizola: “Le regole ci regalano la credibilità, la possibilità di affermare che non tutto è indiscriminato arbitrio. Ma ricordiamoci sempre che la fotografia è figlia del l’intenzione del fotografo. Il quale è obbligato a scegliere un punto di vista. E l’alterazione della realtà è duplice: il punto di vista dell’autore la rielaborazione finale del lettore”.

nutella-moretti

IL FATTO
Parole di cioccolato

Non ti dico buongiorno, ti dico Nutella. Il nuovo spot pubblicitario della famosa crema gianduia spalmabile va molto oltre le strategie commerciali che Vance Packard descrisse nel suo “I persuasori occulti”, uscito nel 1957 e ripreso nei primi anni Ottanta. Allora Packard illustrò, destando un notevole scalpore, le tecniche seduttive che volevano dimostrare i presunti effetti benefici derivanti dal consumo o dall’uso di un determinato prodotto. Eravamo però di fronte a consigli più o meno convincenti da seguire, a tentativi più o meno riusciti di orientare i comportamenti, realizzati dalle grandi multinazionali. Nel caso nostro invece siamo alla manipolazione del linguaggio, all’intervento semantico che modifica le consuetudini, insinuante e carezzevole. Molto più delle parole o del gergo che diventano modi di dire comuni e che però poco a poco spariscono.
Quindi, buongiorno si può dire Nutella, in tante maniere – afferma la pubblicità – scrivendo su una confezione un pensiero, una frase, esprimendo un sentimento verso chi ti è caro. Personalizzando il messaggio.
È sottinteso che così si comincia meglio la giornata e che tutto potrà andare bene. Se poi le cose dovessero andar male, se per esempio ci si dimentica dell’anniversario di matrimonio, o di un compleanno, o di una ricorrenza importante, o di non so che altro, niente paura: non si chiede perdono, si chiede Nutella, dice sempre lo spot. La pubblicità ci invita a cambiare il linguaggio in nome di una crema, ma insomma, la vita è comunque dolce. Che volete di più?

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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