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Lo Zar teme le libertà e l’Occidente gioca a Risiko:
il disarmo globale è l’unica realpolitik possibile

 

Non so dire quanto sia mortificante scrivere di una guerra comodamente seduto nel tepore della propria casa. E’ un esercizio quasi spudorato, perchè davanti ai nostri occhi non c’è un plastico con le basi missilistiche di latta, gli aerei e i soldatini con le divise dipinte, ma ci sono esseri umani come me, come te, come tua figlia, che dormono al freddo sotto i tubi arrugginiti di un capannone, mentre le loro case vengono bombardate da altri esseri umani – e questa è la tragedia supplementare, che non sono bestie quelli che fanno il male, perché le bestie non sono e non saranno mai così malvage da ammazzare i loro simili per una Patria, per una Nazione, per un Regno. Costruzioni mentali prettamente umane: noi non difendiamo un territorio pisciandoci attorno, noi distruggiamo l’umanità per trionfare vittoriosi, e soli.

L’unica arma è spegnere la tv (che crea inutile angoscia, oltre a riprodurre virtualmente la logica bellica, arruolando gli opinionisti tra le fila dei proputin o controputin) e leggere chi indaga e ragiona, cercando di spiegare le origini di tanto male.

Particolarmente inquietante è l’opinione di Fabio Mini, non un passante, bensì ex Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e pluridecorato comandante della missione internazionale in Kosovo. Pur avendo un curriculum atlantista inattaccabile, Mini attualmente non passa sui media mainstream nostrani, impegnati a costruire una narrazione antirussa che genera mostri culturali, tipo la cancellazione di Dostojevskji.

In una recente intervista (di cui potrete leggere ampio resoconto domani sul nostro giornale) l’ex generale afferma che la NATO non ha sottovalutato la reazione russa, ma viceversa ha fatto di tutto per sollecitarla, armando gli Stati confinanti con l’Ucraina, in particolare la Polonia, e influenzando pesantemente le dinamiche politiche in Ucraina in funzione antirussa.
Secondo lui, mandare armi in Ucraina non farebbe che rendere più sanguinoso e pericoloso il conflitto. Alla domanda su cosa dovrebbe fare l’Europa, la risposta è tranchant: “Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.”

Diverso, anche per estrazione accademica, è l’approccio analitico del criminologo Federico Varese, nostro concittadino che ha fatto ‘fortuna’ nel Regno Unito grazie al suo talento di studioso delle mafie, tra cui la mafia russa. Il suo punto di vista non è mai banale: come quando leggi le sfumature dell’animo umano descritte da un abile narratore, nel suo argomentare trovi quell’elemento obliquo capace di aprirti una prospettiva che non cogli nelle fredde, ciniche retrospettive storiche di molti altri esperti.

In questa sua intervista (qui), apparsa di recente su La Voce di New York, Federico ipotizza che l’elemento che ha mosso Vladimir Putin verso la sciagurata e criminale decisione di invadere l’Ucraina non sia da ricercare tanto o solo, come sostengono molti (tra i quali l’appena citato generale Mini), nella minaccia (percepita o reale) dell’accerchiamento ad opera di una NATO sempre più vicina, attraverso i Paesi ad essa progressivamente aderenti, ai confini russi. Questa ricostruzione, preferita dagli studiosi che colpevolizzano le mosse dell’alleanza difensiva occidentale, rendendole concausa della precipitazione degli eventi, si concentra sulle iniziative dei governi, dei potenti, dei vertici. Sono personalmente persuaso che questa ricostruzione contenga elementi di verità, ma essa guarda solo alle decisioni assunte da chi detiene le leve del potere, conferendo preminente importanza alla capacità di manipolare i popoli.
L’interpretazione di Federico Varese esamina le cause da una prospettiva diversa. Putin non era tanto preoccupato dell’adesione alla NATO di paesi limitrofi, quanto del fatto che in alcuni di questi paesi – segnatamente la Georgia e l’Ucraina – si fosse sviluppata una dinamica democratica, costellata di molte fragilità, battute d’arresto e pesanti contraddizioni, ma comunque espressione di istanze provenienti da una parte della popolazione; e che questo processo potesse scatenare un ‘effetto domino’, una saldatura tra questi moti e le istanze provenienti da una parte della popolazione russa.

Quando si parla di “processo democratico” in Ucraina, o in Georgia, non è probabilmente corretto leggerlo in astratto, con le nostre lenti di ‘democratici atlantici’. Se lo facciamo, concludiamo ben presto che in Ucraina non c’è una democrazia, ma c’è una guerra civile che dura da almeno otto anni; che non può essere definito democratico uno stato che vanta tra le file ufficiali del suo esercito il battaglione Azov, infestato da neonazisti. Le contraddizioni sono battute d’arresto (anche tragiche, anche sanguinose) dentro un faticoso percorso di affermazione della volontà popolare attraverso gli strumenti della democrazia rappresentativa, strumenti che non appartengono alla tradizione di un paese come l’Ucraina.

Eppure, se leggessimo certi eventi nostrani unendone i punti per ricavarne una (sinistra) trama, nemmeno l’Italia potrebbe essere considerata una nazione pienamente democratica: lo storico che ricostruisse i nostri anni post bellici fino alla caduta del muro di Berlino troverebbe Gladio, le stragi di Stato, la Loggia P2, le cellule neofasciste utilizzate come braccio stragista di una “strategia della tensione” orchestrata anche dai nostri servizi di intelligence. Quello storico faticherebbe a non ammettere che anche la nostra dinamica democratica sia stata gravemente condizionata dall’ ombrello della NATO. Per un lungo periodo l’Italia è stato un paese a sovranità limitata; l’analisi del contesto internazionale che portò Berlinguer, nel 1973, a partorire l’idea del “compromesso storico” è lì a dimostrarlo. E tuttavia, potremmo da questo tragico filotto di eventi trarre la conclusione assoluta che l’Italia non è uno stato democratico?

Ecco, riflettendo meglio, forse sono proprio le lenti che dovremmo indossare, da democratici mediterranei più che atlantici, che potrebbero aiutarci a leggere la guerra in Ucraina con quella acutezza laterale che ritrovo in Federico Varese. Se l’Italia, invece di Berlinguer e Moro (politici dotati di un altissimo senso della responsabilità) avesse avuto uno Zelensky (personaggio di tutt’altra statura), cosa sarebbe potuto accadere al nostro paese, già martoriato da decine di tragici attentati?

L’Italia aveva il più grande partito comunista d’Europa, ed è innegabile che attraverso questo veicolo le istanze delle classi subalterne stessero raggiungendo il livello più alto della rappresentanza. Da cosa era spaventato il potere atlantico? Dal fatto che il Patto di Varsavia potesse estendersi all’Italia o dal fatto che la classe subalterna potesse salire al potere attraverso il suo principale strumento di partecipazione democratica?
Nel 1976 Enrico Berlinguer azzerò ogni possibilità di equivoco, affermando che si sentiva più tranquillo sotto l’ombrello della Nato, ma aggiunse subito: “Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà.”.

Anche lo storico Marcello Flores, in un articolo apparso sulla rivista Il Mulino (qui) afferma che il pericolo che avverte Putin non va letto con le lenti della Guerra Fredda: “Il «pericolo», tuttavia esiste, ma è un pericolo politico che Putin non può tollerare: quello di avere ai propri confini Stati che stanno – con fatica, lentezza e contraddizioni – camminando verso la democrazia e la libertà. Un pericolo di contagio democratico, questo è il motivo della faccia feroce che Putin da anni sta facendo sui suoi confini orientali, dietro la scusa della «minaccia» della Nato e dell’allargamento dell’Unione europea.”

Secondo Flores, Putin teme più di ogni altra cosa la democrazia, il libero dibattito, lo sviluppo di una opposizione interna, la libera informazione.
Lo dimostrano i fatti che elenca in successione: “Il rafforzamento della repressione in Cecenia, la guerra contro la Georgia per l’Ossezia del Sud nel 2008, la costruzione di una dittatura sempre più forte all’interno, segnata dalle uccisioni di Anna Politkovskaja nel 2006, di Boris Nemtsov nel 2015, dal tentativo di omicidio e dall’incarcerazione di Aleksej Naval’nyj nel 2020-21, dalla messa fuori legge di Memorial, non ha spinto a vedere nella strategia di Putin un mutamento profondo rispetto sia agli anni della Guerra fredda che al decennio dopo di essa..

Particolarmente inquietante sotto questo aspetto appare la “dichiarazione congiunta” Russia-Cina del febbraio scorso, in cui (scrive sempre Flores) si teorizza l’ “inizio di una «nuova era» in cui non è più determinante la “democrazia dell’occidente” ma ogni nazione possa scegliersi le «forme e metodi di attuazione alla democrazia che meglio si adattano al loro stato»”.
Se gli Stati Uniti possono essere accusati di avere esportato la “democrazia liberale” a suon di bombe o colpi di stato, Russia e Cina teorizzano ora una “democrazia non democratica”, su misura della nazione imperiale di turno (a tal proposito dovrebbe destare molta preoccupazione il destino di Taiwan).

L’originalità dell’analisi di Fabio Mini (oltre che dal fatto di provenire da un ex generale di primo piano nello scacchiere NATO) risiede nel sollevare il velo d’ipocrisia filoatlantica che imperversa sui principali media: se Putin è un criminale (e non da oggi), chi ha bombardato Belgrado per settanta giorni per ‘difendere’ il Kosovo autoproclamatosi indipendente (cioè la NATO) lo è stato altrettanto.
Mi limito ad un esempio geograficamente vicino per non allargare il campo alle innumerevoli guerre di “difesa” o “instaurazione forzosa” della democrazia combattute nel mondo dall’Alleanza Atlantica. Aggiungo che, mentre Ucraina e Russia condividono un vasto confine, la distanza tra Washington e Pristina è di circa settemila chilometri …

La peculiarità delle argomentazioni di Varese e Flores sta nella sottolineatura di quanto le spinte libertarie che provengono dal basso siano percepite come il massimo dei pericoli per una tirannide o un regime totalitario; che quindi l’aggregazione libera e democratica delle persone conta eccome, quando invece una narrazione cinica sembra attribuire valore, per le sorti del mondo, solo ai comportamenti delle elites economiche e militari. Che quindi il popolo non è solamente una massa indistinta di persone che possono essere manipolate, ma può essere ancora il motore dei cambiamenti.

Varese e Flores gettano una luce sul terrore del tiranno per le istanze di libertà.
Mini illumina con un faro di pragmatismo la situazione russo-ucraina, suggerendo una dose di sano realismo per evitare l’allargarsi del conflitto.

Un tempo si chiamava realpolitik. Non è azzardato affermare che l’avvento degli armamenti nucleari ha costituito una cesura tra la guerra novecentesca e la guerra del futuro. La guerra del futuro non solo non ha vincitori né vinti, soprattutto tra i popoli. Ma potrebbe non avere più il genere umano, per come lo conosciamo, a ricostruirne storicamente genesi e svolgimento, nelle generazioni a venire.

Mentre i ministri dell’Europa (nano politico-diplomatico) si fanno deliberare un aumento delle spese militari, non è paradossale affermare che il concetto di realpolitik adesso è traslato verso un’idea che cinquant’anni fa veniva tacciata di utopia e tuttora viene considerata da molti stupido idealismo: l’idea di un pianeta disarmato, che ha bandito l’ipotesi stessa della guerra. Che ha maturato il tabù della guerra. E’ questo il più elevato livello di realpolitik al quale l’umanità dovrebbe ormai guardare: se non per convinzione, per necessità.

TARGHE RICORDO

Apprendo – da Il Mulino, Marcello Flores, Katyń e la memoria rimossa – che il 7 maggio scorso, mentre la Russia festeggia la vittoria contro il nazismo, a Tver’ sono tolte due targhe dal vecchio palazzo della polizia segreta, collocate nel 1991.Una è “alla memoria dei torturati” passati nelle mani dei militi dell’Nkvd  (polizia segreta sovietica, ndr,) prima di essere uccisi o inviati in un campo del Gulag. L’altra è “alla memoria dei polacchi del campo di Ostaškov” , uccisi dall’Nkvd di Kalinin (così di chiamava allora Tver’), ed è relativa alle fosse di Katyń.

La vicenda è nota e già chiarita fin dal 1943. Migliaia di ufficiali polacchi, in uniforme e con i loro documenti sono trovati in una fossa comune nella foresta. Risultano indubbiamente uccisi dai sovietici, tra l’aprile e il maggio del 1940. Lo accerta una commissione internazionale della Croce Rossa, richiesta pure dal governo polacco in esilio a Londra. La versione sovietica è che i prigionieri polacchi, usati per l’esecuzione di diversi lavori, sono stati catturati dai tedeschi nell’agosto del 1941 e da questi eliminati. Di più: l’Urss richiede che questo crimine sia aggiunto ai capi d’imputazione al processo di Norimberga. La richiesta è respinta dagli alleati per non compromettere, con l’infondato addebito, l’intero impianto accusatorio.

Nel Dopoguerra, l’Urss, il governo comunista polacco e i partiti comunisti, compreso il nostro, negano ogni responsabilità sovietica. In Polonia, nel 1981, Solidarność erige un monumento alle vittime di Katyń, trasformato dall’autorità e dedicato “ai soldati polacchi vittime del fascismo hitleriano”.

Michail Gorbačëv, in coerenza alla glasnost (trasparenza nel raccontare la verità) promuove una commissione polacco-sovietica per accertare i fatti. Segue l’ammissione di responsabilità dell’Nkvd – ordine di Berja e Stalin di giustiziare 25.700 soldati polacchi, tra loro oltre ottomila ufficiali – e l’apposizione delle due targhe.

Putin, nel 2010, rende omaggio ai caduti di Katyń con il primo ministro polacco Tusk e, 10 anni dopo, decide la rimozione delle due targhe. La storia russa deve rappresentare tutto il bene fatto nel passato, così come nel presente. Testimonianze e ricerche in contrario vanno tacitate. Un sondaggio dello scorso anno attesta che per il 71% dei russi Stalin è stato un personaggio positivo. La memoria pubblica deve adeguarsi al sentimento popolare. Conosciamo e sperimentiamo quotidianamente questo comandamento, che richiede costanti, rinnovate falsità.

Dice Hanna Arendt che la menzogna consiste nella deliberata volontà di trattare verità di fatto come se fossero opinioni e, come tali, trascurabili o modificabili secondo convenienza. Se la versione cara al potente di turno cozza irrimediabilmente con i dati di realtà, tanto peggio per i dati e la realtà. Il risultato è una generalizzata incapacità critica, l’abbandono di ogni tensione alla ricerca della verità, senza pretesa di raggiungerla sempre (o peggio di averla raggiunta e possederla indiscutibile). Difficile il formarsi di un’opinione fondata, impossibile un’opinione pubblica all’altezza dei problemi che si presentano.

C’è chi ne sa di più: i servizi segreti, ad esempio. A loro spettano le più delicate attività informative per la salvaguardia della Repubblica, cioè della nostra democratica convivenza. Ogni volta che accade di gettare uno sguardo alla loro attività questa appare volta a tutt’altro: menzogne, coperture, depistaggi. Ci viene detto allora che questi sono “servizi deviati”. Come tali sono finiti pure nel vocabolario. Ad esempio nel Treccani: “Che si è allontanato da una linea di condotta legale: servizî segreti deviati”. Speriamo che i servizi restanti proseguano nel loro compito importante.
Perché i servizi segreti non deviino non debbono anzitutto deviare quelli pubblici. Penso in particolare a quelli dedicati a salute, istruzione, lavoro. La prima cosa – come noto, e pandemia conferma – è la salute, poi bisogna studiare e lavorare. In Costituzione sono segnati come diritti fondamentali. La Repubblica tutela la salute di tutti come diritto individuale e interesse della collettività. Dell’individuo, è scritto, non del solo cittadino. Un sistema sanitario pubblico, integrato in quello europeo ne ha costituito la realizzazione più aggiornata.

La scuola, nelle sue diverse espressioni e gradi, è apparsa, nei momenti migliori, poter essere l’organo costituzionale, vitale, centrale della democrazia, indicato da Calamandrei. “La scuola è aperta a tutti, dice la Costituzione. Di tutti è un diritto, come la salute. Si obietta: “Ma se i soldi non ci sono? Soprattutto nella crisi economica e fiscale dello Stato?”. I soldi ci sono, magari ben custoditi e protetti, in paradisi fiscali se necessario. Quello che sicuramente occorre fare è non umiliare sanità e scuola pubbliche al servizio di interessi privati. Dice Calamandrei “Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima”. L’esperienza ci mostra quanto ciò sia vero pure per la sanità.

E poi c’è il lavoro, che fonda la Repubblica e il cui termine ricorre 19 volte nella Costituzione. Nelle sue multiformi manifestazioni può e deve assicurare le condizioni di mantenimento e sviluppo della collettività, anche di quelli che non sono – ancora, più, comunque – in grado di lavorare. Un servizio civile universale, che tale sia e non si accontenti di ostentare l’aggettivo, ne sarebbe già l’avvio. Anche qui non si deve arretrare dai livelli raggiunti. Chiamare il provvedimento Jobs Act non giustifica l’umiliazione dei lavoratori. Il lavoro, a partire da quello pubblico, è alla base della necessaria solidarietà politica e sociale senza la quale, come sappiamo bene e l’art. 2 della Costituzione ricorda, tutti i diritti inviolabili dell’uomo si polverizzano. Restano al più come targhe, in attesa di essere defisse dal muro della nostra costruzione comune.

Cover: Bassorilievo Palazzo del governo, Livorno (Wikipedia)

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