Tag: marco balzano

Le ferite :
14 racconti per i 50 anni di Medici Senza Frontiere

 

Compie cinquant’anni il prossimo 22 dicembre Medici Senza Frontiere [Qui], l’organizzazione internazionale fondata a Parigi nel 1971, che porta soccorso sanitario e assistenza medica in tutte le zone del mondo colpite da guerre, epidemie, disastri ambientali, dove non sia garantito il diritto alla cura.

le ferite medici senza frontiereHo acquistato una copia della raccolta Le ferite che è uscita in marzo per Einaudi: quattordici grandi racconti, ceduti gratuitamente dagli autori per raccogliere fondi a favore di MSF; alla raccolta partecipa l’editore, devolvendo l’utile di questo progetto, così come partecipa ogni lettore che compri il libro.

Mi sento così l’ultimo anello di una catena umana sensibile al mondo ferito.
Leggo. E’ un’attività solo della mente, molto lontana dall’agire verso gli altri portando medicine e soccorso.

Eppure ha un valore, lo dice bene la dichiarazione con cui MSF ha risposto alla consegna del Premio Nobel per la pace ottenuto nel 1999 “in riconoscimento del lavoro umanitario pionieristico”.

Dice così: “Non siamo sicuri che le parole possano salvare vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide”.

Leggo i racconti in un ordine casuale, ora attirata dal titolo, ora dall’autore che ha scritto e poi donato una storia. Sono racconti di varia lunghezza, in cui il tema della ferita viene declinato in modi piuttosto diversi dagli autori: Marco Balzano, Diego De Silva, Donatella Di Pietrantonio, Marcello Fois, Helena Janeczek, Jhumpa Lahiri, Antonella Lattanzi, Melania G. Mazzucco, Rossella Milone, Marco Missiroli, Evelina Santangelo, Domenico Starnone, Sandro Veronesi, Hamid Ziarati.

Ci si ferisce tra singoli individui oppure tra popoli, si ricevono ferite nell’infanzia oppure da adulti, dentro la famiglia di origine oppure dal partner con cui si è vissuto a lungo. È una stanza di ospedale il luogo angusto in cui si consuma la distanza tra i mondi di appartenenza dei malati, oppure è il Mediterraneo, lo spazio della migrazione sofferta e senza diritti. E’ una donna a essere lasciata senza acqua mentre sta male tra le mura di casa.

Leggo Senza nome dello scrittore iraniano Hamid Ziarati [Qui] e mi trovo in Kurdistan. A non avere nome è una ragazzina, che la voce narrante ha visto in un campo profughi in Turchia e ora la descrive. I suoi capelli sono lunghi ma non lunghissimi, sono lunghi perché trascurati, nessuno li ha tagliati da anni. Gli occhi sono profondi e belli, da mediorientale e hanno il colore del miele.

Il narratore non guarda più gli occhi dei profughi che incontra: dentro i campi ha trovato solo tristezza e paura in quelli dei rifugiati e odio nello sguardo di chi col bastone in mano li colpisce e li tortura.

Naso e bocca sono da ragazzina, cioè non ancora definiti, e anche la bocca è in divenire, con i denti tutti bianchi. Alcuni denti sono caduti, però. Ha perso da poco i denti di latte? Ha ricevuto “qualche bastonata da quelli del Daesh”?

Neppure il narratore ha un nome: lui e la ragazzina hanno vissuto tra spostamenti continui,  impegnati a fuggire da un paese all’altro in un mondo ostile fatto di “dittatura, guerra, detenzione, violenza, fame, pericolo, speranza, sogno”.

La  vita l’ha trascorsa come giornalista riempiendo taccuini di appunti per i suoi reportage: l’infanzia in Iraq e la fuga in Iran allo scoppio della guerra tra i due paesi, il ritorno dopo anni ai luoghi dell’infanzia irachena e poi il passaggio in Siria, perché l’Iraq di Saddam ha intrapreso un’altra guerra invadendo il Kuwait.

Infine la fuga anni dopo fino al Kurdistan turco, dove l’ha incontrata la prima volta. Poi ancora in movimento verso la Grecia e l’Italia, viaggiando sullo stesso camion con lei. “E poi sono passati tanti anni da quell’ultima volta che l’ho vista, fino a qualche sera fa, alla stazione dei treni, dove dormo per sfuggire al freddo, poliziotti permettendo. Era uguale, lo giuro. È salita su un treno…”

A questo punto sono giunte le loro vite parallele: il giornalista conserva i taccuini nella borsa che ha con sé, ma non scrive più. Sopravvive come profugo, dormendo nel freddo di una stazione non precisata.

Mentre la bambina, che in tanti anni è rimasta uguale, che anche ora è vestita “come tutte le ragazzine” e sta salendo da sola su un treno, diventa il simbolo di tutti i minori che viaggiano soli e senza sostegno. Per lei occorre mobilitarsi. Cercatela, perché “deve essere lei la bambina che state cercando. E se non è lei, cercate anche lei per favore! È sola”.

Leggo Tubature di Rossella Milone [Qui] e mi trovo chiusa nella casa di Sonia, una giovane donna che soffre di ipermenorree saltuarie durante il ciclo. La trovo sofferente, perché la emorragia che la sta sfiancando è cominciata di notte, mentre lei dormiva.

Ora si sveglia ed è ancora notte fonda e, mentre si trascina dal letto alle altre stanze in cerca di un rimedio, la mente le si fa lucida. Ricorda che Andrea, il compagno che ha appena lasciato dopo anni di convivenza, è venuto ieri sera a prendere le sue ultime cose. Ricorda di avere avvertito i primi crampi e di essere andata a coricarsi, mentre lui si muoveva ancora dentro casa; lo ha sentito armeggiare a lungo usando gli attrezzi per le riparazioni.

Alla sua domanda di spiegazioni lui ha detto che dalle tubature usciva un rumore continuo, che andava tolto. Le tubature, già. Ha estremo bisogno di acqua, Sonia. Le occorre una borsa dell’acqua calda, vuole prepararsi una camomilla, vuole lavarsi.

Quando in bagno solleva il miscelatore non accade nulla, non esce nemmeno una goccia d’acqua. La ferita che le ha inferto il suo ex compagno è proprio qui: “il rubinetto fa un rumore cavo, come di una bolla che scoppia, e Sonia immagina tutta l’acqua del mondo defluire via”, mentre le forze defluiscono dal suo corpo e lei deve rannicchiarsi sulla poltrona per resistere al dolore, sporca e sudicia com’è, dentro la sua pozza.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
Gabbie, Lacci e altri affanni

 

Due mercoledì fa, dopo il consueto giro al mercato del mio paese, sono passata in Biblioteca a ritirare il libro da leggere per la fine di maggio: dopo l’interruzione invernale dovuta alla pandemia il nostro gruppo di lettura riprende con il libro del mese, che va letto e poi recensito. Più avanti potremo incontrarci di nuovo, per ora ci scambiamo le opinioni via mail.

Mi è piaciuta subito la copertina: i lacci ben annodati tra la scarpa sinistra e la destra legano il passo a un uomo vestito elegantemente. Dire un uomo è troppo, in quanto al di sopra delle scarpe si vedono solo i calzini blu avio e il risvolto dei pantaloni gessati. Il passo lo si vede bloccato dal nodo tra i lacci, così che il piede destro, già alzato sulla punta, sarà il primo a cadere in avanti. Che fare? Davanti alla caduta inevitabile il lettore è impotente, può solo aprire il libro e leggere come si è arrivati a questo momento.

lacci domenico starnoneL’ho letto, Lacci di Domenico Starnone, sentendo la presenza dei piedi legati a ogni pagina. Mi è accaduto raramente di trovare così ben rappresentata da una immagine l’idea centrale di una storia. La storia di per sé non ha nulla di straordinario, ripropone anzi la dinamica del romanzo borghese, che si è diffuso nella nostra narrativa ormai da due secoli.
Il libro racconta la separazione tra Vanda e Aldo e il dolore che essa comporta per la moglie che l’ha subita, la costrizione per lei e per i due figli piccoli a cambiare completamente la vita e le aspettative, dopo che il marito è andato a vivere con una giovane donna, di cui è passionalmente innamorato. Questo nella prima parte del romanzo (la divisione è in tre parti chiamate Libri come nelle opere antiche).

Poi subentra nel secondo Libro un narratore diverso, che sposta il tempo della storia a quarant’anni dopo: è un uomo di oltre settant’anni, che vive in simbiosi con la moglie una vita quotidiana fatta di piccole abitudini, di cui è lei a tenere le redini. Lui si mostra rassicurato dalla routine che si ripete da chissà quanto tempo, ogni giorno di più è consapevole della propria fragilità e di come riescano a destabilizzarlo anche i più piccoli inconvenienti.

È in una fase della vita fatta così, che accade l’imprevisto: di ritorno da una breve vacanza lui e la moglie trovano il loro appartamento nel caos, con i mobili spostati e il contenuto dei cassetti sparso sui pavimenti. Sparito Labes, il gatto di casa. Spezzato l’ordine meticoloso delle stanze, di cui è da sempre custode demiurgica Vanda, mentre Aldo è il convivente silenzioso e arreso, un “uomo-ombra”, come lui stesso si definisce. Dai cassetti che vuole riordinare da solo, mentre Vanda dorme, emergono le prove del loro passato ed è qui che, mentre rilegge vecchie lettere, veniamo a conoscere la sua versione sulla separazione di tanti anni prima.

Nel terzo Libro la storia è raccontata dai figli della coppia, che si incontrano nella casa lasciata vuota dai genitori e riescono ad avere un dialogo inusuale, lungo e in molti punti con idee controverse. Dico controverse perché Sandro e Anna hanno personalità opposte e tendono a ricordare in modo antitetico gli episodi salienti della vita a quattro che si è svolta in quella casa. Quanti lacci hanno impedito anche loro. Quale tiro incrociato tra i punti di vista dei genitori e dei figli sullo stesso passato.

Mi convince questa dinamica aggrovigliata dentro la loro famiglia, sa di realtà.  Mi colpisce il dolore di tutti. La vita familiare, e a questo punto cammino sulle orme di Pirandello, si rivela inautentica. Prendiamo Vanda e Aldo, ora che sono anziani: lei tira le somme del suo legame col marito e conclude che l’attrazione per lui se ne è andata molto presto dopo il matrimonio. Durante i quattro anni di separazione ha dovuto rielaborare una nuova identità come madre e come donna e quando Aldo è tornato a casa si è procurata una sorta di risarcimento.

Lui ha vissuto gli inizi del matrimonio come una bella avventura, salvo poi cadere nella delusione e nella consuetudine: “Essere sposato, avere una propria famiglia in giovanissima età, era diventato non segno di autonomia ma di arretratezza. A meno di trent’anni mi sentivo vecchio.”

E non parliamo dei figli. Da adulti si palesano come due persone invase dal risentimento, insicure e incapaci di mantenere il legame come fratelli. Si incontrano e si parlano solo perché costretti a rimettere piede nella casa di famiglia a dare acqua alle piante e cibo al gatto nei giorni in cui i genitori sono fuori per la breve vacanza raccontata nel secondo Libro.

Il finale della storia è sorprendente: dico sempre che la parte difficile di un romanzo è la sua conclusione e molti finali li trovo deludenti. Questo non delude, ma è amaro. E ora servirebbe anche la presenza di Freud per calarci nel pozzo di insicurezze e traumi non risolti di Sandro e Anna, i quali si sbilanciano in una vendetta verso i genitori, che a me lettrice appare incongrua. Per entrambi sarà liberatoria, lo spero per loro. Di nuovo Pirandello: mi accorgo di rapportarmi con Sandro e Anna come se fossero persone vere e non di carta.

Però resta il fatto che mi hanno ricordato le costrizioni di cui tutti ormai si lamentano; la nazione intera non aspetta altro che riprendere attività e spostamenti e viaggi. Senza lacci e col passo lungo di chi ha una strada da percorrere dopo la sosta forzata.

La scrittura di Starnone è sicura, sicuro il suo appropriarsi di punti di vista differenti e il suo celarsi dietro due narratori maschili e due femminili, di età diverse per giunta. È una abilità narrativa che apprezzo sempre e che sto ritrovando negli ultimi romanzi di Marco Balzano [Qui], come ho già avuto modo di dire altre volte in questa rubrica.

I dialoghi sono molto ben formulati e anche le introspezioni di ogni narratore su di sé sono raffinate e plausibili. Faccio un esempio: quando Aldo si difende dai sensi di colpa, mentre vive lontano da Vanda e lei è in ospedale dopo che ha tentato il suicidio, usa parole estreme da mettere sui due piatti della bilancia. Da un lato riconosce di avere commesso un “crimine”: “Avevo sfregiato un’esistenza”, dice a se stesso; poi però reagisce e sull’altro piatto della bilancia finiscono considerazioni come questa: “Andar dietro al proprio destino era un crimine? Rifiutarsi di sottoutilizzare se stessi era un crimine? Battersi contro istituzioni e consuetudini soffocanti era un crimine? Che assurdità.” Come si vede, la rivoluzione culturale degli anni Settanta ha avuto un bel peso nelle scelte personali di Aldo, così come a Vanda il femminismo di quegli anni ha dato un buon supporto nella lunga rielaborazione di sé.

Lacci mi piace, perché parla delle rinunce che facciamo tutti per vivere in comunità, da quella più piccola della famiglia, alla comunità sociale. Io dico anche per coabitare con noi stessi. Aldo la chiama “sottoutilizzo” di sé, basta questa parola così esatta a dare consistenza al romanzo.

Contro affanni e lacci che ci legano trovo l’amuleto che mi salva, è il gatto Labes, che Vanda cura con amore. Scompare, Labes, e io soffro con la sua padrona quando se ne accorge, mentre controlla le stanze devastate dal caos e teme che gli possa essere capitato il peggio. In fondo, il suo nome in latino significa “rovina”. Per la famiglia, tuttavia, sta per “La bestia” abbreviato; e allora dalla bestia mi aspetto molto. Mi aspetto che dove è andato, e io lettrice lo vengo a sapere alla fine del romanzo, porti il suo essere secondo natura e dia un po’ di stabilità a chi se l’è preso.

Il romanzo su cui è incentrato il testo è: Domenico Starnone, Lacci, Einaudi, 2014

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
Libri o persone? Tutti e due: persone & libri.

 

Nella foto in bianco e nero c’è un bambino sulla giostra insieme a me; occupa la moto alla mia sinistra e guarda l’obiettivo a occhi sgranati. Io invece sono concentrata a guidare una macchinina, con le mani ben strette sul volante. Di Marco si notano il giubbino fatto a mano con la lana piuttosto grossa e i capelli corti e ispidi, da monello. Oggi è il giorno di San Michele Arcangelo, patrono del mio paese, e la mia pettinatura è quella delle grandi occasioni: il concio o come si dovrebbe dire lo chignon che mia madre abbina ai vestiti eleganti, come questo che è di velluto. Il colore non si può vedere nella foto, ma la memoria mi soccorre e lo ricordo color bordeaux.

Stamattina al mercato del mio paese il giro tra le bancarelle è durato poco: mi hanno assorbita altre commissioni attorno alla piazza, tra cui quella in banca. Lunghissima. Meno male che, nell’attesa di conferire con il cassiere, Marco e io ci siamo ritrovati dopo tutti questi anni e abbiamo rimesso in piedi alcuni ricordi della nostra infanzia. La foto sulla giostra è venuta in mente quasi subito a tutti e due. Con le nostre facce di oltre mezzo secolo fa, ma almeno sono facce complete e non questi ovali coperti dalle maschere anti Covid, che portiamo come segno dei tempi.

Penso che abbia fatto bene a entrambi incontrarci. Certo, la sensazione che lascia il calore umano scambiato dal vivo porta una piccola beatitudine, perché ci fa sentire parte di una tribù a cui abbiamo preso parte fin da piccoli, con i suoi riti identitari; ci fa ricordare insieme e credo sia già una forma di dialogo. Combatte la solitudine della caverna nella quale abbiamo trascorso gli ultimi mesi. Come è accaduto a molti di noi, nell’ultimo anno ho esercitato più che mai la mia capacità ricettiva. Sento e leggo a lungo ogni giorno le news di politica interna ed estera; come avrebbe detto Galileo conosco estensive le cose che accadono nel mondo, molto più di quando insegnavo e lavoravo tutto il giorno per fare lezione da casa e tentavo in qualche modo di salvare la qualità della relazione con i ragazzi. Ora però rielaboro di meno, soprattutto per la carenza di interlocutori. I mass media consentono assai poco la reciprocità del dialogo: ascolto e basta. E mi manca il dialogo quotidiano con le amiche colleghe, compagne di avventure didattiche e dello spirito.

Diciamo che frequento libri e rifletto sulle sollecitazioni che mi dànno con una grande sete di parole. Chissà se in Italia è aumentata la lettura durante il lockdown e di quanto.
Libri o persone? Ho bisogno di tutt’e due. E allora eccomi a comprare appena è stato possibile l’ultimo libro di Marco Balzano, Quando tornerò, e ad aspettare di sentirlo parlare di questa nuova storia durante il collegamento con la sede ferrarese di Libraccio il 15 aprile scorso. Ho conosciuto Balzano un paio d’anni fa quando è venuto a incontrare i ragazzi dei Licei cittadini al Museo di Spina nel salone delle Carte Geografiche. Che bel momento. Lui generoso e attento ai ragazzi come un docente, che è anche scrittore, sa fare, il suo libro, Resto qui, bellissimo.

Volevo riascoltare la persona Balzano, lo scrittore in carne e ossa. In un gioco chiarissimo di complementarità tra autore e narratori, Balzano dice “Io” per tre volte nel nuovo romanzo: parla nelle vesti di Daniela, la madre di famiglia che lascia la Romania per venire a Milano a fare la caregiver (da evitare la parola riduttiva badante, meglio curante o il termine equivalente inglese), poi assume il punto di vista dei due figli, che Daniela ha lasciato soli, con un padre evanescente che riesce solo a fuggire le responsabilità e ad andarsene a sua volta senza lasciare traccia. Lei per prima, poi Manuel e infine Angelica danno la loro versione degli anni in cui da Daniela ha lavorato a Milano, con l’unico scopo di mandare loro i soldi necessari a farli studiare.

E’ la storia dello spaesamento da cui sono stati travolti: lei che come tante donne dell’Est si è trasferita in Italia a prendersi cura di una persona anziana, i figli che per questo sono stati lasciati senza cura. È una storia contemporanea e internazionale: sul tema della partenza e poi del ritorno alla famiglia, dopo un’ intensa esperienza di lavoro e di emancipazione femminile vissuta in un altro paese; sul senso di colpa che divora chi è andato lontano. Lo sa bene Daniela, anche se è stata spinta a venire in Italia dalle necessità economiche e dall’immenso amore per i figli. Ogni sacrificio è stato fatto per loro, che però non possono capire e sentono la ferita dell’abbandono.

Come nel precedente romanzo, mi sembra di nuovo straordinaria la capacità di immedesimazione dell’autore nei suoi personaggi: là era protagonista e io narrante, la maestra di un paese in Alto Adige, Trina; ora lo sono una donna matura e i due figli adolescenti. Ognuno racconta la propria versione della storia con le caratteristiche espressive che gli sono peculiari e con il proprio grado di comprensione della scelta che Daniela ha compiuto. In particolare Manuel, che, a differenza della sorella maggiore avrebbe voluto andare via con la madre, sbanda sotto il peso dell’abbandono.

Nella mia vita ho conosciuto alcune curanti occupate in famiglie del mio paese, poi ho conosciuto da vicino Sofia quando ho avuto bisogno che si prendesse cura di mio padre. E’ stata una guida imprescindibile per me, lungo un cammino senza tracciato in cui rischiavo di sbandare. Ho avuto lei come bussola: la sua laurea in medicina e la sua dedizione l’hanno resa indispensabile a mio padre e al resto della famiglia. Dopo nove anni, anche ora che è tornata a vivere in Polonia, non passa giorno che non ci scambiamo una parola tramite whatsapp. Di lei mi ricordo quotidianamente e dunque il libro che parla di Daniela e dei suoi figli mi suona familiare.

Sofia è venuta in Italia per cercare lavoro, ma soprattutto per lasciarsi alle spalle una storia famigliare dolorosa; ha lasciato in Polonia i due figli maggiori e ha portato con sé il più piccolo, di soli otto anni. Mi viene in mente la sua parabola di vita, nella fase che ho conosciuto, perché ricorda da vicino i sacrifici e le privazioni di Daniela. Nel caso di Sofia, però, l’attaccamento dei suoi figli non è mai stato scalfito dalla lontananza. Il maggior segno di amore le è stato dato dal più piccolo, che ormai trentenne l’ha seguita nel suo ritorno in patria. Lui, più italiano che polacco per il modo di vivere e di pensare, ha ripreso la via di casa insieme a lei, complici anche la precarietà del lavoro qui in Italia e qualche problema di salute.

Mi domando di nuovo: persone o libri? La risposta è la stessa: persone e libri. Perché, come ha detto Balzano a chi gli chiedeva come avesse scelto il tema del badantato per questo romanzo, la letteratura ha la forza di guardare il mondo dall’interno e con efficacia, di trovare empatia nel rapporto con gli altri. Sa andare oltre gli stereotipi. Sa procurare avvicinamento.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
Anno nuovo, parole nuove

Shecession è un neologismo di cui apprendo leggendo il recente numero dell’Espresso con data 27 dicembre 2020; lo metto accanto all’altro, V-day,  e incomincio l’anno nuovo con due nuove parole come viatico, se non addirittura come leitmotiv per il prossimo futuro.

Il vaccino, o meglio i vaccini già in distribuzione portano con sé il senso positivo di una battaglia a lungo combattuta contro il virus che ora volge al meglio; pur nella incertezza sulla durata della loro efficacia rappresentano il segno della ripresa. Sono belle parole, le vaglio mentre le scrivo e desidero che siano quelle vere da usare a vittoria raggiunta, quando avremo archiviato il Covid in termini di emergenza pandemica e lo affronteremo come una comune influenza. So anche, mentre le scrivo, che sono disattese: la disarmonia del mondo si è scatenata nella corsa agli approvvigionamenti e il V-day che bisogna usare come parola del momento sta dando la stura a irregolarità e disuguaglianze, nemmeno a dirlo a sfavore della parte più debole del pianeta, a quella povertà le cui isoipse sono un groviglio intricato che tocca ogni continente ma si concentra nel cosiddetto sud del mondo.

Nelle prime pagine dell’Espresso, nella sua rubrica La parola, Michela Murgia si esprime così: “Il virus non è amico di nessuno, ma anche negli stati che vantano standard di democrazia più elevati sono soprattutto le donne a rischiare di veder compromessi i loro diritti in nome dell’emergenza pandemica.” Infatti anche in un paese come l’Italia hanno per prime perso il lavoro, reggono il carico del lavoro dentro casa, che il lockdown ha reso più pesante, continuano a essere retribuite di meno rispetto agli uomini. “La minaccia del prossimo anno è nel neologismo shecession, la recessione selettiva post pandemica che colpirà le donne come nessun’altra categoria.”

In questa chiave è la differenza di genere a riproporsi come criterio di discriminazione nel mondo, e di seguito il settimanale propone alcuni articoli sul tema del potere alle donne. Raccontando sia di donne maltrattate in Etiopia e nelle nostre città, sia  di donne “di influenza globale”, come la premier neo-zelandese Jacinda Ardern e di nuove protagoniste nel mondo dell’arte e del giornalismo.

Leggo con interesse l’articolo di Giuseppe Catozzella sulle detenute della prigione di Adwa in Etiopia, che insieme ai loro figli subiscono una totale violazione dei diritti umani. Ritrovo lo sguardo lucido che ho già conosciuto nel reportage di Francesca Mannocchi sui migranti diretti in Europa che sono respinti con violenza sul confine bosniaco.

Leggo e mentre una consapevolezza amara mi entra in circolo ho voglia di fermarla, di esorcizzarla. Mi metto a fare il gioco delle esse. Ce lo insegnò una anziana signorina, che nelle telefonate augurali di diversi capodanni del passato immancabilmente augurava a mio marito e a me, e la voce le tremava, “tutte le esssse che volete”.
Le esse che in questi anni mio marito e io mandiamo nei messaggi augurali di inizio anno nascono da lì e riguardano un bel gruppetto di parole che proponiamo noi in questo modo: le prime due sono fisse e nello stesso ordine: salute e serenità; seguono in ordine sparso a seconda del momento solidarietà, soldi, speranza, quando ancora insegnavo sceglievo per me anche sabato libero, ecc…

Vado a consultare l’indice di un libro recente di Marco Balzano che ho sulla scrivania, Le parole sono importanti, e trovo le seguenti: Divertente, Confine, Felicità, Social, Memoria, Scuola, Contento, Fiducia, Parola, Resistenza. Se fossi in classe con i ragazzi farei due operazioni: la prima richiederebbe di guardarle un po’ più a fondo, una a una con tanto di etimologia, l’altra sarebbe un esercizio di scrittura creativa, utilizzandole tutte per formulare un breve testo e immaginando di avere una diversa età. Ma ora che il mio servizio nella scuola è finito, gioco a selezionarle in base alla mia prediletta esse. Qui compaiono social e scuola e posso licenziarle in fretta, perché verso i social sono guardinga e non li so usare per scelta (vile?) e perché la scuola è stata la mia vita e posso darne per scontato il valore. Mi sa che devo mettere sul tavolo qualche altro libro importante e darci un’occhiata; nel mio studio scorro gli scaffali più a tiro e vengo scelta dalle Lezioni americane di Italo Calvino e da Lessico famigliare di Natalia Ginzburg.

Nel primo Calvino ha scritto sulle parole utili da consegnare al terzo millennio  – siamo nel 1984 e l’Università di Harvard lo ha invitato a tenere un ciclo di  conferenze a tema libero – e ne ha selezionate sei che non cominciano per esse, precisamente Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, e la sesta non conclusa Consistenza. Le prendo così, slegate dai discorsi letterari che Calvino intraprende, e le penso nel loro significato complessivo: serenità e Leggerezza si avvicinano, a tratti si intersecano e mi sento in qualche modo legittimata da un grande libro a continuare il mio gioco. Di Calvino poi mi affascina la Esattezza, sarà che per temperamento e per mestiere ho cercato di praticarla tutta la vita. Ho detto che mi affascina come altre categorie del dover essere, ma mi vedo mentre la saluto con la mano come fosse una parente in partenza su un treno veloce che la porta lontano, anzi lontanissimo.

Ho detto niente consapevolezza, solo parole augurali: allora avanti con Lessico famigliare alla ricerca dei modi di dire del professor Beppino Levi, padre della scrittrice. Nel libro vengono riportate da lei le parole e le frasi che si sono sedimentate nella sua famiglia, una famiglia ebraica e antifascista, che viene ritratta tra gli anni Trenta e Cinquanta, a Torino. Sono i detti e le filastrocche dei nonni e di altri parenti ormai scomparsi, dei genitori di Natalia, della sorella e dei tre fratelli. Ne nasce un tesoretto di parole come chiavi interpretative del mondo, capaci di far riconoscere anche al buio e tra migliaia di persone i componenti del gruppo-famiglia Levi.
Ecco le prime esse che trovo nei discorsi del padre, il personaggio a me più caro, con quel suo modo di camminare storto e distratto, che riproduce il suo rapporto sghembo con la vita. Trovo ski, perché Beppino ama la montagna e porta regolarmente a sciare la famiglia; lui dice ski e non addolcisce la pronuncia, cascasse il mondo. Trovo qua e là notizia delle sue sfuriate, che nascono frequenti e passeggere sia in famiglia che in Istituto all’Università di Torino, dove è titolare della cattedra di Anatomia Umana. Trovo gli scherzettini, che in famiglia è il nome dato alle barzellette: manco a dirlo il professore li disprezza, a meno che non siano antifascisti. Poi trovo sempio e sempiezzi e mi soffermo su alcune pagine davvero gustose: sempio è un incapace, uno inadeguato al suo ruolo. Sempiezzi sono in genere le cose fatte male, troppo semplici, di certo inadeguate alle aspettative del professore. Rido, rileggendo la pagina in cui sono sempiezzi i romanzi che egli legge la sera o quando è in viaggio, tutti scadenti anche se ne acquista in continuazione. E soprattutto “E’ un sempiezzo” ripararsi in cantina durante i bombardamenti su Torino, tanto se la casa viene colpita crolla tutto.

Sarà sicuramente sempio anche il mio gioco, che faccio durare poco. Lascio però alcuni puntini, come nei messaggi e nelle telefonate di buon anno: altre belle parole che cominciano per esse potete metterle voi…

Nel testo faccio riferimento ai seguenti testi:
– Marco Balzano, Le parole sono importanti. Dove nascono e cosa raccontano, Einaudi, 2019
– Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988
– Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, 1986

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
Autore, narratore e lettore: da Giulio Cesare a Marco Balzano

Mi sto dedicando alla rilettura di parti dei Commentarii de bello Gallico scritti da Giulio Cesare, il dux della vittoriosa campagna gallica condotta tra il 58 e il 51 a.C. Il libro secondo in particolare è dedicato allo scontro contro i bellicosi Belgi, che mal sopportano la presenza delle legioni romane in Gallia.

E’ guerra, causata sia dalla volontà di conquista del dux, sia dallo spirito di indipendenza dei Belgi. In questo libro si assiste già a un ottimo saggio delle strategie militari romane, che come si sa nel 57 a.C. risultano già vittoriose. Nel settimo e ultimo libro Cesare racconterà la sollevazione universale dei  Galli guidati da Vercingetorige e la difficile vittoria sulla città di Alesia, che suggella la supremazia dell’esercito romano. E’ guerra ed è vinta da Cesare: Roma acquisisce una provincia ricca di risorse economiche e di cultura; il triumviro Cesare dal canto suo ottiene potere e uno straordinario prestigio personale.

E’ il racconto della guerra ad attrarmi, non soltanto la campagna di conquista in sé. Sono le tecniche narrative adottate da Cesare ad affascinare il lettore, in primo luogo la scelta di esprimersi in terza persona anche per parlare di se stesso. In questi ultimi anni ho ripensato più volte al narratore dei Commentarii, facendo lezioni di narratologia, o leggendo con le classi opere di narrativa e passi tratti da poemi epici.

Recentemente mi ha colpito la profondità di scrittura di un giovane autore italiano, Marco Balzano: la sua bravura nel gestire la figura del ‘narratore’ mi ha riportato proprio al grande condottiero romano.Nei due romanzi di Balzano che ho letto, L’ultimo arrivato del 2014 e Resto qui del 2018, egli utilizza un narratore in prima persona decisamente dialogante, con se stesso e con il lettore.

A dire ‘io’ nel primo libro è il protagonista che migra a Milano dal sud quando è ancora un bambino e non ha con sé la famiglia; la sua vita successiva si svolge nella grande città tra la fatica dei trentadue anni vissuti in fabbrica, il mettere su famiglia e il buco nero degli anni trascorsi in carcere. Nella parte finale il protagonista tornato a casa dice di essere diventato “un vecchio spelacchiato”, che sta sulle panchine di Milano a passare le giornate, o sulla sedia del tinello a raccontarsi la propria vita. Qui credo che stia la bravura dello scrittore che si è infilato nei panni di un narratore anziano, piagato dai propri errori, che vive una fase della vita più avanzata rispetto alla sua. E sembra proprio vecchio, ragiona e ha emozioni da vecchio. E’ diventato un vecchio.

Nella prima pagina di Resto qui ritrovo la prima persona: chi scrive ancora una volta dice ‘io’ ed esordisce con queste parole: “Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L’odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io”. Si tratta di Trina, che scrive alla figlia lontana da molti anni  il racconto della vita che non hanno vissuto insieme. Dunque una narratrice. Una donna e anche una madre, che è stata a lungo la maestra di un piccolo paese di montagna. Quando ne ho parlato in classe ho insistito su questo scarto: i ragazzi faticano a cogliere la differenza tra l’autore e il narratore in un libro, credono che si tratti della medesima entità, che siano del tutto sovrapposti. Ho spiegato molte volte che sono sovrapponibili, che qualcosa dell’autore può restare nei tratti della voce narrante, o viceversa, ma che sono reciprocamente ‘altro’. Prima di conoscere Resto qui ho fatto ricorso a esempi plateali, a esercizi di scrittura, in cui gli studenti dovevano proprio fingersi di un’altra età o del sesso opposto, oppure dovevano immedesimarsi in personaggi letterari famosi. Qualche volta ha funzionato bene immaginare di essere la Gertrudina, la futura Monaca di Monza, e di subire nell’infanzia il crudele condizionamento della famiglia verso la scelta del chiostro.

Con la lettura di Resto qui eccolo già pronto l’esempio lampante:  l’autore, Marco Balzano in carne e ossa, non coincide in modo evidente con Trina, la narratrice. Però, con quale sensibilità ne veste i panni. Se leggessimo il libro senza conoscere chi l’ha scritto credo che difficilmente ci accorgeremmo che non è una donna. Nella parte centrale del romanzo mi ha incantata la femminilità dello sguardo di lei sul mondo e sulle sue fatiche, sulle passioni e sui dolori.

E Cesare? Ero partita dal suo resoconto della campagna di Gallia e dal suo narrare che è tutto in terza persona. Che soluzione raffinata. Lo scarto tra il dire ‘io e affermazioni del tipo “Cesare, preoccupato dalle notizie e dalle lettere, arruolò nella Gallia cisalpina altre due legioni” è enorme, è in grado di stravolgere la cifra narrativa dell’opera. Il narratore e protagonista nomina se stesso da un punto di vista esterno, spostando la lancetta della narrazione, che da soggettiva tende a divenir  oggettiva. Nella struttura dei periodi i verbi coniugati alla terza persona segnalano costantemente gli accadimenti. Sono precisi ed efficaci nel segnalare, per esempio, le tappe con cui si svolgono la preparazione di una battaglia e poi lo scontro stesso. Il lettore si forma un quadro preciso delle situazioni e del loro procedere.

Cesare prende atto delle situazioni, le vaglia e decide come condurre le operazioni militari e anche quelle diplomatiche. Cesare, come se fosse un altro. Un grandissimo stratega e un etnografo che indaga i modi di vivere e di pensare delle tante tribù della Gallia. Che offre misurazioni della realtà, che riferisce le notizie, sapendo discernere quali sono certe e quali costituiscono solo delle voci, dei rumores. Il massimo dell’efficacia è raggiunto quando il narratore onnisciente esalta le qualità degli avversari, quantifica il numero dei soldati, mette in luce il loro coraggio. E il lettore si domanda: se i nemici sono tanto validi, quanto sono valorosi i soldati romani che li hanno battuti? Ecco l’effetto migliore della raffinata traslazione del narratore. Se l’ha detto un narratore che sa tutto, la consapevolezza della imbattibile grandezza delle legioni romane diventa certezza. Nel caso di Cesare, attività anche politica, propaganda politica. In fondo, i panni che vestono il dux vittorioso mentre attraversa il Rubicone al suo rientro e intraprende la guerra civile contro Pompeo sono gli stessi del sagace narratore dei Commentarii.

DI MERCOLEDI’: Io resto qui

Di mercoledì al mio paese c’è il mercato, ma non oggi. Non nelle prossime settimane, fino a quando durerà questa situazione di emergenza sanitaria.
E’ un giorno caratterizzato dalla assenza: l’assenza delle bancarelle e della gente in piazza, della scuola che è la mia vita quotidiana da 35 anni, della vita di prima. Sto configurando giornate azzardate, piene di tentativi nuovi per imparare a fare scuola a distanza, piene di nuove difficoltà. Mi do poco tempo per pensare. Un po’ di televisione la sera, ma poca: un tg che trasmette cifre su cifre relative a nuovi contagiati, a ricoveri; mezzo film durante il quale mi assopisco, e così nemmeno una storia completa mi entra in testa e me ne varia il contenuto monocorde. Il lavoro si è preso tutta la materia grigia.
Non so ancora cosa penso della immobilità. Mi salvano il giardino che ho intorno alla mia casetta, e questo correggere continuo le cose scritte e inviate in decine di mail dai ragazzi. Deve essere dura, e lo sarà sicuramente anche per me.
Leggo. Leggo come prima, o forse un po’ meno. Riprendo in mano dagli scaffali più a portata di mano i libri che ho messo in fila negli ultimi due o tre anni; alcuni piuttosto vissuti, altri ancora con il cellophane e dunque pronti a farmi sentire il loro profumo non appena sarà il loro turno e deciderò di aprirli.
Ho riposto giorni fa il romanzo di Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza: un romanzo di cui ho parlato nel numero precedente di questa rubrica e che ho dovuto consultare allo scopo. Il gesto è breve, prendi il volume e lo riponi dove trovi posto nello scaffale degli autori italiani contemporanei. Il libro in questione, però, vuole dirti ancora qualcosa. Guardo infatti la copertina un solo attimo e rivedo la piccola frase stampata a lato della ragazza che è salita sopra una pila di libri per slanciarsi verso l’alto (a salutare una nuvola di chiavi volanti che lei stessa ha lanciato, o che stanno cadendo da lassù, chissà). La frase dice “Dai libri che amiamo è possibile ripartire sempre”.
Ce l’ho. Ce l’ho un libro sul quale appoggiare il peso del corpo con fiducia, come la ragazza che di lì si spinge in alto. Un altro Spinoza, un libro di cui ho voluto trattenere alcune riflessioni, verso la fine, ammirata per la semplicità con cui esprimono quello che anch’io provo, una radiografia fatta di parole.
Non lo trovo. Sullo scaffale dove vado a cercarlo, c’è l’altro romanzo dello stesso autore, Marco Balzano. L’ultimo arrivato. E’ in edizione tascabile ed è colorato. No, sto cercando Io resto qui, che ha la copertina rigida ed è bianco. La foto sul davanti riporta il campanile di Curon che esce dall’acqua.
Un’altra mancanza. Un corto circuito fra letteratura e vita: risulta assente il romanzo che vorrei consultare in questo momento, il cui titolo è una dichiarazione di resilienza allo stato puro: “Io resto qui”. A casa, dico subito pensando al virus.

La narratrice si chiama Trina, fa la maestra in un piccolo paese della Val Venosta in Sudtirolo. Trina è anche moglie di Erich, un uomo tenace e attaccato alla propria terra, e madre di Michael e Marica. Il libro contiene il racconto della sua vita ed è una lunga lettera scritta per la figlia che da tempo ha lasciato la famiglia, portata senza preavviso in Germania dalla sorella di Erich, che forse ha voluto darle una vita migliore.
La vita a Curon è dura, le famiglie campano allevando animali e lavorando la terra. Quando la Storia viene a ravolgere gli abitanti con i suoi cambiamenti, è ancora più difficile resistere. Durante il ventennio fascista Mussolini mette al bando la cultura del luogo, impedendo di parlare il tedesco agli abitanti di tutto il Tirolo e mandando ad occupare i posti negli uffici pubblici impiegati venuti dal resto d’Italia. Trina allora difende la propria cultura e continua a fare la maestra di nascosto, per poter usare il tedesco con i suoi scolari.
Quando arriva la guerra, resiste da sola alle difficoltà mentre il suo Erich è soldato, ma quando egli torna a casa ferito e decide di disertare, fugge con lui sui monti e resiste al freddo e alla fame scappando da un rifugio all’altro a rischio della vita.
Infine la diga. Da molti anni, anche prima della guerra erano cominciati i lavori di una diga voluta dal Duce per produrre energia elettrica, che avrebbe allagato i paesi di Resia e di Curon. Ora col dopoguerra i lavori riprendono, con i rumori delle ruspe che spezzano il silenzio antico delle montagne e col progetto di cambiare radicalmente il territorio. A nulla valgono le proteste degli abitanti , che Erich cerca instancabilmente di tenere viva.
Trina ha già sopportato la dittatura, la guerra, la solitudine e la povertà. Rimasta sola dopo la morte di Erich, accetta di vivere in un minuscolo appartamento prefabbricato che le viene dato in cambio del suo maso, finito sott’acqua come l’intero paese dove è sempre vissuta. Ferma come una radice.
Non ricordo con sicurezza le parole e le frasi che avevo sottolineato due anni fa, alla prima lettura del libro. Ricordo il senso di una frase bellissima che riguarda Erich. Erich alla fine della sua vita è fiaccato dalle fatiche e dai dolori che lo hanno consumato: ha dovuto perdere l’unica figlia, ha visto il figlio tradire le sue idee e arruolarsi nell’esercito del Führer e ha fatto il soldato, pur avendo in odio la guerra. Di recente ha incassato la sconfitta della diga che gli ha tolto la sua casa e i pascoli. Non è la malattia a portarlo via, Trina ne è convinta. E’ stata la stanchezza, quella portata dai suoi pensieri. I pensieri stancano, che bella verità mi dicono queste parole.

Balzano ha uno stile semplice ma molto intenso. È piaciuto anche agli studenti, che quando l’hanno incontrato gli hanno rivolto domande su domande anche su singole parole del libro. L’incontro è avvenuto nella splendida cornice del Museo di Spina; lui è partito un po’ rigido, con aspettative non esaltanti.
Credeva, ha ammesso alla fine della conversazione, di avere davanti una platea un po’ svogliata. E invece si è ammorbidito domanda dopo domanda, si è lasciato andare vedendo il book trailer preparato dai ragazzi, si è commosso con la musica originale della colonna sonora. Secondo me gli è servito tempo semplicemente per smettere gli abiti dell’insegnante (insegna in un liceo milanese) e indossare i panni dello scrittore, di uno che ha lasciato il segno.

Nota bibliografica: Marco Balzano, Io resto qui, Einaudi Supercoralli, 2018

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi