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PRESTO DI MATTINA
la gioia nell’unità

«Gaudium unitate»: la gioia nell’unità, dove il sostantivo unitas è declinato all’ablativo unitate, anziché al genitivo unitatis onde sottolineare, non già una determinazione della gioia che la specifica, la gioia dell’unione, ma per evidenziare ciò che ne è la causa, uno stato in luogo figurato, là dove essa si origina, l’ambito in cui se ne fa esperienza al vivo.

Frutto di quel ‘convenire insieme per vedere, valutare, ed agire insieme’, affinché la gioia del Signore – che è là dove due o tre sono riuniti nel suo nome – sia forza per tutti, gioia di entrare tutti per la stessa soglia, quando si celebra e quando si riflette e si vive insieme.

Ho pensato così che l’espressione In unitate gaudium potrebbe essere un buon titolo di una esortazione di papa Francesco ai cristiani in sinodo, al fine di focalizzare il rapporto fondamentale tra sinodalità e liturgia.

L’invocazione dello spirito nella storia e nella celebrazione liturgica fa si che la celebrazione eucaristica, come lo è la liturgia per l’agire della chiesa, sia fonte e culmine pure del processo sinodale, punto di arrivo, origine e meta del cammino dei cristiani.

La sinodalità non è infatti un metodo, una strategia pastorale come pensano alcuni, ma «l’ordine sinodale è un modo di esprimere il primato dell’amore a livello stesso della Chiesa» (Ghislain Lafont [Qui]), primato dello Spirito di amore così come viene celebrato e vissuto nell’assemblea liturgica che poi deve traboccare nella storia e nelle relazioni tra le persone.

La celebrazione eucaristica costituisce così il paradigma fondamentale dell’evento e del processo sinodale. Come l’eucaristia deve continuare nella vita, così la sinodalità è esercizio permanente, affinché non si abitino solo i luoghi ma le relazioni, non si vivano gli eventi ma i processi.

È lo Spirito Santo che invocato sul pane e sul vino rende presente il Signore Gesù nell’assemblea domenicale, ed è lo stesso Spirito poi che abita le nostre relazioni, suscitando nell’atto del convenire processi che maturano verso il consenso e stili di vita e forme istituzionali più evangelici.

«È il primo attore del sinodo – ricordava il papa al Sinodo amazzonico – per favore, non lo scacciamo; dobbiamo consentire allo Spirito di esprimersi». La sinodalità è così ascolto dello Spirito che parla alle chiese e ai singoli battezzati per attuare convergenze: «Dove lo Spirito è presente, c’è sempre un movimento verso l’unità, ma mai verso l’uniformità», (Ritorniamo a sognare, 75).

In questa prospettiva l’eucaristia diviene atto educativo e performativo: una mistagogia, iniziazione ad un tempo al mistero pasquale e al camminare insieme; essa introduce nel mistero del pane spezzato lungo il cammino condiviso.

Come nella liturgia eucaristica così nel processo sinodale si compie la stessa «dinamica evangelica di un Dio che si avvicina, ascolta, vede e risponde. L’obiettivo di un processo sinodale è annunciare il Vangelo in un dato contesto per andare incontro alle particolari sfide delle persone che vivono in quel luogo. La sinodalità permette alla Chiesa di incarnare ciò che proclama», (Mario Grech [Qui], nuovo segretario generale del Sinodo dei vescovi).

L’ultimo scritto dello storico Giuseppe Alberigo (1926-2007) [Qui], che fu segretario e anima dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna (Fscire) fondato nel 1953 da Giuseppe Dossetti [Qui], è come il suo lascito testamentario alla Chiesa italiana e ai suoi collaboratori. Egli diresse e coordinò l’équipe prevalentemente internazionale dalla quale sono usciti i cinque volumi della Storia del concilio Vaticano II.

«Sinodo come liturgia» è il titolo del suo testo pubblicato su Regno-doc. 13, 2007, 443. L’invito e la consegna dell’allievo di Hubert Jedin e di Delio Cantimori è stato quello di proseguire la ricerca sul rapporto tra momento eucaristico-sacramentale dell’assemblea liturgica e il momento sinodale della vita ecclesiale, al fine di arrivare a dare un autentico carattere assembleare alla chiesa come pure alla celebrazione dell’eucaristia.

Così Alberigo scriveva nell’articolo: «A quasi mezzo secolo dalla conclusione del Vaticano II, occorre riconoscere che la conciliarità ha ottenuto maggiori consensi a livello dottrinale che istituzionale e, tanto meno, ha inciso sulla vita delle comunità. Infatti quasi tutte le forme di organizzazione delle Chiese cristiane provano difficoltà e resistenze a darsi istanze stabili di comunione e di partecipazione generalizzata, alle quali sia riconosciuta anche un’effettiva, operante autorità decisionale.

La tenace resistenza dell’egemonia “clericale”, concentrata nelle rivendicazioni romane, costituisce un ostacolo verso un rinnovamento conciliare, altrettanto quanto la – simmetrica – radicata passività del popolo credente.

È diffusa la convinzione che sia necessario ripensare la concezione della Chiesa a partire dai dati certi ed elementari della fede oggi e che si debba ridisegnare un’ecclesiologia istituzionale coerente. Sembra opportuno un ripensamento tanto fedele alla Tradizione, quanto libero e creativo.

Insistere a ritenere adeguato per la comprensione della Chiesa lo schema centro/periferia pone ormai al di fuori della realtà e costituisce un ostacolo alla realizzazione della comunione. Troppo frequentemente l’esasperazione di un’ecclesiologia insensibile sia alla centralità della comunità eucaristica, sia alle identità culturali delle diverse aree, insiste a esaltare il modello del “capo”.

Ne è frequentemente conseguito l’azzeramento – o quasi – dello spazio e del riferimento all’azione dello Spirito Santo, nonché la marginalizzazione del popolo fedele. Sembra necessario riconoscere che la ricerca – pure legittima – della certezza e della stabilità nelle strutture della Chiesa e nella sua vita concreta esige di essere composta con delicato discernimento col riconoscimento dell’imprevedibile soffio dello Spirito e con la correlativa dinamica dei carismi e, pertanto, richiede nuovi paradigmi» (ivi, 443-444).

«Non soltanto comunità, ma comunità assembleare, comunità tutta gravitante verso il suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea, in un atto assembleare organico», così concludeva Alberigo ed è questo il cammino che papa Francesco ripropone anche oggi alla Chiesa.

Per la settimana mariana, lo scorso ottobre in diocesi, le riflessioni alle messe infrasettimanali tenute dai celebranti hanno inteso fare memoria e ridestare alla coscienza delle persone provenienti delle parrocchie cittadine l’operosità che le nostre comunità hanno mostrato nell’ultimo Sinodo (1985-1992) promosso e guidato dal vescovo Luigi Maverna.

A me era stato affidato il tema: “Eucarestia pane per il cammino”. Si trattava di mediare la riflessione attraverso le letture bibliche del giorno: Giona 4,1-11; e il Padre nostro in Lc 11,1-4.

Pane in cammino è la parola profetica. Essa cammina innanzi, battistrada che apre la strada verso gli altri; è portatrice di perdono, perché animata dallo Spirito, colui che è la remissione stessa dei peccati, parola generatrice di inclusione e di condivisione senza misura: questo ci dice la parabola di Giona profeta.

Egli non fa che tracciare confini, marcare la differenza, attestare la diversità tra lui e i pagani, rifiutarsi di seguire la Parola, escludersi per escludere e invece i marinai nella nave in tempesta fanno di tutto per riconoscere la sua diversità anche religiosa e accettarla, anziché buttarlo a mare per calmare la tempesta.

La parola di Dio tutte le volte lo riporta sulla strada verso l’inclusione; essa rimane aperta in attesa della sua conversione, anche quando lui resta chiuso in se stesso. Pane in cammino è la parola di Dio, non solo per i destinatari di questa parola, gli abitanti di Ninive, ma anche per colui che la porta. Anche per Giona, anche per la chiesa, la parola di Dio, è pane in cammino, pane di conversione che reimmette sulle strade di Dio.

Pane del cammino è la preghiera del Padre nostro. Si chiede il pane quotidiano, per arrivare a nutrirsi del pane della Parola e imparare che non si vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

«Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore», (Dt 8, 3-4).

Il Padre nostro è viatico, pane per il viaggio, nel nostro esodo verso il Padre, che nutre la nostra fraternità in Cristo. Proprio perché posto nel cuore della celebrazione liturgica, il Pater noster pone nel cuore di ogni preghiera il mistero pasquale e diventa così pane per una chiesa in cammino sinodale.

Pane del camminare insieme è allora l’eucaristia. La chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia apre sempre di nuovo il cammino della chiesa. Nel segno del pane condiviso l’eucaristia diventa pane sinodale, per nutrire i fedeli nel consenso della fede e nell’impegno a perseguire la comunione.

La descrizione della Didaché dell’assemblea cristiana convocata alla mensa domenicale può allora essere presa come immagine della sinodalità: «Nel modo in cui questo pane spezzato era dapprima grano sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli», (9, 4).

La gioia nell’unità è simile alla ‘nostalgia del mare’, propria dell’uomo che solca i mari, lontano dalla patria, o di chi migrante rafforza in lui l’istinto di vita, e la nostalgia diventa lotta per il futuro. Chi l’ha sperimentata una volta è sempre pronto a prendere il largo e ripartire.

Soledad-Saudade dicono i brasiliani, un ardente desiderio che è nostalgia di una presenza che spezzi la solitudine, di un incontro che riaccenda la gioia del ritrovarsi insieme; uno stato d’animo non passeggero e non futilmente sentimentale, caratterizzato da ricordo che infonde speranza; un sentire congenito alla solitudine in cerca di solidarietà.

Antoine de Saint-Exupéry [Qui] ci ricorda: «Se vuoi costruire una barca (e la Chiesa è una barca), preoccupati sì di avere il legname, i carpentieri, i fuochisti e i mozzi di bordo, ma più ancora, se vuoi costruire una barca, preoccupati di dare a tutti la nostalgia del mare infinito”: Gaudium unitate.

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PRESTO DI MATTINA
“In lumine fidei”: Filippo Franceschi, il vescovo traghettatore del Concilio

 

Filippo Franceschi: un vescovo con stile sinodale.

«Cerchiamo di annunciare e servire il Vangelo, il quale solo ha la forza di aprirsi un varco nel cuore dell’uomo e di far crescere la nostra Chiesa»: queste parole sintetizzano la coscienza e l’agire pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui], che per brevi ma intensissimi anni, dal 1976 al 1981, ha esercitato il suo ministero episcopale nella nostra diocesi e in quella di Comacchio.

Fu il vescovo che mi ha ordinato sacerdote nel 1977. Ma non è solo per questo che desidero ricordarlo in benedizione e rinnovata gratitudine nell’anniversario della sua morte il 30 dicembre di 33 anni fa a Padova.

Fino all’ultimo, al culmine della sua malattia, ha reso al vivo il suo motto episcopale, “Nella luce della fede”, incarnando le parole che dicevano la forma essenziale del suo credere: «credere nel Signore, nella Chiesa, nei compagni di strada chiunque essi siano».

All’omelia esequiale il patriarca di Venezia Marco Cè [Qui] disse: «In questi dieci mesi di sofferenza mons. Franceschi ha sperimentato l’abitazione del corpo come “esilio lontano dal Signore”, testimoniando l’attesa. “Docebat a ligno”. Come Gesù ci è stato maestro dalla Croce. In quel momento egli impugnò la candela del suo Battesimo ed entrò “solus” nella notte della prova, sostenuto dalla preghiera della sua Chiesa, fino al giorno in cui gli venne incontro Gesù stesso, “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”».

Il suo magistero fu un magistero tutto conciliare, proteso a far sviluppare sempre di più quei germogli del Concilio Vaticano II, che, diceva, non sarebbero germinati senza la nostra cooperazione, senza il nostro “camminare insieme di chiesa, il nostro «farsi prossimo” e “pellegrinare con la storia” per poter dare frutto».

Un pastore pellegrino con i laici”, così lo ha ricordato l’Azione cattolica di cui fu assistente nazionale dei giovani. E in quella transumanza della recezione dell’evento conciliare dalla chiesa universale alla nostre chiese locali di Ferrara e Comacchio, egli seppe declinare l’orizzonte profetico aperto dallo Spirito al Concilio, mantenendosi entro il solco della viva e autentica tradizione ecclesiale.

Per essere veramente «cattolica infatti la chiesa è chiamata a spingersi oltre le barriere di razza, di lingua, di cultura, di spazio, di tempo; essa come diceva san Bernardo “deve essere ante et retro oculata”. La sua tradizione non è solo “memoria”; è anche cammino in avanti».

In sintonia con lo stile conciliare fu aperto al dialogo anche con i lontani e con chiunque avesse a cuore l’umano. Promosse il dialogo tra fede e cultura, sperimentando il legame profondo che unisce pastorale e cultura: «la pastorale, quanto la cultura tendono ad un medesimo oggetto e, sotto certi aspetti, ad un medesimo fine: la dignità e la libertà della persona umana, la storia che, per garantire e rendere evidente tali dignità e libertà, deve essere piegata e volgersi al fine e alla totale vocazione dell’uomo».

Incoraggiò e sostenne con grande determinazione il coinvolgimento del popolo di Dio e dei battezzati per far crescere la coscienza comunitaria, attraverso l’impulso dato alla ministerialità nel pensare e nell’agire pastorale a servizio dell’evangelizzazione e della carità per una chiesa non solo “tutta ministeriale”, ma tutta missionaria.

Il vescovo Filippo è stato il traghettatore dell’evento conciliare. Egli ne ha accompagnato il cammino di una prima recezione, raccogliendo con amicizia e sollecitudine attorno a sé il suo presbiterio in questo processo di riforma ecclesiale.

Ci incoraggiava rammentandoci le parole di sant’Agostino, l’alleluia del camminare insieme: «“canta, come il viaggiatore, canta, ma cammina. Canta e cammina senza deviare, senza indietreggiare, senza fermarti. Qui canta nella speranza, lassù nel possesso”. Questo è l’alleluia della strada, che percorrerò con voi».

Non ho potuto non pensare alle parole di papa Francesco, ritrovando tra i testi del vescovo Filippo questo pensiero: «Nella Chiesa si vive e si opera docili allo Spirito, lasciandoci da lui guidare al servizio del Vangelo, con e per gli altri, per l’avvento del Regno di Dio, mistero di grazia e di pienezza».

Un pensiero che si specchia in quello recente del papa per il quale «il Sinodo non è un’indagine di opinioni, ma un momento ecclesiale il cui protagonista è lo Spirito Santo… è un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito Santo, soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi»,

Ma sono rimasto ancora più sorpreso scoprendo come gli interrogativi da lui posti alla nostra chiesa di allora siano ancora significativi oggi, che stiamo intraprendendo un nuovo cammino, quello sinodale, al fine di attuare quegli orientamenti ancora inespressi e inattuati dal Concilio.

Si domandava: «Ma verso quali prospettive si muove la nostra Chiesa, a quali obbiettivi orienta la propria azione pastorale? Il punto di partenza resta sempre quello della “unità di missione”. Nella Chiesa i ministeri sono diversi, ma anche le modalità, le forme con cui partecipa alla missione».

«Gli stessi interrogativi ritornano oggi: «Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”; come questo “camminare insieme” si realizza nella vostra Chiesa particolare? Quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere nel nostro “camminare insieme”?».

Come a dire che il bene della comunione ecclesiale attraverso la partecipazione di tutti i battezzati, secondo la molteplicità dei ministeri suscitati dallo Spirito, deve caratterizzare anche oggi il nostro cammino.

Quale sintonia, solo incipiente allora, primi passi verso uno stile nuovo di comunione; sintonia pure con il tema proposto da papa Francesco per la prossima assemblea dei vescovi: «Comunione, partecipazione e missione».

Nella sua relazione il segretario generale del sinodo il card. Mario Grech [Qui] ricorda: «Per lungo tempo si è parlato della comunione come elemento costitutivo della Chiesa. Oggi appare chiaro che tale comunione, o è sinodale o non è comunione. Sembra uno slogan, ma il suo senso è preciso: la sinodalità è la forma della comunione della Chiesa-popolo di Dio.

Nel camminare insieme del Popolo di Dio con i suoi Pastori, nel processo sinodale in cui tutti partecipano, ciascuno secondo la propria funzione – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma – si determina una reciprocità dei soggetti e delle funzioni, che muove la Chiesa nel suo cammino in avanti, sotto la guida dello Spirito.

Non bisogna nascondersi che forse in passato si è tanto insistito sulla communio hierarchica: l’idea che l’unità della Chiesa si potesse fare unicamente rafforzando l’autorità dei Pastori. Per certi aspetti quel passaggio è stato anche necessario, quando, dopo il Concilio, erano apparse varie forme del dissenso.

Ma quella non può essere la modalità ordinaria di vivere la comunione ecclesiale, che domanda circolarità, reciprocità, cammino insieme nel rispetto delle rispettive funzioni nel Popolo di Dio. La comunione dunque non può che tradursi in partecipazione di tutti alla vita della Chiesa, ciascuno secondo la sua specifica condizione e funzione».

Nelle indicazioni Verso un piano pastorale (1979) il vescovo Filippo individuava quattro obbiettivi da perseguire insieme, per rivitalizzare le comunità cristiane di allora, che possono essere valide anche per il cammino di oggi.

Così, oggi, egli ci direbbe che quello sinodale dovrà essere «un itinerario verso la maturità di fede, verso una più chiara coscienza ecclesiale, verso una chiesa tutta ministeriale e più attenta a tutto ciò che avviene nel mondo».

Intendendo per maturità di fede «una fede consapevole, più personalizzata: una fede vissuta, che illumini ed orienti la condotta della vita, si esprima in scelte coerenti sul piano della esperienza personale, famigliare, sociale… Il problema “fede e vita”, “fede e storia” è un problema vero ma la sua soluzione, se può essere favorita e illuminata da un approfondimento dottrinale, deve essere ricercata nel concreto della esperienza cristiana, nel vissuto delle nostre comunità».

E aggiungeva questa maturità si riscopre solamente a partire dal senso genuino della “gratuità”: «Può sembrare una parola astratta; ma non lo è, viene assunto qui con un significato preciso. La “gratuità” richiama lo stile dell’azione di Dio; è il segno della sua benevolenza: rimanda alla parola “grazia”: dono gratuito.

La nostra azione deve conoscere la generosità di chi opera nel nome del Signore, cercando non ciò che può giovare a se stessi, ma quello che giova alla salvezza dell’uomo, alla crescita nella fede e nella carità dei fedeli».

Ricordava poi che «”coscienza di chiesa” è termine che il Concilio ha riproposto nella pienezza del suo significato. Compendia in sé non solo la conoscenza della Chiesa, come popolo di Dio, corpo di Cristo, sacramento di universale salvezza, ma anche il “senso di appartenenza”, il sentirsi membra vive di questa comunità riunita nel nome di Cristo il Signore, di questa comunità, animata dallo Spirito e gerarchicamente costituita: “l’esser consapevoli del posto che a ciascuno è assegnato nella Chiesa” per vocazione e per dono dello Spirito che di continuo l’arricchisce con diversità di carismi, di funzioni e di ministeri. Comporta inoltre ilpartecipare attivamente la vita e la missione della Chiesa”: ognuno secondo le proprie capacità e nelle condizioni di vita in cui di fatto si trova; e, quel che più vale, comporta infine che “l’essere Chiesa” diventi un criterio orientativo del proprio operare».

La ministerialità si vive come “una gara” nel senso paolino del termine: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”, «nel servizio reciproco della carità capace sempre di testimoniare la privilegiata attenzione agli umili e ai poveri».

I segni dei tempi” è stato pure un tema conciliare molto caro a mons. Franceschi. Il concilio ha voluto una chiesa “rivolta” all’uomo – basti rileggere il discorso conclusivo di Paolo VI al Concilio – una chiesa chiamata pertanto ad essere attenta agli avvenimenti e alla vita degli uomini soprattutto dei poveri e dei sofferenti.

Esattamente quanto ci ricordava il vescovo Filippo: «non solo per capire le loro esigenze emergenti, il quadro sociale e culturale nel quale vivono, ma anche per leggere nella trama, spesso confusa, degli avvenimenti quei segni che rivelano tempi nuovi, (un cambiamento d’epoca direbbe papa Francesco), il modificarsi delle situazioni con possibili riflessi nella coscienza stessa dell’uomo, al quale la Chiesa stessa si rivolge.

Per questo sarà necessario che in qualche caso si rimettano in questione certi modi di vedere, (“si è sempre fatto così” è ancora papa Francesco) ritenuti certi, spesso solo perché si esita a prendere atto che molte cose sono modificate, altre in via di trasformazione in una società che ha come sua legge non la stabilità ma il cambiamento».

I segni dei tempi scriveva Franceschi sono quelli generativi della speranza che risvegliano la responsabilità per agire evangelicamente nell’oggi; essi «hanno rilevanza per una intelligenza del disegno di Dio nella storia, sollecitano un approfondimento della fede e la ricerca di modi per esprimerla, suggeriscono prospettive di azione pastorale, reclamano l’impegno dei cristiani».

Per riconoscerli egli indicava tre criteri: «il profondo senso di fede del Popolo di Dio – come suggerisce il Concilio – inteso come luce proiettata sui fatti della vita e della società, ed in costante confronto con la parola di Dio; poi il senso della storia come mistero di salvezza per il genere umano, o ancora come luogo del conflitto tra le forze del bene e del male.

Sono così fuorvianti e sono da rifiutare sia l’atteggiamento di nostalgia, cioè la fuga a ritroso nel tempo che fu, che è fatalmente una evasione dall’impegno nell’oggi; e sia l‘avvenirismo come fuga in avanti, nel futuro, che non conosce la pazienza di operare nell’oggi; il terzo criterio è la interiore disponibilità al nuovo inteso come superamento del vecchio».

In un’omelia in Cattedrale dell’aprile del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro ricordava: «Portiamo dentro di noi la sofferenza di tanti nostri fratelli e quella del nostro paese. La Chiesa è nella storia e condivide il dramma dell’uomo: la Chiesa è nella storia per ripetere agli uomini che anche nelle ore buie c’è sempre una luce: la luce del Cristo che la notte e le tenebre non possono soffocare: la Chiesa è nella storia per ripetere, anche quando più arduo è sperare, la Buona Novella: l’evangelo di Dio. Dobbiamo avere viva coscienza di questa nostra missione. A noi non è consentito cedere allo sconforto e alla sfiducia».

Una pastorale dal volto profetico quella del vescovo Filippo, che spronava non solo a mettersi al passo col presente, ad attuare quell’“aggiornamento” – termine emblematico e qualificante del Concilio, chiesto da papa Giovanni XXIII – ma capace anche di indicare prospettive per il futuro, generative di una pastorale della speranza:

«Il cristiano e la comunità cristiana non sono arroccati a tutela di memorie, di tradizioni: altro è la tradizione, altro sono le tradizioni; altro onorare la memoria, altro è restarne prigionieri. La chiesa celebra la memoria, non la nostalgia.

Una comunità cristiana — è vero — sarà sempre preoccupata di fare riferimento alle radici della propria storia: «chi non ha passato, non ha futuro. Eppure la fecondità del passato si rivela nel presente e si proietta nel futuro da decifrare e da progettare a misura del benessere dell’uomo e della comunità umana.

Oggi le chiese sono chiamate a essere profetiche. Il profeta è colui che sa leggere nel presente, spesso complicato e contraddittorio, i segni del passato e i germi del futuro. In un tempo come il nostro che ha riproposto progetti per il futuro ed elaborato nuove utopie, ma che soffre per il cadere delle speranze, occorre saper annunciare la speranza».

Che dire di più? Il di più resta come un lievito nascosto che continua a fermentare in chi ha camminato con lui ed è stato segnato dal suo stile pastorale, restando a lui legato per quel vincolo indissolubile del sacramento che lo ha reso partecipe del suo ministero episcopale ora tutto raccolto nel suo motto: In lumine fidei.

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