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In ricordo di Thich Nath Hanh – la presenza mentale

 

Oggi mi siedo nello stesso posto
Dove altri sedettero in passato.
Fra mille anni altri ancora verranno.
Chi è che intona il canto, e chi l’ascolta?…
(Nguyen Cong Tru)

Il 22 gennaio 2022 ci ha lasciato il monaco buddhista più famoso al mondo dopo il Dalai Lama: Thich Nath Hanh. Qualcuno ne ha scritto, molti i messaggi sui social soprattutto da parte di coloro che ne conoscevano bene i principi guida e ne avevano letti gli scritti avvolgenti. Di lui ho letto parecchio, spesso mi ha aiutato nei momenti più bui.

Thich Nhat Hanh era monaco zen da oltre cinquant’anni. Nato in Vietnam nel 1926, fin da giovane aveva promosso il Dharma, la Legge Universale naturale, come strumento per portare pace, riconciliazione e fratellanza nel mondo. La sua vita è stata molto ricca, ma sono bastati alcuni episodi per farne una delle figure più rappresentative del buddhismo nel mondo.

Nel 1967, mentre si trovava negli Stati Uniti, incontrava Martin Luther King, il quale, commosso dal messaggio di pace del giovane monaco, lo aveva proposto per il Nobel per la pace. Intanto Thich Nhat Hanh prendeva pubblicamente posizione contro la guerra in Vietnam. Dopo aver promosso la Delegazione di Pace Buddhista, che partecipava alle trattative di pace di Parigi, a seguito della firma degli accordi, si vide rifiutare il permesso di rientrare nel suo Paese. Si stabilì, quindi, in Francia, dove, nel 1982, fondò il Plum Village (o Villaggio dei pruni), comunità di monaci e laici vicino a Bordeaux, in Aquitania tra la valle della Loira e i Pirenei, nella quale è vissuto fino alla fine dei suoi giorni, insegnando l’arte di vivere in “consapevolezza”.

Solo nel gennaio del 2005, dopo 39 anni di esilio, su invito ufficiale del governo vietnamita, era riuscito a far ritorno per tre mesi in Vietnam. Nel 2008, fondò in Germania l’Istituto Europeo di Buddhismo Applicato, in cui la visione del Buddhismo Impegnato approfondiva e integrava lo studio dei testi con la loro immediata applicazione alla vita quotidiana. Ai suoi ritiri, da lui tenuti in molti Paesi del mondo, Italia compresa, hanno partecipato ogni anno migliaia di persone di tutte le condizioni sociali e i suoi numerosi libri di poesie, meditazioni e preghiere sono stati tradotti in molte lingue.

I suoi studenti lo chiamavano – e lo chiamano ancora – amorevolmente Thay, “maestro”.

I suoi scritti sono favolosi, semplici e intellegibili ma illuminanti. Da tempo mi sono avventurata nella lettura, sono tanti, sono belli, sono profondi. In Italia sono per la maggior parte editi da un editore romano, Ubaldini Editore, piccoli volumi dalla copertina azzurra che ricorda la carta da zucchero. In tutti si viene guidati nell’apprendimento di come trasformare ogni atto della vita quotidiana in un’esperienza gioiosa, totale, avvolgente.

Il miracolo della presenza mentale, ad esempio, nasce come una lunga lettera in vietnamita al fratello Quang che, nel 1974, era fra i responsabili della School of Youth for Social Service nel Vietnam del Sud, fondata, negli anni ’60, come applicazione concreta del Buddhismo Impegnato, quel genere di saggezza che dà una risposta a ogni cosa che accade qui e ora: dai cambiamenti climatici e la distruzione dell’ecosistema, alla mancanza di comunicazione, al fanatismo e all’intolleranza, dalle guerre alle famiglie spezzate, alle tensioni personali, con i loro corollari di stress, ansie e violenze. Allora lavare i piatti significa lavarli solo per lavarli, non per pensare alla tazza da tè che arriverà in seguito. Se mentre beviamo la nostra tazza di tè pensiamo ad altre cose, accorgendoci a stento della stessa tazza che teniamo fra le mani, ci facciamo risucchiare dal futuro, incapaci di vivere il presente. Il Sutra della presenza mentale, quindi, dice: “Quando cammina, il praticante dev’essere consapevole di camminare. Quando è seduto, il praticante dev’essere consapevole di stare seduto. Quando giace, il praticante dev’essere consapevole di giacere… qualunque posizione assuma il corpo il praticante dev’essere consapevole. In tal modo vive in diretta e costante presenza mentale del corpo…”. Bisogna anche essere coscienti di ogni respiro, di ogni movimento, di ogni pensiero e sensazione, di tutto quanto ci riguarda in un modo o nell’altro. Nei sutra buddisti si insegna a usare il respiro come supporto per la concentrazione. Il sutra dedicato alla coltivazione della presenza mentale attraverso il respiro è l’Anapanasati Sutra.

Bisogna praticare nella vita quotidiana e non solo durante le sedute di meditazione. Si può praticare la presenza mentale percorrendo il sentiero che porta a un villaggio, camminando lungo un viottolo sterrato, lungo i fianchi di colline e montagne. Ma anche per i vicoli delle città. “Mi piace camminare da solo – scriveva Thich Nhat Hanh – per i viottoli di campagna, fra piante di riso ed erbe selvatiche, poggiando un piede dopo l’altro con attenzione, consapevole di camminare su questa terra meravigliosa. In quei momenti, l’esistenza è qualcosa di prodigioso e misterioso. Di solito si pensa che sia un miracolo camminare sull’acqua o nell’aria. Io credo invece che il vero miracolo non sia camminare sull’acqua o nell’aria, ma camminare sulla terra. Ogni giorno siamo partecipi di un miracolo di cui nemmeno ci accorgiamo: l’azzurro del cielo, le nuvole bianche, le foglie verdi, gli occhi neri e curiosi di un bambino, i nostri stessi occhi. Tutto è un miracolo”.

Ma siamo attivi, abbiamo tante cose da fare e cui pensare, come si fa ad avere il tempo per passeggiare e contemplare? Cosa per pochi eletti, direbbero alcuni. Basta concentrarsi su quello che si sta facendo, pensare solo a quello, al qui e ora, al presente, essere padroni di sé stessi senza lasciare mano libera a impazienza e collera. Portare l’attenzione sul respiro. Quante volte di fronte a un momento difficile si pensa, ecco, mi fermo e respiro. Proprio quello. La presenza mentale è al tempo stesso un mezzo e un fine, il seme e il frutto. Quando la pratichiamo per sviluppare la concentrazione, la presenza mentale è un seme. Ma è di per sé la vita della consapevolezza e, quindi, è anche frutto. Essa ci libera dalla distrazione e dalla dispersione e ci consente di vivere pienamente ogni istante. Il respiro corretto aiuta in tutto questo, il ponte che connette la vita alla coscienza, che unisce il corpo ai pensieri. Ogni volta che la mente si perde, il respiro la riporta indietro. Respirare sempre, inspirare ed espirare. E ancora inspirare ed espirare. Che meraviglia di equilibrio ritrovato. Basta provare. Oggi più che mai capiamo il ruolo del respiro, oggi che ne siamo stati privati a lungo, che una feroce pandemia ha colpito proprio lì, il centro della vita.

Questo legame tra spirito e respiro è testimoniato anche dalle tre lingue classiche dell’occidente, il greco, il latino e l’ebraico, che unanimi derivano il termine spirito dal medesimo con cui designano l’aria o il vento. Non solo: di tale legame spirito-respiro testimonia anche la lingua tedesca, dove “respirare” si dice atmen, in chiara assonanza con il termine sanscrito atman che significa “anima”.

Chi sa respirare, si dice, dispone di una riserva inesauribile di vitalità: la respirazione tonifica i polmoni, rinforza il sangue, rivitalizza tutti gli organi del corpo. Si dice anche che respirare bene è più importante che mangiare. Il respiro è uno strumento, esso è già presenza mentale. Questa deve accompagnare oggi atto quotidiano, e ogni atto è un rito. Dove la parola “rito”, nella sua forza e solennità, viene usata per far comprendere l’importanza capitale della consapevolezza. Da praticare ogni giorno, senza divagare. Vivendo il momento presente, senza attaccarsi al futuro, senza preoccuparsi degli impegni che ci aspettano, senza pensare ad alzarsi e a correre via per fare qualcosa. Solo il presente è vita. Carpe diem, avrebbero detto i latini. Non pensiamo solo a “partire” …

“Per meditare dobbiamo essere capaci di sorridere molto”, amava ripetere il mite monaco. Conserviamo allora sempre un sorriso. Magari con un poco di silenzio dentro e fuori di noi.

Sii un germoglio in silenziosa attesa sulla siepe.
Sii un sorriso, frammento del miracolo della vita.
Rimani qui. Non c’è bisogno di partire.
Questa terra è bella come la terra della nostra infanzia.
Non farle male, ti prego, e continua a cantare…

Nel suo editoriale il giorno della scomparsa di Thich Nath Hanh, Vito Mancuso ha ricordato come venne definito da Martin Luther King: “un sorprendente insieme di doti e di interessi”, cui un maestro tibetano aveva aggiunto: “Scrive con la voce del Buddha”, una sensazione condivisa da milioni di lettori nel mondo, perché è impossibile leggere una sua pagina senza avvertire quella peculiare morbidezza del sentimento, analoga alla dolcezza interiore di cui parla Agostino nelle Confessioni e che l’inno liturgico Veni Sanctus Spiritus invoca dicendo Flecte quod est rigidum, “intenerisci ciò che è rigido”. Già i titoli di alcuni suoi libri ne danno un’idea: “Essere pace”, “Fare pace con sé stessi ovvero guarire le ferite dell’infanzia”, “Spegni il fuoco della rabbia”, “L’energia della preghiera”, “Il miracolo della presenza mentale”, “Discorsi ai bambini e al bambino interiore”. Leggeteli, se potete, aggiungo.

La luce del suo sorriso scalderà i nostri cuori ancora per tanto tempo.

Parte dell’articolo è stato pubblicato su Wall Street International Magazine

RICCO, PENTECOSTALE E (AUTOMATICAMENTE) SANTO
“Paese che vai, neopentev che trovi”

Un articolo di Civiltà cattolica di un paio d’anni fa, ma che vedo ora, dal titolo Teologia della prosperità, su una corrente teologica neo-pentecostale evangelica e la ricorrenza della Pentecoste, mi hanno indotto a una duplice lettura. Ho imparato cose che non conoscevo – sospettavo sì: non mi stanno simpatici – sui neopentev. Ho riletto con piacere, nella vulgata latina, il brano degli Atti degli apostoli che della Pentecoste tratta.

Il nocciolo teologico sta in un Dio che assicura ai fedeli vita prospera, cioè ricca, sana e felice. Basta fare quello che dicono i pastori, che sono infatti tutti ricchi, sani e felici. Opulenza e benessere indicano la predilezione divina. Il neoliberismo economico l’accompagna.
Nasce negli Usa, ma è ben diffuso in Africa (Nigeria, Kenya, Uganda e Sudafrica), Asia (India, Corea del Sud e Cina), America (Guatemala, Costa Rica, Colombia, Cile, Argentina, Brasile). Paese che vai neopentev che trovi. Così in Corea c’è Paul Yonggi Cho, con la “teologia di quarta dimensione”, che, attraverso visioni e sogni, controlla la realtà e ottiene ogni tipo di prosperità. Leggo (non dall’articolo), di suoi guai con la giustizia coreana, assieme al figlio, per appropriazione indebita di fondi della sua chiesa. Per il figlio il carcere, per lui una multa di 4 milioni di dollari. Un sogno e una visione, e li ha recuperati tutti, credo. In Uganda a Kampala c’è la sterminata Cattedrale del Centro dei Miracoli, Sette milioni di dollari per costruirla. Non sono neanche soldi per i prosperi. Vi esercita il pastore Robert Kayanja. Scritti e video ovunque. C’è una sua pagina su Facebook, impressionante.

Negli Stati Uniti sono “gli evangelici del sogno americano”, tanti, ricchi, influenti, decisivi nell’elezione dei peggiori, a cominciare da Donald Trump. Un anno prima delle elezioni Paula White – ora consigliera spirituale del Presidente – prega per Trump e gli impone le mani. Per Kenneth Copeland, avendo Dio stabilito il patto – la prosperità è tra i lasciti – al credente la prosperità appartiene di dritto. Per Harold Hill: “I figli del re hanno diritto a un trattamento speciale perché godono di un rapporto speciale, vivente e di prima mano con il loro Padre celeste”.
Dare ai buoni pastori è un affare, assicura la predicatrice Gloria Copeland. “Dai un dollaro per l’amore del Vangelo e ti toccano già 100; dai 10 dollari e in cambio ne riceverai 1000 in regalo; tu dai 1.000 dollari e in cambio ricevi 100.000. Se doni un aereo, riceverai cento volte il valore di quell’aereo. Dai una macchina e otterrai così tante macchine che non ti serviranno più per tutta la vita”.

Donald Trump ha le idee chiare: “In God we trust”. Cioè celebriamo le nostre convinzioni, la nostra polizia, i nostri militari e veterani come eroi che meritano il nostro pieno e costante supporto”. Quindi, in poche parole, Dio, l’esercito e il sogno americano. Tutto è semplice, come anche nell’articolo si dice. “Non c’è compassione per le persone che non sono prospere, perché, chiaramente, non hanno seguito le ‘regole’ e quindi vivono nel fallimento e, di conseguenza, non sono amate da Dio”. Joyce Meyer, con il suo programma televisivo “Godersi la vita di tutti i giorni”, raggiunge i due terzi del mondo, tradotto in 38 lingue, per portare la buona novella.

Il dono delle lingue è proprio del giorno di Pentecoste, grazie a un traduttore d’eccezione: Et repleti sunt omnes Spiritu Sancto et coeperunt loqui aliis linguis (E tutti sono pieni di Spirito Santo e prendono a parlare in differenti lingue). Questo desta grande meraviglia perché tutti a Gerusalemme, pur diversi e provenendo da luoghi differenti – Parthi et Medi et Elamitae et qui habitant Mesopotamiam, Iudaeam quoque et Cappadociam, Pontum et Asiam, Phrygiam quoque et Pamphyliam, Aegyptum et partes Libyae, quae est circa Cyrenem, et advenae Romani, Iudaei quoque et proselyti, Cretes et Arabes – “li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua, nella quale siamo nati” (propria lingua nostra, in qua nati sumus). C’è pure chi denigra: Musto pleni sunt isti. Non ci sarebbe bisogno di tradurre: Questi sono pieni di mosto. Solo il rammarico, che una lingua musicale e universale, sia stata soppiantata dall’inglese. Insorge Pietro e alza la voceNon enim, sicut vos aestimatis, hi ebrii sunt, est enim hora diei tertia (Questi non sono ubriachi come voi ritenete, è appena l’ora terza, come dire le nove del mattino, se non mi sbaglio). Non so in Galilea, ma conosco luoghi in cui a quell’ora sarebbe possibile incontrare un dozzina di ubriachi.

Insomma possiamo convenire con i teologi della prosperità che sia meglio essere ricchi e sani, che poveri e malati. Meno ci convince la pretesa di avere una risposta ad ogni problema e che la risposta sia quella indicata. Nell’articolo si cita Gaudete et exsultate. In questa trovo che “lo Spirito Santo ci pervade con tutta la sua potenza e ci libera dalla debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio”. Servirebbe molto anche a me, ma credo dovrò continuare a provarci senza aiuti straordinari. La liberazione indicata è necessaria e da perseguire.

Ancora, trovo scritto da Papa Francesco: “Quando qualcuno ha risposte per tutte le domande, dimostra di trovarsi su una strada non buona ed è possibile che sia un falso profeta, che usa la religione a proprio vantaggio, al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali”. Nel caso di questi neopentev credo sia proprio così. Ho tutta un’altra idea del sogno americano, diverso dall’incubo che ci viene proposto. È quello di Martin Luther King: il sogno “sociale, inclusivo e rivoluzionario del suo memorabile discorso I Have A Dream”, come ricordano anche gli autori dell’articolo.

Questo articolo è apparso con altro titolo sull’edizione online della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

COSì LONTANI, COSì VICINI:
ora che siamo distanti possiamo scoprirci insieme

Qualcosa si è spezzato, dopo non sarà come prima. È l’effetto delle crisi, di ciò che ‘separa’, per stare all’etimologia della parola. Solitamente non ce ne accorgiamo, o non ci pensiamo, ma tutta la nostra vita è costellata di crisi, fin da subito. L’equilibrio si rompe e noi cerchiamo un nuovo ordine. Siamo organismi omeostatici, per questo in continuo adattamento con l’ambiente che ci circonda. È che le crisi hanno una diversa scala di intensità, tanto che di alcune fatichiamo a intravedere il punto di equilibrio, così ci investe l’ansia, l’insicurezza. La paura è sempre il campanello d’allarme di un equilibrio che si spezza.

Per uscire da una crisi prima di tutto bisogna riconoscerla. Imparare a guardare in faccia alle cose. La crisi si riconosce in virtù dei suoi moltiplicatori. Scriveva Charles Bukowski: “Passai accanto a duecento persone e non riuscii a vedere un solo essere umano”. Ora che si è spezzata la nostra sicurezza, che l’incertezza ci soffia sul collo, ci accorgiamo degli altri con cui condividiamo l’impasto umano. Bisognava prendere atto che la sirena d’allarme non suonava per via di un cortocircuito, ma per il pericolo che è giunto tra noi a restituirci la nostra l’identità. L’identità fragile che ci accomuna agli esseri che brulicano sulla Terra, quel camminare in equilibrio su un filo sospeso, che si svela solo quando la corsa si arresta. Ammettere la crisi significa certificarne l’esistenza. Può darsi che non ne siamo responsabili, ma lo diventeremmo se non facessimo nulla per cambiare. Grosso modo era questo il senso di una frase di Martin Luther King.

Accettare la responsabilità personale è il passaggio più difficile. La responsabilità che ci chiama in causa anche quando i responsabili non siamo noi. Ma la responsabilità che qui è in gioco è quella nei confronti non solo di noi stessi ma soprattutto degli altri. Ecco che ‘gli altri’ non sono un concetto astratto, ma una massa concreta. Non sono il popolo, non sono la gente. Sono i vicini prossimi, con un nome e un cognome. Sono la riscoperta delle persone dietro la maschera. Quelli di cui abbiamo la responsabilità di salvaguardare la salute come la nostra. Essere insieme ma distanti, una pluralità che si singolarizza in virtù del valore della vita, che è quello che tiene vivi insieme. La responsabilità è, etimologicamente, l’abilità di rispondere, e in questo caso,  di dare risposte alla crisi che stiamo vivendo. È una responsabilità di atti compiuti o mancati, la responsabilità di prevedere gli effetti delle nostre azioni, di modificarle e correggerle in base a tali previsioni. C’è un’etica della responsabilità che chiama tutti all’appello, che ci ricorda, se l’avessimo dimenticata, che è ora di praticarla se vogliamo uscire dalla crisi. L’altro è tornato ad esistere, è quello da cui dobbiamo tenere la distanza di almeno un metro, non per ignorarlo come accadeva prima, ma perché ora abbiamo bisogno del suo aiuto, dell’aiuto di tutti quelli che ci sono ‘altri’.

Occorreva vivere un momento di rottura, la durata di una sospensione, l’emergenza delle vite per tornare a riconoscere limportanza di aver bisogno dell’altro, il valore della reciprocità, del bisogno degli uni e degli altri. Il ritorno al mutuo soccorso. Offrire accoglienza all’altro nel nostro pensiero e nella prudenza delle nostre condotte. Forse ha ragione Ernst Bloch, le crisi vengono a cambiare il nostro mondo fino a renderlo riconoscibile. Avevamo dimenticato com’era, troppo impegnati a difenderci dall’altro che pretendeva d’essere accolto. La forza dell’io non ci è sufficiente. La buona considerazione di noi stessi non è più sufficiente a misurare la nostra capacità di tolleranza, il nostro attaccamento alla vita.

Quanto siamo capaci di resistere alle condizioni dello stress, si affaccia come un nuovo interrogativo. Abbiamo bisogno di cercare il sostegno emotivo nella catena che ci unisce all’altro, ai tanti anelli che gli altri insieme formano. Improvvisamente, è come se la vita fosse sempre e solo adesso, sempre e solo qui, e noi né là né dopo, come se avessimo fatto ritorno “Nel guscio” di Ian McEwan. Dovevamo scoprire che il solo senso della vita è nella sua finalità: “Vivere per vivere”, come ci ricorda Edgar Morin. E anche questa è una lezione a non affannarsi a ricercare finalità di cui non si può trovare un senso.

“A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro”, è l’inizio della Lettera sulla felicità di Epicuro, che dovremmo riprendere in mano, per fare in modo che questi giorni speciali servano almeno a procurarci l’immunità dai nostri virus quotidiani, che passata la crisi potrebbero tornare a circolare.

Vivere insieme come fratelli o morire da soli?
L’ardua scelta tra convivenza e commorienza

di Daniele Lugli

Nella mia città un gruppo (giovani scellerati e vecchi malvissuti, avrebbe detto, credo, Salvemini, ma anche adulti con entrambe le caratteristiche, a quel che mi è dato di vedere) chiede da tempo la presenza dell’Esercito per contrastare il sostare in giardinetti o l’andirivieni ciclistico di giovani stranieri, anche non residenti a Ferrara, che qui svolgono la loro attività di spaccio. Vi è certo un disagio di cittadini più a contatto con queste, e altre, presenze, per più aspetti problematiche. Preoccupazioni vengono alimentate fino a trasformarsi in allarme, paure e rifiuto nei confronti degli immigrati in generale e dei nuovi arrivi in particolare. Chi si impegna per far fronte alle difficoltà connesse all’accoglienza di persone giunte da paesi lontani, fuggendo da situazioni invivibili, è additato come nemico dei ferraresi e della loro tranquillità.
Così un tema di convivenza e legalità, che richiede risposte in primo luogo di ordine sociale, è prima trasformato in problema esclusivamente di sicurezza e ordine pubblico e, con l’intervento richiesto dell’Esercito (non bastano polizie e carabinieri?), in difesa dal nemico. In altre città questa richiesta viene addirittura dal Sindaco, come a Milano, o dal Prefetto, come a Torino. Leggo dai giornali: “Emergenza sicurezza a Milano”. Sala: “Chiederò l’esercito nel quartiere multietnico” e Milano trema. E ancora: “Bombe carta e guerriglia a Torino”. Situazioni, certo difficili, sono state lasciate marcire fino alle estreme conseguenze e si invocano maniere ‘dure’, della cui inefficacia siamo certi. La motivazione ‘politica’ (la chiamano così) è chiara: dice il Sindaco di Milano, “Non lasciamo la questione in appalto alle destre” e, con 50 militari aggiunti, pensa il Prefetto di Torino di presidiare giorno e notte un abitato dove vivono un migliaio di africani, da censire prima di sgomberare.

Si interroga un giornalista su Repubblica sulle ragioni del tremito milanese, visto che a Milano i reati calano (162 mila due anni fa, 152 mila l’anno scorso, 105 mila nel novembre di quest’anno e in 10 anni sono calati del 36%), i colpevoli vengono acciuffati come mai in passato. Certo, annota il giornalista, la popolazione invecchia, i furti ci sono, c’è la “malattia della paura percepita”. E poi, dico io, c’è un capro espiatorio ideale, che sembra fare il possibile per farsi individuare come tale: loro, gli stranieri tra noi. Conclude ragionevolmente il giornalista “difficile pensare che dove lavorano, tra forze di polizia e vigili, quasi 15mila unità, come antidoto bastino 650 soldati e, come d’incanto, sul far della periferica sera, torni nei cuori il sereno”. Difficile che lo stesso miracolo lo facciano i 50 militari a Torino dove il prefetto chiede aiuto all’esercito dopo i tre ordigni lanciati per vendetta dopo una rissa. Gli abitanti esasperati: abbiamo paura. Centinaia di africani in rivolta: “Italiani razzisti, la polizia ci controlla e non ci difende”.

Ci aveva messo in guardia Alex Langer al punto 9 del suo “Tentativo di decalogo per una convivenza inter-etnica”, il solo punto che contiene un divieto: “Una condizione vitale: bandire ogni violenza. Nella coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione, conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale, razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di mano. Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che – se tollerato – rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con radici forti: un convinto e convincente no alla violenza”. Leggi e polizie, servono dunque, ma non bastano. Né serve aggiungere l’esercito. Vanno mobilitate tutte le risorse sociali ed educative di una società che voglia meritarsi l’appellativo di civile.
Lo diceva Martin Luther King: o impariamo a vivere assieme come fratelli (magari non troppo amorosi, penso io) o siamo destinati a morire assieme da stupidi. Se non siamo capaci di convivenza sarà la commorienza ad attenderci.

Happy birthday, King

Il 15 gennaio 1929 nasceva, ad Atlanta, Martin Luther King. Celebriamo questo grande uomo con “Happy birthday” di Stevie Wonder del 1980, brano attraverso il quale il musicista statunitense sostenne la causa per rendere questa giornata festa nazionale in tutti gli Usa.

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

Rosa-Parks

Il diritto di sedere su un autobus

1 dicembre 1955: A Montgomery in Alabama, Rosa Parks si rifiuta di cedere il posto sull’autobus a un uomo bianco e viene arrestata per aver violato le leggi di segregazione razziale della città. E’ l’ispirazione per il boicottaggio dei bus di Montgomery che sarà guidato da un allora ancora sconosciuto Martin Luther King. E’ l’inizio della lotta per i diritti civili e la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti d’America

Martin-Luther-King
Martin Luther King

Ho un sogno, che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: “Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”. (Martin Luther King)

 

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INTERNAZIONALE
Questione di pelle: gli irrisolti conflitti razziali

di Francesco Fiore

Cinquant’anni fa Martin Luther King riceva il premio Nobel per la pace. Col suo famoso discorso “I have a dream”, negli anni Sessanta guidava la comunità afroamericana nella lotta contro la discriminazione, i linciaggi, la negazione dei diritti e i soprusi nei confronti dei neri d’America perpetrata dai sostenitori del White power. Ma la pacificazione non è si è compiuta. Duri scontri si verificarono nel ’92 con i Los Angeles riots provocati dall’assoluzione degli agenti che pestarono un inerme Rodney King, fino ad arrivare alle proteste di Ferguson dopo la morte di Michael Brown solo l’anno passato. In mezzo a questi eventi, che hanno attirato l’occhio dei media sul tema della discriminazione degli afroamericani, c’è una storia quotidiana di violenza e omicidi di americani di colore. “Stiamo parlando di un afroamericano ucciso ogni 3-4 giorni, esattamente la stessa cronologia dei linciaggi dei primi decenni del secolo scorso”, spiega Isabel Wilkerson, prima reporter nera a vincere il premio Pulitzer. A questo l’inviato del Guardian Gary Younge aggiunge altri dati che mostrano lo squilibrio sociale tra i bianchi e neri come l’aspettativa di vita e la mortalità infantile. Questo fenomeno, secondo Wilkerson, deriva da un sistema di caste basato sull’aspetto degli individui che ha le proprie radici nel periodo dello schiavismo. Caste che sono pericolosamente flessibili, permettendo così di spostare la paura e l’odio di chi ha il potere verso nuove minoranze. Come conferma Younge, “è difficile sottovalutare il ruolo della razza nella determinazione delle diseguaglianze, ma in realtà è una questione di potere”, che la casta bianca ha paura di perdere. Questa interpretazione delle dinamiche sociali americane, ma non solo, sposta l’attenzione e il timore della maggioranza verso gli immigrati, sovrapponendo e incrociando i due temi e creando i presupposti per l’estremizzazione delle posizioni repubblicane, come dimostrato dalle frasi di Donald Trump nella sua assurda campagna elettorale. Il magnate americano, secondo Wilkerson, sta cavalcando la paura dei bianchi che non hanno votato per Barack Obama, la cui vittoria (ottenuta grazie ai voti della comunità nera, ispanica e asiatica) ha causato un contraccolpo che ha rinvigorito i timori della casta dominante. Secondo Younge inoltre “la vittoria di Obama è un simbolo di cambiamento, che non va però confuso per la sostanza. Un progresso che è di Obama ma non è della collettività”.
Secondo l’attivista Jose Antonio Vargas, immigrato americano di origine filippina ma di nome ispanico, è necessario riconsiderare il concetto di cittadinanza, connettendo i discorsi riguardo alla razza e all’immigrazione col filo comune dell’umanità e dell’empatia, così difficile da provare per chi è diverso nell’aspetto o nella condizione sociale.
La storia è piena di esempi di minoranze discriminate che si trasformano in discriminanti, come l’Italia divisa tra nord e sud che ora è unita contro migranti e minoranze etniche. La vera sfida è fermare questo circolo per cui il dominato diventa dominante cercando di concentrarsi sulla natura umana invece che sulla razza.

Martin-Luther-King

ACCORDI
I have a dream.
Il brano di oggi…

U2-MOJO-254-770
Gli U2

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

U2 – Pride (In the name of love)

« Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Ho un sogno, oggi! »

Così si esprimeva Martin Luther King in uno dei discorsi più famosi di tutto il ventesimo secolo, esattamente 52 anni fa. “I have a dream” urlava King davanti ad un’immensa folla raccolta al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia volta al riconoscimento dei pari diritti per neri e bianchi, parole che riecheggeranno per sempre nelle menti di tutti e quantomai attuali.
Ispirato alla vita di Martin Luther King ed in parte anche a questo discorso, Pride (In the name of love) degli U2, contenuto nell’album Unforgettable Fire del 1984, è sicuramente uno di quei brani che più sono riusciti nell’intento di trasformare in musica tutta l’emozione e la potenza delle idee del pastore.

Martin-Luther-King

ACCORDI
La cima della montagna.
Il brano di oggi…

Common-and-John-Legend-OscarsOgni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

John Legend – Glory

Il 3 aprile del 1968, a Memphis, Martin Luther King tenne il suo ultimo e profetico discorso prima del suo assassinio, avvenuto il giorno seguente. Un intervento passato alla storia come “Discorso di Mountaintop” attraverso il quale King afferma di essere arrivato in cima alla montagna, pur non nascondendo l’incertezza per il proprio futuro. Ricordiamo questo grande uomo con il recente brano di John Legend “Glory”, vincitore del premio Oscar come miglior brano per il film “Selma – La strada per la libertà”.
Di seguito il finale del discorso.

“Bene, non so cosa mi succederà ora; abbiamo qualche giorno difficile d’avanti. Ma è veramente una cosa che non mi appartiene ora perché sono stato sulla cima della montagna. E non mi preoccupo. Come ognuno, voglio vivere una lunga vita – che la longevità abbia il suo corso. Ma non sono preoccupato per questo ora. Voglio solo fare la volontà di Dio. Ed Egli mi ha permesso di andare sulla montagna. E ho visto oltre e ho visto la Terra Promessa. Non posso andarci con voi ora. Ma voglio che voi sappiate stasera, che noi come popolo, avremo la Terra Promessa. E così sono felice stasera; e non c’è niente che mi preoccupi; non ho paura di alcun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria che verrà, la gloria del Signore.”

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Direttore responsabile: Francesco Monini
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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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