Tag: mascherina

Credo negli esseri umani…

Francamente non ho proprio capito tutta questa polemica sul nostro premier che chiede a questo Aldo Nova – così celebre fra i giovani – di sporcarsi le mani e fare da testimonial a favore del corretto utilizzo della mascherina.
Certo, anch’io al posto del premier avrei agito diversamente.
Magari avrei convocato non lo so, Zdenek Zeman o Rowland S. Howard oppure boh, Georges Bataille: insomma, figure ben popolari fra la gioventù di oggi ma di ben altro spessore.
Ad ogni modo, però: questo è quel che passa il convento.
Sono comunque ben felice di sapere che il buon Aldo Nova (e consorte) ha/hanno accettato di buon cuore di – come si dice fra le persone “in” – “metterci la faccia”.
E che faccia, dico io.
Una faccia pulita, affidabile e che lascia ben sperare per il futuro: che poi, quale futuro?
Che cos’è realmente il futuro?
È per caso – realmente – “solo” quella cosa che arriva dopo il presente, quando meno te lo aspetti?
O è forse solo una parola di cui non sappiamo neanche più indicare un’eventuale manifestazione reale, qualora si presentasse?
Probabilmente sono io che sono paranoico – forse anche totalmente idiota – ma sentendo in questi giorni orde di commercianti che chiedono “il diritto di lavorare” non ho potuto fare a meno di pensare a ipotetiche orde di persone che durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale chiedono “il diritto a uscire nelle ore serali/notturne provvisti di ombrello”.
Tutto questo con le dovute proporzioni, sia chiaro.
Ma siamo sicuri che in un momento come questo, la cosa da fare sia chiedere “il diritto a lavorare”?
Mi permetto umilmente di dire che forse no, non è questa la domanda da fare.
Ovviamente questa è la semplice opinione di un idiota.
Ma non posso fare a meno di pensare a un ipotetico futuro, che ne so, penso a ipotetici esseri umani – esseri umani in cui io credo fermamente, ci tengo a precisarlo – che fra 150 anni si chiederanno: ma oh, ma ci pensi a quelli là che nel 2020 invece di urlare “cacciate i soldi” chiedevano “lasciateci lavorare”?
Non lo so, sarà il mio forte senso dell’imbarazzo ma al pensiero mi vergogno un po’ per tutti.
Comunque buona settimana e – se avete la “fortuna” di lavorare – buon lavoro.

Maggie’s Farm (Bob Dylan, 1965)

E mi rilasso

Seduta in spiaggia, ore undici e trenta, sto guardando il mare. E mi rilasso.
Davanti a me passa un ragazzo di colore sciancato, un ondeggiamento costante e immagino dolente. Lo ricordo, è lo stesso ambulante dello scorso anno. Raggiunge i suoi amici riuniti sotto l’ombrellone. Presso la riva è esposta la loro mercanzia, che ben pochi considerano.
Una signora indugia un’occhiata più lunga sulle borsette e subito un venditore le si fionda appresso. Lei fa per andarsene, ma lui la richiama “Signora! Signora!”. Lei nicchia, poi è costretta a fermarsi e inizia un dialogo a parole mozze e gesti. Lui è insistente, lei impiega almeno tre minuti per convincerlo che non ha bisogno di una borsetta, stava solo guardando, giusto perché ha gli occhi. È cortese, paziente, lui meno, si irrita e, quando lei riprende il cammino, le borbotta dietro nella propria lingua.
Il distanziamento tra le persone e gli ombrelloni è rispettato, anche qui in spiaggia libera, e c’è maggiore pulizia in generale. È piacevole. Peccato ci sia voluto il covid per ripristinare certe attenzioni.
È un venerdì poco affollato di luglio, come in un qualsiasi giorno della settimana che non sia sabato o domenica. Non so come sarà durante il week end.
Ci sono anziani, adulti, ragazzi, piccoli, tutti sparsi in un tempo dilatato e lento, scandito mollemente dalle onde del mare, in una giornata perfetta, né troppo calda né troppo ventilata.
Entro in acqua e vi cammino. Intorno, bambini alzano grida, si tuffano, sguazzano, a loro agio nell’elemento liquido. Tutti si divertono, pur mantenendo le distanze, si rasserenano, dialogando con altri, con se stessi. Un ragazzo e una ragazza amoreggiano, discreti: lui fa la voce grossa fingendosi geloso, lei sta al gioco. Sono bellissimi. Distolgo lo sguardo e mi allontano, accompagnata dalle loro voci, dai loro giochi. I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno… loro sono altrove… nell’abbagliante splendore del loro primo amore. Quando l’acqua mi arriva ai fianchi, il fondale diventa un susseguirsi di rialzi e buche infide. Piuttosto che rischiare una storta, mi immergo, nuoto, faccio “il morto”: il mare mi culla, mi accarezza, mi sostiene, slava i pensieri. Il cielo — mentre l’acqua ottunde le orecchie e intona suoni alieni — è un’immensità invitante. Poi risalgo a riva, mi siedo sulla seggiolina e mi rilasso.
Il vento scompiglia appena le frange degli ombrelloni, disperde i silenzi, le parole — anche quelle di due coniugi che si rimbrottano dandosi la schiena, uno perso tra le righe del quotidiano, l’altra con la faccia immusonita al sole. Mi lascio avvolgere da un torpore distensivo, sonnolento.
A breve distanza, un ambulante avanza lentamente, quindi alza la mascherina sul viso e si avvicina a una coppia di villeggianti. — Ciao, — saluta. A quella voce, l’uomo strabuzza gli occhi, balza dal lettino e si precipita in acqua, mentre la moglie corre invasata dalla parte opposta urlando: — Vai via! Altrimenti chiamo la polizia! Vai via! — Il ragazzo è sorpreso, interdetto, risentito, dice che sta rispettando il distanziamento fisico, che indossa la mascherina… Deve andarsene. Si allontana mugugnando, poi mi vede, si approssima, appoggia la mercanzia sulla sabbia e si siede a due metri da me. — Ciao, bella, hai visto? Non si può fare così. Non sono un appestato, — si sfoga in perfetto italiano. — Non ho fatto niente di male. Ho paura anch’io del covid. Se non vuoi comprare, mi dici di no e io vado via —. E continua a brontolare “che razza di gente! Non sono un cane! Un po’ di rispetto” mentre scrolla la testa. Mi stupisce l’ottima padronanza della lingua italiana, chissà da quanto tempo è nel nostro Paese. Gli rispondo che ci sono persone strane, certo spaventate. Lui replica che conosce le regole, che sta lavorando… — Non ho soldi, — puntualizzo, mettendo le mani avanti. — Non importa, — mi dice, con gli occhi arrossati sul viso d’ebano, — basta anche solo scambiare due parole. Ciao, bella! — E se ne va.
Insomma, al mare ci si rilassa, ripeto. Qualcuno già serra gli ombrelloni, lasciandoli sul posto, i lettini addossati, per il dopo pranzo. Altri sgomberano la loro postazione. La spiaggia è sempre più deserta, il frangersi delle onde passa e ripassa sulla battigia, si protende e si ritira, sottraendo, riportando, avvoltolando granelli lucenti, ipnotico.
Nulla di eclatante, tutto tranquillo, lontano dai soliti pensieri. E io mi riservo momenti di serenità che la vita nasconde nelle piccole cose di tutti i giorni, senza attendere che me li porga, perché non lo farà mai, destinati a chi se li conquista con l’urgenza di goderli, perché non si sa quanto possano durare. Allora me li vado a cercare, me li ritaglio, me li trattengo, me li spalmo addosso come un unguento miracoloso, una coperta di Linus, una carezza amorevole. Come un tesoro da cui attingere. Come per farmi un regalo, una miriade di piccoli regali.
E mi rilasso.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

BUFALE & BUGIE
Mascherine e ossigeno: il falso mistero

Fino a prima che scoppiasse il caso mediatico della diffusione globale del nuovo ceppo di coronavirus, era abbastanza raro trovare nei comuni sistemi di informazione notizie e approfondimenti dal mondo scientifico. Nell’ultimo periodo la tendenza sembra essersi invertita, se dovessi però scegliere tra poca ma buona, e tanta ma pessima divulgazione, credo che la preferenza ricadrebbe sulla prima possibilità.

Molte testate e persone si sono dovute reinventare per l’occasione. L’edizione italiana di un sito statunitense dedicato a economia e politica, Business Insider Italia, titolava il 10 agosto: “Un medico corre 35 km con una mascherina anti Covid per sfatare una convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”. La notizia dell’impresa compiuta dal dottor Tom Lawton – impegnato nel campo dell’anestesia e della rianimazione, con un particolare interesse per l’informatica – , finanziata dal basso [vedi qui] e raccontata in presa diretta da egli stesso su Twitter [vedi qui], meritava certamente una sua diffusione al grande pubblico, parimenti ad altre sperimentazioni similari con risultati opposti. Il problema condiviso da questi test è tuttavia uno: non avvenendo in una situazione controllata e non seguendo un protocollo approvato a monte e descritto nel dettaglio, per consentire la ripetizione della prova da persone terze sulla base di uno studio regolarmente refertato e pubblicato, non possono ambire a un loro pieno riconoscimento di validità scientifica. Ecco dunque emergere l’imprescindibile e disattesa necessità, da parte dell’articolista, di contestualizzare correttamente la notizia all’interno delle attuali conoscenze mediche. Malgrado si parli di “convinzione sbagliata sui livelli di ossigeno”, è già nutrita la bibliografia che evidenzia la possibilità di una riduzione dell’ossigeno disponibile e di un’alterazione dell’aria inspirata soprattutto durante lo svolgimento di un’attività fisica. Ciò non vuol dire che le condizioni appena descritte debbano sempre verificarsi, poiché sono da tenere in considerazione varianti quali il tipo di mascherina, la persona che la indossa, le azioni eseguite, l’ambiente circostante… Allo stesso modo, gli esperimenti che giungono a conclusioni diverse sono validi per gli individui e lo scenario analizzati, ma non sono estendibili in generale a tutta la popolazione e a tutte le situazioni possibili. Del resto, gli effetti collaterali che possono derivare da uno scorretto utilizzo di tali dispositivi sono già conosciuti, e riconosciuti anche da chi è più incline a ritenere maggiormente rilevanti i benefici, in una immaginaria pesatura dei pro e dei contro.

Tom Lawton ha fatto vedere come le misurazioni effettuate dal proprio strumento sull’aria trattenuta dalla propria mascherina rientrassero nei parametri definiti sicuri. Ma trasformare questo dato in un consiglio comportamentale indiscriminato può rivelarsi un pericolo per la salute.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

SE QUARANTA MINUTI VI SEMBRANO UN’ORA…
La (poco brillante) idea ministeriale di una scuola “concentrata”

Non so se il Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico, con quelle ‘misure contenitive’ che lasciano un retrogusto più di casa circondariale che di scuola, scaricabile dal portale del ministero, sia il frutto del lavoro della task force presieduta dal professor Bianchi, o del comitato tecnico scientifico o di entrambi. Il documento sono ventidue pagine, di cui nove tabelle di dati Istat più due pagine di allegato relativo alla Attività di sanificazione in ambiente scolastico.

Il passaggio più vibrante contenuto in questi fogli, dal sentore ministeriale, è l’invito a cogliere questa occasione per il rilancio del sistema scolastico attraverso “un lavoro complessivo di investimenti per azioni coordinate che mettano al centro dell’agenda politica scuola e salute come elementi strategici per il benessere complessivo della persona”. Petizione di principio che in Italia si ripete da decenni come una litania, diciamo che non occorrevano proprio né una task force né un comitato scientifico per una simile conclusione, ma come dicevano i latini repetita iuvant.

Per il resto tutto è già noto: bisogna tenere il distanziamento fisico, la mascherina, lavarsi le mani, far uso di dispenser ed igienizzanti, ridurre il numero di alunni per classe, trovare spazi sul territorio. Poi c’è l’invito alla riduzione del monte ore delle discipline scolastiche, alla rimodulazione e riduzione oraria che non sono modi diversi per dire la stessa cosa. Un conto è ridurre il monte ore disciplinare su base annua, altro conto è modificare l’organizzazione oraria della scuola. Così, per non pagare dazio, la ministra estrae dal cilindro il vecchio arnese delle ore di quaranta minuti, una volta erano di cinquanta o cinquantacinque, per lo più utilizzate per consentire di conciliare le entrate e le uscite con gli orari del trasporto pubblico, o, nell’ambito dell’autonomia scolastica, per recuperare spazi orari alla organizzazione di attività integrative.

La prima osservazione che viene da fare a una mente appena appena non appannata è che se si tratta di quaranta minuti non può essere un’ora, neppure se lo dice la ministra, che dimostra di essere poco pratica non solo di imbuti ma anche di orologi. Sarebbe opportuno da parte di chi ha la responsabilità del sistema scolastico del paese dire semplicemente che le unità didattiche per ogni disciplina anziché svolgersi in sessanta minuti dovranno essere contenute nello spazio di quaranta minuti. Le ore, dunque, restano per tutti di sessanta minuti, sono le attività della scuola che da settembre prossimo si articoleranno per sequenze disciplinari della durata di quaranta minuti.

Intanto c’è un problema, il tempo è una risorsa importante. Apprendere in quaranta minuti non è la stessa cosa che apprendere in sessanta: i tempi anziché dilatarsi, come sarebbe necessario in ogni sana didattica, vengono compressi. Già qui appare che non si tratta di una buona idea e che, se si vuole migliorare la nostra scuola che ha bisogno di più offerta formativa, di più attenzione ai bisogni e ai tempi di apprendimento di ogni singolo alunno, questa decisamente non può essere la strada. Scuola concentrata: concentrato di saperi. Dopo mesi di insegnamento a distanza il ritorno a scuola che si prospetta non è dei migliori. È come dire che quando avresti più bisogno di cura te ne fornisco di meno. Se queste sono le idee brillanti che comitati e task force vari avrebbero dovuto suggerire alla ministra, se ne faceva volentieri a meno.

Occorrerà mettere mano ai vari decreti legge che stabiliscono il monte ore annuo per ordine di scuola. Limitiamoci all’esempio, per tutti, della secondaria di primo grado, la cosiddetta scuola media, il cui monte ore annuo obbligatorio è di novecentonovanta, vale a dire trenta ore di sessanta minuti a settimana per trentatré settimane di scuola. Tralasciamo per comodità i moduli con il sabato a casa, e consideriamo la giornata scolastica tipo di cinque ore di sessanta minuti per sei giorni alla settimana. Se le unità didattiche sono di quaranta minuti il tempo scuola giornaliero sarà di duecento minuti, anziché trecento, e il monte settimanale di milleduecento minuti anziché milleottocento, con una differenza settimanale di seicento minuti, vale a dire di sei ore alla settimana. Se poi le sei ore le moltiplichiamo per il numero di settimane di scuola otteniamo una cifra corrispondente a trentanove giorni di scuola, oltre un mese che in totale silenzio viene sottratto alle opportunità formative degli studenti, bambini o ragazzi che siano. Inoltre, nel caso del tempo pieno e del tempo prolungato le cifre raddoppiano. Meno scuola, quando di scuola ne serverebbe di più ed è facile nutrire il dubbio che la concentrazione dell’insegnamento non ne accresca la qualità.

Resta da capire come a viale Trastevere pensano di rispettare il calendario scolastico che per legge prevede almeno duecentocinque giorni di scuola, se intendono, ad esempio, prolungare di un mese l’anno scolastico. L’invito del comitato scientifico di cogliere questa occasione per il rilancio del sistema scolastico lascia il re nudo. Ministra e governo non hanno un progetto di scuola ed è senz’altro così visto il rosicato miliardo e mezzo stanziato e neppure il comitato tecnico scientifico e la task forceResta la scuola di prima, corretta per detrazione con le sue misure ‘contenitive’, che si aggiungono a quelle di sempre (e come potrebbe essere diversamente?).
A meno che, dopo l’esperienza della didattica a distanza, qualche mente brillante, ora che sono tornate d’uso, sia giunta alla conclusione che, sottraendo tempo alla formazione dei nostri ragazzi, la scuola e il paese migliorino.

Scarti

“Passato il santo, passata la festa” recita un detto. Ma non è festa gioiosa, ma ferita ancora aperta fatta di morte e sofferenza. A che valgono i proclami se il risultato stride con le promesse? Ci si stringe, si parla, si lotta e si risorge, ma i segni lasciati sono indelebili come l’inchiostro sulla carta. Nel frattempo l’acqua scorre lenta e cade giù ma non lava via le colpe, le rende solo più chiare e visibili.

I RITI CAMBIATI:
nella pandemia reinterpretiamo la nostra esistenza

Quando si dice che è ‘un rito’, si intende qualcosa che stancamente ripete se stessa. Poi ci sono ‘i riti’, i riti al plurale che sono cerimonie, celebrazioni, culti con le loro liturgie, laiche e religiose. Non possiamo fare a meno dei riti, perché i riti confermano le nostre appartenenze. La famiglia ha i suoi riti, una volta legati al desco. Il corteggiamento ha i suoi riti, fino all’anello di fidanzamento e alla promessa. Il lavoro ha i suoi riti, le entrate e le uscite, le divise come paramenti sacerdotali, le ore di fatica. Anche la memoria ha i suoi riti negli anniversari. A guardarci intorno scopriamo che tutta la nostra esistenza è una costante di riti, procedure, recite, rappresentazioni, liturgie, copioni.

Poi, un giorno accade che il grande palcoscenico della vita improvvisamente prende la forma del coro del dolore e della cavea della paura. Il rito si spezza, si frantuma, il complesso delle norme che lo definiscono e lo descrivono viene meno. È accaduto in questi giorni di eccezionalità, in cui abbiamo dovuto difenderci dal rischio del contagio.
I riti sono cambiati, altri ne sono stati confezionati come l’uso della mascherina e il distanziamento fisico. Altri ancora sono stati negati come la condivisione del lutto. La morte, che una volta era accompagnata dai vivi, per confermare che la vita non si ferma, è stata lasciata sola, tenuta a distanza, perché non sapevamo se la vita avrebbe continuato a scorrere, tanto la morte dominava incontrastata sui nostri timori e sui nostri rifugi.

Le comunità si riconoscono nei loro riti, che sono il racconto dei loro miti e la costruzione delle loro simbologie, le forme che abbiamo dato alla narrazione della nostra cultura. Al posto dei riti sono rimaste le autobiografie, quelle che lasciamo scritte ogni giorno sui social a cui accediamo, a cui affidiamo la trasmissione dei messaggi come parte di noi stessi, di quello che siamo. Lasciamo testimonianza della qualità delle nostre biografie. Qualcuno un giorno studierà le forme che hanno assunto i nostri racconti e i prodotti dei nostri pensieri come l’espressione di una cultura indigena.

Non ci siamo resi conto che si è aperta la porta per uscire dal rito, per uscire dalle nostre autobiografie. Che non abbiamo più nulla da celebrare. Perché quella che abbiamo vissuto non è una pausa, non è una sospensione, ma è stata una rottura delle nostre sacralità, dei riti a cui eravamo convocati, dei nostri sacerdozi. Forse l’ultimo episodio di una stagione che ha rincorso le ombre delle costruzioni che ci siamo eretti. Abbiamo dovuto dismettere le nostre anime colpite dallo stupore della sorpresa, dall’imprevedibilità dell’imperscrutabile, abbiamo scoperto di tremare, di essere come la tribù ancestrale che teme l’ira delle divinità. Abbiamo veduto e ascoltato lo sciamano pronunciare la sua preghiera agli dei, agli idola specus, nello spazio lasciato vuoto pure dal tempo, sotto le intemperie della natura.

Questa rottura è una ferita benefica che ha sollevato il velo sulla nudità che siamo, sulla  fragilità delle nostre liturgie, sull’insensato abbarbicarci alle ridondanze che si infrangono contro l’inatteso e l’improvviso, e non ci sono altari da innalzare e numi da pregare. La nostra solitudine è fuori e dentro di noi, temere la solitudine è come temere se stessi, l’unica speranza è quella di non coltivare speranze per prendere la vita nelle nostre mani. Senza fingerci cammini e mete, continuare ad arare, a coltivare la terra, a piegarci alla fatica per coloro che verranno dopo di noi e forse ce ne saranno riconoscenti, come si usa, nella memoria.

Siamo usciti dai riti e dalle nostre autobiografie per ritrovare il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi. Occorre fare igiene nelle nostre menti, provvedere alla raccolta differenziata dei cascami delle nostre certezze, correre il rischio della pulizia delle nostre presunzioni. Sgombrarle dall’occupazione dei pensieri sedimentati, dagli incartamenti degli incanti. Dimenticare le usanze per far spazio alle incognite, svuotare gli abiti della zavorra di cui li abbiamo caricati, seminare per dare inizio a nuovi raccolti. Ripartire dall’interrogativo socratico Ti Esti, che cos’è? Che cos’è quello di cui parliamo, che cos’è quello che facciamo, che cos’è quello che siamo, che cos’è quello che vogliamo essere.

Il nuovo secolo ancora non aveva posto nell’urna le ceneri del venir meno del sentimento religioso, del tramonto della metafisica e della crisi delle ideologie. La dimensione globale della pandemia ci ha posto con inesorabile prepotenza innanzi al nostro Essere e al nostro Tempo, per dirla con il filosofo, alla sfida nuova, alla capacità di saperla cogliere, alla necessità di dare una svolta ermeneutica alle nostre vite, al coraggio di reinterpretare l’intera dimensione umana. E questo con ogni probabilità è solo il primo capitolo, perché altri ben presto se ne aggiungeranno, e non potremo correre se non ci libereremo delle pastoie che ancora legano le nostre menti.

DI MERCOLEDI’
Camminare con in testa una Passeggiata. Quella di Palazzeschi

Oggi, anche in assenza del mercato nella piazza del mio paese e in barba al lockdown che decide della nostra vita da sei settimane, sto per fare una passeggiata. E’ diversa da come la immaginate, diversa dalle passeggiate che tutti abbiamo fatto ‘prima‘. Non vi serve vestirvi, servono gli occhi. Dunque massaggiateli per bene, chi porta gli occhiali se li pulisca e li inforchi (Pirandello avrebbe detto li “inselli” sul naso).
Rileggiamo alcuni passi dal celebre testo di Palazzeschi che porta questo nome, La passeggiata: una lista straordinaria di nomi, insegne, numeri, réclame che due protagonisti colgono per strada durante la loro passeggiata.
Andiamo?
Andiamo,
[…]
Cioccolato Talmone.
Il più ricercato biscotto.
Duretto e Tenerini
Via della Carità.
17. 40. 25. 88.
Cinematografo Splendor
[…]
Lavanderia,
Fumista,
Tipografia,
Parrucchiere,
Fioraio,
Libreria,
Modista.
[…]
Affittasi quartiere,
rivolgersi al portiere
dalle 2 alle 3.
[…]
Antico forno,
Rosticcere e friggitore.
[…]
Torniamo indietro?
Torniamo pure.

Provo a fare come Palazzeschi dentro casa mia. Cammino da una stanza all’altra, leggo tutto il leggibile e lo metto in fila. Ecco davanti a me le prime scritte:
“Casa dei nonni. Qui si viziano i nipoti”
“Sfortunatelli pelosi, sezione gatti e conigli”
Barilla. Sedanini rigati n.53
APRILE 2020
L’Enciclopedia della cucina italiana: 1 Gli Antipasti 2 Le Carni bianche 3 La pasta.
Dizionario Italiano Sabatini Coletti.
Un disegno fatto per me da Chloe (lei dice: ‘una bicicletta’) con una grande C di lato.

Mi basta, e non funziona. Non ne esce una poesia. Come avrà fatto Aldo Palazzeschi a mettere in una lista quello che si può leggere camminando lungo una strada di città e a ricavarci uno straordinario testo poetico? Pieno di avanguardismi. Con le parole più prosaiche – insegne, numeri civici e cognomi – che acquistano cittadinanza poetica, alé. Lo dovrei sapere cosa fa di un testo un testo poetico, e magari ne posso parlare un’altra volta.
Una volta di più mi colpisce lo ‘straniamento’, eccolo di nuovo portato dalla energia della letteratura che abita con me in ogni stanza della mia casa, alla pari con la figura del gatto (quadri, portapenne, segnalibri, statuette in terracotta e, perfino uno scopino in bagno, recano l’immagine di un micio). Vedo come se fosse la prima volta le scritte sul calendario che ho nello studio, i titoli sui volumi di cucina, quelli sì dimenticati da un pezzo. Passando davanti allo specchio ho ‘letto’ anche la mia faccia perplessa, e chi non lo è in queste settimane?Avviene lo stesso se ripenso a cosa ho visto le poche volte che sono uscita di recente.
Il vicino di casa con una invadente mascherina, diventato più corpulento in tutta la parte superiore del corpo, forse più autorevole.
La strada deserta a metà mattina.
Il silenzio.
Il ciclista frettoloso che ha controllato di avere in tasca l’autocertificazione per circolare fuori di casa…”

Volete provare anche voi a elencare le stranezze racchiuse nelle immagini di solito così ovvie delle nostre giornate? Ci invita così spesso la pubblicità televisiva a riscoprire la nostra casa. Provate, proviamo a sorridere delle piccole stranezze che abbiamo sistemato nelle nostre stanze senza più notarle. Belle, brutte e chi le vede più? Rispolveriamole. Dal soprammobile orribile alle tende scelte col gusto di vent’anni fa. Oppure le novità: i grembiuli da grande chef lasciati in cucina, a portata di mano per chi si è buttato a far da mangiare e sforna dolci tutti i giorni; il volto impegnato della prof di scienze che ci insegue dal monitor, mentre ci allontaniamo dalla lezione, ma solo un minuto no?
Fate la lista e mettetela da parte. Ci strapperà un sorriso quando potremo rileggerla ‘dopo. Ci ricorderà come eravamo, cosa vedevano i nostri occhi all’intorno. Sarà una lista di cose, la nostra piccola avanguardia. Ci legittima sempre Palazzeschi a farne un testo dotato di una sua importanza, il piccolo divertimento che abbiamo acceso come una fiammella dentro le case e nelle consuetudini. Leggo dalla sua poesia Lasciatemi divertire: 

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Dilettiamoci!

(Testi tratti da:  Aldo Palazzeschi, L’incendiario, Edizioni Futuriste di poesia, Milano, 1910)

Cover: Aldo Palazzeschi (a sinistra) con Arnoldo Mondadori e Giorgio Bassani – Archivio Mondadori (Wikimedia commons)

Filastrocca della mascherina

Se avessi una bella mascherina
tapperei la bocca alla gente
che ripete da sera a mattina:
“Vai che non succede niente”.

Se ne avessi una bella grossa
benderei bene quei soggetti
che se leggono “zona rossa”
fan la ressa… quei furbetti.

Se ne avessi una per orecchio
eviterei di sentire certe Barbie
divertirsi a criticar parecchio,
parlar male e far gli “sgarbi”.

Se ne avessi una di metallo,
la userei, anche se è abbiente,
per buttar giù dal piedistallo
colui che si crede onnipotente.

Se ne avessi una con le righe
ci stamperei: “Lo dice la Nasa
che per combattere le sfighe
bisogna proprio stare in casa”.

Se ne avessi una tutta a pois
ci scriverei e ne farei bandiera
quando questo periodo finirà:
“Viva la sanità pubblica intera”.

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