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PRESTO DI MATTINA
La trasfigurazione, una pasqua nascosta

 

«Prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo, salì sul monte e pregando il suo volto trascolorò, divenne altro», (Lc 9,29). Ieri abbiamo ricordato la Trasfigurazione, che è detta anche ‘Pasqua dell’estate’, quasi che tornasse a germogliare nella ferialità dimessa e umile dei nostri giorni. In realtà non si è mai allontanata da noi.

L’ho sempre sentita come la ‘piccola risurrezione’, ‘la pasqua nascosta’, come il seme raccolto dopo la mietitura che torna ad essere gettato nella terra, come il bene nascosto che la gente semina silenziosamente nelle opere e nei giorni.

Trasparenza di un volto, diafania cangiante di colori, come lampo che guizza e subito si nasconde: è così la trasfigurazione del Signore. «Dopo la luce candida e sfolgorante delle vesti una nube li avvolse, all’entrare in quella nube, ebbero paura». Discesi dal Monte Tabor per i discepoli torna il buio e la Pasqua si cela di nuovo nell’umanità terrosa di Gesù; il triplice annuncio della sua passione lascia i discepoli sbigottiti e ciechi. Ma non ci si può fermare o tornare indietro perché la Pasqua è corsa innanzi; non si è perduta, ma la si troverà solo salendo con Gesù verso Gerusalemme. Sarà là l’appuntamento.

Così ho compreso che la sua ricerca deve continuare durante tutto l’anno, andando incontro alla vita della gente, mischiandosi tra la folla compatta e cieca. Ma bisognerà guardare oltre l’apparenza di questa cecità, entravi dentro: «Cristo ogni tanto torna,/ se ne va, chi l’ascolta…/ Il cuore della città/ è morto, la folla passa/ e schiaccia – è buia massa compatta, è cecità…»,  (Giorgio Caproni, il terzo libro, Torino 2016, 77).

Occorre gridarlo sopra i tetti: Pasqua ha tante facce, è nascosta in ogni volto, in ogni vita, essa è come «l’ombra crociata del gheppio [che] pare ignota/ ai giovinetti arbusti quando rade fugace./ E la nube che vede? Ha tante facce/ la pólla schiusa», (E. Montale, Estate, in Tutte le poesie, 175).

Pólla schiusa” è l’insonne Spirito del risorto. Fessura e soffio nel suolo terroso e compatto; pollone zampillante che germoglia sull’albero della vita, dentro le viscere dell’uomo fatto di terra. Pólla deriva da pulláre, scaturire, germogliare: il sorgere dello spirito; il verbo pullulare viene da pullús, piccolo nato, un virgulto, ancora gemmato. Germogli d’acqua dischiusi nell’umanità dallo Spirito sono pure le pagine del vangelo, che con grande meraviglia scorgi zampillare nel sottosuolo di ogni persona, nelle sue buone pratiche samaritane.

Questa universalità misteriosa della Pasqua sparpagliata dallo spirito nelle profondità dell’umano vivere è pure sottolineata fortemente dal Concilio. Nella Gaudium et Spes 22 è detto che il venire associati ‒ il testo latino è “consocietur” ossia il divenire compagni, amici che dividono lo stesso pane – al mistero pasquale del Crocifisso risorto non è prerogativa esclusiva dei cristiani, ma combattendo contro il male, attraversando tribolazioni e subendo la morte, la Pasqua è per tutti; anzi è di tutti.

A tutti è possibile attingere ad essa come a segreta sorgente che zampilla in loro: «ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia… perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale».

Nel testo Il cuore del mondo il teologo di Basilea Hans Urs von Balthasar [Qui] fa parlare il Risorto con queste parole: «Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel suo risorgere. Io sono la metamorfosi/trasfigurazione in greco. Come cambiano pane e vino cosi cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del mondo. Cosi la mia risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le mie forze non siano pervenute sull’ultimo ramo della creazione», (ivi, 58).

Le vie dello spirito che si intrecciano con i destini umani sono appello alla libertà, a prendere posizione di fronte a ciò che accade, persino al cospetto di destini e avvenimenti che fanno contrarre ogni espressione di libertà, imprigionando la coscienza.

Scrive Massimo Recalcati [Qui] che la libertà individuale non sta nella possibilità di fare quello che si vuole della propria esistenza a prescindere dagli altri «non è mai libertà di generarsi da sé, di decidere senza vincoli o condizionamenti del proprio destino, ma è sempre e solo la possibilità di fare qualcosa della scelta degli Altri, di fare qualcosa di quello che l’Altro ha fatto di noi», (Il grido di Giobbe, Torino 2021, 77).

Di fronte all’imporsi dell’altro, con la sua provocazione, con il suo impellente bisogno o con la sua chiamata; di fronte pure all’assurdità inesplicabile del male al quale la vita viene consegnata e imprigionata la coscienza, la libertà sta nel non rinunciare al proprio desiderio di libertà, di infinità promessa, continuando a restare in gioco, lottando, chiamando in giudizio coloro che si nascondono dietro il silenzio, si coprono il volto fosse anche Dio stesso come in Giobbe, senza stancarsi di pretendere che si venga allo scoperto, che accada una parola e mantenuta la promessa: Eccomi! ‘Saper restare accanto’ è la forma della libertà, quella del Samaritano che risponde all’inatteso dicendo: eccomi, col farsi carico, con la pratica del prendersi cura, del far argine al male.

Dico spesso in chiesa ‒ ma anche fuori incontrando la gente ‒ che il vangelo che libera e che cura è nascosto proprio nella loro vita. Affiora e viene visto quando questa diventa dedizione e si mette accanto in silenzio a chi è mortificato dal male, in famiglia e fuori o quando si fa germogliare con il bene la gioia negli altri, si è pane di crescenza.

Un vangelo è nascosto nelle persone, fosse anche solo per quella mezza paginetta di vangelo che ha messo radici nella memoria di tutti, come brace sotto la cenere. Sono le parole del Padre nostro imparate fin da piccoli in famiglia o in parrocchia e mai più dimenticate. Miniatura di vangelo è il Pater noster, il suo cuore resta ardente; basta un soffio di parole la domenica perché si levi il vento forte di voci del canto, fino a riempiere le vele dell’assemblea liturgica, così che di nuovo prenda il largo fuori dalla chiesa tra la gente.

In questi ultimi anni due haiku, brevissimi componimenti poetici della letteratura giapponese, mi hanno reso al vivo lo stile pastorale di chi vuol mettersi a cercare e ascoltare il vangelo nascosto tra la gente: “La campana del tempio tace il suono esce dai fiori“; “Spuntano i germogli al tronco di un grande albero. Poggio l’orecchio”.

Una parabola di Pasqua, è un breve testo dello scrittore dissidente russo Andrej Sinjavskij [Qui], che riporta anche alcune poesie pasquali del Samizdat: raccolta di testi e opere letterarie colpiti dalla censura, autoedizioni che circolavano di nascosto, fuori dell’editoria ufficiale a partire dagli anni ’60.

Sinjavskij fu “prigioniero di coscienza” nei gulag sovietici. “Prigionieri di coscienza” questa la definizione coniata da Amnesty International, sin dalla sua fondazione nel 1961, per le persone private della loro libertà, a causa delle loro opinioni o discriminati per motivi di etnia, sesso, genere o altra identità che non avessero usato violenza e non ne avessero invocato l’uso.

Leggendo questo testo è stato come leggere il vangelo sepolto della trasfigurazione, come scorgere nuovamente nelle vicende di questi “prigionieri di coscienza”, la Pasqua nascosta, la piccola risurrezione in cammino verso Gerusalemme. “Vedi”, sembrava mi dicessero, noi siamo internati, ma la parola di Dio non è incatenata, ma celata e libera e liberatrice in noi. È il vangelo di Gesù «placida luce, luce che mai non tramonta».

«Non è questione di legare la vita al Vangelo – scrive Sinjavskij –  La vita è già, di per sé, sempre, coniugata al Vangelo. Vivi, tiri a campare e all’improvviso senti sottopelle la nostalgia del testo evangelico, come di un tuo tessuto, di cellule costitutive di cui avverti la mancanza, come dell’ossigeno quando si soffoca

Gli eventi della storia sacra, compreso Caino e Abele, la cacciata dal paradiso, il diluvio, corrispondono in modo stupefacente alla nostra microscopica vita di uomini. Quasi ogni giorno viviamo o la cacciata, qualche volta le nozze di Cana, e perfino il miracolo del rifocillamento della folla con pochi pani. E la presentazione al tempio, e il bacio di Giuda. In questo senso il Vangelo – nonostante tutta la incommensurabilità del suo significato, la sua trascendenza e impeccabilità – si riflette in uno strano modo organico (più organicamente di altri libri e leggende) sulla nostra esistenza comune e personale. Ma anche noi, vivendo la nostra semplice vita, è come se tornassimo a rivivere, in tono minore e in forme meno attraenti, la natività di Cristo e i dileggi e le percosse dei soldati. Anche la nostra realtà racchiude misteriosamente, in forma rettratta, i semi evangelici».

Sinjavskij narra poi dei campi di concentramento della Moldavia. La Sacra Scrittura era proibita, ma essa circolava in copie clandestine scritte a mano e, se venivano requisiti quei foglietti, frammenti di vangelo, subito dopo tornavano a riapparire continuando a diffondersi, a germogliare come ‘pólle schiuse’ dallo Spirito:

«Non molto tempo dopo il mio arrivo nel lager, verso sera, un’ora prima della ritirata, mi si avvicinò un tale e mi chiese con cautela se non volessi ascoltare l’Apocalisse. Mi condusse nel locale della caldaia, dove era più facile nascondersi a delatori e carcerieri. Lì, nella penombra di quel covile simile a una caverna si erano già raccolte, e si rimpiattavano negli angoli sedendo sui talloni, alcune persone e io pensai che ora qualcuno avrebbe estratto da sotto il giubbotto il libro o il fascio di fogli, ma mi sbagliavo. Illuminato dai bagliori rossastri della caldaia un uomo si alzò e cominciò a recitare a memoria, parola per parola, l’Apocalisse. Quindi il fuochista, l’anziano contadino che qui era il padrone di casa, disse: e adesso continua tu, Fjodor! E Fjodor si alzò e recitò a memoria il capitolo successivo. …A questo punto mi resi conto che quei detenuti, tutti semplici contadini, che avevano da scontare pene di dieci, quindici, vent’anni di lager si erano suddivisi tutti i principali testi della Sacra Scrittura, li avevano imparati a memoria e, incontrandosi segretamente di tanto in tanto, li ripetevano per non dimenticarli».

Come nel romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 [Qui], in cui i libri bruciati erano stati imparati a memoria e, di nascosto, in caverne fuori città venivano raccontati e i narratori iniziavano a parlare dicevano: “Io sono Dante”, “io Shakespeare”, “ed io sono Goethe”, così i contadini del locale della caldaia ‒ ricorda ancora Sinjavskij ‒ «avrebbero potuto dire di se stessi la medesima cosa. Uno: “Io sono l’Apocalisse, capitolo 22”. L’altro: “E io il Vangelo secondo Matteo”. E così via, in una staffetta, scandita da ciò che ognuno serbava nella memoria. E questo era cultura, nella sua successione, nella sua essenza, nella sua sopravvivenza clandestina. Sostenuta da una catena della memoria. Di bocca in bocca, di mano in mano. Da una generazione all’altra. Da un lager all’altro. Ma nondimeno cultura, e in una delle sue manifestazioni più pure ed elevate», (ivi, 15-19).

Da una poesia del Samizdat [Qui]: Attese di trasfigurazione

Non abbiamo mai avuto una luna così alta.
Le ombre si sono raccolte
ai piedi degli ulivi.
Per tutta la notte
i cani hanno ululato nel vento,
seminando d’inquietudine le vie strette.
Quali brividi percorrono
le viscere oscure della terra
se perfino i galli trattengono il canto
ora che il giorno è fermo all’orizzonte?
D’improvviso fu spezzato il tempo.
Si sciolse la luce dell’astro notturno,
segno del tuo corpo addormentato,
all’erompere violento del tuo sole.
Hai spalancato gli occhi
vestendo di trionfo l’universo
e fino all’alto regno di tuo Padre
è rimbalzato l’annuncio di vittoria.
Ora tu stai vibrante di splendori
al centro degli spazi liberati
nell’armonia della Risurrezione.

Ma sul pianeta rimane
il buio spalancato della tomba
e il mistero della tua assenza.
Avessero avuto voce
le pareti del sepolcro,
la pietra che sostenne per tre notti
il corpo irrigidito!
Quando dagli altri regni rifluì
la vita nelle tue membra, gagliarda
a vincere le porte dell’eterno,
dicono che un fremito inaudito
contorse in grido la roccia.
Ma si rapprese la chiara mattina
intorno alle donne con gl’intimi alabastri;
solo la pietra violata rivelava
il gesto gentile dei lini accolti.
La voce del nimbale messaggero
parlava di ritorni,
ridava le ali all’attesa e alla speranza.
Per tutto il giorno
abbiamo trepidato ai rari segni.
Il vuoto sepolcro ci offuscava
le concitate annunciatrici,
la fiamma certa di Maria di Magdala
intesa al suono della dolce voce,
la custodita tenerezza di tua madre
e il consapevole sorriso.
Ed ora che la sera si raccoglie
di pudore, attendiamo
il ritorno dei discepoli da Emmaus.
Ti hanno riconosciuto
allo spezzar del pane.
Anche da noi la cena è preparata.
Odora sulla mensa
un cibo fraterno da spartire
fra timori e speranze.
E fiduciosi noi stiamo in attesa.
(ivi, 23-25)

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armadio porta

PRESTO DI MATTINA
Il passaggio segreto della scrittura

«C’erano una volta quattro bambini che si chiamavano Peter, Susan, Edmund e Lucy. Vivevano a Londra ma, durante la seconda guerra mondiale, furono costretti ad abbandonare la città per via dei bombardamenti aerei. Furono mandati in casa di un vecchio professore, che abitava nel cuore della campagna». Così inizia la seconda storia delle cronache di Narnia: Il leone, la strega e l’armadio di Clive Staples Lewis [Qui].

Logica e fantasia si intrecciano in una storia avvincente nel romanzo del genere fantasy per ragazzi. Ma l’intento dell’autore, per alcuni interpreti, sembra anche essere stato quello di presentare una allegoria di Cristo e la sua avventurosa venuta tra noi.

Aslan, che in turco significa leone, è figura di Cristo vincitore del gelo della morte. Egli si fa compagno di viaggio di quei ragazzi, che si sono lasciati coinvolgere nel dramma di un mondo, quello di Narnia, in cui sono state cancellate le stagioni, sino a trasformarsi in una terra desolata e glaciale. Sacrificando se stesso per la salvezza di quella terra e di quei ragazzi, Aslan fronteggia un nemico che sembrava invincibile, “Jadis la strega bianca“, e alla fine esce dallo scontro vittorioso e vivente.

“L’armadio” si rivelerà ai ragazzi come un passaggio segreto per entrare in un mondo sconosciuto. È la piccola Lucy che lo scopre, per la sua irresistibile curiosità, aprendone la porta. Con stupore scoprirà che l’armadio non è un luogo ristretto e chiuso, ma uno stargate, un passaggio, attraversando il quale principia l’esplorazione di un universo stellare, ma nel sottosuolo; una porta magica, da cui si esce dal proprio mondo, per entrare in un altro mondo ignoto.

Così, mi sono detto, non accade forse la stessa cosa quando ci si mette a scrivere davanti ad una pagina bianca, anche solo una lettera? Quando si apre un libro e si prova ad entrarvi dentro come fosse un piccolo armadio? “Come posso starci è troppo piccolo”, viene da dire ogni volta, ma appena la mano fa il gesto di aprilo, ecco che si esclama come Lucy: «Questo armadione è semplicemente enorme» ed entrando con passo incerto, da subito sotto i piedi trovi il sentiero dell’inchiostro.

Questa storia mi è sembrata intrigante, una bella metafora dell’avventura per chi scrive e per i suoi lettori. Perché un testo sarà veramente compiuto solo se riuscirà a dialogare con i suoi lettori. Ad ogni lettura, ogni volta un poco compiuto e un poco ancora da compiere, un’itineranza in un mondo sconosciuto verso un compimento che resta ignoto.

Ma perché questo accada è necessario dare credito alla storia stessa e percorrere il sentiero narrativo con un atto di “fede poetica”, come direbbe Samuel Taylor Coleridge. Si tratta così di sospendere l’incredulità, anche se si legge una storia fantasy, e divenire un lettore che entra nel racconto con curiosità, timore e fiducia insieme, pur non sapendo dov’esso andrà a parare. Mettersi insomma nei panni, nelle scarpe, nei sentimenti di Lucy, quando si accinge a varcare la porta verso l’ignoto. Tra i personaggi del mondo di Narnia, sono da annoverare lo scrittore e il suo lettore, ed anche noi.

Sarà come per Lucy, un rigiocarsi, scrivendo su un altro foglio o girando un’altra pagina; un rimettere in questione il proprio mondo, decidendo di varcare la soglia del già scritto e del già letto. Oltre quello che si sa, si è detto e scritto, si scopre così con meraviglia che c’è sempre dell’altro, dentro e fuori di sé, ancora sconosciuto; aprendo una porta, sempre del nuovo ci sarà da scoprire e da incontrare.

Peter, Susan, Edmund e Lucy in una giornata di pioggia, per vincere la noia, si mettono ad esplorare la casa che li ospita, stanza dopo stanza, arrivando in una camera grande e vuota: solo un armadio! Tutti passano oltre, tranne Lucy che, al primo tentativo, al leggero tocco della maniglia innescò l’apertura dell’armadio, dando inizio a una nuova storia.

«Era il tipo di casa di cui non si arriva mai alla fine, piena di imprevisti. — Qui non c’è niente — decise Peter, proseguendo nella marcia. Gli altri lo seguirono a eccezione della piccola Lucy, che si era fermata davanti all’armadione chiedendosi cosa contenesse. Certo era chiuso a chiave, ma un tentativo si poteva anche fare; Lucy toccò la maniglia e con sua grande sorpresa la porta si aprì subito. Ne vennero fuori due palline di naftalina. Guardando all’interno, Lucy vide che il guardaroba conteneva cappotti e pellicce. A Lucy le pellicce piacevano tanto: entrò nel vano e si divertì ad accarezzarle con la mano, ci strofinò il viso e trovò che avessero un buonissimo odore. Naturalmente aveva lasciato un’anta aperta, perché sapeva benissimo che entrare in un armadio e chiudersi la porta alle spalle è la cosa più stupida che si possa fare. Dietro la prima fila di pellicce ce n’era un’altra. Lucy fece qualche passo, tenendo le braccia tese in avanti: non voleva sbattere improvvisamente contro la parete dell’armadio. Un passo, due, un altro. All’interno era buio, Lucy non vedeva niente, e per quanto annaspasse con le mani non incontrava che il vuoto. – Questo armadione è semplicemente enorme – disse tra sé, continuando ad avanzare e scostando le pellicce per fare spazio. Poi cominciò a sentire qualcosa che scricchiolava sotto le scarpe. — Ancora naftalina? — si domandò, chinandosi per sentire con le mani. I polpastrelli rivelarono qualcosa di morbido, sottile come sabbia e freddissimo. — Molto strano, sembra neve — mormorò Lucy. Un attimo dopo sentì contro il corpo e il viso qualcosa di duro e ruvido, perfino pungente.
— Sembrerebbero rami d’albero — bisbigliò, sempre più sbigottita. E allora vide una piccola luce che brillava lontano, dritto davanti a lei. Lucy si rese conto che dove avrebbe dovuto esserci la parete di fondo dell’armadio c’erano invece alberi. Quello era un bosco, e nel bosco c’era un sentiero. Nevicava; era già buio e nevicava.»

Scrivere è come entrare nell’armadio magico di Lucy. «Là dentro c’è un bosco e nevica sempre». Aprendo una porta anche la scrittura porta alla luce ciò che scrive: la parola che si fa mondo, che si fa corpo nel testo. Compresi gli odori delle palline di naftalina; degli indumenti profumati; la ruvidezza degli aghi di pino; la morbidezza soffice della neve e delle pellicce accarezzate e strofinate delicatamente sul volto; il morbido e sottile strato nevoso come sabbia freddissima; una piccola luce che orienta lo sguardo disorientato e perso nel buio. È quella una luce che indica una traccia nell’oscurità, come la scrittura e la lettura sanno accendere il desiderio di incamminarsi. Non basta infatti intravedere una via, perché ciò che fa avanzare verso una meta non è il sentiero, ma il mettersi in cammino.

Gli occhi di colui che scrive e di colui che leggerà subiscono così una metamorfosi. Essi sono risvegliati ad un altro mondo, costituito da una duplice oscurità: alle spalle quella del passato e davanti quella del futuro. Per inoltrarsi in essi e ripresentarli nel presente con l’atto dello scrivere e del leggere sono necessari i piccoli grandi occhi di Lucy, risvegliati alla fiducia di trovare nascosto nel passato e nel futuro un bene più grande, che dia senso al presente e lo spinga ad avanzare, a rischiarsi oltre: «Gli occhi di Lucy si erano abituati alla luce magica e poteva distinguere chiaramente gli alberi più vicini. Una grande nostalgia dei giorni passati le riempì il cuore e con la mente tornò ai bei tempi in cui gli alberi parlavano. Ricordava perfettamente il modo di esprimersi di ognuno e la forma quasi umana che potevano assumere. Si fermò sotto un’argentea betulla. Un tempo la voce dell’albero era stata dolce e delicata, e le sembianze ricordavano quelle di una ragazza alta e slanciata, con lunghi capelli che le incorniciavano il viso e innamorata della danza. Poi lo sguardo di Lucy si posò su una quercia: una volta era stata un vecchio con il volto buono e sincero, solcato di rughe e ornato da una bella barba ricciuta; Alberi, voi alberi… — invocò Lucy (che fino a un momento prima non aveva avuto alcuna intenzione di parlare (e noi di scrivere o di leggere). — Svegliatevi, svegliatevi! Non mi riconoscete? Che mi dite dei tempi passati? Oh driadi, e voi amadriadi [ninfe che vivono dentro gli alberi], uscite, venite da me». Nel risveglio delle ninfe si ridestano, come linfa, creatività e immaginazione. Il loro uscir fuori sarà per gli alberi e per gli uomini – proprio ora – memoria di radici e promessa di frutti: il coraggio di un passo e poi di un altro passo.

Nel suo risvegliarsi la scrittura diventa precorritrice, vede un passo avanti. È cursore che va verso il futuro, cercando un ampliamento del sentire la vita, attraverso un vedere con occhi diversi dai nostri, immaginare con immaginazioni diverse dalle nostre, sentire con sentimenti diversi dai nostri.

La scrittura fa sì che quanto si viene descrivendo «riveli, strada facendo, quanto più possibile del mistero dell’esistenza», così pensava la scrittrice americana Flannery O’Connor [Qui]: «[Lo scrittore] scrive di quel che si vede in superficie, ma la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata. Comincia a vedere nelle profondità di sé». (F. O ‘Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mestiere di scrivere, Roma-Napoli 1993, 65; 91).

E, quando si entra in un bosco o in una foresta, in ciò che di più irriducibile vi è nel mistero di se stessi, non manca mai una strega bianca come «quella che tiene il paese di Narnia sotto il tallone, ecco chi. È lei che fa durare l’inverno tutto l’anno: sempre inverno e mai Natale, pensa… Può trasformare la gente in statue di pietra e fare mille stregonerie. È per colpa sua se a Narnia, adesso, è sempre inverno».

Può capitare infatti che scrivendo si possa essere presi dalla vanità, dal compiacimento di sé quando ci toccano la gratitudine o le lusinghe degli altri – come nel voltafaccia di Edmund, uno dei ragazzi che ingannato tradisce i suoi amici. Vanità che sembrerebbe da principio una cosa buona, gradevole al gusto, al sé, per rafforzare l’autostima e infondere energia nuova per affrontare la vita; ma da cui si può scivolare progressivamente nel desiderio di affermare se stessi e poi ancora salire un gradino sopra gli altri, e forse il desiderio diventerà quello di dominarli. Orson Wells è radicale e schietto: «si scrive per puro egoismo. Desiderio di essere intelligente, di far parlare di sé, di essere ricordato dopo la morte» (Citato in L. Colombati, Scrivere per dire sì al mondo, 79).

Vanagloria è chiamata dagli spirituali quella che congela l’io solidificando lo spirito, il suo soffio in un blocco di ghiaccio. La stessa che trasforma le persone in statue di pietra prive di interiorità. Una malattia mortale per tutti, ma soprattutto per poeti e scrittori. Esiste un rimedio? Così risponde Dygory Kirke, un altro bambino delle Cronache: «Se esiste qualcuno che può darmi un rimedio per la sua malattia, questo è Aslan»: è l’Altro, è il sodalizio con gli altri, con gli amici, i sodali del popolo Narnia.

Servirà allora un inverno lungo per guarire; una storia di incontri di relazioni che chiama a non lasciare chiusa la porta dell’armadio, entrando e uscendo da sé per scoprire un poco alla volta ciò che è sacro e ciò che non lo è – la vera gloria da quella farlocca, taroccata – ad apprendere ciò per cui vale la pena sacrificarsi, anche donando la vita. Così sarà il cammino di Edmund, la via che porta al Natale, al perdono ancora troppo lontano (come la Pasqua per i discepoli incamminati sulla via di Emmaus), ma nasconde la sorpresa di un incontro con uno sconosciuto che si farà conoscere, come l’Amico, con gli amici ritrovati.

Se l’io persiste nel rischiare la fiducia, come ha fatto Lucy; se scrivendo ci si espone e coinvolge nel dire sì all’altro, accadrà il disgelo della vanità, il dischiudersi della creazione artistica. Di più: «Gli alberi tornavano alla vita: larici e betulle mostravano le prime gemme di un pallido verde, i maggiociondoli si coprivano di germogli color oro, sui faggi spuntavano le foglioline e l’aria nel complesso sembrava verdeggiare. Un’ape attraversò il sentiero, ronzando. — Questo non è il disgelo — gridò a un tratto il nano, fermandosi di botto. — Questa è la primavera! —L’inverno se n’è andato».

Allora scrivere non sarà per vanagloria, ma per un bisogno intimo di trasmissione, di dire e consegnare qualcosa che ci ha mossi per primo dentro ed ha preceduto il nostro scrivere stesso. Un desiderio di lasciare una traccia, anche solo un proverbio incontrato leggendo un libro: «Per quanto sia lunga una notte d’inverno, questa non impedirà il sorgere dell’aurora, il sole che verrà», (Proverbio Tuareg).

Se scrivere impegna ad un atto di fede – come ci ha ricordato Maria Zambrano – esso invoca fedeltà alla vita, al vero che porta in grembo, si potrà anche dire che scrivere impegna a un atto di amore? Non è forse vero che l’amore genera solidarietà di intenti, amicizia tra le persone per realizzare il bene comune? L’aspirazione di uno scrittore, potremo dire il suo vanto, «è il desiderio di essere tutti. Senza per questo rinunciare alla propria unicità da principio; anzi, forzando tutti a essere almeno un po’ come noi», (L. Colombati, Scrivere per dire sì al mondo, Milano 2021).

Il desiderio di universalità in Paolo diventa un fare concreto: «Mi vanterò ben volentieri delle mie “debolezze” perché dimori in me la potenza del Vivente, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti… Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnarne il maggior numero», (2Cor 12). Chi scrive vive nei suoi personaggi e nelle loro storie.

Amare è come scrivere t’amo sulla sabbia? «Ho scritto t’amo sulla sabbia/ E il vento a poco a poco/ Se l’è portato via con sé». Sembrerebbe proprio di sì, almeno stando a Sigmund Freud. Ma il libro di Massimo Recalcati [Qui], Mantieni il bacio, (Milano 2019), mi ha rincuorato. Vi si legge: «Freud non credeva affatto al miracolo dell’amore. Riteneva che fosse il frutto illusorio di una passione narcisistica dell’Io per se stesso o, meglio, per il suo ideale narcisistico. Amare non significa altro che adorare la propria immagine ideale incarnata dall’amato. Quando dico “ti amo” sto dicendo che “amo me stesso attraverso di te”. Il soggetto è più importante del verbo. L’amore per Freud è essenzialmente un fenomeno immaginario che appartiene alla sfera del narcisismo».

Dopo la pars destruens ecco la pars costruens: «Ma forse a Freud mancano le parole o l’esperienza per descrivere la forza generatrice che l’evento dell’incontro d’amore porta con sé? Perché, se lo osserviamo nel suo nascere, l’amore è innanzitutto provocato dall’incanto dell’incontro. L’amore si offre infatti non come una regressione o una ripetizione, ma come una sorpresa. Accade interrompendo la sequenza del già noto, del già stato, del già visto, del già conosciuto. Ogni incontro d’amore scava un buco, uno spazio vuoto, apre un varco, una discontinuità che non potevamo prevedere nello svolgimento abituale delle cose del mondo. L’incontro, in questo senso, sa sempre di avvenire, sa di ciò che non è mai ancora stato, sa di Nuovo. Ogni incontro d’amore porta con sé la promessa di una Vita nuova», (ivi, 11-12).

L’esperienza di chi scrive è simile a quella del profeta Isaia, che mette nero su bianco le promesse dell’Amore: «Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose io ho fatto e non cesserò di fare», (42, 16).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

scuola vintage

Vintage school:
gli intellettuali e “la nuova scuola”

Non conosco gli estensori del Manifesto per la nuova scuola [Qui] sottoscritto da uno stuolo di intellettuali che vanno da Alessandro Barbero a Chiara Frugoni, da Vito Mancuso a Massimo Recalcati, da Tomaso Montanari a Gustavo Zagrebelsky che, ovviamente, non potevano mancare.

‘Nuova scuola’ sta a significare che questa che abbiamo è la ‘vecchia scuola’, diversamente non si comprenderebbe la necessità di un manifesto. Le ‘buone scuole’, ‘le offerte formative’: tutto tempo sprecato, inquinamenti nell’esercizio principe della trasmissione del sapere, come nel lontano 1994 il Testo Unico aveva decretato consistere la funzione docente.

Nuova scuola e non ‘scuola nuova’, forse perché agli estensori risuonava un po’ come le ‘scuole nuove’, il movimento di rinnovamento scolastico dei primi del novecento sorto per rispondere ai bisogni di un mondo in rapida trasformazione.

Le trasformazioni del mondo non sono cura di cui prendersi per i promotori del nostro manifesto, perché la nuova scuola in esso disegnata è atemporale, fuori dallo spazio e dal tempo, un’entità dello spirito, un tabernacolo del sapere dispensato dai suoi sacerdoti. Un ritorno allo spirito di Hegel e di Croce tanto bistrattati dal materialismo dei tempi della scienza e della tecnica.

Una scuola senza storia, senza prima e senza dopo, senza ricerca, senza un propria cultura accumulata nel tempo, senza conflitti, anzi una scuola dall’identità violata, sfregiata dalle riforme e dagli interventi legislativi che si sono succeduti negli anni, che ne hanno deturpato la sua vera natura di otia studiorum.

Se qualcuno mai avesse pensato che fosse finalmente giunto il tempo di porre fine alla pratica dell’insegnamento ex cathedra, dell’insegnamento trasmissivo, di un sistema scolastico cattedracentrico, per gli estensori del manifesto è bene che si metta il cuore in pace.

Restituiamo centralità all’ora di lezione, alle discipline, ad ogni singola disciplina senza alcuna contaminazione, alla trasmissione del sapere. Le competenze sono nemiche del sapere e di ogni dimensione “integralmente umana” è scritto nel manifesto. Le competenze come lo sterco del diavolo, asservite al mercato.

Pensiero inquietante, perché suggerirebbe che neppure chi siede in cattedra è fornito di competenze, quelle necessarie a illuminare gli studenti della luce della sua disciplina. E cosa mai possederà al loro posto? L’ispirazione dello spirito santo? Avremo nella ‘nuova scuola’ i docenti pentecostali?

Nessuna contaminazione con il lavoro, più che mai con l’insensata alternanza scuola lavoro, via ogni orpello dalla scuola, dal digitale all’autonomia scolastica, niente offerte formative, ma centralità del docente in cattedra. Gli unici ammessi  all’aulica scuola i mediatori linguistici per gli studenti stranieri e gli psicologi dello sportello d’ascolto, per rimuovere eventuali interferenze prodotte dall’età evolutiva delle ragazze e dei ragazzi, che potrebbero ostacolare l’attenzione che è necessaria ai distributori del sapere in pillole, ai performer dell’ex cathedra.

Questo è il catechismo del manifesto, non avrai altro docente al di fuori di me, ma in questo manifesto gli studenti non ci sono, se ci sono sono schierati nei banchi, attoniti ad ascoltare la voce del maestro, affascinati dal suo eloquio e dalla sua padronanza della disciplina perché, come premette il manifesto, bontà sua: “..quello tra gli insegnanti e gli studenti è prima di tutto un “rapporto umano”. Grazie tante!

Ma quell’articolo ‘la’ determinativo della nuova scuola non offre alternative al mondo fermato nell’ipostasi del sapere, della cattedra, semmai con la predella come auspicava tempo fa Galli della Loggia, dell’aula e della classe, degli orari e dei programmi, unico universo della nuova scuola.

Preoccupa che questi signori scrivano di scuola, intanto perché è evidente che non di tutta la scuola si occupano, la loro enfasi cattedratica rimanda ad un grado di scuola prevalentemente secondario. Sarebbe da brividi per bimbette e bimbetti la scuola che prospettano, con maestri saputi che propinano pillole di nozioni già confezionate come quelle di Rodari, almeno per l’epoca che viviamo e per la cultura che sull’infanzia ci siamo anche a fatica conquistati, sarebbe davvero preoccupante. Forse agli estensori del manifesto sarebbe consigliabile prenotare qualche seduta presso uno degli epigoni del dottor Freud.

Restituire centralità allo studente che apprende, che in autonomia costruisce le sue conoscenze sarebbe lesa maestà.

La ‘nuova scuola’ è in realtà la scuola di ieri, come se il mondo si fosse fermato a quando sui banchi sedevano gli autori del manifesto. La scuola è tale solo se immobile, fotografata al tempo dello loro infanzia e adolescenza, dopo, solo la rovina, il degrado, l’imbarbarimento.

La ‘nuova scuola’ è esattamente quella già scritta da Gentile [Qui], essersene allontanati per adeguarsi ai tempi, a nuovi bisogni educativi è stato per gli autori del manifesto un’eresia che richiede oggi una pubblica abiura.

Ma viene da chiedersi se il manifesto è il manufatto di docenti che quotidianamente vivono il rumore d’aula, o il risultato piuttosto di pensieri subliminali frutto di frustrazioni che non si è più in grado di gestire e che la pandemia ha finito per esasperare.

Sconcerta che professionisti della cultura, come ogni insegnante dovrebbe essere, dimostrino di essere privi di una solida cultura scolastica, psicologica, pedagogica, didattica, ripiegati come sono nell’angustia della loro disciplina, senza considerare che ormai non esiste disciplina che non viva dell’apporto delle altre. Non si nasce insegnanti, e non è sufficiente essere esperti di una disciplina per essere dei bravi docenti. Essere docenti richiede quel molto di più di cui il manifesto non scrive, perché l’unica idea su cui regge tutto il manifesto è la nostalgia del carisma. Io, disciplina e carisma, si potrebbe dire. Una visione narcisistica dell’insegnante artigiano del sapere, ma non tutti sono dei poeti e se uno il carisma non ce l’ha, non se lo può inventare. Socrate e peripatetici restano confinati alle pagine dei manuali di storia della filosofia, bisogna farsene una ragione.

Di fronte alla restaurazione proposta da questa millantata ‘nuova scuola’ anche il pensiero del buon Dewey [Qui] agli albori del secolo scorso, quando nelle scuole del nostro paese prendeva corpo l’idealismo gentiliano, suona eretico nel suo pragmatismo, ma noi vogliamo concludere citandolo da Scuola e Società: “È la nostra un’educazione dominata quasi interamente dalla concezione medioevale del sapere. Essa si rivolge in gran parte soltanto al lato intellettuale della nostra natura […] non già ai nostri impulsi e alle nostre tendenze a fare, a costruire, a creare, a produrre sia per scopi utilitari sia per scopi artistici. […]  Ne consegue che noi scorgiamo dovunque intorno a noi la divisione fra persone ‘colte’ e ‘lavoratori’, la separazione della teoria dalla pratica”.

La ‘nuova scuola’ del manifesto non è certo la ‘scuola nuova’ di cui hanno necessità i nostri giovani per vivere in questo millennio, per affrontare le sfide che attendono loro e non certo chi oggi siede in cattedra, a cui competerebbe la responsabilità di attrezzarli per il futuro, un futuro che non consente di guardare indietro, di rifugiarsi nel passato, solo perché è l’unica coperta di Linus che si possiede di fronte alla propria impotenza intellettuale e culturale.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

Sole Nero

Molti di noi hanno subito avvertito  la sensazione, niente di più, per lo meno all’inizio della pandemia,  di essere di fronte a qualcosa di inedito.
Abbiamo assistito, in seguito, al succedersi di provvedimenti di distanziamento sociale e di limitazione della libertà personale, sempre più restrittivi, che hanno modificato profondamente  la vita quotidiana personale di ognuno di noi.

Ad un certo punto poi  è come se qualcuno avesse tolto il fermo, collegato alla televisione, che viene attivato ogni sera a cena mentre ascoltiamo un notiziario e che impedisce alle immagini di morte e sofferenza, provenienti da ogni angolo della terra, di essere sentite dentro, oltre che guardate con gli occhi dall’esterno. Le inquadrature quotidiane delle persone vittime del virus, nei reparti di terapia intensiva, pur pietosamente filtrate, hanno assunto un aspetto dolorosamente reale per tutti. L’assenza di vita nell’ospedale diventa ben presto speculare a quella delle strade delle nostre città.

Cambia tutto. Improvvisamente… dentro e fuori di noi.

Tutto quello che c’era prima, dai problemi più piccoli a quelli più grandi, sembra essere quasi del tutto scomparso: l’angoscia per l’attesa di un referto, le violenze tra le mura di casa, i problemi economici, le liti coi figli…di tutto ciò in giro non si sente più nulla, sembra essere  evaporato sotto una nuova dimensione angosciante che a fatica riusciamo ad accettare come la nostra nuova realtà.
Scrive Massimo Recalcati su la Repubblica dell’11 aprile: “Questa nuova angoscia assume i caratteri di una sorta di lutto collettivo. Abbiamo perso il nostro mondo, le nostre abitudini, la possibilità di vivere insieme come prima. E’ l’atmosfera francamente depressiva in cui tutti siamo finiti di fronte al ritratto delle città del mondo trasformate in deserti”. [Qui]

Comprendiamo allora che non è stato aggredito solo il corpo, ma è stato raggiunto anche lo spirito. Sulle malattie dello spirito c’è sempre un certa ritrosia a invocarne l’attenzione, quasi che possano essere ancora considerate inevitabili effetti collaterali di altre e ben più importanti, concrete priorità, mentre le prime sono spiacevoli conseguenze da accettare con umana sopportazione.
Le certezze del nostro ’io‘ traballano sopraffatte da innumerevoli dubbi riguardanti la correttezza della gestione tecnico-sanitaria dell’emergenza, la sostenibilità dell’entità dei danni economici presto  da pagare e in modo particolare viene annichilito dai fantasmi dell’insicurezza, dell’angoscia e della paura che, cacciati nel retrobottega da diversi consolidati meccanismi psicologici, escono fuori oggi ad aggredire drammaticamente la relazione con l’altro.

Sin dal principio ‘l’Altro’ è sempre stato un problema. Ma è sempre stato anche la soluzione!
L’Uomo nella Genesi, signore assoluto del Giardino, scopre, con la creazione della Donna, di non essere più tale: gli viene posto a fianco un termine di confronto che ridefinirà per sempre il suo potere. L’esistenza dell’altro ricorda al nostro io che non può possedere tutto, non può avere tutto per sempre; la presenza dell’altro pone così un limite alla soddisfazione dei propri desideri. Non posso evitare di crescere; non posso tenere presso di me i miei amori per sempre; non posso evitare di invecchiare; non posso evitare la perdita. Se non si riesce ad elaborare questa perdita il rischio è quello di perdere se stessi: la depressione mi segnala che visto che non so ‘perdere’, ‘perdo’ me stesso; visto che non so lasciare andare, mi lascio andare.

“Piuttosto che cercare il senso della disperazione, confessiamo che non si ha senso fuori della disperazione.”(J.Kristeva, Sole Nero, Roma, 2013, p.9).
Della ‘Cosa’ di cui sentiamo la perdita, percepita quale oggetto ambivalente odio-amore, Nerval ne dà una splendida metafora come un sole sognato, chiaro e nero insieme. (vedi G.de Nerval, Le figlie del fuoco, Milano, 1979, p.223)

Il  mio sentirmi inadeguato mi porta ad essere attratto dall’oggetto del mio ‘amore’, attraverso una sorta di processo di identificazione con l’altro; oggetto allo stesso tempo anche del mio ‘odio’, poiché la mia inadeguatezza lo ha eretto a mio giudice tirannico, che desidero liquidare. E’ questa ‘mancanza’ che mi definisce in senso depressivo, che mi devasta dentro, che non mi fa abitare il mondo su cui vedo sorgere ogni mattina il sole, un sole nero.

Per capire meglio la natura di questa mancanza pensiamo alla famosa battuta del film Ninotchka di Lubitsch:
“Cameriere! Vorrei un caffè senza panna!”
“Mi dispiace signore la panna è finita abbiamo solo latte, posso darle un caffè senza latte?“
(citato in S. Zizek, Come un ladro in pieno giorno, 2019, p.79).
Questo è quello che combiniamo: un caffè semplice e un caffè senza panna a livello fattuale, sono la stessa cosa. Siamo noi che aggiungendo una negazione abbiamo trasformato ‘un normale caffè’ in ‘un caffè a cui manca qualcosa’.

E questa negazione diventa la cifra nella nostra vita! La nostra vita sarà quindi una vita connotata dalla mancanza: non faremo mai abbastanza, non saremo mai all’altezza. Gli altri non si accorgeranno di nulla, vedranno un semplice caffè…noi vedremo un caffè a cui manca la panna.
Questa mancanza a livello profondo genera angoscia, angoscia di non aver seguito il proprio desiderio, di non essere in grado di poterlo fare.
Il desiderio per Lacan è sempre desiderio dell’altro, è una relazione profonda di contatto con qualcuno. Se si dovesse  rappresentarlo con un’immagine si potrebbe dire che è un ‘tendere verso’.(M.Recalcati, Ritratti del desiderio, 2012).
Se l’angoscia proviene dall’incontro con il proprio desiderio, la depressione annulla l’angoscia e di conseguenza proietta il desiderio nello stagno immobile di un tempo senza avvenire. Consiste in questo per Lacan la viltà etica che accompagna l’affetto depressivo, ossia la scelta di indietreggiare di fronte al proprio desiderio e di preferire ad esso il rifugio in un godimento solitario e distruttivo capace di sottrarci al campo delle relazioni umane”. (M. Recalcati, Un desiderio di desideri, in Il manifesto) [Qui] 

Nel racconto di Dino Buzzati Nuovi strani amici  il protagonista, Stefano Martella, si ritrova, dopo la morte, in una città tanto bella e pulita che pensa di essere giunto in Paradiso. Nel posto dove si trova il Martella c’è proprio tutto; il problema è proprio questo, non c’è nulla da desiderare. Arrivato al circolo della città ritrova cari amici e uno di questi alla fine gli rivela: “Sei venuto qui a marcire, non hai ancora capito? A migliaia ne arrivano come te, ogni giorno lo sai?… e non hanno  né ansie, né paure, né rimorsi, né desideri, né niente… Ma non l’hai ancora capito che noi siamo all’inferno?” ( Dino Buzzati, Nuovi strani amici, in Paura alla scala, Oscar Mondadori, 1984).

Riporto, alla fine di questo breve viaggio nella nostra interiorità profonda, gli angelici versi di questa lirica di Emily Dickinson, con l’augurio che possano sostenere, almeno loro, chi continua ad aprire ogni mattino con mano tremante e occhi socchiusi, le finestre della propria anima all’altro,  sperando di non vedere più sorgere all’orizzonte un sole nero, ma finalmente una luce … una luce molto più viva.

Non conosciamo mai la nostra altezza
Finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
Arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
Sarebbe quotidiano, se noi stessi
Non c’incurvassimo di cubiti
Per la paura di essere dei re

OLTRE IL DISASTRO E SOPRA LE STELLE.
Leggere dentro la crisi i segni (contraddittori) del nostro futuro

Tra gli innumerevoli danni che sta causando l’epidemia prodotta dal virus Covid -19 c’è sicuramente quello di aver consegnato le nostre vite ad una sorta di tempo sospeso, di annullamento delle usuali modalità relazionali (private e pubbliche), facendoci precipitare in una specie di vuoto democratico dove, in nome di un bene superiore, diventa anche legittimo congelare il pensiero critico, affidandosi al principio di autorità, piuttosto che a quello di condivisione.
Da un lato questo vuoto, infatti, è stato sempre più occupato a livello sistemico da indicazioni, prescrizioni, suggestioni che, trasmesse dalla governance sul piano linguistico, hanno prodotto province comuni di significato, espressioni riguardanti soprattutto:
a) la profondità della cesura rispetto al recente passato, improvvisamente scomparso ai nostri occhi (niente sarà più come prima);
b) il desiderio ammantato di promessa verso una fuoriuscita comunque positiva (finirà tutto bene);
c) la consegna diretta a cittadini responsabili, da parte di una èlite politico-sanitaria, dell’armamentario necessario finalizzato al ritorno alla cosiddetta ‘normalità’ (state in casa).
D’altro lato si avverte [intervista a Fausto Bertinotti, Huffington Post del 22/3/2020] levarsi, sempre più consistente, la preoccupazione verso quelle dinamiche, il timore riguardo una possibile deriva autoritaria, verso una “desertificazione della democrazia”, per la costruzione di uno Stato di Eccezione non dichiarato.

Ecco allora sorgere la necessità di inscrivere le considerazioni su come possano essere interpretati tali opposte posizioni, all’interno di un quadro esplicativo più vasto, che renda ragione della complessità della realtà che ci troviamo ad affrontare: una realtà che ha, oramai da tempo, il suo centro nel tratto identificativo della Crisi.

La comprensione della situazione odierna, infatti, richiede la visualizzazione dell’immagine di una società le cui aporie si manifestano oggi sempre più compiutamente in tutti e tre i sotto-sistemi di cui è composta: il sotto-sistema politico, quello economico e quello socio-culturale.
Gli studi sull’integrazione dei contributi migliori della fenomenologia trascendentale ed esistenziale (E. Husserl, A.Schutz …) e quelli delle teorie dei sistemi sociali (J.Habermas, N.Luhmann …) hanno da tempo avvertito che se a crisi economico-finanziarie che investono il sistema produttivo, a quelle di legittimazione che colpiscono il sistema politico di governo, e a quelle motivazionali del socio-culturale (scuola, arte, tempo libero …), si dovesse sovrapporre contemporaneamente una crisi profonda nel mondo delle relazioni interpersonali, allora si interromperebbe la produzione del senso tra gli individui, merce che non si compra e non si vende al mercato, ma che si autoproduce all’interno di relazioni ritenute significative per i soggetti
Tutto questo potrebbe portare il sistema sociale verso quel tramonto irreversibile della società occidentale democratica di cui da tempo sentiamo preconizzare la fine.

Quanto lontani siamo da questo scenario?
A rileggere le ultime interviste a Zygmunt Bauman, o seguendo letture psicologiche decisamente significative come quella di Massimo Recalcati, non molto in verità.
Siamo oggi di fronte ad una mutazione antropologica dell’individuo, soggetto del iperconsumismo dionisiaco che ha eretto ‘il godimento’ a unica legge morale, cullato dall’illusione di un mondo totalmente manipolabile.
A livello sistemico a tale mutazione antropologica, corrisponde la crisi della democrazia e di una idea di libertà che si riduce alla libertà del consumatore, dove si assiste alla scomparsa della politica come mediazione dei conflitti, a cui si sostituisce una organizzazione del potere come tutela solo di certi interessi forti.
Ed ecco che oggi, su questa nostra società condannata a un lento declivio, si abbatte il flagello del Covid-19.
Interessante è capire in che modo la gestione dell’emergenza impatta con il paradigma sopra descritto.

La situazione in Italia è molto grave.
Dati alla mano risulta che l’andamento del coronavirus sta facendo molti più morti in Italia che in Cina arrivando ad un tasso di letalità che sfiora il 9%, contro il loro 2%, mentre i decessi superano già di molto quelli totali della Cina.
Non abbiamo tamponi, non abbiamo laboratori sufficienti, non abbiamo mascherine, non abbiamo… dottori!
“Di fronte alla catastrofe attualmente in corso in Lombardia, è urgente porsi la domanda: Che cos’è successo a Codogno, a Bergamo, a Brescia? Io credo che ci siano dei fattori, che ancora non conosciamo, che possono favorire la diffusione eventualmente legati alle strutture ospedaliere” – ha spiegato Ilaria Capua, illustre virologa, docente all’Università della Florida – a caratteristiche demografiche, qualità dell’aria, resistenza agli antibiotici, abitudini alimentari, comportamenti  [leggi l’intervista]. Ma sempre più chiaramente emergono delle responsabilità politiche, nella misura in cui l’epidemia ha dimostrato tutti gli inganni della dottrina liberista. “Un sistema sanitario fino ad un decennio fa tra i migliori del mondo è stato fatto precipitare a suon di tagli (circa 37 miliardi complessivi) e riduzione del personale di circa 46.500 tra medici e infermieri. Il risultato è stata la perdita di 70.000 posti letto, che per quanto riguarda la terapia intensiva significa essere passati dai 992 posti letto ogni 100.000 abitanti del 1980 ai 275 nel 2015”, come scrive Marco Bersani [qui]. “Fino ad arrivare ad indurre gli operatori sul campo a scelte estreme come quelle di ‘non curare’ certi malati (anziani e/o pluripatologici)”, come racconta Giorgio Ferrari sul Manifesto del 20 marzo [qui].

L’epidemia, insomma, ha funzionato da lente di ingrandimento, ha messo sotto l’occhio di tutti la vacua consistenza di un modello economico-sociale interamente fondato sull‘interesse, sul profitto di impresa e sulla preminenza dell’iniziativa privata.
Se a questo aggiungiamo l’evoluzione delle scelte programmatiche di partiti che privilegiano uno Stato Leggero anche nei servizi, fino a sostenere una autonomia regionale ancora più convinta, sposandone le proposte di autonomia differenziata, si può ben capire la grande difficoltà di riuscire, nella gestione di una emergenza, a garantire una assistenza sanitaria che non riduca operatori e pazienti a carne da macello.
Ma tutto ciò può essere tematizzato, quando per coronavirus direttamente o indirettamente stanno morendo nelle nostre strutture sanitarie circa 400 persone al giorno?
Assistiamo quindi ad un processo distrattivo e ad un grosso investimento mediatico su altre modalità.

La prima si riferisce al monito: “State in casa!”
Nella situazione che si è venuta a creare deve ritenersi doverosa per tutti la reclusione forzata, quale ricerca di una soluzione efficace a garantire una interruzione della trasmissione del virus.
Stare in casa è fondamentale per evitare la moltiplicazione del contagio. Quello che però si deve allo stesso modo tener ben presente è che il vero punto dirimente di tutta la questione, per dirla con le parole del virologo Carlo Signorelli su liberoquotidiano.it del 21.03, non è “non uscire ,ma non venire in contatto con gli altri” [qui]. Quindi si può uscire solo se si garantisce il distanziamento sociale: sarebbe allora del tutto assurdo proibirlo in un posto dove non passa nessuno, o consentirlo dove la concentrazione delle persone determinerebbe la possibilità del contagio.
Il problema è che, avendo reputato impossibile attuare tutto questo, è stata decretata una negazione indiscriminata, rafforzata da sanzioni, e soprattutto seguita dalla colpevolizzazione dei cittadini.
Ancora Marco Bersani su attac-italia della settimana scorsa. “Non è il sistema sanitario, de-finanziato e privatizzato, a non funzionare; non sono i decreti che, da una parte, tengono aperte le fabbriche (e addirittura incentivano con un bonus la presenza sul lavoro), e dall’altra riducono i trasporti, facendo diventare le une e gli altri luoghi di propagazione del virus; sono i cittadini irresponsabili che si comportano male, uscendo a passeggiare a inficiare la tenuta di un sistema di per sé efficiente. Questa moderna, ma antichissima, caccia all’untore è particolarmente potente, perché si intreccia con il bisogno individuale di dare nome e cognome all’angoscia di dover combattere con un nemico invisibile: ecco perché indicare un colpevole (‘gli irresponsabili’), costruendogli intorno una campagna mediatica che non risponde ad alcuna realtà evidente, permette di dirottare una rabbia destinata a crescere con il prolungamento delle misure di restrizione, evitando che si trasformi in rivolta politica contro un modello che ci ha costretto a competere fino allo sfinimento senza garantire protezione ad alcuno di noi.”.

Ed ecco che i provvedimenti dei presidenti delle Regioni in tema di libertà di movimento diventano ancora più restrittivi di quelli del Governo.
Ed ecco le esternazione cariche di risentimento e di rabbia di cittadini contro il passaggio di ciclisti professionisti mentre si allenano da soli (attività permessa dai decreti governativi) sulle stradine secondarie della penisola.
Ed ecco la foto postata dal Policlinico San Martino di Genova sul proprio profilo Facebook , la foto di una paziente appena estubata, su cui recita questa scritta: “Volete ridurvi così? No? Allora state a casa, poiché diversamente l’unica corsa che farete sarà verso il reparto di rianimazione” [Foto e notizia in Huffpost del 20/3/2020].

La seconda modalità viene sintetizzata in quel “niente sarà più come prima”.
Aver attraversato un‘esperienza di tale portata potrebbe spingere i cittadini a richiedere la modifica dei modelli di vita, di consumo, di organizzazione dell’economia; ma il sistema da solo può solo autocorreggersi, non può ‘convertirsi’.
Ed ecco che quel ‘niente sarà più come prima’, detto e ridetto da esperti, politici, opinionisti nel momento in cui si chiede loro di tratteggiare il dopo virus, viene utilizzato per paventare scenari economici post apocalittici, problemi di tenuta finanziaria del Paese, rapporti sempre più conflittuali con l’Unione europea… e così via. Il pagamento dei costi dell’epidemia, sia in termini economici che politici, porteranno a trovare sempre meno conveniente il mantenimento delle forme di mediazione e di condivisione democratiche fin qui conosciute.
Adriano Sofri , in un bell’articolo comparso sul Foglio del 18 marzo [qui] legge nella necessità di una conversione, la sola possibilità di salvezza democratica del sistema e delle persone.

Convertirsi presuppone non un bisogno di credere (come è naturale durante una emergenza), ma un desiderio di credere, di andare cioè (come ci dice l’etimo) oltre il disastro, sopra le stelle, verso l’uomo vero, per farlo uscire dalla dimensione delle dipendenze, per entrare in quella della piena realizzazione della sua umanità.
Ma questo può farlo solo l’Uomo, non un virus.

Invece si moltiplicano letture ed interpretazioni del Coronavirus come angelo sterminatore da cui noi possiamo imparare a comportarci bene. O di chi ravvisa nei canti sui balconi, nelle bandiere mostrate, segni già da ora di un riscatto, insomma del ‘finirà tutto bene!’, la nostra terza modalità distrattiva, la meno evidente in verità.
Come mai questa può essere considerata una modalità distrattiva?
Gli esempi citati sono certamente elementi positivi, ma in realtà sono segnali, segnali di speranza, piazzole di sosta per rifiatare, disseminati lungo un percorso di crisi. Ma non sono di per sé segni forieri di futuro.
Il male è male. Porta dolore, morte e sofferenza, la cui realtà e origine rimane oscura e ci lascia attoniti, senza parole. Non penso che conduca con sé anche la possibilità germinatrice, una sorta di pars costruens.

L’uomo invece ha sì la possibiltà di intraprendere un percorso differente, ma faticoso, frutto di un cammino che sarà lungo, lento, fatto di ‘passo dopo passo’, di scelte precise e non di nostalgia per quello che nell’emergenza ricordiamo essere stato, e nemmeno dell’entusiamo dettato dalla fretta di uscirne.

Abbiamo iniziato questa riflessione su un crinale di una mutazione antropologica sulla quale si è abbattuta come una furia la tempesta dell’epidemia.
Certo, intanto possiamo coprirci, soprattutto i bambini (sono bellissimi i loro disegni appiccicati alle porte delle case con quel Finirà tutto bene tutto colorato ), metterci un maglione più pesante, per sentire un po’ di caldo. Ma quando passerà ci ritroveremo sullo stesso crinale, a dover scegliere se vogliamo davvero passare dall’altra parte.
E allora, se la società dell’ipertutto ha dato questi risultati, dobbiamo affrontare senza veli questa domanda, e dare ognuno di noi la propria personale risposta. Non abbiamo avuto troppa fretta nel metter via ascolto, gentilezza, gratuità, lettura/scrittura, accoglienza… solo perché non si vedono e non si toccano ma si sentono, eccome, quando mancano?

erotica-insegnamento

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
L’erotica in cattedra

Il sapere come principio del piacere. L’erotica dell’insegnamento che propone Massimo Recalcati per riscoprire la singolare bellezza dell’apprendere, la conoscenza come oggetto del desiderio, come oggetto erotico. Ma cultura, educazione, istruzione e insegnamento, sono termini che tutti confluiscono in uno stesso campo semantico, in una stessa energia erotizzante o al contrario possono tra loro entrare in conflitto, escludersi a vicenda?
La questione se la poneva Lev Tolstoj intorno agli anni Sessanta del diciannovesimo secolo. Tolstoj risolve il problema sostituendo al concetto di educazione quello di ‘cultura’, sostenendo che si deve operare una netta distinzione tra i concetti di cultura, educazione, istruzione e insegnamento.
La cultura è la somma di tutte le esperienze che formano il nostro carattere, mentre l’educazione è il prodotto della volontà di plasmare la personalità e il comportamento delle persone. Ciò che differenzia l’educazione dalla cultura è, dunque, ‘il carattere coercitivo’, l’educazione è cultura obbligatoria; la cultura è libertà.
Senza istruzione e insegnamento non si vive, la qualità della scuola si gioca tutta qui, sulla qualità dei saperi e degli insegnanti. L’educazione non ha bisogno di investimenti. I saperi e gli insegnanti invece sì. Sono i testimoni di quella cultura della cui bellezza fin da piccolissimi i nostri giovani, e non solo, si devono nutrire e innamorare.

È di questi giorni il richiamo della Commissione libertà civili e affari interni dell’Europarlamento perché nessuno in Europa spende meno di noi per l’istruzione pubblica e per gli stipendi dei docenti. Istruzione e insegnamento non sono mai asettici, perché servono indifferentemente sia la cultura che l’educazione. Ogni trasmissione di conoscenza da una persona all’altra è istruzione, come condividere capacità con gli altri è insegnamento. Entrambi sono processi culturali quando sono liberi, divengono però processi educativi quando l’insegnamento è imposto, quando l’istruzione è esclusiva, quando si insegna solo ciò che è prescritto dai programmi.Senza libertà non c’è principio del piacere, senza abbandono dei corpi non c’è eros, per questo le ore di lezione che possono cambiare la vita, di cui parla Recalcati, non avranno mai cittadinanza nelle nostre scuole. E le eccezioni non fanno la norma.
Quello che non va, quando si parla di riforme della scuola è proprio questa incapacità di pensare una scuola che liberi i nostri giovani dalla scuola stessa, una scuola che serva la felicità delle persone, che è diritto universale, non per farne dei deficienti felici, ma per farne degli uomini e delle donne ricche di sapere vero e autentico, anche difficile e faticoso, libere, non asservite né ai fini di un sistema sociale, né ai fini di un qualunque credo, religioso o politico che sia.
Per essere chiari dovremmo dire che la scuola autentica è qualcosa che si muove in direzione opposta a quella seguita dalle nostre consuetudini. Se la cultura è libertà, l’istruzione non può significare fornire a tutti e in egual modo le stesse informazioni secondo un programma prestabilito. Ma è proprio questo invece quello che facciamo nella realtà quotidiana delle nostre aule. È infatti opinione, difficile da sradicare, che a scuola si debba insegnare tutto ciò che è ritenuto necessario dal sistema sociale.
O si aggredisce criticamente questa concezione storicamente costitutiva del nostro sistema scolastico o parlare di riforme è puramente eufemistico. Il sistema potrà migliorare, ma per rimanere sempre identico a se stesso, più abbellito, più accettabile, una nuova carrozzeria, ma sempre lo stesso motore per percorrere le strade di sempre.

I nostri edifici scolastici sono magazzini di vite, catalogate per classi, archiviate nei banchi e nelle cattedre, predisposte per trasmettere e ricevere quel tanto di stock di nozioni inevitabili che, nel loro insieme, costituiscono appunto i programmi scolastici.
Come arriva a destinazione questo stock, è poi graduato dal meccanismo di una scala numerica, che le scuole chiamano voti.
Strana questa ostinazione, questo rovesciamento della realtà, questa coazione a scaricare sugli alunni il fallimento del sistema: l’idea che tutti gli studenti si impadroniscano, senza eccezioni, dell’intero materiale nozionistico predisposto per loro. Siccome questo non è mai accaduto, anziché rivedere il sistema, si è stabilito, come fosse nell’ordine naturale delle cose, un meccanismo a perdere, un congegno capace di eliminare quanti non apprendono un numero sufficiente di nozioni. Come dire che questa scuola con la cultura, almeno nella definizione di Tolstoj, non c’entra niente, men che meno con l’erotica dell’insegnamento di Recalcati. Anzi è una scuola che si oppone al sapere e alla conoscenza propriamente detti.

L’apprendimento è un processo culturale, mai educativo, in cui la scuola deve evitare ogni interferenza, ma essere in grado, di fare ciò che ancora non sa fare, predisporre gli ambienti di apprendimento, non i silos e i magazzini di generazioni e generazioni da plasmare giorno dopo giorno a immagine di se stessi.
Il mestiere a cui è chiamata la scuola oggi è quello di predisporre le scenografie, tenere la regia della cultura, la regia dei saperi. Mettersi a disposizione della sceneggiatura, in modo che ogni singolo studente, ogni bambino, ogni bambina, ogni ragazza ogni ragazzo possa scrivere la propria, secondo le sue esigenze, secondo il tipo di insegnamento di cui ha bisogno e a cui aspira.
Non è forse quello che succede quotidianamente nel grande tessuto di apprendimenti che è la vita e che il nostro sistema scolastico con un certo sussiego d’antan continua ostinatamente a definire extra-scuola?

massimo-recalcati

NOTA A MARGINE
Il ‘maestro’ che rende vivo il sapere e ti cambia la vita

L’emozione è stata grande. Al punto che il pubblico alla fine avrebbe voluto abbracciarlo. Idealmente lo ha fatto, tributandogli un lunghissimo caloroso applauso, interminabile, quasi un’ovazione teatrale.
Massimo Recalcati, psicanalista ospite di Promeco nell’aula magna di Giurisprudenza per il convegno “Tutti gli adolescenti vanno a scuola”, mercoledì a Ferrara ha dato plasticamente prova di ciò che stava spiegando. Ha parlato dei maestri, del dono che si riceve quando lungo il cammino della vita ne incontriamo uno vero: perché il ‘maestro’ ti cambia la vita, ti fa riscoprire le cose da un punto di vista inaspettato, ti muove il tarlo della ricerca, ti dà il piacere della scoperta… E mentre lo diceva, Recalcati praticava l’arte evocata in maniera possente e convincente, tanto da apparire agli occhi dei presenti, estasiati dalle sue parole, lui stesso maestro, capace di catalizzare tutta la tensione intellettuale del pubblico attorno alla sua perorazione.
Il maestro, ha spiegato, è colui che sa accarezzare un testo, che sa renderlo vivo e pulsante, che lo trasforma in un corpo capace di muovere il desiderio, che fa del sapere un oggetto erotizzato desiderato e desiderabile. Concetti già espressi nelle sue pubblicazioni. Ma che pronunciati nell’impeto oratorio sono divenuti esplosivi. Proprio a conferma di quel che ha sostenuto: che il carisma del maestro è la molla attivante, che la sua parola infonde l’inestinguibile sete della conoscenza, un bisogno che non ti abbandonerà più non potendo trovare mai pieno appagamento. Maestro e allievi – ha affermato con efficace metafora – al termine della lezione sono spossati come amanti dopo un amplesso. Ma l’allievo implora “encor” – ancora – che nell’ambivalente assonanza del termine francese (“en corps”, nel corpo) rende appieno l’anelito: ancora, ne voglio ancora; voglio il tuo corpo cioè la tua guida, la tua anima luminosa.
E’ stata, la conferenza di Massimo Recalcati, un evento in senso proprio, qualcosa che i presenti faticheranno a dimenticare. Un germoglio di coscienza e consapevolezza. E un appello potente alla riscoperta della passione, quella che dovrebbe albergare in ciascuno e animare ogni insegnante affinché possa essere davvero maestro. E che invece risulta spesso desolatamente assente dalle nostre aule di scuola.

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