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SENZA UN’IDEOLOGIA IL PD HA PERSO LA SUA IDENTITÀ.
Corre verso il Centro e non convince gli italiani.

Come spiegare la strategia apparentemente autolesionista del segretario del Partito Democratico Enrico Letta, che, pur da una posizione di forza in virtù dei sondaggi, da settimane si sottopone a interminabili incontri che hanno come oggetto i ricatti di partitini inesistenti che senza l’alleanza col PD faticherebbero a entrare in parlamento?

Strategia prediLetta

La strategia di Letta mi sembra nasca da un realismo esasperato e disperato: la legge elettorale (di cui tutti i partiti oggi si lamentano, gli stessi che la scrissero e la approvarono nel 2017, gli stessi che non l’hanno modificata negli anni seguenti) ci costringe, ammette lo stesso segretario del PD, ad alleanze contro natura, i partiti che si possono aggregare sono questi (“sono loro stasera i migliori che abbiamo?”, cantava Fabrizio De Andrè in Giugno ‘73), facciamo una coalizione più larga possibile.

Letta si è posto quindi da subito come infaticabile e determinatissimo federatore, pronto ad ascoltare le esagerate pretese dei futuri alleati e a concedere loro sproporzionati accordi pur di presentare alle elezioni una coalizione di cui il PD fosse il perno. 

CamaleConte

Tale progetto, Letta l’aveva in mente da tempo e infatti aveva a lungo corteggiato il Movimento 5 Stelle, confidando in Giuseppe Conte quale figura apparentemente istituzionale, segno della svolta del M5S da movimento di protesta a partito perfettamente integrato nel sistema che diceva di voler ribaltare. E invece Conte si è rivelato del tutto inaffidabile, come si poteva intuire dalla sua, pur recente, storia politica: sempre oscillante a seconda di chi lo ha di volta in volta affiancato, capace di sostenere posizioni opposte a seconda del momento, pronto a votare i decreti sicurezza se governava con Matteo Salvini, a rinnegarli se governava col PD, a farsi portavoce del ritorno al movimentismo delle origini se questo è quel che ora serve per recuperare voti. Con la sua poker face, la sua natura camaleontica, con mosse da consumato attore, Conte ha cambiato più volte personaggio, pur rimanendo fondamentalmente impenetrabile. Buono per tutte le stagioni, pare attaccato più di ogni altro a quel potere assaggiato per caso (ha già annunciato che rimarrà al timone del M5S anche in caso di insuccesso elettorale, ma onestamente mi sembra difficile, pressato com’è dal più credibile e coerente Alessandro Di Battista): un avvocato uscito dal nulla, mai eletto da nessuno, che si è ritrovato improvvisamente capo del governo e, con la medesima inscalfibile apparente convinzione ha governato con la destra, poi con la sinistra, poi con tutti i partiti sostenendo Draghi e ora si pone come paladino di una improvvisata agenda sociale, cercando di colmare il vuoto a sinistra lasciato dal PD.

L’approdo al draghismo

Dopo la caduta del governo Draghi, Letta ha dunque escluso categoricamente ogni alleanza con il M5S. La coalizione avrà anzi come pilastro proprio la fedeltà all’ex banchiere, auspicando un suo bis. Il M5S, spaventato dai risultati delle elezioni amministrative, talmente negativi (ma come facevano a non aspettarselo, a non muoversi diversamente prima, magari mettendosi all’opposizione del governo Draghi anziché farne parte?) da suggerire l’approssimarsi della scomparsa dello stesso M5S dal panorama politico, ha spinto Conte, come sempre eterodiretto, a battere un colpo per dimostrare all’elettorato di essere ancora vivo. I 5stelle si sono così resi principali responsabili, forse persino loro malgrado, della caduta del governo Draghi, ricevendo di conseguenza da Letta la porta in faccia a future alleanze (Eppure, la ratio dietro tale esclusione mostra qui un’incongruenza: se il comune denominatore della coalizione lettiana è l’adesione al draghismo, perché ammettere allora nell’alleanza Sinistra Italiana, che era all’opposizione del governo Draghi?).

Un obiettivo preciso: perdere con onore

È, tuttavia, quella di Letta, una strategia che ha un obiettivo chiaro e, appunto, realistico: perdere, perché è inevitabile, ma perdere col minor scarto possibile. Creare quello stallo parlamentare che permetterebbe di riproporre Draghi (o una figura simile), disgregando lo schieramento delle destre sottraendo loro Forza Italia, in nome della ‘responsabilità’. È quello che qualche analista ha chiamato ‘governismo’ del PD, ovvero il fatto che il PD, se non governa, non sa cosa fare, perché non sa chi è. Il PD esiste solo come partito di governo, non sa stare all’opposizione (condizione invece estremamente vantaggiosa, perché permette di criticare tutto e guadagnare automaticamente consensi, come insegna da ultimo Giorgia Meloni e molti altri prima di lei). 

Un partito senza identità 

Governare, dunque, ma in nome di cosa? Del governo stesso. E perché questo? Perché il PD è un partito da sempre privo di identità. Rifiutò infatti di crearsela al momento della sua nascita, nel 2007. La fusione tra democristiani di centro-sinistra (Margherita) e democratici di sinistra (DS) poteva anche essere una buona idea, essendo gli elettorati abbastanza simili. Il problema mai affrontato, però, era quello di creare un’identità nuova, per evitare quella che si chiamava allora ‘“fusione a freddo” tra le precedenti componenti (a lungo invece – e forse ancora oggi – ex DC ed ex PCI si sono spartiti i posti proprio in base alla provenienza) e creare dunque un partito di sinistra del nuovo millennio, capace di affrontare i problemi degli anni Duemila con la stessa convinzione, lo stesso coraggio, lo stesso sostegno popolare che aveva il PCI di Enrico Berlinguer, garantendo nel contempo, finalmente, la possibilità di governare che al PCI era preclusa per ovvie ragioni geopolitiche e che era invece caratteristica inalienabile dell’altro antenato del PD, ovvero la Democrazia Cristiana. Questo nodo – decidere e dichiarare cosa si è, in cosa si crede, quale ideologia si porta avanti, per quale causa ci si batte – non è mai stato affrontato: nel 2007, alla sua nascita, il PD scelse di non scegliere e questo è ancora oggi il suo problema maggiore. Nessuno, infatti, sa veramente cosa rispondere alla domanda: che cos’è il PD? O meglio, ognuno ha la sua personale risposta, non condivisa dagli altri. Nessuno, né tra gli elettori, né tra i dirigenti, né tra gli avversari può affermare con certezza che cosa sia il PD, ovvero quale ideologia lo animi, quali siano i suoi valori non negoziabili. 

Il PD è un partito privo di ideologia e questa, che ai tempi del primo segretario Walter Veltroni veniva sbandierata come caratteristica positiva, è in realtà il difetto più grande che un partito possa avere. Senza ideologia, ci si muove a seconda del vento, senza garantire certezze, di cui invece l’elettorato ha bisogno, per sapere di chi fidarsi, per sapere che chi eleggerà potrà fare mille giravolte e mille compromessi, ma non tradirà mai quei valori che connettono il partito alla sua base. Se quei valori non ci sono, non sono noti perché mai stati decisi, tale connessione è recisa in partenza e il rappresentante non è affidabile agli occhi del rappresentato. Se tutto è negoziabile, ogni parola che si pronuncia in campagna elettorale può cambiare verso una volta raggiunto il governo (come effettivamente succede). Ciò mina alla base la credibilità di qualunque proposta politica. Voto quel partito perché so che difenderà i miei interessi, affronterà e proverà a risolvere i problemi miei e di quelli che mi stanno a cuore. Quali interessi tutela il PD? Qual è la sua classe sociale di riferimento? Qual è la sua ideologia? Quali sono i suoi valori irrinunciabili? Non è chiaro, né lo si vuole chiarire, sarebbe troppo divisivo. 

Parole d’ordine vuote

Per definirsi, il PD si rifugia allora in parole d’ordine vacue, che non designano nulla perché prive di reale pregnanza, parole-slogan spesso incomprensibili, ovvi o onnicomprensivi, che vanno bene a tutti e dunque non definiscono niente: responsabilità (c’è forse qualche partito che definisce se stesso irresponsabile?), serietà (ci sono diversi comici nella politica italiana, ma chi chiede di essere votato in quanto poco serio?), progressisti (che vuol dire tutto e niente: per quale tipo di progresso ci si batte?), democratici (che in una democrazia è un elemento non caratterizzante un solo partito o almeno si spera). 

Il termine più identitario che il PD è riuscito a cucirsi addosso per definirsi e che tira fuori disperatamente a ogni campagna elettorale dipingendo l’altro schieramento come il male assoluto è ‘antifascismo’. Se la storia e la costituzione fossero rispettati, gli italiani dovrebbero essere tutti antifascisti, di certo tutti i partiti. Dovrebbe essere scontato. L’antifascismo non è o non dovrebbe essere una caratteristica di parte, addirittura rivendicata da un partito, ma un comune e indiscutibile valore comune condiviso da ogni italiano/a. Sappiamo purtroppo che non è così, che tanti sono ancora in Italia, a 100 anni dalla marcia su Roma, i nostalgici, i revisionisti, i fascisti e neofascisti presenti più o meno scopertamente nella società italiana, a ogni livello.
Così il PD può, non completamente a torto, utilizzare l’antifascismo come elemento caratterizzante e lo fa puntualmente quando è necessaria una chiamata alle urne: votate per noi perché la democrazia è in pericolo, la destra ci porterà al fascismo. Sta accadendo anche ora. In realtà, la lungimiranza delle madri e dei padri costituenti e, mi viene da sperare, la maturità di gran parte della società italiana, rendono quantomeno improbabile un ritorno del fascismo, almeno nella sua forma storica. Gli stessi partiti che in campagna elettorale strizzano l’occhio ai tanti neofascisti nel paese, lo fanno come metodo squallido e pericoloso per ottenere consenso, più che per realizzare chissà quali progetti di autocrazia una volta giunti al potere.
Per essere chiari: non ci sarà nessun regime fascista con Meloni presidente del consiglio, nonostante il suo partito sia chiaramente pieno di neofascisti. Ci saranno probabilmente provvedimenti autoritari, liberticidi, ingiusti, populisti, lesivi dei diritti, dell’ambiente e della comunità, ulteriori assalti a tutto quel che resta del welfare, come peraltro già visto nei governi Berlusconi e al tempo di Salvini ministro dell’Interno. (Il che mi sembra comunque sufficiente per combatterla, questa destra).
Ci sono insomma mille motivi, credo, per non votare la destra italiana, ma non certo quello del ritorno al fascismo. Questo gli elettori lo sanno e quindi “agitare lo spettro del fascismo” ha effetto solo su chi già vota PD e, forse, su qualche indeciso, ma lascia completamente indifferente il resto della popolazione, alle prese con problemi che sente più attuali e stringenti.

Non si vince al centro

Una volta serrati i ranghi usando lo spauracchio del fascismo, resta dunque da tentare di convincere il resto dell’elettorato, quello insensibile a tale argomentazione. Si persegue allora la strategia cosiddetta della “corsa al centro”, basata sull’assunto che l’elettorato sia in maggioranza moderato. 

Così ha fatto anche Letta, alleandosi con i partiti personali di Carlo Calenda e Luigi Di Maio. Tutte le elezioni dalla fine della prima repubblica a oggi hanno invece dimostrato che una maggioranza dell’elettorato è pienamente disponibile a votare forze politiche, programmi e personalità estremiste e in particolare di estrema destra: Berlusconi, Bossi, Salvini, Meloni. Fatica anzi a vederli come estremisti, ma li giudica persone di buon senso. Tale elettorato si è sentito nel tempo tutelato da queste forze per la loro natura conservatrice, rassicurante e difensiva, per il loro sovranismo e patriottismo, per il loro essere chiaramente dalla parte delle imprese, dei privati e del pagare meno tasse, per essere di volta in volta in difesa di secolari privilegi e consorterie. Quando la destra ha vinto le elezioni, lo ha fatto perché ha promesso e messo in pratica politiche di destra, che nulla avevano a che fare con i nebulosi concetti di moderatismo e centrismo.

Dal 1994 in poi, l’assunto del ‘Si vince al centro’ è stato sempre inseguito e puntualmente smentito dai risultati elettorali, tanto che partiti di centro non si sono mai riusciti a consolidare, nonostante gli innumerevoli tentativi, dall’UDC di Pierferdinando Casini all’UDEUR di Clemente Mastella, da Scelta Civica di Mario Monti al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Credo che la stessa sorte toccherà agli attuali tentativi di Calenda con Azione, di Matteo Renzi con Italia Viva e di Impegno civico di Tabacci e Di Maio, nuovo campione del trasformismo italiano con il doppio salto carpiato che da fiero capo politico del M5S l’ha portato a scindersi dal movimento stesso con l’unico scopo di rimanere in politica ed evitare la regola grillina del limite dei due mandati. Si tratta evidentemente di partitini personali, cartelli elettorali senza radicamento e senza una proposta politica attrattiva per gli elettori.

Quello che ai politici di professione e a certi osservatori appare come un grande spazio politico da colmare – il famoso Centro – è in realtà qualcosa di incomprensibile e poco interessante per la maggior parte dei cittadini. Non metto in dubbio che ci siano in Italia persone che si definiscono “di centro”, qualunque cosa intendano con questo termine, ma il loro voto viene conquistato dai partiti (di destra, di sinistra, di centro) sulla base dei contenuti, non sul semplice richiamo teorico al centrismo e al moderatismo. Non basta allearsi con un presunto centro per prendere i voti del centro, insomma.

Vince la novità 

La seconda repubblica ha invece sempre confermato la propensione di grande parte dell’elettorato a premiare ciò che percepisce come ‘nuovo’ o comunque meno compromesso con chi ha tenuto il potere fino al momento delle elezioni. Dubito quindi che inneggiare oggi all’agenda Draghi sia una buona idea per raccogliere consensi, anche ammesso che sia chiaro agli elettori che cosa sia questa agenda Draghi. Se per assurdo lo stesso presidente uscente si presentasse alle elezioni (e, giustamente, si guarda bene dal farlo!) farebbe la medesima fine di Monti: non lo voterebbe nessuno, nonostante l’evidente autorevolezza, la competenza e il prestigio internazionale che accomuna entrambi.
Gli italiani hanno mostrato di votare in modo molto più pratico: vedendo che i propri problemi non vengono risolti, usa il voto (o l’astensione) per comunicare la propria stanchezza e sfiducia nei confronti dei partiti esistenti, in particolare di chi ha governato per ultimo, premiando invece chi non è stato recentemente al governo o l’ha apertamente combattuto. È accaduto con Forza Italia nel 1994, con Berlusconi che costruì il suo sistema di potere, puntando, oltre che sui soldi, le televisioni e la pubblicità, proprio sul suo essere imprenditore e non appartenente alla classe politica e smarcandosi, già nel discorso della discesa in campo, da chi aveva governato fino a quel momento. Così, un partito nato dal nulla divenne, improvvisamente e contro ogni previsione, il partito più votato. Lo stesso si è verificato con il Movimento 5 Stelle che ha impostato tutta la sua narrazione, tutta la sua propaganda sulla propria radicale diversità dalla classe politica esistente, la cosiddetta “casta” (salvo poi diventarne parte): anche qui, da zero a cento in un attimo. Oltre il 20% al primo tentativo nel 2013, partito più votato nelle successive elezioni del 2018, al governo fino al 2022.lega

Forza Italia e M5S sono stati premiati per la loro vera o presunta novità, così come Salvini nel 2018 e Meloni ora hanno trovato ampi consensi anche perché sentiti come oppositori di quel che c’era prima.

Nessuno si sente rappresentato  

Più che guardare al centro o allearsi con chi capita, sempre in emergenza, in affanno e in preda agli ultimi eventi, sarebbe forse più conveniente essere finalmente lungimiranti (caratteristica che sembra mancare anche una volta che i partiti giungono al governo) e creare forze politiche realmente rappresentative e radicate nella popolazione, in cui le varie e diverse parti della società possano riconoscersi. È un percorso forse lungo, ma che permetterà di non trovarsi più in situazioni come quella che stiamo vivendo, in cui la maggior parte dei cittadini italiani non è rappresentata, siano essi di destra, di sinistra o altro. Naturalmente, per fare questo, occorre avere idee e ideologie, valori non negoziabili e fortemente caratterizzanti, rinunciare a progetti politici prenditutto, rinunciare a fare politica solo per il potere. Il partito, lo dice la parola, rappresenta una parte dell’elettorato, non tutto o quasi tutto l’elettorato. E questo è fondamentale in una democrazia parlamentare, perché a rappresentare tutto l’elettorato non è un partito (sarebbe una dittatura) ma il parlamento, trasposizione il più possibile fedele delle diverse tendenze politiche presenti nella società.

Il trionfo dell’astensionismo e una modesta proposta 

Il vero risultato delle prossime elezioni sarà non tanto la già annunciata e mai in pericolo vittoria della destra, ma un astensionismo da record. Questo significa che la maggior parte degli italiani non si sente rappresentata e non sarà rappresentata nel prossimo parlamento.
Questo è un problema non da poco per una democrazia rappresentativa: se il popolo non va a votare, non sentendo i partiti in grado di rappresentarlo, la democrazia è svuotata. Forse il problema si risolverebbe con una modesta proposta su cui chiedo al coraggioso lettore giunto fino a qui di esprimere le sue critiche costruttive, per fare notare anche a me i limiti che io non riesco a vedere e magari aprire un dibattito che la migliori. La proposta è questa; togliere il quorum dai referendum (in modo da favorire la partecipazione) e metterlo alle politiche (in modo che risultino non valide e dunque da ripetere quando non rappresentative di almeno il 50% degli aventi diritto).

La maggior parte degli italiani oggi non sa per chi votare perché non si sente rappresentata da nessuno dei partiti e delle personalità in campo. Le prossime elezioni saranno soprattutto un rifiuto collettivo di proposte politiche giudicate inadeguate.

Verso un nuovo sistema politico 

Il sistema andrebbe semplificato per essere reso maggiormente immediato e comprensibile a chiunque. Ogni partito dovrebbe rappresentare dei valori precisi, ben riconoscibili, inequivocabili: un partito ecologista, un partito della sinistra, un partito conservatore, un partito liberale. Tutte forze politiche che oggi, in Italia, mancano.
La legge elettorale dovrebbe essere un proporzionale con sbarramento (al 5%?). Il cambio di casacca durante la legislatura dovrebbe implicare almeno le dimissioni dal ruolo che si ricopre in virtù dei voti presi col partito con cui ci si è presentati.

Due anomalie

Tale semplificazione in Italia è bloccata da due anomalie:
la prima è l’assenza di una destra liberale e europea, appiattita ora più che mai sulle posizioni estremiste e populiste di Lega e FDI. Tale destra liberale, attualmente inesistente, potrebbe essere rappresentata da Renzi e Calenda, che invece si trovano inspiegabilmente nello schieramento cosiddetto di centro-sinistra.
La seconda anomalia, purtroppo, è proprio il Partito Democratico, proprio perché non ha un’
identità. E questa mancanza sta alla base delle tante divisioni interne, del correntismo che da sempre lo lacera e che pare oggi sopito ma che riemerge, attività vulcanica sotterranea sempre attiva, nel momento in cui c’è da far fuori il segretario di turno, fino ad allora apparentemente sostenuto. Il correntismo del PD, diversamente da quello esistente nei partiti che ne sono i progenitori, PCI e DC, è caratterizzato dall’assenza di un territorio valoriale comune.

Le correnti, nel PCI, come nella DC, esprimevano visioni e strategie diverse su questioni determinate, ma tutti i membri del partito condividevano una medesima ideologia. Nel PD, non essendocene alcuna, ogni corrente sostiene posizioni completamente divergenti. Tutti, dentro al PD, fin dalla sua nascita, si sentono nella possibilità di sostenere tutto e il contrario di tutto.
Non essendoci un sistema di idee chiaramente e inequivocabilmente definito e condiviso da tutti i membri, il PD, a seconda del momento e di chi prende parola, ha potuto sostenere negli anni posizioni completamente divergenti: nuclearista e a favore degli inceneritori e ambientalista, assistenzialista e liberista, laico e cattolico, per i beni pubblici e per le privatizzazioni, per più tasse e per meno tasse.

Quello che veniva spacciato per pluralismo, quindi abbondanza di posizioni e di vedute che si arricchivano a vicenda, ha avuto e ha invece l’unico effetto di creare nell’elettorato grande smarrimento e confusione.
Cosa e chi rappresenta il PD? Dipende, verrebbe da dire. Dipende dal momento e dipende dall’esponente che lo guida o prende parola. Dipende dalla coalizione di cui fa parte. Dipende. Questa incertezza, che potremmo derubricare a fatto interno a un partito, è invece grave a livello di rappresentanza. La parola “partito”, lo dicevamo, parla da sé: rappresentare una parte della società. Non tutte le parti della società.
Il motto del PD è “dalla parte delle persone”. Quali persone? Quelle che percepiscono stipendi a sei zeri o quelle che non riescono a pagare un affitto, ad accedere a un mutuo? Quali persone? Quelle che possiedono innumerevoli case e mandano i figli nelle scuole private o quelli che i figli non riescono a farli? Quali persone? Quelle che gestiscono la sanità privata e quelle che si possono permettere cure di alto livello o quelle che attendono mesi nelle liste d’attesa per una visita nella sanità pubblica? Volendo rappresentare tutti, il PD non rappresenta nessuno. Non scegliendo da che parte stare, non riesce a essere un punto di riferimento per nessuno: non per le piccole e medie imprese, non per le grandi industrie, non per i lavoratori, gli operai, non per chi non ha voce, gli invisibili, gli sfruttati, non per chi vorrebbe un allargamento dei diritti. Nell’idea di rappresentare tutti, il PD non rappresenta nessuno se non la sua classe dirigente, se non il partito stesso. È così che il PD ha perso subito l’elettorato di riferimento che il PCI portava in dote, la sua anima popolare. Cosa rimane, dunque? Il governo, andare al governo. Per fare cosa, se non si ha un’ideologia, un sistema di valori di riferimento a cui ancorare ogni provvedimento? Si vedrà. E, infatti, di volta in volta, si procede a stilare programmi su programmi, puntualmente disattesi.

Il PD, dalla sua nascita, ha governato (direttamente o sostenendo governi tecnici) per circa 12 anni su 16 totali (2007-2008 Prodi; 2011-2013 Monti; 2013-2014 Letta; 2014-2016 Renzi; 2016-2018 Gentiloni; 2019-2020 Conte II; 2021-2022 Draghi) votando e sostenendo tutto e il suo contrario.

Mi duole dirlo, ma ha ragione Calenda quando, con la sua consueta, insopportabile arroganza che lo accomuna tanto a Renzi (del cui governo è stato ministro) impone i suoi personali temi (NATO, rigassificatori, equilibrio di bilancio, revisione reddito di cittadinanza, agenda Draghi), notando che alcuni altri membri della coalizione fanno dichiarazioni quotidiane contro questi stessi temi e chiedendo al PD di chiarire.

Ecco, esatto: il PD è per i rigassificatori o per le energie rinnovabili? Se abbiamo bisogno di gas per renderci indipendenti dalla Russia e dunque non foraggiare la guerra di Putin (inciso: dittatore sanguinario e guerrafondaio anche prima dell’invasione dell’Ucraina eppure mai è stata messa in dubbio prima la dipendenza energetica dell’Italia dalla Russia) ed è dunque impossibile puntare sulle rinnovabili che richiedono tempi lunghi, perché non si mettono in moto investimenti di lungo periodo per sfruttare al massimo possibile le risorse rinnovabili, di cui l’Italia è ricchissima, contestualmente all’apertura di rigassificatori, magari specificando che l’obiettivo è chiuderli appena possibile e indicando una data precisa di chiusura, appena sarà potenziato il ricorso alle rinnovabili? Oppure, se si è convinti che il fossile e il nucleare siano le soluzioni per la crisi climatica (il che mi appare paradossale, ma tant’è) e non le rinnovabili, perché non si rinuncia chiaramente a definirsi ambientalisti?

Scegliere da che parte stare, insomma. E cominciare subito, che è già molto tardi. 

Questo darà risultati anche in termini elettorali: essere capaci di rappresentare qualcuno, scegliendo chiaramente per quale causa battersi e difendendola saldamente.

coccia di morto, spiaggia

Diario di un agosto popolare
5. Coccia di Morto

COCCIA DI MORTO
Roma, 5 agosto 2019

Confesso che nella scelta del mare, prevale il mio lato borghese.

Da un po’ di tempo non mi capitava più di andare in spiaggia di domenica: l’idea di finire in una bolgia di umani, tra le famiglione rumorose, il muro di giocatori di racchettoni nella pisciarella dei bambini sulla riva e poi soprattutto la claustrofobia dell’ingorgo nel ritorno, mi hanno sempre spinto a lidi più lontani, senza troppo pensare alla benzina, al costo del lettino più ombrellone e soprattutto approfittando di un mestiere che può permettersi una gita in un giorno infrasettimanale.

Sin da ragazzo, anche con pochi soldi in tasca, ho conosciuto molte delle mete preferite dai ricchi, dall’Argentario a Porto Cervo, da Sabaudia a Porto Rotondo, anche se ci andavo con la Lambretta e dormivo nella tenda canadese. Mi attraeva l’idea di godermi paradisi isolati ed esclusivi senza regalargli una lira.

Naturalmente nella vita ho fatto molte altre esperienze in mezzo mondo.

Ma oggi, che voglio provare a ricordarmi di come se la passa qui la maggioranza della gente, estorco alla mia compagna il consenso per andare al mare una domenica d’agosto.

Dato che vorrei una spiaggia davvero popolare, mi viene in mente un film visto di recente, dove lo stereotipo del litorale borgataro s’incarna in un nome che è tutto un programma: andiamo a Coccia di Morto.

Nel film, Antonio Albanese, che rappresenta un borghese “democratico” noioso e pieno di pregiudizi, salta sul sedile della macchina quando la figlia, innamorata di un ragazzino di periferia, gli chiede di accompagnarla al mare a Coccia di Morto.

“Dov’è questa Coccia-del-morto?” scandisce il papà “Dice che è tra Passoscuro e Ponte Galeria” risponde la ragazzina. La scena è molto divertente anche perché è vera: in questo tratto di costa, i nomi delle località fanno paura.

E in effetti, quando ci arriviamo (anticipata da una Googleata in cui appare come “la più brutta spiaggia del Lazio” seguita da raccapriccianti immagini di monnezza buttata lungo tutta la spiaggia), i proprietari di uno stabilimento hanno piazzato una lavagnetta che spiega, a chi arriva come noi la prima volta, qual è la ragione del suo trucido nome.

“Qui confluivano” dice la lavagnetta “le acque del Tevere e scontrandosi con le correnti del mare portavano a riva ogni genere di rifiuto, compresi i cadaveri dei naufraghi e di chi non riusciva ad avere sepoltura”. L’uso dell’imperfetto non rassicura più di tanto: dicono che qui quando sgomberano un campo nomadi arrivino ondate di immondizia e che nel 2016 si sia registrato il record di raccolta di cottonfioc. Come a dire “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

In realtà, una volta superata una barriera di scoraggianti pregiudizi, le cose, come al solito, cambiano di aspetto. 

Innanzitutto, per essere Domenica, la spiaggia libera è quasi deserta. Sarà che la gente è già in vacanza o forse che sono sempre meno quelli che possono permettersi una domenica al mare.

Comunque, rispetto alle ammucchiate adriatiche o i formicai salentini, Coccia di Morto da qua sembra la Grecia. Basta però guardare l’acqua del mare e si capisce il perché. Entrandoci dentro senti un fondo melmoso, e i piedi che spariscono subito alla vista, vengono accarezzati da ectoplasmi di plastica fluttuanti e da altre oscure presenze.

Dopo trenta secondi mi accorgo poi che ogni minuto, decolla un aereo e passa sulla testa con un rumore che impedisce qualsiasi conversazione, come nel “Fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel.

Ma pensare che qui, dato che l’acqua fa schifo, ci vadano solo i poveracci, mi sembra porti fuori pista. Sicuramente, visto che ci si arriva con l’autostrada dell’aeroporto, Coccia di morto è il mare più comodo e vicino.

Ed è anche piacevole, ben organizzato e non ha affatto quell’aspetto da girone dantesco che avevano le spiagge popolari nei film degli anni ’60.

Anche qui, come nel mio quartiere, colpisce la forte presenza di stranieri.

Non solo la famiglia cinese accanto al mio ombrellone, ma un gran numero di ambulanti che passano trascinando carretti, rastrelliere con vestiti, o tenendo in bilico sulla testa una torre di cappelli ti offrono grattachecche, statue africane, auricolari o articoli di bigiotteria esattamente come in ogni altra spiaggia da Fregene al Salento.

Un tizio commenta “quest’anno sono molto meno, sarà l’effetto Salvini”.

A me sembra invece che siano tantissimi e a uno gli chiedo: “E’ cambiato qualcosa per voi da quando c’è questo Governo?” lui mi risponde, con accento arabo “Iguale!”. Non so quanto valga, ma un po’ mi rassicura.

Mi domando infatti, guardando la fatica e anche l’iniziativa di tutte queste persone che s’industriano a trovare una qualche forma per guadagnarsi da vivere, quale ossessione, quale fastidio, quale tortuosa giustificazione possa spingere un politico ad accanirsi contro questo movimento vitale, che in modo abbastanza evidente non disturba nessuno (salvo forse qualche maschio un po’ taccagno costretto a sborsare da una compagna spendacciona). Anzi, attrae e genera curiosità in molti bagnanti, offrendo gratificazioni a poco prezzo.

Certo, è un lavoro fatto senza regole, al nero, in concorrenza sleale col commercio legale: ma se uno Stato si impegnasse davvero a regolarizzare, non sarebbe più logico – e umano – cominciare dai produttori e dai grossisti che smerciano i prodotti senza fattura? E prima ancora, non sarebbe più etico impegnare le forze contro gli evasori dei grandi patrimoni e gli speculatori?

Non ho visto nessun negozietto sul lungomare che possa lamentare un danno dalla concorrenza degli ambulanti. Mi pare che l’ordinanza contro i vu cumprà sia davvero un accanimento insensato contro chi non ha i mezzi per protestare.

Continuo la mia passeggiata nella spiaggia, appizzando l’orecchio (tra un decollo e un atterraggio) per carpire altri stralci di conversazioni.

C’è chi sta scegliendo la nuova macchina, chi le vacanze della figlia, chi un ristorante dove fanno bene il pesce. Chiacchiere da spiaggia. Non ricordo che nelle spiagge più chic si senta invece parlare di bioetica o di intelligenza artificiale.

Mi domando se gli stereotipi rappresentati nelle commedie, anche per produrre un effetto comico, non diventino poi, un po’ per tutti, delle categorie mentali di interpretazione della realtà.

Finendo per creare una frattura sociale ancora maggiore di quella reale: oggi, ad esempio, con i famosi buonisti benestanti in paradisi scomodi ma civilizzati (cestini per la differenziata, rumori soffusi…) e il popolo razzista accalcato accanto a una fogna, a difendersi dagli extracomunitari con un volume da discoteca. Troppo facile. E nonostante ora dal bar sia partito un ritmo techno che spacca i timpani, io non mi sento “Come un Gatto in tangenziale”.

Mentre guardo il menu con le centrifughe, il panino vegano multicereali e le stoviglie riciclabili “a basso impatto”, finisce il techno e comincia addirittura Father and son di Cat Stevens. E mi viene da pensare che (per chi oggi può permettersi di andare al mare) tutto è ormai si è mescolato e Coccia di Morto non è così lontano da Capalbio, salvo qualche euro in più di benzina e di ombrellone.

(continua domenica  7 agosto)

Diario di un agosto popolare

  1. ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA
  2. STRANI STRANIERI
  3. CORPI DIMENTICATI
  4. NELLA CITTA’ DESERTA
  5. COCCIA DI MORTO
  6. FINCHÉ C’É LA SALUTE
  7. LA BOLLA SVEDESE
  8. STELLE CADENTI
  9. MEZZI PUBBLICI
  10. FREQUENZE DISTORTE
  11. CANNE AL VENTO
  12. L’OTTIMISMO DURA POCO
  13. LA TORBELLA DI ADAMO

L’Occidente ha sbagliato: ha sempre badato all’economia, senza fare politica,
ma Putin e Kirill sono ormai fuori dalla Storia e hanno già perso la guerra.

 

Sono in tanti a chiedersi e a spiegare perché il presidente russo Vladimir Putin abbia deciso di invadere l’Ucraina. Gastone Breccia (L’Espresso 9/2022), per esempio, scrive che “Mosca è tornata a sentirsi  minacciata dall’Occidente. Non senza ragione: difficile non considerare aggressivo – continua – il ruolo militare di un’alleanza (leggi Nato) che tendeva ad ampliarsi fino alle sue frontiere, venendo meno alle assicurazioni offerte all’indomani del dissolvimento dell’Unione Sovietica”.
Una bulimia, è stato detto in casa Sant’Egidio, che ha pensato più a fare economia che politica. È mancata la politica.
“Negli ultimi decenni – rincara Marco Damilano (L’Espresso, stesso numero) – la politica è stata ridotta ad ancella dell’economia liberista, o è stata colonizzata dai nazionalismi di stampo ottocentesco”.
Un’aggiunta significativa, perché se, come spesso si sente dire, si ferma l’occhio solo sugli errori della sponda occidentale, innegabili, l’impressione è che si perda un resto della questione che non è poca cosa.
In entrambi i casi – continua l’ormai ex direttore del settimanale – la democrazia è stata messa nel mirino come pietra d’inciampo, perché democrazia è tensione, processo, cammino, mai approdo e meta raggiunta una volta per sempre. Tutto l’opposto della ricerca del mito fondativo e identitario di una storia concepita come immobile e, assediata dal cambiamento, tesa alla restaurazione di un ordine perduto o minacciato.
Un’idea della storia tremendamente funzionale a disegni di potere.
Quella che Putin ha chiamato, con le parole tipiche della propaganda, un’operazione militare speciale per smilitarizzare e denazificare il suolo ucraino (che detto a un ebreo come il presidente ucraino Zelenski è un’enormità), altro non è che una guerra di un paese aggressore verso uno Stato sovrano e democratico.
Come ha ricostruito Francesca Mannocchi ( “tosta” l’ha giustamente definita Enrico Mentana in una delle sue esemplari dirette tv pomeridiane sulla guerra), ha riconosciuto l’indipendenza delle due regioni separatiste dell’est dell’Ucraina, autoproclamate nel 2014 Repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk, nella regione del Donbass. Territori che si considerano Novorossiya, “Nuova Russia”, conquistati dall’impero zarista nel XVIII secolo.
In un conflitto sanguinoso che dal 2014 si trascina nel Donbass, con il bilancio di 14 mila vittime e con l’impiego da parte ucraina di formazioni filonaziste per contrastare la rivolta separatista, pesano le parole del presidente russo del suo discorso del 21 febbraio scorso: “l’Ucraina non è uno stato ma una colonia, storicamente parte della Russia”.
È la lingua nostalgica e ammirata di Novorossiya, la lingua del grande impero.
E infatti l’offensiva armata non si è fermata al capitolo Donbass, cui si è tentato di porre una soluzione con i barcollanti accordi di Minsk I e II e miseramente naufragati sulla diversa interpretazione circa la cronologia degli impegni: per Mosca prima le elezioni e poi il ritiro dei militari, per Kiev prima il ritiro degli occupanti e poi elezioni secondo la legge.
Le truppe inviate dal Cremlino hanno invaso l’Ucraina e il simbolo è l’assedio di Kiev, perché, come ha scritto Wlodek Goldkorn (sempre su L’Espresso), se Mosca è considerata in questa narrazione la “Terza Roma” (dopo la Città Eterna e Costantinopoli), Kiev è la Gerusalemme dei russi.
Lo sta ripetendo il filosofo Massimo Cacciari davanti a ogni telecamera.
È qui che spazio, luogo e tempo, fanno tutt’uno con il mito della Rus’, le cui radici affondano fino al lontano anno di grazia 988, quando il principe Vladimir (lo stesso nome di Putin) di Kiev (la Gerusalemme dove tutto ha inizio) si convertì al cristianesimo.
Ed è qui che si realizza un’ennesima sutura della restaurazione dello spazio vitale russo con un altro versante che, oltre a quello storico-mitico, aggiunge respiro morale e mistico: quello religioso.
Askanews (7 marzo) ha dato ampio resoconto del sermone pronunciato dal primate della Chiesa ortodossa russa, Kirill, in occasione dell’avvio – il 6 marzo scorso, “domenica del perdono” – della Quaresima, secondo il calendario ortodosso.
Kirill ha dato un significato “metafisico” alla guerra in atto, cioè la resistenza ai valori occidentali, la cui cartina tornasole è il “gay pride”, ossia il peccato condannato dalla Bibbia.
Secondo don Stefano Caprio, docente al Pontificio istituto orientale, è lo stesso patriarca ad avere suggerito a Putin una concezione della Russia come paese chiamato a difendere la vera fede, l’ortodossia nel mondo secolarizzato. Il contenuto ideale che a Putin mancava.
Nonostante i richiami della Conferenza delle chiese europee (Cec) e gli appelli lanciati dagli ortodossi ucraini fedeli al Patriarcato di Costantinopoli e quelli legati a Mosca, Kirill va avanti per la sua strada. A rischio di perdere consensi e il primato universale dell’ortodossia: su 15 Chiese autocefale, quella russa ha ora il 60/70 per cento dei fedeli e se dovesse perdere l’Ucraina il suo peso si ridurrebbe a meno della metà.
Le parole del patriarca Kirill fanno venire in mente quelle dell’oligarca russo Konstantin Malovev che, ai microfoni della trasmissione Report, disse che scopo della fondazione San Basilio il Grande è opporsi all’Internazionale dei Sodomiti.
Sostenitore di Novorossiya, ricorda ancora Damilano, nel 2013 era presente al congresso che incoronò Matteo Salvini segretario nazionale della Lega, il quale nel 2018 volò a Mosca insieme al suo uomo di fiducia Gianluca Savoini per cercare appoggi economici alle elezioni europee 2019 con il seguente programma: “La Nuova Italia costruirà la nuova Europa a fianco della Russia”.
Personaggi come Malovev si aggiungono a figure come Aleksandr Dugin, l’ideologo che parla italiano portato in giro per lo Stivale dallo stesso Salvini e ben noto negli ambienti sovranisti nostrani che gravitano attorno alla destra. Definito da Massimiliano Pananari (L’Espresso 10/2022) il “Rasputin di Putin”, l’ideologo della quarta via politica sostiene “un tradizionalismo imbevuto di richiami ai fascismi, mescolato col neobolscevismo”.
Se queste non sono traveggole, ce n’è abbastanza per leggere un disegno che ha cercato sponde anche fuori confine, e teste, più o meno vuote, sensibili ai richiami securitari di matrice nazionalista e sovranista, in un mondo che da oltre vent’anni passa da una paura all’altra (l’attentato del 2001 a New York, il terrorismo islamico, il crollo finanziario del 2008, la paura pandemica).
Fino a trovare singolari assonanze con l’ex presidente Usa, Donald Trump, che con il suo ex capo della strategia, Steve Bannon in giro a far proseliti, con la riproposizione su sponda atlantica dell’adagio “Dio lo vuole” e il fianco parimenti religioso prestato da un cristianesimo allevato da decenni a pane e tradizionalismo, ha rappresentato il parallelo tentativo di disarticolare l’Unione europea (vedi Brexit).
Per certi versi quel disegno su scala globale pare per il momento stoppato, ma non per Vladimir Putin. Con l’invasione dell’Ucraina, però, ha già perso in partenza, qualunque sarà il risultato.
In primo luogo perché quando questa strage sarà finita (si spera al più presto) non potrà essere lui a sedere al tavolo a negoziare, essendo il responsabile delle vittime che, come ha detto Gino Strada, è la sola verità della guerra, oltre ad avere causato una gigantesca emergenza umanitaria che già adesso si conta a milioni.
Vladimir Putin, inoltre, si è già messo da solo fuori dalla storia, nella quale pretende di avere il posto di uno zar (declinazione in russo del termine Cesare), imponendo con violenza la mistica di un disegno imperiale che si scarica sui corpi inermi di un popolo. Anche il suo.
In terzo luogo, ha di fatto compromesso in partenza lo spazio per la soluzione che, forse, per primo avrebbe voluto. Come potrà trovare posto nell’agenda dei futuri negoziati il tema della neutralità ucraina, se questo risultato fosse raggiunto grazie alle armi? Sarebbe un messaggio destabilizzante sulla scena internazionale, alla disperata e urgente ricerca di un nuovo ordine.
Infine, la stessa metafisica del disegno della Terza Roma contro l’Occidente corrotto, in realtà è una contraddizione in termini, perché ne ripercorre gli stessi cedimenti nella pretesa di possedere l’essenza del tempo e della storia.
Come ha scritto il filosofo Emanuele Severino, che ha letto in profondità il tramonto dell’Occidente, la dinamica dell’eterno consiste nell’errare, ossia ciò che in ogni essere umano è “il mio eterno essere Io del destino”.
lettere alfabeto consonanti

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La perdita delle consonanti

Se, nella settimana che ha portato all’elezione del presidente della Repubblica volessimo, come tento di fare, notare la pronuncia delle espressioni che la commentano, potremmo osservare che, come già aveva predetto Pier Paolo Pasolini, la lingua si adegua alla provenienza regionale.

Solo pochi anni fa la grande differenza era tra la parlata del Sud e quella Centro-Nordica, ma nel caso attuale il Sud adotta una dizione ‘neutra’ o meno riferibile alla dizione locale.

Ovviamente si parte da Roma.

Se ad una romana verace (prendiamo la première dame di Trastevere, vale a dire G.M.) le si chiedesse di esternare i dovuti auguri alla rielezione del capo dello Stato, si noterebbe subito un capovolgimento delle consonanti che perdono la in favore della b- e la t in luogo della d.

A questo punto l’evidente scempiatura delle doppie, propria ai ministri ferraresi Franceschini e Bianchi eredi della contigua parlata veneta, confermano la localizzazione regionale. In tal modo vanno menzionate le parlate di tanti altri grandi elettori provenienti dalle diverse regioni italiane.

Se al modo di esprimersi si associa la postura e il comportamento fisico si veda come trottavano indaffaratissimi i politici grandi elettori e non solo nelle loro apparizioni, senza nemmeno avere la cortesia per la salute pubblica di usare le ffp2 raccomandate (vedi quelle orride di stoffa esibite dal maggior rappresentante della Lega, M.S)!

E che dire dei commenti succhiati come caramelle dai soliti noti – sempre quelli – che implacabili novelle ‘Sibille Cumane’, con l’occhio acquoso e incollato al telefonino, sparano i prevedibili e inutili commenti!

Le ragazze commentatrici scuotono la bionda chioma esibendo tacchi 98, come la mia amata Lilli nei loro giubbotti di pelle, che fa sempre molto corrispondente di guerra.

Apprezzatissimo il noto V.S. che, come nelle più celebri sequenze dantesche, arrota i denti in una parlata che non riesce a nascondere i segni della provenienza ferrarese, tra il rosso acceso della sua bellissima casa.

E veniamo alla lingua principe, il toscano, gestito nella sua versione vernacolare da M.R. La scorpacciata di aspirate raggiunge livelli altissimi mentre esibisce un impeccabile soprabito degno dell’antico e magistrale artigianato toscano.

Frattanto sul tavolo s’accumulano libri e libri sulla Shoah e sul Giorno della Memoria. Da sempre contrario alle proposte avanzate dal direttore del Teatro Comunale di Ferrara, Moni Ovadia, sulla settimana delle Memorie.

Sempre più convinto dell’unicità della Shoah, leggo e metto in relazione le pagine di Primo Levi raccolte nel volume: Così fu Auschwitz. Testimonianze 1945-1989 con Leonardo De Benedetti, con la nuova edizione di una testimonianza fondamentale quale quella di Donatella Di Cesare [Qui]Se Auschwitz è nulla, Bollati Boringhieri,2022.

se auschwitz è nullaLa riflessione della Di Cesare illustre filosofa, da tempo sotto scorta per le ignobili minacce subite, prelude con un commento che spiega, se non tutto, molto sull’evoluzione del negazionismo: “Il negazionismo è una forma di propaganda politica che negli ultimi anni si è diffusa entro lo spazio pubblico coinvolgendo ambiti diversi e assumendo accenti sempre più subdoli e violenti” (ivi, p. 13).

In tal modo la Di Cesare commenta l’evoluzione nel ventunesimo secolo del negazionismo che si presenta in forma ‘politica’ : “… il negazionismo non è riducibile in nessun modo alla revisione ed è invece un fenomeno che può essere considerato solo alla luce della sua matrice complottistica” (ivi, p. 36), così che “Il  ‘complotto ebraico mondiale’ è il cardine del nuovo negazionismo nella sua versione più recente.” (ivi, p. 38)

Una considerazione che va tenuta ben presente nell’attuale situazione politico-economica mondiale.

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gioco dell'oca

Mattarella, Draghi e il Gioco dell’oca dei partiti

 

Quel giorno Luigi Pintor superò se stesso: “Non moriremo democristiani”, così titolava la prima pagina del manifesto il 28 giugno 1983. La DC aveva sostanzialmente perso le elezioni politiche e, per la prima volta dal lontano 1948, la Sinistra (allora esistevano ancora il PCI e il PSI) poteva sperare di andare al governo, scalzando il lunghissimo dominio scudocrociato.
Non andò cosi. A sbriciolare la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista ci pensò una decina di anni dopo Mani Pulite, mentre il PCI aveva già perso nome, simbolo e direzione politica dopo la Caduta del Muro di Berlino.

La fine dei vecchi partiti portò in scena una nuova classe politica. Nuovi partiti e nuovi leader (figli senza passione e senza memoria, quindi peggiori dei padri) che avrebbero dovuto aprire una era diversa ed inedita nella nostra storia repubblicana. Perciò si parlò tanto di “Seconda Repubblica”, e quindi, nei decenni a seguire, di Terza o Quarta Repubblica.
Anche questa volta, non andò così. Siamo rimasti alla Prima Repubblica.

O meglio, alla infinita, mortificante, sgangherata agonia della Prima Repubblica. Intanto, ci sono passati sotto gli occhi (e sulla schiena) molte stagioni. “Gli anni di panna montata” di Bettino Craxi. La discesa in campo del Cavaliere Azzurro e il suo sogno di Stato-Azienda. L’utopia qualunquista di Beppe Grillo. Il bonapartismo di Matteo Renzi. Il populismo pecoreccio di Matteo Salvini. Infine, dopo alcune prove generali, i tecnici hanno sostituito i politici, diventando essi stessi politici. Più politici dei politici. Non è forse un politico Mario Draghi?

Siamo a oggi, o appena a ieri. A quella indegna settimana di accordi mancati, veti incrociati e candidati bruciati. Giorni e notti per cercare inutilmente l’intesa su un nome da votare come Presidente della Repubblica. Ognuno ha mosso le proprie pedine, come in un grande Gioco dell’oca… per ritrovarsi poi, tutti insieme, alla casella numero uno. Mattarella presidente e Draghi a capo del governo.

Tutti (apparentemente) felici e contenti. Ma nessuno ci crede. La crisi dell’Italia dei partiti è ormai conclamata e irreversibile. Non comandano nel governo, nel parlamento, nel Paese. E non comandano nemmeno i loro governatori e i loto deputati. Iscritti, militanti e simpatizzanti si sono ridotti all’osso.
Dietro il paravento del povero Mattarella e lassù, sopra i partiti, governa Draghi e la sua squadra. A lui, l’ha detto chiaramente in conferenza stampa, sarebbe piaciuto tanto fare il Presidente della Repubblica, ma ci proverà di nuovo e con più chances fra un annetto.

Intanto, l’unico vero vincitore del grande gioco dell’oca, complice la pandemia, è proprio Mario Draghi, l’uomo solo al comando. Con lui, desideri e progetti dei partiti politici sono stati decisamente subordinati ai diktat dell’economia e della finanza. Con lui, anche senza un formale presidenzialismo, la Seconda Repubblica è già cominciata. E non è una buona notizia.

Ciao, sono Dory

 

Tra gli indagati nell’inchiesta sul caporalato a Foggia c’è anche Rosalba Bisceglia, moglie di Michele Di Bari, prefetto e capo del Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno (che ha rimesso il mandato a seguito dell’inchiesta).

Bisceglia è accusata di avere usato nella propria azienda agricola lavoratori sottopagati attraverso un “caporale” Brutto, se dovesse essere provato: la moglie di un gestore dell’immigrazione per conto dello Stato che sfrutta manodopera immigrata e sottopagata per i suoi ettari.  “Chiediamo che il ministro dell’Interno riferisca immediatamente in Parlamento”, ha tuonato Salvini, rivolgendosi a chi ha preso il suo posto al Viminale, la ministra Lamorgese. Peccato che a nominare Di Bari non sia stata Lamorgese, ma Salvini.

 

“Lo ricordo come fosse ieri. Certo, non ricordo molto bene ieri.”
Dory, il pesce chirurgo

 

 

cavallo ronzino bontà

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La Bontà

 

Nell’epoca dei social è ancora possibile parlare di ‘Bontà’? Non quella che reclamizza la chiesa (cattolica o no), ma quella che sul campo agisce per aiutare il prossimo.

Conosco un gruppo di donne. Sono sorelle e non solo metaforicamente ma fisicamente, ognuna con il proprio lavoro e i propri interessi. Di una di esse – sono cinque – mi reputo amico fraterno. Tutte, con una parola che appare scontata, svolgono la loro attività in modo serio e responsabile.

Ma quelle donne, quelle amiche, nel momento del bisogno sono sempre presenti sia per portare medicine, che per confortare, che per aiutare con gioia e con leggerezza in situazioni pesanti. Molti le conoscono: taccio il nome perché probabilmente non vorrebbero che venisse divulgato, ma a loro da parte mia e della mia famiglia va un sentito grazie!

Non sono un bacchettone, ma certo la vicenda di Morisi mi ha lasciato a dir poco perplesso. Allora è vero che La Bestia agiva confondendo casi privati e pubblici? Vedo quel viso palliduccio che, con un sorriso imbarazzato, o almeno pare, sembra seguire la furia da lui provocata del suo ‘Capitano’, i cui gusti sessuali sono totalmente diversi da quelli del suo ex guru.

La noia ti afferra alla gola. Ecco Sarkozy, ecco lo zio di Salman, ecco i femminicidi, ecco gli incidenti sul lavoro. Perfino Greta ha perso smalto. Che resta allora? Ritrovare nella cosiddetta ‘cultura’ il senso profondo di una speranza che non tutto è e sarà perduto.

sukkahL’avvenimento, che più mi ha coinvolto nella settimana passata, è stato La festa del libro ebraico che si è svolto sul tema della casa dal 23 al 26 settembre. Una serie d’incontri quasi tutti svolti sotto la sukkah [Qui], la mitica tenda che ospitò gli ebrei in fuga.

Gli incontri e i relatori sono stati di primaria importanza: da Luciano Canfora [Qui], che ha parlato da par suo del suo ultimo libro, Il tesoro degli ebrei. Roma e Gerusalemme Laterza 2021, alla presentazione del libro Il merito dei padri Storia de La Petrolifera Italo Rumena 1920-2020, che racconta la storia di una famiglia, gli Ottolenghi e di una impresa. Guido Ottolenghi ha dialogato con Romano Prodi moderati dall’eccellente futuro rettore di Unife la professoressa Laura Ramaciotti.

La mia attenzione però si era naturalmente diretta alla presentazione del libro della carissima amica Edith Bruck [Qui], Il pane perduto, La nave di Teseo, 2021 vincitore del premio Viareggio e dello Strega giovani. Rivederla seppure in streaming mi ha commosso profondamente e per qualche minuto abbiamo parlato di un tempo irripetibile, gli anni Ottanta del secolo scorso, quando orgogliosamente portavo a pranzo o a cena le due donne più affascinanti di quel momento: Elsa Morante e Edith Bruck.  

Le giornate si sono concluse con la presentazione del volume di Eshkol Nevo [Qui], Tre piani, da cui è stato tratto il film di Nanni Moretti sicuramente non eccelso. Come al solito si è discusso sulla liceità o possibilità di tradurre in film un’opera letteraria con esempi famosissimi, di cui rimane nella memoria solo quella che a mio parere ha raggiunto la qualità del libro: Morte a Venezia di Thomas Mann ridotto in film da Luchino Visconti.

L’incontro con Nevo, presentato dal collega e amico Alessandro Piperno e moderato dalla straordinaria direttrice del Circolo dei lettori di Torino, Elena Loewenthal, mi ha permesso di ricordare il tema della predestinazione con il mancato incontro in quella Israele che ancora mi aspetta, proprio con Nevo, a casa di Massimo Acanfora e Simonetta della Seta. Una vicenda che ha a che fare con il mistero, che ancora non voglio svelare, se la mia ascendenza è siglata da un nonno naturale ebreo.

Del folto pubblico intelligentemente guidato dal presidente Dario Disegni e dal direttore del MEIS Amedeo Spagnoletto era perlomeno curiosa l’assenza di gran parte delle Associazioni culturali ferraresi, salvo la costante presenza della Direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea Anna Quarzi. 

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mimmo lucano

Chi ha lasciato solo Mimmo Lucano?

 

La condanna in primo grado a 13 anni e 2 mesi di Mimmo Lucano ha spaccato in due l’Italia. Esattamente come era successo quando il modello di solidarietà che il Sindaco di Riace aveva applicato nel suo paese era stato interrotto dall’intervento dell’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e dall’operazione “Xenia” avviata della Procura di Locri.

Una sentenza assurda, abnorme, punitiva (la stessa Pubblica Accusa aveva proposto una condanna a di ‘soli’ 7 anni e 11 mesi) che oggi assume un valore politico generale, Centrodestra e Centrosinistra hanno già incrociato le armi. Un valore (e un clamore) quindi che travalica la grande ingiustizia cui è stato vittima l’uomo Mimmo Lucano. Se infatti l’ex sindaco e il ‘modello Riace’ erano diventati il simbolo di una strada solidale per affrontare il tema delle migliaia di migranti che continuano ad arrivare  in Italia, questa sentenza suona come un secca smentita di quel modello. E insieme uno sberleffo a tutte le donne e gli uomini che in tutta Italia si impegnano nell’accoglienza e nella solidarietà

Io però mi sono fatto, e vorrei fare a voi, una domanda imbarazzante. Perché Mimmo Lucano è stato ‘punito’ così duramente? Quale clima ha reso possibile che Mimmo, e insieme a lui l’accoglienza e la solidarietà, fossero condannate?

Mentre il Centrosinistra governava nel Governo Conte 2, e oggi nel Governo Draghi, la legislazione e la normativa in tema di immigrazione (quella del Decreto Minniti, e incrudelita dalla Lega dei respingimenti) è rimasta più o meno quella di prima: solo qualche limatura.

Per non turbare gli equilibri – ma la versione ufficiale è: “il momento non è favorevole” – né il Pd né nessun altro ha voluto aprire una pagina nuova nella gestione dell’immigrazione e dell’accoglienza. Basta parlare con qualche operatore impegnato a uno sportello di assistenza agli immigrati per capire come oggi sia ancora più difficile: permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, alloggi, lavoro…

E ancora: né il Pd né nessun altro partito o partitino si è battuto seriamente per riaprire la via della immigrazione legale. E nessuno si è impuntato sulla Ius Soli. Una dichiarazione tipo: “O si fa la legge o me ne vado dal governo!”.  Macché, solo parole. Quelle famose di Bersani. Quelle di Renzi (sicuro, c’era anche nel suo programma, in fondo in fondo, ma c’era anche la ius soli). Quelle di Enrico Letta 1, effimero presidente del Consiglio. Fino a quelle, recentissime, di Enrico Letta 2, segretario di partito.

Ma il clima di non attenzione non riguarda solo i partiti. C’è la stampa mainstream e tutti i canali televisivi che di immigrati e immigrazioni si sono stufati. Se non c’è un bel naufragio – e nemmeno quello merita più la prima pagina – di immigrazione e accoglienza nei media non c’è più traccia.

E infine ci siamo noi tutti. Quel movimento che alcuni anni fa aveva alzato la voce, oggi, già prima dell’avvento del Covid, da circa 3 anni sembra disperso in mille rivoli, muto, incapace di farsi sentire, La battaglia in nome dell’accoglienza, dei diritti umani, della solidarietà, dei bambini “tutti italiani” si è persa per strada. Poteva, doveva essere una spina nel fianco, un pungolo per ottenere risposte concrete dalla politica e dal parlamento. Così non è stato. E la politica si è occupata d’altro

La conclusione è amara. Non diamo tutta la colpa ad un giudice forcaiolo. E nemmeno al solito Matteo Salvini. La verità è che Mimmo Lucano è stato lasciato solo. I partiti di sinistra e dintorni, ma anche noi che andavamo in piazza per Mimmo Lucano con le bandiere della solidarietà, non abbiamo difeso la sua e la nostra utopia.

Cover: l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano nel 2018 – Fotogramma 

VENERDI’ 24 SETTEMBRE, MATTEO SALVINI IN VISITA A CENTO

Matteo Salvini sarà a Renazzo, venerdì 24 settembre, per ribadire il sostegno del centrodestra unito a Fabrizio Toselli ed al suo progetto per Cento. «Un progetto che non prevede cittadini di serie B, per questo Salvini visiterà la frazione, perché l’attenzione della Lega per le periferie e le loro esigenze rimane una priorità». A dirlo è il coordinatore locale del Carroccio, Luca Cardi, che invita la cittadinanza all’appuntamento di venerdì pomeriggio, alle ore 15, nella splendida cornice di “Villa Chiarelli”, in via Vespucci 6 a Renazzo. «Un incontro nel quale vogliamo stimolare un confronto tra imprenditori, associazioni di categoria e cittadini, nella convinzione che Cento abbia ancora bisogno di una guida seria e affidabile, come quella del sindaco Toselli, non di una sinistra radicale o di progetti solo apparentemente civici, facendo perdere importanti opportunità al nostro territorio, che rischierebbe altrimenti di essere tagliato fuori da tutto». Dopo la visita del sottosegretario Molteni al Parco delle Rimembranze e l’incontro col ministro Giorgetti, insomma, stavolta sarà il turno di Matteo Salvini, che arriverà in città «per sostenere la squadra della Lega e il sindaco Fabrizio Toselli – ribadisce Luca Cardi – che è l’unico candidato di centrodestra. Oggi come non mai – continua – il voto utile è quello alla Lega: Cento ha bisogno di continuità, non di dilettantismo e approssimazione. Invitiamo i cittadini che credono in una città migliore a partecipare all’evento». Al termine dell’incontro pubblico, sarà offerto un rinfresco ai partecipanti. Per ragioni organizzative è consigliata, ma non obbligatoria, la prenotazione inviando una mail a legacento@gmail.com.

Voghera: dei delitti e delle pene

 

Sarebbe stato molto più semplice intitolare questo articolo “Lo sceriffo di Voghera”, nuovo topos che sostituisce la famosa casalinga, o “Lo sceriffo di Ferrara”, visto il rimando quasi automatico che la vicenda di Voghera compie alla dotazione di pistole Glock che l’assessore alla sicurezza del Comune di Ferrara riserva ai vigili urbani, accompagnata da una “formazione” e da un “addestramento” talmente ridicoli da generare lo stesso effetto del consegnare una scuderia di Formula Uno in mano a un gruppo di ragazzi con il foglio rosa. Ma sono titoli ormai “bruciati” dai social. Abbiamo preferito allora un titolo letterario, in direzione ostinata e contraria rispetto alla nuova onda della giustizia fai da te, che autorizza un assessore alla sicurezza che insegna, udite bene, diritto penale alle scuole di polizia a girare per la pubblica piazza con una rivoltella carica e senza sicura in tasca. Il video della pubblica sorveglianza: (https://www.open.online/2021/07/22/voghera-video-lite-assessore-adriatici/)mostra l’assessore Adriatici che riceve un pugno dalla persona poi uccisa e cade a terra, ma non mostra i momenti successivi. Si tratta di un video che, suppongo, possa peggiorare la posizione processuale dell’Adriatici: perchè intanto fa dedurre che lo sparo non parta per “errore” (come lui sta affermando), e poi che trascorrano dei secondi tra il pugno ricevuto e lo sparo, il che quindi escluderebbe anche la difesa istintiva e farebbe propendere per una reazione chiaramente successiva e non “contemporanea”.  Tuttavia il processo fatto sui media è un’altra di quelle cose (odiose) sulle quali arriveremmo ultimi. Tanto, Adriatici è già stato condannato dalla sinistra perchè è un leghista che ammazza un marocchino, ed è già stato assolto dalla destra perchè è un leghista che ammazza un marocchino.

Il punto focale è un altro. Adriatici parrebbe non essere un fanatico. La sua vita, anche professionale, testimonia di uno studio del diritto penale che lo porta ad insegnare ai poliziotti la natura di “extrema ratio” della difesa violenta, con conseguenze che lui stesso, nelle sue lezioni, non esita ad inquadrare nel possibile “eccesso colposo di legittima difesa” o addirittura nell’omicidio volontario. Inoltre Adriatici detiene un regolare porto d’armi per difesa personale, quindi nulla di illegale – per quanto appaia singolare la motivazione di “difesa personale” associata alla sua attività di amministratore pubblico di una cittadina. E’ vero, alcune testimonianze raccolte in città lo definiscono come uno che si è costruito un’immagine da tutore dell’ordine “cinematografica” nella quale ama sguazzare, ma questo non basta per farne un pazzo. Ed è proprio questo il punto. Se uno come Adriatici si mette a girare in piazza con una pistola carica in tasca non potendo sapere prima, ovviamente, che gli arriverà un cartone sul muso da un dropout magrebino con fama di molestatore (ma non di violento), quale idea, quale rispetto intimo si potrà presumere che costui porti nei confronti della disciplina (la legge penale) che insegna ai poliziotti? Quale livello di inefficienza e di inutilità uno come Adriatici attribuisce alla risoluzione per via democratica e civile dei delitti, se passa le giornate con una rivoltella carica in tasca? Che grado di fiducia ripone nella materia che dovrebbe insegnare agli altri? Zero, io credo. Attenzione, però: Cesare Beccaria, in un passo del suo “Dei delitti e delle pene”, parla della funzione di deterrenza che egli attribuisce al possesso di armi da parte dei “buoni”, quando afferma: “Falsa idea di utilità è quella che sacrifica mille vantaggi reali per un inconveniente o immaginario o di troppa conseguenza, che toglierebbe agli uomini il fuoco perché incendia e l’acqua perché annega, che non ripara ai mali che col distruggere. Le leggi che proibiscono di portare armi sono leggi di tal natura; esse non disarmano che i non inclinati né determinati ai delitti, mentre coloro che hanno il coraggio di poter violare le leggi più sacre della umanità e le più importanti del codice, come rispetteranno le minori e le puramente arbitrarie, e delle quali tanto facili ed impuni debbon essere le contravvenzioni, e l’esecuzione esatta delle quali toglie la libertà personale, carissima all’uomo, carissima all’illuminato legislatore, e sottopone gl’innocenti a tutte le vessazioni dovute ai rei? Queste peggiorano la condizione degli assaliti, migliorando quella degli assalitori, non iscemano gli omicidii, ma gli accrescono, perché è maggiore la confidenza nell’assalire i disarmati che gli armati.”. Si tratta ovviamente di frasi che vanno contestualizzate al periodo in cui furono scritte, un periodo in cui il delitto veniva commesso e punito con modalità che sono appunto quelle che poi Beccaria vuole superare, quando nello stesso testo parla di “certezza e prontezza della pena” come degli strumenti di deterrenza massima, in un frangente nel quale evidentemente sia la certezza che la prontezza latitavano. Del resto il libretto di Beccaria non è diventato un pilastro della tesi sulla libera circolazione delle armi, ma la pietra miliare dell’idea illuminista del delitto come danno inferto alla società, e non come peccato; come rottura del “contratto sociale” e non come insulto a Dio; e della idea della pena come retribuzione e deterrente che necessita non tanto di essere intensa (da qui l’opposizione alla pena di morte), ma pronta, certa e proporzionata all’offesa.

Trovo quindi che lo spaventoso retroterra di azioni come quella dell’assessore alla sicurezza di Voghera, nuovo mostro-eroe delle prime pagine, sia rintracciabile (anche) nella progressiva scomparsa di fatto dei tre elementi cardine del sistema penale nato dall’illuminismo: certezza, prontezza e proporzionalità della pena. Scomparse queste, rimangono le armi in mano ai “buoni”, ed un futuro ancora più spaventoso nel quale la giustizia tornerà ad essere un affare privato nelle mani di individui sprovveduti, sia culturalmente che tecnicamente. Fatti come questo, depurati dagli elementi spettacolari di scandalo mediatico, testimoniano dello stato di grave deperimento in cui versa il nostro sistema giudiziario.

maschere nomi cognomi soprannomi

DIARIO IN PUBBLICO
Nome, cognome, soprannome

 

Nella diuturna fatica di scoprire pregi e difetti del popolo attraverso la stancante ma istruttiva visione dei programmi televisivi più conosciuti e frequentati ho scoperto che l’intervistato o l’intervistatore, per esibire la frequentazione e l’amicizia con qualche personaggio pubblico, sfoderano il nome di battesimo del suddetto. Il gioco sta nel proporre anche ai miei 5 lettori il nome di battesimo a cui dovranno aggiungere il cognome. Chi batte ogni primato è senza dubbio

Vittorio

E di ruota:

Matteo 1

Matteo 2

C’è chi invece mantiene la dizione del solo cognome, come la Meloni, in quanto, anche se ha scritto un libro per ribadire che si chiama Giorgia, non può adottarlo come segno di intimità televisivo-politica, perché quel nome è già occupato da una cantante pop.

Comunque la dizione nome+cognome ancora resiste con buoni risultati presso i politici, a cominciare dal capo dello stato, che correttamente viene indicato in quella dizione: Sergio Mattarella, come pure Dario Franceschini chiamato talvolta Dario dal suo concittadino Vittorio o Enrico Letta per il fatto che nella storia un solo personaggio ha diritto di essere chiamato solamente Enrico. Vale a dire Berlinguer.

Più complesso il caso dell’unicità del cognome che, secondo la prassi accademica, diviene oggetto di stima e/o di lavoro, indicando col cognome l’opera. Naturalmente la riflessione si svolge nell’ambito a me congeniale, ma è particolarmente diffusa nel ramo scientifico, economico, medico. Allora senza dubbio è normale chiamare Caretti, Binni, Spini, Preti, Nencioni, Varese….usati spesso con l’articolo per indicarne l’opera: il Sapegno, il Longhi, la Barocchi, la Gregori. Se figli o parenti prossimi, seguono la stessa strada, ecco allora la necessità di distinguerli attraverso la dizione nome+cognome: Valdo Spini, Stefano Caretti, Lanfranco Binni, Ranieri Varese, Federico Varese, Marina Varese, Federica Varese.

Ma l’ansia di intimità condivisa nella pronuncia del solo nome di battesimo diventa un vero e proprio esercizio di conquista, che Alessandro di Battista – questa settimana doppiato da un Crozza sublime – esercita nella presentazione ansiolitica della sua ultima fatica (si fa per dire) letteraria Contro. A un severo Bersani che dialoga con lui non risparmia un sospiroso ‘Pier Luigi’, che viene accolto da un improvviso colorito (rabbia? emozione?) più acceso dell’interpellato.

Non ho mai preteso o voluto un riscontro di compartecipazione nel nome di battesimo tra lo stuolo davvero notevole delle persone in qualche modo famose che ho incontrato nella mia non breve vita. Solo a tre ho osato pretendere l’uso del nome senza il cognome: Cesarito, Elsa, Giorgio. Il primo, che ho conosciuto attraverso la frequentazione diuturna dal 1956, lo interpello con quello che per gli amici era un affettuoso appellativo. Si tratta naturalmente di Cesare Pavese. Ma qui si va oltre una conoscenza immemoriale, in quanto quel cognome viene usato anche nelle ricordanze tecniche se, come qualcuno sa, la mia mail comincia con ‘gianpavese’. L’altra, a cui si è affidata la parte più intima della mia vita, è la Morante, che da sempre per me era e rimane solo Elsa; infine Giorgio non può che essere Bassani, amico in ogni senso e di cui ancor oggi divido con Portia Prebys la curatela del Centro ferrarese a lui dedicato. C’è poi la frequentazione, ancora una volta accademica, che fa sì che ‘l’Ariani’ sia il carissimo amico Marco, studioso di fama mondiale, oppure nel gioco delle parti la scherzosa polemica fiorentino-ferrarese tra le due Dolfi, Anna e Laura, che in altri tempi insegnavano alla mia nipote Alessandra in vacanza in Versilia che, per essere nel giusto, mai doveva pronunciare alla ferrarese ‘le Dólfi’ ma ‘le Dòlfi’, scatenando utili ed esilaranti polemiche.

A proposito dei soprannomi la cautela è d’obbligo, diventando di solito il soprannome un giudizio critico. Così, se ad un pronipote particolarmente dotato di interessi culturali viene dato quello di ‘Sapientino’, questo diviene sigla di riconoscimento nella comunità familiare.
Altro valore ha l’uso di soprannomi, che determinano un rifiuto dell’attività svolta da chi ne viene investito. Uno per tutti: ‘Naomo’, che dall’ambito ferrarese si dirama anche a livello nazionale. Oppure la dizione tipica del linguaggio regionale o provinciale. Si pensi al nome ‘Alan’ pronunciato con la palatale, come è d’uso dalle nostre parti.

Concludo questo diario spiegando le ragioni ben più profonde che mi hanno indotto a questo esercizio e che si riferiscono al conflitto israelo-palestinese. Nomi di popoli, nomi di guerre. Nomi che dietro si trascinano la Storia e che ci turbano, ci includono, ci frustano in quanto dietro ogni nome si cela la realtà: una realtà mai univoca.

 Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

SCHEI
Naufragio universale

In Italia, il terreno che ha consentito al disastro culturale di massa di mettere solide radici ha avuto come nutriente essenziale la televisione commerciale, il cui protagonista indiscusso è stato Silvio Berlusconi. Quello che gli italiani hanno premiato è stato “l’uomo che si è fatto da solo”, l’abile imbonitore, il barzellettiere sempre a caccia di gnocca (lo cito: “Stamani in albergo volevo farmi una ciulatina con una cameriera. Ma la ragazza mi ha detto: “Presidente, ma se lo abbiamo fatto un’ora fa…”. Vedete che scherzi che fa l’età?”), l’imprenditore capace di costruire un impero editoriale “dal nulla”, il non essere un “politico di professione”. Quello che gli italiani hanno messo sotto il tappeto sono le origini della sua iniziale fortuna.
Cito Wikipedia sulla Banca Rasini, di cui suo padre era funzionario: “… la banca è un punto di incontro di capitali lombardi (principalmente quelli della nobile famiglia milanese dei Rasini, proprietaria del feudo di Buccinasco) e palermitani (quelli provenienti da Giuseppe Azzaretto, uomo di fiducia di Giulio Andreotti in Sicilia)….Nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi (padre di Silvio) ratifica un’operazione destinata ad avere un peso nella storia della Rasini: la banca acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figurano nomi destinati a divenire famosi, come Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus”.
La protezione della mafia, Berlusconi l’ha cercata anche in concomitanza della sua discesa in politica; l’ha ottenuta attraverso il plenipotenziario siciliano Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per essere stato ritenuto il mediatore del patto di protezione tra Berlusconi e Cosa Nostra, condannato a 12 anni in primo grado nel processo sulle presunte intese tra Stato e mafia, indagato per le stragi del 1993 con il sodale storico.

Quello che gli statunitensi hanno premiato di Donald “Rockerduck” Trump è stato “l’uomo che si è fatto da solo”, l’abile imbonitore, l’arrapato sempre a caccia di gnocca (cito lui: “sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto. Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto. Afferrale dalla figa. Puoi fare tutto”), l’imprenditore capace di costruire torri, grattacieli e casinò, il non essere un “politico di professione”. Quello che gli statunitensi hanno messo sotto il tappeto sono le origini della sua fortuna, la protezione della mafia.
Cito Roberto Saviano: “Nei primi anni ‘80 Cosa Nostra americana gonfiava il prezzo del cemento e bloccava con scioperi i cantieri che non pagavano tangenti. Il calcestruzzo continuò ad arrivare in grande quantità e senza ritardi solo nei cantieri di Donald Trump. Come mai? Perché Trump poteva contare su un asso nella manica: Roy Cohn, un avvocato che oltre ai suoi interessi curava anche quelli di Anthony «Fat Tony» Salerno (capo della famiglia mafiosa dei Genovese) e Paul Castellano (capo della famiglia Gambino), due dei boss accusati dalle autorità federali di gonfiare il prezzo del cemento. Grazie all’intercessione di Roy Cohn, i cantieri di Trump venivano esclusi dagli scioperi dei sindacati,…Trump ha sempre fatto affari con mafiosi. Nel 1984 affidò i servizi elicotteristici dei suoi casinò a una società di proprietà di Joe Weichselbaum, un uomo con precedenti per furto d’auto e appropriazione indebita, che l’anno dopo sarebbe stato incriminato per traffico di droga: utilizzava i suoi velivoli per trasportare cocaina colombiana. … A metà degli anni 2000 il suo partner in importanti progetti immobiliari, tra cui un grattacielo Trump a Soho, era Felix Sater, figlio di un boss della mafia russa di Brooklyn, reo confesso di una truffa azionaria da 40 milioni di dollari realizzata con le famiglie mafiose Genovese e Gambino. Nel 2007 si fece fotografare alla posa della prima pietra del grattacielo Trump a Toronto con il suo socio nell’affare, Alex Shneider, divenuto magnate dell’acciaio in Ucraina dopo la caduta dell’Unione Sovietica e genero di Sergej Mikhailov, il più potente boss della mafia di Mosca”.

Le analogie tra i percorsi (compresa la “discesa in campo” per sfuggire ai guai giudiziari), l’essere divenuti star televisive, il parallelo consenso popolare raggiunto, la incredibile rimozione dal dibattito pubblico della loro alleanza con il potere criminale, rendono quasi naturale un parallelismo nella parabola dei due tycoons. Anche il controllo dei media li accomuna. Purtroppo i grandi media diventano indipendenti dal potere solo quando sta crollando. Infatti la CNN ha oscurato un farneticante Trump, Presidente in carica, mentre sproloquiava senza alcuna prova, a spoglio in corso, sul fatto che la vittoria di Biden era frutto di brogli e illegalità. Una censura della fake new senza precedenti. In Italia non è mai successo, ma nemmeno negli USA sarebbe successo se Trump non stesse cadendo dal trono (mentre scrivo la vittoria di Joe Biden non è ancora matematica, ma quella che appare certa è la sconfitta di Trump).

Spiace semplificare proprio mentre si parla dell’eccesso di semplificazione. Tuttavia sono persuaso che la diffusione massiva di una cultura orizzontale, prima attraverso le tv e poi i social media, abbia contribuito in misura decisiva a formare una “opinione pubblica” completamente piatta, incapace di scendere sotto la superficie ingannevole e pacchiana delle cose. L’analfabetismo funzionale è definito dall’Unesco come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Secondo un recente studio dell’OCSE, il 28% degli italiani tra i 18 e 65 anni è un analfabeta funzionale. “Più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta”, ha detto alcuni anni fa l’illustre linguista Tullio De Mauro.

La riduzione della base culturale è un paradosso, se pensiamo alla potenzialmente infinita possibilità di raccogliere, selezionare e collegare fonti di informazione, mai esistita in passato. Questa democratizzazione dell’ignoranza è un fatto drammatico, che ha conseguenze tragiche sulle fondamenta delle democrazie. Succede infatti che una relativa minoranza (ma enormemente numerosa) di esseri umani facenti parte dell’elettorato attivo, esercita questa funzione abbeverandosi a informazioni false, che non è in grado di battezzare come false e che non approfondisce oltre al titolo. E poi va a votare. Prima che il mio ragionamento sia bollato come elitario o provocatorio, vorrei rimarcare, di nuovo, che una minoranza (molto numerosa) di persone condiziona con le sue scelte “politiche”, basate su una sottocultura fake, la vita della maggioranza delle persone. Come se la loro visione del mondo fosse fondata sulla lettura di un continuo Lercio (il più famoso fabbricatore satirico di fake news), cui esse si abbeverano però del tutto inconsapevolmente. In democrazia vince la maggioranza, ed io, come altri, mi sto ponendo la domanda (nient’affatto provocatoria) se la democrazia debba essere intesa, a questo punto, solo come una questione di numeri.
Il suffragio universale, ovvero il principio secondo il quale tutti i cittadini di età superiore ad una certa soglia, in genere maggiorenni, senza restrizioni di alcun tipo a partire da quelle di carattere economico e culturale e altre quali censo, etnia, grado di istruzione, orientamento sessuale e genere, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche, amministrative e ad altre consultazioni pubbliche, è stato una conquista fondamentale della vita democratica. Adesso lo diamo per scontato, ma fino al 1893 non lo è stato in nessuna parte del mondo, e molte nazioni lo hanno introdotto nel ventesimo secolo. David Harsanyi, scrittore e giornalista per il Washington Post, ha detto: “se non hai la minima idea di ciò che ti sta intorno, hai anche il dovere civile di non soggiogare il resto di noi alla tua ignoranza“.
La soluzione non è semplice: però non comprendo per quale ragione esistano dei test da superare per accedere alla cittadinanza di un paese, e non possa essere concepito un test che non definirei nemmeno culturale, ma cognitivo, di base il cui superamento condiziona la possibilità di votare per chi ci deve governare. Se non ci poniamo seriamente questo problema, temo che il tramonto di potenti come Trump e delle loro cheerleaders (come l’Independent ha definito l’ormai indefinibile Matteo Salvini) sarà fenomeno effimero, e preluderà all’alba di personaggi ancora peggiori.

UN VOTO “TRA VIRGOLETTE”
Mentre gli italiani vogliono tornare alla normalità

È stato detto che quella del 20 e 21 settembre è stata fra le prime chiamate alle urne in Europa dopo la terribile ondata pandemica e, nonostante i timori della vigilia, tutto pare si sia svolto nella normalità.
Non era per nulla scontato; meglio così e bravi tutti. Una volta tanto l’Italia ha dato prova di non ispirarsi al modello Cialtron Eston.
Ma sono i risultati a tenere banco nel dibattito pubblico.

Si potrebbe dire che sia stato un voto complessivamente tra virgolette.

Per prima cosa, il quasi 70 a 30 dei sì al referendum costituzionale è un esito che non ammette distinguo. Ma solo tra virgolette, perché è ancora presto per valutare le conseguenze della riduzione di onorevoli e senatori, congiuntamente al progetto di riforma elettorale in discussione in Parlamento. Un sistema proporzionale che, come detto da Roberto D’Alimonte in audizione della Commissione affari costituzionali a Montecitorio lo scorso 24 giugno, “priva gli elettori della possibilità di decidere chi governa e lascia i partiti liberi di decidere a piacimento con chi allearsi dopo il voto”.

Se si pensa che questo cambiamento è voluto principalmente dal partito che ha fatto della democrazia diretta la propria stella cometa, altro che tagli alla casta verrebbe da dire. Il problema è che i pentastellati non sarebbero i soli ai fornelli a condividere questa ricetta e allora staremmo per assistere a un solenne ritorno delle segreterie di partito.

Ricapitolando: da una parte si esulta per un taglio storico delle poltrone in una ritrovata sintonia del Palazzo con la volonté dei cittadini, dall’altra il simulacro di armonia è destinato a mostrare intatto il fossato, perché i nuovi parlamentari più che eletti saranno pienamente nominati. Con competenze, capacità e attaccamento al territorio che è facile lasciare immaginare, per collegi elettorali nel frattempo diventati come delle siberie.

Un minuto dopo l’esito del voto referendario, qualcuno ha gridato alla conseguente illegittimità dell’attuale Parlamento, sovradimensionato secondo la riscritta norma costituzionale. Conseguenza del verbo dal sen fuggito sarebbe stata l’invocazione di elezioni anticipate (prima del semestre bianco, durante il quale il Presidente della Repubblica non può sciogliere le camere), se evidentemente non fosse stato ricordato all’irruenza di prevalente marca padana, che non si è mai visto un tacchino chiedere di anticipare il Natale.

A proposito di irruenza padana, Matteo Salvini ci sta facendo una capa tanta col cartello con sopra scritto: “Da 46 a 70 consiglieri regionali”, per celebrare la vittoria della sua Lega alle regionali. Qui le virgolette sono d’obbligo e basterebbe fare la somma: era stato lui a porre l’asticella elettorale su un punteggio tennistico (6 a 1), se non un 7 a zero, mentre è finita 4 a 3; perde prima la sfida in Emilia-Romagna e perde anche in Toscana nonostante stavolta non sia andato per citofoni in campagna elettorale; la stratosferica affermazione di Luca Zaia in Veneto (73,5%) è il risultato di una lista personale che è quasi tripla rispetto ai voti del partito e la Lega, in generale, esce dalle regionali con un 13,1 rispetto al 33,1 delle Europee 2019.

Oltre alle virgolette, si può dire che la formazione leghista a due punte per fare il pieno dei voti stia mostrando delle crepe, perché i risultati paiono venire più da quella di governo, mentre quella che non sa stare seduta a tavola sbaglia goal anche a porta vuota.
E qualche problema potrebbero iniziare ad averlo anche certi contesti locali in cui si è ricorso allo stesso schema di gioco.

Il problema è che li perde a destra a favore di Giorgia Meloni (vincente nelle Marche ma sconfitta in Puglia), in un rimescolamento di carte che se, da un lato, mette in crisi il modello salviniano di Lega nazionale (rispetto al ritorno di un respiro più autonomista), d’altro canto non lascia presagire un tranquillo traghettamento del popolo verde su sponde più moderate.

Per restare in paragone fluviale, si è detto che la contesa regionale ha visto un vincitore: Nicola Zingaretti.
Anche qui, però, non è campato in aria usare le virgolette. È vero che ha retto come un insospettabile argine a una bomba d’acqua da molti data in arrivo, tanto che c’era già chi si scaldava a bordo campo per l’ennesima sostituzione di segretario, ma le vittorie di Campania e Puglia avvengono con nomi che si pongono ai confini dell’ortodossia piddina.

In ogni caso, l’affermazione, si dice, dà ora fiato al ritrovato Pd per porre sul tavolo di palazzo Chigi alcuni punti con più decisione: si rincorrono gli esempi di Mes, decreti sicurezza di Salvini, ius soli…
Certo è difficile per l’alleato di governo – M5S – nascondere il tonfo regionale del 7,2 %, rispetto al 35,6 del 2018, intestandosi il 70 a 30 referendario, al cui risultato, peraltro, hanno contribuito anche quasi tutti gli altri partiti.

C’è da aggiungere, sempre in tema di virgolette, che laddove è stata messa in campo (Umbria, 2019, e ora in Liguria), sia pure a costo di non pochi mal di pancia, l’alleanza elettorale Pd-5 Stelle esce con le ossa rotte. E questo è un problema, perché è uno dei presupposti politici del governo Conte bis.

Non occorre, invece, usare le virgolette per definire il risultato di Matteo Renzi, alla prima prova delle urne. Vista l’ininfluenza del suo Italia Viva persino in Toscana, alcuni vanno giù pesante ribattezzandolo per la circostanza Italia morta.

Volendo tentare una sintesi del voto, si potrebbe dire che esce una domanda di tregua allo stato di emergenza che stringe questi tempi tribolati senza sosta.
Gli italiani sono sembrati dire che ne hanno abbastanza dell’emergenza pandemica, climatica (nel libro Terra bruciata Stefano Liberti scrive che rispetto ai 328 eventi meteo estremi del 2010 oggi se ne contano 1.665), ed economica e si sono rivolti alla politica per chiedere un po’ di normalità e tranquillità, che tra l’altro dovrebbero essere gli ingredienti essenziali per usare come dio comanda i 209 miliardi del Recovery Fund, più – se si vuole – i 37 del Mes.
Riusciranno i nostri (tra virgolette) eroi?

LA LUCE GENTILE DI BERLINGUER
Lo sberleffo leghista e il triste buio della Sinistra

Trentasei anni fa, dal palco di un comizio a Padova, Enrico Berlinguer, un fazzoletto sulla bocca a contenere il vomito, le gambe che non lo reggevano più, portava a termine con grande fatica il suo discorso, tra militanti e cittadini che gli urlavano “basta Enrico!” tentando di preservare dal male quell’uomo fragile, minuto, ancora lontani dall’idea del vuoto che avrebbe lasciato.

Salvini sogna Berlinguer: elaborazione grafica di Carlo Tassi

A distanza di trentasei anni, tale Salvini da Milano approfitta del fatto che la Lega sposterà la sede romana in via delle Botteghe Oscure per dichiarare, con l’usuale sprezzo del ridicolo, che la Lega a suo dire avrebbe ereditato i valori della sinistra di Berlinguer.
Non griderò alla lesa maestà, né mi soffermerò troppo sulla provocazione del losco figuro, che alla maniera trash tanto apprezzata dai suoi fans declama uno slogan allucinato, fraintendendo (apposta) il dato reale: cioè che anche alcuni operai ora votano Lega. Questo è il dato di fatto, la disperazione di persone che abbracciano valori di odio per paura sociale. Ma la comunicazione del figuro non si cura della realtà del dato, parte dal dato di realtà per costruire un racconto fasullo. E’ l’essenza della sua propaganda, del resto. Salvini, ad ogni modo, mi serve solo come gancio per tornare su Berlinguer, sulla sua prematura scomparsa e sul fatto che non ha lasciato eredi. Nè il losco figuro, che smetterò di citare per non dargli l’importanza che non merita, nè altri. E questa vuole essere un’affermazione seria.

Lo sgomento e il senso di perdita di milioni di persone che non lo avevano mai conosciuto, ma che piansero la sua morte come quella di un familiare amato – me compreso, ed ero un ragazzo – potevano essere riservate solo a lui e a Sandro Pertini. La stessa fisiognomica dell’individuo, la sua postura, la sua frugale eloquenza hanno esercitato un fascino collettivo la cui anomalia risiedeva nella singolare sobrietà. Infatti il culto della personalità indirizzato verso i leader di movimenti politici ispirati al marxismo sceglieva figure iconiche, retoriche, condottieri vestiti da guerrigliero, la cui scomparsa trasportava il lider maximo in un cielo empireo e generava un lascito mitologico depurato dalle debolezze umane sul quale, con naivetè, continuare la battaglia (unica eccezione forse Pepe Mujica).
Il carisma di Berlinguer si fondava, viceversa, anche sulla sensazione di fragilità che lo accompagnava, persino coreograficamente, quando saliva sul palco di congressi pletorici o di adunate oceaniche, rendendole docili al suo eloquio pulito, scandito ma privo di enfasi. Un insopportabile luogo comune dei politici, che vorrebbe segnalare un presunto, ridicolo disinteresse personale, recita: “non importano i nomi, importano i contenuti, non contano gli uomini, contano le idee”. Stupidaggini. Gli uomini contano eccome, e non per la banale ragione che se non esistessero gli uomini non esisterebbero le idee, ma perché la credibilità di un individuo incarna, letteralmente, un’idea, ed il seguito che riscuoterà. E quando è mancato l’uomo Berlinguer, all’improvviso, lo scarto tra l’autorevolezza della persona e il fiume delle idee che avrebbe dovuto tramandare ai suoi compagni e alle cosiddette masse è apparso incolmabile.

Berlinguer era un comunista guardato con sospetto sia a Ovest che a Est. A Ovest temevano che riuscisse ad aggirare la conventio ad excludendum che congelava il consenso comunista nel freezer delle roccaforti rosse, fino a farlo approdare al governo centrale. A Est temevano la sua eresia, il fatto che volesse coniugare socialismo e democrazia rappresentativa e si potesse portare dietro un Paese atlantico fino a slabbrare la cortina di ferro, al riparo della quale una elefantiaca nomenklatura coltivava i suoi privilegi (sarebbe stato avvincente averlo vivo durante la stagione della perestroijka di Michail Gorbacev).

Partiamo da Ovest. Quando Berlinguer, nel 1973, teorizzandola con tre articoli su Rinascita, propone una riedizione del dualismo tra Don Camillo e Peppone trasformandolo in una alleanza cattocomunista non lo fa per buttarla in commedia, ma per scongiurare la tragedia. Per evitare che la drammatica strategia della tensione in atto dalla strage di Piazza Fontana (1969) in avanti, attribuita con depistaggi agli anarchici ma frutto di una saldatura mai interrotta tra neofascisti clandestini e settori fascisti degli apparati dello Stato, sfoci in un golpe “alla cilena” con l’instaurazione di un regime autoritario e con la sospensione delle garanzie costituzionali.
Berlinguer, ovviamente, non partorisce l’idea del compromesso storico in preda ad elucubrazioni di stampo complottista.  Alcuni documenti sottratti all’ambasciatore greco in Italia (e finiti poi sulla stampa britannica) disegnavano una strategia degli Stati Uniti che, con la collaborazione del regime dei colonnelli in Grecia, intendeva radicalizzare lo scontro sociale per bloccare l’ascesa per via democratica dei comunisti italiani al governo. Non poteva essere tollerato, nel cuore del Mediterraneo, che un paese chiave del Patto Atlantico venisse governato da un partito che si richiamava alla dottrina comunista. Nonostante, infatti, la parte comunista della Resistenza avesse dato un contributo fondamentale alla scrittura della nuova Carta Costituzionale, di cui le regole di funzionamento dello Stato in termini di democrazia parlamentare costituivano nucleo centrale, gli equilibri internazionali usciti da Jalta e l’esito della (allora non conclusa) controffensiva al nazifascismo non prevedevano che l’Italia potesse avere un partito comunista al governo. La pregiudiziale antifascista di diritto su cui si erigeva la Costituzione Repubblicana copriva una pregiudiziale anticomunista di fatto, in nome della quale si muoveva un potentissimo sottobosco, solo parzialmente scoperchiato dalla magistratura ma rimasto tuttora oscuro nelle propaggini più sinistre, mostrato con mirabile capacità analitica e visionaria da Pier Paolo Pasolini nel famoso articolo “Io so”, pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974.

Facendo digerire al partito il compromesso storico (e a se stesso l’appoggio a un monocolore DC guidato da Andreotti) Berlinguer non scelse lo Stato deviato e infido che esisteva, ma l’idea di Stato che aveva in mente. Sotto questo profilo e con le debite differenze, fece una scelta assimilabile a quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che scelsero lo Stato di un futuro senza di loro, contro lo Stato presente che ne inquinava il lavoro e ne minava la reputazione e, letteralmente, le strade che avrebbero percorso.

Lo scelse, lo Stato, anche rischiando il partito, lasciando scoperta un’ala sinistra che, in alcuni suoi esponenti, divenne disperata e saldò, oggettivamente, una velleitaria idea di rivoluzione armata con le pulsioni autoritarie degli apparati deviati, uccidendo non solo Aldo Moro, ma la prospettiva da lui disegnata con Berlinguer. Di questa incredibile miopia politica i brigatisti sono stati colpevoli, quanto della barbarie umana che li ha portati a bruciarsi la vita in carcere. Così in DC venne restaurato l’ancien regime riportando in vetta gli uomini più torbidi, Berlinguer rimase orfano dell’autorevole sodale che aveva condiviso con lui la prospettiva della confluenza al governo delle due più radicate tradizioni sociali italiane, e si riposizionò quasi forzatamente sull ‘alternativa democratica’: un lavoro di più lunga lena che prevedeva di cacciare lo Scudo Crociato all’opposizione, ma che dovette fare i conti con un Bettino Craxi riottoso all’idea di un nuovo fronte popolare, che avrebbe ridotto il Partito Socialista Italiano alla subalternità verso i comunisti.

Guardiamo a Est. Berlinguer non fu impaziente di dichiarare formalmente l’autonomia del partito italiano da Mosca, in termini economici, organici e ideologici. La preparò per gradi, in modo che quando la dichiarò, nel 1980, la dichiarazione suonò nel partito come una presa d’atto e non come uno strappo del “capo”; esattamente il contrario di quanto fece Achille Occhetto, nel 1989, sull’onda – non certamente banale – della caduta del Muro.

Non fu impaziente, ma fu implacabile nel marcare il progressivo affrancamento dal giogo del socialismo reale. Glielo disse in faccia già nel 1969, a Breznev, e glielo disse a Mosca, alla presenza di tutti i comunisti del mondo: “Respingiamo il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni. In verità le stesse leggi generali di sviluppo della società non esistono mai allo stato puro, ma sempre e solo in realtà particolari, storicamente determinate e irripetibili”. Certo, c’era stata l’invasione dell’Ungheria, nel ’56, nemmeno condannata, e quella della Cecoslovacchia nel ’68, bollata semplicisticamente come un “tragico errore”, che si portò dietro la critica radicale di intellettuali di valore come Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Lucio Magri, il cui esplicito dissenso, concretizzato nella pubblicazione del giornale eretico  Il Manifesto, portò alla loro radiazione dal partito, tre anni prima che Berlinguer diventasse Segretario Generale.

In ogni caso, per chi pensa che Berlinguer sia stato troppo timido nell’accelerare il processo di autonomia dal blocco socialista: nel 1973, mentre tornava all’aeroporto di Sofia dopo uno spigoloso faccia a faccia con la nomenklatura bulgara, un incidente coinvolse l’auto a bordo della quale viaggiava. Berlinguer se la cavò con delle contusioni e la convinzione, confidata ai familiari e a Macaluso, che sarebbe stato prudente non mettere più piede in Bulgaria. Se per il Patto Atlantico Berlinguer era l’astuto e accorto gramsciano che cercava di entrare nella stanza dei bottoni dalla finestra, visto che la porta era sbarrata, per il Patto di Varsavia Berlinguer era inaffidabile, un deviazionista, un non ortodosso che da Segretario del più grande partito comunista d’Occidente minava le fondamenta del sistema. E’ probabile che avessero ragione entrambi.

Per Berlinguer austerità non era un modo di fare buon viso a cattiva sorte, visto che lo choc petrolifero ci faceva viaggiare a piedi. Era fare i conti con “l’ingresso sulla scena mondiale di popoli e paesi ex coloniali che si vengono liberando dalla soggezione e dal sottosviluppo a cui erano condannati dalla dominazione imperialistica. Si tratta di due terzi dell’umanità, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di emarginazione, di inferiorità rispetto ai popoli e paesi che hanno finora dominato la vita mondiale”. I nuovi problemi posti dai moti di emancipazione di questi popoli devono far abbandonare “l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”. A questa nuova sobrietà dei consumi, nel nome anche di un parco uso delle risorse naturali (intuizione attualissima), corrisponde un profilo etico che lo porta a stigmatizzare il nascente, onnivoro appetito dei partiti verso le istituzioni, tale da portare l’Italia ad essere dominata da un rapporto di clientela paramafioso tra chi ha bisogno di lavorare e chi tramuta in favore le opportunità, in cambio di un’adesione non ideale, ma organica al partito, che si sostituisce allo Stato non di diritto, come nelle economie della pianificazione, ma di fatto. Il suo partito non sarà affatto estraneo a queste pratiche, facendo strame della “questione morale” sollevata dal suo leader.

Berlinguer pre-vide tutto questo, ma non fece in tempo a diventare coautore di quel futuro. La sua scomparsa fu precoce ed imprevista per la sua famiglia e per un partito che, con tutta evidenza, non era preparato alla sua successione. Nemmeno Berlinguer lo era, impegnato com’era a immaginare gli sviluppi politici e a gestire le urgenze presenti nel pieno della sua, pur estenuata, vitalità. Quella scomparsa prematura apre un vuoto verticale, un vertiginoso burrone che rende tutti, all’improvviso, orfani. Orfani non solo di una personalità dal carisma quasi riluttante, ma di un armamentario ideologico e strategico che nella sua incarnazione aveva una forza persuasiva, e senza di lui appare ad un tratto sottile, privo di una sostanza che Berlinguer solo sapeva conferirgli.
Come se il marxismo senza Berlinguer non avesse più l’unico interprete capace di renderlo adatto ad interpretare la modernità, e rimanesse un’attrezzatura datata, statica, protoindustriale. Come se la “terza via” avesse un senso solo se raccontata da quest’uomo pulito, nei tratti e nei modi, e senza la sua figura ad illuminarla (con una lucetta che oggi sarebbe sicuramente ad alto risparmio energetico), la strada dell’economia del capitale diventasse troppo oscura, insidiosa, possente ed infida, e noi fossimo privi di strumenti che ci permettessero di prevederne le temibili curve.
Come se togliere la parola “comunista” dal nome del partito non significasse fare un salto ambizioso dentro il futuro liberandosi di una zavorra, ma sottrarre il peso e la consistenza originaria di quel pensiero fino a renderne deboli le fondamenta, e impalpabili i fini.
Come se l’elaborazione teorica che intendeva prendere il meglio dell’analisi marxiana e dell’esperienza socialdemocratica, saldarle e superarle entrambe, fosse in realtà il sogno di un uomo, e non un filone degno di approfondimento. Con quale motivazione essere austeri se lo scopo di una società radicalmente altra non è più l’orizzonte cui tendere? Con quale dirittura morale mantenere un disinteresse per i privilegi materiali se non si lavora per il bene collettivo, ma solo individuale o della propria famiglia?
Questa inadeguatezza dei successori nel sostituire ad un fine salvifico, quasi messianico, un orizzonte “costituzionale” di inveramento dei diritti umano, laico, ma ugualmente radicale, ha consegnato i più scafati al disincanto, al cinismo ed al piccolo cabotaggio, i meno attrezzati alla paura e all’odio. E nell’ assecondare e rappresentare queste pulsioni, che per alcuni sono l’essenza della natura umana, la destra è molto più brava.

STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE

Mi piace il mare, più in primavera e in autunno, che in estate. Almeno il mare a me vicino. C’è poca gente. Si cammina e si nuota tranquilli. Respiro meglio. È stata l’infanzia di mia nipote a farmelo apprezzare. Con lei andava bene pure in piena estate. Non è stato sempre così.

Mio padre compra un appartamentino, anni ’50, al Lido di Spina, il più meridionale dei lidi ferraresi, ancora ricco di verde e dune. Solo una volta stante l’insistenza familiare, allora studente del liceo, vado. Correttamente vestito di nero, giacca, cravatta, camicia bianca, fronte aggrottata per proteggere gli occhi dalla luce eccessiva, magra figura iettatoria, mi reco sulla spiaggia, tra corpi seminudi, unti, surriscaldati, sabbiosi. Nessuno si oppone a che torni la sera stessa in corriera. Mio padre, anni dopo lo vende, per acquistarne uno in montagna. Un cambio apprezzato.

Proprio al Lido di Spina continuo però a recarmi ogni anno, fuori stagione, in un piccolo appartamento in affitto, ora che mia nipote, giovane donna, preferisce altre compagnie a quella dei nonni. A mia moglie il mare è sempre piaciuto. E questo, anche se non è dei migliori, è pure vicino alla città. Ci sarei andato già a Pasqua, ma bisognava stare chiusi in casa. Così è stato fino alla fine di maggio. Il mio soggiorno si è ridotto. Qualcosa di buono ho ritrovato: Olga, vista nel settembre dello scorso anno. Ancora impegnata in un lavoro stagionale oltre che nello studio. Le ho inviato un piccolo video federalista, che l’incontro mi aveva suggerito. “Grazie. Mi ha fatto molto piacere”, mi ha risposto. Ho incontrato, ma una sola volta, l’amico dedito a raccogliere cocci di vetro e plastica abbandonata. Dovremmo farlo tutti. A rimarcare la peculiarità del periodo si vedono al suolo anche mascherine.

Non ho ritrovato i biacchi. C’era una tana proprio sotto la scala dell’appartamento e ho assistito ai loro amori, qualche anno fa, nel giardino sottostante il terrazzo. Da anni non tornano i gruccioni. Mancano molto. Non ricordo tafani quando c’erano loro. Non mancano invece le zanzare. Mi chiedo cosa facciano le nove specie di pipistrelli, che albergherebbero, protette, nella pineta. Mi si dice che un solo esemplare può mangiare migliaia di zanzare ogni notte. Questo dovrebbero fare e non addestrare i virus al salto di specie! Una considerazione di un bimbo, l’ho rivisto passare con la nonna anche quest’anno, me le rende, se non amiche, più vicine. L’anno scorso chiedeva alla nonna delle zanzare. “Le uova si aprono nell’acqua stagnante. Volano e succhiano il sangue per fare altre uova e poi muoiono”. “Che brutta vita!” ha commentato il piccolo.

In passato raccoglievo frasi e conversazioni di bimbi al mare. Quest’anno non ne ho avuto occasione. Solo un bimbo, in biciclino su un sentiero, al richiamo della nonna “Fermati quando arrivi alla strada”, risponde “Mi fermo quando voglio io!”. Meno interessano le conversazione degli adulti. Da segnalare una signora che informa l’amica – e chiunque si trovi a poche centinaia di metri – “L’ortopedico me lo diceva sempre Stia zitta signora”. Sembra compiaciuta. Mi trattengo dal dire “Per me l’ortopedico ha ragione”.

Dal mattino presto e a tutte le ore ci sono quelli che corrono e quelli che accompagnano i cani. Proprio sotto il mio balcone una coppia cerca di strattonare un grosso cane, che non vuole saperne, senza smuoverlo di un millimetro. “Va bene – dice la donna – andiamo al mare, solo a vedere. Il bagno non lo fai”. Il cane si avvia scuotendo il testone, “Staremo a vedere” pensa. Il marito borbotta: “Non mi piace dargliele sempre tutte vinte”. Una coppia più anziana con un cagnetto. “Per dove andiamo?”, chiede la donna. “Vediamo dove va lui”, risponde il marito. Lo seguono.

Coi cani ho da sempre un rapporto mediato da mia figlia, che non può farne a meno. Una mattina alle sette ho fatto il bagno con loro. A quell’ora solo loro e io siamo in acqua. L’acqua è trasparente. Si fa poi verdastra, fino al marrone pomeridiano. Il mattino è il momento migliore per il bagno. Nonostante la compagnia mi sento un po’ solo. Nessuno mi getta un bastone o mi fischia. Un po’ al largo schiaffeggio involontariamente una medusa. Mi ritiro precipitosamente senza conseguenze.

Un energumeno – il distanziamento osservato in spiaggia può non essere sufficiente – arringa un anziano, mite e civile signore. Per la pensione gli mancano cinque anni. La colpa è degli immigrati, che fanno arrivare genitori e nonni, ai quali siamo tenuti a dare la pensione a scapito degli italiani. L’altro gli augura di godersi la sua pensione, come lui sta cercando di fare. Son tentato di dirgli che non è così, ma uno sguardo me ne dissuade. Forse bisognerebbe avvertirlo che tanta foga potrebbe propiziargli un colpo, con conseguenze, se non mortali, fortemente debilitanti. Comunque non si è più visto nella spiaggia. Passano invece venditori di non so che, apparentemente inconsapevoli di far parte di una trama contro la pensione di un corpulento signore. Alla risposta “Non abbiamo bisogno di nulla”, replicano: “Un euro per un panino”. Che l’euro sia consegnato o no resta il disagio per una situazione che si potrebbe evitare. Non basta volerlo naturalmente, ma intanto occorre volerlo. Chissà se è passata la voglia di farsi selfie con una persona pericolosa e di pubblico scandalo, che amava sequestrare persone soccorse in mare e punire i loro soccorritori, in attesa di avere finalmente pieni poteri.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

CHIESA E CORONAVIRUS
Appellarsi alla libertà di culto nasconde altri fini. Poco nobili.

Fa discutere la sospensione delle celebrazioni liturgiche durante la pandemia da coronavirus, in osservanza ai Dpcm del governo italiano. Tanto che il tema è diventato nuova benzina nel serbatoio di chi, da tempo, sta muovendo dubia e attacchi a una Chiesa guidata da un pontificato giudicato troppo cedevole nei confronti di un mondo secolarizzato, che espelle riti e sacramenti, ossia l’essenza dell’annuncio evangelico.

Per la verità, fra le voci critiche che si sono levate, non è passata inosservata quella di Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, in un articolo su La Repubblica lo scorso 15 marzo (pubblicato e in un secondo tempo scomparso sul sito di Bose), che titolava: Coronavirus, la Chiesa non può chiudere. Parole che sono sembrate come il sale su una ferita, sulla quale si ha l’impressione che in tanti abbiano l’interesse a mettere il dito, piuttosto che curare. A cominciare, sulla sponda politica, da chi, come Matteo Salvini, si è espresso apertamente per la riapertura di chiese e celebrazioni, recitando poi in Tv L’eterno riposo insieme a Barbara D’Urso! (30 marzo).

La puntata di Report del 20 aprile scorso ha raccontato i potenti intrecci internazionali all’opera, per acuire le tensioni vaticane e preparare la successione di papa Bergoglio, evidentemente data in un orizzonte ormai breve. Personalità come il cardinale Raymond Leo Burke, le sintonie tra la Fondazione russa San Basilio il Grande, il mondo ultraconservatore cristiano statunitense e l’attivismo dell’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon, oltre al fiume di denaro (circa un miliardo di dollari), che dagli Usa sta piovendo in Europa e in Italia, per alimentare la galassia tradizionalista all’insegna della riconquista cristiana, sono gli esempi citati dalla trasmissione di Rai 3.

In una recente intervista rilasciata al giornalista Aldo Maria Valli sul sito portoghese Dies Irae (un nome che è tutto un programma), l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha detto parole in chiara continuità con questo programma: “Non lasciamoci intimidire! Non permettiamo che si metta il bavaglio della tolleranza a chi vuole proclamare la Verità!”. Una potenza di fuoco che mai come durante il pontificato di Francesco, almeno nella storia recente, sta alzando i toni di quello che a molti appare ormai un vero e proprio scontro, senza esclusione di colpi. Al punto che persino sul fronte opposto, specie nella fase  giudicata discendente dell’attuale pontificato, alcuni sembrano allargare le braccia.

Vito Mancuso, per esempio, sul suo sito lo scorso 21 aprile ha finito per ammettere: “Forse il sogno del Vaticano II si rivela alla fine quello che effettivamente è destinato a essere: solamente un sogno”. Fatto sta che, rileva il direttore della rivista dei Dehoniani di Bologna Il Regno, Gianfranco Brunelli, sul “digiuno liturgico” (le chiese chiuse e le messe senza fedeli) si sono registrate per settimane le prese di posizione di singoli vescovi, ma non della Conferenza Episcopale Italiana (Cei). Un silenzio colmato con un comunicato del 26 aprile, nel quale la Conferenza episcopale italiana conferma, in sostanza, di non poter “accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”.
È innegabile, il problema esiste, come anche quello della limitazione delle libertà più in generale. Eppure fa pensare che, proprio nel tempo liturgico pasquale di risurrezione, la riflessione biblica e teologica potrebbe aiutare a fare un po’ di chiarezza sulla questione. “Il tempo messianico – scrive Gianfranco Brunelli – non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico”. In altre parole, l’escatologia cristiana, cioè il compimento della salvezza, implica una trasformazione delle cose penultime, la storia, a partire da quelle ultime, non la loro contrapposizione. La riflessione teologica significa che la costruzione della vita ultima inizia qui e ora, a partire dalla vita di tutti. Se così è, vuol dire che la rinunzia alla vita liturgica in questa fase di emergenza in realtà non è una privazione, imposta e subita con imperdonabile debolezza, ma è l’offerta che la comunità ecclesiale fa innanzitutto per la vita di tutti. “Se si chiudono le chiese – continua Brunelli – è per la vita, nel suo significato evangelico di dono e non semplicemente per un provvedimento, pur necessario, di sanità pubblica”.

Se non si capisce questo snodo fondamentale, vuol dire che non è chiaro nemmeno il senso spirituale, biblico e teologico dell’eucaristia e della santa messa, cioè del corpo e sangue di nostro signore offerto per la vita di tutti. Dunque, non esisterebbe alcuna mutilazione alla libertà della Chiesa, bensì l’occasione storica per l’intera comunità ecclesiale di avere capito e di testimoniare a tutti il mandato di Cristo durante l’ultima cena: “Fate questo in memoria di me”.
La questione non è mettere il bavaglio alla vita liturgica, ci mancherebbe, ma se si accede a questo significato, a partire dalle radici bibliche, si esce dalla sua riduzione a puro diritto rituale, fino a issarlo come vessillo identitario contro ogni nemico e si entra nell’economia sacramentale, cioè in pieno cammino escatologico, che dovrebbe essere la ragione costitutiva della Chiesa. Altrimenti essa diventa (è) un’istituzione di potere come tante altre. Questo ha detto il concilio Vaticano II, che, evidentemente, non è una discontinuità eretica nella tradizione ecclesiale, come troppi sorprendentemente affermano, anche in posizioni di rilievo nella gerarchia, bensì è stata una straordinaria operazione di riscoperta delle sorgenti bibliche (in francese: ressourcement) e apostoliche della Chiesa. Più tradizione di così!

Discussioni come quella in atto dovrebbero suonare come un campanello d’allarme alle orecchie dell’intero popolo di Dio, per avvertire con maggiore consapevolezza di quanto non sembri, che il tema è usato come un pretesto per altre partite, che nulla hanno a che fare con il senso letterale del testo biblico.

Di conseguenza, su questo registro teologico e spirituale non si gioca la cedevolezza della Chiesa (tantomeno di Bergoglio) all’anticristo, ma il coraggio e tutta la potenza  di un amore eccedente, cioè di un messaggio di speranza per la vita di tutti, che conserva una straordinaria e spiazzante attualità.

Leggerei in questo senso anche la decisione dell’arcivescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, di esporre la bandiera italiana nella festa del 25 Aprile. Un gesto che non solo richiama la memoria del vescovo Ruggero Bovelli e la sede del CLN ferrarese proprio nel palazzo vescovile, ma che è in sé la volontà, che trova fonte nell’economia sacramentale, di includere coerentemente nella liturgia della vita ecclesiale le sorti, la vita e la libertà di tutta la comunità civile. In un certo senso, quella bandiera appesa è anche la messa che l’arcivescovo Perego ha celebrato, insieme con la comunità ecclesiale e tutti i ferraresi, nella Festa della Liberazione, perché nello spirito escatologico dell’eucaristia tutti siano una cosa sola.

 

 

DIARIO IN PUBBLICO
Il passo dei politici visti da un criceto

Molto attento, da buon criceto, alle mosse altrui mi attardo a considerare il passo dei politici che vorrei copiare ma che è indice esclusivamente della loro funzione e mestiere. E’ un passo affrettato, ma deliberatamente attardato, che esprime il concetto: “vedete nonostante sia oberato da tanti immani compiti che producono la corsa, tuttavia attendo voi che doverosamente dovrete illustrare sulle pagine dei giornali il mio pensiero, il mio sforzo, la mia dedizione.” Campioni assoluti della corsa rallentata sono Matteo Salvini e il premier Conte. Chi invece sceglie l’indugio, il passo fainéant, quasi da mascalzoncello è sicuramento l’altro Matteo, il Renzi, mentre su un’onda danzante s’avanzano la Santanchè  e la Bernini, ma soprattutto Giorgia Meloni, che aggiunge anche una perfetta roteazione. Sul passo da processione, in forma benedicente, Zingaretti e Berlusconi, imitatissimi dal sindaco ferrarese Alan Fabbri. Sul distratto, esitante, cammina Del Rio mentre con passo fermo e cadenzato procedono Toti e Zaia, molto imitati da Nicola Naomo Lodi vicesindaco di Ferrara. Altre mille e diverse forme del procedere (metafisico e non) ci offre la classe politica, soprattutto quella europea tra cui la mia scelta cade sulla Merkel, perfetta nell’avanzo, esibente maestose cime e rotondi pianori, guance, giro vita, leggermente sbilenca la postura, dovuta al fatto che sempre porge la parte destra all’ascolto. Non commento l’andatura trumpiana che definirei tronfia, come una coca cola gasatissima, munita di gambe, nascosta sotto un pagliaio.

Se dovessi commentare la mia? Beh, sarei molto perplesso perché conoscendola abbastanza capisco sia legata ai momenti della giornata. Dal lento solenne dell’alzata, al presto del bagno, all’andante mosso della vestizione e al clip clop della discesa in strada, fino a – quando si poteva – assumere l’andatura saltellante con improvvisa fermata, simile allo schiacciamento delle noci. Sempre invidiata, quella dei radical chic, posata e apparentemente distratta: purtroppo non ci riesco.

Nel mio walk about giornaliero tuttavia noto che qualcosa sta cambiando. Si fanno sempre più evidenti segni di livore, o meglio di stizza, che infarciscono i commenti nelle pagine di fb, luogo deputato allo sfogo rapido e spesso immotivato, ma anche nei commenti agli articoli pubblicati dal giornale su cui scrivo, cioè questo. Così a giuste considerazioni, o perlomeno che ritengo giuste, si accoppiano scatti spesso illogici. Una mi ha colpito, che sbrigativamente tacciava di ‘fesserie’ un ragionamento con cui non si esigeva ci fosse un accordo, ma che andava calibrato con più ‘finesse’. Ma chi son io per emettere giudizi? Se non un criceto che aspira alla dignità canina, ma che sempre più vede allontanarsi la sua aspirazione. Ora leggo inorridito che qualche scienziato prova la trasmissibilità del virus sui gatti!!! E sarà un’ulteriore ipotesi di un mondo che sarà da ora in poi tutto fondato sull’ipotesi della vita. E non è poco.

Attendo, sempre più stanco, l’appello delle 18, dove ci danno l’esatta situazione del procedere del virus, ma ora credo che sia meglio rifugiarmi come il criceto nel mio tempo sospeso, per non incorrere in quella sopraffazione del sentimento che ieri sera mi ha impedito di rivedere Il pianista di Roman Polanski perché, nel frattempo, soffocato dalle lacrime, ricordavo i viaggi a Varsavia, città amatissima dove ho trascorso indimenticabili soggiorni.

Ritorno dunque a una andatura saltellante; cerco di rompere le noci col piede, ma a volte sbaglio la mira. M’impongo, mi sforzo di stare in casa tutto il giorno ma, per fortuna ogni tanto vado in giardino ad accarezzare i petali ormai sfioriti delle mie camelie attendendo con ansia l’esplosione dei profumi dei mughetti e dei gelsomini.

L’inverno del nostro scontento

L’inverno del nostro scontento è un romanzo del 1961 di John Steinbeck. Il titolo del romanzo, tradotto in italiano da Luciano Bianciardi, fa riferimento al celebre primo verso del dramma shakespeariano Riccardo III: “Ormai l’inverno del nostro scontento / s’è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York”.  Ma se in Shakespeare è il passaggio dalla triste stagione ad una solare ottimistica e trionfante che tuttavia diverrà drammaticamente tragica coinvolgendo un’intera nazione, nell’opera di Steinbeck il fallimento delle ambizioni del protagonista Ethan, che tenta di ridare una dignità economica alla propria famiglia, produce una catastrofe morale di cui il personaggio è il simbolo più evidente.
Nell’inverno 2020 in questa città, in questa nazione, l’inverno del nostro scontento ha per protagonisti i politici che cercano il sole e ci ricacciano invece in un inverno senza fine. Due intellettuali (una qualifica che nonostante tutto non è stata del tutto consumata) affrontano da due diversi punti di vista lo scontento che lucidamente o confusamente si respira: Roberto Pazzi, il bravo scrittore e poeta, in una intervista al direttore del Carlino Ferrara Cristiano Bendin (13 febbraio), e nella stessa data Francesco Merlo su la Repubblica.

Roberto Pazzi è una voce assai autorevole della cultura ferrarese. Non si dimentichi che qui abita e che qui ha il suo osservatorio privilegiato. Lo conosco da quando eravamo ragazzi, abbiamo insegnato nella stessa scuola, abbiamo avuto gli stessi amici e molto spesso, come accade tra persone che condividono gli stessi propositi – in questo caso il senso dello scrivere nella vita e nella conoscenza del mondo- abbiamo avuto parecchie discussioni anche animate e spesso sull’orlo della rottura; poi invece si è ripreso e ricominciato a discutere. So che Pazzi non ha mai dimostrato una propensione a giustificare il proprio lavoro appoggiandosi a un’evidente parte politica. Sicuramente un democratico, un precursore dei tempi, ma non certo impegnato – come si diceva una volta – nella politica. E proprio da questa sua lunga fedeltà al principio della scrittura che lo fa insorgere e rendere giustamente ‘politico’ procede il suo discorso. Così scrive: “Non usare la scrittura per diffondere cattiveria e odio, divisione e razzismo. C’è già tanto male nel mondo, non ci si deve mettere anche la penna a seminare il male.”.  Poi la durissima presa di posizione per gli exploits a cui si lasciano andare certi politici ferraresi e qui la sua limpida condanna appare degna di un ‘vero’ uomo di cultura: “la democrazia anche durante le elezioni amministrative è sacra, fragile come cristallo, in politica non esistono nemici ma solo avversari. Certo la precedente amministrazione aveva creato sistema, un ricambio non faceva male…Ma il rimedio è peggiore assai del male. Ignoranza, incompetenza, volgarità, arroganza sono il cocktail sinistro di questi che oggi governano. Una vergogna.”.

L’articolo di Francesco Merlo, che puntualizza l’aspetto più sconcertante dell’attività politica di Salvini, mi ricorda un aspetto del film vincitore di 4 Oscar Parasyte, che ho trovato abbastanza sconcertante e non certo degno di tanti premi. Quel film però riesce a trasmettere l’aspetto più difficile dell’arte visiva: quella di restituire gli odori e le puzze. Così l’articolo di Merlo restituisce non gli odori, ma la brutta volontà di servirsi di un privatissimo sentimento, qual è l’amore dei figli, per farne strategia politica. Come si vede in tantissimi servizi dei telegiornali o nei talk show, il politico, dopo aver salutato il suo pubblico con quelle mani giunte che ormai insopportabilmente rimandano al saluto preferito dai cantantucoli e dagli eroi del calcio, cioè alla sua platea preferita, avrebbe raccontato come sua figlia Mirta – riferisce Merlo – si sarebbe spaventata per il titolo apparso su La Repubblica Cancellare Salvini: “Ma papà, perché ti vogliono cancellare?”. E il vittimismo, commenta il giornalista, è diventato qui “barocco e minaccioso come vuole la nuova sottocultura della destra , da Trump a Orbán”. Poi si scopre che questi ragionamenti sono fatti da una bimba di 7 anni!

Non siamo immuni, tutti noi, da una foga di parte che determina, soprattutto in politica, atteggiamenti leggermente schizofrenici di cui l’altro Matteo, il Renzi, sta ora dando illuminanti esempi. Cerchiamo nella vita di ricostruire un impegno che sembra essersi totalmente esaurito negli ultimi anni. Nella nostra ‘singolare’ città, ormai lo posso dire con cognizione di causa, accadono strani avvenimenti difficilmente spiegabili se non alla luce di una continua campagna elettorale che ci oppone come nemici che come avversari politici.
Mi si potrebbe chiedere. Ma perché continui a tormentarti e a tormentare? A testa bassa rispondo: per l’alta e imprescindibile passione della verità della parola e degli atteggiamenti che ancora , direbbe Lui, Dante, nel lago del cor m’era durata e mi dura tuttora.

DOPOELEZIONI
Matteo Salvini e la Vogelschiss. Una nota tedesca dopo il voto

Lunedì 27 gennaio era il Giorno della Memoria, domenica 26 gennaio c’è stato il voto in Emilia Romagna. Cosa c’entra il giorno della memoria con le elezioni emiliane? A prima vista molto poco, perché emiliani e romagnoli hanno votato per il rinnovamento della giunta di una regione italiana nell’anno 2020, ben lontano dagli anni ai quali il giorno della memoria rimanda. Ovviamente non era presente, fra le diverse formazioni in lizza, un partito che negasse i fatti di Auschwitz e di tutti gli altri campi di concentramento per quali sono stati responsabili i nazisti tedeschi.
Ma attenzione: mi ricordo benissimo un comizio di Salvini alcuni mesi fa assieme a un rappresentante ufficiale di Afd (Alternativa per la Germania), un partito tedesco di estrema destra, che definiva l’epoca nazista in Germania come un vogelschiss, ovvero “piccola merda di un uccello”. Sicuramente la Lega italiana non è un partito fascista paragonabile con il fascismo italiano di una volta e men che meno con i nazisti tedeschi, ma a ben guardare ci sono tanti aspetti della propaganda leghista che ricordano la weltanschaung delle Destra estrema della Germania di ieri e di oggi.
Per questo, a mio avviso, rimane vergognosa l’amicizia dell’onorevole  Vittorio Sgarbi con la Lega e il suo furioso attacco al movimento delle Sardine, che ha risvegliato in Italia il sentimento antifascista. Assolutamente inaccettabile la sua strumentalizzazione di Giorgio Bassani e Paolo Ravenna e, più in generale, le sue continue e quasi sempre violente aggressioni verbali contro gli avversari politici. Le ho ascoltate ancora, appena due giorni prima del voto emiliano.
Ciò detto resta almeno una speranza, quella che ci viene dalla nuova e giovane cultura delle Sardine: l’epoca politica di uomini come Sgarbi è in declino.
Per l’Europa nuova e giovane il risultato del voto emiliano apre una finestra. Un po’ più di speranza e dignità. E meno aggressività e volgarità verso il prossimo.

DOPOELEZIONI
Scampato il pericolo, c’è molta strada da percorrere

Adesso che abbiamo tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, vale la pena ragionare su cosa ha determinato questo risultato e su alcune tendenze di fondo che percorrono la società regionale e quella ferrarese in particolare. Dal punto di vista dei flussi elettorali, ci soccorrono le analisi, come sempre molto puntuali, dell’Istituto Cattaneo che giustamente individua nel passaggio del voto M5S delle scorse elezioni europee al campo del Centrosinistra e nella crescita della partecipazione i due fattori fondamentali della vittoria del Centrosinistra. A cui si può aggiungere il voto disgiunto per Bonaccini, anche se, comunque, a differenza delle elezioni europee, in queste elezioni regionali il consenso alle liste del Centrosinistra supera quello andato alla coalizione della destra.

In particolare, va notato il tracollo del M5S che passa, su base regionale, in valori assoluti, da più dei 600.000 voti delle elezioni politiche del 2018 a 290.000 nelle elezioni europee a poco più di 100.000 voti in questa tornata regionale. Con una dinamica che – detta un po’ grossolanamente – ha visto la propria perdita dalle elezioni Politiche fino a quelle Europee dirigersi prevalentemente verso la Destra e l’astensione, mentre quella dalle Europee del 2019 ad oggi verso il Centrosinistra. Così come va sottolineato che la crescita della partecipazione è sì generalizzata, ma, in termini percentuali, registra valori più alti in quelle province dove è più forte il Centrosinistra, a partire da Bologna, Modena e Reggio Emilia.

Non c’è dubbio, come in molti hanno già fatto presente, che questi spostamenti elettorali, sul piano politico, sono innanzitutto il prodotto dell’emergere del movimento delle Sardine, da una parte, e dalla reazione all’estrema radicalizzazione dell’impostazione e dei toni della campagna elettorale in terra emiliana, dall’altra. Radicalizzazione voluta in primo luogo da Salvini, che di fatto ha evocato un referendum sulla Lega e sulla sua fisionomia di ‘uomo solo al comando’,. Matteo Salvini, inoltre, intendeva verificare anche la propria ipotesi strategica: arrivare a prendere i ‘pieni poteri’, “liberando” dapprima l’Emilia Romagna per poi dare una spallata al governo e approdare a nuove elezioni anticipate.

Da questo punto di vista, anche per le ragioni che provo subito dopo ad avanzare, non penso sarebbe bastato a costruire un argine sufficiente sottolineare che le elezioni avevano un carattere regionale – ragionamento peraltro giusto e che è stato bene avanzare – che l’esperienza amministrativa emiliano-romagnola aveva rappresentato un solido esempio di ‘buon governo’. In realtà, come si è realizzato nei fatti – e non per un’operazione programmata a tavolino – serviva anche una narrazione di carattere generale capace di contrapporsi a quella di Salvini. Serviva, per fermare il suo disegno, un sentimento popolare, proprio come quello proposto dal movimento delle Sardine e scaturito anche come rigetto dei toni pericolosi e sopra le righe continuamente avanzati da Salvini. Parlo di sentimento popolare come dato politico e culturale, perché di questo si è trattato, di una forza che ha contrastato con efficacia l’idea di una società divisa, incattivita e impaurita, che può essere governata e rimessa a posto solo con politiche securitarie e repressive, cioè quella idea di fondo che alla fine costituisce la vera cifra della destra salviniana. Opponendo a questa, una visione alternativa per cui – ancora prima dei contenuti che sono tutti quanti ancora da mettere a fuoco –  si sente la necessità di costruire una responsabilità sociale condivisa, una politica capace di progettualità e che necessariamente si alimenta della partecipazione, Dunque una visione, quella proposta dal movimento delle Sardine, che rifiuta il manicheismo, la semplificazione, e ancor più l’insulto e la demonizzazione dell’avversario.

E’ stata questa grande spinta politica e culturale che è stata fortemente in campo nella vicenda elettorale emiliano-romagnola e ha determinato la polarizzazione elettorale, ben di più e ben al di là della vulgata di un ritorno al bipolarismo come prodotto dell’esistenza di due schieramenti contrapposti, del pesante ridimensionamento del Movimento 5 Stelle che ha visto evaporare definitivamente la propria già malcerta identità di non essere né di destra né di sinistra, e anche dell’irrilevanza delle liste a sinistra del Pd che non hanno proprio capito ciò che si stava producendo nella realtà emiliana..

Serve però scavare ancora più a fondo per comprendere davvero ciò che ci consegna il risultato elettorale emiliano-romagnolo. Anche qui i dati sono molto chiari: non esiste più un’unica società regionale, tantomeno il modello emiliano. Anche in Emilia Romagna il tessuto sociale ed economico si è fortemente differenziato e si è determinata una ri-gerarchizzazione territoriale e sociale. Ciò è stato il prodotto, in primo luogo, del predominio delle logiche neoliberiste e mercatiste che, ancor più dentro la crisi, hanno messo in discussione il compromesso sociale costruito in passato e accentuato le disuguaglianze e alle quali, nei fatti, le stesse politiche di governo, nazionale e locale, del Centrosinistra si sono mostrate subalterne. Ce lo dicono gli stessi risultati elettorali, che, non a caso, vedono prevalere del Centrosinistra nelle aree più forti della regione ( Bologna, Modena e Reggio Emilia) e nella Romagna (con l’eccezione di Rimini), mentre nelle province di Piacenza, Parma, Ferrara e Rimini, fuori dall’area forte si estende una cintura dove la Destra è maggioritaria. Così come il centrosinistra realizza i risultati migliori nelle aree urbane e nei Comuni medio-grandi, come già ci aveva avvertito sempre l’Istituto Cattaneo sin dalle elezioni europee dell’anno scorso.

In proposito possiamo anche utilizzare, in modo emblematico, anche la situazione di Ferrara, dove nel Comune capoluogo la destra subisce un arretramento rispetto alle elezioni comunali dell’anno scorso e la differenza tra i due candidati è favorevole alla Borgonzoni per soli 142 voti ( 48,05% per lei e 47,85% per Bonaccini), ma il risultato  degli altri Comuni della provincia fa sì che nella circoscrizione provinciale la distanza significativa a favore della candidata della destra ritorna pesantissima: 54,88% contro il 40,76% di Bonaccini.

Insomma, lo scampato pericolo non deve trasformarsi in un’autoassoluzione. Penso, prima di tutto, a una  tentazione, prima di tutto nel Partito Democratico: quella di pensare di avere battuto definitivamente la destra e quindi si poter proseguire in continuità con le politiche fin qui attuate, di occultare che ci sono grandi questioni irrisolte, invece di costruire un nuovo pensiero e un’azione politica adeguata alla situazione che si è squadernata di fronte a noi e di mettere in campo nuove politiche economiche e sociali. Occorrono cioè politiche concrete capaci di aggredire i nodi delle fratture e delle disuguaglianze sociali e territoriali, senza le quali non si potrà mettersi alle spalle il disagio sociale, l’insicurezza e l’incertezza sul futuro, che costituiscono il terreno di coltura su cui si innesta la propaganda della destra razzista e autoritaria.

Tutto questo vale anche per Ferrara. Per risalire la china è possibile, ma solo se non ci si culla nell’illusione che basta aspettare gli errori dell’attuale Amministrazione. Servono invece, e contemporaneamente, forte mobilitazione sociale e nuova progettualità per prefigurare la città del futuro.  Non saranno sufficienti iniziative puntuali ma frammentate, né ragionamenti astratti sulla città ideale: abbiamo bisogno, con pazienza ma determinazione, di individuare alcuni punti di fondo che costituiscano il cuore di un progetto – innovativo, attrattivo e vincente – per la Ferrara dei prossimi anni e, nello stesso tempo, far crescere su questi temi partecipazione e attivazione delle persone. Non è una strada né facile né breve, ma probabilmente l’unica efficace.

 

DOPOELEZIONI
La cometa del 26 gennaio ha portato molti doni,
ecco perché Ferrara è rimasta a bocca asciutta.

Molti, moltissimi, i commenti del Dopoelezioni. Si sapeva che mai prima d’ora una elezione parziale, anche se in un territorio importante come l’Emilia Romagna (senza nulla togliere alla Punta dello Stivale), avrebbe significato qualcosa di tanto decisivo per tutto il Paese. Così è stato.

Tutto il quadro politico nazionale è stato investito dal sisma emiliano e ne ha registrato le conseguenze. La pesante battuta d’arresto per una parabola salviniana che sembrava puntare diritto in cielo, la definitiva liquefazione del Movimento Pentastellato, qualche pastiglia ricostituente per un Partito Democratico in perenne ristrutturazione, infine, un probabile scampolo di vita per il traballante Governo Conte. E’ indubbio, le elezioni emiliane hanno portato in dono queste quattro cose: dolcetti per gli uni, carbone per altri.

Eppure, a guardar bene, queste 4 cose non sono le più importanti, E’ successo qualcosa di molto e di più. Mentre infatti i quattro effetti ricordati segnano un contingente (e forse effimero) cambiamento degli equilibri politici, un riposizionamento delle strategie dei partiti e dei vari leader, una grande cosa è successa sotto i nostri occhi, un fatto nuovo destinato a segnare profondamente la società italiana. Dopo svariati anni in cui il vento di destra ha soffiato, con una tale violenza che sembrava non trovare nessun ostacolo di fronte a sé, da un paio di mesi si è levato un vento uguale e contrario. Non proprio uguale: il vento populista, sovranista, egoista, assomigliava (e assomiglia) a una tempesta, a una rabbiosa bufera, mentre Il vento messo in moto, forse inconsapevolmente, dalle prime quattro sardine bolognesi, sembra piuttosto una brezza leggera, gentile e nonviolenta, pacifica e pacifista, accogliente e pluralista.

Bene ha fatto il Segretario del Partito Democratico, nella stessa notte di domenica, a ringraziare in primis Le Sardine e il grande risveglio che hanno saputo suscitare. Lo stesso ha fatto il neoeletto Stefano Bonaccini, anche se con meno enfasi e forse minor simpatia. Ringraziamenti assolutamente doverosi perché, ed è bene scolpirselo in testa, Bonaccini non avrebbe vinto, non ce l’avrebbe fatta senza quella brezza leggera, senza quel grande movimento che ha riempito le piazze e acceso un nuovo protagonismo.

In Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha lasciato indietro Lucia Borgonzoni di quasi 8 punti. Una vittoria netta, indiscutibile, superiore ad ogni previsione. Matteo Salvini ce l’ha messa tutta, ha battuto la regione palmo a palmo, dalla Riviera Romagnola a Bibbiano, lanciando pubblici avvertimenti e suonando privati campanelli,  ma la sua candidata è naufragata nelle urne. L’Emilia Romagna (scusate, non posso nascondere un filo di orgoglio) si è dimostrata ancora una volta un baluardo della democrazia e dei valori costituzionali. L’avanzata populista della Nuova Destra si è trovata davanti un argine invalicabile e ha dovuto arretrare. Questo è il primo, fondamentale successo, che in molti oggi celebriamo. A cui ne aggiungerei un secondo: l’exploit di Elly Schlein, la più votata in assoluto in regione, con oltre 22.000 preferenze, e nonostante fosse la capolista non di uno squadrone di partito ma di una piccola lista di sinistra collegata. Elly Schlein entrerà in Consiglio Regionale e ci porterà un po’ di quella brezza leggera. L’unico rammarico è che, se tutto il Centrosinistra avesse scelto di puntare su di lei, se oggi potessimo festeggiare in lei la prima Governatrice donna, non saremo a festeggiare solo lo stop alla Destra, ma l’inizio di un nuovo corso, l’apertura cioè a quel cambiamento radicale di cui la Sinistra ha un disperato bisogno.

Dentro questa grande festa, non tutti possono gioire. Se Bologna, Modena, Reggio Emilia si sono ‘slegate’, votando in massa contro il populismo e ricacciando indietro la Lega e i suoi alleati, la nostra Ferrara è rimasta saldamente in mano al Centrodestra. Lo stesso Centrodestra che nel maggio scorso aveva vinto a mani basse le elezioni comunali.

Sul triste destino di Ferrara –  e sulla sua figura vergognosa, come denuncia Giovanni Fioravanti su questo giornale [qui] – ho ascoltato molti lamenti, e anche qualche tentativo di spiegazione. Perché la Lega di Salvini e i suoi uomini (Alan Fabbri e Naomo Lodi in testa) sono riusciti a conquistare stabilmente il favore della maggioranza dei ferraresi? Un caro amico vede in questa resa alla Destra radici antiche. In poche parole, dietro la Ferrara democratica e antifascista, dietro la Ferrara governata per Settant’anni dal Pci e dai suoi nuovi avatar, dietro – ma nemmeno tanto – c’è ancora la Ferrara culla del fascismo. La Ferrara che nel giro di due o tre anni si trasformò da inespugnabile roccaforte socialista in città fascistissima. La tesi di questo amico, pessimista o semplicistica la si voglia giudicare, suona come una sentenza, una condanna della storia. Ferrara diventerebbe la peggiore incarnazione della nostra tara nazionale, il trasformismo, essendo passata con imbarazzante disinvoltura dal socialismo turatiano, al fascismo di Italo Balbo, al comunismo di Togliatti, per giungere oggi al leghismo proto-squadrista di Naomo. Un viaggio lungo un secolo: dalla Destra… alla Destra.

Il discorso è assai scomodo, e meritevole di approfondimenti. Lo dico a chi nella nostra città coltiva la passione per la storia. Personalmente però non mi sento di aderire a questa lettura; ne uscirebbero dei ferraresi ‘geneticamente tarati’, impermeabili al libero arbitrio e alla responsabilità individuale.No, non siamo così. Non siamo peggiori degli altri italiani.

Le ragioni del ‘ritardo politico’ di Ferrara e dei suoi abitanti, mi sembrano avere radici più recenti. Stanno in buona misura nel ritardo – nella miopia, nel conservatorismo, nella pigrizia – della sua classe politica, e segnatamente nella classe dirigente del Partito Comunista ferrarese e dei partiti che l’hanno via via incarnato dopo la svolta della Bolognina. Con rare eccezioni, i leader locali della Sinistra e i candidati selezionati per tutte le elezioni per sedersi negli scranni del Consiglio Comunale, Provinciale o Regionale, fino ai ‘posti sicuri’ in Parlamento, non hanno mai rappresentato e dato voce alla necessità del cambiamento. Brave persone, oneste, ma sempre polli allevati alla disciplina del partito e del sindacato. Chi proponeva nuove idee, chi chiedeva nuove regole, ma razzolava fuori dal pollaio, è stato sistematicamente accantonato.

Da qui – o almeno, anche da qui – la mediocrità della Sinistra Politica ferrarese, la sua autoreferenzialità, la sua incapacità a rapportarsi e valorizzare la ricchezza della società civile, e corre dirlo, anche la sua superbia. E dove lo mettiamo il Buongoverno? Certo, ma il mondo va veloce e alla fine il Buongoverno non basta (vale anche per Stefano Bonaccini che non ha vinto per il suo Buongoverno). Anche alle ultime elezioni a Sindaco il Pd ferrarese si è presentato all’insegna della continuità, riproponendo il vecchio: sia nei programmi sia nei candidati. E per queste elezioni regionali, a Ferrara la musica non è affatto cambiata. Con tutto il rispetto, chi può sostenere che la candidata di punta Marcella Zappaterra, già assessore a Portomaggiore, già Presidente Provinciale e ora eletta in Consiglio Regionale, rappresenti in qualche modo il nuovo che avanza?

Ora il pollaio è vuoto. Il Partito Democratico di Ferrara è ridotto ai minimi termini. C’era un segretario che aveva aperto un dialogo aperto e coraggioso con la società civile; è stato prima sconfessato, quindi sostuito. La sinistra a sinistra del Pd si diletta in un inutile e suicida tiro al bersaglio. A Ferrara la situazione è tutt’altro che eccellente. La Destra rimane forte, nonostante le scivolate del Sindaco e del Vicesindaco. Per riconquistarla fra quattro anni non serviranno le baruffe in Consiglio Comunale, né saranno sufficienti le pubbliche denunce o i sacrosanti flash mob. Bisognerà ripartire insieme. Da capo. Dal basso. Da domattina..

 

Sardine ovunque: ma nuotare ‘in direzione ostinata e contraria’
è l’unico modo per non farsi mettere in scatola

Novembre Duemiladiciannove: le sardine dilagano in un’Italia allagata.

Dopo ‘La Prima’, andata in scena a Bologna il 14 novembre con 15.000 sardine protagoniste, lo spettacolo si sta ripetendo ovunque. All’appello hanno già risposto più di 60 città (grandi, medie e piccole). Hanno già riempito le piazze di Modena, Sorrento, Reggio Emilia, Palermo, Reggio Emilia, Rimini, Marsala, Parma… Giovedì scorso le sardine manifestavano a Genova, Piacenza e Verona, ieri a Mantova, oggi invece saranno in 20 città: da Milano a Firenze, da Monfalcone a Pesaro, da Rovigo a Treviso, e a La Spezia, Cosenza, La Maddalena, perfino ad Amsterdam.

Sempre oggi, le sardine si sono date appuntamento alle 20 in piazza Castello, a Ferrara, la ‘roccaforte rossa’ (si fa per dire) caduta dopo settant’anni in mano della Lega e del Centrodestra. E da domani si ricomincia: Milano, Padova, Taranto, Avellino, Benevento, Ascoli Piceno, Cagliari, Siena, Taranto, Pescara, Dublino, Bari, Forlì, Torino… fino all’appuntamento del 14 dicembre a Roma, proprio nella storica piazza San Giovanni: dove a ottobre Salvini aveva raccolto 200.000 seguaci, le libere sardine vogliono arrivare al milione.

Fin qui i numeri, davvero impressionanti. E, ancora più sorprendente, è la rapidità e la capillarità con cui questo movimento (io lo chiamo così anche se molti non sono d’accordo) si è diffuso in tutta la penisola. Gli stessi media sono rimasti spiazzati. Esattamente come era successo alcuni mesi fa davanti ai ragazzini del Friday for Future. E sorpreso è stato tutto il mondo dei partiti e della politica, tutta la nomenclatura che, normalmente, si sbraita e si accapiglia in parlamento, in televisione, sui social.

Primo fra tutti – il più sorpreso, il più spiazzato, il più in difficoltà – colui che da molti mesi percorre incontrastato le piazze mediatiche e quelle reali. Negli ultimi due anni Matteo Salvini era stato l’ultimo (il penultimo era stato Beppe Grillo con i suo Vaffa day) a girare per l’Italia accolto da folle osannanti, l’unico a ‘fare il ‘pieno’ in qualsiasi piazza. Tutti gli altri (a sinistra come a destra) nemmeno ci provano a presentarsi sopra un palco all’aperto. Passato all’opposizione del governo giallo-rosso, Salvini ha raddoppiato il suo attivismo e, dopo aver trionfato in Umbria, sta puntando il mirino sulle elezioni di gennaio in Emilia Romagna, la regione simbolo della Sinistra.

In realtà, anche stando all’opposizione – complice quel poderoso vento di destra che agita tutto il pianeta (da Orban alla Le Pen, da Trump a Maldonado) – continua ad avere, anzi, ad essere in maggioranza: la sua narrazione populista e sovranista, il suo ritornello sugli emigranti invasori, sembra sovrastare qualsiasi voce contraria. Finché un giorno, senza nessun preavviso, senza nessuna regia occulta, arrivano quelle maledette sardine: giovani, pacifiche, ironiche, coloratissime. Cantano Bella Ciao, sbeffeggiano il leader leghista, si dichiarano antifasciste, anti-populiste, anti-sovraniste. Così il popolo delle sardine ha occupato il campo e rischia di rubare la scena a Matteo Salvini. Il quale Salvini fa spallucce, ostenta la consueta sicurezza, ma non riesce a nascondere la preoccupazione. Come fai a vincere sulle sardine? Quelle, sono molto più pericolose di Conte, Di Maio e Zingaretti messi insieme.

Finita la sorpresa, sono cominciati i commenti, le analisi, le obiezioni, le critiche. Le insinuazioni. E naturalmente i buoni consigli alle giovani, ingenue e inesperte sardine che si stanno avventurando nel procelloso mare della politica.

La prima obiezione, solo apparentemente fondata, è che le sardine, prendendosela in primis con Salvini, fanno opposizione all’opposizione, invece che al governo in carica. ‘E’ un controsenso’, ripetono tutti gli esponenti della Destra e del Centrodestra. E non solo loro. Anche commentatori e intellettuali progressisti – anche Claudio Pisapia su questo giornale – muovono la medesima obiezione. Senza capire che siamo di fronte a un movimento spontaneo e di massa, non ad un partito o a una formazione politica organizzata. I movimenti fiutano l’aria e si muovono (pro o contro) di conseguenza. Così, le sardine hanno sentito come insopportabile l’egemonia (mediatica, culturale, politica) della narrazione populista, sovranista ed egoista. Contro questa egemonia – che oggi è di fatto in maggioranza in Italia e in Europa – hanno deciso di battere un colpo, di rendersi visibili, di proporre una diversa narrazione. E si sono dati appuntamento in piazza, una esperienza che molti ventenni e trentenni non avevano mai provato in vita loro.

Dietro Greta Thunberg, ad animare il movimento planetario del Friday for Future e del Green Friday (anche ieri è andata in scena una replica in 139 città italiane e in tutto il mondo), sono i teenager, i ragazzini del terzo millennio. Gli inventori e promotori del popolo delle sardine sono invece i ventenni e trentenni, la cosiddetta ‘generazione invisibile’. La grande novità – tutta politica – di questi movimenti sta proprio qui. L’emersione (nel caso delle sardine mi sembra la parola giusta) di nuovi soggetti che fino allora se n’erano stati zitti e buoni, solerti consumatori dell’ultimo articolo immesso sul mercato.

Eppure l’odore delle sardine a molti non piace, storcono il naso. Siete effimeri, un fuoco di paglia destinato a spegnersi rapidamente  Siete infantili, ‘troppo poco politici’, siete solo contro, non proponete niente di concreto. E, visto che affollate le piazze, visto che siete un popolo, siete populisti anche voi. In un talk show ho sentito un giornalista evocare addirittura gli orrori della Rivoluzione Russa e appioppare alle sardine una citazione (storpiata) di Lenin: “L’infantilismo è la malattia del comunismo”. In realtà Lenin diceva che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Beh, tutto si può dire delle sardine, tranne che siano un movimento estremista e violento..

Non so se le sardine avranno una lunga vita, non so che direzione prenderanno nel prossimo futuro, ma la loro navigazione è piena di insidie. Insieme alle critiche, stanno infatti arrivando anche gli applausi e i complimenti. Più o meno interessati. Probabilmente c’è qualcuno che sogna – qualcuno ci prova sempre – di ‘incanalare il movimento’; di metterci sopra il cappello, o la propria bandiera.  Da qui viene il pericolo maggiore, non dai pinguini sovranisti recentemente apparsi sul web.

Per ora le sardine nuotano libere, se però non riusciranno a difendere la loro autonomia, corrono il rischio inscritto nel triste destino di alici e consimili, quello di finire in scatola.

 

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

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