Tag: memorie

MAGGIO 1959 – Il pozzo di metano

 

Siamo in Maggio. Fra due mesi inizio la maturità. Mi devo mettere a studiare di più, fra poco questa lunga fatica sarà finita. Non dovrò più fare tutta quella strada in bicicletta ogni giorno per andare a prendere il treno che mi porta a scuola e, soprattutto, potrò cominciare a lavorare e a guadagnare un po’ di soldi che, a casa mia, servono per mandare alle scuole superiori mio fratello Giovanni.
L’inverno che ha chiuso il 1958 e aperto il 1959 è stato molto freddo, ma adesso siamo in maggio, la primavera è arrivata con tutto il suo splendore e, qui in campagna, ci guarda con i suoi fiori e i suoi cieli azzurri e sembra ci voglia dire: “Vedete quanto sono bella?”.

Adesso sono seduta sul gradino che, da una delle uscite di casa, porta direttamente sotto la pergola di uva fragola del cortile. Sotto la pergola ci sono due sedie sdraio coloro verde militare e un tavolo di legno rivestito con una tovaglia plasticata a quadri bianchi e blu. La tovaglia è necessaria perché, soprattutto quando l’uva è matura, perde i chicchi marci che cadono e si depositano su tutto ciò che sta sotto. Mia madre si alza alle sei di mattina e, per prima cosa, pulisce il tavolo sotto la pergola oltre a dare un po’ di latte a Toti.  Le due sedie verdi hanno gli scheletri di ferro, li abbiamo comprati al mercato, mentre le sedute di stoffa le ha cucita mia madre Adelina. Ogni tanto si fa nella tela qualche strappo che rammendiamo con del filo robusto, le cuciture devono essere spesse e doppie, altrimenti non riescono a sorreggere tutto il nostro peso. Quel peso si deposita a volte abbastanza violentemente, soprattutto quando siamo stanchi, e non desideriamo altro che sederci sulle sdraio e guardare verso l’alto. Tra i rami e le foglie della pergola si vede il cielo che cambia colore e rasserena con la sua presenza.
Sotto la pergola si sta benissimo, mi piace molto leggere là sotto, così come mi piace parlare con Giovanni e mangiare il gelato.

Nel cortile davanti alla pergola c’è l’erba. Adesso è bella alta, una piccola savana. Mio fratello gioca con i suoi amici e con Toti in mezzo all’erba. Corrono e ridono e a volte li si vede emergere da quella superfice ondeggiante come dei giovani delfini che saltano e si rituffano subito dopo, sguazzando liberi in quel mare di erba. Nel mare verde di quei bambini c’è molto di quello che siamo e che dovremmo essere. C’è la voglia di vivere, il divertimento, lo stupore, tante aspettative. Sono questi sentimenti che danno forza propulsiva la mondo, che lo proiettano in avanti, verso un procedere sicuro e speranzoso per ciò che verrà, verso il loro futuro e quello di tutti.

Verso sera vado spesso al bar Del Cigno. Ci incontriamo là con i miei amici, fumiamo qualche sigaretta, beviamo qualche Crodino e parliamo di tutto. Di politica locale, di accidenti della popolazione di Cremantello, del Parroco, del medico condotto e della maestra. Quando mi siedo sulle sedie di ferro dei tavolini esterni del bar, tengo una gamba accavallata sopra l’altra, mi sembra di essere più affascinante così. A volte a forza di tenere le gambe a quel modo, mi viene un po’ di mal di schiena, ma faccio finta di nulla perché mi piacciono le mie gambe messe a quel modo.

L’argomento di cui parliamo tutti in queste ultime settimane è l’incendio del pozzo di Casalrossano.
Un anno fa a Casalrossano è stato trovato un giacimento di metano e la SNAM e l’AGIP hanno costruito dei pozzi per estrarlo. Da allora Cremantello è pieno di operai che si sono trasferiti qui perché lavorano al prelevamento dell’idrocarburo. Prima sono arrivati loro e poi, col trascorrere del tempo, sono arrivate le loro famiglie. In classe con mio fratello Giovanni c’è una bambina che si chiama Marisa, è la figlia di un ingegnere della SNAM. Marisa è bionda, ha gli occhi nocciola e ripete sempre: “Ciccia, ciccia” il nome della sua bambola.
Un mese fa siamo stati svegliati di notte da un rumore continuo e forte, sembrava ci fosse una portaerei in transito sopra la nostra testa. Straniti, siamo usciti di casa. Erano le undici e trenta di sera, ma il cielo era illuminato come se fosse mezzogiorno, si era incendiato un pozzo. Le mogli degli operai della SNAM erano già per strada in camicie da notte e sembravano disperate.  Abbiamo capito subito che era successo qualcosa di grave. I nostri vicini di casa sono andati a Casalrossano a vedere cosa stesse succedendo e, nel tornare, Mento Viglioli si è fermato a dirci che si era incendiato il pozzo numero tre. Miracolosamente non c’erano né morti né feriti.

E’ cominciato così un periodo della nostra vita davvero strano.  La luce è stata per tre settimane fortissima di giorno quanto di notte, a mezza notte si potevano friggere uova da mangiare all’aperto e i bambini potevano giocare a rincorrersi, c’era lo stesso chiarore del mattino. Quella strana luce dai riflessi verdastri era di una potenza e di una forza impressionante. Faceva addirittura più caldo. Ritrovarsi improvvisamente senza notte è stata una novità che ha destabilizzato tutti. Sono aumentati i casi di insonnia e molte persone hanno avuto sempre fame. La moglie di Mento strappava il prezzemolo dall’orto e lo masticava per farsi passare l’appetito, diceva che non voleva ingrassare. La verdura è maturata in fretta e i fiori sono sbocciati tutti insieme. La prozia Ciadin ha detto che bisognava ringraziare i Santi per quella incredibile fioritura, mentre lo zio Rigoberto ha detto che tutto quel caldo ricordava ai Santi l’inferno e che non erano loro da ringraziare per i fiori di maggio, ma la SNAM. Ciadin ha confidato a mia madre che lo zio non capisce niente e lo zio ha confidato a mia madre che quella “pretona” di Ciadin è stupida.

La gente è venuta da tutta Italia per veder il fuoco che ardeva dal pozzo. La via principale di Cremantello è diventata trafficatissima al punto che è stata divisa in due corsie: una che andava al pozzo e una che tonava, senza possibilità di fare una inversione di marcia. Oltre alle macchine è transitata gente in bicicletta, motorino, pattini, tutti sono andati a vedere l’incendio.

I giorni sono passati e nessuno sapeva più come fare per spegnere quell’incredibile fuoco che usciva dalla bocca di uno dei pozzi come lo sbuffo di un drago arrabbiato. E’ arrivato un esperto dagli Stati Uniti, ha studiato per una settimana la situazione e poi ha deciso di provare a soffocare il fuoco. Nel giorno fissato per lo spegnimento, è stata evacuata la popolazione che abita nella parte di Cremantello più vicina a Casalrossano e ai pozzi. Anche nell’altra metà del paese nessuno è potuto rimanere in casa, la polizia locale ha diffuso l’ordine di stare nei cortili. I tecnici avevano paura che il soffocamento della fiamma potesse provocare un terremoto. Si è creata così molta ansia intorno all’evento. Finalmente è arrivato il giorno deciso per lo spegnimento, mia madre e mio fratello sono andati nel cortile e io e i miei cugini siamo andati in bicicletta a Tirecco, al centro di igiene mentale dove è ricoverata una nostra parente. Siamo stati un po’ con là con Maurina che mangiava soddisfatta le caramelle che le avevamo portato (infischiandosene della nostra presenza), abbiamo mangiato un gelato e poi abbiamo ripreso le nostre biciclette e siamo tornati indietro. Quando siamo arrivati all’inizio del paese, il fuoco c’era ancora, non erano ancora riusciti a spegnerlo. La luce era la stessa di quando eravamo partiti. Cominciavamo tutti ad avere nostalgia di quella bella frescura che arriva verso sera e di quel cielo un po’ azzurro e un po’ blu che precede l’arrivo della notte e la saluta. Eramo vicini con le nostre biciclette alle prime case del paese, quando si è sentito uno strano rumore, una specie di “uffff” come se si fosse spenta una enorme candela e il fuoco è sparito. Siamo scesi dalle biciclette e ci siamo coricati per terra, ma ormai era inutile, il fuoco non c’era più. La stessa cosa hanno fatto mia mamma e Giovanni che erano seduti in cortile sotto la pianta di pere. Quando hanno sentito il sibilo si sono buttati in mezzo all’erba a pancia in giù e quando hanno riaperto gli occhi il fuoco non c’era più. L’erba era di nuovo di un bel verde e il cielo era tornato azzurro.

Quella vicenda avrebbe potuto essere una tragedia e invece non è successo nulla. I tecnici americani hanno fatto un lavoro eccellente, hanno spento il fuoco salvaguardando l’incolumità di tutti. L’ingegnere che ha progettato il soffocamento del fuoco è chiamato “Gamba di legno” perché ha una gamba sola, l’altra è una protesi. Ha perso una gamba nello spegnimento di un altro pozzo ardente.
La prozia Ciadin ha detto che bisogna ringraziare i Santi e, questa volta, lo zio Riogoberto ha detto che ha ragione.

L’8 maggio del 1959 viene festeggiata per la prima volta in Italia la “festa della mamma”, dopo che l’anno prima Raul Zaccari ne aveva proposto in Senato l’istituzione (approvata con normativa di legge dopo un anno di dibattiti).
Il 17 maggio Fidel Castro annuncia alla radio l’approvazione della legge per la riforma agraria di Cuba.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore.

Cover: Pozzo di  metano presso Taglio di Po. Dal gruppo Polesine in Facebook – scatto di Vinicio Zanardi

L’ora del tè

racconto di Patrizia Benetti

Ricordo un tempo antico, scandito dalla lentezza. Pomeriggi freddi ad aspettare le cinque.
Tu arrivavi con un abito a fiori, la bianca chioma raccolta in uno chignon e un sorriso dolce sulle labbra. Io e mia sorella ti correvamo incontro. Tenevi tra le mani graziose scatole di latta dai disegni vivaci. Erano colme di biscotti prelibati. L’ultima, la più cara, la conservo in cucina.
Quando i miei figli mi chiedono di te, nonna, allungo lo sguardo verso quella scatolina magica e vedo il tuo volto.

Coming Around Again (Carly Simon, 1987)

ANTONIO RUBBI
“Ai nipoti americani. Memorie del nonno comunista italiano”

Antonio Rubbi è stato un importante dirigente nazionale del Pci. E’ uscito il primo volume della sua autobiografia. Nel titolo è contenuta la chiave di lettura di questa prima parte: Ai nipoti americani. Memorie del nonno comunista italiano. Raccontare agli amatissimi nipoti lontani la propria vita è stata la motivazione decisiva per vincere la resistenza a parlare di sé.
Affermare nel titolo d’essere stato un comunista italiano’ significa sottolineare che la storia del Pci non è riducibile ai rapporti con l’Urss e con gli altri partiti comunisti.
Il libro è la ricostruzione dettagliata di una vita. Va dalla nascita (1932) in una famiglia di braccianti di San Biagio d’Argenta, fino al 1958 quando andrà a Mosca dove trascorrerà alcuni anni importanti per la sua formazione. Preoccupazione costante dell’autore è come raccontare ai nipoti che vivono in America una vita del secolo scorso. Ciò ha imposto due scelte al ‘nonno-autore‘. Una scrittura semplice e una ricostruzione minuziosa che riesca a trasmettere il colore di un’epoca.

Anche  chi ha conosciuto da vicino Antonio, resterà sorpreso dalla finezza nel descrivere ambienti che configurano un vasto compendio di caratteri tipici di una piccola comunità della prima metà del novecento. Uno storico potrà attingere con profitto da questo materiale sociale e di storie individuali. Antonio ricorre con sapienza a diversi registri di scrittura, a seconda dell’oggetto che affronta. Usa toni asciutti, senza retorica quando descrive la miseria sociale, il dramma del fascismo, la tragedia della guerra. Per esempio, pensiamo cosa fu l’8 settembre 1943 quando il re, i suoi ministri, i suoi generali si dettero alla fuga, lasciando senza ordini un milione di soldati e abbandonando la popolazione alle prese con problemi di sopravvivenza.
E’ importante capire la ricaduta di questi eventi nazionali in una piccola comunità di poco più di 2.000 abitanti e descriverne le conseguenze: fame, angoscia, sacrifici, miseria, rischio per la vita. E tutto ciò narrando vite concrete, ciascuna scolpita con qualche particolarità che la rende unica. Antonio concepisce la sua adesione alla Fgci e al Pci come una scelta di riscatto morale, prima ancora che politico. Sono pagine di gratitudine (uso volutamente un termine non politico, ma affettivo) verso il partito e verso i tanti con i quali intrecciò relazioni di comune appartenenza e spesso di amicizia profonda, condividendo speranze, dolori, contrasti. Infine la lingua della felicità quando Antonio evoca l’altra passione della sua vita: il calcio.
Di questo, avrebbe parlato con più competenza  il comune e amatissimo amico Paolo Mandini. Io mi limito a citare un simpatico aneddoto presente nel libro. Antonio si stava sottoponendo ad una prova come portiere davanti ad alcuni esperti rappresentanti della Spal nel tardo autunno del 1950.
Alla fine un signore con l’impermeabile che aveva assistito a bordo campo, si avvicinò all’allenatore Janni e dettò la sentenza: “L’è bravin, ma l’è trop picul”. Era il mitico Paolo Mazza di cui sia Antonio che Paolo diventarono amici.

Ritorno sulla cifra particolare della generazione degli anni trenta e quaranta cui appartenne Antonio. Erano decenni cruciali per il secolo grande e terribile.
Non c’era tempo per giocare e divertirsi come avrebbe richiesto la loro giovanissima età. Dovettero crescere in fretta. Nessuno meglio di Giaime Pintor (1919-1943) delineò con efficacia la cornice in cui quei ragazzi fecero scelte difficili: La nostra generazione posta di fronte a problemi vitali, educata tra avversità precise e sensibili, non ha tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito”.
A proposito di dramma… Si sente fin dalla dedica ai nipoti qual’è il dramma che oggi vivono persone come Antonio Rubbi: la crisi della politica. Antonio ricorda ai nipoti che la sua vita è stata dedicata alla politica mentre oggi “il solo pronunciarne la parola procura  smorfie di disprezzo”. Reagisce: “La politica quando è intesa nel suo vero significato e praticata con onestà e disinteresse è tra le più nobili attività umane. Così io l’ho intesa e così penso di averla praticata”.
I nipoti Giacomo e Giulia devono essere orgogliosi di nonno Tony, perché è stato un politico onesto, rigoroso, stimato e appassionato. Se pensiamo al suo percorso non si può non provare ammirazione e stupore, indipendentemente da come la si pensi. Nasce in una famiglia povera. A 15 anni, terminate le scuole medie, inizia a lavorare come bracciante. Nel 1949 (a 17 anni) si iscrive alla Fgci e al Pci. Dal 1968 al 1975 diventa segretario del Pci provinciale di Ferrara, in quegli anni una grande forza popolare e di governo nei comuni ferraresi. Poi un importante riconoscimento, quando si trasferisce  a Roma perché viene nominato responsabile della sezione Esteri, diventando uno stretto collaboratore di Enrico Berlinguer.
Fu deputato nel Parlamento italiano per quattro legislature. So che ci tiene ad essere definito un costruttore. Infatti Antonio fu, insieme a tanti altri, tra i costruttori della democrazia italiana. Ferrara è molto presente in questo libro. Per apprezzare i cambiamenti sociali e culturali realizzati nei decenni la testimonianza rigorosa e appassionata di Antonio è preziosa, perché documenta com’era ridotta la provincia dopo una dittatura e una guerra devastante.  Anche per questo motivo dobbiamo essergli grati.

Antonio Rubbi, Memorie del nonno comunista italiano : Ai nipoti americani, Ferrara, Este Edition, 2020

In equilibrio fra globalizzazione e tradizioni: l’italiano custode del tempio di Fukuoka

Si può avere il coraggio di prendersi in carico la gestione di un santuario shintoista in Giappone? Si può essere accettati in questo oneroso impegno benché straniero ed occidentale?

Sembra proprio di si, almeno per Leonardo Marrone che, dopo aver studiato culture orientali, arte e letteratura del Giappone presso l’Università di Roma, ha deciso di vivere a Fukuoka. Insegnante di lingua presso il Centro Italiano, è il primo connazionale scelto come custode di un santuario shintoista in Giappone. Il santuario di Uga era alla ricerca del custode dopo la scomparsa del precedente avvenuta circa 3 anni fa. In questi anni nessuno era stato considerato adatto per questo compito. Marrone è stato scelto dopo due colloqui di selezione tenuti dal sindaco di Fukuoka, il direttore del santuario e i rappresentanti dei cittadini. I suoi compiti comprendono l’organizzazione delle cerimonie, la gestione del santuario, la pulizia dei locali sacri e i rapporti con i visitatori. Sono proprio questi ultimi che rendono il lavoro di Marrone interessante, come lui stesso ha dichiarato alla stampa giapponese, che pochi giorni fa ha pubblicato la notizia.
Il lato più curioso del suo nuovo lavoro, che condivide con la sua famiglia (la moglie e due figli di 3 e 7 anni), è proprio quello degli incontri giornalieri con gli anziani visitatori che gli raccontano storie e aneddoti del passato recente. Una raccolta di numerosi vissuti culturali che rendono il lavoro di Marrone sempre più importante: un custode della memoria. E proprio questa sua posizione privilegiata di custode gli permette di mantenere attive le relazioni fra le persone, il santuario e la Natura secondo i principi shintoisti.

Per ordine del feudatario il santuario Uga venne costruito nel 1732 a seguito di una disastrosa carestia. Questo santuario è assai famoso a Fukuoka per la presenza di una statua equina che rappresenta una divinità protettrice degli studenti che tentano le selezioni per le scuole superiori e l’università. Se lo studente riesce a mantenere l’equilibrio sulla statua del cavallo avrà buone possibilità di superare la selezione scolastica.
Sembra insignificante e ridicolo questo uso improprio di una statua di cavallo che invece interpreto, forse con troppa fantasia, come ricerca dell’equilibrio culturale: difficile da raggiungere e complicato da mantenere. Marrone è riuscito nel suo intento: la ricerca culturale e la trasmissione della sua formazione italiana. Saper ascoltare, custodire la memoria, dimostrare curiosità, sono azioni sempre più complicate. L’adattamento culturale è equilibrismo, è abilità nel destreggiarsi fra tradizione e mutamento, tra comprensione ed esclusione, senza spostare troppo il baricentro per non rischiare la caduta.

Ferrara

DIARIO IN PUBBLICO
Parfum d’antan

Un professore non più giovanissimo in una lettera a un giornale locale ricorda le figure strambe, oggetto di curiosità e di popolarità nella Ferrara di un tempo, quando ero bambino e ragazzo e quando lui era giovane studente di lettere. Il professor Francesco Benazzi gestiva una tabaccheria proprio sotto la nostra casa e le frequentazioni erano assidue, visto che l’intera mia famiglia emetteva fumo come una ciminiera. Erano rapporti molto compassati e formali specie da quando anch’io, seguendo la moda di casa, spendevo i miei pochissimi soldarelli in cinque sigarette per volta sapientemente impacchettate in un cilindrino di carta da giornale. Negli anni Cinquanta il consumo di questa carta era copiosissimo. Una carta buona per tutti gli usi: da incartare, da strizzare bagnata per fare le palle che una volta essiccate venivano accese per produrre il fuoco nei camini, nelle stufe economiche, nelle Bechi di terracotta e, naturalmente, per il suo uso principale: sapientemente squadrata in foglietti, appesa al gancio in bagno come carta igienica.

La raccolta della carta era affidata al carrettino dello straccivendolo che al grido di “A ghè al strazar, donn”, “E’ arrivato lo stracciaiolo, donne”, provocava precipitose aperture di porte per procurarsi o vendere un così prezioso materiale. E che fatica strappare alle impietose dita della nonna i giornalini che amavo di più! Dal “Corriere dei piccoli” che ci arrivava dai cugini ricchi la settimana dopo l’uscita, a “Topolino” e a “Hollywood”, che mamma comprava e che per me era la lettura preferita. Con astuzia la nonna si faceva consegnare “Detective Crimen” dalla signora che ci veniva ad aiutare due volte la settimana. Di quotidiani in casa se ne vedevano pochi perché il nonno li leggeva al bar di fronte, dove si recava a prendere il caffè, e la mamma in ufficio. Le cronache locali perciò erano affidate al passa parola e alle chiacchere che s’infittivano tra il mercato del Listone e la Littorina. Così le macchiette che Benazzi ricorda erano emblematiche di un modo di essere.

“Puina”, che in dialetto significa ricotta, era l’appellativo ricorrente della nonna che mi imponeva d’andare in cantina a prendere la legna , i “zucatin”, i pezzi di legno che servivano per alimentare le stufe. Regolarmente tornavo su con tre, massimo quattro pezzi. Ecco allora la frase rituale. “ At g’ha propria i brazz ad puina”: “Hai proprio le braccia di ricotta”. Puina era già diventato la macchietta principale in città e, come ricorda Benazzi, reagiva all’appellativo sfidando tutti a braccio di ferro.

Nella nuova e modesta casa in cui abitammo dopo il bombardamento di Ferrara e che ci costrinse al lasciare il nostro ben più grande appartamento portammo alcuni quadri di pittori locali. Tra questi uno che rappresentava un ragazzotto dal sorriso impudente che sotto un berrettuccio fuma una cicca. In casa si credeva fosse il ritratto di “Tugnin dill cich”, “Tonino delle cicche”, un altro personaggio assai popolare a Ferrara che passava il suo tempo a raccogliere i mozziconi di sigaretta per fumarsele in modo compulsivo. Un’attività che di nascosto era eseguita anche dagli amici di mio fratello che mi lusingavano, io bambinetto un po’ tonto, a raccoglierle per loro con il pretesto di partecipare a una caccia al tesoro. Un indizio per la caccia poteva valere cinque, dieci cicche, ma più ci si avvicinava al traguardo più il numero richiesto cresceva. E la ricompensa? Una bellissima corona di foglie di magnolia che le due o tre ragazzette che osavano aggregarsi al gruppo dei maschi dovevano comporre in quel paradiso che allora era il Parco Pareschi.

Pendenza
Un ritratto di Pendenza

Ma l’idolo di tutti noi era Pendenza. Una malformazione del piede, ritorto indietro, lo faceva camminare oscillando come tutti coloro affetti da zoppìa. Pendeva dunque e s’appoggiava o cavalcava una bicicletta, col manubrio da corsa. Ben presto divenne una figura conosciutissima a Ferrara e la sua presenza aveva valore apotropaico quando la Spal giocava. Il suo grido lanciato per strada e diventato famoso era: “Źìo, dàm ‘na zigaréta!”, “Zio, dammi una sigaretta”, diventando così nipote di gran parte degli “umarell”, gli “ometti”, tremendi pensionati o curiosi che sostavano di fronte alla Piazza Trento e Trieste, “Il Listone” per i nativi. Quegli “umarell” erano gli arbitri dei giudizi della e sulla comunità ferrarese. Di tutta questa umanità composita non c’è traccia nelle bassaniane storie ferraresi; qualcosa si rinviene invece in quelle scritte dal cugino del grande scrittore, Gianfranco Rossi, appassionato catalogatore dei nomi più strambi che venivano imposti ai bambini specie delle classi più umili quasi che il nome importante o strano desse una visibilità maggiore a chi lo portava.

Di quel tempo e di quelle macchiette rimane il ricordo, come il profumo di mamma che emana solo nella mente e che rivedo sul tavolo della toilette: “Soir de Paris” si chiamava e la bottiglia era di un intenso blu scuro.

E le macchiette d’oggi? Sono più connotate dal modo di vestire e di parlare, nel segno ormai comune della barba incolta, della sciarpona o della bocca atteggiata a “cul de poule”, in un misto imbarazzante tra la provincia più oscura e la globalizzazione.
Eh sì. Non ci facciamo mancare nulla a “Ferara, stazione di Ferrara”. Ora abbiamo anche il “Malleus maleficarum”, il Noce maledetto, che sembra non risieda più a Benevento, ma tra le dune di Volania e/o dintorni. La simbologia evoca e incrudelisce su cuori trafitti, viscere, invocazioni diaboliche con tanto di preti esorcisti che studiano il fenomeno.
Non bastavano le maledizioni – altro termine legato al mondo dei malefici – provocate dall’incantesimo Carife che ci ha sbocconcellato – o megli sbranato – i risparmi. Non bastavano le maledizioni del Palazzo degli specchi in puro stile horror con anche l’inventore morale che usa filtri legali, mentre in sottofondo la Destra protesta e vuole l’abbattimento totale della costruzione, capeggiata da un leader che riassume nel vestire tutti i vezzi dei politici: codino, barbetta e un sciarpone monumentale da far invidia a Brunetta.
Non è bastata neppure la siccità. Ora alle sette piaghe non d’Egitto, ma di ‘Ferara’, s’aggiunge quella definitiva con viscere, budella, capelli (biondi) inchiodati all’albero. Se non fosse un regresso culturale degno di qualche zona ancora sotto l’influsso dell’animalismo o di qualche exemplum (però senza il morto, anche se il cadavere dello sparato in macchina tutto composto qualche dubbio solleva) di società segrete ci sarebbe da ridere.
In realtà ci turba, eccome! Per l’arretratezza della nostra cultura.
E il pensiero, grato, ritorna alle inoffensive macchiette che ci hanno allietato, anche se in modo inconsapevolmente crudele, in quel coraggioso tempo della ricostruzione, quando una società non ancora sazia s’inventava modelli e recuperi senza per questo rievocare Scoppola, il buffone della Corte Estense, o le complesse coreografie dei carnevali rinascimentali.

befana

TRADIZIONI
A Natale una volta il regalo era stare insieme

Chiudiamo con i ricordi di Anna Maria, classe 1923, che per tutti in paese è da sempre e sempre rimarrà la maestra.
Forse anche per questo, all’inizio è un po’ come se fosse lei a interrogarmi: vuole sapere come è nato questo lavoro, come rielaborerò le sue risposte, dove verrà pubblicato l’articolo, e alla fine scherza: “me lo vuoi sottoporre prima di pubblicarlo? Così lo correggo!”.
Anche lei, come Giorgio, mi dice subito che “è difficile riferire di quel tempo”, descriverlo a chi non lo ha vissuto: “era una vita che trascorreva molto più lentamente, più semplice, con meno frenesia e distrazioni, ma soprattutto c’era più ‘senso dello stare insieme’, almeno qui nei paesi”. “Ora molte cose – mi dice indicando con un cenno del capo al limite del rimprovero il portatile e lo smatphone sul tavolo – isolano e la comunicazione diventa più difficile. Una volta, anche con questo freddo, dopo cena capitava che si uscisse solo per andare a trovare qualcuno e fare quattro chiacchiere, magari ci si raccontava stupidaggini, ma si stava insieme”. Ora invece si telefona, si usano le chat sugli smartphone e sui pc, che certo accorciano le grandi distanze, ma sembrano allungare quelle che potresti percorrere a piedi.
Per il Natale era un po’ lo stesso: “il modo di viverlo era più modesto, ma si aspettava con più desiderio l’avvicinarsi di questa festa perché si respirava un’atmosfera diversa e si facevano cose diverse dal resto dell’anno: anche il suono delle campane del campanile era differente, tanto per fare un esempio”. “A dicembre si sentiva l’aria di Natale, ma era tutto vissuto in famiglia, non c’era lo sfarzo di ora: i bambini preparavano le letterine a scuola e poi le portavano a casa. Una volta con i miei alunni ne abbiamo fatto uno in stile gli origami”, mi dice la maestra. “Già dai primi giorni del mese bisognava prenotarsi al forno del paese per cuocere i pani di Natale, se erano così tanti che non si riusciva a cuocerli nella cucina economica di casa, e poi si preparavano i tortellini, allora era un grande impegno perché erano per tante persone e quindi li si faceva insieme”. Anna Maria sta cercando di dirmi che “più che la festa in sé era la tutta la preparazione che la precedeva, il sentimento che la avvolgeva” a renderla speciale.
“A caratterizzare i Natali di allora era la mancanza di frenesia”, non c’era l’ossessione di fare regali e trascorrere il tempo assieme era un piacere non una sorta di dovere come pare sia ora. “A proposito di regali – le chiedo – quali erano i più ambìti?” Anna Maria mi risponde che “i regali erano per lo più in legno, cavallini o carrettini, qualche trombetta forse. Per i maschi i più ambiti erano però i trenini di latta che si caricavano con la molla. Alle bimbe si regalavano le bambole. È così anche ora? Mi ricordo che un anno me ne regalarono una con il viso di porcellana e gli occhi che si aprivano e si chiudevano. Mi raccomandavano sempre di stare attenta e io la tenevo con grande cura”.
“È vero che li portava la Befana il 6 gennaio?” “Sì, i regali li portava la Befana ed era un momento molto emozionante per i bimbi”. Anna Maria mi spiega che c’era tutta una messa in scena da preparare in segreto. “Qualcuno della famiglia avvertiva che sarebbe arrivata la Befana e avrebbe controllato dalle finestre che i bimbi non stessero facendo i capricci per andare a letto”. “Poi, dalle nove della sera circa, qualcun altro travestito arrivava veramente, preannunciandosi con uno strano strumento, se vuoi ti mostro”. Anna Maria si alza e si dirige verso il camino nell’altra stanza: “si prendevano le molle per la legna e l’attizzatoio e si sbattevano l’uno sull’altro. Così, senti? I bambini si fermavano impauriti ad ascoltare”. In effetti il suono non è dei più rassicuranti, soprattutto pensando che era provocato da un’oscura figura fuori le mura domestiche nelle buie e fredde serate di inizio gennaio. Poi la presunta vecchietta chiedeva: “Ien a let i putin?”, cioè “sono a letto i bambini?”. E gli adulti in casa rispondevano “Sì sì, ien a let”. Mentre i piccoli erano “spaventatissimi”, tanto da “andare a letto senza vederla” e scoprire i regali “solo la mattina dopo”.

Le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta
La Novena di Natale: infreddoliti ma felici
La letterina di Natale: che ansi quei brillantini

letterina natale

TRADIZIONI
La letterina di Natale: che ansia quei brillantini

I ricordi del Natale cui Teresa è più affezionata sono quelli sul suo primo albero di Natale e sulla letterina che si scriveva a scuola a Gesù Bambino.
“L’albero di Natale, abbiamo iniziato a farlo solo dopo la guerra, prima non era ben visto dal parroco perché non era considerato cattolico”: “in casa nostra, da che mi ricordo, c’è sempre stato il presepe, l’albero invece non lo facevamo tutti gli anni”. “Usavamo delle bellissime palline di vetro, molto probabilmente regalate dai vari conoscenti, perché non avevamo certo i soldi per comprarle tutte. Ero riuscita a conservarle fino a un paio di anni fa, ma poi con il terremoto sono andate perdute. Che rabbia mi viene, non farmici pensare troppo!”
Naturalmente gli alberi finti erano ben di là da venire, ma anche quelli vivi erano molto rari: “il nostro primo albero di Natale, come poi per molti anni a seguire, non è stato un abete vero perché costavano troppo. Un bastone di legno faceva da tronco e poi mi ricordo che il nonno infilava in alcuni buchi dei rami di abete, erano le potature che si facevano nei giardini e si riciclavano in questa maniera”. “Le prime luci che si usavano non erano elettriche come ora, ma candeline infilate dentro a portacandele con una mollettina che si agganciava ai rami. Le luci elettriche sono venute molto dopo: mi ricordo che a mia sorella piaceva giocare con l’intermittenza, ma la mamma si arrabbiava molto perché era pericoloso”.
Uno dei gesti rituali di preparazione al Natale era la letterina scritta negli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze. Era indirizzata a Gesù Bambino, non a Babbo Natale, che sarebbe arrivato solo dopo la guerra insieme alla Coca Cola, e la si scriveva per chiedere scusa di aver disubbidito alla mamma e al papà, non per reclamare i più svariati regali. “La letterina – spiega Teresa – la scrivevamo a scuola nei giorni prima delle vacanze: ci facevano portare la carta da lettera, o un foglio bianco quando non ci si poteva permettere altro, e in altro a destra ci facevano disegnare Gesù nella greppia, come se fosse una specie di intestazione”. “La nostra maestra era bravissima – si intenerisce e sorride – perché se ne inventava di tutti i colori per farci fare dei bei lavoretti: mi pare che addirittura ricalcassimo i disegni alle finestre. Poi li coloravamo con le matite e con le dita sfumavamo i colori. L’operazione più difficile però era fare la cornice con i brillantini: con il pennello dovevamo spalmare la colla liquida e poi ci mettevamo sopra i brillantini colorati. Sbavare e spargere i brillantini per tutto il foglio era il mio terrore!”
La lettera “era piena di buoni propositi per l’anno nuovo e di scuse per tutte le volte che avevi disubbidito alla mamma e al papà. Sì perché anche se era indirizzata a Gesù, in realtà chi la riceveva era proprio il papà: la si metteva sotto il piatto il giorno del pranzo di Natale, doveva essere nascostissima e lui fingeva di essere sorpreso nel trovarla là alla fine del pranzo: era un momento di grande eccitazione attorno alla tavola. No aspetta! La nascondevamo sotto il piatto della minestra e lui avrebbe dovuto trovarla dopo aver mangiato il primo – si corregge Teresa – perché mi ricordo che ogni anno si divertiva a stuzzicarci e diceva con la mamma: “Oggi non cambio piatto eh, mangio tutto qui, anche il secondo!” Io guardavo la mamma delusa perché così avrebbe visto la lettera solo una volta finito di mangiare”.
Se vi state chiedendo come facessero a nascondere sette letterine sotto il piatto, ecco la spiegazione di Teresa: “In realtà era tradizione che solo il più piccolo la nascondesse: noi abbiamo avuto la fortuna di poterlo fare tutti, essendo nati in anni diversi”.
“Una volta scoperta, il papà la leggeva forte a tavola davanti a tutti e ci faceva i complimenti e soprattutto ci dava una piccola mancia: era l’unica di tutto l’anno!”

Le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta
La Novena di Natale: infreddoliti ma felici

TRADIZIONI
La Novena di Natale: infreddoliti, ma felici

La Novena di Natale: preghiere che si recitano nei nove giorni che precedono il 25 dicembre nel calendario liturgico. E’ uno dei ricordi più forti legati al Natale di Lucia, Teresa e Maurizio: “Non so bene come spiegare quelle sensazioni, era una specie di periodo di preparazione, Natale per la nostra famiglia iniziava con la Novena”, racconta Teresa.
“Ogni giorno la celebrazione era alle sei del mattino”, perciò non è difficile credere a Maurizio quando confessa che le prime cose che gli vengono in mente sono “il buio, la neve e il freddo, molto più di ora”. Chissà quanti degli odierni strenui difensori della tradizione natalizia cristiana si sveglierebbero per nove giorni alle sei del mattino solo per recarsi, digiuni sia ben chiaro, a piedi in chiesa e prepararsi con canti e preghiere all’arrivo del bambinello di Betlemme? E poi, dopo una breve sobria colazione, via a scuola o al lavoro fino a sera.
“La cosa bella era che, forse proprio per il buio, le persone uscivano di casa tutte insieme. Quindi si intravedevano per le strade questi gruppi di persone, contadini e braccianti, che nella semioscurità arrivavano dalle varie vie e dalle grosse tenute del paese e si radunavano mano a mano davanti alla chiesa”, in un brusio che si faceva sempre più vociante.
Anche la chiesa era semibuia e fredda, anzi “gelida, allora non esisteva il riscaldamento”, ma nonostante ciò “era gremita, le donne a destra e gli uomini a sinistra, oppure addirittura dietro l’altare. Le famiglie più in vista avevano il proprio banco, mentre per gli altri c’erano le sedie e per averne una bisognava fare un’offerta. A volte però capitava che finissero anche quelle”.
“Ogni volta si accendeva qualche luce in più e l’ultimo giorno di Novena, la mattina del 24 dicembre, la chiesa si riempiva di luce perché tutti i lampadari erano accesi come nelle grandi solennità”. Inoltre a ognuno veniva distribuita un candelina sottile sottile e quando si accendevano tutte insieme formavano una folla di piccole fiammelle tremolanti, quasi fossero damigelle al seguito delle luci sfavillanti dei lampadari della chiesa.
“Per noi bambini solitamente la messa era un po’ noiosa, sai allora era ancora tutta in latino, quindi si recitava a memoria senza sapere bene cosa significassero le parole. Non era così però nel caso delle celebrazioni di quel periodo. In particolare aspettavamo la fine del kyrie*, intonato in modo un po’ stonato da una signora che si chiamava Anita – confessa Maurizio, sorridendo ancora al pensiero – perché poi iniziavano i canti che ci facevano entrare nell’atmosfera del Natale. Eravamo tanto infreddoliti, ma felici”

*Kyrie Eleison è un’antica preghiera della liturgia cristiana, in seguito alla riforma liturgica nel rito romano in lingua italiana è stata tradotta “Signore, pietà”.

4. continua

Leggi le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta

cartolina-paesaggio-innevato

TRADIZIONI
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta

Vengono da una di quelle famiglie in cui i legami sono talmente forti da fare tutte le sere un giro di telefonate fra i fratelli sparsi per la regione: erano in sette, quattro maschi e tre femmine, nati fra il 1938 e il 1951. A raccontare cosa si faceva e quale aria si respirava per Natale in una famiglia così numerosa e così legata Lucia, Teresa e Maurizio.
“Che bella idea raccontare i Natali di una volta!”, incomincia Teresa entusiasta. Lucia è più perplessa: “Io non so se mi ricordo bene, è passato tanto di quel tempo”. In realtà non è affatto così, tanto che presto le due sorelle si mettono a dibattere sui particolari più minuziosi di ciò che raccontano. Per esempio, su dove fosse in chiesa il piccolo palco sul quale salivano i bambini per la recita del pomeriggio di Natale e se i bambini fossero solo quelli che frequentavano il catechismo o se ci fossero tutti quelli che frequentavano la scuola materna o anche altri del paese.
Tutti gli anni, infatti, finita la funzione pomeridiana del 25 dicembre, iniziava un altro tipo di rito: “i bambini salivano su un piccolo palchetto a fianco all’altare”, se a destra o a sinistra probabilmente è materia di discussione fra Teresa e Lucia anche ora, mentre leggono questo articolo, “e uno alla volta recitavano una poesia imparata a memoria appositamente per quell’occasione”. La parte destra della chiesa, dove allora sedevano le donne, era in trepidazione: “le mamme erano preoccupatissime che il loro bimbo non si ricordasse bene la propria poesia e quando poi, intimorito, non voleva salire le scale, allora erano proprio disperate”. “C’era una vera e propria competizione fra le varie famiglie, una sorta di gara a chi fosse il bimbo più bravo, ed era evidente l’orgoglio dei genitori quando i bimbi recitavano bene la loro poesia”. “Si applaudiva tantissimo e da quanto erano forti e calorosi gli applausi si capiva quanto erano stati bravi i bambini nel declamare. Non crediate che gli applausi fossero gratuiti: non è come ora, che se un bimbo sbaglia è simpatico, allora bisognava essere bravi e impeccabili per ricevere i complimenti!”
Di una cosa Lucia si ricorda perfettamente: i fiorellini di carta colorata che nel periodo della Novena di Natale (dal 16 al 24 dicembre) le bambine appuntavano sulla culla vuota che la notte del 24 avrebbe accolto la statua di Gesù Bambino. “Li preparavano le suorine e ogni mattina, quando si entrava in chiesa per la recita della Novena, ogni bimba ne metteva uno sulla culla: la sera della Vigilia era tutta colorata e piena di fiori, pronta per accogliere il bambinello”. “Mi ricordo che una mattina mi sono addormentata a letto e quando la mamma mi ha chiamato mi sono subito sbrigata a prepararmi perché non volevo assolutamente che il mio fiore mancasse, nemmeno per un giorno”.

3. Continua

Le puntate precedenti
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”

TRADIZIONI
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”

Giorgio in questi giorni ha festeggiato il suo compleanno: è nato nel 1928, 87 anni fa. Ha fatto il falegname per 42 anni. Mostra la mano sinistra: “Questi sono il segno di riconoscimento per molti di noi”, dice mostrando tre dita senza falangi. Ha iniziato da giovane a imparare il mestiere: la mattina andava a scuola e il pomeriggio garzone a bottega, ma ha dovuto smettere presto di studiare perché doveva aiutare la famiglia a tirare avanti. “Non ricordo se a scuola si facesse qualcosa di particolare per Natale, in quegli anni c’era la guerra, avevamo altro a cui pensare”.

Suscita tenerezza mentre in dialetto spiega che non c’è molto da raccontare, perché prima della guerra il Natale era un piatto di tortellini con un po’ di brodo, una raviola e un pezzo di pane natalizio cotti nella stufa a legna di casa o nel forno del paese. Raviole e pane di Natale sono tipici dolci del ferrarese e del bolognese. Per le raviole si impastano farina, uova, burro, zucchero e lievito e una volta stesa la pasta si riempie con marmellata casalinga, facendo tanti fagottini da cuocere in forno. Si facevano per tempo e si conservavano gelosamente perché dovevano durare fin verso Sant’Antonio, che si festeggia il 17 gennaio. Il pane di Natale, variante casalinga del più celebre pampepato, viene preparato, secondo tradizione familiare, con farina, zucchero, cacao o marmellata di prugne a seconda delle ricette tramandate da generazioni, canditi, caffè e mandorle o arachidi. Dopo la cottura in forno viene bagnato con un liquore particolare e poi ricoperto di cioccolato fondente.
“I regali, quando li si riceveva, si facevano più per la Befana: erano qualche mandarino, qualche caramella o qualche zigàla. Non sai cos’erano vero? Erano dolcetti di zucchero che si trovavano solo in due o tre gusti”. Ma già così era più del solito: la miseria allora era tanta che bastavano queste piccole cose per fare festa e passato il Natale eravamo tristi perché era finito tutto”.

“Si faceva tutto in casa. Mi ricordo il piccolo presepe: per l’erba si raccoglieva il muschio in campagna lungo i fossi e le statuine erano di carta pesta, le facevano la mamma e il papà. Io ero il più piccolo di tre fratelli”. Aveva una sorella e un fratello più vecchi di lui, “a volte si discuteva per piccole questioni di invidia, perché si credeva che l’uno avesse ricevuto più dell’altro”.
“La mamma lavorava in campagna e il papà faceva il muratore. Abitavamo in una casa unica divisa in tre parti, con i nonni e i fratelli di mio papà. Il Natale lo passavamo un anno in casa da uno e un anno in casa dall’altro”. Spesso erano Giorgio, i suoi fratelli e sua mamma ad andare dai nonni o dagli zii, “il papà non c’era perché era all’estero a lavorare: è andato in Germania e persino in Africa”.
“È difficile spiegarlo a chi non lo ha vissuto: il Natale era più sentito di adesso, non si vedeva l’ora, ma c’erano meno segni esteriori. Solo dopo la guerra si è cominciato a festeggiarlo come si fa adesso”.

Leggi [qua] l’introduzione: Racconti dai Natali che furono per ritrovare lo spirito autentico delle feste

natale tradizioni

L’INIZIATIVA
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale

Guai a chi ce lo tocca! Anche quest’anno sta arrivando: non abbiamo fatto in tempo a mettere via (o ancora peggio a buttare) zucche e altre chincaglierie di Halloween che (implacabilmente) stava già arrivando: il tanto atteso Natale. Giusto il tempo del Black Friday per liberare i magazzini delle grandi catene e far posto alla merce che finirà impacchettata e spacchettata tra la notte del 24 e la mattina del 25 dicembre.
Vogliate scusare un inizio così caustico, io in realtà adoro il Natale, è la mia festa preferita, ma proprio per questo negli ultimi tempi comincia a passarmi la voglia di festeggiarlo. Di mezzo ci sarà anche la nostalgia di persone che lo rendevano ancora più speciale e che ora non ci sono più, ma ahimè forse centrano molto di più le luci di colori sempre più improbabili e accecanti; le decorazioni sempre più vistose ed eccessive; la corsa sempre più sfrenata ai regali, non importa cosa e a chi, l’importante è farli; le abbuffate sempre più ricche di cibo e povere di compagnia. Quest’anno ci si è messa anche l’ennesima strumentalizzazione politica e mediatica della ‘tradizione’ e dell’‘identità’. Ebbene sì, sto parlando delle vicende di Rozzano e del loro contraltare di Pietrasanta. Salvini che afferma “Se qualcuno ritiene di favorire i nostri bambini, negando quelle che sono le nostre tradizioni, è fuori di testa”, mentre il Presidente del Consiglio, che avrebbe ben altro di cui occuparsi in questi frangenti in tema di scuola e di altre emergenze, trova il tempo di dichiarare al Corriere della Sera: “Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”. Vale la pena di accennare al fatto che, è proprio il caso di dirlo, è stato fatto “molto rumore per nulla”, come hanno spiegato le insegnanti che quella scuola la vivono tutti i giorni [clicca qui per ascoltare la loro testimonianza]

Era da un po’ che pensavo a qualcosa di particolare da scrivere per questo Natale 2015 e l’idea che mi era venuta era proprio di conoscere meglio le tradizioni legate a questo periodo dell’anno, dall’Avvento all’Epifania. Di fronte a tutto quello che stava avvenendo però ho temuto il peggio: non vorrò mica diventare anche io una sentinella a difesa delle tradizioni e dell’identità italiane, naturalmente cristiane cattoliche, di fronte all’ondata relativista, multiculturalista, terzomondista, buonista e altri non meglio precisati ‘–ista’?
Poi però mi sono anche chiesta: le tradizioni e l’identità socio-culturale di cui voglio scrivere io sono le stesse di cui si riempiono la bocca lor signori? E fortunatamente la risposta è no, perché lor signori, e con loro molti altri, forse tutti quanti, probabilmente quelle usanze se le sono un po’ cucite addosso. Fin qui, sia ben chiaro, niente di male: l’importante è che allora tutti si possano cucire addosso le proprie, senza che qualcuno si arroghi di dire quale sia legittima e quale no.
A questo proposito mi è tornato in mente un famosissimo libro di Hobsbawm e Ranger, “L’invenzione della tradizione”. Nell’introduzione Hobsbawm scrive: “Scopo e caratteristica delle “tradizioni”, comprese quelle inventate, è l’immutabilità. Il passato al quale fanno riferimento, reale o inventato che sia, impone pratiche fisse (di norma formalizzate), quali appunto la ripetizione”. A questa immutabile reiterazione Hobsbawm oppone la “consuetudine”: “Non esclude a priori l’innovazione e il cambiamento, […] non può permettersi l’immutabilità” semplicemente perché nemmeno “la vita è così”.
Ecco, io mi sono occupata di consuetudini non di tradizioni, perché ho chiesto a persone nate fra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta di raccontarmi le tradizioni che hanno vissuto, per capire cosa è rimasto e cosa è cambiato, non un racconto statico, ma memorie di Natali che furono e che non sono più, nel bene e nel male.
Come era vissuto una volta il Natale? Qual erano i valori più sentiti? Cosa si faceva? Che cosa ci si aspettava? Sono queste le domande che ho fatto. Ed è venuto fuori che in fondo non era fatto di giorni particolari, di ricorrenze da celebrare, ma di un’atmosfera speciale, un’atmosfera di misticismo sospeso, non necessariamente cattolico in senso stretto, nel contesto del quale ogni fatto o gesto assumeva una sua pur dimessa ritualità. Era un Natale senza fronzoli ed esagerazioni fatto di piccole cose, era l’insieme di tante situazioni che capitavano una e una sola volta l’anno: le mance dei parenti e dei genitori, la messa di mezzanotte, la poesia imparata a memoria, il pranzo fatto di cibi speciali, il gioco della tombola. Era il ritrovarsi tutti assieme, era l’aria che si respirava, carica di gioia e di allegria.

Un’ultima cosa ancora: un grazie di cuore ad Anna Maria, Giorgio, Lucia, Maurizio e Teresa, che hanno voluto condividere con me i loro ricordi di Natale. Li leggerete nei prossimi giorni. A loro e a tutti voi lettori un augurio di un felice e sereno Natale.

Pergamon

LA BELLEZZA CI SALVERA’
In Anatolia sulle orme di Adriano, l’imperatore letterato

Un buon libro (almeno nelle aspettative) scelto per accompagnare le vacanze estive può rappresentare il compimento ideale del “progetto ferie” lungamente agognato durante il corso dell’anno. Senza esitare ho scelto una rilettura da tempo desiderata, fiducioso di trovare fra le sue pagine una affinità idealizzata al viaggio itinerante programmato mesi or sono.
Il libro in questione è “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar e il percorso incantevole compiuto è quella collana di perle preziose che sono i siti archeologici greci situati sulla costa orientale anatolica del mare Egeo: la Ionia e la Lidia, oggi in terra di Turchia, da Alicarnasso, l’odierna Bodrum, fin sotto le mura di Troia-Truva.
L’imperatore romano Adriano governò l’impero dal 117 al 138 d.C., impegnandosi in diverse campagne militari di stabilizzazione dei confini, ma la sua impronta determinante conduce decisamente alle belle arti. Lui che fu poeta e letterato, ammirava la raffinatezza della cultura greca, e grazie alle sue celebrate competenze in architettura (avversate dal famoso architetto Apollodoro di Damasco, poi probabilmente fatto giustiziare da Adriano stesso) arricchì di monumenti Roma, Villa Adriana di Tivoli inclusa, e la terra greca: “Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo…le città splendide e piene di luce…” soleva dire.

Il dovere di sintesi mi obbliga a poche righe, limitandomi ad abbozzare una rappresentazione di solo un’infinitesima parte delle meraviglie incontrate.
Da Alicarnasso, nel cui centro abitato si può oggi solo immaginare la grandiosità del Mausoleo omonimo eretto per Mausolo e inserito fra le Sette meraviglie del mondo antico, si approda a Didima con i suoi colonnati megalitici del pronao del tempio di Apollo Didimeo alti quasi sedici metri e collegata attraverso la via sacra a Mileto. Mileto, patria di Talete, matematico e filosofo, a sua volta fondatrice nel Mediterraneo di colonie, ricca di storia anche drammatica, che risorse dopo la riconquista da parte di Alessandro Magno e rivitalizzata nell’impero romano. Le mura possenti, le terme e i resti di altre numerose costruzioni ne fanno un sito anche impegnativo da visitare. Incontriamo Priene che la leggenda vuole fondata dalle Amazzoni e poi proseguendo Efeso.
Efeso, oggi Selçuk, era sede di un’altra delle Sette meraviglie del mondo antico, il tempio di Artemide. Offre l’incantevole via di colonnati, resti di fabbricati solo immaginati oggi: partendo dal teatro passa di fronte alla maestosa facciata della Biblioteca di Celso, che Adriano visitò per ben due volte e completò con grande profusione di mezzi insieme al porto commerciale.

biblioteca Celso Efeso
La biblioteca di Efeso

Il libro, pagine che volano veloci, e il viaggio: intreccio di arte, scultura e architettura, ma anche di guerra, che emerge con forza in ogni sosta di questo percorso che ci porta ora ad Aphrodisias, sulla strada di Pamukkale verso l’interno turco. È un gioiello da non perdere, qui Adriano diede probabilmente il meglio del suo impegno in terra greca antica, escludendo Atene: il tempio di Afrodite, lo stadio, i teatri, le terme, la scuola di scultura.
Si prosegue verso Pamukkale dallo stupefacente biancore del deposito calcareo delle cascate con la sovrastante Hierapolis di Frigia, altro vasto sito incantevole posto sull’altopiano, dall’ancora perfetto e grandioso teatro romano, e dove avrebbe trovato la morte San Filippo. Continuando verso nord dalla pianura antistante l’insediamento millenario si arriva con lo sguardo fino alla collina di Pergamo dove sono visibili i resti del colonnato del potente bianco tempio di Traiano, innalzato e completato da Adriano. Sul lato opposto della stessa collina scende ripidissimo un teatro antico, opera di alto ingegno. Il gigantesco e spettacolare Altare di Pergamo, smontato sul posto e rimontato a mille miglia di distanza, si può ammirare oggi al Pergamon museum di Berlino. Da non perdere nella vallata l’Asklepieion, l’antico centro medico con teatri, templi e vie curative, patria di Galeno. Un ultimo impegnativo tratto di strada e siamo sotto le mura di Troia, luogo di estreme emozioni senza tempo dove ci fermiamo.
Ho divorato le pagine delle “Memorie”. Con l’immaginazione entro ed esco dal libro e dal mio percorso sull’asfalto, con il convincimento che la Yourcenar abbia dipinto un ritratto dell’imperatore Adriano attraverso i suoi vent’anni di regno con il cuore, come un grandissimo protagonista della storia, diviso fra lo spietato pragmatismo del comando imperiale, l’umanità, gli amori, la finissima sensibilità verso l’arte e il bello, e con un tocco di fantasia dall’ascesa al trono fino alla malattia che lo ucciderà.

Busto di Adriano
Busto di Adriano dei Musei Capitolini

A un imperatore stanco e di fronte alla fine imminente l’autrice sussurra: “…Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più…Cerchiamo d’entrare nella morte ad occhi aperti…”
Prigionieri della seduzione della bellezza classica, dove a una meraviglia se ne sovrappone immediatamente un’altra senza respiro, sullo sfondo di un rosso tramonto sull’Egeo potrebbe accadere di intravedere un’ombra fra i colonnati e le divine sculture, fra gli archi e l’agora: l’ombra di un imperatore calato nella sua armatura di soldato dell’impero, assorto nei suoi pensieri, inebriato, rapito da Prassitele, Fidia, Temistocle, Senofonte…

valigia-nascosta-arnaldo-roberto-pozza-ferrara

IMMAGINARIO
Valigie di vita.
La foto di oggi…

Le valigie, in questo momento, affollano camere, cofani e stive. Lui, una valigia, se l’è portata dietro tutta la vita. L’hanno aperta, suo figlio e sua nuora, quando lui se ne è andato. E dentro hanno trovato la vita di Arnaldo Pozza, sottotenente internato militare a Sandbostel Stalag XB durante la seconda guerra mondiale. Le istantanee scattate mentre era arruolato sui Balcani e il quaderno con appunti della quotidianità del campo di prigionia sono diventati un libro: “La valigia nascosta”, a cura del figlio Roberto Pozza, editore Tresogni di Ferrara. Dentro un po’ tutta la storia, ricostruita insieme con Sandra Travagli andando a cercare tra carte, immagini e ricordi di chi lo ha conosciuto: un uomo, le vicessitudini familiari tragiche e la capacità di vedere sempre in positivo ricordati da chi ha condiviso con lui quei momenti terribili e ne ricorda la pacata, riflessiva e sorridente umanità.

Il libro e i contenuti della valigia sono stati esposti al Museo del Risorgimento e della Resistenza, corso Ercole I d’Este 19, Ferrara

OGGI – IMMAGINARIO LIBRI

valigia-nascosta-arnaldo-roberto-pozza-ferrara
Una valigia fa quasi da scrivania, poi conterrà foto, appunti, la vita intera di Arnaldo Pozza (foto dal libro “La valigia nascosta”)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

Orme dell'orso particolare

LETTURE
Grazie alla vita

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
mi diede due stelle
che quando le apro
perfettamente distinguo
il nero dal bianco
E nell’alto del cielo
Il suo sfondo stellato
E tra le moltitudini
L’uomo che amo
Grazie alla vita che mi ha dato tanto (….)
Gracias a la vida”, Violeta Parra

le-orme-dell-orso
Le orme dell’orso

Ho atteso un po’ prima di affrontare questa lettura. Ho tentennato, ammetto, ho preso tempo. Temevo il contatto e il confronto con il dolore, con la sofferenza legata all’abbandono, con il sangue vivo di ferite non ancora ben rimarginate. Tuttavia sapevo, ne ero sicura, che vi avrei trovato coraggio, amore, ardore e passione, insieme a tanta vita vissuta intensamente e che, ancora e sempre, avrebbe cercato intensità, avventure e riscossa.
Adriana, la titolare dell’omonimo salone Valles, è tutto questo, e chi la frequenta lo sa bene. Conosco questa splendida donna da qualche anno – troppo poco – e anche per questo non osavo entrare in una simile intimità, per timore di violarla. Non osavo varcare la soglia di momenti felici e infelici, toccare la passione di qualcuno, come lei, che sfioravo ogni tanto ma che ogni volta sentivo sempre così vicino. Una corrispondenza di sentimenti e di punti d’incontro che si manifestava sempre, anche solo sfiorandosi i pensieri, scambiandosi le sensazioni di donne e di figlie. E poi ho preso il libro, mi sono decisa, mi sono detta che se Adriana aveva voluto quelle pagine era anche per dirci qualcosa, oltre che per percorrere un cammino liberatorio di pace con se stessa e i propri fantasmi. E allora l’ho sfiorato con delicatezza e con leggerezza, sottile ed esile com’era, accarezzato, girato e rigirato e… divorato. Un baleno di emozioni, un lampo luminoso di momenti unici, consapevoli, dolci e amari, autentici e indimenticabili, intensi, generosi, commoventi, toccanti, penetranti.

Ammiro Adriana per la sua bellezza, dentro e fuori, per le sue mani leggere che ti pettinano e ti fanno sentire donna, bella, elegante, sensuale, insostituibile, unica. Ogni volta che entravo nel suo salone, di rientro dai miei lunghi viaggi, avevo l’impressione di tornare a casa, di accomodarmi su una poltrona calda e comoda che qualcuno teneva li’ sempre pronta per me. E la sensazione non cambiava, anzi si ripeteva ogni volta, con sempre maggior forza. Quel salone non era e non è un luogo come tanti, qui si percepisce il calore, la complicità, la generosità, l’abbraccio, la musica, la poesia, ci si sente quasi sfiorati da una leggera bacchetta magica che accarezza i pensieri e i riflessi delle luci sui tuoi capelli. E in queste pagine abilmente ricamate dalla ferrarese Francesca Boari, subito si coglie questa voglia di Adriana di renderti unica. Perché lei stessa dice immediatamente che “mi piaceva mettere le mani tra i capelli delle donne, mi sembrava che ogni volta mi affidassero un piccolo passo verso una trasformazione, verso uno dei tanti volti che abitano in quella parte remota di noi che sveliamo piano piano, specie se riusciamo a incrociare sulle nostre strade un tramite che ci dia accesso alla nostra intimità. Le guardavo entrare nel negozio e mi piaceva ascoltare tutto quello che dicevano e anche i loro silenzi. Al lavatesta appoggiavo delicatamente le mie mani tra i loro capelli e sognavo di essere io quel tramite che le avrebbe rese anche solo per un istante felici di specchiarsi”.

La nonna Celestina illumina tutto il percorso di una donna che sa di profumo di gelsomino, di fresca acqua di colonia, di ali d’angelo. L’amore dà l’anima a tutto il resto, dal marito Sergio al figlio Giacomo, un amore per la vita stessa che accende ogni giorno a spazza via ogni nuvola. In queste pagine si percorre la bellezza, spesso messa in ombra dal grande dolore dell’abbandono materno, ma riscattatasi in un affetto ritrovato, tardi negli anni, che, in un grande abbraccio finale, avvolge magia, incanto e luce del perdono. Non una semplice storia di un salone di bellezza, nel senso più profondo della parola, ma vere meraviglie del cuore, Memorie di Adriana.

Francesca Boari
L’autrice Francesca Boari

Francesca Boari, “Le orme dell’orso”,

edizioni Esav, 2014, 63 p.

Memorie-migranti-3-ottobre-Ferrara-Festival-Internazionale

IMMAGINARIO
Memorie migranti.
La foto di oggi…

Oggi inizia il Festival Internazionale. In questo giorno ricorre il primo anniversario della morte, vicino a Lampedusa, di 368 migranti provenienti dal Corno d’Africa. Era il 1° ottobre 2013. A Ferrara il ricordo viene scandito stasera da letture del libro “La vita ti sia lieve” di Alessandra Ballerini con l’accompagnamento di Ivan Segreto, cantautore e pianista. Al Circolo Arci Bolognesi, in piazzetta San Niccolò 6, ore 21.

OGGI – IMMAGINARIO MEMORIE

Memorie-migranti-3-ottobre-Ferrara-Festival-Internazionale
“Memorie migranti” il 3 ottobre 2014 a Ferrara per Festival Internazionale (foto Galata Museo del mare)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

citta-conoscenza

Il fattore Kc

Nell’era postindustriale, la Città della Conoscenza sorge come l’appello a un più profondo, più lucido e più onesto modo di vivere l’esperienza urbana. Il fattore Kc altro non è che la Knowledge City, la Città della Conoscenza.
Indica l’ambizione di migliorare la vita umana e il benessere individuale, l’elemento umano come base imprescindibile di ogni città intelligente.
Conoscere è tensione, è come la corrente elettrica, se manca nulla si illumina, è il blackout della mente, della propria vita, di ogni cittadinanza.
Ecco perché della Città della Conoscenza non si può fare a meno di parlare, relegare il tutto a una formula, o addirittura presumere di realizzarla senza averne compreso il significato.
Conoscenza è il faro che può illuminare il cammino della città postindustriale, postmoderna alla ricerca di una nuova identità.
Oggi la conoscenza è considerata uno dei beni più preziosi per qualunque impresa che richiede d’essere gestito in modo efficiente ed efficace. Conoscenza significa innovazione di prodotti e di servizi, nuove strutture organizzative che favoriscono la condivisione delle competenze proprie del capitale umano, accelerazione e intensificazione della produzione, dell’utilizzo e della diffusione di nuovi saperi e di nuove tecnologie.
La gestione della conoscenza è determinante per gli affari, l’istruzione, la pubblica amministrazione e la sanità. Non a caso le principali organizzazioni internazionali come la Commissione Europea, la Banca Mondiale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’Ocse hanno adottato nei loro indirizzi strategici lo sviluppo e la gestione della conoscenza.
Tutto questo fa da cornice alla realizzazione della città della conoscenza a partire dalla capacità di attrarre, trattenere, integrare talenti e individui creativi. Perché una città della conoscenza compete per la sua vitalità culturale, per le opportunità di lavoro che offre ai lavoratori della conoscenza, per la presenza di strutture locali in grado di attrarli.
Una città della conoscenza è una città che fonda la propria crescita sul sapere, per questo ne favorisce la ricerca, la creazione, la condivisione, la valutazione, il rinnovo e l’aggiornamento continuo.
Il processo di sviluppo di una città della conoscenza non è né breve né semplice. Di conseguenza qualunque sforzo per realizzarla richiede il sostegno attivo di tutta la comunità, dall’amministrazione locale ai cittadini, dal settore privato alle organizzazioni, scuole, università, associazioni, ecc.
L’ambizione di ognuno di noi dovrebbe essere quella di lavorare per collocare la nostra città nel gruppo di testa delle aree urbane della nuova società dell’informazione e della conoscenza del ventunesimo secolo.
Si potrebbe fare puntando, appunto, sul fattore Kc.
A me viene di raccontarlo in questo modo. Che non è utopico, perché già tante città nel mondo, da Cordoba a Rotterdam, da Atlanta a San Paolo, che hanno intrapreso la strada della conoscenza, l’hanno praticato.
Si tratta di indicazioni sulla carta che hanno bisogno di perfezionamenti, di adattamenti o di altro ancora. Nulla che voglia insegnare niente a nessuno, ma solo per dire che, volendo, si potrebbe fare.
Si potrebbe fare che un giorno il Consiglio Comunale iniziasse a dibattere sul come avviare la trasformazione della nostra città, patrimonio culturale dell’umanità, in Knowledge City, in Città della Conoscenza.
Una città che restituisce importanza e centralità ai suoi cittadini e ai saperi, facendo di questi la sua identità, perché risorsa prima della sua crescita e del suo modo di essere. Non più solo città delle biciclette, ma innanzitutto città delle persone, città che radica il suo futuro sul patrimonio umano dei suoi abitanti.
Potrebbe essere che una volta definite le linee strategiche, i punti di arrivo, il Consiglio comunale ravvisasse la necessità di costituire, nelle forme ritenute più opportune, un Consiglio generale e un Comitato esecutivo come responsabili dell’attuazione del programma di trasformazione della città in Città della Conoscenza. Tutte le agenzie vitali della città, economiche, sociali, culturali, scuole e università sarebbero chiamate a farne parte con i loro rappresentanti, tutti impegnati a conseguire questo obiettivo principale.
Il Consiglio comunale, dunque, formalizza il contenuto del piano strategico, definendo indicatori di performance e le istituzioni responsabili dell’attuazione delle azioni prioritarie. Nomina un assessore responsabile del progetto “Città della conoscenza”, il suo compito principale è quello di promuoverne lo sviluppo, lavorando orizzontalmente all’interno della amministrazione comunale per renderlo parte coerente e integrante delle politiche degli altri assessorati, cultura, turismo, istruzione, sviluppo urbano, ecc. e mobilitare l’intero sistema degli stakeholder.
Fondamentale è che chi amministra la città sappia stimolare l’iniziativa e la partecipazione dei settori privati, fornendo reti avanzate per la comunicazione, infrastrutture energetiche, sistemi di trasporto e quant’altro.
Se ci sono aziende municipalizzate per i trasporti, l’energia, l’igiene pubblica e altro ancora, sarebbe davvero così eretico incoraggiare lo sviluppo di “un’impresa della conoscenza”? Ben altra cosa dalle “fondazioni” che promuovono il mercato degli eventi culturali. Un’azienda autonoma completamente patrocinata dal Municipio e responsabile per lo sviluppo economico complessivo della città, attuando una serie di progetti legati alla strategia “Città della conoscenza”.
La città, nonostante ogni critica e ogni abuso, rimane il motore del progresso e dell’uomo, è questo che rende la città l’invenzione più grande della nostra specie.
Le città non sono solo strutture e memorie, le città sono prima di tutto le persone. La grandezza di una città è sempre venuta dalla sua gente, non dai suoi edifici. È tempo di tornare alla gente ad essere cittadini della propria città e per la propria città. Sempre più compito dell’amministrazione cittadina è quello di occuparsi delle persone che la città abitano, in modo che l’identità della città sia quella dei suoi cittadini.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi