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LA POSTA IN GIOCO
Un Eurogruppo senza coraggio. Ma la partita è ancora aperta

Si è dunque arrivati ad un accordo nella riunione dei ministri delle finanze dell’Eurogruppo per definire le scelte economiche da mettere in campo nella crisi derivante dalla vicenda Coronavirus. Nella sostanza, si è stabilito che ci saranno circa 500 miliardi di € a disposizione tra interventi della BEI (Banca Europea degli Investimenti), programma SURE (una sorta di cassa integrazione europea) e MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), anche se questi ultimi pare saranno erogati senza condizioni solo per le spese sanitarie e connesse ad esse. Si potranno poi aggiungere circa altri 500 miliardi provenienti dal cosiddetto ‘Fondo per la Ripresa’, la cui definizione precisa e le modalità di finanziamento sono però slittate in avanti.
Si è parlato di queste decisioni come di un compromesso, dopo un duro scontro tra i diversi Paesi, realizzato ‘scambiando’ risorse significative stanziate – anche se insufficienti, vista la profondità della crisi che si annuncia- e il fatto che sparisce ogni riferimento rispetto alla condivisione dei debiti, i famosi Eurobonds o Coronabonds che dir si voglia. In realtà, a me non pare che le cose stiano in questi termini: in realtà, siamo di fronte ad un arretramento serio rispetto alla possibilità di affrontare positivamente la crisi economica e sociale che si prospetta, al prevalere di spinte nazionalistiche dei singoli Stati, che rafforza purtroppo la realtà di un’Europa incapace di una visione progettuale all’altezza delle vicende in corso, che, a sua volta, è destinata a favorire ulteriori derive nazionalistiche e populistiche.

La differenza sostanziale fra MES ed Eurobonds 

Avanzo questa valutazione cercando di analizzare un po’ meglio il merito e la natura della discussione che si è svolta, alzando un po’ lo sguardo al di là delle polemiche piccine della politica nostrana, alimentate in particolare da una destra che continua a saper fare solo propaganda. Il primo punto che va chiarito è la grande differenza tra utilizzare il MES  (Meccanismo Europeo di Stabilità) e gli altri strumenti varati nella riunione dell’Eurogruppo – sia pure in quelle parti senza “condizionalità”, gergo un po’ tecnico che significa già oggi impegnarsi per rimettere in atto in futuro politiche di austerità – e il ricorso agli Eurobonds, o Coronabonds, che dir si voglia.
Il dato di fondo è che, nel primo caso, ogni singolo Stato che accede a tali risorse risponde della propria situazione economica e debitoria, mentre con gli Eurobonds si realizza una condivisione del debito, cioè si emettono obbligazioni garantite dall’insieme degli Stati europei.
Questa è la differenza sostanziale tra questi due approcci, che non è semplicemente un fatto quantitativo, cioè relativo alla possibilità e al costo dell’ indebitamento, ma, almeno potenzialmente, comporta una modifica dei meccanismi del ricorso e del finanziamento del debito pubblico, quello che ha governato le scelte dell’Europa degli ultimi decenni e imposto le politiche di austerità.

L’importanza di chi possiede il Debito: ad esempio il Giappone

Infatti, quel che è successo, in termini generali, da diversi decenni in qua in Europa, è che si è definito che sono i cosiddetti mercati – che non sono un’entità astratta, ma che rispondono al capitale e alla finanza internazionale – a decidere se finanziare o meno il debito pubblico dei singoli Stati e, alla fine, stabilire se uno Stato è a rischio di insolvenza, di poter andare in default. Il meccanismo è semplice: i singoli Stati, nel momento in cui emettono titoli di debito, svolgono un’asta alla quale partecipano i vari soggetti economici e finanziari che intervengono per comprarli o meno, senza che ci sia un vincolo di intervento per l’acquisto da parte delle autorità monetarie, cioè delle Banche centrali o della BCE.
Questa è stata una scelta, più o meno consapevole, abbracciata dall’insieme degli Stati europei, che hanno sposato una linea di politica economica neoliberista – quella appunto che affida i poteri di fondo e la regolazione sociale al mercato e alla finanza – per cui, quando i problemi diventano stringenti, come nel caso della Grecia nel 2015, le alternative diventano solo due: il fallimento dello Stato con l’impoverimento che ne consegue o feroci politiche di austerità.
Non è sempre stato così e, neanche oggi, è così dappertutto, anche in Europa (ma vedremo dopo il caso Germania). Infatti, la questione del debito pubblico non è semplicemente, come troppo spesso ci hanno fatto credere, quella della sua quantità assoluta e del rapporto Debito/PIL. Conta, per certi versi ancor di più, quali sono i soggetti che possiedono il debito, quelli che, alla fine, decidono della sua sostenibilità. Prendiamo – anche se è un caso particolare e dunque va preso con le pinze – la situazione del Giappone: lì il debito inizia a lievitare nei primi anni ’90 quando, dopo lo scoppio dell’enorme bolla immobiliare, l’economia scivola in uno scenario di bassa crescita. In 20 anni il rapporto Debito/PIL esplode dal 60% al 250% del PIL alla fine del 2018 (altro che il 132% dell’Italia!). Eppure il Giappone non ha particolari problemi di stabilità finanziaria, né tanto meno è a rischio di default: il fatto è che il governo giapponese emette obbligazioni (Japanese Government Bonds – JGB) a tasso zero/negativo per rifinanziare il debito, e la Bank of Japan e gli investitori istituzionali le comprano a prescindere dal rendimento offerto. Il debito è detenuto all’88% nelle mani di istituzioni pubbliche o semi-pubbliche.

Il caso Italia e la strada maestra degli Eurobonds

La situazione è assai diversa per Italia e Spagna: in particolare, per il nostro Paese, dove, secondo un’elaborazione di Prometeia, la maggior parte dei titoli pubblici è detenuta dal mercato, pari al 60% del debito complessivo. Il che significa che siamo particolarmente esposti, appunto, agli ‘umori’ dei mercati, quelli che determinano il famoso spread (il differenziale tra i rendimenti di due titoli di stato, in genere fra l’Italia e la Germania.), che altro non sono che i movimenti del capitale finanziario rispetto ai rischi che presentano i singoli Stati sovrani secondo gli stessi mercati, visto che sono loro i valutatori e i decisori.
Ora, tornando agli Eurobonds (e alla differenza con gli altri strumenti individuati), incamminarsi sulla strada della loro emissione, significa proprio iniziare a mettere in discussione il potere dei mercati sul giudizio del debito, nel momento in cui si dovrebbero misurare con un rapporto Debito/PIL su scala europea,  che vale circa l’80% anziché il nostro 132%. Emettere Eurobonds avrebbe, così, effetti rilevanti, ad esempio di limitare le spinte speculative per lucrare sui differenti rendimenti dei titoli dei singoli Stati e, soprattutto, si aprirebbe la strada al loro acquisto diretto da parte della BCE – cosa che oggi essa, ahimè, non può fare – per arrivare successivamente a farla diventare a tutti gli effetti Banca Centrale pubblica.
Insomma, non c’è paragone tra le due opzioni in campo. Quella del MES, SURE e consimili, sono risorse quantitative alle quali eventualmente far ricorso; ciò avverrebbe in un quadro in cui quel che conta rimane il dato quantitativo e qualitativo dell’indebitamento di ogni singolo Stato, che continua a soggiacere al ‘giudizio dei mercati’. Con la conseguenza che, nelle dinamiche della crisi annunciata, nella quale non è difficile prevedere che il nostro debito pubblico superi il 150% del PIL, le distanze tra i singoli Stati aumenteranno, i più forti lo diventeranno ancor più e i più deboli pure. Percorrere questa strada significa che una politica comune europea diventerà ancor più di oggi una chimera.

La partita è ancora aperta

Giunti a questo punto, non possiamo far altro che rassegnarci a questi nefasti scenari? In realtà, la partita è ancora aperta: nonostante tutto, anche in Europa, dove i nodi ‘duri’ della crisi devono ancora venire al pettine. E non si tratta tanto di sperare in qualche ripensamento, a partire dalla vicenda degli Eurobonds, per la quale non si può certo essere ottimisti dopo le conclusioni dellEurogruppo, semplicemente perché non sono ancora del tutto definiti i meccanismi dell’ipotizzato futuro ‘Fondo per la Ripresa’ di marca francese. La possibilità di cambiar strada ci viene offerta dalla realtà dei fatti.  E la realtà è che le contraddizioni e i problemi sono destinati a crescere in futuro, e su questi si potrà lavorare con la mobilitazione e la costruzione di alleanze.
Diventa soprattutto necessario compiere passi importanti, a livello nazionale, per intervenire sui meccanismi che presiedono il nostro debito pubblico. Ci sono almeno due diverse strade da battere. La prima è comportarsi come la Germania che, a differenza della politiche praticate in Europa per cui, come abbiamo visto, lasciano che siano i mercati a decidere del debito dei singoli Stati, si comporta in altro modo (come, tocca dirlo, ha ricordato l’ex ministro Tremonti): in Germania solo una quota di titoli di debito pubblico viene messa all’asta e un’altra viene trattenuta dalla Banca centrale tedesca, la Bundesbank, che poi provvede a farla acquistare dalla BCE.
La seconda è quella suggerita da un nutrito gruppo di economisti della Luiss (che non appartengono alla schiera, se poi esiste, degli economisti ‘rivoluzionari’), i quali  hanno proposto di costruire un prestito obbligazionario ad hoc, rivolto ai risparmiatori italiani, che detengono risorse cospicue e non sono interessati a movimenti speculativi, per sostenere le spese derivanti dalla necessità di fronteggiare la crisi e i futuri investimenti.

Il bivio davanti a noi

Tutte e due ipotesi  possono iniziare a mettere in discussione il dogma neoliberista secondo il quale mercati a decidere e il potere pubblico viene messo di lato, quando in realtà esiste la possibilità di un governo politico del finanziamento del debito e di sottrarsi al ricatto dei mercati.
Poi (ma senza aspettare tanto) occorrerà iniziare a porsi il problema di chi ripagherà il debito e di come costruire una nuova fase di investimenti e interventi pubblici per prospettare un nuovo modello produttivo e sociale, in una logica di giustizia sociale e di nuove priorità e finalità cui indirizzare il sistema economico.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

Scopriamo il Target 2 e il surplus commerciale.
Le pretese di Draghi e l’opinione dell’economista Giovanni Zibordi

Il sistema Target 2 è quel sistema che registra i pagamenti tra le banche commerciali e le rispettive banche centrali dei vari paesi dell’eurozona, pagamenti garantiti dalla Banca Centrale Europea che supervisiona. Sostituisce il vecchio Target dal 2007. Quindi immaginiamo una piramide alla cui base ci sono le banche commerciali, poi le banche centrali dei vari paesi aderenti ed infine la Bce. Le banche centrali operano attraverso le riserve, cioè i conti corrente delle banche commerciali accreditati presso di loro. Ogni banca ha un conto corrente presso una Banca Centrale, come i cittadini ne hanno uno presso la loro banca. La differenza è che i conti corrente delle banche presso le Banche Centrali si chiamano riserve. Le riserve possono essere manipolate dalle Banche Centrali, cioè aumentate o diminuite per determinati motivi. Nel 2008 la Fed aumentò le riserve dell’Aig di 130 miliardi, schiacciando un tasto e senza toccare i soldi dei contribuenti, per salvarla dal default.
Altro concetto importante è che le Banche Centrali non possono finire i soldi (su questo rimando alle dichiarazioni di Draghi in un mio precedente articolo: leggi).

In sintesi il Target 2 funziona così: se acquistiamo un paio di scarpe prodotte in Germania il corrispettivo passa da una banca italiana a una banca tedesca. L’operazione viene registrata ai sensi appunto del Target 2, di conseguenza la registrazione certifica una fuoruscita di soldi dall’Italia verso la Germania e le riserve delle Banche Centrali dei due Paesi vengono diminuite o aumentate.
Ma cosa succede se l’Italia compra troppe scarpe dalla Germania e nessuno compra, invece, i calzini che noi produciamo? Che cominciamo ad avere problemi di liquidità e per continuare a comprare scarpe in Germania, ma anche prodotti in altre parti del mondo, una Banca Centrale ci deve mettere a disposizione della liquidità oppure, nel nostro sistema monetario, bisogna trovarla sui mercati ai prezzi correnti.
Fino al 2008 la liquidità veniva trovata attraverso la vendita dei btp, poi la crisi del 2008 ha cambiato un po’ le percezioni degli investitori e fino al 2011 si sono fermati gli acquisti, per cui questa liquidità ha cominciato a essere automaticamente fornita dai paesi in surplus, come la Germania e l’Olanda, senza che questi potessero rifiutarsi. A quella data questi paesi vantavano crediti Target 2 per circa 1.000 miliardi di euro.
Il Target 2 prevede l’intervento automatico della Banca Centrale del Paese in surplus commerciale, nel nostro caso la Bundesbank, e quindi che la Germania finanzi gli altrui deficit, cioè fornisca liquidità per poter continuare a comprare eventualmente le loro stesse scarpe, ma anche le macchine giapponesi e le noccioline americane.

Teniamo sempre presente che l’economia reale, mentre le Banche Centrali sviluppano questi conti e aumentano o diminuiscono riserve, continua a vivere indipendentemente: chi deve ricevere, riceve i suoi crediti e chi deve pagare, paga i suoi debiti. Quindi il Target 2 procede sulla sua strada e l’economia monetaria gira, o piuttosto si è bloccata proprio quella dei Paesi a cui è stata imposta l’austerità (espansiva) per rimettere a posto queste benedette riserve.
È importante comprendere quindi che la liquidità agli utenti viene fornita e l’azienda che ha effettivamente venduto incassa il suo credito nella sua banca, mentre chi ha comprato effettivamente si vede scalare quella cifra dal suo conto. Questo perché le Banche Centrali hanno fornito la credibilità necessaria all’operazione attraverso aumento e diminuzione delle riserve detenute.
Del resto, mi chiedo, come potrebbe essere diversamente? Se si uniscono Paesi con differenti capacità produttive, competitive, tecnologiche e quant’altro, bisognerebbe accettare anche di compensare gli squilibri esistenti. Non si può fare un’unione monetaria con il Burkina Faso e pretendere che produca quanto produciamo noi, sia competitivo e presente sul mercato mondiale, senza che nemmeno abbia le infrastrutture o il Know how per poterlo fare. Se facciamo questa unione la portiamo a termine accettando dall’inizio di dover sacrificare qualcosa a meno che non lo facciamo solo per sfruttare lo sfruttabile e poi buttare il resto a mare.
Rifiutarsi di fornire liquidità ai Paesi aderenti che ne hanno necessità, dopo che questi hanno rinunciato alla possibilità di creare liquidità sul mercato dei cambi o attraverso le operazioni della propria Banca Centrale, avrebbe significato far saltare l’euro con largo anticipo rispetto a quando salterà sul serio. Il fatto che si creino squilibri, come spiegato sopra, è del tutto naturale e non è attribuibile a nessuno, tantomeno ai paesi più deboli della catena. È uno squilibrio insito nelle differenze esistenti fra paesi diversi e risolvibile solo con una unione politica in cui sia ovvio che ognuno aiuti l’altro, insomma un sistema cooperativo e collaborativo, federale, tipo tra gli stati degli Stati Uniti, per capirsi.

Invece gli Stati ‘forti’ dell’eurozona hanno imposto dal 2011 l’austerità con tutte le conseguenze del caso agli stati ‘deboli’, altro che condivisione. Il senso è stato: non vogliamo rischiare di perdere crediti. Questo dimostra anche che, oltre alla diffidenza che male si addice a una eventuale idea di unione politica, il problema è sempre più del creditore che del debitore, in particolare quando le cifre sono consistenti.

Vediamo cosa ne pensa Giovanni Zibordi, economista e sicuramente uno dei migliori conoscitori del funzionamento di mercati finanziari e contabilità bancarie che abbiamo in Italia.

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Giovanni Zibordi

Questi crediti da una parte e debiti dall’altra sono soldi veri e vanno compensati come dice Draghi?
In realtà non si tratta di soldi come molti di noi sono abituati a pensare, si tratta di riserve presso la Banca Centrale Europea e presso le Banche Centrali dei vari Paesi. E le riserve gestite dalle banche centrali funzionano in maniera diversa rispetto alle transazioni che avvengono tra banche commerciali. Il Target 2 è una convenzione contabile, si registrano delle transazioni, ma non producono crediti esigibili, sono ‘soldi’ che vengono spostati da una Banca Centrale all’altra e tra Banche Centrali ci si fida. In più non esiste un termine per l’eventuale saldo, è come ricevere un mutuo senza scadenza e senza garanzia. Sono operazioni che servono per far funzionare il sistema soprattutto in virtù del fatto che non esiste più il mercato dei cambi e non abbiamo più le monete nazionali né una banca centrale che può fare in autonomo determinate operazioni.
Inoltre, le Banche Centrali sono degli Istituti che possono operare in negativo e letteralmente creano il denaro che viene usato poi nell’economia e quindi possono aumentare o diminuire le riserve delle banche commerciali. Una perdita di 356 miliardi di euro non rappresenta un problema per loro perché è solo una questione contabile e nessuna azienda o ditta tedesca fallirà per questo. Il buco è solo ed eventualmente a livello banca centrale.
Certo il discorso non piace ai tedeschi che vorrebbero moneta sonante, a loro piace pensare di avere dei crediti che qualcuno deve pagare, ma questo è un problema loro. Pensano di avere una perdita, ma in questo caso se una perdita esiste, la perdita è della Germania e non c’è nessun obbligo di ripagare quella perdita. Perché si è creata nell’ambito di accordi specifici presi quando il gioco è iniziato e nessuna persona sana di mente pretenderebbe una cosa del genere.
Draghi dice due cose sbagliate: la prima è che si tratta di una perdita reale e la seconda che ricade sull’Italia. In realtà dice ciò che probabilmente e politicamente piace alla Germania, cioè che quei debiti andrebbero ripagati, ma ha dimenticato di aggiungere “anche se nessuno può obbligarli a farlo”.
Del resto parliamo di una persona che ha affondato Monte dei Paschi spingendola a comprare Antonveneta a 13 miliardi quando ne valeva 3, ha spinto l’Italia a fare dei derivati sui tassi di interesse 12 o 13 anni fa per i quali ogni anno si pagano 4 o 5 miliardi di interessi.

Una annotazione per finire è d’obbligo: fanno parte del Target 2 anche sei Paesi che non sono nell’eurozona (Danimarca, Bulgaria, Polonia, Lituania e Romania). Se noi prima di uscire dobbiamo rimettere a posto le riserve della Bundesbank, questi che limiti temporali di pagamento hanno? E con quale valuta?

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PUNTO DI VISTA
Quantitative easing for the people ovvero, “Soldi alla gente e non alle banche”

Un recente articolo di Sputnik Italia evidenziava come al G20 si starebbe discutendo della necessità di un riequilibrio internazionale delle partite correnti, cioè del fatto che l’attivo (surplus) di alcuni Paesi corrisponde al passivo (deficit) di altri. Situazione vista come fonte di squilibrio globale e da “curare” prima di tutto con il riequilibrio interno (aumento della domanda aggregata) e con accordi bilaterali tendenti alla rimodulazione dei tassi di cambio (cioè il Paese che ha un surplus commerciale dovrebbe rivalutare la propria moneta, l’altro dovrebbe svalutare – eh già!).
Un altro problema, correlato, che si metteva in risalto era l’eccessiva finanziarizzazione dell’emissione monetaria, tra l’altro operata per la maggior parte a piacimento e senza controllo dalle banche private, che creano denaro “dal nulla”: quest’ultimo quando è concesso come credito ai privati diventa poi debito a livello aggregato. Cioè i soldi che conosciamo arrivano per una piccola parte dalle Banche Centrali (che comunque li danno alle banche e non ai cittadini) e per il resto sono moneta elettronica emessa (creata) direttamente dalle banche private. Soldi che vanno a finire per la stragrande maggioranza dove creano immediati ed enormi profitti (fino alla crisi di turno con relativa bolla a carico della collettività): nelle speculazioni finanziarie, derivati, giochi di borsa effettuati in autonomia da super computer.

In zona euro succede che la Germania, che oggi ha seri problemi di gas di scarico, ha un evidente surplus delle partite correnti, mentre altri in deficit sono costretti a importare i suoi prodotti a prezzo “pieno” non avendo possibilità di svalutare, azione che tra l’altro, chissà mai perché, da un certo punto in poi in Italia è diventata una specie di vergogna e non una sacrosanta azione di politica monetaria, da attuare quando serve.

Sputnik Italia ha puntato invece i riflettori sul dollaro e ha bacchettato le operazioni di Quantitative Easing operate dalla Fed senza il controllo finale dell’utilizzo delle emissioni monetarie effettuate. Tradotto e attualizzato: a seguito della crisi del 2007/2008 la Banca Centrale americana ha stampato moneta in enormi quantità al fine di riequilibrare l’improvvisa penuria della carta verde. Quello che ha deciso di fare da poco anche la Bce. Purtroppo però, quando una banca centrale stampa (quantitative easing), si limita a emettere moneta e a darla alle banche private sperando che loro la immettano nell’economia reale. Una speranza, appunto! Ma se io privato (banca) ricevo montagne di soldi senza dover poi giustificarne l’utilizzo, scelgo ovviamente di darli al miglior offerente, a qualcuno o qualcosa che mi darà il guadagno maggiore nel più breve tempo possibile. Di nuovo, finanza e mercati!

Tutto ciò è possibile perché a un certo punto della nostra storia abbiamo deciso che era molto più saggio e profittevole per le comunità permettere ai capitali di entrare e uscire dai Paesi senza controlli, privatizzare le banche permettendogli anche di poter fare operazioni finanziarie, pensare che i mercati lasciati liberi di operare potessero sempre autoregolarsi (la famosa “mano invisibile” di Smith che ci perseguita da fine ‘700, nonostante nel frattempo siamo andati sulla luna e inventato gli smartphone). Permettendo, in ultima analisi, che il denaro fosse più importante delle merci prima e degli esseri umani poi.

Negli ultimi anni è stato poi sancito che se le banche, colpevoli di aver giocato troppo con i soldi dei correntisti, dovessero rischiare di fallire, socializzerebbero le perdite con questi ultimi, in fondo rei di aver votato per anni chi queste leggi le ha fatte e continua a farle. Quindi un ulteriore passo avanti rispetto al fatto che tutto il debito privato accumulato dall’ultima grande crisi era diventato debito pubblico, che era invece una socializzazione delle colpe un po’ più velata, indiretta (ma non troppo se guardiamo all’aumento dell’Iva e alla ‘ottimizzazione’ dei servizi sanitari).

Ovviamente nel nostro esperimento europeo di eliminazione degli Stati non è possibile aumentare la domanda interna (aggregata). Se lo facessimo aumenteremmo la capacità dei cittadini di spendere, di comprare beni, indistintamente italiani o tedeschi perché costano uguale. In un sistema a cambio fisso come l’euro, se un Paese è più forte di un altro ha la possibilità di poter vendere al più debole con un rapporto di cambio a lui favorevole, ma questo non è a costo zero per chi compra la Bmw. Infatti, poiché non siamo negli Stati Uniti, le Banche Centrali dei vari stati europei dovranno comunque operare delle compensazioni, trovare il modo per riequilibrare il sistema: ad esempio, il fatto che il sistema Germania ha dei crediti nei confronti del sistema Italia. Una volta esisteva la svalutazione che metteva a posto le cose, cioè si teneva conto delle reali potenzialità di un Paese in dato momento e la moneta, il cambio, rappresentava questi rapporti di forza.

Come riusciamo a riequilibrare oggi, in un sistema di cambi fissi? Impedendo, diminuendo la capacità di spesa del cittadino che importa più di quanto sia permesso. Come? Guardiamoci intorno: stipendi bloccati da anni, disoccupazione a due cifre, lavori a 400 euro al mese, crediti alle aziende bloccati, eccetera eccetera…

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Cancellare il debito pubblico? Per McKinsey non è un problema, ma ai mercati finanziari non conviene

di Claudio Pisapia e Claudio Bertoni

McKinsey, società di consulenza finanziaria considerata come la più influente al mondo, con all’attivo clienti di alto profilo quali società internazionali e persino governi, il 15 febbraio scorso ha pubblicato un dossier sull’indebitamento di Stati, aziende e famiglie dall’inizio della crisi ad oggi. Ebbene, il debito mondiale è aumentato di 57.000 miliardi di dollari determinando un rapporto debito/pil del 289%. Sono cifre da paura: il mondo è super indebitato e verrebbe da chiedere “con chi? Con gli abitanti di Venere?”. Ma tant’è… e sulla Terra, senza tanto discutere su chi sono debitori e creditori (sempre lo Stato), si cercano affannosamente le soluzioni. Tutti i giornali hanno ovviamente concluso che un debito del genere bisogna ridurlo. “L’esplosione del debito globale” titola Repubblica, “Non nascondiamo il debito sotto il tappeto” continua, seguita da gran parte delle testate giornalistiche nazionali. E Renzi, Padoan, Yutgeld, insieme alla schiera dei loro consiglieri economici, a ribadire il mantra del “riduciamo il debito” e “il debito va pagato”. Ma non è questo che dice la rinomata società McKinsey.

Se il debito pubblico vada ripagato o meno e se sia un problema è solo ed esclusivamente una scelta, politica prima di tutto. Ma in questi tempi bui, soprattutto dal punto di vista informativo, invece il fatto che il debito pubblico sia un problema e che vada ripagato è diventato un dogma. Invece, è una scelta che presuppone la volontà difendere o la maggioranza della popolazione oppure i grossi centri di potere politico e finanziario. E’ una scelta perché dipende da che parte si decide di stare.

Attenzione: il punto non è se prendere le difese del debitore o del creditore, ma se prendere le parti di cittadini, famiglie e imprese che lavorano e che producono beni e servizi reali oppure chi controlla i grossi gruppi di potere politico e finanziario e non produce nulla di utile.

La parte più interessante del report di Mc Kinsey è alle pagine 33 e 34. Ne riportiamo e commentiamo i passaggi principali. Innanzi tutto l’autorevole istituto (che non risulta gestito da soggetti ‘anarco insurrezionalisti’) pone una distinzione tra debito pubblico lordo e netto. Il primo, quello a tutti noto, rappresenta i Titoli di Stato detenuti sia dalle rispettive Banche centrali sia da altri istituti o da privati; il secondo, di cui non si parla mai, rappresenta solo quello detenuto da altri istituti o privati. E qui le cose diventano interessanti. McKinsey dichiara che se proprio vogliamo considerare il debito pubblico  un problema dovremmo prendere in considerazione almeno solo il debito pubblico netto. Perché, dice, ”il debito di Stato detenuto dalle banche centrali (o qualunque altro ente governativo) in un certo senso è solo un’entrata contabile che rappresenta la rivendicazione di una parte del governo verso un’altra. Inoltre, tutti i pagamenti dell’interesse su questo debito sono tipicamente inviati alla tesoreria nazionale, quindi il governo sta effettivamente pagando se stesso”.
Si sta dicendo che il debito pubblico detenuto dalle banche centrali non è un problema perché sono soldi che un membro della famiglia deve ad un altro membro della stessa famiglia. Sono semplici saldi contabili! Ma allora perché Padoan, Renzi, Yutgeld (e consiglieri economici) dicono il contrario? La risposta viene sempre da McKinsey chiara e netta “Non e’ chiaro se le banche centrali possano cancellare il debito governativo che detengono. Qualsiasi svalutazione di questo valore cancellerebbe il capitale della banca centrale. Mentre ciò non avrebbe nessuna conseguenza economica reale, è presumibile che possa creare turbolenze nei mercati finanziari.
Ora scusateci il passaggio poco convenzionale: ma chissenefrega! Cioè abbiamo la presunzione di pensare che Loyd Blankfein, Larry Fink & Co possano riuscire a vivere anche con 500 mila dollari l’anno invece che con 5 miliardi, e a noi, abitanti del mondo reale, ne basterebbero 50 mila. Potremmo stare davvero tutti meglio, equamente meglio. Magari produrremmo anche un po’ meno cose, quelle necessarie, ma potremmo magari avere più servizi.

Ecco un altro passaggio che crediamo valga la pena rileggere ”Cancellare il debito governativo dalla banca centrale non avrebbe alcuna ripercussione per l’economia reale ma sarebbe un problema per i mercati finanziari”. E qualche riga più sotto scrive ancora ”Un’altra opzione che è stata suggerita è quella di rimpiazzare il debito governativo sul bilancio della banca centrale con una obbligazione perpetua a tasso zero… tuttavia, una mossa di questo tipo potrebbe creare una reazione negativa nei mercati e, in alcuni paesi, da parte di politici e regolatori”. Quindi il debito più che essere ripagato potrebbe essere cancellato perché su di noi (abitanti e lavoratori del mondo dell’economia reale) non avrebbe effetti, oppure lo si potrebbe sostituire con un’obbligazione a tasso zero, quindi un debito che non crea altro debito, ma che semplicemente è garantito dallo Stato. Soluzioni a costo zero per il mondo reale ma che qualche problema darebbe a mercati e finanza, ovvero in percentuale, come diceva il grande prof. Ioppolo, “problemi” solo per quell’uno per cento della popolazione che oggi condiziona la vita dell’altro 99%. Il report McKinsey a pagina 34 finisce dicendo:”Quindi, una misura più semplice ma equivalente sarebbe quella in cui le banche centrali semplicemente detengano il debito in perpetuo e l’opinione pubblica si concentrasse sul debito netto al posto del debito lordo.”
Nessun giornale e nessun politico ci racconta queste cose. Forse perché non gli conviene? Sicuramente perché se venisse attuato quanto scritto sopra o magari se ne rendesse partecipe la cittadinanza, verrebbero spazzati via da spread o scandali ad hoc. Il problema è che la responsabilità è anche nostra che continuiamo a dargli fiducia, ma è sensato cominciare a pensare che il vento stia cambiando.

Il documento integrale del McKinsey Institute è consultabile online [clicca qua]

L’immagine di copertina è tratta da Serenitalia.it [clicca qua per andare al sito]

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