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L’OPINIONE
Contro ogni forma di discriminazione. Pensieri in libertà sulla giornata della memoria

di Michael Sfaradi

Sono passate decine di anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla scoperta dell’enorme tragedia umana dell’Olocausto ma ancora ci è difficile capire come degli uomini in preda a deliri di onnipotenza siano riusciti da una parte a auto-convincersi di essere razza superiore e dall’altra, proprio in nome di questa superiorità, a programmare a tavolino l’annientamento totale di popolazioni intere. Grazie a Dio non ho conosciuto direttamente gli orrori delle leggi razziali e delle persecuzioni, ma come tutti i figli e i nipoti della Shoah ho preso coscienza del dramma vissuto dal mio popolo solo attraverso i racconti delle persone che sono riuscite a salvarsi dalla deportazione o che sono tornate dai campi di sterminio. I loro racconti, la loro memoria storica è un bene che la mia generazione e le generazioni a seguire hanno il dovere di conservare e mantenere vivo per far sì che ci sia sempre un campanello di allarme, una spia che si accenda ogni volta che ci si avvicina, pericolosamente, a situazioni che possono permettere il ripetersi di fatti storici come questo o simili a questo. Ogni volta che mi sono trovato davanti a discussioni dove c’erano delle persone che facevano parte di gruppi etnici o religiosi diversi da quelli che allora furono colpiti, ho notato che ognuno di loro cercava di dare a se stesso una risposta per rendere accettabile l’inaccettabile… tutto andava bene, anche, per assurdo, accusare le vittime. Questo perché nelle menti degli esseri veramente umani non è accettabile l’idea che sia stata creata una macchina distruttrice, una fabbrica di morte nei confronti di qualcuno e che questo qualcuno sia totalmente innocente.

Se a distanza di tanto tempo ancora ci si chiede attoniti perché e come può essere accaduto, e si rimane increduli e senza risposte soddisfacenti davanti alle prove inconfutabili che l’essere umano può arrivare a livelli di malvagità senza limiti nei confronti dei suoi simili, l’unica cosa veramente chiara, per chi la vuole vedere, è che quello che accadde nel buio di quegli anni degradò l’umanità al di sotto di ogni livello accettabile. Quando poi se ne prende coscienza quello che rimane è solo un senso di impotenza profonda davanti alla storia e alla follia. È impossibile per noi capire cosa abbia abitato in quegli anni nella mente e nel cuore della maggioranza delle persone, e questo non solo in Germania, ma in tutta Europa. Quello che accadde non fu un caso isolato, non fu un’eccezione, non fu un cortocircuito, quello che accadde fu la conseguenza di un’azione studiata a tavolino, finanziata e programmata fin nei più piccoli particolari. Un’azione che prese il via in Germania ma che trovò adepti in ogni angolo d’Europa, un’azione che riuscì a portare allo scoperto l’odio profondo e radicato nei confronti di una minoranza, un odio che per secoli era stato, a più ondate, alimentato da chi nell’ebraismo e nella sua cultura, che è sempre stata la radice su cui poggiava e poggia il mondo moderno, vedeva un affronto se non un pericolo. In quegli anni si aprirono le dighe e l’odio che da sempre bolliva in larghi strati della popolazione europea straripò in tutta la sua lucida violenza.

In quegli anni lo sterminio era la normalità, perpetrare lo sterminio era la normalità, rimanere silenti davanti allo sterminio era la normalità. Gli ebrei, ad esempio, venivano accusati, come al solito, come oggi, di avere in mano l’economia mondiale, anche se le statistiche sia di allora che di oggi smentiscono questa diceria. Ma non era e non è sufficiente, perché chi vuole odiare ha bisogno di un motivo o una scusa per farlo, e non ha importanza se sia vera o falsa. Serve la fiamma per accendere la miccia, serve la scossa per far detonare la bomba carica di odio e cattiveria. Gli zingari, i rom, accusati di essere ladri, gente marcia, come gente marcia erano gli omosessuali e tutti coloro che non volevano o non potevano allinearsi all’interno di quel trita cervelli che è sempre stata la propaganda delle dittature, di tutte le dittature a prescindere dal colore dietro il quale si nascondono o si sono nascoste. I regimi, come è stato per il nazismo e per il fascismo, e a seguire dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni, con una lunga scia di dittatori e sangue, hanno continuato ad arrogarsi il diritto di decidere la vita o la morte di popolazioni intere, che per volere del tiranno di turno diventavano bande composte da esseri subumani, cancro della società.

Ecco allora calare il buio della ragione e le schiere degli sterminatori stringono i ranghi davanti al silenzio dei pavidi che ne diventano complici silenti. Il messaggio viene recepito come vero e con il tempo l’odio diventa normalità e da lì ai campi di prigionia, o di rieducazione il passo è breve, breve come è facile ritrovarsi dietro al filo spinato, con un proiettile in testa o dietro la schiena. Se vogliamo fare un piccolo esempio che possa aiutarci in un cammino di riflessione, in una chiave di lettura diversa che ci possa permettere di capire quali sono stati i meccanismi che hanno portato a una follia collettiva come quella che si è registrata in occasione della Shoah dobbiamo accettare che la “follia collettiva” non era in realtà una follia vera, ma freddo ragionamento di burocrati convinti che i vagoni blindati in viaggio verso i campi di sterminio fossero pieni di animali da eliminare quanto più velocemente possibile, in modo da rendere il mondo più pulito e vivibile. Proprio considerando che la Germania di quegli anni era il centro del sapere europeo, il centro della cultura europea, rimane ancora più difficile credere che tutto ciò sia partito proprio da lì, ma così è stato.

Rievocare in questa giornata 6 milioni di persone uccise con il gas e cremate nei famigerati forni dei campi di sterminio, rievocare le centinaia di migliaia di persone che sono state barbaramente torturate o inumanamente sottoposte ad ogni tipo di esperimento pseudoscientifico e, cosa ancora più dolorosa, rievocare 1 milione e mezzo di bambini ai quali fu tolto ogni diritto e ogni gioia della vita è un compito decisamente arduo che non si esaurisce in cerimonie rievocative una volta all’anno ma che deve essere spiegato nei minimi particolari affinché la memoria non vada persa… affinché il passato non ritorni ad essere un presente. È un compito che ci riguarda tutti da vicino e che abbiamo il dovere di insegnare ogni volta che capita l’occasione. Gli storici hanno provato, con il loro lavoro, a dare un senso alla tragedia, esistono decine di libri e di saggi dove vengono presi in considerazione aspetti del dramma e si prova a darne una spiegazione, ma io credo che a tutt’oggi non esista un’opera che possa racchiudere in sé il “fatto storico” nella sua interezza, che possa far capire la drammaticità di ciò che accadde.

Questo mi ha fatto giungere alla conclusione che uno dei pochi dati di fatto acquisiti è quanto sia stata grande, immensa, la tragedia, tragedia che l’uomo è riuscito a creare in un dramma che esso stesso non riesce a capire e al quale ancora oggi non riesce a dare una spiegazione valida. Gli storici da una parte hanno il compito di raccolta dei documenti, non passa giorno che non si scopra in qualche angolo d’Europa un nuovo archivio o un nuovo carteggio che mette i riflettori su altri massacri, e aggiungono così altri capitoli di questo libro ancora lontano dall’essere definito, ammesso che mai possa essere definito, dall’altra il nostro dovere, soprattutto ora che gli ultimi testimoni viventi ci stanno purtroppo lasciando e i negazionisti si fanno avanti con sempre più forza e tracotanza, è quello di non dimenticare. Lo stesso Yad Vashem il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, è stato di recente profondamente ampliato proprio per far posto a tutte quelle testimonianze che continuano ad arrivare con un flusso continuo.

Giorno dopo giorno, ancora oggi, escono dal buio dell’oblio nomi, cognomi, indirizzi, nazionalità, e si restituisce un minimo di dignità a persone che da innocenti hanno pagato ciò che erano e per quello che erano. Ma tutto questo non basta, il nostro compito non si esaurisce qui, noi che siamo uomini liberi, donne libere, dobbiamo fare in modo che il buio della coscienza non sia appropri più della nostra anima e dell’anima delle popolazioni cui apparteniamo. È troppo facile dire, o peggio ancora credere, che quello che è accaduto non accadrà di nuovo… non fatevi ingannare, succede ancora, ogni giorno, davanti ai nostri occhi troppo occupati per vedere le tristi realtà che si avvicendano in posti lontani che poi lontani non sono. Non avremo mai il numero dei morti, e sto parlando degli anni Settanta, che ci furono nei campi di sterminio cambogiani dove il regime dei Khmer Rossi ha prodotto risultati che variano da un minimo di 800.000 a un massimo di 3.300.000 morti. Questo conteggio riguarda le vittime delle esecuzioni, delle carestie e dei disagi. Il governo vietnamita parlò di 3.300.000 morti mentre Lon Nol si vantò di averne eliminati 2.500.000. L’Università di Yale giudica la cifra intorno al 1.700.000 unità mentre Amnesty International ne da qualcuna in meno 1.400.000, ultimo e non meno importante il dipartimento di Stato degli USA che ne considera solo 1.200.000.

Tutto questo può essere da noi considerato normale? 3 milioni, 2 milioni, 1 milione mezzo, ma qui non stiamo parlando di pecore alla vigilia della Pasqua, questi numeri, nella loro freddezza spersonificata, come i sei milioni di Auschwitz, nascondono volti di uomini, donne, vecchi e bambini. Persone che avevano nome, un cognome, una vita da vivere e tanti sogni irrealizzati. Qualcuno potrebbe pensare che tutto ciò è lontano, è successo dall’altra parte del mondo, era fuori dal nostro pianeta? Ma le fucilazioni di massa nella ex Jugoslavia sono state perpetrate proprio dietro la porta di casa nostra, nel cuore dell’Europa continentale, e nessuno ha mosso un dito se non quando era già troppo tardi. Anche in quel caso, mi duole dirlo, la comunità internazionale legata da mille laccetti più o meno seri, più o meno politici ha lasciato che città intere, e Sarajevo ne è il simbolo, fossero praticamente rase al suolo.

Sempre alle porte dell’Italia e nel cuore dell’Europa continentale abbiamo assistito a scontri armati che si consumavano all’interno delle stesse famiglie perché essere serbo o essere croato era un motivo sufficiente e necessario per essere eliminato. E ancora più vicino a noi nel tempo siamo testimoni di massacri dimenticati dove uomini uccidono altri uomini, donne vengono stuprate e vendute come schiave e teste vengono staccate dai corpi e rotolano in terra così come venivano staccate e rotolavano nel più terrificante Medio Evo, e tutto ciò in nome di un Dio diverso. Questo è il buio della ragione, questo è quello che noi più che combattere dobbiamo prevenire senza delegare questo lavoro a nessuno, perché nessuno può garantirci nulla. Solo noi stessi possiamo essere garanti, solo noi stessi possiamo insegnare alle future generazioni la luce della vita gettando il seme della convivenza pacifica e civile fra le genti.

Concludendo voglio ribadire il concetto a me caro, che il modo migliore per onorare chi sull’altare dei forni crematori ha sacrificato la vita, è una medaglia con due lati: da una parte il massimo impegno affinché il ricordo rimanga indelebile e, dall’altra, la nostra attenzione su tutte le manifestazioni di antisemitismo, di omofobia e di ogni razzismo possibile, palesi e no, senza sottovalutarle e impedendo che motivazioni politiche di ogni colore strumentalizzino il dolore per farne battaglie ad esso estranee.

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L’INTERVISTA
Michael Sfaradi: “Io, scomodo reporter di guerra svelo le mistificazioni dei vostri giornali”

Reporter di guerra e romanziere, Michael Sfaradi israeliano originario di Roma, ha fatto tappa a Ferrara per raccontare la sua esperienza al fronte israelo-palestinese nei periodi più caldi degli ultimi anni. Torna in Italia un paio di volte l’anno per promuovere la sua attività di romanziere e di analista di uno dei più strategici e controversi scenari di conflitto senza soluzione di continuità, quello che più di ogni altro può determinare il destino dell’occidente e dell’Europa in particolare. Nel corso di un seguito dibattito alla Galleria Mario Piva – moderato dal nostro direttore Sergio Gessi e partecipato dallo storico ferrarese Andrea Rossi – Michael Sfaradi ha puntato il dito su quella che definisce una campagna mediatica diffamatoria nei confronti di Israele. L’informazione ufficiale, sostiene, è sbilanciata a favore dei palestinesi, non tiene conto della realtà dei fatti ma tende a mistificare gli eventi nell’interesse di un’unica parte. Un’azione che non giova né al giornalismo né al lettore, ma favorisce la disinformazione. Sfaradi non solo né è convinto, ma si batte attraverso il suo scomodo e pericoloso lavoro – che certo non gli garantisce lo stipendio – per riportare notizie vissute in diretta. E’ questione di professionalità.
Gli abbiamo rivolto alcune domande per cercare di indagare una professione difficile che coinvolge umanamente, obbliga al confronto con una realtà cruda e impone rigidi confini al proprio scrivere.

Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti
Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti

Il lavoro ti porta periodicamente in Italia per raccontare la tua esperienza di free lance. Quali sono i motivi che ti spingono a farlo?
Vengo a smontare pezzo per pezzo ciò che dicono e scrivono di Israele, nella maggior parte dei casi si tratta di diffamazione di un intero Stato. Lo faccio con prove alla mano, studiate da specialisti volontari che passano al setaccio filmati e immagini più visti nel mondo. Si tratta di materiale spesso costruito a tavolino o attraverso montaggi sporchi che illustro durante le mie serate. Il giornalista deve raccontare quanto vede, non deve dedicarsi alla narrazione né tanto meno deve assecondare il pubblico alimentandone convinzioni errate, più è scomodo più è fedele al suo lavoro. Lo deve fare con maggior convinzione soprattutto ora che la libertà di stampa è minata dai poteri forti intenzionati a orientare l’informazione a seconda dei propri interessi

Cosa è cambiato nella tua vita da quando hai conosciuto la guerra in diretta?
Sono cambiati i parametri di rapportarsi con la vita, cose prima fondamentali passano in secondo piano, gli orizzonti diventano diversi anche per quanto riguarda il proprio privato.

Di recente hai realizzato una serie interviste particolarmente significative, tra cui quelle a Israel Hasson dello Shin Bet, i servizi segreti di controspionaggio israeliano oggi deputato del partito Kadima; a Noam Shalit, padre del caporale dell’esercito Gilad Shalit sequestrato da Hamas poi liberato; a Bat Ya’or, autrice dei libri “Eurabia” e “Verso il califatto universale” nelle quali descrive le strategie islamiche nei confronti delle democrazie Rahel Frenkel, madre di uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi dai terroristi di Hamas in giugno.
Quali si sono trasformate in un vero e proprio incontro?
Ognuna è un incontro, c’è sempre un contatto umano indispensabile per mettere a proprio agio l’intervistato e liberarne le risposte permettendogli di raccontare la sua verità, un’intervista ben riuscita sta nella completezza delle risposte. Ovviamente ci sono interviste ostili, in quel caso finisce in una litigata.

Quali sono i limiti del reportage di guerra?
E’ rappresentato dalle redazioni, da come adattano le notizie, per questo il reporter non solo deve esporsi il più possibile durante il suo lavoro, ma deve assicurarsi sia pubblicato senza tagli, altrimenti può anche stare a casa. Chi sente l’odore di cordite, vede i luoghi degli scontri, i morti, chi suda nel giubbotto antiproiettile, che è blu e non verde come si scrive erroneamente, deve pretendere la salvaguardia dell’integralità dei propri articoli.

Tra gli analisti dello scacchiere mediorientale chi è il più vicino alla tua visione dei fatti?
Maurizio Molinari de ‘La Stampa’ è quello che certamente ha capito come stanno le cose. I suoi report dalla striscia di Gaza sono i più onesti anche se non mancano piccoli adattamenti su alcune specifiche notizie.

Come pensi evolverà la crisi mediorientale e cosa comporterà?
A Gaza nel peggiore dei modi. Gli aiuti concessi, 5 miliardi e mezzo di dollari, finiranno con il finanziare una nuova guerra contro Israele. Da Hamas non si è preteso nulla in cambio, non è stato chiesto né il rispetto del cessate il fuoco, né di sospendere gli atti terroristici, anzi è ripresa la produzione di missili e si continuano a scavare tunnel per fare irruzione in Israele. Anche se la trattativa politica dovrebbe essere la cosa migliore per cercare di imboccare la via della pace, la possibilità è sempre più remota: Hamas e Fatah non sono disponibili, l’indipendenza della Palestina prevede per loro stessa ammissione la distruzione di Israele.

Pochi giorni fa in Gran Bretagna è stata approvata una mozione laburista con cui si chiede il riconoscimento dello Stato Palestinese cosa ne pensi?
La notizia è uscita parzialmente, si è omesso di riferire l’intero contenuto della richiesta che prevede degli obblighi dei palestinesi verso la comunità internazionale tra cui la rinuncia alla distruzione di Israele. Tra l’altro la mozione è passata alla presenza di soli 270 dei 646 membri del Parlamento britannico, se i numeri fossero stati diversi le cose, con tutto probabilità, sarebbero andate in un altro modo. Queste iniziative non fanno bene alla diplomazia, si dimentica che mancano le condizioni previste dall’Onu affinché possa nascere uno stato palestinese. Quella britannica è stata una decisione dannosa per le trattative di pace, l’Europa dovrebbe fare da garante, essere super partes, invece rischia di perdere la sua affidabilità mostrandosi più incline verso una parte degli attori. Dispiace assistere alla mancanza di analisi politica e dei fatti, non si può ignorare che in mezzo a tanti fuggiaschi dalla guerra ci sono anche terroristi in erba diretti in Europa, non è un bel sintomo. Le prove generali di quello che succederà lo abbiamo già visto in Francia con la ribellione delle banlieux l’Europa sarà colta impreparata perché non sa o non vuole vedere le cose come stanno.

Per info: www.michaelsfaradi.it

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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Redazione

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