Tag: michel ponge

PRESTO DI MATTINA
Nube ombra di luce

 

Può apparire una quaresima nuvolosa, più faticosa del solito. I suoi quaranta giorni sembrano aggiungere pesantezza a pesantezza, quarantena a quarantena. “Ma no, no”, ho pensato tra me e me, bisogna solo saperla prendere dalla parte giusta, percorrendo il sentiero ai margini, quello all’ombra della luce. Com’è camminare all’ombra della luce? Credo sia come camminare sulla seta, avendo una nuvola come tappeto, in leggerezza, con l’accortezza però di alzare lo sguardo del cuore verso la meta. L’inno liturgico quaresimale che apre il mattutino è da mandare a memoria, almeno le prime righe. Le faccio risuonare come un ‘mantra’, parola sacra nell’Induismo, il cui suono è potenza trasformatrice, che si prende cura dei pensieri notturni, capovolti, pesanti, rendendoli di una diafania leggera, trasparente.

Può essere una buona pratica meditativa, un promemoria, in questo tempo che è detto favorevole, opportuno per volgersi decisamente verso la Pasqua, per ri-diventare come bambini capaci di relazioni affidabili. Se li chiami, non tirano dritto per la loro strada; si fermano, si girano e si mettono attenti in ascolto; è la vita che parla loro. In questo sono costruttori di letizia, appunto di leggerezza, perché viandanti; sanno di essere di passaggio e, dopo aver ascoltato, ritornano a seguire la vita che gli cammina innanzi, protesi oltre, lasciandoci come traccia l’ombra della loro luce. Scrive Salvatore Quasimodo «Per credere bisogna ritornare/ col cuore di piccoli fanciulli,/ e poi pregare; pure se la fame,/ tenendovi per mano,/ zufola sorda e tartaglia con la morte,/ quando l’odore caldo del pane/ sveglia le strade mattutine» (Tutte le poesie, 552).

Eccolo allora questo ‘mantra’ quaresimale: «Protesi alla gioia pasquale, sulle orme di Cristo Signore, seguiamo l’austero cammino della santa quaresima; la legge e i profeti annunziarono dei quaranta giorni il mistero, Gesù consacrò nel deserto questo tempo di grazia»; gli fanno eco, più ermetiche, e più facili a mandare a memoria le parole di Giuseppe Ungaretti: «La vita si vuota/ in diafana ascesa/ di nuvole colme/ trapunte di sole» (Tutte le poesie, 67).

Nel racconto di Marco è detto che Gesù nel deserto vive dell’ascolto della parola del Padre, suo intimo alleato, e così rintuzza e controbatte, con quella spada affilata a doppio taglio, parole avvelenate, fatte di menzogna, ingannatrici, le striscianti parole del tentatore antico. Ma in quel deserto di pesantezze e di tentazione, Gesù vive e resta in armonia con la creazione di cielo e di terra; è detto: “stava con le bestie selvatiche ed era servito dagli angeli”; come se dicesse anche con le parole di Ungaretti: «Mi presero per mano le nuvole» (ivi, 184). Che leggerezza evangelica! Ma non si dice forse dell’altro Consolatore, dello Spirito, che è ospite dolce, dolcissimo sollievo, che nella fatica è riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto? Non è la sua compagnia che ci fa camminare all’ombra della luce?

Italo Calvino ricorda che Michel Ponge parla delle cose a partire da ciò che esse non sono. Così per arrivare a parlare del mare, egli principia dai suoi margini, dalle rive, dalle spiagge, dalle coste: parla dell’illimitato nel momento in cui giunge al confine. Con analogo stilema, le nubi ben possono considerarsi liminari al deserto, buone interlocutrici per parlarci di quell’esodo che è la quaresima.

Come c’è una nuvola informatica (cloud computing), un archivio tra le nuvole, che rende più leggera la vita sulla terra, così spero che la nube biblica nel deserto possa darci indicazioni per rendere più lieve il nostro cammino. Il deserto, come anche la quaresima, diventano il luogo della conversione e maturazione degli affetti, per sapere dove cammina il cuore e con quali desideri cammina: se con quelli che ti portano su o con quelli che ti lasciano cadere.

Ricordo che a un campo scuola con la parrocchia, il tema era ‘Una nuvola come tappeto’. In quell’occasione avevo scattato una foto simbolica. In una passeggiata sul monte Roen sul confine della val di Non, a strapiombo sulla val d’Adige; arrivati in cima c’erano diverse nuvole che in prospettiva, spostandomi un poco sotto la cima, sembravano passare quasi alla stessa altezza della montagna, quasi fossero fatte apposta per salirci sopra. Così dissi a Davide di mettersi in posa, simulando di muovere un passo per arrampicarsi sopra, come ad iniziare una nuova ascensione: più su ancora.

L’immagine, come il tema del campo estivo, quella volta furono ispirati proprio al titolo di un libro di Erri De Luca. Egli, commentando il salmo 105, 39 in cui si ricorda la prossimità di Dio al suo popolo nel deserto così commenta: «Il testo ufficiale della Chiesa lo traduce: “distese una nube per proteggerli”. Alla lettera è invece: “stese una nuvola come un tappeto”. Dio spiana in cielo il suo cirro ed esso, per effetto dell’ombra che produce, forma in terra una traccia. Gli Ebrei attraversano la penisola del Sinai, loro primo deserto: dove dirigersi nell’uniformità dell’orizzonte? Levano lo sguardo al cirro disteso la cui ombra si stende come un tappeto, si affidano alla segnaletica celeste. Segnato dalle nuvole sarà il cammino del popolo estratto dai ceppi d’Egitto. Nei deserti, nei secoli, attenderanno dal cielo i sentieri. Per tappeto intenderanno la Bibbia» (Una nuvola come tappeto, Milano,1999, 5).

C’è come un senso della Bibbia per la leggerezza, che la percorre e attraversa tutta. Un senso affinato, rimirando la cavalcata di Dio tra le nubi che, volgendosi a guadare la terra, l’abbraccia con la sua ombra: «appianate la strada a colui che cavalca le nubi» (Sal 68,5). Egli «cavalcava un cherubino e volava, si librava sulle ali del vento» (Sal 18, 11); «Ecco, il Signore cavalca una nube leggera ed entra in Egitto» (Is 19,1); «stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque» (Sal 18, 17); Colui che siede nell’alto «solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo. Fa abitare la sterile nella sua casa quale madre gioiosa di figli» (Sal 112,7-9).

Vi è pure un senso di Gesù per la leggerezza. Non solo quella da lui sperimentata entrando nella nube che lo avvolse sul Tabor, da cui sgorgò la voce di un padre per il figlio nella prova che gli sussurrava: “ci sono, sono qui con te”. Ma soprattutto la leggerezza sta nel cuore del suo insegnamento, la buona notizia: «Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,30). Il Regno dei cieli è, in fondo, mistero di leggerezza, e le Beatitudini così come il Pater noster ne sono la rivelazione e la preghiera. Non diversamente il ministero di Gesù è tutto un rialzare, sollevare, togliere i pesi: un alleggerire pure le mani dei lapidatori, facendo cadere le pietre; uno slegare e lasciar andare liberi, anche i suoi uccisori, perdonandoli. Il suo fu un continuo comandare alla vita di farsi leggera e alzarsi, come se lo stesso verbo usato nei vangeli per indicare la risurrezione fosse già presente e operante nelle parole e nelle azioni del Messia, amalgamato alla sua stessa vita come, lievito, sale, luce, primizia di una promessa di leggerezza.

Tale fu anche l’esperienza, tutta nel segno della leggerezza, dell’incontro con Dio di Elia, profeta sul monte: «Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello» (1Re 19,12). La stessa preghiera di Gesù al Padre fu esperienza di leggerezza; è detto infatti che Gesù salì sul monte a pregare e mentre pregava «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2).

E persino nell’orto degli ulivi, nella pesantezza di quell’ora che lo schiacciava, Gesù trovò una presenza che lo fece rialzare e rimettere in cammino. Era l’angelo che dal cielo, come la nube esodica, lo ombreggiò infondendogli il coraggio di una prossimità paterna, ricordata con le parole raccolte e riportate poi dall’evangelista Giovanni: «Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16, 32).

Pure sulla via di un altro monte, caduto sotto il peso della croce, incontrò il Cireneo che liberò dal quel peso le sue spalle, mentre le donne di Gerusalemme lavarono con il loro pianto quel volto sfigurato, che la Veronica deterse con mano e velo leggero. Sotto la croce alla sua ombra, quando si adombrò tutta la terra, la madre e il discepolo, legandosi l’uno all’altra come figlio a madre, sciolsero il groppo della sua cupa paura di doverli abbandonare. Infine un centurione pagano che, avendogli perforato il cuore con la lancia nel momento della morte – lo stesso in cui il Padre insieme alla Madre lo prendevano tra le loro braccia, sollevandolo da terra – lo riconobbe esclamando: “davvero costui era Figlio di Dio” e ne divenne il discepolo velato.

In mezzo alla durezza della vita c’è sempre qualcuno che sorregge, che scalfisce la durezza, mitigandone la pesantezza, fessurandone la densità, aprendo spazi e mettendosi frammezzo: «E la colonna di nube si pose tra l’accampamento d’Egitto e quello degli ebrei e si produsse una densa oscurità, mentre (per gli ebrei) fu illuminata la notte e non si avvicinarono gli accampamenti gli uni agli altri per tutta la notte»; commenta Rashi di Troyes: «La situazione può essere paragonata a quella di un tale che faceva un viaggio e suo figlio lo precedeva. Se vengono dei briganti a prendergli il figlio, allora quello lo pone dietro di sé. Se viene un lupo ad assalire da dietro, egli pone il figlio davanti a sé. Se poi vengono contemporaneamente dei briganti davanti e dei lupi dietro, allora prende il figlio in braccio e combatte contro costoro; così ha fatto Dio con Israele, perché è scritto: “Ho guidato Efraim sorreggendolo per le braccia”» (Commento all’Esodo, 109).

Anche noi, viandanti verso la Pasqua promessa, avremo ristoro, facendo memoria del cammino di Israele nel deserto, muovendoci al ritmo della nube luminosa, dove abita Dio. Come Mosè e Gesù, anche noi entreremo nella nube di tenebra per essere confermati nel ministero dell’ascolto: quello delle parole del Figlio amato e delle sorelle e dei fratelli che ci vengono accanto. Un procedere cangiante al ritmo delle nuvole che scorrono in cielo e delle loro ombre sui prati, nelle piazze e sui tetti delle case.

Nei suoi diari il poeta Gerard Manley Hopkins descrive di continuo le nuvole: Estratti sulle nuvole è il titolo dei suoi taccuini nell’edizione Guanda delle Poesie: «Oggi ‒ altro nitido pomeriggio con molte nuvolette leggere dopo la pioggia  ‒ osservi la crespa e piatta scurezza dei boschi di contro al sole e la tenue fumosità dalla parte opposta. Gli alberi gemmati e i loro virgulti attorti, quasi acconciati per la primavera… lunghe matasse di avviluppate nuvole grigie un po’ arrossate inferiormente, non proprio orizzontali, ma alquanto oblique, ascendenti da sinistra a destra, e in basso a sinistra una stanga o spranga più solida del resto con sopra un arruffato orlo di pelo o vello… un bel tramonto, gran campo d’oro; lungo l’orizzonte una processione di nuvole scure formate di grumi o di grappoli, che sormontavano in alto il loro stesso percorso; più in alto una obliqua corsa di fiocchi conici oppur guizzanti come pesci, come si vedono spesso; l’oro, ageminato di più splendente oro e foggiato in pezzi fulvi annodati e ondosi come creste d’acqua» (Poesie, 172).

Quello che Hopkins ha detto con il linguaggio, John Constable lo ha fatto con la pittura, dipingendo cieli pieni di nuove e terre cavalcate dalle loro ombre. Una smisuratezza tutta raccolta nei margini di un quadro, che tuttavia deborda fuori di esso, incontenibile nello sguardo di colui che osserva con stupore. Attraversamento di confini pure per chi ascolta la parola di Dio, la sua smisuratezza, abbreviata su tavole di pietra e confinata nella scrittura di un libro, torna ad esondare all’infinito ogni volta sulle tavole del cuore di carne di colui che crede.

Originale mi sembra l’interpretazione allegorica della nube esodica di Ruperto di Deutz (1075 – 1129) in rapporto a Cristo: «Chi è questa guida del viaggio se non colui che è per noi la “via”, Gesù Cristo, Figlio di Dio? Colonna di fuoco perché vero Dio, colonna di nubi perché vero uomo. Nella notte era fuoco, ma quando si levò il giorno della grazia, il tempo della misericordia, il fuoco si fece nube, colui che è Dio si fece uomo, si fece carne rivestendo la carne … Il vero sole, fonte di ogni luce, è venuto nella nube della sua carne. E questo sole, velato dalla nube, spande più chiarore che un tempo il fuoco nella notte» (PL 167,636).

Una oscurità luminosa e presente è il Deus absconditus della quaresima: «“Il Signore ha deciso di abitare nella nube” (1Re 8,12). Segreto dell’antico tabernacolo. Segreto di un’umile esistenza d’un giudeo palestinese. Segreto della Sua presenza nel pane e nel vino. Segreto della Sua presenza nel suo corpo che siamo noi», (Dorothee Sölle).

PRESTO DI MATTINA
Scrivere, perché?
… vedremo strada scrivendo

 

Scrivere, perché?
«Silenzioso passa il vento/ tra una smunta tenda/ Tace la notte/ tra la bianca nebbia/ Piange l’albero/ il suo perduto splendore/ Nuda la terra/ nella notte fredda urla le sue ferite». Parole ritrovate, con l’emozione della prima volta, riaprendo un libro dopo tanto; un foglio riappare, lo scritto d’una persona cara. E, lei, la tenda, è sempre così smunta perché sa di essere di troppo nel voler trattenere le parole esiliate dal dolore, smarrite nella bianca nebbia.
Del nulla che resta, solo il movimento ne ricorda il passaggio. E tuttavia, a margine una nota, come un destarsi del sapere che interpreta le parole, custodendone la scintilla: «questa è l’unica poesia che non sia nata da un rigurgito di angoscia, ma in un momento di silenzio nella notte. Nel cuore della notte. Era già autunno inoltrato, vuotavo la lavatrice e fuori la nebbia copriva tutti i suoni, tutto era assopito; sentivo le gocce di umidità che cadevano dai rami del ciliegio, la tenda ‒ l’unica della casa ‒ lentamente si muoveva e così nel cuore della notte ho sentito la terra nella sua intimità».

Si scrive per scoprire quello che non si sa ancora, per esprimere quello che non c’è.

Se leggere è come aprire la porta di casa a parole migranti, gocciolanti nella nebbia ‒ apri un libro e «la stanza è invasa da tutto ciò che c’è scritto dentro» (Nadia Terranova) ‒ come ospitare un forestiero, fare conoscenza e trovare compagnia tra le parole straniere, scrivere implica invece un andare a cercale: partire alla ricerca di parole che non si conoscono, non si sa dove; parole nascoste, vaganti, perdute, inanimate; o appena concepite ma non esattamente sapute, che attendono di nascere, di diventare in quel silenzio parole tue da portare in grembo.

Ma scrivere è anche prendere la via dell’esilio, costretti dal disgusto delle parole vane di un linguaggio divenuto banale, formale, zeppo di espressioni vuote. O peggio, un linguaggio servo dell’inganno di nuove dittature, anche spirituali, che mettono il bavaglio alle parole vere, quelle che nascono dalle cose incontrate e rese intime. Una pervasività del reale delle cose che preme dal di fuori e si fa sentire dentro, compagnia di parole ancora libere, levatrici del tuo germinare in terra arida, straniera, ma generativa di spazi aperti.

La prima ragione che ci porta a scrivere è allora «proprio il ‘disgusto’ di ciò che siamo costretti a pensare e a dire», ricorda Michel Ponge. Le cose, l’oggettività del reale è per lui «ciò che ‘tira fuori’ la mente, ciò che la strappa al chiuso, alla ristrettezza di sé: la ‘bellezza’ della natura consiste nella sua immaginazione, in quel modo di poter tirare l’uomo fuori da se stesso, dal maneggio ristretto». È dalle cose, dunque, che nasce la poetica. Esse sono l’oggetto interlocutore dello scrivere (Ponge scrive in prosa); «a fronte di un ripiegamento frettoloso, spiritualista o contro la superbia dell’uomo che si crede esterno e superiore alle altre creature e ‘cose’ dell’universo», la parola poetica, incontrata nel vissuto delle cose, rimette tutto in questione, perché questa attinge il suo essere sovversiva e suscitatrice all’esistenza stessa, che incontra nelle realtà più umili di ogni giorno.

Il perché dello scrivere lo si scopre però solo scrivendo. Lo trovi nascosto nelle parole in cui ci si esprime, svolgendole nel testo come sulla strada di Emmaus: come un pellegrino, straniero che si accosta e ti svela il perché delle scritture, e la sua voce a poco a poco ti scalda il cuore e tu ne scopri il senso solo dopo. Lo stesso accade anche con la parola poetica: cammina avanti, precede la conoscenza; e dopo averla incontrata, come ai discepoli, ci si aprono gli occhi; la riconosci e ti riconosci in essa, lasciando in te quella stessa gioia della parola data come un pane spezzato, a Emmaus, che nutre e ti fa partire di nuovo. Per questo, in un articolo sulla poetica di Ponge, scritto sul Corriere del 1979, Italo Calvino titolò Felice tra le cose (Saggi 1945-1985, 1, Milano 1995, 1401-1407).

Scrivere ancora, perché?

Partiamo dal basso, dal fondo valle salendo al rifugio Auronzo e alla chiesetta sotto le tre cime di Lavaredo, sul versante veneto ‒ la chiesetta dedicata a Santa Maria Ausiliatrice ‒ e poi proverò a salire, seguendo le orme sul Sentiero degli scrittori, attraversando le gallerie del Paterno, fino alle cenge più alte.

Mi capita spesso ‒ quando cerco di narrare con parole mie, scritte con la voce, il vangelo alla gente in quella che fu una chiesetta nata dalle acque edificata sulle ghiare soleggiate del Po di Primaro ritiratosi per la rotta di Ficarolo e dedicata a Santa Francesca ‒ mi accade spesso la domenica a messa di dire parole che non avevo pensato, sgorgate all’improvviso, sconosciute affiorate all’ultimo momento, che comprendo anch’io solo dopo averle ascoltate. E ogni volta mi trovo in un altrove inaspettato. Le mie parole pronunciate in piedi dall’ambone, ad un tratto, mi sembra come di ascoltarle, seduto tra la gente in silenzio, come se fosse un altro a predicare e mi stupisco di imparare anch’io. Questo sottosopra e via vai di parole, scritte a voce, che nascono da me, ma che poi sembrano invece giungermi di rimbalzo tra la gente che ascolta, non come risonanza, ma come parole nuove, diventano un annuncio anche per me che vado esercitandomi ad annunciare, come ‘un povero cristiano’, la poesia del vangelo. E mi rallegro assai poiché come l’atto poetico dà forma, a poco a poco, al poeta sino a farlo veramente tale, così l’annuncio evangelico dà forma di vangelo a chi ogni volta riprova quell’annuncio vivendolo.

Questo fenomeno lo spiega bene Carlo Bordini: «Amo la poesia perché quando scrivo so sempre da dove parto e non so mai dove arrivo. Arrivo sempre in territori sconosciuti e dopo ne so più di prima non scrivo quello che so ma lo so mentre lo scrivo è per me la poesia. È sempre fonte di continue rivelazioni è come se durante la scrittura ci fossero improvvise rotture dell’inconscio in questo senso sono abbastanza convinto che la parola venga prima del pensiero… non si scrive quello che si sa ma lo si sa dopo averlo scritto… io non creo ma sono creato, non scrivo ma sono scritto… non tradire quello che gli viene dettato; difficilissimo essere spontanei la spontaneità è nascosta sotto una serie di strati di rigidità intellettuali di pseudo conoscenze ideologiche di velleità banali, la poesia rompe tutto questo va la centro dei problemi per raggiungere la spontaneità; credo che la poesia come ogni forma d’arte sia il tentativo con mezzi non perfetti di giungere alla perfezione (un cammino di perfezione); c’è quindi sempre dentro qualcosa di artigianale di imperfetto così come artigianale è una preghiera, nulla di precostituito o di seriale», (Il costruttore di vulcani, Sossella editore 2010).

Scrivere come pregare? Come la preghiera è un andare incontro a colui che ti viene incontro, a colui che non è te, ma è dentro di te, prima di te e dopo di te, in te.

Scrivere come amare? Come cercare l’amato fuori di te che è oltre se stessi? Colui, il cui amore è già presente in te, ma anche proteso in avanti, chiede di essere di nuovo ricercato e raggiunto.

L’altra scrivente guida è stato per me in questa ascensione Italo Calvino che domandandosi: “perché scrivo” risponde: «Posso dire che scrivo per comunicare, perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui dò quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione. Questo è uno dei tanti modi con cui una civiltà, una cultura, una società vive assimilando esperienze e rimettendole in circolazione (1983) […]. Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non mi riferisco adesso all’arte della scrittura, ma al resto: a un qualche sapere o competenza specifica, oppure a quel sapere più generale che chiamano ‘esperienza della vita’… E questo posso farlo solo nella pagina scritta, dove spero di catturare almeno qualche traccia d’un sapere o d’una saggezza che nella vita ho sfiorato appena e subito perso (1985)».

Si scrive per farsi strumento per far passare attraverso di sé il senso e le esperienze della più grande vita. Questo, che è anche impegno civile di condivisione del sapere anche verso i più piccoli, ritorna in Calvino nella forma dell’elogio della leggerezza nella prima delle Lezioni americane. Scrivere per togliere peso, per dare leggerezza al vivere.

Ripensando ai suoi racconti e alle sue storie, egli così definisce il suo lavoro: «la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio… sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto. Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era l’imperativo categorico d’ogni giovane scrittore. Pieno di buona volontà, cercavo d’immedesimarmi nell’energia spietata che muove la storia del nostro secolo, nelle sue vicende collettive e individuali. Cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico ora grottesco, e il ritmo interiore picaresco e avventuroso che mi spingeva a scrivere. Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita», (ivi, 5-6).

Così mi sono sentito interpretato, il mio sentire con le parole di Calvino. Scrivere per alleggerire dalla fatica del cammino le persone; grazie al testo, lo strumento del passatore, dalla riva della pesantezza a quella della leggerezza. Senza chiedergli permesso, ho approfittato della sua carità samaritana legando la pesantezza delle mie carte alla leggerezza delle sue.

Gratuitamente ho ricevuto; per quel poco che posso cerco di rigiocare quella gratuità ministeriale di Calvino, che mi ha risollevato e suscitato il senso. Scrivo per condividere i pesi di chi mi cammina accanto, in questa pesante pandemia, provando a offrirgli leggerezza tramite quel vangelo che mi porta mentre lo porto a lui. Scrivo dunque per unire due sponde, quelle della vita e quella della poetica del vangelo. E durante l’attraversata sulla barca, trovo un po’ di tempo per scrivere parole mie, salvate dalle acque dell’oblio, sillabate nell’umiltà delle parole del maestro che dice: «Il mio giogo è lieve, il mio peso leggero» (Mt 11,29). E vedremo strada scrivendo.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi