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Letteratura migrante

La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande.
(Hans Georg Gadamer)

Migrant writers: un’espressione anglosassone per indicare e definire gli scrittori migranti che hanno lasciato i luoghi di origine per stabilirsi in Europa, rincorsi da guerre, impossibilità di comunicare in realtà con governi repressivi, instabilità, pericolo, miseria, sofferenza endemica. Provengono da angoli di mondo diversi, ognuno sorretto dal bagaglio della propria storia fatta di esperienze forti, drammatiche, che hanno segnato indelebilmente il loro percorso e che hanno ispirato le loro narrazioni.

Alcuni hanno deciso di vivere in Italia e di scrivere in lingua italiana le loro testimonianze, cercando e offrendo una comprensione di sé proprio attraverso lingua e contesto culturale del nostro Paese ospitante. In Inghilterra, Francia e Germania, la letteratura della migrazione si afferma molto prima che in Italia: in questi Paesi, di fatto, il multiculturalismo è già da tempo un aspetto sociale effettivo e il passato coloniale è una realtà intrinseca della loro storia. L’Italia registra un ritardo evidente nella produzione e divulgazione della letteratura della migrazione, che si fa conoscere solo alla fine degli anni Ottanta e la sua origine viene fatta coincidere con un evento drammatico: l’omicidio del giovane sudafricano Jerry Essan Masslo nel giugno del 1989 a Villa Literno (Caserta). Era fuggito dal Sudafrica dell’apartheid per ritrovarsi in Italia come raccoglitore di pomodori e per morire per mano di una banda di rapinatori, dei quali 7 su 15 minorenni. Troppo per un paese di 10.000 abitanti. Il fatto vergognoso ispirò all’epoca un racconto dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, scritto in collaborazione con il giornalista Egisto Volterrani e inserito nella raccolta ‘Dove lo Stato non c’è. Racconti italiani’.

L’esordio della produzione letteraria dell’universo migratorio prosegue e si accredita con tre libri che rappresentano convenzionalmente la nascita vera e propria di questo genere nel nostro Paese. ‘Chiamatemi Alì’ (1992) del marocchino Mohamed Bouchame: il diario di una vita da clandestino in Italia, dopo aver lasciato la facoltà di biologia nel Paese d’origine. Notti trascorse in dormitori occasionali, auto e vagoni abbandonati, sogni e illusioni col miraggio della libertà e del benessere che si infrangono nella miseria, l’emarginazione, il rifiuto. E sulla scorta di una simile drammatica situazione è anche ‘Immigrato’ (1990) del tunisino Salah Methnani che racconta la sua fuga verso un Eldorado promesso dalla tv, arrivando disilluso alla consapevolezza che lo scontro di civiltà potrebbe essere solo un’invenzione dei potenti della terra, nel Nord come nel Sud del mondo. La terza opera antesignana della letteratura migrante è ‘Io, venditore di elefanti’ (1990) del senegalese Pap Khouma, che si ritrova venditore tra mille difficoltà da clandestino, porte sbattute in faccia, fatica e avvilimento. E’ la storia di chi, alla fine, è riuscito a conquistare passo dopo passo il riconoscimento come cittadino con un regolare, preziosissimo permesso di soggiorno.

Le prime opere dei migrant writers hanno una forte connotazione autobiografica dedicata alla solitudine, allo sradicamento, al razzismo e alla difficoltà di integrazione, e presentano una doppia firma: quella dell’autore e quella di un coautore, che segue e curava la forma in lingua italiana. Nella seconda fase successiva della produzione letteraria, all’inizio del 2000, il carattere esclusivamente autobiografico viene superato e la narrativa si svincolata dalla stretta esperienza personale per spaziare in storie più ampie. Le grandi case editrici cominciano ad interessarsi a queste opere e a valorizzarle attraverso una ampia divulgazione. In ‘Il sole d’inverno’ (2001), del palestinese Muin Madih Masri, una madre è preoccupata del matrimonio combinato dalla famiglia tra la figlia quindicenne e lo sposo di 35 anni; sullo sfondo una Palestina nella guerra dei sei giorni, la diaspora, la vita e la morte che scorrono inesorabili. ‘La straniera’ di Younis Tawfik, scrittore e giornalista naturalizzato in Italia, è la storia di un giovane architetto del Medio Oriente in Italia per studiare e lavorare senza difficoltà. L’incontro con la connazionale Amina, che vive ai margini, non è integrata e per campare è costretta a prostituirsi, mette in rilievo le differenze di condizione tra migranti stessi. Una storia inqueta, toccante e amara. ‘Stigmate’ (2006), del poeta albanese Gezim Hajdari, è una raccolta poetica che contiene tutta la rabbia politica senza compromessi dell’autore, esule dall’Albania postcomunista nel nostro Paese dal 1993, in fuga dalla violenza della censura. “Farsi chiamare poeta migrante è un onore, un privilegio”, ha dichiarato Hajdari in un’intervista.
In tutta la letteratura migrante, la scrittura diventa il mezzo con il quale l’immigrato parla di sé, della propria origine e cultura identitaria, ma anche dei risultati della sua migrazione. Lo fa a modo suo, senza schemi mentali, in una simbiosi con la nuova realtà di profugo, immigrato, esule, che dovrebbe arricchire la società stessa perché la ricchezza culturale non deriva dall’isolamento, ma dalla mescolanza.

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