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Le ferite :
14 racconti per i 50 anni di Medici Senza Frontiere

 

Compie cinquant’anni il prossimo 22 dicembre Medici Senza Frontiere [Qui], l’organizzazione internazionale fondata a Parigi nel 1971, che porta soccorso sanitario e assistenza medica in tutte le zone del mondo colpite da guerre, epidemie, disastri ambientali, dove non sia garantito il diritto alla cura.

le ferite medici senza frontiereHo acquistato una copia della raccolta Le ferite che è uscita in marzo per Einaudi: quattordici grandi racconti, ceduti gratuitamente dagli autori per raccogliere fondi a favore di MSF; alla raccolta partecipa l’editore, devolvendo l’utile di questo progetto, così come partecipa ogni lettore che compri il libro.

Mi sento così l’ultimo anello di una catena umana sensibile al mondo ferito.
Leggo. E’ un’attività solo della mente, molto lontana dall’agire verso gli altri portando medicine e soccorso.

Eppure ha un valore, lo dice bene la dichiarazione con cui MSF ha risposto alla consegna del Premio Nobel per la pace ottenuto nel 1999 “in riconoscimento del lavoro umanitario pionieristico”.

Dice così: “Non siamo sicuri che le parole possano salvare vite, ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide”.

Leggo i racconti in un ordine casuale, ora attirata dal titolo, ora dall’autore che ha scritto e poi donato una storia. Sono racconti di varia lunghezza, in cui il tema della ferita viene declinato in modi piuttosto diversi dagli autori: Marco Balzano, Diego De Silva, Donatella Di Pietrantonio, Marcello Fois, Helena Janeczek, Jhumpa Lahiri, Antonella Lattanzi, Melania G. Mazzucco, Rossella Milone, Marco Missiroli, Evelina Santangelo, Domenico Starnone, Sandro Veronesi, Hamid Ziarati.

Ci si ferisce tra singoli individui oppure tra popoli, si ricevono ferite nell’infanzia oppure da adulti, dentro la famiglia di origine oppure dal partner con cui si è vissuto a lungo. È una stanza di ospedale il luogo angusto in cui si consuma la distanza tra i mondi di appartenenza dei malati, oppure è il Mediterraneo, lo spazio della migrazione sofferta e senza diritti. E’ una donna a essere lasciata senza acqua mentre sta male tra le mura di casa.

Leggo Senza nome dello scrittore iraniano Hamid Ziarati [Qui] e mi trovo in Kurdistan. A non avere nome è una ragazzina, che la voce narrante ha visto in un campo profughi in Turchia e ora la descrive. I suoi capelli sono lunghi ma non lunghissimi, sono lunghi perché trascurati, nessuno li ha tagliati da anni. Gli occhi sono profondi e belli, da mediorientale e hanno il colore del miele.

Il narratore non guarda più gli occhi dei profughi che incontra: dentro i campi ha trovato solo tristezza e paura in quelli dei rifugiati e odio nello sguardo di chi col bastone in mano li colpisce e li tortura.

Naso e bocca sono da ragazzina, cioè non ancora definiti, e anche la bocca è in divenire, con i denti tutti bianchi. Alcuni denti sono caduti, però. Ha perso da poco i denti di latte? Ha ricevuto “qualche bastonata da quelli del Daesh”?

Neppure il narratore ha un nome: lui e la ragazzina hanno vissuto tra spostamenti continui,  impegnati a fuggire da un paese all’altro in un mondo ostile fatto di “dittatura, guerra, detenzione, violenza, fame, pericolo, speranza, sogno”.

La  vita l’ha trascorsa come giornalista riempiendo taccuini di appunti per i suoi reportage: l’infanzia in Iraq e la fuga in Iran allo scoppio della guerra tra i due paesi, il ritorno dopo anni ai luoghi dell’infanzia irachena e poi il passaggio in Siria, perché l’Iraq di Saddam ha intrapreso un’altra guerra invadendo il Kuwait.

Infine la fuga anni dopo fino al Kurdistan turco, dove l’ha incontrata la prima volta. Poi ancora in movimento verso la Grecia e l’Italia, viaggiando sullo stesso camion con lei. “E poi sono passati tanti anni da quell’ultima volta che l’ho vista, fino a qualche sera fa, alla stazione dei treni, dove dormo per sfuggire al freddo, poliziotti permettendo. Era uguale, lo giuro. È salita su un treno…”

A questo punto sono giunte le loro vite parallele: il giornalista conserva i taccuini nella borsa che ha con sé, ma non scrive più. Sopravvive come profugo, dormendo nel freddo di una stazione non precisata.

Mentre la bambina, che in tanti anni è rimasta uguale, che anche ora è vestita “come tutte le ragazzine” e sta salendo da sola su un treno, diventa il simbolo di tutti i minori che viaggiano soli e senza sostegno. Per lei occorre mobilitarsi. Cercatela, perché “deve essere lei la bambina che state cercando. E se non è lei, cercate anche lei per favore! È sola”.

Leggo Tubature di Rossella Milone [Qui] e mi trovo chiusa nella casa di Sonia, una giovane donna che soffre di ipermenorree saltuarie durante il ciclo. La trovo sofferente, perché la emorragia che la sta sfiancando è cominciata di notte, mentre lei dormiva.

Ora si sveglia ed è ancora notte fonda e, mentre si trascina dal letto alle altre stanze in cerca di un rimedio, la mente le si fa lucida. Ricorda che Andrea, il compagno che ha appena lasciato dopo anni di convivenza, è venuto ieri sera a prendere le sue ultime cose. Ricorda di avere avvertito i primi crampi e di essere andata a coricarsi, mentre lui si muoveva ancora dentro casa; lo ha sentito armeggiare a lungo usando gli attrezzi per le riparazioni.

Alla sua domanda di spiegazioni lui ha detto che dalle tubature usciva un rumore continuo, che andava tolto. Le tubature, già. Ha estremo bisogno di acqua, Sonia. Le occorre una borsa dell’acqua calda, vuole prepararsi una camomilla, vuole lavarsi.

Quando in bagno solleva il miscelatore non accade nulla, non esce nemmeno una goccia d’acqua. La ferita che le ha inferto il suo ex compagno è proprio qui: “il rubinetto fa un rumore cavo, come di una bolla che scoppia, e Sonia immagina tutta l’acqua del mondo defluire via”, mentre le forze defluiscono dal suo corpo e lei deve rannicchiarsi sulla poltrona per resistere al dolore, sporca e sudicia com’è, dentro la sua pozza.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

“Se tu fossi una città”, Roberto Dall’Olio illustra il suo itinerario poetico fra memoria e presente

Se tu fossi una città è il titolo della più recente raccolta di poesie pubblicata da Roberto Dall’Olio, impreziosita dalla prefazione di Romano Prodi: “In quest’opera – scrive il noto statista – si coglie un sentimento ampio, universale, romantico e cosmopolita, ma pur sempre intimo. Con la sua poesia Roberto Dall’Olio mette in scena una continua migrazione, grazie all’uso del ‘leitmotiv’ “Se tu fossi una città saresti…”. Il Diverso, l’Altro diventano valori da esaltare… Ogni città, da Bologna a New York, da Epidauro a Matera, arricchisce il testo a modo suo… Il soggetto principale, l’individuo a cui è rivolto il testo, è un prodotto diretto di questo continuo riaffiorare del passato e delle radici che ci sostengono. Viaggio e memoria…”.

Questo pomeriggio, alle 17,30, il volume edito da l’Arcolaio sarà presentato alle libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogheranno Maria Calabrese, Roberta Barbieri (docenti del liceo Ariosto) e Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanità in liquefazione

È condizione d’ogni esistenza iniziare e finire, migrare tra questi confini da un prima a un dopo, da uno spazio all’altro, da un’assenza a una presenza, da un vuoto a un meno vuoto. Difendiamo i nostri confini non è l’appello ad un presidio geografico, quanto piuttosto a conservare i propri ambienti psicologici, a partire dalle tradizioni, i territori culturali delle nostre nascite e delle nostre morti, nulla di fisico, ma i recinti dei nostri luoghi interiori, con i materiali immateriali accumulati nel tempo.
Non c’è spazio per fare “luogo”, non ci sono spazi da condividere né quelli pubblici né quelli privati, né i luoghi di incontro né i luoghi della preghiera. Ci sono solo i corpi che ci appartengono a baluardo dei nostri recinti interiori.
Neghiamo lo spazio fisico per difendere i nostri spazi psicologici. Temiamo che i luoghi del nostro spirito possano cedere all’urto di chi fugge dai “non luoghi”, da territori inospitali, incapaci di accogliere le esistenze, di contenere i propri recinti interiori. Aiutarli a casa loro è problematico, perché casa loro, per ogni esistenza degna di questo nome, è un luogo che non c’è.
Il confine non è il luogo della separazione, dello iato, è al contrario il punto dell’incontro, lo spazio per guardarsi in volto, per mettere insieme i propri fini: il cum-finis dei latini.
Il confine è l’intersezione dell’entrare e dell’uscire, dell’andare e del venire, la regione delle contaminazioni, la contrada del parlarsi e del conoscersi, la zona della accoglienza, il termine d’ogni distanza. Il confine è valico da a per, è varco, è l’approdo della libertà di spostarsi.
Proprio per questo chi teme il riconoscimento dell’altro pone i divieti, alza i muri e le barriere di filo spinato.
Chiudere i porti è impedire di giungere ai nostri confini, al luogo in cui le esistenze si incontrano e possono guardarsi negli occhi. Perché come scriveva Benjamin: “nello sguardo è implicita l’attesa di essere ricambiato”. È questo che occorre evitare, è necessario impedire che la massa indistinta dei migranti si faccia umanità.
La società liquida si liquefà per la fatica di stare insieme, dell’essere comunità, la comunione umana ci è divenuta grave da reggere, ogni giorno mette a repentaglio le nostre individualità, i nostri soggettivismi, i diritti dell’io, le sue ragioni, i suoi pensieri, le sue radici radicate, le identità minacciate da identità disperate che cercano se stesse, in fuga dai non luoghi perché luoghi di annullamento.
E allora si mettono in campo primogeniture, diritti di prelazione, gerarchie storiche e geografiche con cui ogni tribù difende il suo territorio dall’occupazione dell’altro.
Ai confini si comunica, si mette in comune, la parola si fa sociale, servizio e valore, divulga pensieri e sentimenti.
Se i confini si cancellano, si tolgono di mezzo per innalzare barriere invalicabili, muri, le paratie dell’isolamento, anche il parlare viene meno, il trasporto della parola cede all’antiverbo: l’infrazione, lo scontro, l’angheria, l’offesa e la minaccia. La verità si muta in menzogna e la menzogna si vende per verità.
L’uomo perde la socialità, il suo essere animale sociale, snatura se stesso, la sua storia, la sua esistenza. Mentre ritiene di salvaguardare i propri recinti interiori precipita verso la loro decomposizione, procede a demolire la sua storia e le ragioni delle sue geografie territoriali e culturali. Ai confini non si possono sostituire le sanzioni, le chiusure, negare agli altri il viaggio significa negarlo a se stessi.
La nostra liquefazione è in corso, non solo l’ambiente snatura, ma anche la nostra umanità. La mutazione procede per cancellazioni di ciò che ci ha resi umani. Umani non siamo nati, umani siamo divenuti, la nostra umanità ce la siamo costruita e ci è costata milioni di anni della nostra storia. Basta poco a dissiparla, lo sappiamo da tempo. Le individualità che rivendicano la primazia senza sociale, senza una comunità che le contenga e che consenta loro di essere, sono monadi svuotate della “substantia” umana.
Il mondo è la nostra rappresentazione, il mondo è la nostra volontà, per dirla con Schopenhauer, il mondo esiste per noi.
Inseguire l’illusione di difendere i propri territori materiali e immateriali, rinserrandosi in essi, comporta la negazione del mondo, scegliere di dissociarsi dalla propria umanità, avviarsi verso una metamorfosi kafkiana, tutti ridotti a bacherozzi a cui la pancia comanda, vittime di se stessi e del proprio fallimento.
Dalla società liquida alla società liquefatta, il solo verbo legittimo è digitale, gli unici confini che è lecito varcare sono quelli consentiti da Google, le sole migrazioni ammesse, quelle delle navigazioni in rete.
Privo di volontà, il genere umano si va liquefacendo nel virtuale, ormai incapace di vivere e affrontare un reale sempre più complesso, ha ceduto alle tre doppia vu la rappresentazione del mondo.

Giovani al lavoro

Tema attuale e preoccupante è quello che concerne la disoccupazione giovanile, piaga sociale con la quale stiamo continuando a convivere.
Rifletto da giovane che sta ultimando gli studi e che tra non molto dovrà interfacciarsi con il mondo del lavoro, contesa tra paure e volontà di mettersi in gioco.
Molti decidono di intraprendere o terminare i percorsi formativi spostandosi dalla propria città natale, in modo particolare quando si tratta di piccoli centri che non dispongono di ricche offerte in merito e successivamente, sempre lì, si attivano per la ricerca di un’occupazione, più o meno stabile.
La migrazione tende verso grandi città che presentano un ricco panorama di opportunità o verso l’estero, alla ricerca di realtà nuove e stimolanti.
Valorizzare giovani imprese e iniziative che possano far crescere e mettere in luce una città come la nostra è forse una possibile soluzione per non far allontanare giovani carichi di idee e volontà o per lo meno, permettere a questi di farvi ritorno per avviare nuove e inedite progettualità.

“Il lavoro nobilita l’uomo”
Charles Darwin

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

PER CERTI VERSI
Madri migranti

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

PER UNA MADRE

Sei l’asola della memoria
Che ti sbottona
Il seno
Nelle mie mani
Una coppa di cielo
Un fiume di miraggi
Ti stringo vera
Come un ninnolo
Di tanta infanzia
Che non si può lasciare
Sei un’asola del ricordo
Che ti ho sempre tenuta nel cuore
Come una dolina di maghi
Tra i pini
L’aria è soffio
Che lancia i destini

POESIA DELLA MIGRAZIONE

Avanti con le ruspe
Cacciamo gli abusivi
Con sorrisi abrasivi
Se si tratta di neri
O di altre persone
Non gradite
Le ruspe spedite
A fare pulizia
E polizia
Ma casa pound
Abusiva da decenni
Quella no
I suoi aderenti
Elaborano indenni
Un futuro di odio
L
i
b
e
r
i

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tornare da dove siamo venuti

“Se non vuoi il crocifisso torna al tuo paese” porta scritto il cartello esibito da una passionaria al raduno di Pontida. Verrebbe allora da pensare che l’umanità dei leghisti si arresta di fronte a chi non riconosce il valore della croce. Non è vero che i porti sono chiusi a coloro che fuggono da guerre civili, dittature e povertà. I porti sono chiusi agli infedeli. È l’ostracismo agli infedeli. Il cristianesimo è qualcosa che si esercita solo tra cristiani. Tu come me, se no a casa tua. Solo gli identici e gli uguali possono stare insieme.
Allora non è questione che tu povero migrante vieni a casa mia a togliermi il lavoro e i servizi sociali. La questione è il crocifisso, se a te sta bene ci puoi anche stare qui, se no te ne devi andare.
Le migrazioni da sempre sono una costante della storia umana, come l’avversione alla contaminazione culturale da parte dei paesi toccati dai flussi migratori, la tendenza a chiudere le frontiere e a creare ghetti di etnie. Non c’è nulla che può fermare le migrazioni e giustificare l’ostilità nei loro confronti.
Per questo ci si inventa la sicurezza che sta all’origine del contratto sociale tra i singoli cittadini e lo Stato. Rinuncio a parte della mia libertà che delego alle tue istituzioni affinché tu Stato garantisca la tutela della mia persona e dei miei beni. Se questo viene meno, non ha più ragione d’essere il contratto sociale e di fronte ad uno Stato assente sono costretto a difendermi con le miei armi.
Siamo ai principi basilari all’origine della convivenza sociale. E allora la strada più facile per mantenere la promessa del contratto sociale è erigere muri, innalzare confini, creare le barriere.
Quindi, il crocifisso esibito dalla signora a Pontida sembrerebbe non c’entrarci nulla, se non fosse che l’infedele, più che dei beni materiali, può privarmi dei beni immateriali, tanto più preziosi, come l’anima.
Il “Vade retro Satana” è il timore dell’invasione che entra dentro di te, contamina le tue fibre e i tuoi pensieri, il tuo sangue e le tue generazioni, e subito tutto non è più come prima. Ma da sempre tutto non è più come prima, perché questa è la storia dell’umanità su questa Terra. Consola l’idea che si può tentare di difendersi, ma la battaglia fortunatamente è persa.
Più che la questione migratoria dovrebbe terrorizzarci la questione culturale che sta dietro alla paura di chi si sente debole di fronte alla religione dell’altro. C’è un’emergenza culturale inedita, se la maggioranza del paese possiede una cultura così debole da temere quella dell’altro. Un paese dall’identità così fragile che a guardarsi allo specchio dei propri valori finisce per non riconoscersi più.
Il populismo come difesa, come riconoscimento di sé nel popolo di appartenenza, oggi appare la ricetta, quella che restituisce sicurezza alla propria identità, alla propria fragilità culturale, ma se la cultura non si rinnova nelle sfide si atrofizza e anziché essere uno strumento per orientarsi nella realtà finirà per farci smarrire in una storia che hanno scritto gli altri e nella quale saremo stranieri privi di identità. A nostra volta migranti verso un altrove che avrà abbattuto la sicurezza dei nostri confini e delle nostre barriere.
Ciò che spaventa è l’idea di una cultura identica a se stessa, imbalsamata. La constatazione che in un’epoca di conquiste della scienza e della tecnica, come mai nel passato, la cultura si sia arresa all’ignoranza. Scienza e tecnica trasformano la nostra vita, ma non maturano le nostre menti, che anzi arretrano nelle casematte del passato. Il timore di prospettarsi il futuro, di produrre una cultura in grado di illuminarne il buio e renderlo luce, apparizione.
La signora che pretende di rimandare a casa coloro che non vogliono il crocifisso ha la mente così imbevuta dalla sicurezza dell’ignoranza da non mettere nel conto che il diritto di contestare il crocifisso nei luoghi pubblici, dalle scuole agli ospedali, non ha colore né provenienza, ed è una legittima rivendicazione di chi già si trova a casa propria.
Il problema della cultura è questo, consiste nell’impedire che gli altri che non la pensano come te si sentano stranieri a casa loro, perché diversamente anche il tuo vicino diventa un infedele invasore a cui chiudere ogni possibile accesso. Ognuno intento a difendere la propria torre d’avorio e la moltiplicazione delle torri porta alla babele umana.
Populismo, prima noi, chiusura dei porti, dazi, identità nazionali sembrano ora la strada giusta, quella diritta e breve, la strada della semplificazione contro la complessità. L’impulsività e l’affabulazione di una ritrovata infanzia dei popoli nei confronti del realismo della realtà.
Ma bambini si dura poco, quella realtà reale costringe prima o poi tutti a diventare adulti in fretta, perché la complessità si farà sempre più complessa e le nostre menti non possono correre il rischio di farsi sempre più sempliciotte e semplicistiche, sempre più fucine di pensieri deboli destinati ad infrangersi contro la prepotenza della storia.
Anche noi avremmo bisogno di lasciare la nostra casa e intraprendere l’avventura della migrazione per il mondo che ci conduca a riscoprire la forza propulsiva della cultura, sarebbe un ritornare da dove siamo venuti.

Andate… a visitare Quel Paese

Dopo la marcia anti rom organizzata da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia davanti al campo nomadi di via delle Bonifiche (un centinaio scarso di persone, ma assai arrabbiate e invadenti), dopo le iniziative di solidarietà promosse da una rete di associazioni ferraresi schierate per difendere il diritto di cittadinanza e la pacifica convivenza tra culture differenti (anche questa testata ha aderito), è forse il momento di riflettere più a fondo sulla nostra storia e su cosa si nasconde dietro la proposta d censire e schedare i nomadi.

La storia ce lo ha insegnato: chi vuole fare un censimento dei rom, in realtà vuole “schedare gli zingari” e chi vuole schedare qualcuno è perché lo considera diverso, pericoloso e lo vuole isolare, carcerare, allontanare.
Chi vuole far questo, oltre a proporre qualcosa di anticostituzionale, sceglie la pedagogia della paura, insegna l’odio verso chi è diverso e mette in pratica la didattica dello stereotipo: il suo metodo è quello della generalizzazione, il suo stile è quello di sussurrare alle pance piuttosto che parlare alle teste e ai cuori.
In pratica, chi vuol far questo estende la responsabilità di un fatto di cronaca legato a una persona di una certa nazionalità, di una certa etnia o di una certa categoria di persone a tutti gli appartenenti a quella nazionalità, a quella etnia, a quella categoria.
In sintesi, prende per vera un’ipotesi, crede in una una congettura, pensa che un luogo comune sia la verità.
È così che nasce l’idea bugiarda che tutti gli zingari siano ladri e rapiscano i bambini.
È così che molti vogliono far credere che tutti i musulmani siano terroristi dell’Isis, che tutti gli americani siano guerrafondai, che tutti i rumeni siano ladri, che tutti gli svizzeri siano puntuali, che tutti i turchi siano fumatori incalliti, che tutti gli ebrei siano avidi, che tutte le donne ucraine siano badanti, che tutti gli albanesi siano criminali, che tutti gli africani abbiano il ritmo nel sangue, che tutti gli olandesi fumino marijuana, che tutti i cinesi mangino i cani, che tutte le donne svedesi siano di facili costumi, che tutti gli irlandesi siano ubriaconi, che tutti i napoletani puzzino, che tutte le donne non sappiano guidare e potrei continuare a lungo con altri esempi.
Allo stesso modo, le persone che pensano le assurdità di cui sopra dovrebbero accettare l’idea di essere definiti mafiosi in quanto italiani… perché è questo che pensano di noi le persone straniere che generalizzano.

In pratica, chi pensa e insegna in questo modo, fa di tutta l’erba “un fascio”: volendo giocare con le parole, chi fa questo è doppiamente “fascista” (vedi:http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/F/fascista.shtml).
Gli stereotipi, i pregiudizi ed i luoghi comuni nascono dall’ignoranza, cioè dalla non conoscenza. Un buon antidoto per questo, oltre allo studio, è il conoscere attraverso il viaggio perché viaggiando si incontrano persone diverse, si possono conoscere nuove culture e, oltre alle naturali differenze, si potranno scoprire molte similitudini e imparare a spostare il proprio punto di vista.
A chi invece non vuole viaggiare, a chi non vuole conoscere, a chi vuole tenersi i suoi pregiudizi, agli insegnanti di odio, ai pedagogisti della paura, ai demolitori di accoglienza, ai distruttori di solidarietà, ai chiuditori di porti, agli schedatori di rom, ai guidatori di certe ruspe consiglierei sinceramente di andare a visitare almeno un paese: Quel Paese.
Andate a “Quel Paese”, ma andateci sul serio… farete sicuramente un favore alla cultura e a “questo Paese”.

Quale accoglienza

Sulla vicenda della nave Aquarius si sono sprecate le citazioni evangeliche. La più gettonata da cardinali (vada per loro, è il loro mestiere) fino agli amministratori locali è Matteo 25: “Ero straniero e mi avete accolto”. Nessuno però che dica come vengono accolte queste persone. Nessuno che si vergogni per come vengono ospitate. Gesù da straniero fu accolto ovunque come un ospite di riguardo da chi lo amava veramente e in questo sta il senso della massima evangelica. Noi, invece, il massimo che abbiamo fatto è come se avessimo accolto un ospite in casa nostra, ma lo avessimo messo a dormire in cantina o nel sottoscala e gli avessimo portato un piatto di pasta anziché invitarlo a sedersi alla nostra tavola.

E’ esattamente ciò che abbiamo fatto con la nostra presunta accoglienza. E questa ipocrisia, di cui ho già scritto su Ferraraitalia (leggi qui), non è più accettabile. Non si può più sentire. Perché nelle condizioni in cui si trova l’Italia c’è un evidente problema di sostenibilità sociale che non si è voluto vedere tra questi flussi migratori e le nostre tante sacche di marginalità, sofferenza, povertà vecchie e nuove. In un paese capace di creare da solo mostri abitativi (senza bisogno che vi siano emergenze), quartieri ghetto per i suoi stessi cittadini dove non arrivano servizi pubblici, non ci sono biblioteche, librerie, centri di ritrovo culturale, case popolari per chi non ha un tetto, presidi sanitari e scuole decenti. In un paese in cui il Sud arranca. È in questo contesto che ci è piovuta addosso l’ondata migratoria per la nostra collocazione geografica. Ne vogliamo tenere conto o no? L’Italia non è Ferrara (mi scusi il direttore che certamente comprenderà il senso). Fate un giro a Scampia, nella periferia romana, in alcuni quartieri di Torino e Milano, uscite dalle quattro mura cinquecentesche che rendono questa città quasi sospesa sulla realtà, dove pure ci sono grossi problemi di integrazione, a volerli vedere. Lo stesso discorso vale per la Grecia, che è messa peggio dell’Italia, su cui l’ondata migratoria è stata dirompente e devastante nell’indifferenza dell’Europa.

Sul come accogliamo è notizia di giovedì scorso l’arresto di due proprietari terrieri a Marsala che tenevano persone immigrate in condizioni di schiavitù in un capannone senza servizi igienici, con una paga di tre euro l’ora per 12 ore di lavoro nei campi e come vitto ‘compreso’ nella paga pane secco e acqua. Dai braccianti si facevano chiamare “padrone” e loro li chiamavano con il nome del giorno della settimana, la più becera negazione dell’identità personale. Questa è l’accoglienza dell’Italia nel 2018. E allora basta raccontarsela!
Salvini ha sbagliato a chiudere i porti? Forse. E volutamente non prendo posizione e rivendico il diritto a non schierarmi, a non essere intruppato nella logica “o con me o contro di me” tipica di certa sinistra di maniera con “scappellamento a sinistra” verso posizioni staliniste. Preferisco non schierarmi con la demagogia dell’“Ero straniero e mi avete accolto”. Sempre. E qui sì, mi schiero. Contro la demagogia. Di sicuro – e questa è la mia posizione netta – il salvataggio in mare è un obbligo morale, prima ancora che giuridico, al quale non ci si deve, e non ci si può sottrarre per nessuna ragione. Le persone vanno salvate, messe in sicurezza e poi le collocazioni andranno cercate con la collaborazione degli altri paesi europei. Punto. E allora in considerazione della sostenibilità sociale di cui parlavo più sopra varrebbe la pena che il dibattito sulle quote di immigrati da assegnare ai diversi paesi diventasse di dominio pubblico, che i cittadini comuni possano esprimere la loro opinione, fare proposte ed essere ascoltate da chi amministra la cosa pubblica.

Ma vediamo un po’ di dati. Le ultime linee guida dell’Ue sulla ricollocazione dei migranti presenti sul territorio dell’Unione o che sarebbero rientrati direttamente, risalgono al 2015. I parametri di riferimento per stabilire le quote sono il Pil, la popolazione, il livello di disoccupazione e i rifugiati già presenti sul territorio nazionale. Sulla base di questi parametri alla Germania sarebbero andati il 18,4% dei rifugiati, il 14,2 alla Francia e l’11,8 all’Italia. Seguono la Spagna con il 9,1, la Polonia col 5,6, ecc.
Secondo dati del ministero dell’interno aggiornati, invece, al 12 giugno scorso gli sbarchi dal primo gennaio di quest’anno sono stati in totale di 14.441 persone, in prevalenza tunisini (circa tremila). Di questi 12.742 dovrebbero essere (il condizionale è d’obbligo) ricollocati tra i vari paesi Ue in base agli accordi in vigore. La quota maggiore (5.435) dovrebbe andare alla Germania, alla Francia solo 640. Quindi la differenza tra gli sbarchi e le ricollocazioni assegna di fatto all’Italia una quota di 1.699 persone, quasi tre volte quelli della Francia. Non è chiaro dal sito del ministero se le ricollocazioni previste dagli accordi intra Ue siano già state effettuate o se devono ancora esserlo. Dalle parole di Salvini in aula, riferendo sulla vicenda Aquarius in risposta alla Francia, sembra di capire che le ricollocazioni sono già avvenute.
I dati Istat, invece, fotografano in dettaglio la presenza degli stranieri regolari residenti in Italia che al 1° gennaio 2017 erano 5.047.028. Restringendo il focus sulla nostra regione, l’Emilia Romagna, le presenze erano 529.337. Divise per provincia, nella nostra le presenze sono 29.931, il dato regionale più basso. Nella provincia di Bologna sono 117.861, Piacenza 40.113, in quella di Parma 61.286, Reggio Emilia 65.292, Modena 90.212, Ravenna 47.137, Forlì-Cesena 41.368, infine Rimini 36.137. Ovviamente dalle rilevazioni sfuggono tutti coloro che non sono registrati e non hanno permesso di soggiorno che si stimano essere circa 500mila a livello nazionale. La Lombardia è la regione col più alto numero di residenti stranieri: 1.139.463.
Secondo i dati pubblicati sul sito dell’amministrazione comunale di Ferrara, gli stranieri residenti nel solo comune, al 31 dicembre scorso, sono 13.616, al netto dei clandestini.
Stando ai numeri della nostra provincia e del comune l’emergenza non ci dovrebbe essere. Tanto più che gli stranieri da noi sono meno che nelle province di Piacenza e Rimini, come si può vedere dai dati sopra, nonostante abbiano una popolazione complessiva inferiore alla nostra: rispettivamente 286.758 e 336786, mentre la provincia di Ferrara ne ha 348.362. Eppure, gli episodi di cronaca che vedono coinvolte persone extracomunitarie sono quotidiani. L’insofferenza è a livelli allarmanti. Allora delle due l’una: o la stampa esagera e c’è qualcuno che rimesta nel torbido perché i giornali bisogna venderli; oppure qualcosa nella cosiddetta accoglienza in questa città non ha funzionato. Come sempre, probabilmente la verità sta nel mezzo. Politicamente, con questi numeri, chi amministra la città e il partito di maggioranza si è cullato che il fenomeno immigratorio poteva essere facilmente controllato e gestito. Il territorio non è stato presidiato con vere politiche di integrazione, né dalle istituzioni né dai partiti di governo (una volta esistevano le sezioni di partito, ora sono diventati quasi tutti ‘liquidi’). Ci si è fidati troppo del fatto che la città contenesse in sé gli anticorpi necessari per governare spontaneamente il fenomeno senza bisogno di particolari interventi dell’amministrazione nel favorire, guidare e governare l’incontro tra le diverse comunità. Si è pensato, un po’ troppo semplicisticamente, che la comunità autoctona e quella in arrivo da fuori si sarebbero naturalmente incontrate, riconosciute e accettate reciprocamente. Così non è stato. È stato lasciato uno spazio vuoto che è stato occupato dalla Lega e dai suoi pittoreschi personaggi che rischiano di conquistare il palazzo municipale alle prossime amministrative. E allora di chi sarà la responsabilità se i numeri sono questi? Di un’immigrazione fuori controllo o di una scarsa capacità di governo? Qualcuno dice che in democrazia chi vince le elezioni ha ragione ed evidentemente questa regola varrà anche alle prossime amministrative, chiunque vinca.

Se si guarda, invece, al quadro nazionale è evidente che più di qualcuno sul fenomeno migratorio ci marcia, e su questo non ci piove. Come ho già scritto su queste pagine di sicuro ci marcia questo sistema di produzione capitalistico che ha bisogno di braccia a basso costo e a bassi diritti. Sulle cooperative non voglio fare dietrologia, mi limito a citare atti di indagine in cui qualcuno, poi arrestato nell’ambito di mafia capitale, ha detto che con gli immigrati si fanno più soldi che con il traffico di droga (quindi un’interpretazione, come dire, autentica del fenomeno). Sarà vero? Sarà che le mafie hanno differenziato i propri investimenti, proprio come le imprese e la finanza? Può essere che qualcuno abbia in mente di
destabilizzare la nostra democrazia utilizzando i flussi migratori? Sarà che il traffico di esseri umani, manipolando le nostre emozioni, è diventato il nuovo business delle mafie e che la saldatura tra mafie e politica ha impedito finora di affrontare il tema in modo razionale?

Quando i rifugiati eravamo noi

Immigrati, migranti, rifugiati, profughi, richiedenti asilo: una nomenclatura rigorosa che richiede un distinguo per sentirsi ed essere rigorosamente ‘politically correct’. Puntualizzare, specificare, attribuire la categorizzazione precisa prevista sembra essere prioritario per non far torto a nessuno e non sconfinare nell’impreparazione, nella gaffe. Ma davvero deve essere così? Quello che emerge è il fenomeno nel suo insieme: una grande marea di persone che approdano in Italia per transitare, rimanere, ripartire, attendere, chiedere, sperare, tentare, arrendersi, osare, disilludersi, a volte ribellarsi. Che si sia d’accordo o meno. E’ una realtà di fatto quotidiana, con riscontri di cronaca a scansioni regolari su cui si scatenano opinioni contrastanti, riflessioni disparate o disperate.

L’elemento umano dovrebbe superare le etichette, nonostante l’aspetto legale richieda una definizione precisa, anche perché chi è propenso al rifiuto e alla discriminazione tout court non sta certo a guardare lo status, come chi è pronto all’accoglienza e all’accettazione non lo fa con un ‘tu sì e tu no’. Forse merita ricondurre il fenomeno migratorio all’interno di un quadro più vasto, che faccia riferimento a quelle pagine di storia destinate all’archiviazione, ma meritevoli di menzione perché non bisognerebbe mai scordare quello che siamo stati. La figura del ‘rifugiato’ emerge per la prima volta nei risvolti della Prima Guerra Mondiale, quando un conflitto di quelle proporzioni va a creare situazioni di pesante emergenza e le nazioni interessate si devono porre il problema della gestione di masse costrette agli spostamenti forzati. Le zone dei fronti di combattimento, furono evacuate e si assistette al triste esodo in numeri massicci di interi nuclei familiari, villaggi, regioni, con il conseguente spopolamento di territori e sradicamento dal proprio habitat. Italiani, austriaci, polacchi, boemi e moravi ma anche belgi, serbi e gli armeni furono interessati a un’evacuazione senza precedenti e senza distinzione di sorta. Erano quelle popolazioni che più di altre subivano il grande conflitto, costituite prevalentemente da donne vecchi e bambini perché gli uomini, quelli abili, erano al fronte.

I numeri sono il dato significativo delle proporzioni di questo fenomeno: 1.000.000 di belgi rifugiati in Olanda, 250.000 in Germania; 1.000.000 di serbi, 1/3 della popolazione, costretti a lasciare le proprie case. 75.000 trentini, 150.000 friulani delle valli dell’Isonzo e del Carso furono convogliati verso nuove destinazioni; 632.000 sudditi italiani furono costretti a partire dalle provincie di Belluno, Udine, Vicenza, Treviso per essere collocati in modo sparso altrove, all’interno e all’estero, nei campi profughi della Boemia, Moravia, Stiria e Bassa Austria. L’ordine di evacuazione entro 24 ore, l’attesa del treno, il viaggio, i controlli delle commissioni di ispezione, l’arrivo e la sistemazione provvisoria, lo smistamento e la destinazione finale. Una via crucis per interminabili file di esseri umani. Un bilancio molto pesante. ‘Città di legno’, questo era il nome attribuito ai campi di accoglienza che aumentavano di dimensioni man mano che arrivavano i convogli con gli sfollati. Si affaccia alla storia una prima immagine di lager, anche se quella più conosciuta sarà un’altra ben più terribile questione.

I più vasti Barackenlager furono quelli di Braunau e Mitterndorf. Quest’ultimo nasce in un piccolo villaggio a 25 km da Vienna, 150 abitanti, una chiesetta e una bottega. Nel 1914 cominciano ad arrivare i profughi galiziani e polacchi evacuati dalle linee belliche all’avanzata dei russi. Nel 1915 diventerà rapidamente una vera e propria città di baracche fondata sull’emergenza e la precarietà, 12.000 esseri umani di ogni provenienza, stipati in 280 per baracca. Nella cittadella veniva fornita assistenza medica ai malati ma per numerosi bambini non c’era molto da fare perchè minati e provati dalle condizioni di indigenza e debilitati dalle malattie infettive morivano irrimediabilmente. Era una città artificiale suddivisa rigorosamente in blocchi, una cucina ogni 4 baracche, una lavanderia a vapore, opifici e laboratori, magazzini, la scuola, la farmacia, gli ambulatori, l’ufficio postale e la chiesa, luogo religioso e culturale dove era possibile coltivare e mantenere in vita le tradizioni di ciascuna etnia. Per ogni internato era previsto un sussidio di 90 centesimi al giorno più la copertura dell’assistenza sanitaria e il vitto. Una gestione difficile su un così elevato numero di presenze. Alcide de Gasperi, in un suo discorso al Parlamento di Vienna, si pronunciò sulla condizione dei profughi, lamentando come il sistema li avesse isolati. Chiese che potessero liberamente scegliere tra la permanenza nelle baracche e una libera colonia; sottolineò l’importanza che i campi fossero organizzati in modo che gli sfollati potessero contare su una rappresentanza sulla base di quella dei comuni. Chiese, soprattutto, che il sussidio fosse aumentato e le condizioni di vitto migliorate. Un tentativo che non ebbe molto seguito, interrotto dalla fine della guerra, lo smantellamento delle città di legno e il rientro nelle proprie terre da parte della maggioranza dei profughi. Un’immagine storica che acquista ancora più significato se si considera il fenomeno attuale.

La Storia continua: si scappa dalla fame, dalle carestie, dalla guerra ora come allora anche se il quadro attuale differisce per modalità, impatto e conseguenze. I migranti percorrono la rotta dei Balcani (attualmente interrotta per le barriere che molti stati, come Ungheria, hanno eretto) e la rotta del Mediterraneo per approdare in Europa. Una road map mutevole, soggetta a variazioni e cambiamenti ma sempre attiva. Ogni minuto, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, 24 persone migrano: il 51% sono minori, per legge inespellibili, nel 2016 erano 25.846, dal 1 gennaio ad oggi sono 5551. Le nazionalità dichiarate allo sbarco dimostrano che i Paesi di provenienza sono nell’ordine decrescente: Nigeria, Bangladesh, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Marocco, Mali, Eritrea… Una grande rappresentanza di Stati africani, alcuni in guerra civile, della cui situazione conflittuale sappiamo poco o non ne parliamo. La Germania risulta essere il Paese più richiesto dai migranti e su 181.436 approdi in Italia nel 2016, solo poco più di 70.000 sono rimasti sul nostro territorio. I richiedenti asilo vengono inseriti in un programma di ricollocamento, sceglieranno il Paese dove poter andare e la loro richiesta dovrebbe essere valutata nell’arco dei 4-8 mesi in attesa del consenso del Paese richiesto. Attualmente le persone coinvolte nel ricollocamento sono 8876.

Dove trascorreranno questo periodo? Nel 1915 i Barackenlager austriaci fornivano rifugio agli sfollati tra disagi e difficoltà; oggi i campi profughi accolgono i rifugiati superando spesso la soglia numerica prevista tra non minori problemi. Un sottile filo rosso, dunque, che lega la storia di popoli ed epoche diverse, che dovrebbe rammentarci la nostra stessa storia. Per dirla con Churchill, “ Più puoi guardare indietro, più puoi guardare avanti”.

Le migrazioni come arma strategica sulla scacchiera internazionale

Le migrazioni hanno sempre accompagnato lo sviluppo della civiltà umana, spesse volte comportando grandi violenze e sconvolgimenti tali da rimanere nella memoria dei popoli. A volte esse hanno causato la distruzione di intere culture, come nel caso dei nativi americani vittime dell’invasione europea, altre volte hanno condotto ad integrazioni che sono sfociate nella creazione di nuove identità sociali, grandi imperi, nuove alleanze e nazioni. Molte sono le cause che le hanno prodotte, ma tra di esse, si trova sempre la questione demografica, un tema che s’intreccia con lo stato dell’ambiente (siccità, alluvioni), con le relazioni tra popoli ed etnie (guerre e violenze), con l’abbondanza o la scarsità delle risorse che consentono la soddisfazione dei bisogni fondamentali, con le culture dei popoli coinvolti.

Da sempre questi flussi di persone, che si muovono in cerca di nuovi spazi da assoggettare e di migliori opportunità, oppure che fuggono da condizioni limitanti o vengono esplicitamente chiamati da paesi che abbisognano di manodopera, rappresentano un problema ed una sfida per i gruppi stanziali che occupano i territori di transito e di destinazione. La cifra di questo problema dipende direttamente dal numero, oltre che dall’ampiezza delle diversità culturali coinvolte; all’aumentare del numero aumentano drasticamente i soggetti istituzionali coinvolti nel processo e gli interessi che essi rappresentano. Per flussi numericamente ridotti sono interessi piccoli e di breve periodo, che coinvolgono gli attori minori e che vengono assorbiti dalla società senza traumi; per grandi flussi si tratta di grandi interessi, che coinvolgo gli attori più forti impegnati nella competizioni geopolitica, con ricadute imprevedibili nel medio e lungo periodo.
Lungi dall’essere solamente semplici comportamenti aggregati di scelte individuali, le grandi migrazioni, oggi come nel passato, sono anche una variabile strategica nella politica delle potenze che giocano qualche ruolo sul palcoscenico della storia. Semplicemente, gli Stati (con i loro apparati pubblici e riservati), le grandi aggregazioni sovranazionali (Ue, Onu, Nato etc), le imprese multinazionali, il mondo della finanza (Banca Mondiale, grandi banche, fondi pensione etc.), le grandi reti del crimine organizzato, i partiti delle democrazie occidentali, le Ong e le grandi associazioni di rappresentanza, le Chiese, non possono essere indifferenti rispetto a fenomeni che hanno ed avranno un fortissimo impatto sulle opinioni dei cittadini, sull’economia e sull’identità stessa delle nazioni. Ognuno di questi attori ha, nel grande gioco delle migrazioni, una posta in gioco, qualcosa da perdere o da guadagnare: per alcuni la posta è rappresentata dai voti, per altri dalla legittimazione, per altri ancora dal controllo di risorse chiave, per quasi tutti dal denaro, molto denaro. Le migrazioni sono dunque (anche) una risorsa strategica che può essere ed è usata, cinicamente, come un arma da diversi attori coinvolti nel gioco geopolitico locale e globale. Svelare questi giochi non è facile e spesso suscita le ire di quanti hanno pronte soluzioni facili e preconfezionate.

La parabola di Gheddafi è da questo punto di vista particolarmente significativa; il leader libico rovesciato ed assassinato nell’ottobre 2011, proprio usando questo tipo di arma era riuscito, nel 2004, a far revocare le sanzioni verso la Libia, garantendo in cambio l’aiuto nella gestione dei flussi migratori. Più volte aveva ammonito l’Europa minacciando, in caso di attacchi, un apertura delle frontiere che avrebbe causato un’invasione. Che non si trattasse di un bluff lo dimostrano ampiamente gli accadimenti seguenti alla sua caduta, ed appare oggi francamente impossibile pensare che gli attaccanti non avessero previsto questo esito catastrofico tra i possibili scenari del dopo regime. Restano le cause tutte da indagare e, soprattutto, resta il flusso migratorio che ora è un arma in mano ad attori e a interessi che nessuno ha voglia di svelare: in un quadro che non si comprende affatto, una sola cosa è chiaria dal punto di vista strategico, ovvero che l’Italia è il bersaglio diretto (target) di una strategia emergente che (morto Gheddafi) appare priva di regia e di responsabilità, ovvero che può essere ridotta alla sommatoria di singoli atti di persone in fuga.
Eppure, l’uso delle migrazioni come arma da parte di stati non in grado di possedere costose armi militari, tecnologiche o finanziarie contro avversari molto più forti, è ben documentato anche da autorevoli studi: ben noto è il tentativo (fallito) che ne fece Milosevic durante la guerra nei Balcani, tentando di usare le popolazioni in fuga dal Kossovo contro la comunità internazionale degli aggressori; e più noto ancora l’uso, riuscito, che ne fece a più riprese Fidel Castro contro gli Stati Uniti o quello dell’Albania verso l’Italia nei primi anni novanta.
E vero però che l’aspetto globale delle migrazioni di oggi sembra più complesso rispetto a quello tipico dello scontro tra poche entità statali organizzate che, nel mondo globalizzato (ad esclusione di poche grandi potenze) diventano sempre più deboli, mentre si rafforzano sempre di più i nuovi attori (in primis le multinazionali e le forze finanziarie globali). In tale situazione diventa sempre più difficile ricostruire la trama delle grandi migrazioni, comprenderne il senso, mentre forte diventa il rischio della semplificazione faziosa. Resta però il fatto certo che le persone partono da un luogo, che sta sempre sotto il dominio di un’entità statuale organizzata (origine), transitano (a volte) per territori sottoposti all’autorità di altri stati, per arrivare infine ad una destinazione soggetta all’autorità di un altro Stato sovrano. Poiché tutti gli Stati hanno tra loro relazioni diplomatiche basate su accordi e negoziati che consentono di intrattenere scambi commerciali ed economici, sembra quanto meno improbabile che proprio il tema dello scambio migratorio tra stati di origine e di destinazione non venga trattato come prioritario. Sfugge allora il motivo per cui, restando all’Italia, si continui a parlare della sinistrata Libia come soluzione per fermare il traffico di esseri umani, e non vengano posti al centro dell’attenzione i rapporti diretti con i paesi di origine (per l’Italia soprattutto quelli sub sahariani) ben sapendo, ad esempio, che i traffici con la Nigeria comportano sia la percentuale più grande di migranti che arrivano sulle nostre coste, che la mega-tangente da un miliardo di euro pagata da Eni ai politici e dirigenti di quel paese assai corrotto.

Resta il fatto che, per i paesi di origine dei flussi, l’uso di masse migranti può essere l’arma più potente che hanno a disposizione. Una volta compreso il meccanismo, la minaccia e la pratica delle migrazioni può essere applicata in molti modi diversi per ottenere scopi politici non altrimenti raggiungibili. Essa infatti può essere usata come minaccia e deterrente contro intrusioni ed attacchi da parte dei paesi più forti; può essere impiegata per negoziare vantaggi facendo pesare il rischio morale di una catastrofe umanitaria. L’apertura più o meno ufficiale delle porte di uscita può essere usata come meccanismo interno per espellere gruppi non allineati al regime dominante, per allontanare legalmente soggetti e gruppi non graditi che gravano sui costi interni quali carcerati, criminali e nullafacenti; può servire per rafforzare meccanismi di pulizia etnica o per orientare i tanti scontri tribali ed etnici che caratterizzano i paesi del (fu) terzo mondo. Per gli attori non statuali (ovvero non riconosciuti come tali) può addirittura servire per infiltrare persone fedeli e creare teste di ponte in vista di scopi terroristici.

Tra i paesi di destinazione, le democrazie occidentali (in particolare europee), che si sentono depositarie di nobili principi umanitari, sono bersagli particolarmente sensibili a questi strategie; esse infatti sono esposte con grande facilità alla possibilità del ricatto morale che si annida nella drammatica discrepanza tra la retorica dei nobili principi professati e la prassi cruda della politica internazionale e globale, basata sulla competizione e sulla pratica delle alleanze interessate. L’esistenza di maggioranze e minoranze politiche che, intorno alle differenti interpretazioni di tali principi, hanno strutturato le loro identità e il loro bacino di voto, rappresenta il contesto in assenza del quale simili strategie non potrebbero essere applicate con speranza di successo.

Non stupisce dunque che il fenomeno migratorio sia diventato un tema esplosivo attorno al quale nascono contrapposizioni feroci e si intrecciano interessi inconfessabili insieme ai buoni intendimenti. Non stupiscono le reticenze e le difese e le condanne a prescindere dai fatti che, troppo spesso, vengono rappresentati in funzione di precisi obiettivi comunicativi e sovente sfumano in mere opinioni fondate sul pregiudizio.
Sullo sfondo resta inquietante il tema demografico caratterizzato dai tassi di crescita insostenibili dei paesi da cui parte il grosso dei migranti; aleggia lo spettro della paura che sempre più si diffonde tra i cittadini degli strati meno tutelati e più deboli dei paesi di destinazione; e permane, refrattaria ad ogni critica e insensibile ad ogni fallimento, l’ideologia dominante col suo modello di sviluppo illimitato basato su una spietata competizione. Nessuno in fondo sembra volere aiutare davvero i paesi di origine a diventare più indipendenti, in modo che possano costruire apparati statali più forti e meno corrotti, che siano in grado di mettere a punto politiche sociali capaci di garantire un minimo di giustizia e di equità: condizione indispensabile per sanare gli enormi dislivelli di ricchezza e aggredire seriamente i problemi di sovrappopolazione, caos sociale e povertà endemica che stanno alla base delle migrazioni attuali.

Crescita illimitata in un ambiente finito: non è un problema di economia ma di demografia

Si parla troppo e male di terrorismo, di economia, di finanza, di conquiste tecnologiche, di guerre, di politica politicante, di migrazioni e di catastrofi naturali o prodotte dall’uomo. La questione popolazione mondiale, invece, sembra restare fuori dall’agenda internazionale malgrado sia assolutamente centrale: a un tempo causa di enormi problemi in molte parti del mondo ed effetto di politiche e strategie geopolitiche fallimentari o semplicemente inesistenti.

Le dinamiche demografiche a livello mondiale e le conseguenti migrazioni, rappresentano forse il problema più grande del presente e del prossimo futuro, poiché sono direttamente collegate ai temi ambientali, energetici, agricoli, geopolitici, sanitari, economici, industriali e militari. La popolazione mondiale si sta avvicinando ai 7,5 miliardi con squilibri spaventosi nei tassi di natalità (e mortalità), che stanno destabilizzando ogni forma di equilibrio demografico e, di conseguenza, politico e sociale. E’ un dato rivelatore se lo si confronta con quello del 1972 (il mondo aveva allora 3,8 miliardi di abitanti), anno in cui uscì il celebre rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo, rapporto che fece il giro del mondo, suscitando infinite discussioni nel grande pubblico e mai sopite polemiche, sia a causa degli scenari che paventava, sia per effetto delle soluzioni che proponeva. Visti gli attuali risultati demografici e le risorse impegnate in oltre quarant’anni di ricerche e interventi (da governi, organizzazioni sovranazionali, Oms, ong, oltre che dalle immancabili multinazionali) si tratta di un fallimento epico a livello globale. Malgrado l’enorme numero di aborti, la diffusione della contraccezione, l’introduzione della pianificazione familiare, malgrado guerre, pandemie, malnutrizione, fame e carestie, la popolazione mondiale è semplicemente raddoppiata in meno di 50 anni.
Dunque, con buona pace degli ‘ottimisti razionali’ e dei ‘teorici del nuovo ordine mondiale’, non sembra azzardato affermare che a livello demografico complessivo, la situazione sia andata totalmente fuori controllo: un dato estremamente inquietante se si considera che, in tutta la storia dell’uomo, agli squilibri e alle forti tensioni demografiche, sono sempre state associate grandi catastrofi. E’ pur vero che molte previsioni pessimiste, da Malthus a Ehrlich, non si sono (per ora) realizzate, poiché la capacità creativa umana, manifestata attraverso i prodotti e i servizi della tecno-scienza, ha consentito finora di cambiare le condizioni limitanti (una per tutte la quantità della produzione agricola) che davano senso a quelle previsioni; ma l’enorme e squilibrato incremento demografico cambia a sua volta i nuovi e precari equilibri consumando a ritmo esponenziale lo stock di risorse interconnesse sulle quali si regge la vita del pianeta e dell’uomo.

Anche l’attuale sistema economico globale, che ai miliardi di persone che abitano il mondo dovrebbe garantire almeno la copertura dei bisogni fondamentali, sembra trascurare ogni limite e pare muoversi esclusivamente in base alle proprie regole di funzionamento interno (autoreferenza), caratterizzate dall’assioma della crescita illimitata, dal teorema della massimizzazione del profitto nel breve periodo, dalla eliminazione coatta di ogni barriera al libero flusso di capitali, merci e persone. E’ un dato di fatto che il sistema produttivo globale, già dagli anni settanta del secolo scorso, ha raggiunto una capacità produttiva tale da superare la domanda; quest’ultima è di fatto promossa dal marketing attraverso la creazione sistematica di nuovi bisogni ed è sostenuta dalla riduzione della durata di vita dei prodotti (obsolescenza programmata) e dall’accorciamento del loro ciclo di utilizzo (moda). Accanto all’enorme produzione, esso genera enormi esternalità che intaccano i beni comuni e corrompono la fiducia necessaria al suo stesso funzionamento. Malgrado gli indubitabili progressi materiali il sistema, fondato sul mercato e sulla competizione, non è in grado di redistribuire la ricchezza generata ne di allocare equamente i beni e i servizi prodotti, come ampiamente dimostra la contemporanea ed enorme crescita di patologie associate da un lato al iperconsumo e, dall’altro alla carenza di beni essenziali. In tale quadro, il sistema produttivo globale trova proprio nella esplosione demografica dei paesi più poveri una giustificazione di ordine morale per continuare la sua crescita ipertrofica e una ghiotta opportunità per trovare nuovi mercati e nuovi consumatori.

Ci si trova dunque in una situazione del tutto nuova e particolare almeno per l’ampiezza con cui si manifesta: in un ambiente finito (il pianeta terra) una specie biologica (l’uomo) cresce esponenzialmente di numero e in modo assolutamente squilibrato a prescindere da ogni limite ecologico, mentre il sistema economico (che trasforma materie prime in beni scambiabili e consumabili) deve parimenti continuare a crescere, in ottemperanza agli assiomi quasi religiosi che presiedono al suo stesso funzionamento. E’ un’intera cultura che sostiene questo tipo di visione: molte persone sono convinte infatti della necessità della crescita demografica e ancora più persone sono convinte dell’assoluta necessità della crescita economica. I primi, in nome di astratti principi religiosi (“moltiplicatevi, diffondetevi e dominate la terra”), di più ingenue credenze umanistiche (“c’è spazio per tutti, la terra è grande”) o considerazioni geopolitiche (“il numero è potenza: bisogna fare più figli per non venire invasi da altri popoli o etnie più prolifiche”). I secondi, in nome di principi economici assunti fideisticamente (“le ferree leggi naturali (!) scoperte dalla scienza economica”) o di presunti valori sociali umanistici (“bisogna crescere per sostenere il welfare, pagare le pensioni e vincere la povertà”) o di premesse filosofiche indimostrabili (“la mano magica del mercato, il valore assoluto della competizione, l’esistenza certa di una one best way”). Non sfuggirà certo, al lettore più attento, l’inquietante risonanza di alcuni di questi assunti con tesi e teorie che hanno caratterizzato alcune delle fasi più drammatiche e buie del secolo scorso.

L’integrazione di queste due tendenze è assolutamente esplosiva per il sistema terra e i suoi delicati equilibri. Vi è infatti una parte di mondo, quella più ricca e tecnologicamente progredita, quella che sulla crescita e il consumo ha costruito il proprio dominio materiale, dove la crescita demografica si è fermata mentre si allunga per i singoli l’aspettativa di vita; è qui che gli spiriti più visionari intravedono negli sviluppi della tecno-scienza la possibile fine della biblica punizione del lavoro e la liberazione definitiva dalle catene del bisogno; ma è sempre qui che vaste fette della popolazione, stordite da decenni di consumismo, non riescono più a dare senso alla vita e a concepire un futuro possibile; ed è ancora qui che si trova il centro dal quale irraggia la religione della crescita illimitata, del mercato globale e della competizione continua, che viene diffusa al resto del mondo.
Vi è un’altra parte del mondo, quella più povera e meno progredita secondo gli standard occidentali, quella che possiede gran parte delle risorse indispensabili al primo mondo, quella sfruttata e allo stesso tempo dedita all’emulazione dei modelli occidentali di cui è spesso succube, dove la crescita demografica è invece assolutamente esplosiva e francamente preoccupante soprattutto nella zona dell’Africa sub sahariana dove il numero medio di figli per donna è superiore a 5,1 (secondo le stime del word fertility report dell’UN).

Quel che sta succedendo in Italia negli ultimi anni, è esemplare di questa tensione e dell’inconsistenza dei dispositivi attraverso i quali il problema demografico potrebbe e dovrebbe essere affrontato. L’Italia è caratterizzata infatti da un sensibile calo di natalità e da un complessivo invecchiamento della popolazione. Un dato che viene letto come molto negativo mentre potrebbe rappresentare invece il raggiungimento, del tutto positivo, di un nuovo equilibrio demografico in un ambiente di vita già largamente artificiale. Anche in questo caso tuttavia la popolazione sta aumentando per effetto delle quote migratorie crescenti. Ed è proprio il fenomeno migratorio, coniugato alla crisi economica, che mette in drammatica evidenza, inserendolo nell’esperienza personale di ognuno di noi, il problema demografico di cui moltissimi, troppi, non hanno mai avuto alcuna contezza: ora esso è clamorosamente sotto gli occhi di tutti, ed ognuno ne interpreta ampiezza, cause ed effetti a modo suo. Malgrado questo, sembra mancare, a livello politico, ogni volontà di riflettere collettivamente su tali questioni spinose quanto complesse e tutto viene soffocato da un vacuo buonismo, da una retorica politicamente corretta, da un vago disinteresse. Eppure, malgrado i vincoli demografici ed economici non vengano presi sul serio nella pubblica discussione (che dovrebbe essere l’anima della democrazia), nessuno può negare che esista un limite al numero di persone che la terra è in grado di sostenere, così come c’è un limite al numero di persone che possono vivere insieme, pacificamente, in uno specifico ambiente: la questione semmai è capire l’ampiezza di questi limiti. Molti scienziati (e molti pessimisti) sono convinti che essi siano già stati abbondantemente superati.

Libera circolazione: follia o necessità?

Questo il titolo della conferenza tenuta a Massa Fiscaglia di Ferrara il 7 dicembre scorso al “Circolo Ragno Azzurro” organizzata dal Gruppo Cittadini Economia della provincia di Ferrara con l’intervento di Gianni Belletti della Comunità Emmaus.

L’incontro chiudeva una serie di quattro serate, tutte organizzate a Massa Fiscaglia, in cui il Gruppo ha invitato la popolazione a discutere su fenomeni assolutamente attuali e che indubbiamente coinvolgono tutti a vario titolo: tasse, debito pubblico, disoccupazione e, appunto, migranti. Un invito all’informazione senza distorsioni con il chiaro intento di diffondere la sana pratica della partecipazione dal basso.
“Il migrante non è né un potenziale delinquente né un potenziale deficiente”, dice il relatore, si muove in prospettiva di un potenziale miglioramento e se ne avesse la possibilità, dopo averne verificato l’impossibilità, sarebbe di sicuro disposto a ritornare alle sue relazioni e al suo territorio.

Partendo da questo presupposto si sono analizzate quali sono ad oggi le possibilità di spostarsi e di viaggiare delle popolazioni. Necessario e dovuto il richiamo alla “dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948 e in particolare degli articoli 13 e 14 che sanciscono la libera circolazione delle persone.
Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
Articolo 14
1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Gianni tiene a citare anche l’art. 15 che parla di cittadinanza, perché la cittadinanza è l’aspirazione finale per tutti coloro che si spostano in altri Paesi e che trovano poi il modo di costruirsi delle nuove relazioni in un nuovo posto dove vivere. Questo argomento, oltremodo interessante, trova però poco spazio nella serata e forse merita una trattazione a parte, insieme all’analisi del fatto che in Europa ci sono ben 700.000 persone senza cittadinanza, 3.500.000 addirittura nel mondo.

Ma torniamo al diritto alla libera circolazione. A chi è riservata questa possibilità nel concreto? Un cittadino italiano, ad esempio, è libero di chiedere un visto ed andare dove desidera senza troppe complicazioni. Non è permesso il contrario, per cui un cittadino africano o asiatico, ovviamente di un paese povero o solo nominalmente ricco, non ha le stesse possibilità ed è costretto ad intraprendere viaggi molto pericolosi attraverso deserti, mari e pericoli vari oltre che ad indebitarsi di cifre a volte esagerate e di difficile restituzione per poter arrivare in Italia.

Una volta arrivato, il passo successivo è la richiesta di asilo politico. Sembra incredibile, dice il relatore, ma l’unico modo attualmente riconosciuto per poter rimanere nell’Unione europea è appunto quella di presentare domanda di asilo politico, e negli ultimi 3 anni ne sono stati presentate in Italia 170.000, semplicemente perché è l’unica opportunità che queste persone hanno a disposizione, non c’è altro modo per poter restare.

Presentata questa domanda si apre la “pratica”: dovrà essere formata una commissione che tenga conto del luogo di origine, della lingua parlata dal richiedente e ovviamente del caso presentato. Di media, perché si venga poi convocati da questa commissione, il richiedente dovrà attendere circa 15 mesi. Ad un eventuale esito negativo questi potrà eventualmente presentare ricorso e avere una successiva udienza entro un anno. Insomma per ogni richiedente asilo ci vogliono due anni almeno perché tale “pratica” possa essere chiusa.
Altro tipo di visto che può essere concesso è quello della protezione sussidiaria, che riguarda coloro che hanno una relazione con la persona a cui è già stato riconosciuto l’asilo politico e che potrebbe essere in pericolo a causa di questa relazione.
L’Italia ha aggiunto una terza possibilità, la protezione umanitaria. Viene concesso, solo per fare un esempio di particolare impatto, a quelle donne vendute più volte nel corso degli anni, fatte prostituire e rese schiave dagli sfruttatori e che difficilmente potrebbero più tornare nei paesi di origine. Anche ai tunisini che sono arrivati in Italia a seguito delle “primavere arabe” è stato concesso un visto con questo presupposto.

Cosa succede nel mezzo? Lo Stato italiano ha ceduto l’accoglienza ai privati per cui chi ne facesse richiesta e avesse i requisiti idonei a fare questo tipo di accoglienza riceverà 33 euro al giorno, di cui 3 vanno al migrante e 30 alla cooperativa o società che accoglie. A questo punto si prefigurano due scenari che normalmente sono quelli che vediamo realizzarsi: il migrante, non essendo un potenziale deficiente, sa che non ha bisogno di lavorare o impegnarsi a farlo perché c’è chi riceve dei soldi per la sua assistenza; riceve i suoi 3 euro con i quali non ci fa niente e abbandonato a se stesso nel giro di qualche mese dopo le dichiarazioni di sindaci e prefetti iniziali di amore e accoglienza, comincia a dedicarsi all’accattonaggio per i due anni di attesa e magari ad altro dopo. Questo perché ricordiamo, c’è un debito iniziale da saldare per il viaggio e anche una dignità da preservare nei confronti di familiari e amici a cui avrà detto di essere partito per andare incontro ad una vita migliore.

Dire “abbandonato a se stesso” è ovviamente una provocazione, infatti lo Stato continua a pagare il conto economico alla struttura di accoglienza e quindi a dare assistenza di base al migrante, cibo e un letto. Il punto è che non si va incontro alla richiesta di fondo, al motivo per cui quella persona è qui, ovvero il miglioramento delle sue condizioni di vita, lavoro e dignità. Non le affronta come non affronta la richiesta, simile, dei suoi cittadini e per questo provoca reazioni inconsulte e spropositate sia della popolazione residente che straniera.

Ma in mezzo c’è ancora altro, ovviamente. Gianni ci racconta che la Comunità Emmaus di Palermo certifica che molti migranti, poi magari clandestini, vengono reclutati a 0,70 centesimi all’ora e questo crea un mercato del lavoro al ribasso. Gente disposta a lavorare “per un tozzo di pane” e che crea una specie di classe degli ultimi, dietro i disoccupati e i disperati italiani. Quasi un ammortizzatore verso la nostra ultima classe sociale che dovrebbe quasi trovare confortante il sapere che c’è qualcuno al di sotto della loro disperazione.
Il dibattito è stato ampio e la conferenza si è immediatamente trasformata in partecipazione collettiva. Le provocazioni vengono colta e i partecipanti a turno hanno avuto modo di esprimere le proprie opinioni, cogliendo a pieno le intenzioni dell’organizzazione, a cui vanno i complimenti, di stimolare la partecipazione attiva.

E dunque una volta descritto il problema, quali le cause e quali le soluzioni?

Si può semplificare il tutto con il tema dell’accoglienza ad esempio che fa, o ha fatto finora, il nostro governo? Giustificare o condannare posizioni come quella austriaca di Norbert Hofer o i muri dell’Ungheria? E come interpretare i fondi europei dati alla Turchia per frenare l’esodo siriano?

Di sicuro è sembrato a tutti chiaro che l’accoglienza non dovrebbe essere ceduta a privati. Quando si privatizza, in generale, si rende merce il prodotto da trattare. Quindi se privatizzo l’accoglienza rendo merce i migranti, gli esseri umani che si spostano per qualche motivo, e ne ho bisogno altrimenti non guadagno. La prima azione da fare sarebbe togliere alle cooperative e alle società private la gestione dell’accoglienza. Avere un piano di accoglienza statale e mirato teso ad evitare questa deriva uomo=merce.

Ma il punto fondamentale sarebbe la libera circolazione, ovvero permettere a tutti di accedere a quanto previsto dagli articoli 13 e 14 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo citati all’inizio. Ogni ambasciata o consolato all’estero e ovviamente in particolare nei paesi da cui proviene la maggioranza di questi migranti, dovrebbe essere potenziato e messo in grado di vagliare le richieste di visto temporaneo per “lavoro”. Il richiedente dovrebbe dichiarare il luogo dove intende andare e considerando che tutti si spostano per raggiungere qualcuno che ha già affrontato il viaggio, dichiarare l’indirizzo presso il quale si sosterà per il periodo concesso. Impronte digitali e documenti in regola a cui si potrebbe anche aggiungere la richiesta di una caparra da restituire nel momento in cui si dovesse decidere di ritornare nel luogo di partenza.

Il viaggio a questo punto diventa regolare, non ci sarebbe un debito iniziale da contrarre e da ripagare, pericoli da affrontare e accoglienza da organizzare per chi riceve. Un gran risparmio per tutti insomma. Quando il migrante arriva diventa controllabile, ha speso magari solo 100 euro di biglietto aereo e sa perfettamente che potrà tornare a casa sua nel caso non trovasse quel miglioramento che stava cercando.

Ricordate? Il migrante non è né un potenziale delinquente né un potenziale deficiente, per cui piuttosto che elemosinare un piatto di minestra in un Paese straniero deciderà di ritornare al suo Paese di origine.
Insomma oggi le reazioni all’afflusso di migranti provoca sostanzialmente reazioni sbagliate: da una parte si costruiscono muri o si va alla facile ricerca di voti attraverso slogan che intercettino lo scontento popolare, dall’altra si realizzano facili guadagni. Sostanzialmente non si tiene conto delle cause e non si affronta realmente il problema. Dicotomia funzionale ad interessi economici, come al solito, e uno Stato che non interviene nel modo giusto ma si affida al laissez-faire come per i mercati finanziari.
Dietro lo slogan oramai consolidato che i privati fanno sempre meglio dello Stato si affida tutto alla “mano invisibile” aspettando la magica e automatica correzione dei mercati lasciati operare senza controlli. Ma come questo non avviene nella realtà economica, basta vedere le crisi continue le cui perdite i cittadini sono poi chiamati a ripagare attraverso l’austerità, così non avviene per i migranti, dove i cittadini sono chiamati a pagare le conseguenze anche in termini sociali e di convivenza.
Dove manca l’indirizzo dello Stato viene meno l’utilità sociale. E le persone si dividono tra facile buonismo e rifiuto all’accoglienza.

Tutto dunque da rifare, tutto da ridiscutere partendo semplicemente da quanto già esiste, scritto e immortalato come principio di libertà e di progresso ma non ancora distribuito a tutti, concesso solo alla parte finora ricca e autorizzata a scrivere regole che poi non rispetta.
Le colpe non sono di certo né di chi intraprende viaggi pericolosi né di chi riceve e si vede spodestato delle proprie risorse. Non ha colpe chi vive questa crisi continua, economica e di valori. Chi è stato licenziato o chi ha perso la casa non potendo pagare la rata del mutuo, o chi ha dovuto cedere l’azienda o chi semplicemente si guarda intorno e non riesce a trovare una soluzione. Non ha colpa chi è esasperato perché il suo Stato non viene in suo soccorso o vede l’istituzione a lui più vicina, il Comune, rifiutargli un alloggio, una deroga sulle tasse.

Non ha colpa chi è costretto a rivolgersi alla Caritas mentre la domanda per un alloggio gli viene rifiutata o è in attesa da anni e si vede superato da una famiglia che viene da lontano.
Insomma in tale situazione, fanno presente le persone in sala, come si può accettare l’azione di un prefetto che sequestra un immobile per accogliere africani o asiatici, saperli per anni rifocillati a spese dello Stato, e quindi dei cittadini, con la certezza che dopo la prima accoglienza andranno ad aumentare l’esercito dei disperati e sfruttati. Ma le stesse persone che avanzano questi dubbi sembrano consapevoli del fatto che anche un prefetto si trova costretto a gestire, a sua volta, una situazione difficile, che sia solo l’ultimo anello di una catena costruita male.

Nessuno è un potenziale delinquente né un potenziale deficiente, sia egli italiano o nigeriano, bianco o nero, ma tutti messi alla prova più dura, all’abbandono e all’indifferenza potremmo diventare qualcosa di diverso da quello che ci eravamo prefissati. Un Governo che non governa, non dirige, non regola e si rende complice di un business che usa come merce l’uomo è in fondo il vero responsabile, questo hanno espresso le persone presenti a quella che si potrebbe definire una “conferenza circolare”, dove la gente, reduce dal voto per la riforma costituzionale, dice quello che pensa e vuole partecipare sempre di più alle decisioni.

La visione miope degli Stati e delle Istituzioni che etichettano, accolgono ma non risolvono, intervengono ma solo all’inizio, urlano ma non sanno pacare gli animi, esasperano a loro volta sia coloro da accogliere che chi dovrà coesistere con altri disperati. È qui che bisogna cercare le colpe e chiedere che le cose vengano gestite diversamente.

In tale contesto risulta vano anche evocare il principio “prima gli italiani”, perché benché chi scrive lo ritenga giusto, ci si rende conto che il vero problema è la mancanza di visione politica.

Una bella serata, partecipata e a cui bisognerà necessariamente dare un seguito per parlare più a fondo dell’art. 15 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di espulsioni e persone senza cittadinanza. E l’argomento è anche collegato al sistema carcerario degli USA, privatizzato, e dove una persona su quattro è legata ad una forma di detenzione, non necessariamente in carcere ma magari in libertà vigilata. Un business da circa 200 milioni di dollari all’anno e a cui l’Italia comincia pericolosamente a guardare.

La storia ai raggi ‘K’: l’uomo ritorna alle caverne

raffaele-rinaldi
Raffaele Rinaldi, direttore dell’associazione Viale K

di Raffaele Rinaldi* La Ferrara di sotto

“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri,
allora io reclamo il diritto di dividere il mondo
in diseredati e oppressi da un lato,
e privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri”.
(Don Lorenzo Milani)

Non è passato molto tempo da quando è arrivata a Ferrara Samantha Cristoforetti per raccontarci il suo straordinario viaggio nello spazio mostrando al pubblico le immagini mozzafiato proiettate sullo schermo gigante. Il campo visivo si riempiva di panoramiche universali, di metropolitane come grumi di luci che resistevano alla notte e di distese immense di acqua e terra. E chissà se avvicinandosi ancora un po’ non avremmo potuto vedere su questo pianeta anche le cicatrici del passato e le ferite aperte del presente.
Nell’era dei viaggi interplanetari continuano a sorgere muri di cemento armato, confini respingenti costruiti con il filo spinato e le reti elettrificate. Barriere di una umanità contro un’altra parte di umanità: quella più povera. E chissà se oggi ‘zoommando’ ancora di più con le sofisticate strumentazioni di monitoraggio presenti a bordo della navicella non sia capace di vedere anche i nostri piccoli paesi fabbricare le piccole barricate per scacciare uomini, donne e bambini.

Sono tornate le piccole patrie dove ognuno pensa di recintare un micro territorio, innalzare delle bandiere, per dichiarare guerra agli altri illudendo gli abitanti che, rinchiudendosi come cavernicoli, si possa guadagnare ricchezza e benessere, pur tuttavia essendo consapevoli – forse non fino in fondo – che l’umanità ha cominciato a raggiungere benessere e ricchezza quando è uscita dalle caverne.
Effetto della crisi economica, della paura di perdere quel benessere costruito ieri proprio sulla pelle di quelli che arrivano oggi, una difesa contro l’ineluttabile legge del contrappasso con cui fare i conti. I muri di oggi, a differenza che nel passato, non sono difese militari, ma contro la povertà.
Nel quotidiano di operatore sociale vedo gli effetti devastanti di una crisi economica, che prende carne in uomini e donne (italiani e stranieri) che bussano alla porta dei nostri centri di accoglienza e della nostra mensa, ma ancor di più quelli di una crisi generalizzata che permea i livelli più profondi della cultura e dell’ethos sociale, poiché risale dalla viscere della storia il repertorio della demonizzazione e della caccia al diverso considerato nemico e invasore. Si rilega con l’odio la nuova edizione di un vocabolario del cinismo, dove gli interventi di accoglienza vengono squalificati tout-court a pura attività di business, l’etica viene derubricata a ‘patetica’, i soprassalti della legge morale sull’istinto di sopravvivenza vengono liquidati come ‘buonismo’, come se il conio di questi e altri neologismi possa spostare più in avanti la frontiera degli egoismi personali e nazionali. Il tutto in palese spregio dei valori fondanti della cultura ebraico-cristiana, delle categorie della riflessione filosofica sulla persona, e delle convenzioni internazionali sui diritti umani sorte dalle ceneri del XX secolo che hanno modellato quest’Europa andata in frantumi all’urto della prima e vera prova umanitaria (ad intra ed extra). Penso se non abbia avuto ragione Enzensbergher quando affermava: “quando più un paese costruisce barriere per difendere i propri valori, tanto meno valori avrà da difendere”.

L’immigrazione dei nostri giorni è l’unico fenomeno di massa dal dopoguerra, ci troviamo davanti a una svolta epocale. L’accoglienza è una risposta a questa sfida che bisogna affrontare poiché, se da una parte il grado di civiltà consiste nella capacità di intrecciare rapporti, se è vero – come è vero – che nella relazione e nell’incontro nasce il futuro, dall’altra parte implica comunque e necessariamente un dialogo costruttivo, intelligente, faticoso, esigente, che va al di là delle posizioni estreme come lo spontaneismo dell’apertura illimitata oppure la chiusura e il respingimento. Forse l’accoglienza è il tempo e lo spazio privilegiato per avvicinarsi alla storia e alle storie dove di fronte all’epifania dei volti e delle singole biografie cadono quegli stessi stereotipi che una volta offesero e umiliarono i nostri padri in terra straniera e che noi oggi rovesciamo su di ‘loro’ con la rivalsa di una vendetta storica o per la rimozione del nostro recente passato migratorio. Chissà se poi alla fine dei conti questa prossimità non si riveli una carta vincente anche per le politiche di sicurezza.

Ed è nella precisa prospettiva della promozione della persona che possiamo vedere e distinguere meglio da una parte la necessità di tutelare la dignità umana di chi è accolto e di chi accoglie, dall’altra le criticità del ‘sistema accoglienza’ che vanno superate in una corresponsabilità etica e sociale. Per quanto riguarda i richiedenti asilo sarebbe auspicabile avere delle micro-accoglienze per favorire le relazioni in un determinato contesto sociale (ma bisogna che si allarghi il numero delle comunità accoglienti), l’aumento delle commissioni e la riduzione dei tempi di valutazione, fare una legge per non consentire un’accoglienza passiva, ma impegnata al servizio della comunità accogliente, superare l’atteggiamento assistenziale e insistere sulla ridistribuzione equa sul continente e sulle politiche di sviluppo vero e non ipocrita nei paesi di provenienza.

Certo è difficile. Ma è il compito che ci spetta qui e ora, ed è una questione non solo di fenomeni epocali, ma di scelte davanti a questi ‘incontri ravvicinati del primo tipo’.

Sarebbe più semplice cacciarli via tutti, si farebbe prima a respingerli con l’urlo mostruoso: – Via! Via! Via! – fino ad avere la voce sempre più rauca e perdere le parole, il suono si disarticola progressivamente in insulti e poi scendere ancora per rientrare nella stalla della storia dove poter appoggiare la clava e riposare l’unico occhio stanco.

*Direttore dal 2012 dell’ Associazione Viale K – ONLUS e responsabile dello sportello ferrarese di “Avvocato di strada”.

Emergenza immigrazione: e se non fosse proprio così?

Le uniche due certezze che emergono dai dibattiti politici e mediatici sul tema migrazione e politiche d’accoglienza sono che siamo di fronte a una ‘emergenza migranti’ e a una ‘invasione di immigrati’. E’ davvero così?
E se vi dicessimo che nel 2007 gli immigrati giunti in Italia sono stati 512.000, mentre nel 2015 sono scesi a 250.000? E se aggiungessimo che su 500 milioni di europei, solo il 6,9% è costituito da immigrati, con una quota di stranieri che varia dal 45,9% del Lussemburgo allo 0,3% della Polonia, mentre l’Italia con l’8,2% è allineata agli altri grandi paesi – Germania (9,3%), Regno Unito (8,4%) e Francia (6,6%)?
Sono i dati del rapporto “Governance delle politiche migratorie, tra lavoro e inclusione sociale” redatto dai Radicali Italiani su dati Eurostat, presentato a inizio ottobre a Roma al Senato della Repubblica.

Particolarmente interessante è il dato sul numero degli ingressi annuali degli immigrati (gli stranieri iscritti all’anagrafe per trasferimento di residenza dall’estero). L’Italia, si legge nel documento, “si colloca al terzo posto” dietro Germania e Regno Unito, ma “registra una netta flessione: da circa 512 mila ingressi del 2007 a 248 mila del 2014 (-267 mila, pari a -51,8%)”.
Sempre secondo i dati presentati dai Radicali italiani, gli arrivi complessivi di migranti per mare nel nostro paese sono stati 170 mila nel 2014, 154 mila nel 2015 e 48 mila nei primi cinque mesi del 2016, in linea con gli sbarchi degli stessi primi cinque mesi del 2015. Complessivamente dunque non presenta alcun carattere di eccezionalità, di emergenza o di invasione, diversamente da quanto sostenuto da alcuni.

Le cose cambiano se si parla delle richieste d’asilo. Nel 2015 i rifugiati riconosciuti e le persone alle quali è stata concessa una forma di protezione internazionale, secondo l’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) citata dal rapporto, sono complessivamente 16,1 milioni: solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 paesi dell’Unione europea, l’8,3% del totale. Di questi l’Italia ne accoglie 118 mila, pari allo 0,7%.
I paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664 mila), non esattamente i più ricchi quindi. Per quanto riguarda la provenienza, invece, il paese con il maggior numero di rifugiati è la Siria (4,9 milioni), seguita da Afghanistan (2,7 milioni), Somalia (1,1 milioni), Sudan del Sud (779 mila) e Sudan (629 mila). Da sottolineare anche che se la crescita del loro numero nel mondo negli ultimi cinque anni è stata molto intensa (+52,8%), nel totale dei paesi dell’Unione si registra una lieve flessione (-4%). L’Italia con il suo +109,3% a quanto pare rappresenta quindi un’eccezione, ma certo non ci si può lamentare in confronto alla Grecia: +1,994,1%.
Il rapporto dei Radicali prende in considerazione le richieste d’asilo ai vari paesi dell’Unione Europea da maggio 2014 a maggio 2016: il loro numero è in continuo aumento, “con un picco nel mese di ottobre del 2015 (172 mila unità)”. Con però una parziale sorpresa: “nei primi cinque mesi del 2016 subisce una netta flessione, probabilmente – scrivono gli estensori del rapporto – a causa della chiusura delle frontiere sulla rotta balcanica e degli accordi con la Turchia, con un numero delle domanda di asilo del mese di maggio molto contenuto (66 mila)”.
Nel 2015 sono state presentate nei paesi dell’Unione europea circa “1,3 milioni di domande di asilo, con un aumento del 236,8% rispetto al 2013”. La percentuale italiana è del 6,6%, pari a 83 mila domande, con un aumento certamente rilevante: il “223,7%”. Un fenomeno che si spiegherebbe con “il numero tradizionalmente basso delle richieste d’asilo nel nostro Paese, determinato probabilmente dalla volontà prevalente dei migranti sbarcati in Italia di trasferirsi in un altro paese dove presentare la domanda”. Dal 2013, invece, complice la più rigida applicazione del trattato di Dublino prima e poi i rigidi controlli alle frontiere con Francia e Austria, molti “hanno preferito fare domanda d’asilo in Italia e avere così un titolo per potervi rimanere legalmente fino alla conclusione dell’iter”. Il problema sta proprio qui: a differenza di quanto dichiarato da alcuni zelanti politici e opinion maker nostrani, che affermano che ‘facciamo entrare tutti’, “sta crescendo in modo preoccupante il numero di coloro a cui è stata rifiutata la richiesta d’asilo”. Secondo le cifre riportate dai Radicali, tre quarti degli immigrati a cui è stata respinta la domanda d’asilo provengono da nove paesi: Nigeria, Pakistan, Mali, Gambia, Bangladesh, Ghana, Senegal, Tunisia e Costa d’Avorio, ma anche da paesi in guerra come la Nigeria, l’Afghanistan e l’Eritrea.
Oltre la metà delle domande d’asilo presentate in Italia nel 2015 è stata respinta: il 58,6%. Solo il 41,5% è stato accolto. Il tasso di non accoglimento del nostro Paese, si legge nel documento, “è superiore di 10 punti percentuali rispetto a quello della media europea (48,1%)”. Inoltre, sottolineano gli estensori, quello dell’anno scorso non è un dato isolato, ma l’ultimo segnale di un trend pluriennale. L’aumento tra 2008 e 2015 dei dinieghi da parte dell’Italia di più della metà delle domande d’asilo, in cifre circa 119 mila migranti secondo il rapporto, si traduce “nella probabile presenza nel nostro paese di decine di migliaia di persone che, una volta non ammesse alla protezione, non hanno più titolo per rimanere sul territorio legalmente né possono regolarizzare la propria posizione anche se in possesso di una proposta o di un contratto di lavoro”. Dunque il nodo centrale non sarebbe in quanti arrivano e da dove arrivano, ma cosa ne è di loro una volta che sono qui perché con la chiusura delle frontiere rimangono qui anche se vorrebbero andare altrove e nello stesso tempo, se la loro domanda d’asilo viene rifiutata, non hanno possibilità di rimanere in modo legale sul nostro territorio.

Popolazione straniera al 1 gennaio per paese dell’Unione europea (incidenza percentuale sul totale), Anno 2015, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat
Popolazione al 1 gennaio per cittadinanza in alcuni paesi dell’Unione europea (valori assoluti e percentuali), Anno 2015, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat
Ingressi annuali degli immigrati in alcuni paesi dell’Unione europea (valori assoluti in migliaia), Anni 2005-2014, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat
Ingressi annuali degli immigrati in alcuni paesi dell’Unione europea (valori assoluti e percentuali), Anni 2005-2014, Fonte: Rapporto Radicali Italiani su dati Eurostat

È dagli anni Novanta che i transiti in Europa e le stabilizzazioni dei cittadini non europei sul territorio sono sempre state vissute come un’emergenza e come una questione che attiene solamente alla sicurezza, allora erano albanesi e kosovari, oggi sono siriani, afghani, nigeriani, somali. Ma se ci confrontiamo con gli sbarchi sulle nostre coste da ormai vent’anni, si può parlare di emergenza? Con un 6,6% di tutte le richieste d’asilo dell’Unione Europea e con un tasso di non accoglimento di dieci punti superiore alla media del continente, possiamo parlare di invasione?
È necessario superare le narrazioni retoriche sul tema migranti e politiche di accoglienza, sia quelle buoniste sia quelle razziste. È necessario uscire dall’ottica emergenziale, che in questo come in altri campi non fa che alimentare distorsioni e corruzione, e considerare politiche strutturali di lungo periodo, che coinvolgano ogni livello istituzionale, dal governo del territorio all’Unione, bisogna smettere di cercare forme di gestione tecnocratiche e costruire ragionamenti politici, di trasformazione sociale. Come ha scritto lo scorso febbraio su Internazionale Kenan Malik del Guardian: “La storia degli ultimi 25 anni ci dice che a prescindere da quanto si rafforzi la fortezza Europa, recinti e navi da guerra non fermeranno i migranti. Né controlli più rigidi modificheranno la percezione del problema tra l’opinione pubblica. Trasformare ancora di più l’Europa in una fortezza non contribuirà ad attenuare il senso di frustrazione così diffuso. Gli “idealisti”, d’altro canto, cercano di promuovere politiche sull’immigrazione più etiche, ma sembrano disposti a fare a meno della volontà democratica per applicarle. Questo approccio non è più attuabile o più etico di quello realistico. Nessuna politica a cui l’opinione pubblica è ostile potrà mai funzionare”.

Leggi il rapporto “Governance delle politiche migratorie, tra lavoro e inclusione sociale” dei Radicali Italiani

“Io fuggito da Boko Haram e poi venduto dalla polizia agli scafisti”
Ecco Lynus, 19 anni, uno degli ‘invasori’ che fa tremare l’Europa

“Gli agenti della polizia libica facevano affari con gli scafisti. Una notte mi hanno detto: Svegliati, vai in Italia. Io avevo paura di salire sulla barca perché non sapevo nuotare. Poi mio fratello mi ha preso per mano’. Qui il racconto di Lynus Efosa, nigeriano di 19 anni, in Italia da due, si interrompe per l’emozione, il dolore ancora vivo del ricordo. Un’altra pausa quando parla di sua madre, Gladys, e di sua sorella, Fatima. Gli occhi si fanno lucidi. Sempre fieri però. Coraggiosi. A una settimana dai fatti di Gorino abbiamo scelto di vedere quella che è stata definita “invasione” dal punto di vista opposto. Con Lynus abbiamo ripercorso le tappe di un viaggio disperato, da quando iniziò a entrare nella milizia a nove anni fino al suo affidamento a Camelot, che si è occupata di lui insieme all’istituto don Calabria di Ferrara.

Lynus, è molto giovane, quanti anni aveva quando è arrivato in Italia?
Ero minorenne, circa 17 anni, è stato nel luglio del 2014.

Le piaceva stare in Nigeria?
No, non mi piaceva molto. Certo la Nigeria è una terra ricca, ma la ricchezza è nelle mani di pochi che con quel tesoro possono fare tutto, permettersi ogni tipo di sopruso sugli altri, cioè la maggioranza povera. Chi ha i soldi in Nigeria, compra la politica, le istituzioni, persino la polizia.

Anche la polizia?
Se vai in Nigeria con i soldi ti trattano come un re. Sei bianco, sei ricco, la polizia ti fa da guardia del corpo costantemente. Ma se non puoi pagare, anche se uccido una persona a te cara non puoi fare niente, specialmente se chi l’ha uccisa ha amici ricchi. I soldi significano sicurezza.

Tutto è iniziato quando sua madre è stata uccisa, giusto?
Sì.

Capisco che è difficile parlarne, ma può essere importante per inquadrare meglio quello che sta avvenendo in Italia. Se non se la sente andiamo oltre.
No va bene. Mia madre lavorava in una zona del villaggio di Dogo Na Hawa, nel nord della Nigeria, abitata soprattutto da cristiani, infatti lì c’era una chiesa cristiana. Era il 7 marzo del 2010. L’anno in cui è arrivato il gruppo di Boko Haram (il soprannome dell’organizzazione terroristica di matrice islamica ‘Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e per la Jihad’, significa letteralemente ‘Educazione occidentale vietata’, ndr). Mia madre stava lavorando. Tutto andava normalmente e nessuno sospettava niente. Finché non è esplosa una bomba potente. Mia madre è morta. Avevo circa 13 anni.

Poche ore dopo l'attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro ripete in inglese: "Dove sei? Dove sei andato?" Non sappiamo a chi sia indirizzata la domanda. Forse a Dio. L'Occidente quanto ha ascoltato quell'urlo?
Poche ore dopo l’attentato a Dogo Na Hawa, il 7 marzo 2010. Quel giorno il grido delle donne nigeriane è arrivato fino al cielo. Una di loro, ripresa da un cellulare, ripeteva in inglese: “Dove sei? Dove sei andato?”. Non sappiamo a chi fosse indirizzata la domanda. Forse a Dio. L’Occidente quanto ha ascoltato quell’urlo?

Dove si trovava quando è successo?
Ero fuori paese a comprare roba da mangiare con mio fratello. Mia sorella invece era in giro a vendere cibarie.

Lei è il più piccolo di tre fratelli, giusto?
Sì, piccolo ma coraggioso.

Perché dice coraggioso?
Perché quando avevo dieci anni sono entrato in un gruppo paramilitare per la difesa del mio Paese. Non avevamo le armi, ma controllavamo notte e giorno la nostra zona e sorvegliavamo che tutto andasse bene.

Ha deciso liberamente di entrare nell’organizzazione?
Sì perché quando eri uno di loro, la gente ti rispettava, nessuno poteva farti niente. Ti sentivi sicuro.

Ma non andava a scuola?
Sì ma ho smesso a nove anni.

Perché?
Problemi economici. Mio padre Emanuel è morto quando avevo tre anni. Ha avuto un incidente stradale. Faceva il camionista per la Guiness, la birra. Dopo questo fatto, mia madre è stata costretta ad andare a lavorare e ha aperto un negozietto di alimentari, mia sorella l’aiutava a vendere.

Quando una donna con bambini rimane vedova come può vivere, non c’è nessuno che l’aiuta?
Sì di solito i parenti del marito e i suoi genitori. Ma nel nostro caso non è stato così perché per potersi sposare i miei si sono dovuti mettere contro le rispettive famiglie. I parenti di mio padre non volevano perché mia madre veniva dal nord. Una volta il nord e il sud non erano amici.

Pare che questo avvenga in tutti gli Stati del mondo. Ma torniamo alla sua storia. Chi vi ha avvisato dell’accaduto?
Nostro zio. Noi lo chiamavamo zio, ma era un vicino di casa che ci aiutava. Era musulmano. È venuto da noi, ci ha presi con sé, ci ha portati a casa e ci ha detto: “E’ finita. Qui non è più sicuro per voi. Partiamo e andiamo in Niger, lì conosco qualcuno”.

Il 7 marzo sembra un giorno come tanti. Invece in un batter d’occhio per lei è cambiato tutto. Cosa è avvenuto immediatamente dopo l’attentato?
Sì ho perso mia madre, si chiamava Gladys. E sia io che mio fratello abbiamo perso i contatti con mia sorella Fatima. Da allora non sappiamo cosa le sia successo, se sia viva o no, o dove sia andata. Fatima è un nome musulmano. Prima vivevamo vicini cristiani e musulmani. Il giorno della bomba è scoppiata una guerra civile, perché dopo sono arrivati i militari nigeriani con i fucili e sono iniziate le sparatorie.

Da qui in poi comincia un viaggio di quattro anni che culmina con la salvezza, che ha il volto della Marina Militare Italiana. Prima di arrivare a questo però, Lynus dovrà affrontare un viaggio di più di due anni dalla Nigeria alla Libia, poi la prigionia nelle carceri libiche. Infine verrà venduto dalla polizia agli scafisti e verrà portato in alto mare, a pochi chilometri da Lampedusa, dove non sbarcherà mai a causa dell’enorme quantità di profughi presenti sull’isola. Lui e il fratello Erik saranno condotti direttamente a Napoli. È il giugno del 2014. Ma facciamo un passo indietro.

La persona che voi chiamavate zio vi ha portati da alcuni amici in Niger, giusto?
Sì, siamo rimasti lì parecchio più di un anno, credo, non ricordo bene. Davamo una mano in campagna. Ma eravamo stranieri in mezzo a stranieri e la situazione del Niger non era buona. Un giorno lo zio ci ha detto che in Libia c’era possibilità di lavorare e che là c’erano molti nigeriani. Così ci siamo aggregati, questa volta da soli, ad un gruppo di persone che con jeep e camion stava attraversando l’Africa per andare in Libia. Su quei camion c’era gente di ogni nazionalità e gruppo etnico, tutti stipati. C’era gente dalla Costa d’Avorio, dal Cameroon, dal Mali, eccetera.

Quindi finalmente arrivate in Libia.
Sì, ma quando siamo arrivati, gli autisti ci hanno chiesto i soldi del viaggio. Noi non ne sapevamo nulla. Non sapevamo se nostro zio li avesse già pagati. E in più non avevamo niente di niente. E quelli ci hanno detto: Se non pagate chiamiamo la polizia. I poliziotti sono arrivati e ci hanno portato subito in prigione.

Qui il racconto si interrompe, le parole faticano ad uscire, sono bloccate da un nuovo nodo di dolore.

Se la sente di parlarci del periodo della prigione?
È stato molto brutto. Ci hanno divisi, io con i piccoli e mio fratello con i grandi, anche se abbiamo solo due anni di differenza. A me hanno trattato abbastanza bene perché ero piccolo per loro, a mio fratello no.

Ha subito violenze?
Mio fratello non è stato fortunato come me.

Quanto siete rimasti in prigione?
Circa un anno e mezzo. Mese più mese meno.

Lei aveva circa 15/16 anni. Perché vi hanno tenuto così tanto?
Perché aspettavano che qualcuno ci reclamasse. C’erano molti ragazzi in prigione, quando le famiglie se ne accorgevano, pagavano per farci uscire. Ma per noi nessuno ha pagato.

Quindi cosa è successo?
Un giorno un poliziotto viene e parla con me e mio fratello. Ci chiede cosa ci facciamo lì dentro e poi ci dice: Ok, trovo il modo di mandarvi fuori. Ma noi abbiamo risposto: Non sappiamo dove andare. Nessun problema, dice lui, vi aiuto io.

E vi ha aiutato?
Ci ha aiutato. Ci ha portato a casa sua. Poi una notte ci ha detto venite con me. Ci ha portato in una città che non conoscevamo, di nome Tripoli. Siamo andati sul mare. Diceva: “Vi faccio vedere una cosa”. Noi avevamo paura, ma non avevamo scelta.

Cosa c’era là sul mare?
Un gruppo di persone e una barca. Ha detto: “Vedete quelle persone lì? Vanno in Italia. Voi andrete con loro”. Ma io non volevo andare e piangevo. Piangevo perché non sapevo nuotare e avevo paura. Ma mio fratello mi ha preso per mano e mi ha fatto coraggio. Così mi sono ricordato che io ero quel ragazzo piccolo, ma coraggioso.

Ma chi ha pagato?
Non lo sappiamo. Ma abbiamo capito che la polizia dà agli scafisti gente sempre nuova per il viaggio. E molti sono reclutati dalla galera.

Come è stata la traversata in barca?
Per fortuna il mare era calmo, anche se comunque io non ho fatto altro che vomitare. Da dove ci avevano messi non vedevamo fuori. Ad un certo punto ci siamo accorti che non c’era nessuno a comandare, c’eravamo solo noi. Non ho mai capito chi guidasse. Infatti quando è arrivata la Marina Italiana non ha trovato nessuno a guidare. Qualcuno ci deve essere stato, poi si sarà confuso tra la gente.

Quanto siete stati in mare?
Ci siamo imbarcati la notte, tutto il giorno abbiamo navigato e alla notte successiva è spuntata la nave italiana.

Cosa ha provato?
Mi sono sentito contento. All’inizio piangevo e avevo paura perché ero rimasto da solo, mi avevano portato in salvo e mio fratello era rimasto in barca, ma poi nel giro successivo è arrivato anche lui. Siamo rimasti tre giorni nella nave militare: ci hanno detto che bisognava andare a Napoli perché a Lampedusa c’era troppa gente.

Poi una volta a Napoli qualcuno si è occupato di voi?
Sì, siamo stati subito trasferiti a Bologna. Siamo rimasti lì una settimana e poi siamo arrivati a Ferrara con Camelot. Siamo stati sistemati alla Città del Ragazzo, istituto don Calabria.

Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo
Lynus Efosa, 19 anni, sta svolgendo il servizio civile presso la biblioteca di Tresigallo

Sentire che ci sono problemi con gli stranieri, sapere i fatti di Gorino e tutto quello che si dice come la fa sentire? La fa arrabbiare?
No, mi dispiace che la gente ha paura. Però penso alla questione del grattacielo: la gente ha ragione. È normale non volere nella tua città cose come droga e violenza. Ed è vero che molti nigeriani gestiscono il traffico di droga. È una cosa che fa male anche a me. Mi danno fastidio spesso.

In che senso?
Mi capita spesso che qualche signore italiano mi fermi per strada e mi chieda: “hai la droga?”. Io mi arrabbio moltissimo, rispondo: “Cosa credi che siccome siamo nigeriani siamo tutti uguali?”

E loro?
Loro mi mandano a quel paese e se ne vanno.

Qual è il suo sogno, Lynus?
Vorrei lavorare, magari fare il parrucchiere, un lavoro che facevo anche da piccolo in Nigeria e per cui ho fatto anche un corso qui in Italia. Poi con il tempo una donna e una famiglia.

Non vuole tornare in Africa?
No assolutamente. Prima devono morire tutti i presidenti corrotti, deve cambiare la situazione. E credo che anche se sono giovane non farò in tempo a vederla cambiare.

Lei è stato accolto come minore alla Città del Ragazzo, poi sempre sotto Camelot è passato in una comunità per neo maggiorenni a Tresigallo. E ora?
Ora sono in scadenza. Dopo Natale dovrò lasciare la comunità, ma non so cosa farò, dove andrò ad abitare. Per pagare l’affitto mi servono un po’ di soldi. Al momento grazie all’aiuto di Camelot sto facendo il servizio civile nella biblioteca di Tresigallo, e sono molto contento di lavorare lì, ma ovviamente se dovessi pagarmi vitto e alloggio i soldi non basterebbero.

C’è stato un momento felice, spensierato nella sua vita?
Quando ero bambino e giocavo, prima di dover andare a lavorare a nove anni. Ero troppo piccolo per capire cosa succedeva, ed ero felice.

Noi, fuggite per colpa di un padre, di un marito…
Belinda, Joy e Faith respinte dalle barricate:
“Perché non capite la nostra storia?”

Sono segnate dal viaggio e parlano con un filo di voce, guardando in basso. Sono tre delle dodici ragazze che ieri notte sono state catapultate a Ferrara dopo l’increscioso avvenimento di Gorino, dove gli abitanti hanno alzato le barricate contro il pulmann che le stava portando nel bar ostello Amore-Natura. Belinda, Joy e Faith hanno hanno accettato di rispondere alle domande dei giornalisti nella struttura di Asp in via Porta Reno, dove hanno trovato momentanea sistemazione.
Sono arrivate in Italia sabato in serata e a Bologna già domenica mattina: sono dodici ragazze, tutte molto giovani, di età compresa tra i venti e i ventidue anni. Le altre nove sono state provvisoriamente suddivise in altre strutture: quattro risiedono in un hotel a Massafiscaglia (Ferrara), quattro in una casa famiglia a Codigoro (Ferrara) e una nel centro Caritas in città.

Belinda, Joy e Faith aspettano frastornate in una stanza della struttura Asp, dove ancora incredule e imbarazzate cercano di capire e rispondere alle domande dei giornalisti, grazie anche all’aiuto di un traduttore Kevin.
Forse per sfogarsi o forse per cercare una ragione dell’inspiegabile trattamento della notte precedente, Belinda dice: “Non capiscono la nostra storia”. “All’inizio non abbiamo capito quale fosse il problema; poi, quando abbiamo compreso che non ci volevano, ci siamo rimaste male”, aggiunge l’altra ragazza di nome Faith.

Non è facile perché si legge sulle loro facce l’odissea che hanno passato, ma proviamo ugualmente a chiedere qualcosa della loro vita e del loro viaggio prima dell’arrivo qui a Ferrara.
Presi quasi da compassione e a volte sgomento a vedere queste ragazze ridotte in quello stato, proviamo chiedere con accortezza qualcosa della loro vita prima dell’arrivo a Ferrara.

Ci risponde per prima quella che sembra la più forte del trio, Belinda: ‘Vengo dalla Sierra Leone, lì facevo l’infermiera, sono dovuta fuggire per non essere catturata dalle autorità dopo che mio marito, prigioniero politico, è fuggito dal carcere”. “Dalla Siera Leone in Libia – continua Belinda – ho pagato cento dollari, dalla Libia a qui niente” e aggiunge “non sapevo niente dell’Italia in particolare, ma da quando ci sono mi piace molto. Prima di partire conoscevo solo qualcosa dell’Europa”. Anche Joy e Faith, le altre due ragazze provenienti dalla Nigeria, non conoscevano l’Italia, ma la pensano come la compagna.
Joy, incinta all’ottavo mese, ci racconta invece che è fuggita dalla sua stessa famiglia: “sono partita perchè io sono cristiana e mio padre no”. “Vorrei solo trovare un po di pace, tranquillità e non aver più paura, vorrei che mio figlio Michael – non è ancora nato ma lei spera sia un maschietto – “nascesse sereno, che potesse andare a scuola come gli altri bambini’. Per il viaggio dalla Nigeria alla Libia lei e il marito, di cui ha perso le tracce sulle coste africane, hanno pagato 420 euro circa.
L’ultima a parlare è Faith: “sono scappata dalla zona occupata da BoKo Haram, sono andata a nord verso il Mali. Non so più nulla della mia famiglia, nemmeno se sono ancora vivi” dice sussurrando per la troppa stanchezza accumulata. “Arrivate in Libia mi ha accolta un uomo arabo che ci ha aiutate a raggiungere la barca per fare la traversata” spiega la ventenne nigeriana.

Tra loro sembrano molto affiatate, ormai abituate a darsi forza a vicenda costantemente, cercando di reprimere il ricordo di ciò che hanno lasciato e cercando di pensare al presente. In una confidenza ci raccontano che il trio si è formato per caso durante il loro lungo e difficoltoso viaggio, ma Belinda aggiunge:”Io e Joy siamo ‘sorelle’, le nostre mamme sono sorelle”, è una loro usanza chiamarsi sorelle quando ci sono legami di parentela, ma capiamo e poi ci confermano che sono cugine.
Sono partite per i motivi più diversi, inizialmente senza avere una meta precisa, solo con l’idea di doversi allontanare da quell’infausto posto che loro chiamavano ‘casa’.
Si fidano dell’Italia, piace molto a tutte e tre: tra la paura sboccia anche un barlume di speranza per una vita migliore, per un po’ di serenità, anche per un bimbo che deve ancora nascere.
Finalmente, anche se con un po di sforzo, riescono a salutarci con un accenno di sorriso e si allontanano per riposare e ritornare nella loro stanza, come normali persone che hanno bisogno di riposare dopo un lungo viaggio.

Gorino, il prefetto Tortora: “La requisizione era l’unica strada”
“Ci sono altre 450 persone da sistemare”

“Sono mesi che stiamo tentando di trovare disponibilità presso alberghi, strutture e tutti quanti ci dicono che sono al completo appena sentono parlare di profughi. Lascio a voi considerare se questa risposta può essere o meno plausibile. L’unico strumento per trovare posto era quello della requisizione, non avevamo alternative. Ho fatto una requisizione parziale pensando che, così facendo, l’ostello di Gorino potesse comunque essere in grado di continuare a svolgere un minimo di attività economica”.
A parlare è il Prefetto Michele Tortora alla conferenza stampa di martedì 25 indetta per dare la sua versione riguardo la vicenda dell’autobus diretto a Gorino per alloggiare 12 donne in arrivo da Bologna, tra loro una giovane all’ottavo mese di gravidanza.

Sabato scorso la prefettura del capoluogo emiliano si è appellata a Ferrara per ospitare una trentina di profughi che sarebbero giunti in zona nel weekend. Questo ha rotto definitivamente gli equilibri fin troppo precari e al limite della resistenza. Il Prefetto, cercando tempestivamente una soluzione ha pensato di requisire parte di un ostello situato a Gorino per indirizzare lì 12 degli immigrati in questione.
Lunedì 24 in serata, non appena si è sparsa nella comunità di Gorino la notizia che stava arrivando un autobus con a bordo migranti da alloggiare presso l’unico esercizio pubblico del paese, il bar ostello Amore-Natura, tutti si sono uniti contro questa decisione. A nulla è servita la mediazione attuata per placare la folla: errate voci di corridoio avevano già invaso l’opinione pubblica e il risultato è stato un muro eretto non solo con barriere fisiche, ma anche mentali che non hanno permesso l’arrivo a destinazione dell’autobus. Il prefetto dunque, dopo alcune ore, ha dovuto cedere e le donne sono state smistate in altri centri di accoglienza.

Se questa è stata la reazione per 12 persone, cosa succederà quando arriveranno le “altre 450 persone” che il Prefetto ha annunciato essere ancora in attesa di un alloggio da trovare in Regione?
Tortora, ha dunque rivolto un appello a tutte le istituzioni, alle associazioni e ai privati che dispongano di posti nei quali far alloggiare i migranti in arrivo. “Spesso con preavviso ridottissimo, in meno di 24 ore ci viene detto che i profughi stanno arrivando e dobbiamo, con affanno ed estrema urgenza, trovare luoghi per l’ accoglienza. Attualmente sono 800 i profughi che abbiamo in gestione, sparsi in una cinquantina di luoghi, ma i numeri sono in continuo aumento”.
Ci sono problematiche che non possono essere rimandate o tenute nel silenzio. Spargere la voce, continua il Prefetto, può essere il primo passo per affrontare questa situazione che diventerà inesorabilmente sempre più difficile se tralasciata.
Il Prefetto in chiusura ha rivolto alle comunità con un ultimo appello: “Sono molto amareggiato: credo che questo fenomeno o si gestisce insieme con buon senso e senso di responsabilità oppure non si gestisce. Mi appello a tutte quelle persone di buona volontà, alle istituzioni, agli enti locali, alle associazioni di volontariato, dateci una mano”.

LA STORIA
Caccia ai tornado in questa e altre pianure

Cacciatore di nuvole, cacciatore di vento, a volte anche cacciatore di storni. Sì, quegli uccelli simili a passeri, che proprio in queste settimane si muovono tutti insieme come ammassi di puntini scuri e – nel cielo – formano figure cangianti e immense sopra ai nostri occhi. Un cacciatore armato, però, sempre e solo di macchina fotografica, magari pure di teleobiettivo o grandangolo; cartucce mai. Un’attività, la sua, che raggiunge fama, professionalità e gloria soprattutto negli Stati uniti d’America, che consacrano la figura dei “cacciatori di tornado” con romanzi, film e vere e proprie figure professionali dedicate ad avvistamenti meteorologici e alla loro prevenzione. Eppure questa vocazione ritrova ispirazione, spazi e materia prima anche in questa nostra pianura padana, versione ridotta delle grandi pianure americane, ma comunque non avara di occasioni tempestose.

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Dino Gasparetto è il quarto da sinistra, durante un Tornado tour (foto Gino De Grandis)

A giocare in casa nel ruolo di cacciatore di tornado è Dino Gasparetto, classe 1979, ingegnere ambientale che in orario di ufficio lavora per la Regione Veneto, poi esce, alza gli occhi al cielo e insegue meccanismi ingovernabili e stupefacenti che si scatenano nell’aria. La sua passione originaria è quella per i fenomeni atmosferici e se le scelte di studio, prima, e di lavoro poi, l’hanno portato ad analizzare rischi meccanici e idrologici, il suo primo amore resta legato ai grandi fenomeni naturali, alla fisica che scatena tempeste e alla chimica che crea mescolanze che possono esplodere così come rimanersene miracolosamente tranquille.

Raccontare l’esperienza di un cacciatore di tornado, però, non è facile. Guardi le foto che scatta ed è un attimo trovarsi a nominare cicloni e uragani. Guai, invece, a usare questa superficialità nel parlare di fenomeni atmosferici tanto precisi e seri attribuendo caratteristiche catastrofiche a quella che, magari, è solo una pioggia più intensa del solito. Gasparetto ti mette in guardia ed entra nel merito e nelle sfumature del maltempo tirando fuori un vocabolario più complicato che, sulle prime, ti spiazza. Ti fa capire che c’è un’eccessiva e sbagliata tendenza a chiamare “tornado” tutto quello che potrebbe vagamente diventarlo e casomai non lo diventerà mai; stessa cosa per le famose “trombe d’aria” con cui si definiscono sferzate ventose poco più violente del normale. Come chiamare, allora, tutto questo? «Alcuni temporali – spiega Gasparetto – possono diventare supercellulari e tra questi tipi di temporali di livello più violento ci può essere una supercella che genera un tornado». Ecco, una “supercella”: è questo il termine corretto che non utilizziamo mai. Qualcosa di più forte di una tempesta, che contiene la forza bruta della tromba d’aria e del tornado, ma che non è detto che la tiri fuori.

Anche commenti e definizioni di intensità del maltempo – che tendiamo a tradurre con aggettivi spaventosi o grandiosi – nel linguaggio dell’esperto, si trasformano in una terminologia di precisione matematica che lascia un po’ interdetto chi non se ne intende. «Come avviene per i terremoti – racconta Dino Gasparetto – i tornado si classificano secondo una scala numerica, la Enhanced Fujita Scale (EF-Scale), che si basa sui danni provocati e sulla velocità raggiunta dal vento. Questa scala va da EF0 ad EF5 e gli effetti al suolo sono esponenziali. Un EF0 può danneggiare tetti o alberi, un EF5 è in grado di radere al suolo una casa».

Una decina di anni fa questo ingegnere con la vocazione per l’avventura segue il corso da “cacciatore di tornado” al Centro meteo dell’Arpa di Teolo, l’Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, a una manciata di chilometri da Abano Terme, in provincia di Padova. Dalla teoria alla pratica, nel 2007 si iscrive al suo primo tornado-tour e sbarca a Oklahoma city, Stati uniti del sud. «Durante quel viaggio – racconta – una notte si scatena una supercella a 200 metri di distanza e vediamo sollevarsi in aria uno di quei fienili in metallo che lì vengono usati per tenere gli attrezzi. Una specie di grande igloo che inizia a volare, fortunatamente dalla parte opposta a quella dove eravamo accampati noi». Sempre in quell’occasione – ricorda – «ho visto cadere in mezzo ai campi dei tronchi e degli alberi interi, che svolazzavano come fossero foglie».

Un’esperienza impressa in modo indelebile. E che poi rende intollerabile sentire parlare in maniera sensazionalistica di trombe d’aria ogni qualvolta semplicemente ci sono temporali. «Nella maggior parte dei casi – dice l’esperto – ci sono in effetti dei danni materiali, ma si tratta della conseguenza di violente raffiche lineari (non associate a vortici), che fuoriescono dal fronte avanzante del temporale, cioè dal vento che si forma davanti al fenomeno temporalesco (il “downburst”)».

La critica principale di Gasparetto riguarda l’invenzione di «termini privi di senso come “bomba d’acqua”, l’attribuzione di nomi fantastici alle alte o basse pressioni, titoli sui giornali che richiamano fantomatiche trombe d’aria quando in realtà sono solo raffiche di vento lineari e non vorticose, la confusione tra fenomeni totalmente differenti come uragani e tornado, la distinzione inesistente tra tornado e tromba d’aria». Parole – dice – che rivelano una cultura meteorologica nazionale ancora molto distante da quella statunitense, e che però crea confusione anche in termini di prevenzione. Perché, a forza di creare allarme, poi non si riescono più a fronteggiare in maniera seria i casi davvero allarmanti.

Capito che bisogna essere più cauti quando si scrive e si commentano casi di maltempo, cerchiamo di capire da che parte cominciare. Dov’è che ha visto gli spettacoli naturali più memorabili? «Gli Stati uniti offrono lo spazio perfetto, in particolare il Kansas, con le sue distese infinite di campi, dove i temporali più violenti si scatenano tra maggio e giugno. Ma anche nelle nostre pianure è possibile vederne. Io ho cominciato a interessarmi a queste cose perché ero affascinato dai racconti che facevano i miei nonni di una tromba d’aria terribile a cui avevano assistito. Per la prima volta, poi, a 12 anni, mi sono trovato in mezzo a un fenomeno del genere in una frazione di Rovigo vicinissima a dove abitavo io, era il 1991. Nella zona costiera della provincia di Ferrara, di Rovigo e di Venezia le condizioni potenzialmente si sono, perché dall’Adriatico arriva abbastanza umidità che si può scontrare con le correnti fredde del nord Europa. A quel punto l’elemento decisivo è il vento, che deve essere variabile sia in velocità (“shear”) sia in direzione». E’ quel tipo di vento lì, imprevedibile e bizzoso, che può fare da detonatore al mix esplosivo di umido e freddo.

Anche nel bel mezzo della pianura padana ci si può trovare in situazioni pericolose. Quali precauzioni bisogna prendere? «Bisogna tenere la giusta distanza di sicurezza – dice Gasparetto – che deve essere sempre funzionale all’intensità del fenomeno che si sta inseguendo. Qualche centinaio di metri può bastare per tornado deboli, mentre occorrono almeno un paio di chilometri di distanza per quelli violenti. Superare certi limiti diventa inutile e pericoloso. L’obiettivo di un “cacciatore di tornado” è quello di cristallizzare l’emozione in una foto o in un filmato, quindi deve essere sempre garantita la migliore visibilità, che significa rimanere fuori dalla zona di pioggia e di grandine. E’ la grandine la cosa peggiore, perché può raggiungere dimensioni e forza di proiettili, in grado di disintegrare il parabrezza di un’auto».

E che sensazioni prova, fisicamente, il cacciatore di tornado, quando gli capitano veri tornado o trombe d’aria? «La sensazione più forte che mi resta impressa è sicuramente il ricordo del rumore, un suono cupo e profondo, simile a quello di un treno merci che ti sta per travolgere. Poi c’è la forza del vento in entrata nel temporale (quello che si chiama “inflow”), che è un vento caldo e umido che va ad alimentare la cella temporalesca e che, specie prima della formazione di un tornado, raggiunge notevole intensità. Diverso è il vento in uscita dal temporale (“outflow”), che è freddo e secco, ma altrettanto intenso. Ma quello che un buon cacciatore deve evitare sempre è di trovarsi nell’area investita dal downburst, l’area più fredda. E’ lì che si scatena l’inferno. Non è più spettacolo, ma disastro, una forza naturale che non lascia scampo a cose né a persone».

Bene. Quando il vento soffia e fischia la bufera cercheremo di fare tesoro di queste informazioni. Intanto ci godiamo le nuvole che passano e che Gasparetto cattura, bianche o minacciosamente scure che siano, purché abbastanza contrastanti per occhi abituati al predominante grigiore indistinto della nebbia. E magari alzeremo il naso in su, a goderci il fluire spettacolare degli stormi di storni che in queste settimane passano, diretti verso le zone più calde del sud, sperando di non trovarne troppe tracce su finestre, terrazze o parabrezza della macchina. Niente di meglio, allora, delle immagini del cacciatore di tornado e altre tempeste, da guardare ben riparati.

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Storni in questi giorni nel nostro cielo (foto Dino Gasparetto)
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Storni (foto Dino Gasparetto)
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Nuvole (foto Dino Gasparetto)
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Un’intensa nuvola-muro sopra Rovigo fotografata da Dino Gasparetto

DIARIO IN PUBBLICO
Ultima spiaggia: notizie di villeggianti in ritirata e di migranti alla deriva

L’aria è tersa, il mare blu (quasi), la traversata verso l’agognato ombrellone accettabile. Si gode perfino di giorni di tregua: i baracchini abusivi sembrano spariti. I giornali trionfalmente annunciano requisizioni importanti di materiali contraffatti, ma oggi in luogo del mare mi diletta il luccichio di borse fasulle e l’imperioso accalcarsi di glutei lardellosi che inesorabilmente infilano e sfilano straccetti falsamente firmati.

Il pensiero, qui nel regno dell’ovvio e del banalmente volgare, come un tarlo ritorna alle nomine dei venti magnifici iperdirettori dei grandi musei italiani, quei luoghi che custodiscono la bellezza ideale materializzata nelle opere e, per contrasto, alle raffiche di fiere opposizioni nate da alcune scelte avvallate dal ministro del Mibact. Ma questo è un argomento che andrà trattato in modo più complesso e nemmeno lontanamente vacanziero.
E’ vero però che dal mio osservatorio lidesco non credo che la nomina dei direttori dei grandi musei italiani sia il problema principe dei villeggianti, tutti robusti e leggermente panciuti senza distinzione di sesso, instancabili nel fare il su e giù per il viale principale accompagnati da frotte di pelosi che osservano con un’aria vagamente sprezzante i riti e i miti dei loro compagni umani. Una lieta sorpresa ci viene dai vicini d’ombrellone, due giovani discreti che alla fine si rivelano straordinariamente interessanti quando raccontano le loro esperienze. Hanno viaggiato in tutto il mondo nei luoghi più impervi e meno conosciuti. Deborah ha prestato servizio come volontaria diverse volte nella casa della morte di suor Teresa a Calcutta. Iacopo la segue e la protegge. Sentono e capiscono la differenza delle scelte e degli interessi.

Ti si placa allora l’ansia per il destino delle case della bellezza, i musei, legato al tuo impegno svolto per una vita intera e che per fortuna non accenna diminuire. La preoccupazione per il destino dell’arte retrocede di fronte all’infelicità e alla miseria di tanti tuoi fratelli che, per un caso, nascono nella parte sbagliata del mondo. I dannati della terra intanto osservano preoccupati il calo vertiginoso delle dame dalla boccuccia a cuore che non comprano più nulla e già pensano quale sarà la prossima destinazione per spacciare gli improbabili lussi a cui sono asserviti a somiglianza dei loro confratelli che al Sud raccolgono pomodori fino a spaccarsi la schiena.

Ma qui impazza la sagra. Di ogni tipo, di ogni destinazione. Pesce, rane, salame, tartufi. E’ tutto un fiorire di golosità a cui non mi sottraggo pur preoccupandomi dei risultati così evidenti nell’allegro passeggio che rende perfino accettabile le mostruosità del viale principale. Ieri dopo decine d’anni mi spingo fino a Chioggia e a Sottomarina per raggiungere, attraverso la Romea, Bassano e i luoghi canoviani. Il paesaggio è meraviglioso, la luce è quella della laguna e, improvvisamente, ti si strizza il cuore vedendo tra tanta bellezza l’immobile accalcarsi di ogni tipo di veicoli che ti fanno procedere a passo d’uomo nell’indifferenza e nel disagio.

Ma quale è stata la ragione principale che ha portato gli “itagliani” a distruggere il loro suolo, la loro ricchezza? Lo stesso valga per la pedemontana che porta a Bassano altrettanto avvilita e svilita. Tra i camion immobili intravvedi la guglia del campanile di Pomposa o il castello della Mesola soffocato da capannoni e sulla strada dopo Cittadella una qualche villa del Settecento ingoiata da punti vendita e outlet e perfino da un vivaio che vende piante di ulivi centenari strappati da non so dove.

Così sei assalito da un non previsto impeto di commozione nel rivedere dopo tanto tempo “La dolce vita” di Fellini. I peccati del protagonista Marcello, uomo senza qualità, sembrano lievi di fronte ai mostri contemporanei: almeno Marcello ha la consapevolezza della sua rinuncia alla vita, non all’apparenza di essa. E l’infelice Steiner che si suicida e uccide i suoi bambini e suona Bach nell’orrenda chiesa è personaggio ormai lontano dalla contemporaneità. Così come la noia degli aristocratici a caccia di fantasmi e amori grotteschi ora hanno lasciato il posto non a una dolce vita letteraria ma impiantano molto più saggiamente bed and breakfast nelle loro dimore impossibili da mantenere.

Si leggono ormai imprese e cronache che superano lo stesso concetto di umanità, se ancora quella parola ha un senso nel nostro osceno procedere verso il rifiuto totale ad accettare quella globalizzazione ormai irreversibile che così chiaramente il grande Zygmunt Bauman ha espresso nell’intervista alla “Repubblica” del 29 agosto, in cui analizza la irreversibilità della migrazione e le paure che suscita: “I migranti risvegliano le nostre paure. La politica non può rimanere cieca.” E la colpa da noi addossata alle avanguardie della globalizzazione si fa spavento e rifiuto: “Quelle forze lontane, oscure e distruttive del mondo che possono interferire nelle nostre vite. E le “vittime collaterali” di queste forze, i poveri sfollati in fuga, vengono percepiti dalla nostra società come gli alfieri di tali forze. Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell’istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. E poi alle aziende occidentali il flusso di migranti a bassissimo costo fa sempre comodo. E molti politici sono allo stesso modo tentati di sfruttare l’emergenza migratoria per abbassare ancor più i salari e i diritti dei lavoratori. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in “stanze insonorizzate” non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi.”

Alla tristezza dell’addio all’estate in questo glorioso tempo che annuncia ancora una speranza di ritrovare un senso al perché delle cose, m’avvio verso il viale assieme alla Lilla, muta testimone dei miei rovelli.

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