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Quel pasticciaccio brutto della “Zanzara”

8. SEGUE – Milano, 14 febbraio 1966. Fu il giorno in cui nacque il bruttissimo “caso della Zanzara”. Tra le pagine della storia si nascondono, sconosciuti ai più, avvenimenti che hanno sostanzialmente non dico cambiato il mondo (oggi si afferma: “dopo questo fatto il mondo non sarà più lo stesso”, ma non è vero, il mondo fa quello che vuole), ma certamente hanno influito sugli eventi futuri in modo sostanziale. Il “caso della Zanzara” è uno di questi. “La Zanzara” era il giornale d’istituto che gli studenti facevano al liceo Parini, il primo liceo classico del capoluogo lombardo, era un foglio ragguardevole, serio, puntiglioso, si vedeva che dietro c’era la mano di uno che dentro un giornale era nato, nel caso specifico Marco Sassano, figlio di un caposervizio de “L’Avanti”. Oltre a Sassano c’era Walter Tobagi, che 12 anni dopo alcuni stupidi assassini, i quali giocavano alla rivoluzione, senza nemmeno sapere che cavolo sia la rivoluzione, avrebbero ucciso a tradimento mentre accompagnava a scuola i due figli, E poi c’erano Marco De Poli e Claudia Beltrami. Quattro ragazzi, i quali tentavano con il giornale di rompere l’asfissiante cultura beghina che imperava nella scuola italiana in mano ai presidi-reucci, i primi e più appassionati oppositori di qualsiasi cambiamento. Quel 14 febbraio “La Zanzara” uscì con un’inchiesta sui comportamenti sessuali degli studenti. Scandalo: i buoni figli di papà del Parini non potevano avere pulsioni sessuali, e se ne avessero avute non dovevano parlarne, le cose si fanno ma non si dicono. I genitori si trovarono improvvisamente sull’orlo dell’abisso, era come se li avessero presi e messi sul ciglio di una burrone, ma in loro soccorso arrivò, come cantava De André, il potere costituito e al Parini giunsero i famosi “quattro gendarmi in sella e con le armi”: Tobagi, Sassano, De Poli e Beltrami furono portati a San Vittore. La ragione? Gli è che allora non si sapeva nulla di quello che stava succedendo nelle stanze del potere, non si sapeva che due anni prima c’era stato il tentativo di golpe del generale De Lorenzo con la protezione del presidente della Repubblica Antonio Segni (il giudice Tamburino mi raccontò che a forza di indagare, risalendo da persona a persona, da stanza a stanza, si ritrovò nella sala d’aspetto del Capo dello Stato!), non si sapeva che l’anno precedente, all’hotel Parco dei Principi di Roma, si era svolto un convegno dal titolo emblematico “La guerra rivoluzionaria”. A quel tempo, come ancora adesso, il chiodo fisso della politica di destra era formare un “governo forte”, che imponesse l’ordine sociale, ognuno al posto che il dio conservatore gli aveva assegnato, che concedesse poca libertà religiosa controllata dall’esecutivo cattolico con la supervisione dei vescovi, anche il peccato, naturalmente sessuale, poteva entrare a far parte del codice penale, aborto e divorzio fuori legge: di quel pacchetto di norme politico-morali molte sono rimaste nel pensiero reazionario. Ma c’era il comunismo da sconfiggere e comunismo era (ed é) tutto ciò che non faceva parte del precetto golpista. Il comunismo, dunque, fu il tema del convegno romano, organizzato dall’Istituto “Alberto Pollio” per conto del servizio segreto Sifar. Stralciamo dagli atti del convegno: “Qualsiasi violazione compiuta dai comunisti nei confronti del santuario (il potere, ndr) costituirebbe un atto di aggressione tanto grave da rendere necessaria l’attuazione nei loro confronti di un piano di difesa totale: il comunismo sta entrando nel santuario”.
Mi accorsi che qualcosa fino ad allora insospettabile stava accadendo quando incontrai il dottor Bruno Pascoli, avvocato dello Stato al tribunale di Milano, il quale aveva convocato il direttore del “Corriere Lombardo” Egidio Sterpa e il capocronista dello stesso giornale, che era il sottoscritto, per informare sul caso della “Zanzara” dal momento che era stato il nostro quotidiano a pubblicare per primo la notizia del sequestro del giornale e del fermo dei quattro studenti. Il magistrato, che avrei ritrovato dieci anni dopo come pubblico accusatore al processo-scandalo per la strage di Peteano, affermò che i comunisti stavano prendendo il potere ed era necessario fermarli e la pubblicazione del pezzo incriminato sulla “Zanzara” era la dimostrazione che i comunisti stavano tentando di sovvertire la vita politico-sociale italiana. “Bisogna fermarli”, disse e mi pare aggiungesse “con tutti i mezzi”. Rimasi più che sorpreso e, molto ingenuamente, chiesi perché mai i quattro ragazzi, subito dopo il fermo di polizia, condotti a San Vittore, fossero stati sottoposti a una ispezione corporale “molto approfondita”, aggiunsi. E’ la prassi, rispose Pascoli (negli anni Quaranta pubblico ministero a Torino nei processi contro gli antifascisti), non spiegando in che cosa consistesse l’”ispezione corporale”, che era poi mettere l’arrestato con la pancia su un tavolo, calargli i pantaloni o alzare la sottana se era una donna, e ficcargli un dito dietro, “per assicurarsi che non nascondano armi o altro”. Capii che volevano soltanto umiliare i quattro malcapitati studenti. Ricordatevi, disse Pascoli accompagnandoci alla porta, siamo in guerra. Era vero, ma il cittadino ancora non lo sapeva, lo capì il 12 dicembre del 1969, alla banca dell’Agricoltura.
Bisogna combattere questa gente, sennò vincono loro, disse Pascoli, che avrei ritrovato pubblico accusatore (ma poi condannato per falso) al processo di Trieste per la strage dei Peteano. Il fatto è che i quattro ragazzi malcapitati e destinati a divenire un caso esemplare di giustizia, subito dopo l’arresto, vennero condotti a San Vittore e lì interrogati, ma, prima vennero denudati, messi proni su un tavolaccio e sodomizzati, “per essere sicuri che non nascondessero armi nell’ano”. E’ la prassi, disse Pascoli sorridendo. Fu l’episodio che, finalmente, scosse la coscienza più vigile del capoluogo lombardo. Ma ormai il dado era tratto e cominciarono subito dopo gli attentati ai treni, alla Fiera e, poi, a Piazza Fontana. Gli anni del terrore.

8. CONTINUA [leggi la nona puntata]

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LA SEGNALAZIONE
I paradossi del cibo

Mentre Expo 2015, con il suo tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, si avvicina veloce e si parla sempre di più di cibo e di alimentazione, il Barilla center for food and nutrition presenta i paradossi del cibo e come contrastarli, con la campagna di sensibilizzazione socialYes share eat!” [vedi], lanciata in occasione della Giornata della Terra. Questi paradossi sono tre, contenuti nel Protocollo di Milano [leggi], firmato il 3 aprile 2015, un accordo internazionale volto ad affrontare il problema della sostenibilità del sistema alimentare e a risolvere questi paradossi entro il 2020. Vediamo quali sono.

Primo paradosso, spreco di alimenti: 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile sono sprecate ogni anno (un terzo della produzione globale di alimenti e quattro volte la quantità necessaria a nutrire gli 805 milioni di persone denutrite nel mondo).

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I tre paradossi della campagna ‘Yes share eat!’

Secondo paradosso, agricoltura sostenibile: nonostante l’enorme diffusione della fame e della malnutrizione, una grande percentuale dei raccolti è utilizzata per la produzione di mangimi e di biocarburanti. Secondo le previsioni, la domanda globale di biocarburanti arriverà a 172 miliardi di litri nel 2020 rispetto agli 81 miliardi di litri del 2008, il che corrisponde ad altri 40 milioni di ettari di terreni convertiti a coltivazioni per biocarburanti. Un terzo della produzione agricola globale è impiegato per nutrire il bestiame. Sui circa 7 miliardi di abitanti della terra, 1 miliardo non ha accesso all’acqua potabile (il che provoca la morte di 4.000 bambini ogni giorno). In contrasto, per produrre un chilogrammo di carne di manzo servono 15.000 litri d’acqua.

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Come contrastare i paradossi del cibo

Terzo paradosso, coesistenza fra fame e obesità: per ogni persona affetta da denutrizione, ve ne sono due obese o sovrappeso (sovranutrizione): 805 milioni di persone nel mondo sono affette da denutrizione, mentre oltre 2,1 miliardi sono obese o sovrappeso. A fronte di 36 milioni di persone che muoiono ogni anno per denutrizione e carestia, 3,4 milioni muoiono a causa del sovrappeso o dell’obesità. La radice di questo problema risiede nello squilibrio globale della ricchezza e delle risorse.

Carlo Petrini, il presidente di Slow Food, usa il termine “schizofrenia” per descrivere la società contemporanea, che si muove non tanto contro-natura, ma anti-natura. E questi paradossi ne sono la prova. Come contrastarli, allora? Non sprecando, producendo di più con meno, scegliendo cibo che ne contenga e rispetti i suoi stessi valori, adottando un’alimentazione semplice, sana e variegata, facendo movimento, preferendo una filiera virtuosa (magari pure a chilometro zero), condividendo le proprie esperienze e, soprattutto, agendo nel quotidiano. Ci vuole educazione, anche per questo. Non è poi tanto difficile… vale la pena provare. Perché la libertà passa anche attraverso il cibo.

Per approfondire, “Togheter in Expo 2015” in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, “Abbondanza e privazione: il paradosso del contemporaneo” [vedi].

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LA SEGNALAZIONE
Nello scapigliato Medardo Rosso la luce del Bastianino

Per uno dei tanti legami nascosti che Francesco Arcangeli – insuperabile storico dell’arte del secolo scorso (ma sembra ieri) – amava intrecciare tra esperienze artistiche distanti nel tempo ma legate da un’unica memoria evocativa, le pagine finali della monografia su Bastianino (1963), germinano suggestioni e indicano accostamenti attraverso un dialogo ininterrotto tra le arti. Con coraggio critico e metodologico Arcangeli indica un filo rosso che unisce la forma dissolta e fluida del ferrarese Filippi (1530 ca – 1602), e la forma labile ed espansa di Medardo Rosso (Milano 1858 – 1928) scultore visionario protagonista tra Otto e Novecento del rinnovamento delle forme plastiche intese non più come superfici volumetriche chiuse, bensì elementi plastici lievitanti di moti interiori per via della luce che aggruma e sfalda l’immagine reale.
Il cuore della tesi arcangeliana sta proprio nel tramando concreto dello smateriarsi delle forme attraverso la luce di Bastianino e l’indefinitezza delle forme variabili, per sentimenti e stati d’animo di alcuni artisti dell’Ottocento italiano da Ranzoni a Piccio a Medardo Rosso. Scrive infatti Arcangeli: “Egli (Bastianino) è il capostipite della tradizione intralciata ma mai interrotta dei sognatori di Padania: quei romantici interrati, che pur non avendo una poetica precisa, avevano ancora un’intuizione e, nei giorni ispirati, riaggallano improvvisi alla lucida espressione dell’umano, in quel che ha di tremante, di ineffabile, di malato […] e accostando ancora l’occhio, quegli angeli stessi del gran ferrarese, distrutti dalla luce nella loro carne antica, possono appaiarsi, sentimento puro, all’Ecce puer del grande Medardo Rosso.”

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La locandina della mostra

Ricordavo questo brano di Arcangeli passeggiando per le sale rinnovate della Galleria d’arte moderna di Milano, dove è in corso l’esposizione “Medardo Rosso. La luce e la materia” curata da Laura Zatti, conservatrice della stessa galleria e organizzata e prodotta dalla Gam di Milano e da 24 Ore cultura (Gruppo 24 Ore). Complice l’illuminazione sapiente, i riflessi delle teche e degli specchi, ho colto immediatamente quanto le sculture di Rosso siano al limite del frammento in cui tuttavia si addensa la vitalità espressiva del tutto.
Torinese di nascita e milanese di scarsa formazione accademica (verrà espulso da Brera dopo un solo anno di frequentazione ), l’artista sviluppa fin dagli esordi (1882 – 83) una personale poetica veristica e sociale in sintonia con il movimento della Scapigliatura, realizzando “Il birichino”, “Il sagrestano”, “La ruffiana”, opere che introducono la mostra. Non c’è nulla di bozzettistico e di sentimentale nel fissare i personaggi presi dalla strada e dalla quotidianità più umile, nella forma sfaldata, nella plastica grumosità della materia (bronzo, gesso, cera), sulla quale la luce crea variazioni di toni e porta in superficie valori pittorici sfumati. Nella Portinaia – in mostra la variante in bronzo del museo di Budapest – ogni intento ritrattistico è ormai lontano dalla forma vibrante e incerta in cui Rosso, più che riprodurre il ritratto di una persona o un tipo sociale ferma l’impressione di un’immagine riproposta agli occhi e alla mente. Più evidente nella fusione a cera, l’immagine diventa una superficie vibrante senza terza dimensione. Lo stesso scultore riconobbe alla Portinaia un ruolo fondamentale nell’evoluzione della sua poetica tesa a cogliere i flussi emozionali. Dalla colata liquida, trasparente, affiorano la testa reclinata con la fronte girata in avanti verso la luce, le occhiaie profonde, il naso bitorzoluto, la bocca tumefatta appena segnata da fonde ditate d’ombra. Ecco cosa significava per Rosso “sorprendere la natura”, fissare la prima emozione, la prima impressione che si trasferisce dagli occhi alla mente prima ancora di essere contaminata dall’analisi descrittiva. Anche se Rosso sarà definito dalla critica francese il fondatore della scultura impressionista al Salon des Indipéndents in occasione dell’Esposizione universale di Parigi del 1889, cui partecipò con cinque bronzi “Gavroche”, “Aetas aurea”, “Carne altrui”, “El Looch”, “La Portinaia”, tuttavia il carico delle emozioni e il valore degli stati d’animo, elementi caratterizzanti della sua arte fin dagli esordi vanno aldilà della visione impressionista e rivelano la difficoltà di catalogare la libertà inventiva sempre ricercata con ostinazione dall’artista.

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Medardo Rosso, ‘La bambina ridente’, 1889

Nella “Bambina ridente” (1889, cera su gesso, Barzio, Museo Rosso), il confronto con la scultura del Rinascimento toscano (Desiderio da Settignano), si esprime nella maggiore precisione del modellato che indica un’altra tecnica sperimentale per raggiungere l’immediatezza della visione psicologica. Proprio come nelle due Rieuses della Gam di Milano (cera su gesso, 1903-1904) e del Museo Rodin di Parigi (bronzo,1894), immagini misteriose, ineffabili nel loro sorriso quasi leonardesco, eseguite nel periodo parigino insieme alla “Dama velata” (non presente in mostra), blocco di cera in liquefazione che scopre i tratti appena accennati di un’apparizione inafferrabile. Impressioni ed emozioni colpiscono l’occhio dell’artista al ritmo incalzante del susseguirsi delle immagini come in un trailer cinematografico: dall’inquietante figura della Ruffiana (1883) alla Grande Rieuse (1892) dal volto rugoso e sconvolto dalla risata angosciante, a metà tra maschera del teatro greco e strega, le forme in divenire perdono la loro stabilità e mutano col variare dei punti di vista.
L’incrocio con la Scapigliatura e gli Impressionisti e con la statuaria rinascimentale è consapevole: nella serie di ritratti di bambini in cera, terracotta, bronzo e gesso,il processo fenomenologico si coglie nell’istantanea di un sorriso o nella fragilità di un’espressione fino a raggiungere nell’Ecce puer (1906) una fusione indefinita con l’atmosfera. L’Ecce puer nelle sue varianti è “scultura liquida che cola anima ed emozioni” allo stesso modo delle ombre e delle astratte fosforescenze delle madonne e degli angeli di Bastianino nell’età estrema ed estenuata della Maniera.

Mostra “Medardo Rosso. La luce e la materia”, Milano, Galleria d’arte moderna, 18 febbraio- 31 maggio 2015. Visita il sito [vedi].

Bandabardo

ACCORDI
Expo.
Il brano di oggi…

lsibc_Expo2015Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Bandabardò – Italian Expo

Il 14 aprile del 1900 si apriva la prima esposizione universale del novecento, a Parigi, undici anni dopo quella divenuta celebre per la costruzione della Tour Eiffel. Oggi mancano 18 giorni all’apertura di EXPO a Milano, in un clima tutt’altro che facile: tra indagini e scandali, ritardi e disfattismo, le premesse a questo importantissimo evento non sono delle migliori. Non ci resta che attendere il 1° maggio…

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Expo, attesi 20 milioni di visitatori e 10 miliardi di incasso. Anche Ferrara va a traino

‘The great exhibition of the works of industry of all nation’ (La grande esibizione dei lavori dell’industria di tutte le nazioni) fu il nome che venne stabilito per la prima esposizione universale tenutasi a Londra nel 1851, dove in seno alla fioritura della prima rivoluzione industriale, si scelse di mostrare al mondo i nuovi simboli dell’innovazione.
Da allora la portata culturale di quest’evento si è sensibilmente modificata. A 30 giorni dall’inaugurazione di Expo a Milano è iniziato “lo sprint finale” con conseguente intensificazione dei lavori: nonostante le critiche alla scelta, in parte politica, di tenere questo evento, i ritardi e le inchieste, il primo maggio il capoluogo lombardo acquisirà una veste internazionale per affrontare il tema dell’agro-alimentare.
Tra gli obiettivi della manifestazione si enunciano il rafforzamento del circuito turistico, il potenziamento dell’internazionalizzazione delle imprese agro-alimentari, la tutela dei marchi e della qualità connessa all’idea di uno stile di vita salutare e l’incentivazione di connessioni con i poli di ricerca e tecnologia; in questo senso la contraddizione più forte risiede nella scelta di main sponsor come Coca-Cola e McDonald, che però, da un certo punto di vista, rappresenterebbero anch’essi lo slogan “nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Per cogliere pienamente il significato economico dell’esposizione ci si avvale di alcune stime, in certi casi ottimistiche, che riferiscono un flusso turistico di circa 20 milioni di visitatori che apporterebbe un’entrata di quasi 10 miliardi di euro alle casse dello Stato.

In riferimento alle imprese che parteciperanno invece, è da considerare l’influenza che possono avere l’aumento delle esportazioni, i potenziali nuovi investimenti, anche esteri, e l’accesso ad un pubblico più ampio e internazionale che, tramite l’interazione, contribuirà indirettamente all’aggregazione o alla creazione di start-up (che a sua volta generano nuovi posti di lavoro).
Insomma, una vera e propria spirale virtuosa che aumenta il raggio dei benefici a tutte le imprese che partecipano all’evento tramite delle esternalità o influenze involontarie come, ad esempio, il valore intangibile legato all’immagine dell’evento che si riflette su tutti gli attori coinvolti.

L’effetto maggiore però, si avrebbe dalla visione di Milano come hub o centro che, come nella ruota di una bicicletta, si collega all’esterno mediante i suoi raggi.
Ferrara, allora, potrebbe costituire un suo raggio e partecipando direttamente all’esposizione con piccole aziende produttrici di vino, birra e ortaggi, potrebbe trarne vantaggio tramite l’aumento della domanda, di conseguenza della produzione ed in questo modo favorire imprese vicine che le forniscono materie prime e che, a loro volta, ne risentiranno con un aumento della propria produzione.
Inoltre, tramite la creazione di iniziative quali Visit Ferrara, di impatto culturale, o contribuendo finanziariamente alla nascita di aggregazioni per favorire la creazione di nuovi prodotti a vantaggio dello sviluppo sostenibile, si è cercato di coinvolgere maggiormente il territorio ed implementare la risposta dei turisti.
In conclusione, che le stime rappresentino o meno l’espressione di voli pindarici si avrà modo di comprenderlo solo a conclusione dell’esposizione mondiale, se non addirittura dopo diversi anni, in relazione ai suoi effetti sullo sviluppo economico; in questo senso viene da ricordare come nel 1878, anno in cui si tenne l’exposition internationale d’eletricitè a Parigi, Edison presentò i brevetti della macchina dinamo elettrica, furono subito acquistati e, a distanza di anni, fu costruita a New York la prima centrale elettrica al mondo, grazie all’evoluzione della sua idea nel tempo.

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PAGINE DI GIORNALISMO
La pura cronaca di Buzzati in una Milano capitale morale

5. SEGUE – Era una mattina calda di fine estate, 20 settembre, ma la Breccia di Porta Pia non c’entra, non era la celebrazione dei cent’anni da quell’episodio che si pensava, sbagliando, dovesse rappresentare la quadratura del cerchio Italia, per me comunque non era un giorno qualsiasi. Partivo, andavo a lavorare a Milano, avviai la Cinquecento verde pallido, il motore borbottò tranquillo, ingranai la marcia e partii, ma prima diedi un ultimo sguardo nello specchietto retrovisore e vidi mio padre che mi salutava con una mano e con l’altra si asciugava un occhio. Mia madre aveva pianto in casa silenziosamente, immaginai che un tempo ormai lontano, quando i figli venivano consegnati al re per andare a fare qualche guerra e forse non tornare mai più, la scena fosse la stessa. Io, invece, mi sentii libero, lasciavo finalmente la profonda provincia supponente e spesso cattiva, borghese, che non faceva crescere il cervello dei giovani. Ma qualcosa a me aveva pur insegnato, pensavo guidando, lasciavo indimenticabili amici e altrettanto importanti maestri: come potevo dimenticare il proto della vecchia tipografia di Balbo Baruffi, detto Baruffa, era con lui che alle quattro del mattino chiudevo le ultime pagine della “Gazzetta”.
Mi avevano assunto all’Agenzia Giornalistica Italia e mi avrebbero iscritto all’albo dei giornalisti professionisti. Confesso, ero felice. Milano. Milano era il massimo per uno che voleva fare questo mestiere così importante, giornalista, e mi ci vollero anni per capire che era anche stupido, questo mestiere. Nella capitale morale dell’Italia, così si diceva allora, c’era la concentrazione dei più grandi giornali, Corriere della Sera, Il Giorno, Il Sole e 24 Ore – non ancora uniti – il Corriere d’informazione, il Corriere Lombardo, La Notte, L’Unità, L’Avvenire e, ultimo appena nato, Stasera, quotidiano del pomeriggio voluto dal Pci di Cossutta e da Enrico Mattei, alla cui guida era stato chiamato un personaggio di statura superiore, quel Mario Melloni che aveva raggiunto la fama con lo pseudonimo di Fortebraccio, polemista che in tre parole poteva mettere fine alla dignità di un politico, come quando scrisse del segretario socialdemocratico “è uno con la fronte inutilmente ampia”.

L’aria che si respirava sotto la Madonnina era effettivamente diversa, la gente andava di fretta, ma se ti dava un appuntamento non sgarrava di un minuto e si sapeva che a lavorare bene c’era un tornaconto, a Milano tutto doveva avere un tornaconto, i danée sono i danée, un antico motto popolare dice che chi “volta el cul a Milan volta el cul al pan”: pane intellettuale anche, non parlo soltanto della mitica e stracciadenti michetta. Me ne accorsi poco dopo il mio festoso approdo sui Navigli. Fui mandato a prendere notizie su un omicidio avvenuto in una delle case di ringhiera del centro, vecchie case fatiscenti, cesso alla turca sui pianerottoli, uno per piano, non si deve mai esagerare, ora al posto di quel vecchiume puzzolente sono stati ricavati deliziosi appartamentini per artisti e studenti con i soldi di papà in tasca. La vittima era, tanto per cambiare, una donna di mezza età, il cui uomo era scomparso. Ricordo il commissario del Monforte dottor Grappone, poi questore, il quale sapeva alla perfezione come costruirsi una fama, innanzitutto farsi amici i giornalisti; quindi le sue notizie non erano mai parziali, ma abbondanti e il ‘colore’ non mancava mai, alla sua figura pare che si sia ispirato Gian Maria Volonté per il film “Cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Dunque il commissario Grappone parlava dell’omicidio, infiorando il racconto con aggiunte sempre azzeccate. E io prendevo nota sul mio taccuino. A un certo punto sentii una mano che mi batteva sulla spalla destra. Mi voltai, era un collega per me vecchio (avrà avuto cinquant’anni), non alto, capelli cortissimi, brizzolati. Mi disse “scusa, sono arrivato in ritardo, mi puoi riassumere? sono del Corriere”, aprii il taccuino e gli lessi i miei appunti, intanto pensavo “però, diventare vecchio ed essere ancora qui a chiedere notizie a un ragazzo, spero di fare qualcosa di più nella vita”. Così aspettai il giorno dopo per conoscere il nome del “vecchio”. Il pezzo, sulla cronaca del Corrierone aveva un titolo di taglio di cinque o sei colonne. Lessi l’articolo, lo giudicai da enciclopedia, c’era il patos, la pietà per queste vittime della miseria e della mancanza di cultura e non c’era alcun giudizio, cronaca, pura cronaca. La firma era Dino Buzzati.

5. CONTINUA [leggi la sesta puntata]
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L’EVENTO
Verità e multiculturalità nella personale di Servet Kocyigit

L’artista è figlio del suo tempo; ma guai a lui se è anche il suo discepolo o peggio ancora il suo favorito. Friedrich Schiller

L’arte può essere estro bizzoso e riflessione etica. Questo è Servet Kocyigit (Kaman, 1971), artista turco nella sua prima personale italiana curata da Silvia Cirelli alle Officine di Milano da oggi 27 novembre al 7 febbraio, intitolata “Il siero della verità”. Incongruenza e paradosso trovano terreno fertile nell’artista turco che, al pari di un Kafka artistico, sperimenta nel proprio lavoro l’eterno equilibrio tra culture: mitteleuropea e plurilinguistica la prima; eternamente scissa e riunita dalle due fedi religiose che la identificano, la seconda.

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Servet Kocyigit

Al pari dello scrittore, che descrive l’alienazione personale e umana nella grottesca metamorfosi da uomo a insetto, Kocyigit mette in scena la ricerca dell’identità culturale e le tensioni da lui vissute in quanto protagonista di una storia culturale e geografica ricca di contrasti, ambivalenze e contraddizioni da lui stesso vissute, bambino durante gli anni Ottanta che per l’Occidente erano l’apice di un benessere economico ma che per la Turchia rappresentano la summa destabilizzante del terzo golpe militare, dopo i precedenti degli anni 1960 e 1961.

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Sometimes, 2005

Sono le stesse parole della curatrice a raccontarlo: “L’arte diventa dunque per Kocyigit la ‘parola’ con la quale esprimersi liberamente, lo strumento col quale raccontare le fratture della propria generazione, il senso di sradicamento e la sempre più evidente consapevolezza di una realtà vulnerabile e precaria.” E lo diviene attraverso codici comuni, realtà conosciute e quotidiane.
Il linguaggio verbale accompagna le installazioni, descrivendole; e creando scollamento tra ricercatezza stilistica e banalità, tra nobiltà dell’opera e pressappochismo delle parole che lo descrivono, scarne e limitanti nella loro impossibilità di catturare l’effettiva materia. Ne sono esempi “Sometimes”, in cui una scritta con lettere di stoffa sembra minimizzare la preziosità del materiale, inscenando una mania ossessiva.
Il contra necessità di richiamare alla memoria oggetti e storie passate, senza snaturarle né attualizzarle, ma semplici attimi condensati nel tempo portati nel presente, nella vita di tutti i giorni, mostrando l’impossibilità a una loro attualizzazione contingente e di una armonia eterna, a patto di non snaturarli: sono personaggi felliniani come l’uomo dei palloncini in “Night Shift” e il mulo da soma dei villaggi in “Mountain Zebra”.

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99 Years, 2014
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99 Years, 2014 bis

Sono secchi per l’edilizia contenenti rappresentazioni in lana del mondo in “Orbit” e video ritraenti globi di lana concepiti e realizzati da mani maschili e femminili, che si completano dando luogo a una morbida verità in “99 Years”. E un’attesa, surreale e sofferente attesa di una celebrità che tuttavia non arriva. In una spasmodica attesa del nulla. Aspettando Godot.
Rappresentazione del grottesco in situazioni quotidiane; ritrae con sarcasmo Don Chisciotte che contempla l’assurdo nella sua battaglia esasperante, storica e umana, nel suo dialogo surreale tra realtà e una immaginazione in cui i mulini a vento non sono forse una realtà assurda. E dove si cerca, ironicamente, il Siero della Verità (“Truth Serum”).

Le immagini per gentile concessione del Courtesy of Servet Kogyigit e di Officina dell’Immagine, Milano

GERMOGLI
Come in un film.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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Scegliamo un’unica grande citazione, che vi riproponiamo in versione audio, per commentare le voci che vengono dalla finanza mondiale.

Wall Street – Il denaro non dorme mai è un film di Oliver Stone uscito nel 2010.

(per guardarlo cliccare sul titolo)

Gordon Gekko, Wall Street (Il denaro non muore mai)

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Aiuola in piazza Duomo, ovvero improbabili iniezioni di verde

Giorni fa, nel rullo costante di notizie che mi passano sotto gli occhi frequentando uno dei più comuni social network, ho letto che il Comune di Milano sta realizzando in piazza Duomo una grande aiuola fiorita, chiamare tutto questo giardino mi sembra eccessivo. Confesso di aver sperato che si trattasse di una bufala, invece no, faranno questo “splendido” intervento di riqualificazione verde della piazza, con tanto di assessore trionfante, che lo presenta come uno dei futuri biglietti da visita della città in occasione dell’Expo del prossimo anno, e ancor più gongolante perché l’operazione, promossa da sponsor privati, sarà a costo zero per il Comune nei prossimi tre anni, dopo non si sa.

Mi piacciono le piante, mi piacciono proprio tutte, non me ne viene in mente una che non sia bella, affascinante e piena di potenzialità, ma se c’è una cosa che rende le piante insopportabili è metterle nel posto sbagliato. Siamo in tempi di contaminazioni ad oltranza, i linguaggi si mescolano continuamente quindi perché la combinazione di un elemento rurale come l’orto in un contesto artificiale come una piazza, mi fa così arrabbiare? perché è la prova dell’insipienza di chi si occupa di verde nelle città, e in generale di urbanistica. Fare il riassunto in due righe di cosa sia la complessità urbana è un compito che non sono capace di sbrigare, ma forse qualcosa posso provare a chiarirla. Una piazza di città, una piazza come quella di Milano, caratterizzata da architetture e monumenti così forti e riconoscibili, è intoccabile; le città sono organismi vivi, non dovrebbero essere imbalsamate, ma per trasformarne certe parti è necessario avere montagne di coraggio e vere competenze. Quel coraggio che è servito per fare dei gesti potenti come la costruzione della piramide di Ming Pei nel cortile del Louvre a Parigi, che potrà non piacere, ma la sua forza architettonica e simbolica ha stabilito un dialogo così forte con la monumentalità del suo contesto da diventarne una sua parte. Per far dialogare l’artificialità di una piazza storica italiana con una cosa che appartiene ad una altro mondo, come quello della natura e della campagna, bisogna avere il doppio del coraggio e fare la rivoluzione con gesti dirompenti o di straordinaria finezza, cosa che un’aiuoletta con gli orticelli non ha. Insomma, quando vengono certe idee, bisognerebbe fare un bel respiro e cercare altre strategie, magari convogliando certe risorse altrove.
Le nostre città sono piene di spazi mutanti privi di qualità, in cui ci sarebbero infinite possibilità di sperimentazione e di trasformazione, attraverso interventi di verde pubblico progettati con criterio, che in queste parti di città rappresenterebbero una straordinaria operazione di riqualificazione urbana e sociale. Piazza Duomo e le sue sorelle sparse per l’Italia, non hanno bisogno di orticelli, ma di educazione, pulizia, civiltà e chiarezza, ingredienti mancanti che andrebbero diffusi ovunque, come un virus potente. La presenza di alberi nelle piazze è possibile, abbiamo un’infinità di casi in cui gli alberi sono parte integrante della piazza. Nuove piantagioni possono essere realizzate se adeguatamente fornite di ampie porzioni di terra, griglie protettive e traspiranti alla base del tronco, e magari dei bei supporti metallici ben progettati per proteggere e sostenere i tronchi durante la crescita, fatte le dovute analisi, e dopo averci pensato molto ma molto bene. Potrebbero anche starci, in un certo senso si tratterebbe di una Natura che si presta a parlare la lingua dell’artificio urbano e non pretende di essere ipocritamente naturale. L’ignoranza diffusa in questa materia porterebbe sicuramente ad osservazioni del tipo: “hanno sistemato la piazza che sembra un parcheggio della Coop”, e quindi per continuare a farci del male ecco che pianteranno una banale orto-aiuola in piazza Duomo, con le sue erbe aromatiche e le sue graminacee, non mancheranno fiorellini e altre leziosità, il tutto per fare qualcosa di ambientalistico che per essere conservato e mantenuto in ordine avrà bisogno di una infinità di ore di manutenzione, acqua ed energia varia, che mi chiedo chi pagherà quando lo sponsor privato chiuderà i cordoni della borsa. Una visione a corto raggio, tipica dei politici che ormai hanno una visione del futuro che arriva solo a fine mandato.

pedalarte

‘Pedalarte’, una buona idea
per valorizzare la cultura
e promuovere l’uso
della bicicletta

“La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Albert Einstein

Pedalarte, ovvero le visite guidate di Milano in bicicletta, rappresenta un buon esempio di come si possa coniugare, sapientemente e intelligentemente, cultura, arte e forma fisica. Mens sana in corpore sano.
L’iniziativa nasce dall’unione (che anche qui fa la forza) di BioEcoGeo, rivista in edicola dal 2009 che tratta temi ambientali, e di Milanoguida, un gruppo di giovani guide turistiche abilitate per le province di Milano e Monza e laureate in Storia dell’arte, riunitosi per offrire visite guidate ai capolavori artistici di Milano.

pedalarte
Quattro i percorsi proposti

Il progetto prospetta visite guidate su quattro percorsi attraverso il bel capoluogo lombardo e sollecita l’utilizzo della bicicletta come mezzo sostenibile.
Parlarne in tempo di vacanze al pubblico ferrarese, tanto avvezzo all’uso di questo mezzo di locomozione, potrebbe essere d’ispirazione e incuriosire su questa interessante iniziativa. E magari replicarla.
Le visite in bicicletta non promuovono solamente la diffusione della conoscenza storico-culturale della città ma anche i suoi aspetti paesaggistici, botanici e naturali, visibili nelle aree verdi, nei giardini e nei parchi milanesi. Se poi vi sono costruzioni in bio-edilizia lungo il percorso, ecco che l’attenzione del partecipante viene sollecitata e la sua curiosità stimolata.
Un modo intelligente di unire arte, storia, eredità culturale, conoscenza del proprio territorio, sensibilizzazione ai temi ambientali e rispetto della natura che ci circonda.

pedalarte
BikeMi, servizio di bike sharing della città di Milano

A Pedalarte si è aggiunta anche BikeMi, servizio di bike sharing della città di Milano, nato per favorire la mobilità dei cittadini e per costituire un vero e proprio sistema di trasporto pubblico da utilizzare per i brevi spostamenti (al massimo 2 ore) insieme ai tradizionali mezzi di trasporto atm. BikeMi mette a disposizione di Pedalarte 30 abbonamenti al servizio, dando così una forte valenza di servizio pubblico al progetto.
La prima stagione (quattro domeniche di settembre e ottobre 2013) è servita da vero e proprio test e il successo ha portato a replicare l’iniziativa lo scorso mese di maggio.

 

 

pedalarte
Visite che coniugano aspetti culturali, storici, paesaggistici e naturali

Gente comune, turisti italiani e stranieri hanno molto apprezzato l’iniziativa.
Miglior conoscenza storico-culturale della città, promozione dell’utilizzo della bicicletta, incremento degli abbonati al servizio di bike sharing, promozione dell’immagine verde e sociale del Comune, allineamento a molte città europee che da anni promuovono tale tipo di visite guidate, sensibilizzazione dei cittadini all’ambiente e al rispetto della città in cui vivono, riscoperta di spazi nascosti della città, questi gli obiettivi di Pedalarte.
Le visite vengono effettuate la domenica (per non interferire con il noleggio delle biciclette di chi le usa ogni giorno per andare a lavorare), con un numero massimo di 20 partecipanti, auricolari personali per sentire la guida, per una durata di due ore. I percorsi non sono impegnativi e non richiedono, pertanto, preparazione fisica particolare; solo curiosità, voglia di stare all’aria aperta, in compagnia di amici e della bellezza che, nel nostro bel paese, ci circonda ogni giorno. Imparando qualcosa di più su di essa. E mettendola da parte…

Per maggiori informazioni:
“Pedalarte – Visite guidate in bicicletta” su Milanoguida
“Pedalarte” su BioEcoGeo
 Il video dell’iniziativa
Twitter@Milanoguida

(Foto per gentile concessione di BioEcoGeo)

corruzione

Vezzi e vizi antichi della mia ‘scunsciada Milàn’

La mia Milano, oh la mè Milàn ‘scunsciada’ dalle turbe di faccendieri senza morale alcuna, i quali hanno tradotto il fatidico francese “les affairs sont les affaires” nel più italico cazzi nostri e fanno tutto ciò che gli conviene, basta che gli convenga davvero.
Non si creda che questo breve scritto sia il lamento postumo di “un c’era una volta” estromesso dalla cerchia dei Navigli, per carità!, già quando misi il mio piede sinistro la prima volta sotto la Madonnina (tutta “dora”, mica come le altre innalzate nelle piazze italiane, di pregiato marmo bianco, quello usato da Michelangelo), sulle porte dei palazzoni grigi ricordo il terribile cartello “non si affitta a meridionali”, i poveri meridionali, i quali arrivavano alla buia stazione centrale con I valigioni di cartone, legati con la corda a trattenere l’odore di salame che gonfiava il coperchio marrone, odore acre misto al profumo di arance ormai schiacciate nel lungo viaggio dal sole alla nebbia.
Era una Milano già birbona, i lavori della metropolitana avevano scatenato le brame di faccendieri, imprenditori, palazzinari, politici e intellettuali d’accatto come i giornalisti, chiamati a far da megafono all’impresa grandiosa di scavare enormi buchi e oscure gallerie sotto la città: intanto, i favori s’intrecciavano, destra e sinistra si stringevano sotto i tavoli, non toccatine erotiche, di mano in mano passavano sostanziose buste cariche di zeri. Chi aveva il coraggio di denunciare o semplicemente di protestare, veniva allontanato dalla zuppa, Craxi aveva già preparato il trabocchetto per Riccardo Lombardi, “la barca va”, diceva rivolto all’amichetto Berlusconi, chiamato allora “l’imprenditore rosso”, abbiamo una buona facciata di sinistra, ideologizzava Bettino, ma abbiamo pancia capitalistica, mai più Marx a Milano, diceva, al massimo Proudhon, chissà perché. Mai più Marx.
E fu così che cominciarono gli scandalosi massacri della vecchia Milano, cancellando memoria: lo scempio di Brera, di corso Garibaldi, dove Bava Beccaris alla fine dell’Ottocento aveva massacrato la povera gente che chiedeva soltanto pane, la rovina a Porta Ticinese, case ristrutturate per farne abitazioni nuove, uffici, studi a disposizione dei nuovi intellettuali del danaro.
L’antica, nobile Milano, capitale italiana dell’arte, venne distrutta. E I vecchi abitanti dove li mettevano? E i commercianti e gli artigiani? “Foera di ball”, dicevano gli speculatori, li mettiamo nei nuovi quartieri satellite, innalzati apposta per ospitare gli sfrattati, come al Gratosoglio, che in una lunga inchiesta su “Il Giorno” definii i nuovi lager, con trapposti ai lager di lusso (Milano 2 allora in costruzione) erbetta verde all’inglese, alberi. A quelle mie affermazioni molti milanesi amici mi guardarono male, erano abituati – loro – agli affari.
Ma tutto precipitò quando il prefetto Mazza coniò il principio degli opposti estremismi e i sogni del Sesantotto precipitarono nell’orrore del sangue e dell’odio.
Si stava costruendo la nuova Italia, lasciateci lavorare. Non ci si stupisca se “Mani pulite” è naufragato nel truogoloc dei faccendieri, degli affaristi e degli speculatori, lì in quel truogolo la pappa la trovi sempre… Nel ’72 arrivò a Milano la commissione antimafia del Senato per condurre un’inchiesta (o una informativa?) sugli intrecci tra mafia e affari, mi chiamarono per avere notizie (allora ero capocronista del “Giorno”), voleva tracce veritiere sul percorso sotterraneo dei soldi e del potere. Dissi che la mafia stava mangiandosi la città, che i boss avevano stretto alleanza con gli storici imprenditori meneghini. Un nome, mi chiesero. Sindona, risposi. Uno della commissione si alzò dalla sua poltroncina nella saletta ce era stata messa a disposizione dalla Prefettura. “Mi scusi – disse – chiudo la porta”. La porta rimase chiusa per anni.
E adesso con la faccenda dell’Expo chiuderanno ancora la porta? “Chi volta el cu a Milan, volta el cu al pan”, si dice sotto la Madonnina d’oro. Boh.

angelo-agostini

L’uomo che sfatò il mito del ‘giornalisti si nasce’. L’ultima lezione di Angelo Agostini

di Carlo Sorrentino*

Angelo Agostini è stato senz’altro la principale cerniera fra mondo giornalistico e mondo accademico. Non soltanto perché era professore di Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico allo Iulm di Milano e giornalista professionista, brillante editorialista e autore di interessanti servizi. Questa doppia appartenenza l’hanno avuta e l’hanno anche altri. Ma perché è stato per quasi tre decenni uno snodo fondamentale fra questi due mondi, non sempre in grado di parlarsi e intendersi, animando una quantità impressionante di attività, progetti e iniziative. Soprattutto Angelo ha delineato la formazione al giornalismo nel nostro paese, sicuramente il tema che maggiormente lo appassionava e sul quale ha scritto, pensato, progettato, proposto e – soprattutto – realizzato dagli inizi della sua carriera fino alla fine.
Sostenendo che Angelo ha “creato” la formazione al giornalismo in Italia non credo di cadere in una di quelle stucchevoli iperboli frequenti quando siamo chiamati a ricordare uno stimatissimo collega, ma soprattutto un amico, quale era Angelo per me.
Certamente tanti – anche prima di lui – hanno teorizzato, proposto e lavorato perché nel nostro paese la radicata convinzione che “giornalisti si nasce” perdesse consistenza; ma sicuramente nessuno come Angelo è riuscito a far diventare tutto ciò realtà, prima con l’Istituto per la formazione al giornalismo di Bologna e poi con l’esperienza del Master allo Iulm, nonché con l’impegno in campo europeo. Angelo ha caratterizzato il dibattito sulla centralità della formazione, indispensabile per raccontare un mondo complesso, in tempi resi sempre più stretti e convulsi dalle tecnologie.
Già, le tecnologie, un altro “pallino” di Angelo. Stamattina, riguardando le annate di Problemi dell’informazione, la rivista creata da Paolo Murialdi che lo volle nel 1999 come suo successore e che Angelo si apprestava a lasciare, leggevo un suo intervento di oltre vent’anni fa in cui già indicava nel digitale la sfida che il giornalismo avrebbe dovuto affrontare. Una lungimiranza che aveva trasferito nell’instancabile azione di “progettatore” – termine per lui più adeguato di quelli di direttore e coordinatore – di formazione per il giornalismo. E che non poche critiche gli erano costate all’interno del mondo della professione, spesso lento almeno quanto quello accademico nel recepire le novità.
Seppure se così prematuramente, Angelo se ne va lasciandoci generazioni di giornalisti che ha contribuito a formare. Sono sicuro che ci avrà riflettuto in questi ultimi suoi giorni e gli si sarà aperto quel sorriso che sempre riservava agli allievi, attenuando per un momento la focosa irritazione per la politica e il giornalismo italiani, amori viscerali le cui tante imperfezioni ha osservato e descritto fino agli ultimi giorni.

*L’articolo è stato pubblicato oggi da Europa quotidiano (www.europaquotidiano.it) e da ferraraitalia ripreso per gentile concessione. L’autore è il nuovo direttore de “I problemi dell’informazione” (il Mulino)

 

Studioso dei media e giornalista, Angelo Agostini se ne andato l’11 marzo, a 54 anni. Giovanissimo ha contribuito a fondare l’Istituto per formazione al giornalismo di Bologna, del quale è stato condirettore e poi direttore per dieci anni. Ha in seguito fondato il master Iulm in giornalismo di cui è stato docente e coordinatore. E’ stato anche presidente della European Journalism Training Association, l’associazione europea delle scuole di giornalismo ed era direttore di “Problemi dell’informazione”, il trimestrale di media e comunicazione, edito da Il Mulino.
Fra i vari incarichi, è stato consulente della Presidenza del Consiglio per l’editoria tra il 1996 e il 1998 e direttore del corso di giornalismo della Svizzera italiana a Lugano. Ha fatto parte, inoltre, del consiglio direttivo della Federazione della stampa ed è stato membro di commissioni ministeriali per la riforma dell’Ordine dei giornalisti e per il riordino dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione.

[Questo il ricordo di Ivan Berni, suo collega al master di giornalismo dello Iulm]
[E questo il pensiero a lui rivolto dai suoi allievi del master]

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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