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Corridoi umanitari: l’alternativa all’ipocrita accoglienza delle buone maniere

Molti di noi si sono chiesti spesso se ci fossero delle alternative all’immigrazione clandestina incontrollata dei barconi e del traffico di esseri umani a cui molti disperati si affidano per sfuggire ad un destino di morte e miseria, preferendo mettere sui piatti della bilancia tra la vita e la morte la probabilità di morire nella traversata di un deserto o morire annegati in mare, e la probabilità in cui la morte per fame o per violenza è più di una probabilità.
L’alternativa all’immigrazione incontrollata non è l’accoglienza ipocrita che questo paese ha riservato agli immigrati. Un’accoglienza, potremmo definirla, “delle buone maniere”, del “perché si fa così”, del “perché non si può chiudere la porta in faccia a chi bussa alla nostra porta”, “dell’ero straniero e mi avete accolto”. Tutto vero. Ma siamo nel campo ipocrita, appunto, delle buone maniere se poi le istituzioni se ne infischiamo delle condizioni di vita di queste persone, se fanno finta di non vedere che esistono ghetti come quello di Rignano nella campagna foggiana, e non solo, dove esseri umani vivono in condizioni indegne per un paese civile. Tranne poi dover fare i conti con le tensioni sociali che inevitabilmente sorgono. Ma abbiamo fatto il bel gesto di accoglierli e la coscienza è salva. Ce ne disinteressiamo – sempre a livello di istituzioni (il caso di Riace è esemplare), perché invece l’eccellenza del volontariato in quei luoghi, a partire da Rete Iside Onlus, è presente per alleviare come può le sofferenze di quelle persone con un lavoro straordinario di supplenza – fino al punto che quando degli immigrati addetti alla raccolta dei pomodori protestano a seguito di un tragico incidente stradale dichiarando uno sciopero indetto dall’Usb di Foggia, i sindacati confederali restano a guardare non dichiarando nemmeno un’ora di sciopero generale di categoria. Non dico nazionale, ma nemmeno regionale, visto che la piaga del caporalato riguarda tutta la Puglia. Un’ammissione implicita di mancanza, ormai, di rappresentatività.
Per tornare a quale alternativa possibile ai viaggi della disperazione gestiti dai trafficanti di esseri umani, bisogna ricordare che l’alternativa c’è già. E sono i corridoi umanitari di cui poco si parla se non quando ci sono dei nuovi arrivi. Si tratta di “un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio – si legge nel sito www.santegidio.org – con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, completamente autofinanziato. Ha come principali obiettivi evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in ‘condizioni di vulnerabilità’ (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo. E’ un modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane”.
Una volta in Italia i profughi sono accolti a spese delle associazioni in strutture o case e provvedono ad insegnare loro la nostra lingua e ad iscrivere a scuola i bambini per favorire l’integrazione nel nostro paese, oltre ad aiutarli a cercare un lavoro.
Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate più di 1800 persone, siriani in fuga dalla guerra.
I corridoi umanitari sono statti resi possibili grazie ad un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e il precedente governo italiano. Nulla è affidato al caso. “Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con validità territoriale limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo”.
Come si è detto questo progetto è autofinanziato. Ciò vuol dire che ciascuno di noi può dare il proprio contributo a seconda delle proprie possibilità. Sul sito della Comunità di Sant’Egidio è possibile fare delle donazioni on line una tantum oppure donando una quota fissa mensile a scelta fra importi diversi, a partire da dieci euro. Se si vuole, l’alternativa all’immigrazione illegale c’è, occorre volontà politica e l’impegno di ciascuno di noi affinché questo progetto possa continuare. Un contributo economico di ciascuno, in questo momento, ha un alto valore politico, indica una strada percorribile e la scelta da che parte stare per governare il fenomeno delle migrazioni.

DIARIO IN PUBBLICO
Un capolavoro di ripiego e un ministro per ridere

Esco dal cinema ancora scosso dalla visione di un capolavoro quale il Macbeth di Justin Kurzel con gli immensi Michael Fassbinder e Marion Cotillard. La sala ovviamente semi-vuota pian piano si riempie dai respinti alla visione di Quo Vado e di Carol. All’inizio sussurrii e luci a intermittenza delle protesi smartphone o dei telefonini usati per far passare il tempo poi, dopo la grandiosa scena della prima battaglia, un silenzio stupefatto che dura fino alla fine del film e visi che esprimono rispetto e condivisione per un’arte scoperta quasi per caso e che inevitabilmente ti rapisce e ti conquista. E mentre Lady Macbeth pronuncia il grande monologo che invita l’ormai folle compagno a trovare riposo nel sonno scatta il ricordo e nella mente risuona la voce della divina Callas che sulle note di Verdi canta “A letto, a letto…Sfar non puoi la cosa fatta. Batte alcuno! Andiam, Macbetto, non t’accusi il tuo pallor.” Dove perfino la sgangherata versione di Francesco Maria Piave del nome del re dannato tradotto con l’imbarazzante ‘Macbetto’ per ragioni di rima, viene riscattata dalla voce sublime. Una voce onirica come onirico è tutto il film che più s’indurisce nelle violenze delle battaglie, degli assassinii, delle crudeltà, più perde peso e si sfa nei paesaggi sontuosi, nello scorrere di una natura magica e leopardianamente indifferente nella sua intangibile bellezza tra i laghi e le brughiere di una Scozia inventata eppur così reale.

Nell’uscire dal cinema e ritrovando una folla ancor più imponente e delusa di non poter accedere all’evento Zalone ripenso alle parole di Matteo Felpetta Salvini dichiarate ai giornalisti a cui confida un suo modello di governo dove a presiedere il Mibact porrebbe il fortunato comico al posto di Dario Franceschini. La cagione? Ma è semplicissima! Il ministro attualmente in carica sarebbe un uomo “triste” mentre si sa il comico ‘à la page’ fa ridere. E tanto.
Più che il ministro il quale immagino avrà sghignazzato dell’improvvido giudizio spero che la reazione di Zalone sia stato un moto di stizza provocato dall’offesa. Dunque a proteggere e a dirigere e a far funzionare l’unica vera immensa risorsa che abbiamo quale quella dei Beni Culturali basterebbe saper far ridere?
Ma andiamo onorevole Salvini! Cerchi di essere meno irruento nelle sue dichiarazioni. Se proprio vuole l’invito ad andare a vedere Macbeth. Non se ne pentirà.

L’immagine dunque trasmessa dal messaggio al fedele pubblico degli ‘Itagliani’ è quella di un Paese che si deve accontentare di ciò che piace ai più mentre in questa stagione di feste e ricorrenze non importa tanto la qualità della cosa o dell’evento di cui si vuol fruire quanto la quantità di chi accorre per poter dire orgogliosamente “io c’era!”. Sembra quasi che la bellissima mostra di de Chirico sia appunto bellissima perché nei due giorni di festa ha raccolto diecimila presenze.
Ovviamente non per tutti è così, anzi immagino che poi per tanti l’esposizione abbia riscosso la dovuta ammirazione come il Macbeth filmico per l’intrinseca potenza e qualità dei quadri che illuminano la verità-realtà del mondo quanto le parole di Shakespeare.
Per queste ragioni non vogliamo accontentarci della proposta di far ministro Checco Zalone non tanto per la sua indubitabile verve comica quanto perché la cultura non s’amministra con la risata.

Ricordo ancora che, quando al caro amico Riccardo Muti fu avanzata la proposta di ricoprire importanti incarichi di governo, rispose che “a ognuno il suo”, come avrebbe scritto Leonardo Sciascia. E forse anche in questo campo sarebbe utile che anche Beppe Grillo una volta per tutte scegliesse o la via dell’attor comico o quella del politico o dell’organizzatore della politica.
Dunque “Passata la festa gabbato lo santo” sentenziava il proverbio popolare. Rimangono i saldi che ci occuperanno per i prossimi tre mesi poi il tran tran quotidiano ci assorbirà facendoci dimenticare o relegandoli in una specie di onirismo cupo quasi irreale i conflitti, le guerre, le minacce atomiche e ancor più vergognosamente le morti dei bambini in fuga, le armi vendute per alimentare il mito fondativo della conquista di una Nazione e divenute disputa orrenda siglata dal ciuffo ossigenato di Trump e dalle lacrime di Obama. E nella nostra realtà locale la vicenda Carife, il palazzo degli Specchi, il licenziamento di Fiorini e le più piccole e velenose dispute che sembrano ineliminabili dal comune concetto di ferraresità.
Perciò si rende necessario un augurio. Sentito. Amichevole. Per tutti amici e nemici. Che il 2016 sia almeno migliore anno di quello che è appena finito.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Educazione permanente, un capitolo che non sappiamo scrivere

Il forte impatto che i cambiamenti economici hanno prodotto sulla struttura del tessuto occupazionale di settori come l’industria e l’agricoltura avrebbe dovuto collocare il tema dell’educazione permanente al centro dell’agenda politica ed economica del nostro Paese con l’obiettivo di riconnettere tra loro istruzione, formazione, occupazione e lavoro. Di fronte a un tasso di disoccupazione del 12,7% in Italia contro il 4,8% della Germania è urgente riappropriarsi di un tema così gravemente trascurato come quello dell’educazione degli adulti, perché pare che questo sia ampiamente sconosciuto al mondo politico e sindacale.

Eppure gli strumenti legislativi per avviare politiche innovative in questo campo non mancano, a partire dalla tanto vituperata riforma del lavoro Fornero. Mi riferisco all’articolo 4 e ai commi dal 51 al 58 di questa legge, che come minimo dovrebbero indurre il Parlamento a rimettere mano all’istituzione dei Cpia, cioè i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti di mero impianto scolastico.
Educazione degli adulti e formazione permanente significano disporre di una forza lavoro qualificata come condizione indispensabile per sbloccare la paludosa stasi economica e occupazionale in cui versa il Paese. Più i livelli di istruzione sono alti, più crescono i redditi e l’occupazione. Lo dicono i dati dell’Ocse, in media il tasso di occupazione delle persone con alti livelli di qualificazione è di circa l’80%, contro meno del 50% per le persone con livelli bassi. I benefici derivanti da un’elevata qualificazione sono incrementali: al crescere di conoscenze e competenze aumenta la capacità di acquisirne nuove, di partecipare ad ulteriori attività formative. Inoltre l’istruzione permanente ha ripercussioni importantissime sulla vita sociale delle persone; gli individui istruiti sanno gestire meglio le proprie condizioni di salute, sono attivi nella vita sociale, politica e culturale.
Le cause della crisi del nostro Paese sono prodotte anche dall’incapacità dei governi di misurarsi con queste questioni. I nuovi fabbisogni professionali, le nuove e le future competenze richieste dal mercato del lavoro e dal mondo delle imprese, le veloci innovazioni tecnologiche dovrebbero indurre ad archiviare vecchi profili professionali senza mercato e un sistema di istruzione e formazione professionale ormai inadeguato non solo per i tempi, ma pure rispetto al dettato legislativo.

Con la legge Fornero del 2012 per la prima volta l’Italia si pone in linea con le indicazioni dell’Unione europea in materia di ‘lifelong learning’. Ciò che nel nostro Paese è sempre stato considerato come recupero scolastico, qualcosa di meramente accessorio e secondario, diviene la chiave per ripensare radicalmente il nostro sistema di istruzione, non solo nell’interesse del diritto allo studio di ogni singola persona, ma per le istituzioni pubbliche e per il mondo delle imprese che ne trarrebbe notevoli vantaggi in termini di competitività, innovazione, produttività.
Secondo la legge, per apprendimento permanente si intende qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale. Finalmente anche il nostro Paese riconosce ufficialmente, ciò che da decenni numerosi Paesi dell’Europa e del mondo hanno già fatto, il ‘life wide learning’, l’apprendimento per l’intero arco della vita. Ma allora se non c’è più un tempo per lo studio, uno per il lavoro, uno per la pensione, se questa scansione così rigida non ha più ragione d’essere, è possibile che tutto continui come prima? È possibile che il nostro sistema di istruzione resti identico a se stesso? Credo che nessuno in questo Paese si sia accorto di proposte avanzate dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, come pure la legge prevede. Neppure le parti sociali, a partire dai sindacati, mi sembra che abbiano battuto un colpo.

Tutto continua come prima. Invece di provvedere, come prescrive la legge, alla individuazione e al riconoscimento del patrimonio culturale e professionale comunque accumulato dai cittadini e dai lavoratori nella loro storia personale e professionale, nel nostro Paese si persiste a ritenere che l’apprendimento si faccia solo a scuola. Così si istituiscono i Cpia per l’alfabetizzazione e il recupero scolastico degli adulti, niente più che una versione aggiornata delle scuole popolari di un tempo.
Centri, invece, che dovrebbero essere radicalmente ripensati alla luce di quanto la legge Fornero prescrive, a partire dal riconoscimento dei crediti formativi, dalla certificazione degli apprendimenti comunque acquisiti, da documentare attraverso la realizzazione di una dorsale informatica unica. Ma su questo terreno neppure gli enti locali sono attivi, così non si realizzano le reti territoriali indispensabili per tenere insieme istruzione, formazione e lavoro, per collegarli organicamente alle strategie per la crescita economica, per l’accesso dei giovani al lavoro, per l’invecchiamento attivo, per l’esercizio della cittadinanza attiva, anche da parte degli immigrati.

Un’intenzione legislativa, di ispirazione europea, che colloca l’apprendimento permanente come strumento ‘princeps’ per una vera crescita personale, civica, sociale e occupazionale, finisce ancora una volta per essere sacrificata dall’insipienza di chi ci governa. Stiamo in Europa come ci pare evidentemente, o in Europa non ci sappiamo stare. Dovremmo chiedere ragione del ‘Life Learning Programme’, strategico per l’Europa 2020, che punta a creare un’economia con un più alto tasso di occupazione attraverso una crescita intelligente, solidale, sostenibile: intelligente innanzitutto con investimenti più efficaci nell’istruzione, la ricerca e l’innovazione. L’iniziativa lanciata dall’Unione europea si propone di migliorare la cooperazione tra il mondo del lavoro e quello dell’istruzione con l’obiettivo di “ritagliare su misura” le competenze necessarie alle persone e al mondo professionale, ma passa per le politiche dell’educazione permanente, dell’educazione degli adulti: un capitolo che il nostro Paese non ha ancora imparato a scrivere.

L’INTERVISTA
Verso un Ministero per la Pace

Come riuscire a dare attuazione a quattro articoli della Costituzione in un colpo solo? Con la campagna Un’altra difesa è possibile per la raccolta di 50.000 firme che permettano di presentare in Parlamento la legge di iniziativa popolare “Istituzione e finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta”.
Prima di tutto l’articolo 1, “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, e l’articolo 71, secondo il quale “Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”. La svolta però è la conciliazione del dovere della difesa della patria sancito nell’art. 52 con il ripudio della guerra proclamato all’art. 11.

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Logo della campagna

Il merito di questa – è proprio il caso di scriverlo – rivoluzione pacifica va alle sei reti promotrici, che raggruppano al proprio interno la gran parte del mondo associativo: Rete italiana disarmo, Rete della pace, Tavolo interventi civili di pace, Sbilanciamoci!, Conferenza nazionale enti di servizio civile e Forum servizio civile. La loro riflessione parte da due considerazioni molto semplici: la prima è che nella nostra Costituzione non si parla di difesa armata, anche se fino a oggi è sempre stata finanziata solo questa, senza mai dare una possibilità alla difesa nonviolenta; la seconda è che le minacce per l’Italia oggi sono la povertà, la disoccupazione, l’emarginazione, la mancanza dei servizi sociali, il rischio idrogeologico, la cementificazione, la corruzione e la criminalità organizzata.
Dunque la proposta di legge, comporta di quattro articoli, prevede l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, cui afferiranno i Corpi civili di pace, e l’Istituto di ricerca sulla pace e il disarmo. Fra i loro compiti la predisposizione, sperimentazione e attuazione di piani per la difesa civile, lo svolgimento di attività di ricerca e formazione per la pace e il disarmo. La domanda sorge spontanea: con quali fondi? Anche qui la scelta dei promotori è molto concreta: la crisi economica non ha sostanzialmente sfiorato la spesa militare, non si tratta quindi di spendere di più, ma di spendere meglio spostando parte dei fondi per i sistemi d’arma del Ministero della Difesa. A questi si aggiungeranno le quote di quei contribuenti che vorranno versare il proprio 6 per mille a beneficio della difesa civile.
Ne abbiamo parlato con Daniele Lugli, presidente emerito del Movimento Nonviolento – in cui milita fin dalla sua fondazione – ed ex Difensore Civico della Regione Emilia Romagna.

Cosa si intende per “difesa civile non armata e nonviolenta” e “istituzionalizzazione degli interventi civili di pace”?

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Daniele Lugli

È un concetto che deriva da riflessioni compiute già durante l’ultimo conflitto mondiale, quando per esempio, secondo la stessa Wermacht, le azioni di sabotaggio della Resistenza sulle vie di comunicazione sono state di gran lunga più pesanti per l’occupante rispetto alle azioni di aggressione vera e propria. In altre parole significa competenza delle persone per potersi difendere sul proprio territorio anche in caso di invasione, ma non c’è solo questo: nella nostra Costituzione si afferma il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, mentre è sancito il dovere della difesa della patria, c’è quindi un accento sull’aspetto difensivo. Nonostante ciò abbiamo partecipato a diversi interventi travestiti da operazioni di polizia internazionale, raccontando che questo fa parte del concetto di difesa con una forzatura infondata su un piano giuridico. Si finisce perciò con l’essere implicati nei teatri di guerra e sembra che l’unica modalità sia l’intervento armato, mentre noi vogliamo che si rifletta sull’importanza e sull’efficacia del cosiddetto ‘interventismo umanitario’, da civile a civile: la presenza cioè di persone formate appositamente che da civili difendono i civili. Abbiamo già avuto operazioni di questo tipo sebbene limitate, per esempio in Kosovo, che hanno mostrato di essere efficaci e di poter fare ciò che un intervento armato non può fare: perché dopo aver bombardato e sparato è difficile avere la legittimità per mediare. Infine, c’è il collegamento con le originali finalità del servizio civile nazionale volontario, alternativo al servizio militare obbligatorio. Non c’è solo l’obiezione di coscienza invocata da Pinna nel 1948, quando si è offerto di essere impiegato nei servizi di sminamento piuttosto che imparare come si uccide qualcuno, ma anche il tema di un esercito del lavoro, proposto da Ernesto Rossi durante l’esilio di Ventotene insieme a Spinelli: della durata di due anni, obbligatorio per ragazze e ragazzi, sostitutivo della leva, il cui compito doveva essere produrre beni e servizi di base.

Perché è necessario uno specifico Dipartimento e un Istituto di Ricerca sulla Pace e sul Disarmo? E perché collocare il Dipartimento alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri?
Trattandosi di vino nuovo, servono botti nuove. Si è ragionato sulla necessità di forme di intervento che mettano a valore le esperienze disseminate che esistono già in Italia e in Europa e sul tema della preparazione professionale perché nel momento in cui si fanno interventi in situazioni molto difficili servono professionisti qualificati in materia di diplomazia dal basso, analisi dei conflitti, mediazione. Da qui l’esigenza di istituire un dipartimento apposito, dal quale dipenderebbero i corpi civili di pace, e un istituto di ricerca perché si ritiene che la formazione sia così importante che le esperienze già esistenti anche a questo riguardo debbano essere coordinate e valorizzate. In una prospettiva complessiva di difesa fondamentale sarebbe poi il collegamento con i dipartimenti della Protezione civile, del Servizio civile e dei Vigili del fuoco. La diretta dipendenza dalla presidenza del consiglio vuole invece sottolineare l’alterità di questa forma di difesa e la sua non subordinazione alla forma tradizionale del Ministero della difesa, si vuole cioè evidenziare che il dipartimento non deve essere un articolazione del dicastero, almeno per questo momento.

Perché avete scelto una legge di iniziativa popolare?
Pur essendoci già un gruppo di deputati che ha dimostrato attenzione per il progetto, ci è sembrato che fosse un’occasione perché queste tematiche cominciassero a essere discusse non solo dagli addetti ai lavori, pacifisti o militari pronti a esplorare vie alternative. Se, come ha affermato Clemenceau, «la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari» a maggior ragione la pace e la difesa non possono essere affidate unicamente ai militari. Attraverso il dibattito su questa proposta di legge di iniziativa popolare i cittadini possono cominciare a ragionare su cosa significa difesa e da cosa ci si debba difendere, oppure quali valori si debbano difendere, e con quali strumenti questa difesa debba essere attuata. Insomma non si tratta solo di una raccolta di firme, ma di una riflessione culturale con la volontà di un coinvolgimento il più ampio possibile. Soprattutto in momenti come questo è importante cominciare a parlare in maniera concreta di questi temi, in modo che non ci si possa più nascondere dietro la scusa dell’emergenza, che impedisce di discutere in maniera approfondita e ponderata, considerando anche le basi di una violenza che è strutturale e culturale.

C’è già un paese dove la difesa civile viene messa in pratica che potrebbe fare da modello e paragone?
No, però una situazione molto simile è quella della Svizzera, che ha una lunga tradizione di neutralità e dove c’è un’attenzione molto forte alla difesa ‘difensiva’: anche se nemmeno Hitler l’ha invasa perché è da sempre considerata il ‘forziere d’Europa’, gli svizzeri avevano dei piani molto precisi nel caso ciò fosse avvenuto. E non è un caso che il fondatore del servizio civile internazionale fosse uno svizzero, Pierre Ceresole, figlio di un alto ufficiale dell’esercito ma obiettore di coscienza, fermato nel 1942 e nel 1944 mentre tentava di recarsi in Germania per cercare di convincere i tedeschi a cessare il conflitto.

Avete scelto il 10 dicembre, la giornata internazionale dei diritti umani, come giornata nazionale della raccolta firme, quali altre tappe avete davanti a voi fino al 2 giugno quando la campagna finirà nel giorno della festa della Repubblica disarmata?
A febbraio ci sarà la presentazione ufficiale della campagna anche a Ferrara e poi ci saranno momenti pubblici di incontro e discussione perché, come dicevo prima, questa campagna vuole essere provocare anche un cambiamento di prospettiva dal punto di vista culturale sul concetto di difesa. Nel frattempo si sta costituendo il comitato territoriale provinciale, che ha già la sua sede presso la Cgil di Ferrara.

Chi volesse firmare dove può farlo?
In tutte le segreterie dei comuni della provincia dovrebbero essere già stati distribuiti ed essere a disposizione i moduli per la firma. Inoltre, da qui a maggio organizzeremo banchetti appositamente per raccogliere le adesioni.

“A 100 anni dalla “grande guerra”, che ha segnato il passaggio moderno e definitivo alla guerra tecnologica, è giunto ormai il tempo di passare dalla retorica della pace, che prepara sempre nuove guerre, alla politica per la pace che ne prepara e costruisce la difesa. Che essendo “civile, non armata e nonviolenta” ha bisogno della partecipazione di tutti” (Pasquale Pugliese, Segretario del Movimento Nonviolento)

Per informazioni e aggiornamenti sulla campagna visita il sito [vedi]
Contatti Comitato provinciale di Ferrara: Davide Fiorini
davide.fiorini@mail.cgil.fe.it
cell. 348 7510060

IL FATTO
L’India e il ministero dello Yoga

Nell’ambito di un rimpasto di governo, ieri, il premier indiano, Narendra Modi, ha istituito un dicastero che avrà il compito di promuovere le pratiche ascetiche e meditative e le medicine tradizionali, in particolare Ayurveda, Yoga, Unani, Siddha e Omeopatia (si chiamerà Ministero dell’AYUSH). È la prima volta che un tipo di medicina ascetica e non tradizionale copre un ruolo ministeriale indipendente dalla Sanità pubblica. E poteva accadere solo in India.
Modi, vegetariano e salutista, pratica lo yoga da sempre, ogni giorno al su risveglio alle 4h30, e vorrebbe che il mondo intero riconoscesse il valore di questa pratica. A settembre scorso, aveva persino chiesto all’Onu di considerare la proclamazione di una ‘giornata mondiale dello yoga’. In occasione dell’incontro con Obama, durante il viaggio in America, il presidente indiano ha vantato con lui i meriti di questa disciplina indiana tradizionale. Intervenendo domenica scorsa in occasione del congresso mondiale dell’ayurvedica, medicina tradizionale praticata in India, il primo ministro ha dichiarato: “lo yoga ha acquisito un riconoscimento mondiale per coloro che vogliono vivere senza stress e scelgono di avere un approccio olistico della salute (…) La medicina ayurvedica porterà agli stessi risultati se sarà presentata in modo corretto come stile di vita”. Per la gioia dei milioni di praticanti lo yoga nel mondo.

Ayurveda: medicina tradizionale utilizzata in India fin dall’antichità.
Yoga: pratiche ascetiche e meditative. Nel linguaggio corrente, s’intende un insieme di attività che spesso poco hanno a che fare con lo Yoga tradizionale, che comprendono ginnastiche del corpo e della respirazione, discipline psicofisiche finalizzate a meditazione o a rilassamento.
Unani: forma di medicina tradizionale praticata nei paesi mediorientali e del sud asiatico.
Sidda: termine sanscrito che significa «realizzato, ottenuto o perfetto». Secondo la filosofia indiana, il Siddha è colui che ha raggiunto la perfezione.
Omeopatia: medicina naturale, non convenzionale.

Principali tipi di Yoga
Lo yoga, come tutte le discipline di ricerca di sé stessi, dovrebbe iniziare con un rituale, preciso e sempre uguale, che “circoscrive” e focalizza le energie positive, crea uno spazio “sacro” in cui il praticante può liberamente muoversi, “sacralizzando” così tutto ciò che esegue. Anche i grandi saggi di tutte le tradizioni iniziatiche insegnano che uno spazio è sacro, nel momento in cui è dichiarato tale. Praticando yoga in una stanza è importante cambiare l’aria e accendere un bastoncino d’incenso. Si può mettere una ciotola d’acqua ai quattro lati, per purificare le quattro porte della vita: i punti cardinali. Ci si rivolge al Cielo sopra di noi e alla Terra sotto che sostiene, poi al Sud, all’Ovest, al Nord e all’Est, con la coscienza che a Est sorge il sole, quindi è da quel punto che inizia la nascita dell’adepto e il suo conseguente cammino verso la conoscenza.

Ci sono vari tipi di Yoga:
Il Karma Yoga, lo yoga dell’azione, si fonda sul servizio disinteressato: il praticante si dedica ad agire senza aspettarsi il frutto delle proprie azioni, ovvero agisce per il bene comune, per migliorare l’ambiente intorno a sé e aiutare il prossimo senza fini egoistici.
Il Jinana Yoga, lo yoga della conoscenza, si è sviluppato attorno allo studio sistematico delle scritture antiche legate allo yoga.
Il Bhakti Yoga, lo yoga della devozione, si sviluppa attorno alle pratiche appunto “devozionali”. La devozione è l’emozione che si sperimenta quando il nostro cuore comincia a battere con il ritmo dell’Amore Incondizionato.
L’Hata Yoga, forse il più conosciuto, in quanto si sviluppa intorno alle asana, le posizioni, e alle tecniche di respirazione, pranayama. Oggi è spesso praticato in modo semplificato nelle palestre ma anticamente comprendeva esercizi anche estremi volti a provocare un radicale cambiamento nella fisiologia corporea per portare la mente verso stati di coscienza particolari.
Il Raja Yoga, lo yoga regale, è il processo meditativo con tutte le sue parti e diversi yogi nel corso dei secoli si sono dedicati e si dedicano a questo modo di praticare, ritirandosi sulle montagne e nelle foreste in isolamento per potersi dedicare totalmente alla meditazione.
Il Laya Yoga, la pratica del riassorbimento: attraverso particolari tecniche meditative, si apprende a riassorbire la mente nei livelli più interni dell’esistenza individuale favorendo l’espansione della coscienza.
Il Nada Yoga, lo yoga del suono, attraverso il quale si può raggiungere uno sviluppo della propria coscienza.
Il Svara Yoga, si basa sulla consapevolezza del flusso del respiro attraverso le narici e ha lo scopo di guidare il praticante nel compiere le varie attività della vita quotidiana in modo che siano sincronizzate con il flusso dell’energia vitale.

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Dal rigassificatore di Porto Tolle acqua sterile in mare. Pesca in calo. Sotto accusa l’impianto che fornisce metano all’Europa

Lo guardano da lontano. Con sospetto e timore. Soprattutto dalle marinerie della costa emiliano romagnola, quelle a sud di Porto Viro, dove 15 chilometri al largo opera il rigassificatore di Adriatic Lng, società formata da Qatar Petroleum, ExxonMobil e Edison, tre colossi dell’energia rispettivamente detentori del 22, 71 e 7 per cento delle azioni.

Un fatturato di oltre 200 milioni annui
L’impianto, operativo dal 2009, impiega 125 persone, il 60 per cento delle quali venete, e copre il 10 per cento del fabbisogno di metano in Italia con una produzione annua di 8 miliardi di metri cubi. E un fatturato superiore ai 200 milioni di euro l’anno. L’attività del terminal rappresenta una fonte di approvvigionamento energetico di importanza strategica per tutto il nord. E il suo insediamento è stato salutato da un fondo di 12 milioni di euro per riscattare le differenti fasi di stress ambientali e contribuire allo sviluppo del Polesine, dove l’azienda ha investito ulteriori 250 milioni di euro attraverso la stipula di contratti con imprese e fornitori locali. L’ammontare della somma del fondo è stata stabilita con un accordo del 2008 tra Adriatic Lng, Provincia di Rovigo e Consorzio di Sviluppo del Polesine (ConSviPo) formato da Comuni, associazioni di categoria e enti.

Un’isola di cemento alta 10 piani in mezzo al mare, al largo del Parco del Delta
Da quattro anni l’isola di cemento armato e acciaio, alta come un palazzo di 10 piani, adagiata sui bassi fondali di un mare semichiuso e particolarmente atrofizzato come quello che incrocia il delta del Po, lavora a pieno ritmo. A pochi chilometri dal parco disteso tra due regioni, in un gioco di lagune, lingue di sabbia e spiagge. L’impianto, forte di un mix di tecnologie di ultima generazione, utilizza un procedimento industriale a ciclo aperto: significa che usa il calore dell’acqua di mare per riscaldare il gas, trasformandolo da liquido in aereo, e poi restituisce l’acqua al mare.
Da quando si pesca meno pesce, cosa comune a gran parte dell’Adriatico stando al rapporto 2012 del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, la domanda che si rincorre lungo le banchine è sempre la stessa. ‘E’ colpa del rigassificatore?’. Ad escluderlo è il piano di monitoraggio dell’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale approvato dal Ministero dell’Ambiente per testare le reazioni dell’habitat all’attività dell’impianto.

“Un’alterazione dell’ecosistema”
I pescatori dell’Emilia Romagna però vorrebbero un supplemento di indagine. Più a sud e con maggiori elementi di ricerca. Nella speranza di scongiurare quanto sostiene lo studio del comitato scientifico del Wwf di Trieste da qualche tempo al vaglio dell’Europa. ‘L’acqua di mare impiegata nel processo di rigassificazione negli impianti a circuito aperto viene restituita praticamente sterile, inutilizzabile per i servizi ecosistemici che rende all’ambiente’, si legge nello studio curato da Livio Poldini, Marco Costantini, Maurizio Fermeglia, Carlo Franzosini, Fabio Gemiti. Michele Giani e Dario Predonzan. ‘Si ha la perdita quasi totale delle forme di vita veicolate dall’acqua, uova, larve e avannotti, organismi planctonici e si induce artificialmente la selezione di quelle forme batteriche resistenti al processo di clorazione, che formano biofilm sulla superficie dell’acqua’, sostengono nella ricerca.

I pescatori sono in allarme
E’ un campanello d’allarme difficile da ignorare a fronte del trend decrescente di catture e ricavi dei pescatori per i quali le giornate di attività dal 2004 a oggi sono calate del 20 per cento. In Veneto e Emilia-Romagna, che vantano entrambe un giro d’affari annuale attestato sui 53 milioni di euro, la flotta è composta complessivamente da 1.442 imbarcazioni di vario tipo e ognuna ha perso mediamente una tonnellata di pescato passando da una media di 16 a 15. Sul versante Veneto è stata verificata una variazione nella composizione del pescato di cui si è parlato a fine agosto in un incontro tra pescatori organizzato a Chioggia al termine del fermo pesca. I tecnici dell’Ispra, Otello Giovanardi e Sasa Raichevich, hanno illustrato lo stato di salute delle risorse ittiche basandosi sui risultati di due campagne di pesca sperimentale a strascico promosse dal ministero delle Politiche agricole per tracciare la futura gestione della pesca.

Quattro gradi in più sul fondo marino, schiume giallastre e la magistratura indaga
Dalla ricerca è emerso come le catture del 2012 non si discostino di molto da quelle del 2011, almeno per quanto riguarda le specie più frequentemente imprigionate nelle reti. Se la presenza di barbone, seppie e canocchie è più o meno stabile, quella del molo è certamente calata. I due tecnici hanno descritto uno scenario ambientale diverso, con temperature più alte di 4 gradi sul fondo marino e una variazione verso l’alto della salinità. Mutamenti sotto osservazione, che disorientano il mondo della pesca. E mentre aumenta la preoccupazione nelle marinerie, il tribunale di Rovigo si prepara all’udienza filtro del 12 marzo, che vede due dirigenti di Adriatic Lng imputati di danneggiamento ambientale aggravato. Il sostituto procuratore Sabrina Duò contesta più episodi legati alla comparsa di abbondanti schiume giallognole, che nel 2010 hanno galleggiato sull’acqua in periodi differenti.
La schiuma è una spina nel fianco di Adriatic, che nel 2009 ne aveva segnalato a Ispra la formazione in seguito allo scarico delle acque di scambio termico del rigassificatore. Nel 2012 è poi arrivato un esposto di Eddy Boschetti presidente del Wwf di Rovigo relativo alla comparsa di una coltre bianca viscida e ghiacciata sulla spiaggia di Boccasette, nel comune di Porto Tolle, che ha gettato un sospetto sull’impianto. Nell’occasione, la società escluse ogni tipo di responsabilità, posizione tuttora sostenuta.

Il caso finisce in Parlamento
Tutto sta nei giochi per Boschetti, che ha le idee chiare: ‘In casi come questi non esiste un interlocutore diverso dal ministero, dobbiamo poterci appoggiare alla legge – dice – E’ ovvio che se ci sono maglie normative larghe, il privato interessato soprattutto al profitto cerca di sfruttarle nel proprio interesse. Sono le istituzioni a dover mantenere l’equilibrio in tutta la vicenda’. All’indomani dei galleggiamenti di schiuma Maurizio Conte, assessore regionale all’Ambiente del Veneto, scrisse all’ex ministro Corrado Clini per chiedere un tavolo di confronto sul fenomeno e, negli stessi giorni, a Roma, la deputata radicale Elisabetta Zamparuti presentò un’interrogazione a ben tre ministeri: Ambiente, Sviluppo economico e Agricoltura. La richiesta: chiarire la natura del fenomeno, conoscere le analisi di Ispra, valutare la possibilità di approfondirle indagando su cloro derivati organici e aloderivati. E di considerare l’opportunità di cambiare la lavorazione dell’impianto gasiero trasformandola da ciclo aperto in chiuso. Tutte cose importanti, aveva sostenuto la radicale, per scongiurare il rischio di danneggiare l’ecosistema marino creando danni all’economia costiera.

Anche la Commissione europea è allertata
Il tema del rigassificatore è approdato di recente anche in Europa per via delle interrogazioni dell’eurodeputato di Alde (Alliance for liberals and democrats for Europe) Andrea Zannoni membro della commissione Envi Ambiente, Sanità Pubblica e Sicurezza Alimentare al parlamento europeo. ‘Il timore è che rappresenti una minaccia per l’ecosistema marino e che sia la causa della recente strana moria di delfini e tartarughe trovati sulle spiagge romagnole – dice – In mancanza di studi comunitari sugli effetti dei rigassificatori, ho fornito alla Commissione europea lo studio del Wwf di Trieste perché possa far luce sull’impatto della lavorazione del ciclo aperto sull’ecosisistema marino. Può essere un modo per evitare eventuali disastri naturali e pericoli per le comunità costiere’. Intanto la Croazia, ricorda il parlamentare, nonostante avesse approvato un impianto con utilizzo di acqua di mare a Velia (Krk) ha fatto marcia indietro autorizzando la lavorazione a ciclo chiuso.

“Danni al turismo”: deciderà il tribunale di Rovigo

Matteo-Ceruti
L’avvocato ambientalista Matteo Ceruti

La vicenda è ‘glocal’, tanto locale quanto globale come testimonia il procedimento penale in corso, nel quale le associazioni ambientaliste, ma non sono le uniche, potrebbero chiedere di costituirsi parte civile nel processo Adriatic. ‘Abbiamo tempi molto stretti – dice l’avvocato Matteo Ceruti, conosciuto per l’impegno in difesa dell’ambiente – ma stiamo vagliando la possibilità di intervenire’. Per parte sua il giudice Duò ritiene il processo un’esperienza in divenire. ‘Ho contestato un danneggiamento aggravato anche pensando alla vocazione turistica del territorio’, spiega il magistrato, che si avvale della consulenza del dottor Giuseppe Perin dell’Università di Venezia. ‘Non dimentichiamo che gli episodi sono avvenuti al largo di spiagge frequentate dai bagnanti’. Le schiume, quando arrivano a lambire la costa possono compromettere la balneazione. Ma c’è di più. L’azione meccanica del rigassificatore oltre a scatenare la spuma nella quale, specifica la Duò, ‘non sono presenti inquinanti chimici’ agirebbe sul processo di fotosintesi e modificherebbe le cellule presenti nei microrganismi dell’acqua.

“Un impianto concepito per spazi oceanici”
‘Non credo che Adriatic si aspettasse una tale quantità di schiuma – dice il biologo marino Carlo Franzosini del comitato scientifico del Wwf di Trieste – L’impianto è stato concepito in America, è pensato per spazi oceanici, dove il contenuto organico è maggiormente diluito rispetto alle concentrazioni presenti nel mare Adriatico, che nel subire l’azione meccanica provocano una reazione eccessiva rispetto alle aspettative della società’.

Il terminal ha caratteristiche uniche al mondo
Il terminal, unico in tutto il mondo, lungo 180 metri largo 88 e alto 47, immerso in 29 metri di profondità, è collegato da 40 chilometri di metanodotto alla stazione di misura di Cavarzere da dove il gas, correndo per 84 chilometri lungo una condotta realizzata da Snam Progetti, raggiunge l’impianto di stoccaggio di metano più grande del nord Italia. La gigantesca struttura ha avuto la prima Autorizzazione Integrata Ambientale nel 2009, una certificazione triennale in scadenza nel 2015 per la quale Adriatic ha già avviato la richiesta di rinnovo per continuare un’attività che ha portato ad immettere nella rete nazionale dei gasdotti 26 miliardi di metri cubi di metano. Finora hanno attraccato al terminal 310 navi gasiere provenienti principalmente dal Qatar ma anche da altri Paesi. Ogni singolo carico trasformato dallo stato liquido a gassoso con l’ausilio del calore dell’acqua di mare contribuisce a diversificare le fonti energetiche. Va da sé l’assottigliarsi della dipendenza energetica del nostro Paese da altre nazioni.

Struttura strategica per l’Italia e l’Europa
‘La struttura è considerata strategica nell’approvvigionamento energetico italiano e comunitario’, spiega il responsabile delle relazioni esterne della società Alessandro Carlesimo. L’impianto, visitato in dicembre dall’ex ministro delle Sviluppo economico Flavio Zanonato, è stato però oggetto di un sollecito al ministero dell’Ambiente da parte dell’assessore regionale all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Tiberio Rabboni, a cui i pescatori si sono rivolti per avere maggiori ragguagli sugli effetti dell’attività di Adriatic Lng sul mare. E, soprattutto, sugli stock ittici.
Com’è finita? Nessuna risposta per il momento. Né ai pescatori né alle nostre ripetute telefonate. L’unica cosa certa è l’incontro a porte chiuse tra l’assessore e Adriatic Lng di cui nulla si sa di ufficiale. Eppure i tanto attesi dati del monitoraggio Ispra, sui quali si sarebbe dovuto ragionare con l’assessorato, sono pubblicati sul sito della Provincia di Rovigo. ‘Da quelle risultanze si riscontra un ammanco di uova di pesce – dice Franzosini – Manca poi uno studio specifico del comparto dei pelagi comunemente conosciuti come pesce azzurro’.

“La pesca è in calo da quattro anni”
‘Sono quattro anni che le catture dei pesci sono calate – racconta Mario Drudi della cooperativa Casa del Pescatore di Cesenatico – Il dilatarsi del fermo pesca, la diminuzione delle giornate di lavoro, la proibizione di praticare lo strascico sotto le tre miglia non hanno portato alcun miglioramento. La causa non può essere attribuita all’eccessivo sforzo di pesca come si cerca di far credere. Bisogna indagare a 360 gradi, sarebbe opportuno ampliare il monitoraggio’. Il terminal, al pari di molti impianti industriali off shore, ricorda Sergio Caselli, responsabile di Lega Pesca Emilia-Romagna ha tolto miglia di mare ai pescatori di qua e di là dal Po e alle colture di mitili del rodigino. Il restringersi del campo d’azione ha colpito anche le marinerie emiliano-romagnole autorizzate a gettare le reti nei comparti confinanti, ma escluse dal piano di compensazioni del Polesine.

“Vogliamo capire se ci sono fenomeni inquinanti, ma l’osservatorio promesso non c’è”
Dei 12 milioni gestiti da ConSvipo, solo 2 milioni e 450 mila euro sono riservati al cofinanziamento di progetti di pesca professionale. ‘Non ho mai apprezzato l’accordo, avrei preferito negoziazioni più trasparenti che non fossero frutto di trattative private. Le nostre marinerie spendono milioni per il marchio di qualità, se succede qualcosa all’habitat chi le ripaga?’, dice Luigino Pelà di Lega Pesca Veneto. ‘Mi dispiace non sia stata rispettata quella parte del protocollo nella quale era prevista la creazione di un osservatorio della pesca, che ci permettesse una condivisione maggiore dei dati sui quali oggi non abbiamo un controllo diretto – continua – Il monitoraggio Ispra è difficilmente traducibile noi vogliamo capire se ci sono inquinanti, se l’ecosistema è cambiato. Se ci sono specie che oggi prevalgono su altre, sapere se ci sono problemi e quali in modo da pianificare in anticipo le nostre attività e trovare eventuali alternative per diversificarle’. E ancora: ‘A cosa servono le analisi fatte così? Ci costringono a navigare a vista. Avevamo chiesto in sede nazionale un’interazione con i nostri istituti di ricerca, ma non c’è stato seguito. Purtroppo paghiamo scelte politiche e strategiche, che non tengono conto dell’area dove ci troviamo’.

“Le responsabilità del rigassificatore sono tutte da verificare”
‘Negli ultimi 10 anni lo sforzo di pesca è diminuito del 30 per cento, interrogarsi sul motivo del calo quantitativo e qualitativo degli stock ittici è più che lecito e la risposta – dice Sergio Caselli – può venire solo da un maggior approfondimento scientifico con parametri più ampi, che riguardino anche un’estensione a sud dell’area campionata’. Dello stesso parere Vadis Paesanti, presidente emiliano romagnolo di Federcoopesca, che aggiunge altri elementi di riflessione sul diradarsi del pesce: ‘La questione trascende i confini regionali, siamo coinvolti in modo diretto insieme ai nostri 2mila addetti ai lavori. Tutti in difficoltà – spiega -. L’approfondimento è importante, come lo sono anche le valutazioni su esperimenti di salvaguardia messi in atto senza tener conto dell’esperienza dei pescatori. Si è pensato di difendere l’ecosistema vietando lo strascico sotto le tre miglia, in realtà nel delta del Po, l’utilizzo di quel metodo bonificava i fondali da un eccesso di limo. Era utile per la tenuta a regime dell’habitat’.

Giuliano-Zanellato
Giuliano Zanellato presidente cooperativa Pilamare, specializzata nella pesca del pesce azzurro

Giuliano Zanellato, presidente della cooperativa di Pilamare fondata nel 2009, una flotta di 13 pescherecci specializzata nella pesca del pesce azzurro, non fa mistero della necessità di ottenere un’operazione di maggior chiarezza nell’illustrazione dei dati dei campionamenti. ‘Che ci sia meno pesce è una realtà, ma non abbiamo dati scientifici per imputarne il calo al rigassificatore – dice – Certo mi sentirei più tranquillo se la Regione mi garantisse, attraverso l’impegno della multinazionale, una somma adeguata per formare una squadra di tecnici di fiducia delle cooperative a cui affidarci’. La Regione, a sua detta, ha guadagnato ben poco dell’insediamento del terminal la cui presenza è stata ripagata con il fondo gestito dal ConSviPo. ‘Dodici milioni complessivi sono briciole – conclude – Alla pesca hanno interdetto miglia di mare. Mi chiedo cosa accadrà quando la Provincia, così come la conosciamo, non ci sarà più e decadrà anche il Consorzio di Sviluppo, che si occupa dei rapporti con Adriatic. E’ bene che sia la Regione a gestire l’intera situazione’.

La fragilità del delta del Po, del mare nel quale i suoi rami si tuffano e l’accelerazione dei cambiamenti climatici sui quali si concentra l’attenzione dell’Europa, sono difficili da mantenere in equilibrio. Possono convivere gli interessi energetici con quelli economici di un comparto costiero tradizionale come la pesca e le esigenze ambientali del vicinissimo patrimonio Unesco, il Parco del Delta del Po, separato dal fiume che ne detta i confini amministrativi? In Emilia Romagna l’articolo 3 della legge regionale 24 del 23 dicembre 2011 parla chiaro. ‘L’ente deve inoltrarsi per 10 chilometri in mare nell’interesse della tutela dell’ambiente’, dice Lucilla Previati direttore del versante a sud del Parco. ‘E’ il motivo per il quale sono favorevole a un monitoraggio approfondito’.

1 – CONTINUA

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