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GLI INSORTI GKN INDICANO A TUTTI UNA STRADA NUOVA:
gli obiettivi del movimento dopo la sentenza di Firenze.

 

Si può ben dire che “c’è un giudice a Berlino”, anzi a Firenze. Nella mattina di lunedì il Tribunale di Firenze ha sancito in modo forte l’antisindacalità del comportamento della GKN di Campi Bisenzio nei confronti della FIOM CGIL nella vicenda dell’avvio delle procedure di mobilità ( quella cioè che prelude al licenziamento) dei 422 lavoratori lì occupati e della cessazione della proprio attività produttiva.

E’ una decisione importante, in primo luogo per le conseguenze rispetto ai lavoratori e allo svolgimento della vertenza, visto che la GKN viene condannata a rispettare l’obbligo informativo omesso nei confronti del sindacato e, soprattutto, a revocare la procedura di mobilità, che sarebbe scaduta il 22 settembre con la relativa esecutività dei licenziamenti, mentre ora essa, quasi certamente confermata da parte dell’azienda, riparte però da capo, con almeno altri 75 giorni di tempo per la discussione e l’iniziativa sindacale.

La sentenza del Tribunale di Firenze

La sentenza, poi, è molto significativa per le sue motivazioni. Infatti, esse fanno esplicito riferimento al fatto che la proprietà non ha rispettato quanto previsto dal contratto nazionale dei metalmeccanici e dall’accordo aziendale del 2020 firmato tra le parti in materia di diritti di informazione (non da un semplice avviso comune), e cioè il fatto di dover dare gli elementi di conoscenza al sindacato rispetto alle previsione sui rischi occupazionali,  prima di effettuare le proprie scelte in merito.

Si badi bene, la giudice interviene su un dato di sostanza (non sullo ‘scandalo’ della comunicazione via mail, tanto enfatizzato dalla stampa e dalla politica, quanto, appunto, non dirimente nella vicenda), rilevando testualmente che l’azienda non ha dato corso al fatto che “il senso dell’obbligo assunto è evidentemente quello di consentire al Sindacato di esercitare al meglio le proprie funzioni, ivi compresa quella di condizionare ( con le ordinarie e legittime modalità di confronto ed eventualmente di contrasto) le future determinazioni e scelte gestionali dell’azienda”.
La sentenza – e scusate se è poco, in tempi di sfrenato neoliberismo confindustriale e governativo-  dice chiaramente che i lavoratori e la loro rappresentanza sindacale possono intervenire sulle decisioni e sulle scelte aziendali e poggia quest’affermazione sugli accordi sindacali relative ai diritti di informazione, conquista decisiva, come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, degli anni ‘70 del Novecento, quando il tema posto era esattamente quello dei poteri e dei diritti del lavoro e che, da allora, non a caso, si è provato più volte a mettere in discussione e a ridimensionare.

Sembra che ora anche i mass media e la politica  – dopo l’assordante silenzio dei giorni passati, che ha coinvolto anche la grande manifestazione di sabato 18 settembre a Firenze a sostegno appunto dei lavoratori di GKN – inizino ad occuparsi della vicenda, Mostrando, peraltro, ‘scarso senso del pudore’, visto che ora tutti si dichiarano al fianco dei lavoratori.
Se lo si vuole fare veramente – e questa sarà la cartina al tornasole del prosieguo di una vicenda ben lungi dall’essere risolta – non c’è che da intraprendere due strade.

Le strade da percorrere

La prima. Quella di costruire una soluzione che dia continuità produttiva ed occupazionale a tutta la realtà produttiva di Campi Bisenzio, attraverso un intervento pubblico (per esempio tramite Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa) o di soggetti privati, garantito in ogni caso da un Piano approvato dall’autorità pubblica e dalla maggioranza dei lavoratori.

E che si faccia questo anche in tutte le altre situazioni rilevanti di crisi aziendali, che non sono poche, dalla Whirpool alla Gianetti, solo per citarne alcune.

Un percorso che altro non sarebbe che l’anticipazione  di due punti fondamentali degli 8 contenuti nella proposta di legge di contrasto alle delocalizzazioni e alle crisi produttive ed occupazionali predisposta proprio dai lavoratori di GKN assieme a un gruppo di giuristi del lavoro [fai un click per ingrandire il documento] 

L’approvazione di questa proposta di legge, da realizzare, almeno per i suoi assi di fondo tramite, decreto legge – questa la seconda scelta da compiere – consentirebbe di affrontare in termini utili tali situazioni.
Ora invece Il governo, ispirandosi all’inefficace modello francese, pensa solamente a intervenire sulle procedure dei processi di delocalizzazione, senza impegni cogenti né da parte delle aziende che li praticano né da parte dello Stato, o al massimo a rendere più forti gli ammortizzatori sociali, con l’idea della ‘mitigazione’ (altra parola malata) dell’impatto sui lavoratori.

“Insorgiamo” non è solo una parola d’ordine

Dunque, come dicono gli stessi lavoratori di GKN, “si è vinta una battaglia, ma la guerra è tutt’altro che conclusa”. E il suo esito non è per nulla scontato. Da sottolineare come gli ingredienti fondamentali di questo primo importante risultato siano stati l’impostazione e l’approccio che i lavoratori GKN hanno voluto imprimere a questa vertenza e la forte mobilitazione che è stata messa in campo.

Infatti, per la prima volta da molti anni in qua – a partire dal collettivo di fabbrica GKN –  si è usciti da una logica puramente difensiva, di una lotta semplicemente finalizzata a salvare quei posti di lavoro, per dire che quello che è in gioco, invece, è proprio l’idea di lavoro e di società che si tratta di realizzare.

“Insorgiamo” non è stata solo una felice parola d’ordine, ma il rendere evidente che si tratta di rovesciare un intero paradigma per cui la finanza e la globalizzazione sono eventi immodificabili, quasi ‘naturali’ e che non c’è alternativa se non rassegnarsi ad essi e limitare le perdite.

E’ su questa base che si è messa in campo una vera mobilitazione di popolo, quella che ha attraversato Firenze il 18 settembre con più di 20.000 manifestanti, con la gran parte della città raccolta attorno ai lavoratori.
E’ un messaggio forte di speranza, in primo luogo per altre lavoratrici e lavoratori impegnati in difficili vertenze originate da crisi e ristrutturazioni.

Ho in mente la vicenda che origina da Alitalia, dove la nuova azienda ITA (di proprietà pubblica e le cui scelte sono quindi direttamente imputabili al Ministero dell’Economia e al governo) che sta procedendo con una ferocia non seconda a quella di GKN.
Quasi una provocazione: si apre la selezione di quelli che dovrebbero essere i 2800 occupati di ITA, senza guardare a quanti facevano parte dell’organico di Alitalia, ma esaminando i curricula degli oltre 20.000 che ne hanno fatto richiesta. Con l’intento, peraltro, di uscire dal contratto nazionale e dagli accordi aziendali, imponendo un ‘regolamento unilaterale, che prevede anche l’abbassamento del 40% dei salari previsti in Alitalia.

Siamo, insomma, di fronte ad un tema generale e che si tratta di affrontarlo con intelligenza e determinazione, sapendo che non sarà né un’impresa facile né di breve durata. Ma che, proprio per questo, chiede a tutte e tutti  di spendersi e di partecipare, non come spettatori inerti, bensì come protagonisti attivi.

SCHEI
Il Profumo dei soldi (pignorati)

Alessandro Profumo è l’amministratore delegato di Finmeccanica (ora Leonardo-Finmeccanica), la prima industria italiana di armi, elicotteri, sistemi di difesa. E’ per dimensioni la terza azienda d’Europa del settore. Il Ministero dell’Economia ne detiene circa il 30%. Un colosso, che non può che essere amministrata dal colosso degli AD. Profumo, appunto. Un uomo talmente potente che si potrebbe credere sia l’eponimo del celebre romanzo di Patrick Suskind “Il Profumo”, appunto, laddove si legge: “Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c’è modo di opporvisi.“

La potenza persuasiva che Unicredit ha dispiegato, piazzando alla clientela durante gli anni della sua reggenza migliaia di contratti per strumenti derivati, evoca davvero il potere del profumo e dell’uomo che ne porta il nome. Alessandro Profumo, infatti, dal 1997 al 2010 è stato Amministratore Delegato del Gruppo Unicredit, che sotto la sua guida è passato da 15.000 a 160.000 dipendenti. Finora la fedina penale di Profumo (che non può essere immacolata, perchè per un manager del suo livello il casellario giudiziale è una tacca del curriculum) contava una condanna a sei anni e mezzo di reclusione (in primo grado) per aggiotaggio e falso in bilancio ma, inopinatamente, non per la gestione Unicredit ma per quella di Monte dei Paschi – è passato anche da lì, dal 2012 al 2015. Adesso la procura di Bari ha rinviato a giudizio Profumo e Ghizzoni (suo diretto successore alla poltrona di AD Unicredit) per la bancarotta fraudolenta dell’azienda Divania, una eccellenza nella esportazione di divani negli Stati Uniti, saltata in aria non per problemi industriali, ma – stando all’accusa – per il dissesto finanziario legato all’andamento in perdita di oltre 200 contratti derivati sottoscritti dal 2000 al 2005 con Unicredit.

Ma cosa sono i “derivati”? Per spiegarlo attingiamo alla fonte derivati.info (un sito con questo nome lo saprà cosa sono, no?): “i derivati non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco bensì derivano il loro valore da altri prodotti finanziari ovvero da beni reali alla cui variazione di prezzo essi sono agganciati: il titolo o il bene la cui quotazione imprime il valore al derivato assume il nome di sottostantei derivati possono assolvere tanto ad una funzione protettiva (ossia di copertura) da uno specifico rischio di mercato quanto ad una finalità meramente speculativa. Nel concreto, non può negarsi che sui mercati finanziari globali i derivati si siano affermati soprattutto quale mezzo di speculazione.” . Eh no, nel concreto non può negarsi che la finalità speculativa (per la banca) abbia nettamente prevalso sulla finalità di copertura da un rischio (per il cliente). Sarebbe infatti curioso che centinaia di aziende private e persino di Comuni abbiano perso milioni di euro per tutelarsi da un rischio. Se ne deduce abbastanza facilmente che lo strumento è stato venduto come copertura da un rischio, ma ha funzionato come fonte di guadagno per la banca e di perdita per il cliente. Non ci spingiamo al punto di dire quello che peraltro tutti pensano: ovvero che ab origine la maggior parte di questi strumenti erano tecnicamente congegnati per far guadagnare la banca e far perdere il cliente. Sta di fatto che questo è quanto è successo, perlomeno nel caso di Divania, azienda che – stando alla Procura di Bari – andava bene, ed è saltata per aria proprio per l’impossibilità di saldare il gigantesco debito accumulato nei confronti della banca (Unicredit) a seguito di una successione di contratti per derivati che l’hanno condotta sul lastrico. Alla faccia della copertura del rischio.

Ma questo non è un articolo di approfondimento finanziario. Mi interessa di più mostrare due caratteristiche di certo top management italico. La prima è la capacità di espandere un business puntando al massimo guadagno possibile (per gli azionisti) a scapito degli altri portatori di interessi, ovvero clienti e dipendenti. I clienti vengono sostanzialmente raggirati con il racconto fasullo della funzione di uno strumento finanziario, che finiscono per sottoscrivere (e quindi formalmente le carte sono spesso in ordine, anche se nel caso Divania sono emerse anche diverse irregolarità formali) ma di cui non hanno capito nulla. La scarsa consapevolezza ed educazione finanziaria della clientela, anche istituzionale, è indubbiamente una concausa di queste pratiche farlocche, ma questo non esclude, anzi aggrava, la responsabilità di chi spinge, con ossessiva pressione, la sua struttura commerciale a collocare in massa certe fregature. La seconda caratteristica di questi capitani d’industria e cavalieri del lavoro (Profumo è stato insignito anche di tale onorificenza) è l’attitudine a risultare nullatenenti, o a nascondere il proprio patrimonio dietro paraventi e coperture che rendono spesso impossibile aggredire le ricchezze, perchè risulta improbo rintracciare le strade oscure attraverso le quali le ricchezze hanno viaggiato fino a rendersi irreperibili. A conferma di ciò sta la circostanza che la Procura di Bari ha disposto il sequestro conservativo dei beni degli imputati, per garantirsi i futuri risarcimenti in caso di condanna dei quattordici banchieri sotto accusa, e nel caso di Profumo cosa ha trovato? Che non risulta intestatario di alcun immobile. Un uomo che ai bei tempi guadagnava circa 9 milioni di euro l’anno e che è andato via da Unicredit con una buonuscita di 38 milioni (di cui due, bontà sua, dati in beneficenza) non risulta proprietario nemmeno di un bilocale al Lido delle Nazioni. Quindi alla procura non è rimasto altro che pignorare il quinto dei suoi emolumenti, dal momento che a lui non è intestato niente che abbia delle fondamenta, nemmeno una prima casa o un garage. Che è un esito quasi comico, visto che la cosiddetta “cessione del quinto” è lo strumento di elezione delle classi meno abbienti per accedere alla possibilità di acquistare una macchina o una televisione.

La cosa più sconfortante è che questo modo di generare profitto, questa determinazione nel vessare la struttura commerciale, spingendola a piazzare prodotti in maniera malandrina pena l’emarginazione dal consorzio lavorativo, l’isolamento, il trasferimento punitivo, questa weltanschauung viene premiata. E passi, se venisse premiata solo dai padroni privati che lucrano dalle spregiudicate e disinvolte gesta di cotanti amministratori. Il fatto è che questi signori vengono chiamati dallo Stato alla guida delle più strategiche industrie pubbliche, o a prevalente capitale pubblico, del nostro Paese. Infatti, Profumo è stato chiamato a “risollevare” le sorti del Monte dei Paschi di Siena e proprio durante la sua Presidenza lo Stato è diventato azionista della Banca (che dal 2017 è detenuta per due terzi dal Ministero dell’Economia e Finanze), e attualmente è l’Amministratore Delegato di una delle maggiori industrie italiana a partecipazione statale: Leonardo-Finmeccanica, detenuta al 30% dal MEF. La grottesca “consolazione” è che adesso gli tocca lasciare il quinto del suo stipendio come capita a noi comuni mortali, che ci indebitiamo per cambiare la macchina o sostituire gli infissi di casa. Con la fatale differenza che il suo stipendio non è quello di un comune mortale, ma gliene basterebbero quattro quinti per comprarsi casa su Marte, se solo non fosse allergico al mattone.

LA PARABOLA DEL PIL, LE SCELTE SBAGLIATE, UN’ITALIA SEMPRE PIU’ POVERA

Secondo i dati di Banca d’Italia, il debito pubblico italiano al 31 dicembre 2019 era a quota 2.409 miliardi di euro, in calo rispetto ai circa 2.446 miliardi del mese precedente e al massimo storico registrato a luglio 2019 di 2.466 miliardi di euro.
Anche se in lieve e momentaneo calo dovuto al fortunoso calo dei tassi di interesse, rimane un debito ‘fuori controllo’. Studiosi ed economisti concordano sul fatto che per abbassarlo sarebbe necessaria una crescita nominale (cioè comprensiva di inflazione) attorno al 2-3%. Una crescita del genere eviterebbe la necessità di ricorrere alle classiche manovre lacrime e sangue, a cui del resto siamo abituati e che ormai, almeno a parole, si è compreso deprimano ancora di più il ciclo economico mentre svuotano le tasche degli italiani.

Purtroppo sembra davvero poco credibile l’idea di una crescita di tale portata, proprio perché l’impostazione generale del sistema non permette gli investimenti che sarebbero invece necessari per ottenerla. E che sia necessario spendere lo hanno detto persino Draghi, Lagarde e Von Der Leyen, ma sembra che sostanzialmente l’invito sia caduto nel vuoto perché a spendere dovrebbe essere soprattutto la Germania che ha i necessari surplus per farlo. Ma la Germania non vuole, quindi siamo punto e a capo.
Come si vede dal grafico, la crescita del nostro Pil è diminuita seguendo l’intensità dell’applicazione delle teorie neoliberiste. Il declino inizia dalla fine degli anni ’70, quando c’è l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo nel ’79, poi l’indipendenza della Banca d’Italia dal 1981 in avanti, fino all’Eurozona e ai giorni nostri.

Contemporaneamente iniziava la cessione dei diritti, dalla scala mobile fino all’abolizione dell’art. 18 e alle continue leggi sul lavoro tese a diminuire l’importanza del noioso “posto fisso” a favore del più allegro precariato. La pressione fiscale, grazie anche alla riduzione delle aliquote Irpef, si spostava a carico dei ceti più poveri.
Dagli anni ’90 si sono cedute aziende e banche attraverso privatizzazioni selvagge che impediscono oggi di poter intervenire con programmi e piani industriali che avrebbero potuto mitigare le ultimi devastanti crisi economiche anche evitando i tanti licenziamenti che continuamente il ‘libero mercato’ pretende. Numerosi studi hanno dimostrato che queste cessioni non hanno prodotto adeguati introiti e hanno causato mancati guadagni, ma ancora non abbiamo imparato la lezione.
Tanti stati hanno operato scelte diverse ottenendo risultati sicuramente migliori, dalla Germania a Singapore, dal Giappone alla Francia passando per la Corea del Sud, il mondo è pieno di esempi da prendere a modello che si sono tenuti aziende e capacità di credito attraverso il controllo della propria banca centrale o di banche pubbliche.

L’Italia è un Paese in continuo affanno, non si controlla credito e non si hanno aziende strategiche da tutelare e da utilizzare come paracadute, non si riesce nemmeno a definire una lite condominiale ma ogni anno abbiamo bisogno di emettere 400 miliardi di euro per finanziare altro debito. E cosa ci dicono in merito? Che la condizione necessaria per farlo è avere la fiducia dei mercati, uno spread basso, lasciare al loro posto i soliti politici che possono occuparsi di piantare alberi, dell’accoglienza ai migranti, della parità di genere e di scacciare i fascisti, qualora riuscissero a trovarne qualcuno. tutto il resto è tabù altrimenti la BCE non ci compra i btp con il quantitative easing.

Spendiamo per interessi il 3,6% del Pil, attorno ai 60 miliardi l’anno, cioè più che per investimenti, scuola, ricerca e difesa. Una cifra mostruosa più del debito stesso che toglie margini di manovra a qualsiasi governo, di destra e di sinistra (semmai se ne vedesse la differenza) per eventuali investimenti sulla crescita.
Quindi cosa fare? Nessun dubbio per gli esperti: lotta all’evasione, riduzione della pressione fiscale, riordino della macchina pubblica, riforma organica della giustizia civile, investimenti mirati in ricerca, innovazioni, tecnologie digitali e green ecomomy, rilancio di una vera politica industriale e di una politica dell’offerta che apra il mercato attraverso liberalizzazioni mirate e coraggiose in settori in cui tuttora dominano interessi corporativi diffusi.
A tanta saggezza potremmo solo obiettare che: 1) l’evasione non è stata la causa dei 3.100 miliardi di interessi che abbiamo pagato dal 1980 ad oggi, quindi bisognerebbe cercare altrove oltre che magari farla davvero questa lotta (ma se non ci fosse l’evasione, a chi addosserebbero la colpa del fallimento?;  2) visto che in questo sistema gli ospedali, le scuole e le pensioni si finanziano con i soldi delle tasse, se lo Stato incassa meno come le finanzia?; 3) ricerca, innovazione e green economy presuppongono investimenti, se lo Stato non può spendere aspettiamo i privati e la mano invisibile del mercato? intanto ad isolare il coronavirus allo Spallanzani è stata una lavoratrice precaria, una figura sempre più stabile nel panorama italiano; 4) il rilancio di una politica industriale in un paese senza spina dorsale, ovvero senza aziende di proprietà e banca centrale che risponde al Ministero dell’Economia, è pari a zero in quanto non ha strumenti per influenzare il ciclo economico; 5) sulle liberalizzazioni o privatizzazioni abbiamo già detto, notiamo semplicemente che prima o poi riusciranno a vendere anche l’aria che respiriamo convincendoci che è nel nostro interesse.

La soluzione a questo punto è accettare la lenta agonia oppure riprendere in mano le redini del destino (economico) attraverso un ritorno alle politiche keynesiane, una riscrittura delle regole europee, assicurare almeno una condivisione del debito e nessun freno agli investimenti, soprattutto nella ricerca e nell’istruzione.

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