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Facciamoci del male

Difficile resistere alla tentazione di citare Nanni Moretti: “Continuiamo così, facciamoci del male”. D’accordo, esperti come Gianfranco Pasquino citando la lezione di Isaiah Berlin ricordano che nella vita mai ci capita il meglio, più spesso si deve scegliere il meno peggio.
Ma siamo proprio sicuri che il governo Conte bis lo sia davvero? E’ certo che questa sia la soluzione che realisticamente passa il convento, per arginare la deriva populista e sovranista di Salvini?
A chi ha seguito la maratona tv di Enrico Mentana martedì 3 settembre in attesa del responso degli iscritti al M5s sulla piattaforma Rousseau sull’ipotesi del nuovo governo, un primo segnale di allarme deve essere suonato.
Oltre un’ora dopo lo stop al voto digitale (le 18) nulla si sapeva ancora sul risultato. A un certo punto il portinaio del palazzo milanese sede della Casaleggio-associati che gestisce il sito, ha fatto uscire in strada giornalisti e cineoperatori dall’androne dello stabile e ha chiuso il portone d’ingresso perché ha finito il turno di lavoro.
Persino Mentana in studio, al quale non manca certo la parola, ha allargato le braccia.
E’ stata l’immagine plastica di un Paese intero – istituzioni, Quirinale, Palazzo Chigi, Parlamento e opinione pubblica – lasciato per strada in attesa di sapere se il popolo pentastellato avesse dato il placet ai loro stessi rappresentanti – tutti, insieme agli altri, a loro volta volta eletti – impegnati nel frattempo in colloqui e trattative per mettere insieme una maggioranza.
Sessanta milioni di italiani sospesi in un purgatorio virtuale, aspettando cosa ne pensassero 79mila e rotti cittadini.
Di lì a poco, il capo politico della ‘volonté générale’ timbrata Rousseau, Luigi Di Maio, in conferenza stampa a Roma ha commentato euforico questa operazione come una prova di democrazia unica al mondo.
Se nessuno ci ha finora copiato in tutto il globo, una ragione ci deve pur essere!
Ma cerchiamo pure di andare oltre.
E’ opinione diffusa che Matteo Salvini, aprendo la crisi del governo giallo-verde, ne sia stato la prima vittima secondo l’adagio: chi troppo vuole nulla stringe.
Più o meno la stessa sorte toccata all’altro Matteo, Renzi.
Bene ha fatto, almeno in questo, il giurista Giuseppe Conte a voler parlamentarizzare la crisi col suo discorso-mazzata al Senato il 20 agosto scorso, nel quale ha menato fendenti all’uno e all’altro dei due vicepresidenti del Consiglio.
Alla faccia del vicepremier dei suoi due vicepremier, qualcuno ha sussurrato, anche se il conto di Conte non torna pensando a ciò che ha pur condiviso e firmato nei precedenti 14 mesi di governo (l’anno che doveva essere “bellissimo”).
Dopo la mossa ingorda del Truce Padano (come lo chiama Giuliano Ferrara), Salvini non ne ha più imbroccata una, quasi avesse perso il tocco magico che ha sorretto ogni sua uscita baldante in precedenza. Ha aperto la crisi senza che nemmeno uno dei suoi ministri desse le dimissioni, sfiduciando di fatto anche i suoi. Ha poi tentato la mossa della disperazione sul taglio dei parlamentari azzardando un ultimo abbraccio a Di Maio, senza rendersi conto della castroneria: se si approva la riforma costituzionale in due e due quattro (altra fesseria) e si rimanda il tutto alla prossima legislatura (2024!), significa che l’intero Parlamento in carica è completamente fuori dalla Costituzione nel frattempo cambiata. Ha dato dei poltronai a chi stava tramando per una maggioranza diversa solo per paura delle elezioni, mentre aveva appena offerto la carica di premier a Di Maio pur di salvare la pelle.
Da ministro ha indicato le urne come unica soluzione alla crisi da lui aperta, saltando completamente le prerogative di presidente della Repubblica e Parlamento.
In più, la strategia pettoruta della gestione migranti stava cominciando a mostrare la corda, con un’ossessiva e sprezzante severità verso le ong, chiaramente fuori dei confini del diritto internazionale, mentre nel frattempo continua la fila dei barchini che, indisturbati, sbarcano sulle coste italiane.
Una serie di svarioni che i sondaggi stavano già misurando in cali vistosi di consensi alla Lega. Tanto che se si fosse andati davvero alla conta delle urne c’è chi dice che la destra avrebbe certamente vinto le elezioni, ma probabilmente con il necessario soccorso di Forza Italia.
Se così fosse stato, gente come Taiani in maggioranza, fino all’altro ieri presidente del Parlamento europeo, davvero non avrebbe battuto ciglio sul banco di prova di una Legge di bilancio esplicitamente sbattuta contro il muso dei burocrati di Bruxelles, allegramente a suon di deficit e debito come se piovesse?
E sulla gestione migranti? Inutile girarci attorno, una soluzione non c’è. Ha fallito la strategia Renzi (sbarchi umanitari in cambio di flessibilità sui conti pubblici), non è piaciuta la linea Minniti (lontano dagli occhi – leggasi campi libici – lontano dal cuore) e sta mostrando tutti i limiti pure quella del Truce Padano.
Perché allora la sinistra si appresta a riprendere in mano la patata rovente, in condominio coi pentastellati, senza che su questo, a quanto pare, ci sia uno straccio di soluzione? Se si sposa la linea umanitaria di papa Bergoglio, occorre sapere che persino il pontefice è in forte difficoltà, con un popolo di dio, almeno buona parte, che pare non scomporsi più di tanto di fronte a crocifissi e rosari branditi nel segno della difesa dell’identità.
Perciò la domanda è la seguente: siamo sicuri che con il governo Conte bis si sia esorcizzato il pericolo Salvini?
Va bene che dietro la mossa, indubbiamente furba, ci sia il plauso di Usa, Ue, Vaticano e vescovi, ma si è valutato che mentre il Pd si rende responsabilmente garante della stabilità nazionale, e non solo, si restituisce a Salvini il suo terreno più congeniale: la piazza?
E se dopo l’esultanza per la furbata messa a segno dovessero esplodere da subito le contraddizioni fra chi fino a ieri si è mandato a quel paese in mondo visione, con misure economiche che fanno serpeggiare ipotesi di patrimoniale (lo spostamento auspicato dagli esperti del carico fiscale da lavoro e capitale ai patrimoni e rendite), vera e propria benzina nel serbatoio populista, davvero si pensa che questo governo abbia come traguardo la fine della legislatura, cioè il tempo necessario per fare arrivare Salvini afono al prossimo turno elettorale?
E se il traguardo finale fosse ben più ravvicinato, basterà una legge tutta proporzionale per disinnescare la mina della destra-destra? Per di più con l’arma spuntata dei democratici contro gli antidemocratici, quando i primi, in testa il Pd, negli ultimi anni è arrivato al governo senza passare per il consenso popolare.
Qualcuno azzarda la teoria: tanto Salvini al governo ha sgonfiato in un solo anno i 5 Stelle, tanto potrà farlo il Pd a Palazzo Chigi piuttosto che dai banchi dell’opposizione.
Siamo proprio sicuri?

Contiene Minniti

È davvero un incubo senza fine.
Uno non fa in tempo ad abituarsi a una puzza che ecco qua le prime zaffate della puzza prossima ventura.
Niente di nuovo ma: questa riverniciatura – con glitter – di Minniti, in corso ormai da tempo, è veramente l’ennesima riconferma di quell’antico adagio là, quello del cattivo gusto che è eterno.
Non ho molto altro da dire.
Tutti quanti ci possiamo sbattere a capire chi sia questo Minniti ma poi non ce n’è bisogno, è ovunque.
Prendi un caffè al bar, apri il giornale è c’è Minniti.
Mangi la pasta a casa col telegiornale acceso e vedi Minniti.
Leggi le notizie su internet e c’è Minniti.
Vai a farti vaccinare contro l’influenza e becchi uno che ti parla di Burioni e poco dopo di: Minniti.
Ti invitano a mangiare patate e fagioli a cena, ti dicono porta del vino, tu cerchi il vino, ti sbatti come un pazzo perché di solito bevi birra quindi guardi l’etichetta e: contiene Minniti.
Insomma, niente.
Uno ormai ha paura a sedersi sulla tazza la mattina con la paglia che pam! Si sente la presenza di Minniti che incombe.
Tiri l’acqua e corri fuori dal bagno e sorpresa: Minniti è ancora lì, in foto sul tuo pacchetto di tabacco a ricordarti che puoi fumare quanto vuoi ma ci sarà sempre attorno a te questo leggero odor di Minniti.
Via col pezzo della settimana che ovviamente contiene Minniti, persino nel titolo.

Slow Death (The Flamin’ Groovies, 1972)

La paura e la (falsa) coscienza della Sinistra: anatomia di un tracollo

A giudicare dall’analisi post voto fatta dal Pd e da molti commentatori (alcuni non sospetti di simpatie del partito di Renzi), sembra che la vittoria delle cosiddette forze populiste e xenofobe sia il risultato di un’invasione aliena. Oppure, il frutto dell’imbecillimento di un popolo bue che si è lasciato infinocchiare dalle fake news. Nessuna autocritica da parte di chi ha governato e ha perso la tornata elettorale. Ma neppure da parte di quella sinistra di testimonianza divenuta più borghese e snob persino della componente renziana del Pd.
Prendiamo il fenomeno migratorio su cui molto si è giocato e che molto ha inciso sull’esito elettorale. Proprio su questo fenomeno il Pd, in tutte le sue ramificazioni, non ha saputo proporre un punto di vista, non dico di sinistra (che sarebbe troppo), non dico progressista (anche qui si rischia di esagerare), ma nemmeno liberal-democratico per governare il fenomeno mettendo al centro i diritti delle persone. Si è osannato Minniti per aver fatto un accordo con una banda armata di criminali libici ai quali abbiamo affidato (dietro lauto compenso) il lavoro sporco di controllare i porti da cui salpavano i barconi, disinteressandosi completamente di quanto poi accade nei lager (perché tali sono) in Libia dove gli stupri, le torture e sicuramente anche le uccisioni sono all’ordine del giorno. Ma come si dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ci si è bellamente voltati dall’altra parte gongolandoci nei complimenti dei partners europei che così hanno visto ridursi un po’ la pressione migratoria. Ma anche a quelli che sono riusciti a sbarcare sulle nostre coste, tutto ciò che si è saputo offrire loro sono stati due anni di reclusione (perché tanto durano in media le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiato) nei centri di accoglienza a scontare una pena che nessun giudice ha stabilito. Un obbrobrio giuridico in piena regola. E quando qualcuno riesce ad uscire da lì, oppure da lì riesce a non passare dandosi alla macchia prima, tutto ciò che li aspetta è vivere di elemosina davanti ai negozi delle città (Ferrara compresa) o in alternativa accettare una condizione da semi schiavi nelle campagne del sud in condizioni inumane. Per non parlare di quelli che finiscono nelle braccia della criminalità organizzata come manovalanza per lo spaccio. Pochi sono quelli che trovano una vera occupazione, nessuno tra quelli senza permesso di soggiorno. A chi fa comodo questo esercito di manodopera di riserva? Sicuramente alla criminalità organizzata. Sicuramente ad alcuni settori tecnologicamente arretrati della nostra economia (agricoltura ed edilizia) e spesso tra i due settori (economia e criminalità) c’è una saldatura in cui la linea di confine tra proprietari terrieri, caporali e criminalità organizzata, praticamente non esiste, come l’assassinio del sindacalista Soumayla Sacko, il 29enne del Mali, in Calabria ancora una volta sta dimostrando. Su questo gravissimo episodio che avrebbe dovuto rimandare le coscienze alla storia di questo paese quando i sindacalisti dei braccianti venivano assassinati dalla mafia, si sarebbe dovuto levare un coro assordante di condanna. Invece, nulla o quasi. E quindi, di cosa meravigliarsi se i Salvini (che non è nemmeno il peggiore, nel senso che declinato su un sedicesimo su scala locale poi si arriva ad un Naomo, esponente ferrarese della Lega) poi vincono le elezioni? Ma non è tutto, perché questo esercito di manodopera di riserva serve ad abbassare pericolosamente il livello dei diritti dei lavoratori in generale in una guerra tra poveri senza tregua ed è ciò che non ha capito la sinistra o non ha voluto ammettere esplicitamente perché confliggeva con la falsa morale dell’accoglienza. Ed è qui che la xenofobia fa presa sui sentimenti di paura e di esclusione dalla possibilità di avere una vita ed un lavoro dignitosi. E dunque, come non pensare che questi flussi migratori siano, in fin dei conti, funzionali a questo sistema di produzione capitalistico onnivoro che ha continuamente bisogno di forze fresche, giovani, vigorose, ma soprattutto a basso costo e a bassi diritti perché facilmente ricattabili? Perché non pensare che questi flussi siano il prodotto di una lotta di classe del capitale che vuole assestare il colpo di grazia definitivo ai diritti dei lavoratori in quei paesi dove più questi diritti sono avanzati? Forze fresche funzionali soprattutto in un’economia come la nostra a basso tasso di innovazione tecnologica dove i picchi di produttività sono dati soprattutto dal fattore umano.
La sinistra tutta, dal Pd in giù, non ha saputo riappropriarsi di un concetto cardine che storicamente le è stato proprio: la difesa della dignità umana. Un concetto che unisce i lavoratori e le persone di tutti i colori e potrebbe essere un cardine programmatico per il rilancio di un pensiero di sinistra. Dove sta la difesa della dignità delle persone quando le si costringe a chiedere l’elemosina? Dove sta la difesa della loro dignità quando le si costringe a vivere in condizioni inumane? Li abbiamo salvati dal mare, e poi? Li abbiamo abbandonati a se stessi. Nessun progetto di inserimento serio. Nessun percorso di alfabetizzazione obbligatorio, che non vuol dire solo alfabetizzazione alla lingua italiana, ma anche ai nostri usi costumi norme e alla nostra Costituzione. Molte di queste persone vengono da paesi in cui non sanno nemmeno cosa sia una Costituzione, né tanto meno sanno quanto ci è costato conquistare la nostra (per la verità sono in buona compagnia con molti nostri connazionali italiani doc). Questo sì che è un problema serio per la “tenuta democratica del nostro paese”, per usare le parole dell’ex ministro Minniti.
La risposta al fenomeno migratorio non può essere principalmente di tipo sicuritario, anche se la pena per chi delinque e la persecuzione dei reati devono essere certi, immediati e senza sconti. Ma non è con questi strumenti che si fa integrazione e si combattono le sacche di marginalità che sfociano nella delinquenza. Resto convinto che lo strumento principale sia il presidio del territorio attraverso la cultura, portando le iniziative culturali in tutti i quartieri e le frazioni, soprattutto in quelli più problematici, aprendo una biblioteca per ogni quartiere che diventi centro di aggregazione per i cittadini di tutte le età e polo culturale a tutti gli effetti in cui discutere e confrontarsi sui temi scottanti della nostra epoca in una sorta di moderna agorà della polis greca. Si tratta, insomma, di immaginare pensare costruire città policentriche e non centro-centriche dove tutte le iniziative culturali e di intrattenimento si tengono nei salotti buoni dei centri storici.
La nostra falsa coscienza intrisa da una cultura cattolica ipocrita che apre le porte a tutti, gonfia il nostro narcisismo di italiani brava gggente, ma nasconde le brutture sotto il tappeto. Tanto la nostra accoglienza ha funzionato, si dice. E ci si continua a raccontare questa favola anche ora a tre mesi dalle elezioni che hanno, invece, dimostrato che gli italiani alle favole non credono più. Dimostrazione che la lezione non è servita a chi ha perso le elezioni. Ha un bel daffare Papa Francesco a spazzare via l’ipocrisia dei cattolici, dei molti sepolcri imbiancati che si aggirano anche nelle istituzioni. Credo sia consapevole di quanta fatica e forza ci voglia per un’opera simile se ogni domenica, al termine dell’Angelus, invoca per sé la preghiera dei fedeli.
Vogliamo parlare, poi, dei giovani che prima di trovare un lavoro stabile devono passare per le forche caudine degli stage, dei tirocini, dell’apprendistato, del contratto a termine e poi, forse, della stabilizzazione? Contratti capestro, senza diritti o con pochi diritti, sottopagati per fare un lavoro pieno e vero a tutti gli effetti, come se questi nostri giovani debbano dimostrare costantemente al mondo il proprio valore prima di raggiungere un meritato posto al sole. Sappiamo tutti che questi contratti sono stati pensati per spremere dalla forza giovane risorse a basso costo, quaranta ore settimanali a 450 euro al mese in tirocinio. E allora ha fatto bene Di Maio, come primo atto, ad incontrare i riders in sciopero per le loro precarie condizioni di lavoro, senza tutela e a cottimo. Si dice che in politica i simboli contano e il gesto di Di Maio è un simbolo che pesa. Vedremo se avrà continuità o se sarà stata solo la propaggine di una campagna elettorale che stenta a chiudersi. Resta il fatto che nessun esponente del Pd ha sentito l’esigenza di fare altrettanto, né prima quando erano al governo e c’è stata una sentenza del tribunale di Torino che non ha riconosciuto loro la tipologia di lavoro dipendente, né dopo. Del resto sono impegnati in una lotta intestina che prosciuga le forze. Avanti così con il metodo Tafazzi!

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