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CONTRO VERSO
Ciao assistente, sono Alì

Ciao assistente, sono Alì

Queste rime sono dedicate a un bambino nigeriano di 12 anni che, ricongiunto alla mamma in Italia dopo 10 anni di distacco, un giorno ha bussato alla porta dei servizi sociali chiedendo di essere allontanato a causa dei maltrattamenti subiti.

Ciao assistente, sono Alì
e non voglio stare qui.
Sta accadendo un pandemonio!
Mamma dice: “Sei un demonio”
Lei lo pensa seriamente
e mi picchia di frequente.
Se mi agito un pochino
viene col peperoncino,
me lo passa sopra agli occhi
o mi aggredisce a morsi.
La faccenda è molto seria.
La mia terra è la Nigeria.
Son venuto qui da poco
mi aspettavo fosse un gioco.
Dopo anni di distacco
dalla mamma, ecco il suo attacco.
Lei che quasi non conosco
mi combatte come un mostro.
Io non voglio stare là
Meglio la comunità.

Esistono ragazzi, come Alì, che chiedono di essere protetti. Ne parlano con un insegnante di fiducia, un assistente sociale, un amico di famiglia, un allenatore… e rivelano relazioni familiari così dure da non riuscire a immaginare un cambiamento, se non quello di andarsene via.
Quando si parla di botte è frequente che l’allontanamento si risolva in un tempo breve. Quello che serve perché i genitori soprattutto, ma in parte anche i figli adolescenti, imparino a comunicare senza ferirsi troppo e ritrovino l’amore seppellito dalla rabbia.

 

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

Disinnescare le clausole Iva o dar da mangiare ai minori in difficoltà

Save the Children è tornata a denunciare l’aumento della precarietà nelle condizioni di vita dei bambini italiani. Lo ha fatto in occasione del lancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa “Illuminiamo il futuro”.
Sebbene la fase più critica sia stata tra il 2011 e il 2014, quindi in piena crisi economica, quando il tasso di povertà assoluta tra i bambini passa dal 5% al 10% nonostante il decreto “salva Italia” di Mario Monti, il trend si è prolungato fino ai giorni nostri. Si è passati dal 3,7% del 2008 al 12,5% del 2018, ovvero da 375 mila a un milione e 260 mila. In termini di “povertà relativa”, invece, si passa dal milione e 268 mila del 2008 ai due milioni e 192 mila del 2018.
Quello che si evince dunque è che la situazione non sta affatto migliorando, sia nei dati che nella capacità di reazione dello Stato, dei politici e dei cittadini.
E lo spread sociale di cui stiamo parlando, e che vede i ricchi sempre più ricchi in concomitanza all’aumento dei poveri, viene misurato anche in termini di disuguaglianza regionale.
Si passa dall’Emilia Romagna e dalla Liguria, dove mediamente ‘solo’ un bambino su 11 si trova in condizioni di povertà relativa, alla Calabria, che detiene il primato negativo. In questa Regione infatti, addirittura un minore su 2 è in povertà relativa (47,1%). Poi ci sono la Campania, la Sicilia e la Sardegna che si mantengono sopra la media nazionale, con un minore su tre in difficoltà economiche e sociali.
Nelle Marche un bambino su cinque è in situazione di povertà relativa, in Friuli invece più di un minore su 6 (17,4%) vive in questa condizione proprio mentre il governatore Fedriga è costretto a “difendere i confini orientali dell’Italia” dai migranti, come ha avuto modo di dire dal palco di San Giovanni durante il raduno del centrodestra a Roma.
Save the Children, Istat, e associazioni a vario titolo coinvolte, ci mostrano dati che fotografano lo stato dell’arte di questo Paese ma che ottengono raramente la nostra attenzione.
Poca attenzione anche nei discorsi dei politici di opposizione impegnati a contrastare l’inesistente tassa sulle merendine o nelle pagine del documento programmatico di bilancio (Dpb) redatto dai politici di governo, impegnati a disinnescare le clausole Iva.
Mentre i dati sulla povertà peggiorano e il Paese inevitabilmente si ritrova più disuguale e in difficoltà, tutti gioiamo del fatto di aver messo da parte 23 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva. Da qualche parte però che non vedremo mai, se non nelle parole dei ministri dell’Economia. 23 miliardi con cui si poteva invece alleviare la sofferenza di quei minori.
Disinnescare le clausole Iva è diventato parte del nostro patrimonio genetico e risale ai tempi del governo Berlusconi, quando l’esecutivo, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse un patto con l’Unione Europea pressoché impossibile da rispettare. Cioè si impegnò a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali.
In altre parole ogni anno dal 2012 si sottraggono al benessere collettivo 20 miliardi di euro, che moltiplicati per 8 anni fanno 160 miliardi, in ossequio ad un autoimposto vincolo di bilancio. Tutto in nome del debito pubblico, anche se non esiste al mondo una ragione perché uno stato non debba averlo. Anche se il debito pubblico è solo la spesa dello stato, cioè la spesa per dare pensioni, ospedali, istruzione, ricerca, ponti e strade ai cittadini. Anche se senza debito pubblico non ci sarebbero nemmeno i soldi per pagare le tasse.
Certo, fatti i calcoli ad economia ferma come sanno fare bene a Bruxelles, si dirà che il debito pubblico sarebbe aumentato di 160 miliardi. Ma se anche la Bce continua a chiedere che gli stati incomincino a spendere visto che la politica monetaria da sola non è sufficiente per rimettere correttamente in piedi il ciclo economico, allora sarebbe il caso di chiedersi di quanto sarebbe aumentato il Pil in caso si fossero utilizzati tutti questi soldi in investimenti e in supporto dell’economia reale, piuttosto che a tutela dell’economia dei ragionieri.
In Europa si comincia a parlare di spesa, di politica fiscale espansiva, ma noi sappiamo di non poterlo fare perché abbiamo il debito pubblico troppo alto ma il debito pubblico cresce anche quando non cresce il Pil, e il Pil non cresce se si lascia scorrere indisturbata la recessione e se lo Stato non interviene con politiche anticicliche, cioè spende. Ma se lo fa, nell’immediato si fa deficit e il debito aumenta.
Destra, sinistra, centro e opinione pubblica concordi nell’accettazione del dogma dell’equilibrio di bilancio e nella riduzione dello Stato ad azienda privata, il che, inesorabilmente, toglie qualsiasi difesa a chi nella società non è abbastanza forte da potersi difendere da sé, come i minori descritti da Save the Children.

Caso Bibbiano, parla Elena Buccoliero: “Ho sempre agito nell’esclusivo interesse degli assistiti. Contro di me un vile attacco politico”

Giudice onorario per conto del Tribunale per i minorenni, con il compito di interfacciarsi con operatori sociali e avvocati. E’ questo l’incarico che Elena Buccoliero ha svolto per anni, su mandato del presidente Giuseppe Spadaro, per fare fronte alle carenze di organico di quella struttura. Un ruolo svolto dall’operatrice ferrarese con passione e riconosciuta competenza: doti che le sono valse negli anni unanimi apprezzamenti. In parallelo poi, dal 2014, Buccoliero è direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reati. Ora, però, il suo operato è stato messo in discussione, a seguito di attacchi scaturiti a livello politico: i suoi detrattori chiedono infatti la revoca dei suoi mandati. Il motivo? Contestazioni relative a rapporti che il giudice Buccoliero ha avuto con gli operatori coinvolti nella controversa vicenda di Bibbiano.
Michele Facci, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione, sollecita le sue dimissioni sostenendo che “a seguito dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni’ è emerso come Buccoliero, pur non rientrando tra le persone indagate, abbia avuto un ruolo di ampio collegamento con diverse persone coinvolte”. Lei si difende respingendo fermamente le accuse: “Non ho commesso illeciti né come giudice né come direttrice della Fondazione – ha dichiarato al Carlino Ferrara –. Lo conferma il fatto che non sono tra gli indagati. Ho avuto rapporti con alcuni soggetti coinvolti nell’inchiesta, ma non ho commesso reati. Sono a posto con la coscienza e non ho motivo di lasciare la Fondazione”.
Per chi conosce Elena Buccoliero, professionista competente, affidabile e scrupolosa, nonché donna generosamente impegnata nel sociale, l’accusa appare incredibile. Così l’abbiamo interpellata per saperne di più e conoscere anche la sua versione dei fatti.

Come hai recepito le accuse che ti sono state rivolte?
“Malissimo, con grande sofferenza interiore. Ho sempre agito nell’esclusivo interesse delle persone di cui mi occupavo”

Ma è vero che hai avuto contatti diretti con gli operatori sociali della Val d’Enza e sei stata relatrice ai convegni di Bibbiano?
Tutto vero, ma non si tratta solo della Val d’Enza. Nel 2018 sono stata relatrice in 29 incontri, di cui uno solamente in Val d’Enza. Gli altri appuntamenti in prevalenza erano in Emilia Romagna, ma anche in Lombardia, in Veneto, a San Marino, in Toscana, a Roma… E il mio numero di cellulare è nelle mani praticamente di tutti i servizi sociali della regione, essendo stata fino a pochi giorni fa uno dei giudici onorari di riferimento del Tribunale per i minorenni di Bologna.

Perché fino a pochi giorni fa?
Il mio incarico scade a dicembre e il 2 agosto ho scritto al presidente Spadaro chiedendogli di sostituirmi per evitare di avviare impegni che non avrei potuto portare a termine. Resto comunque a disposizione del tribunale fino alla scadenza formale del mandato, per i passaggi di consegne con i colleghi. Formalmente non sono ancora fuori dal ruolo.

Hai detto che come giudice onorario sei stata “un riferimento”. Che significa?
Il Tribunale per i minorenni di Bologna è uno dei più sottodimensionati d’Italia per numero di magistrati (appena sei più il presidente) rispetto ai minorenni residenti, anche il personale di cancelleria è ridotto e per anni gli utenti trovavano grandi difficoltà a relazionarsi con i giudici. Il presidente Spadaro, quando è arrivato a fine 2013, ha deciso che ogni magistrato potesse individuare nel suo gruppo di lavoro un giudice onorario come interfaccia per operatori e avvocati. Una sorta di front office per risolvere le questioni più minute e inoltrare al giudice quelle sostanziali. Io sono una degli onorari coinvolti, per questo i miei recapiti (come quelli dei colleghi) praticamente li hanno tutti coloro che operano in quest’ambito e ci interpellano spesso.

Mi fai un esempio di quello che chiedono?
Tante sono piccolezze. Capire se il magistrato ha ricevuto l’istanza, chiedere un posticipo per spedire la relazione, rinviare un’udienza… Sulle piccole cose il giudice onorario risolve facilmente il problema relazionandosi col magistrato o con la cancelleria; tutte le altre, sia di procedura sia di merito, ritornano comunque al giudice relatore. Ma per i cancellieri, e anche per i togati, è un piccolo aiuto.

Su che toni si sviluppano i rapporti tra onorari e operatori dei servizi?
Di cordiale e formale collaborazione, nella stragrande maggioranza dei casi. In 12 anni di servizio posso contarne pochissimi – mi bastano le dita di una mano, anzi mi avanzano – nei quali si è instaurata una confidenza maggiore, ed è facilissimo risalire alle ragioni.

Cioè?
Avevamo seguito insieme bambini o ragazzi con una storia particolarmente drammatica. Sono sempre difficili, le vicende che trattiamo, ma a volte lo sono di più. Per la Val d’Enza ricordo perfettamente una ragazzina costretta dalla madre a prostituirsi. Una storia bruttissima, alcuni clienti hanno patteggiato, diverse sentenze di condanna… Aiutarla insieme ha favorito una condivisione maggiore rispetto alla prassi comune. Ma posso citare anche una vicenda di altro territorio, quella di due gemellini orfani a seguito di femminicidio, nel riminese. Anche nel loro caso mi sono relazionata molto bene con la responsabile del servizio che oggi per me costituisce un solido riferimento.

Come sono assegnati i fascicoli ai giudici del Tribunale dei minorenni?
Tutti i ricorsi vengono attribuiti in ordine casuale ai magistrati togati, che ne diventano relatori.

Quindi non c’è uno specifico giudice dedicato alla Val d’Enza?
Nemmeno alla provincia di Reggio Emilia, se è per questo. I procedimenti della Val d’Enza sono suddivisi tra i sei magistrati togati, che li trattano con il supporto dei 36 giudici onorari. E ogni decisione viene presa in una camera di consiglio di cui fanno parte quattro giudici, due togati e due onorari.

Risulta che tu abbia apprezzato le relazioni degli operatori della Val d’Enza.
È vero, credo di averlo detto e pensato varie volte.

Perché?
Quelle che ho letto erano ben strutturate e integrate tra aspetti sociali, sanitari e psicologici. A volte leggiamo relazioni dove, arrivati alla fine, non sapremmo dire come sta il bambino, oppure se dopo tanti litigi si trova con la mamma o con il papà, mentre altre – in Val d’Enza e non solo – si distinguono per la completezza. Tra colleghi capita di commentare quelle che ci colpiscono, perché fatte particolarmente bene o particolarmente male. È normale.

Quindi le relazioni della Val d’Enza erano vere o false?
Come faccio a dirlo? Nelle sedute terapeutiche io non c’ero, nei colloqui sociali nemmeno. Le relazioni erano ben scritte, e i giudici minorili – che mettono in preventivo una certa quota di fraintendimenti o conflitti tra genitori e operatori, e hanno l’onere di valutarli – devono assumere che le relazioni dei servizi possano semmai essere parziali ma non in malafede. Sarebbe come se un pubblico ministero dubitasse dei rapporti della polizia giudiziaria. Per questo il tribunale ha sempre l’onere di non fermarsi alle relazioni dei servizi.

Cos’altro fa?
Prima di tutto le udienze. Convoca i genitori, i minori se hanno almeno 11-12 anni, e secondo i casi anche i nonni, gli zii, gli affidatari… Li ascolterà un giudice togato o onorario: 42 paia di orecchie. Gli avvocati possono presentare integrazioni o richieste, e i servizi attingono informazioni anche dalla scuola, dai pediatri, dai contesti di vita dei bambini.

Però si critica il fatto che le udienze le svolgano tutte gli onorari…
Molte, non tutte. Comunque i giudici onorari fanno quello che gli viene chiesto dai togati, né più né meno. E in un tribunale stracarico come quello di Bologna ricevono sicuramente più incarichi che in una sede piccola. Presumo che i colleghi di Bolzano siano meno in affanno…

È stata adombrata la possibilità che tu abbia sostenuto i Servizi della Val d’Enza per influenzare le decisioni del Tribunale.
L’idea è suggestiva, ma cade subito. I fascicoli sono distribuiti tra sei magistrati e io lavoro con uno soltanto, che tra l’altro fa istruttoria in parte personalmente e in parte avvalendosi di sei giudici onorari a rotazione. Io sono una dei sei. Non so quali minori siano al centro dell’indagine, perché giustamente i nomi non sono stati diffusi, ma è statisticamente impossibile che i loro fascicoli siano tutti affidati allo stesso togato, e impossibile pure che li tratti un solo onorario. Capisci che, se anche avessi voluto esercitare un’influenza – e non volevo – avrei avuto ben poche possibilità di riuscirci.

Sei anche direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati. Il Tribunale per i Minorenni ne è a conoscenza?
Certo, dal principio. La Fondazione dà supporto a tutti coloro che, in Emilia Romagna, sono vittime di un reato gravissimo. Interviene anche quando il reato accade fuori regione, se a subirlo è un cittadino emiliano-romagnolo. Prima di accettare l’incarico, nel 2014, mi sono consultata con il presidente Spadaro, il quale mi ha rassicurata sulla compatibilità e ha poi pure partecipato ad alcune iniziative pubbliche, come relatore nel 2016 e come semplice spettatore nel 2018. Da parte mia ho sempre tenuto informati tutti i magistrati minorili, togati e onorari, sull’operato della Fondazione, anche perché possano – se e quando lo ritengono opportuno – segnalarla agli avvocati, o agli operatori.

Spiegati meglio.
La Fondazione interviene sui reati più gravi che, quando coinvolgono donne e bambini, difficilmente arrivano sulle pagine dei giornali. La richiesta di intervento spetterebbe ai sindaci ma, specie nei Comuni più piccoli, non tutti ne sono a conoscenza. Va da sé, quindi, che ci siano persone con necessità di aiuto per le quali non viene fatta richiesta. Per questo la Fondazione cerca di informare chi è certamente a stretto contatto con le vittime di reato: gli avvocati, le forze dell’ordine, i servizi sociali e, appunto, l’autorità giudiziaria.

Che cosa succede se in Fondazione arrivano richieste per minori di cui ti occupi per il tribunale?
La probabilità è davvero bassissima, considera che in un anno il Tribunale dei minori di Bologna apre più di duemila procedimenti e le istanze alla Fondazione a favore di bambini, in un anno, non arrivano a dieci.
Nei fatti è capitato raramente (per la Val d’Enza credo solo quella volta nel 2014) e sempre quando il tribunale aveva già preso le sue decisioni. In quelle pochissime occasioni l’ho fatto presente ai garanti. In ogni caso sono loro a decidere gli aiuti, non io.

Risulta che negli ultimi anni le richieste per i bambini arrivassero alla Fondazione in buona parte dalla Val d’Enza? Non è parso strano?
In realtà no. Sappiamo, per esperienza, che quando un Comune ‘scopre’ la Fondazione poi ne tiene conto. Ad esempio da alcune zone della Romagna per anni non sono arrivavate istanze, poi hanno capito l’opportunità e hanno cominciato a utilizzarla. O, in anni passati, il Comune di Bologna in collaborazione con la Casa delle Donne ci ha sottoposto moltissime richieste, e non è che le donne maltrattate fossero solo lì. Semplicemente, il Comune di Bologna aveva individuato nella Fondazione una risorsa su cui poteva contare.
Sono convinta che se tutti i casi di grave maltrattamento su donne e bambini ci venissero indirizzati, saremmo subissati. Solo le denunce per violenza di genere, in regione, sono centinaia ogni anno, e sebbene non tutte siano gravissime, ne restano escluse sicuramente più di quella quindicina che arrivano ai Garanti. Discorso analogo vale per i maltrattamenti sui bambini.

Quante istanze ha presentato la Val d’Enza negli ultimi anni?
Dal 2017 sono state otto, di cui sei nel 2017 e due nel 2018, nessuna nel primo semestre 2019 – e, come ti dicevo – nessuna faceva riferimento a un procedimento che io avessi trattato al tribunale per i minorenni. Su otto ne sono state accolte sette. Di queste, una aveva come vittima una persona adulta. Le altre sei riguardavano bambini presunte vittime di maltrattamenti fisici o sessuali. Ma per tre di queste sei richieste di contributo c’era già stata una condanna penale di primo grado a carico del maltrattante, nelle altre il procedimento penale era in corso.

Già, perché la condanna non è un requisito per la Fondazione.
Non potrebbe esserlo. La Fondazione nasce per aiutare le vittime nell’immediatezza dei fatti. Per avere una sentenza passata in giudicato ci vogliono anni ma le vittime hanno bisogno subito.

Come fate ad essere sicuri che il fatto sia accaduto?
La prima garanzia di serietà è la firma del Sindaco, requisito imprescindibile stabilito dallo Statuto della Fondazione. Poi, per certi reati, è tutto molto chiaro. Quando una persona viene uccisa non serve il nome dell’assassino per sapere che i familiari hanno bisogno di aiuto.

Già. E negli abusi sui minori?
È come per il maltrattamento sulle donne. La Fondazione interviene purché il fatto sia grave e ci sia una denuncia, un referto, un rinvio a giudizio, dei provvedimenti cautelari in sede giudiziaria… Insomma, degli indicatori che sostengono ragionevolmente la sussistenza del fatto.

È possibile che i contributi della Fondazione siano arrivati al Centro studi Hansel e Gretel, già nel pieno dell’indagine?
È possibile, ma non per scelta nostra. La Fondazione assegna una somma con uno scopo (cure sanitarie, assistenza, psicoterapia, trasloco in una città lontana dal maltrattante, ecc.) ma non indica mai da quale medico o psicologo privato andare, dove acquistare i mobili per la nuova casa o a chi chiedere assistenza. Se i fondi sono serviti per l’Hansel e Gretel, lo hanno deciso altri.

Chi lo decide?
Per le vittime adulte, loro stesse. Per i bambini, i tutori.

E a te, quindi, è mai capitato di indirizzare assistiti e conseguenzialmente fondi alla controversa struttura di Bibbiano?
No, in nessuna veste.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Una vita da crescere non ammette strumentalizzazioni

Pare che nell’umida e afosa canicola estiva ferrarese la crescita dei piccoli sia divenuta una questione di sesso. È possibile che il caldo produca involuzioni mentali, alle quali, del resto, siamo ormai abituati in tutte le stagioni. L’omosessualità, al di là di ogni evidenza scientifica, per il consigliere comunale Soffritti, del gruppo Fdi, sarebbe controproducente per l’affido dei minori.
Personalmente sono stato cresciuto da una mamma e da una nonna, mi pare in una evidente condizione di omosessualità, per il fatto che la guerra si è presa mio padre. Non mi sembra di essere riuscito più storto del legno di cui scrive Kant.
Forse il consigliere Soffritti, come il più illustre Rousseau autore dell’Émile, pensa che “La prima educazione è quella che conta ed è innegabile che appartenga alle donne. Se l’Autore della natura avesse voluto che appartenesse agli uomini, avrebbe dato a loro il latte per nutrire i bambini.” Salvo poi concludere che il bambino cresciuto in mano alle donne diviene vittima dei loro e dei suoi capricci ed elogiare Catone che educò personalmente suo figlio sin dalla nascita, per non dire di Augusto, padrone del mondo, che aveva sempre accanto a sé, per istruirli personalmente, i nipoti.
In tempi in cui padri e madri naturali si liberano in diversi modi dei loro figli gettandoli dal balcone o nei cassonetti, direi che il terreno della genitorialità è troppo scivoloso per rischiare di avventurarsi improvvidamente, solo semmai perché si ricevono ordini da Roma.
Quale migliore metafora educativa di quella di un figlio frutto di un attempato ragazzo padre, di mestiere falegname, che, immerso nelle più incredibili esperienze della vita, da burattino di legno si trasforma in un vero e proprio uomo? Forse il consigliere Soffritti, Pinocchio non l’ha letto e, se l’ha letto, non l’ha capito, perché Pinocchio lo si legge sempre da piccoli, anziché da grandi, quando sarebbe più utile.
Per dire che a distanza di secoli, da Rousseau a Collodi, ancora nessuno ha in tasca la ricetta della perfetta educazione. Per lo meno qui da noi, secondo i nostri modelli. Perché esistono anche i mondi capovolti, i mondi di-versi. Nel senso che non tutti gli universi sono uni-versi.
Il signor Soffritti, ad esempio, se fosse nato Inuit, popolo eschimese, anziché europeo, e in famiglia l’avessero ritenuto la reincarnazione di un’ava, sarebbe stato cresciuto ed educato come femmina anziché come maschio. Forse l’avrebbe aiutato ad apprendere che più del sesso occorre diffidare della cultura di appartenenza.
C’è un bel libro istruttivo da consigliare a quanti di fronte all’arcobaleno vedono solo rosso o nero: “Sesso e temperamento” dell’antropologa statunitense Margaret Mead, una che con suo marito George Bateson frequentava Palo Alto.
Le sue ricerche, condotte tra le popolazioni primitive della Nuova Guinea, la portarono ad affermare che i ruoli sessuali differiscono fra le diverse società e sono più influenzati da aspetti culturali che non da quelli biologici.
Fortunatamente la scienza ci è venuta incontro liberandoci dalle soggezioni di genere e di sesso. La lezione freudiana sui conflitti, triangoli e complessi dovrebbe avere avvertito tutti, eccetto alcuni come il consigliere Soffritti, della necessità di liberare la crescita delle nostre bambine e dei nostri bambini da questioni di genere e di sesso, e se non bastassero ci si può sempre fare una cultura su attaccamento e abbandono leggendo qualcosa di Melanie Klein e di Bowlby.
Ciò che non è più ammesso, sebbene i tempi non giochino a favore, occuparsi di crescita ed educazione con ignoranza. Parlare per sentito dire e fare uso di stereotipi, soprattutto se si rivestono delle responsabilità pubbliche, non ci si può permettere di strumentalizzare questioni come una vita da crescere.
Il tema non è se in famiglia c’è mamma e papà o il genitore uno e il genitore due, o se le figure adulte di riferimento sono ancora altre, ce l’ha spiegato un grande psicanalista austriaco, Bruno Bettelheim nelle pagine del suo “Un genitore quasi perfetto”.
Indici di una buona educazione sono innanzitutto il sentimento di soddisfacimento del modo in cui si è stati allevati, la capacità di fare fronte in modo ragionevolmente adeguato alle vicissitudini della vita grazie al senso di sicurezza in se stessi. Chi ha avuto una giusta educazione ha una vita interiore ricca e gratificante: è soddisfatto di sé, qualunque cosa accada.
Cosa siano una bambina e un bambino, oltre ad essere l’inizio di una donna e di un uomo, ancora non ci è chiaro. Certo sono un’officina laboriosa il cui mistero ancora non abbiamo penetrato. Per favore, fermiamoci di fronte a loro con il necessario rispetto.

Scomparse

Lasciano famiglie immerse nella totale disperazione, i bambini scomparsi, e se non hanno alle spalle una famiglia diventano comunque un numero in più di quell’esercito silenzioso inghiottito dal nulla. Fa impressione pensare a un bambino o un ragazzo ancora minorenne che perde i contatti con la vita quotidiana, le persone che lo accudivano o che in qualche modo provvedevano a lui. Fa ancora più impressione il caso dei minori stranieri, non accompagnati, senza documenti e protezione di sorta, perché più fragili ed esposti, vulnerabili, allo sbando, senza riferimento alcuno. Tutti, comunque, piccole vittime sottoposte a rischi, in balìa degli avvenimenti senza la preparazione e la possibilità di autotutelarsi.

Dal report del Commissario Straordinario del Governo per la gestione del fenomeno delle scomparse, emergono chiari i dati riguardanti la situazione attuale: dal 2014 al 2018 i minori scomparsi sono 62.105, di cui 31.097 i casi risolti con il ritrovamento. Da ricercare ancora rimangono 31.008, per la maggioranza stranieri. Solo nel 2018 in Italia sono scomparsi 3001 bambini e ragazzi connazionali e 7808 stranieri, questi ultimi in flessione nel 2017 e nel 2018, con una maggiore rintracciabilità rispetto la precedenza. La fascia di età prevalente è 15-17 anni e dai dati della Polizia di Stato, Direzione centrale Anticrimine, è emerso che sono occorsi in media dai 22 ai 28 giorni per ritrovare il minore e che, nel 77% dei casi risolti, la conclusione è avvenuta in meno di 30 giorni. In prevalenza si allontanano volontariamente da casa o da centri di accoglienza, vengono rapiti da uno dei genitori e talvolta fatti espatriare o sottratti da terzi con gli scopi più turpi, dall’adozione illegale alla pedofilia ad altre forme di sfruttamento.
Nel nostro Paese scompare un minore ogni sette giorni. Per le famiglie è un limbo senza uscita, paralizzate dall’impotenza perchè il non sapere impedisce l’elaborazione della perdita. Talvolta ci si ferma alla rabbia e la speranza diventa l’espediente per non pensare al futuro, a quello che potrebbe essere, investendo su qualcosa che non esiste, anche se è pur sempre vero che la speranza è l’ultima a morire.
In Europa sono in media 250.000 nell’arco dell’anno le segnalazioni di scomparsa che pervengono nei centri preposti; 8 milioni le segnalazioni nel mondo. Dati che danno l’idea della consistenza del fenomeno. I centralini europei del numero unico 116000 di Missing Children Europe Onlus (in Italia gestito da Telefono Azzurro) ricevono segnalazioni e richieste di aiuto a flusso continuo, di casi molto diversi tra loro, ma legati da una realtà finale unica: la scomparsa di un numero impressionante di minori.

Viene da pensare alla leggenda del ‘Pifferaio di Hamelin’ (in tedesco ‘Der Rattenfänger’ l’accalappiatore di ratti), conosciuta come ‘Il pifferaio magico’, tradotta abilmente in fiaba dai fratelli Grimm e messa in poesia da Goethe. Una storia di scomparsa che attinge a fatti presumibilmente accaduti, mai definitivamente appurati e suffragati con forza. Una vicenda fatta risalire al 1284 nel paese di Hamelin, in Bassa Sassonia, dove un suonatore viene assunto dal borgomastro per trascinare con la sua musica i topi del borgo nel fiume. Assolto il suo compito e vistosi togliere il compenso, decide di trascinare con sé i bambini del villaggio, strappandoli alle famiglie e scomparendo con loro. Una narrazione, forse, correlata alla peste che imperversava, il cui bacillo yersinia pestis trovava facile veicolo nei ratti. Altra versione potrebbe essere il repentino abbandono della cittadina di 130 ragazzi, probabilmente emigrati per andare a lavorare altrove. Meno probabile risulta la loro morte per inondazione o il rapimento da parte di qualche setta, piuttosto che l’annegamento in massa nel fiume Weser. Rimangono più credibili le ipotesi di scomparsa per essere stati travolti da una frana oppure, più verosimilmente, convince il loro spostamento volontario nella Germania orientale, allo scopo di fondare nuovi villaggi, come risulta ampiamente da documentazione storica. Un pifferaio reclutatore di nuova forza lavoro, quindi, che favorisce l’allontanamento dalle famiglie con la prospettiva di nuovi insediamenti. La fantasia ha aggiunto il resto: le varianti raccontano che si sia salvato uno soltanto dei bambini, uno zoppo che salva gli altri, oppure è il pifferaio stesso che decide di liberarli da ogni vincolo. La versione più creativa suggerisce che i malcapitati entrati in una caverna, siano usciti da un’altra cavità montuosa, la grotta di Almaş in Transilvania, avvalorando la giustificazione della presenza di Sassoni in quel territorio.

Scomparse reali, sparizioni romanzate e tradotte in leggenda, esiti felici e conclusioni tragiche. La scomparsa di qualcuno è sbigottimento, preoccupazione, attesa, sconcerto, disperazione per l’intera comunità, di chiunque si tratti, perché ogni essere merita attenzione e sostegno.
E’ scritto anche nel preambolo del rapporto di Governo sul fenomeno degli scomparsi:

Alcuni scompaiono perché vogliono scomparire
Altri si perdono
Altri vengono rapiti
Molti sono morti, qualcuno è ancora vivo
Ma tutti loro
Hanno bisogno di qualcuno che vada a cercarli.

bottiglie-vetro

Polemiche su minori e consumo di alcol:
l’Italia non sa di essere (quasi) astemia

Osservando l’immagine grafica di Samuel Granados (geniale visual designer spagnolo specializzato in design dell’informazione) pubblicata recentemente sulle pagine di La Lettura, speciale domenicale del Corriere della Sera, si pensa di essere vittime di un colpo di sole .
L’Italia tra i consumatori di alcol è l’ultimo tra i 27 paesi UE. Appena 6.7 litri di alcol puro per persona all’anno a fronte degli 11.8 della Germania e dei 15.4 della Lituania in testa alla classifica (Fonte: Global staus report on alcohol and health 2014. OMS).

E l’emergenza alcol di cui tanto si parla dove è finita? Gli allegri e tradizionalmente consumatori di grappa e vino del Nord Est hanno improvvisamente deciso che, la cedrata è meglio? Cosa ne è stato dei 500 mila minorenni a rischio di abuso alcolico?
Non è escluso che le campagne di sensibilizzazione e prevenzione abbiano avuto successo, ma è ancor più probabile che gli italiani siano per una volta in testa alla classifiche europee per meriti propri scegliendo la qualità a discapito della quantità.
Da vent’anni il consumo di vino è in diminuzione e quello della birra si è stabilizzato su medie ragionevoli. Un altro dato salta agli occhi e favorisce la posizione virtuosa dell’Italia: le donne bevono poco, appena 3.9 litri di alcol a testa. La meta delle donne inglesi (6.9) o tedesche (7.0). Francia (7.1) per non parlare delle signore di Portogallo (7.6), Repubblica Ceca (7.8), Lituania (7.9).
Naturalmente non mancano emergenze, che l’Istituto Superiore di Sanità ribadisce nel rapporto 2013: “…nonostante segnali positivi specialmente laddove sia stata praticata una costante informazione attiva i minorenni, specialmente nella fascia 14-18 anni, continuano ad essere la categoria più a rischio”.

Happy hour, binge drinking, chupito, sono parole e modalità di consumo largamente diffusi tra i ragazzi che aggirano divieti e raccomandazioni ricorrendo ad amici e gestori compiacenti o facendo incetta di rum e wodka nei discount per poi travasarli in bottigliette d’acqua e, già forniti, presentarsi a feste e frequentare discoteche.
Una varietà di modi di bere che non esclude l’abuso di alcol come fattore di ‘allarme sociale’.

La famiglia denuncia, la polizia indaga. Parafrasando il titolo di un vecchio film abbiamo il quadro del clima post coma etilico di una 13enne ferrarese. Ma il panel delle reazioni sarebbe riduttivo se non prendessimo in considerazione anche gli interventi di specialisti più o meno titolati; politici che non si fanno mancare l’occasione per dichiarare; articolisti che cavalcano l’onda dell’emotività del lettore da bar e da salotto.
Ma tempo qualche giorno e il caso passerà in cavalleria. Fino alla prossima denuncia; fino al prossimo ricovero o peggio. Ma i problemi dell’abuso, sia esso di alcol quanto di sostanze come di internet nelle mille declinazioni possibili, rimane. Ed è un problema che non si risolve a colpi di convegni, seminari, tavoli interistituzionali di più o meno estesa metratura. E tantomeno saranno i titoli più o meno ad effetto quelli che avranno la capacità di invertire l’andamento di un costume che vive più di casi eccezionali che di fenomeni reali.

In tali culture, quindi, a influenzare il modo di bere non sarebbe l’età in cui avviene il primo assaggio delle bevande alcoliche bensì il modo e il contesto in cui tale approccio si verifica. I pochi studi effettuati in Italia che prendono in considerazione il fattore della socializzazione all’alcol (Strunin et al. 2010; Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol 2012; Bonino et al. 2003) confermano quanto detto finora. Nello studio di Bonino et al. (2003), la maggior parte dei bevitori moderati ha iniziato a bere in famiglia, mentre i consumatori non moderati hanno prevalentemente cominciato all’interno dei gruppi dei pari. Stessi risultati a cui arrivano gli altri due studi, a dimostrazione del fatto che bere per la prima volta in famiglia, anche se si è in giovane età, sotto il controllo dei genitori, può rappresentare un fattore di protezione. Come già sottolineato in altre ricerche (Beccaria 2013), anche nello studio condotto dall’Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol (2012) su un campione di adolescenti sui 13-14 12 anni, in Italia, nonostante molti parlino di un abbandono della “cultura bagnata”, il primo approccio continua a essere in famiglia. Il 73% degli intervistati risulta aver avuto la prima esperienza insieme a genitori e parenti, mentre solo il 18.3% l’ha avuta all’interno del gruppo dei pari. Da aggiungere il fatto che, mentre nel primo caso la situazione di consumo è legata all’alimentazione, nel secondo caso avviene fuori dai pasti. Infine, tra i non bevitori e i bevitori occasionali la maggior parte ha cominciato a bere in famiglia e duranti i pasti mentre la percentuale più alta dei bevitori abituali ha cominciato all’interno del gruppo dei pari, durante feste o comunque in situazioni fuori dai pasti. Stesse conclusioni a cui arriva lo studio di Strunin et al. (2010), secondo i cui risultati, a differenza dei bevitori moderati, coloro che non hanno avuto un primo approccio alle bevande alcoliche in famiglia risultano essere per la maggior parte forti bevitori.

Si tratta di uno stile permissivo-protettivo (Beccaria e Rolando 2010), in cui i genitori permettono ai figli di assaggiare le bevande alcoliche, ma allo stesso tempo assumono un ruolo protettivo in quanto educano gli stessi a un consumo moderato. In questo senso, il monitoraggio, le regole e il controllo da parte dei genitori rappresentano una protezione (Bellis et al. 2007; Jackson, Henriksen, e Dickinson 1999; Ledoux et al. 2002; Reifman et al. 1998; Van Der Vorst et al. 2006; Wood et al. 2004; Jiang Yu 2003) così come un dialogo aperto coi figli, in grado di educarli ad un consumo moderato di alcol (Cox et al. 2006). Di conseguenza, un’introduzione al bere in un contesto al di fuori di quello familiare come quello dei pari, senza regole, controllo e monitoraggio da parte di adulti che assumano una funzione educativa, può rappresentare un rischio (Laghi et al. 2012; Strunin et al. 2010; Digrande et al. 2000; Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol 2012). L’influenza del gruppo di amici nel comportamento, come si sa, è un fattore importante e in molti studi si registra come l’appartenenza a gruppi caratterizzati da forti bevitori aumenti la probabilità di abuso (Laghi et al. 2012; Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcol 2012; Reifman et al. 1998).
L’eccessivo allarmismo con cui si sta dando risalto alla questione dei giovani e dell’alcol, sta portando molte famiglie ad abbandonare il loro ruolo nell’introduzione dei giovani all’alcol (Beccaria 2012), adottando spesso posizione più proibizioniste, che possono portare al pericolo di un avvicinamento alle sostanze alcoliche in un contesto senza regole e con significati che vanno verso la direzione della trasgressività. I consumi in Italia sono cambiati, sia per le nuove generazioni ma anche per le vecchie, ma persiste tuttavia quel significato conviviale e alimentare del bere (Allamani et al. 2006) e una trasmissione di valori intergenerazionale che può costituire un importante fattore di prevenzione all’abuso di alcol da parte dei giovani. È importante, quindi, continuare ad investire affinché permanga quel ruolo educativo esercitato dalla famiglia, il quale può costituire un importante fattore di protezione nei confronti dell’abuso di alcol.

PUNTO DI VISTA
‘Be legend’: la messinscena della violenza è una violenza sui piccoli attori

da: Davide Della Chiara

Può apparire estrema ma è la sensazione che si ha (che io ho avuto) al termine dello spettacolo “Be legend” della compagnia Teatro Sotterraneo in scena ieri al Teatro Comunale di Occhiobello. La formula appare interessante nella sua presentazione “tre bambini fanno finta di essere dei personaggi famosi da piccoli” (credo che più o meno dicesse così il foglio di sala… l’ho buttato appena uscito). Dividiamo questo scritto in due parti, quella teatrale e quella pedagogica. Cominciamo da quella teatrale. Per tutto il tempo mi sono chiesto chi erano quelle due figure attorno al bambino. Di volta in volta venivano presentati ruoli diversi, ma sempre a metà. Intuivamo le motivazioni grazie a movenze e codici stereotipati, ma senza arrivare mai percepire il nocciolo dell’urgenza di quelli che sarebbero dovuti essere i vettori trainanti del comportamento dei vari personaggi, la protettrice del principe, il soldato, l’amico ebreo e via dicendo. Anche nella maniera di interazione diretta col pubblico avevano un approccio perfetto, tecnico che rimandava a quegli ottimi animatori da oratorio che sono in grado di spiegare alla perfezione un gioco ad una platea di 60 bambini, attenti a non farsi sfuggire un emozione, pena l’ammutinamento. I tempi dei tre personaggi sembravano calcolati bene e si vedeva un bagliore, di tentativo, di ricerca di gioco con i vissuti dello spettatore. Quest’ultimo però nel frattempo aveva preso ad odiare se stesso per non riuscire a capire o divertirsi abbastanza e tutto il tempo si chiedeva come dovesse reagire. Ha toccato il pubblico, lasciandolo interdetto? Una fertile provocazione? Non era questa l’impressione che si aveva al termine, ma questo lo vedremo meglio più avanti. Va reso il merito agli attori per il duello nell’episodio di Giovanna d’Arco, sublime. Importante anche la collocazione delle proiezioni, potevano essere una chiave di lettura di uno spettacolo che aveva chiare le sue ragioni d’essere.
Ma veniamo alla lettura pedagogica. Erano proprio necessari i bambini? Veri? A cosa servivano? A richiamare il pubblico? Ad avere una platea formata per metà dai familiari? Una platea protettiva, perché ad un certo punto l’unica ragione per cui non mi sono alzato inveendo contro gli attori è stato il pensiero dei risvolti che una simile azione avrebbe potuto avere nell’esperienza dei bambini coinvolti. Va bene Hillmann, il Daimon e la sperimentazione, ma la responsabilità di aver fatto vivere a questi bimbi un’esperienza così controversa su che basi se la sono assunta? Neanche avendomi fornito una guida precisa sull’approccio avuto nei confronti di questi sfortunati bimbi, mi avrebbero convinto che quella a cui abbiamo assistito ieri non è una forma feroce di violenza. Parlo di violenza perché a questi sono state chieste delle cose, di fare e dire delle cose, molto forti ma a nessuno era chiaro il perché. D’accordo Hillmann, a noi adulti può tornare, ci può interessare, possiamo rimanerne colpiti e perplessi. Ma a loro era chiaro? O gli hanno spiegato per filo e per segno chi erano Jung e Hillmann e cos’era la psicologia analitica, gli archetipi ed il percorso di individuazione, ma da Piaget sappiamo che la loro forma mentis ancora non gli avrebbe permesso di astrarsi a quel punto. O gli hanno chiesto di fare così e cosà perché tanto è solo un gioco e tutti si divertiranno, ma questo è falso. Ad esempio tappano le orecchie ad una bambina mentre in sottofondo va l’audio della scena in cui la sorella di Giovanna d’Arco viene uccisa e poi violentata, nel film di Besson. Oppure Amleto sfoglia il testo tradotto di una canzone deprimente dei Radiohead (cazzo per quelle robe c’è la pubertà, l’adolescenza … perché sono in mano ad un bambino che è ancora in un’altra fase, Rosseau avrebbe fermato lo spettacolo). Oppure il piccolo Adolph Hitler chiede al pubblico di farlo fuori ed in molti dicono bang (so poi che solo a Parma nessuno ha detto bang, e allora?). Io non sono incline ad accettare di far vivere delle esperienze del genere a dei bambini neanche se ci fossero alla base delle ragioni d’acciaio. Non che non si possano fare degli spettacoli di prosa, poco adatti ai bambini, avendo come attori dei bambini, questo è possibile purché vengano rispettati i processi di pensiero legati alla loro età. Ma il problema più grande è il perché. Niente giustifica la scelta, non c’è una linea chiara, le trovate non sono divertenti e quando non inorridivamo ci annoiavamo, e quando non ci annoiavamo cercavamo di sorridere a quelle potevano avere l’apparenza di trovate comiche, ridavamo per pietà verso quei bimbi i quali almeno si sarebbero portati via il ricordo di una serata più o meno divertente. Ridevamo nella speranza di un finale rivelatore che avrebbe contestualizzato tutto. Un finale che non è mai arrivato.
In fondo il teatro è un gioco ma non è solo un gioco e questo va spiegato al Teatro Sotteraneo prima di tutti. Questo esperimento va interrotto.

GERMOGLI
Minori.
L’aforisma di oggi

Giornata mondiale contro il lavoro minorile. Un impegno.

tolstoi“Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desidero di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena” (Lev Tolstoj)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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Non è sempre ‘Ammore’

“Ammore” di Paolo Sassanelli è liberamente ispirato al racconto “Non commettere atti impuri” di Andrej Longo, sceneggiato dallo stesso Sassanelli con Chiara Balestrazzi. Il film è entrato nella nomination delle opere candidate al premio David Donatello 2013, nella categoria cortometraggi.

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La locandina

Il racconto si sviluppa nell’arco di un’unica giornata, quella vissuta da una bambina di dodici anni, interpretata dalla brava Eleonora Costanzo, che cerca nella più assoluta segretezza di consumare in solitudine un dramma segreto e inconfessabile, per una bambina della sua età. L’azione si svolge in un mondo, dove gli adulti, colpevoli di averle violato l’infanzia, sono presenti soltanto come voci e rumori, mai come volti, a eccezione della donna che le praticherà l’aborto clandestino. Rosy da poco tempo è entrata nell’adolescenza ma quando esce da casa, si veste e si trucca come una donna, per incontrare le sue amiche che si atteggiano anch’esse da adulte. Senza neppure confidarsi con l’amica del cuore, con la madre o con il padre (se ne capirà soltanto nel finale il motivo), la ragazzina si prepara e si allontana quasi scappando da casa.

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La ragazzina si veste e si trucca da donna

Entra in una chiesa per confessarsi e non riuscendovi, a causa di un ragazzino che inopportunamente le fa osservazioni per il modo in cui è vestita, si reca presso il luogo dove chiuderà definitivamente i conti con la propria infanzia. Quando tutto è finito Rosy ritornerà a casa e, chiusa nella sua stanza, continuerà a subire le insistenze del padre che le chiederà ancora una volta di entrare, approfittando del fatto che la madre è uscita. Il film termina con questa scena, dal finale aperto e per nulla risolutivo e con un lento commento sonoro per nulla rassicurante. La colonna sonora è stata realizzata da Luca Giacomelli che merita un sentito apprezzamento, per la sensibilità artistica e musicale dimostrata in quest’occasione.

“Ammore” è il secondo cortometraggio del regista/attore pugliese Paolo Sassanelli che in precedenza ha realizzato “Uerra” (2009), scritto con Antonella Gaeta e vincitore di numerosi premi a livello internazionale, oltre ad essere stato presentato a Venezia nel 2011 nella sezione “corti, cortissimi”. “Uerra” è ambientato a Bari nel 1946, in una città che vuole uscire dall’incubo e dalle rovine della seconda guerra mondiale, raccontando l’amore tra un padre e i suoi figli nel contesto di un’Italia povera e segnata. Una storia tra padri e figli diametralmente opposta a quella descritta nel suo film successivo. Anche “Ammore” è stato girato nel capoluogo pugliese, nei quartieri di San Paolo, Carrassi e Madonnella.

“Ammore” di Paolo Sassanelli, con Eleonora Costanzo, Federica Sassanelli e Angela Peschetola, 2013, Italia, durata 15’

Ammore è disponibile su YouTube [vedi]

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