Tag: miracolo

TERZO TEMPO
Prima del Fischio d’Inizio: Genoa-Spal

La sconfitta casalinga contro l’Udinese è quasi il capolinea per la SPAL. Anche il più inguaribile degli ottimisti non crede più alla possibilità di conquistare la salvezza.

Domenica 12 luglio, la 32ma giornata vede affrontarsi Genoa e SPAL, le due squadre che, dopo la ripartenza del campionato, non hanno ancora vinto una partita: i rossoblu hanno raccolto 2 punti mentre i biancoazzurri solo 1 contro il Milan. Tra le precedenti sfide il pareggio la fa da padrona: su 22 partire ben dieci le X sulla schedina mentre le vittorie ferraresi sono 7 e quelle del Genoa sono 5.

I rossoblu occupano il terz’ultimo posto ad un punto dal Lecce, che sarà con ogni probilità il loro avversario diretto nella lotta per non retrocedere; la SPAL invece è ferma a 19 punti con soli 7 punti raccolti nel girone di ritorno.
La retrocessione matemetica potrebbe già arrivare nella prossima giornata: il Lecce, che occupa l’ultimo posto disponibile per la permanenza in serie A, vincendo le prossime due gare andrebbe a 34 punti mentre la SPAL, se dovesse perdere sia col Genoa che la prossima partita con l’Inter, rimarrebbe a 19 punti a cinque partite dal termine.

I biancoazzurri hanno il proverbiale “piede e mezzo in serie B” e nessuno ormai crede più in un miracolo che forse mai è stato compiuti fin qui nella storia della serie A.

Cover: Vista dello Stadio Luigi Ferraris di Genova, 1911 

Vite semplici, luoghi straordinari

Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Cittadinanza italiana alla laicità

Voglio coniare un nuovo termine, mi si perdoni, il “lourdismo”, in nome dei treni di malati che ogni anno si recano a Lourdes credendo più ai miracoli che alla scienza.
Ora che Alfie Evans non c’è più a noi non resta che la tristezza di essere un paese alfiere del “lourdismo”.
Pro-life non è la linea di probiotici per mantenere l’equilibrio della flora intestinale. Pro-life è l’Italia vaticana che si cela, sempre latente, dietro ogni facciata politica che governi questo paese. Così, coerente con la battaglia contro l’eutanasia, questa Italia, codina e clericale, ha pensato bene di concedere al piccolo Alfie Evans la cittadinanza italiana pensando di impedire al governo britannico di staccare la spina per porre termine a una esistenza che nessuno mai augurerebbe ad alcun bambino.
Da noi la scienza non ha cittadinanza ma i miracoli sì, ti danno diritto alla cittadinanza italiana, non si capisce perché non quella vaticana, che è pure una città stato, come quelle di una volta, ma quando c’è da pagare è consigliabile che in nome della povertà della chiesa, siano gli altri a tirare fuori i soldi, a fare la carità cristiana, e, poi, in Vaticano stanno ancora facendo la colletta per saldarci l’Ici.
Non c’è vita che possa essere presa in ostaggio da alcuno, né in nome della fede, del papa o del Vaticano. Ma il governo del nostro paese ha deciso di farlo, violando la Costituzione e il rispetto della dignità umana, calpestando umanità e scienza insieme, in nome di un “lourdismo” che evidentemente è nel Dna degli italiani.
Non resta che chiederci quando in Italia sarà data la cittadinanza alla laicità.
È un vecchio vizio questo di essere la longa manu del Vaticano e di non farcela proprio ad essere una nazione laica, a vedere le cose a prescindere dal cattolicesimo masticato nell’infanzia con il catechismo, le prime comunioni e le cresime, che ancora rendono.
Un governo, incapace di dare lo ius soli ai figli degli immigrati nati in Italia, decide però di militare dalla parte dei movimenti pro-life, i più integralisti. Concede in tutta fretta la cittadinanza ad un piccolo che per compagna non ha altro che la morte, vivo o morto che sia, perché a chiederlo è il Vaticano con la sua corte dei miracoli, in nome di una concezione della vita che fa il paio con la croce, il calvario e la sofferenza, che non appartiene alla cultura laica di questo paese e che è un affronto ad ogni sensata, razionale concezione scientifica.
Non si trattava di salvare una vita, perché la vita di Alfie era già morte, per lui e per chi gli stava vicino, non sarebbe stato salvabile in alcun modo da una via crucis di dolore a cui nessun bambino può essere condannato in nome di un egoistico affetto dei genitori e di una fede religiosa che, anziché essere grazia e redenzione, è sacrificio crudele a quel Thanatos che tanto piace alla Chiesa, alla sua cultura, alle sue liturgie.
Vita e sofferenza che solo una sadica immaginazione religiosa possono giustificare come imperscrutabile disegno divino, come olocausto offerto al dio in espiazione del male prodotto dagli uomini nel mondo.
A raccontarlo ci sarebbe da vergognarsi, ma alla notizia ha dato risalto perfino il Corriere della Sera: mancano gli esorcisti, così a Palermo, sempre il Vaticano, che avrà pure a capo papa Francesco, ma che non abbandona il suo retrogusto di sagrestia, madonne lacrimose e barocchismo, ha aperto un corso per esorcisti con esperti di satanismo. La domanda di chi ricorre all’opera dell’esorcista è in aumento, una stima di mezzo milione di persone che ogni anno ne chiede l’aiuto.
Un paese che ha accettato di farsi complice della condanna di un bambino, fin dalla nascita, al dolore, senza altro orizzonte che una non vita crudele per lui e per gli altri, per sublimare nella sofferenza una mal concepita sacralità della vita.
Siamo al primitivismo dei cervelli, ai cervelli rettili che abitano le religioni, che rendono mortifera l’aria che respiriamo e che continuano ad avvelenare i pozzi di ogni conquista nel campo delle scienze, della cultura e dei diritti civili.
Preoccupa un paese che persevera a vivere in questo ibrido, che lo usa per punire il diritto e la libertà delle persone di decidere della propria vita e della propria morte, che se per caso dovessero appartenere a qualche dio, sono comunque cose che riguardano solo noi e nessuna altra coscienza suppletiva, Stato o Chiesa che sia.
Questa laicità semplice, elementare, nel secondo decennio del terzo millennio ancora spaventa, cosa, dunque, dovremmo pensare di noi stessi, delle nostre cittadinanze, arretrati come siamo dal punto di vista culturale e dell’evoluzione sociale su questi temi, che fiducia possiamo nutrire nel futuro nostro e del paese, quali rivoluzioni promettono i piazzisti del cambiamento dell’ultima ora?

L’emofilia di San Gennaro…

di Federica Mammina

Pochi giorni fa, precisamente il 19 settembre, si è ripetuto il miracolo del sangue di San Gennaro. Il santo è il patrono della città di Napoli, dove tre volte l’anno si svolgono delle celebrazioni legate, in diverso modo, alla fede nel santo che fu vescovo e martire nel periodo delle persecuzioni di Diocleziano. È proprio nel giorno in cui si ricorda il martirio che avviene il miracolo, ovvero il passaggio dallo stato solido allo stato liquido del sangue del santo. Il miracolo, quando accade, viene annunciato dal vescovo nella cattedrale e poi comunicato all’intera città esplodendo ventuno colpi di cannone da Castel dell’Ovo. Si tratta di un evento atteso con molta ansia dall’intera cittadinanza anche perché considerato di buon auspicio. Ed è forse per questo motivo che molti guardano con sospetto a questo avvenimento così famoso, perché, complice anche la proverbiale superstizione dei napoletani, è considerato come un momento più scaramantico che fideistico.
Io invece guardo a momenti come questo, diffusi in forme diverse in tutta la penisola, e capaci di riunire comunità intere nella gioia e non nella rabbia come troppo spesso accade, con rispettosa curiosità. Miracolo o fenomeno scientificamente spiegabile, superstizione o fede, queste tradizioni religiose che, sempre più trascurate nella nostra società laicamente orientata, hanno tuttavia la capacità di resistere nel tempo, credo facciano parte a pieno titolo della storia del nostro paese, come la letteratura o l’arte, e che vadano per questo preservate con cura.

“Salvo per miracolo: ora voglio cambiare vita”. Parla il venticinquenne ferrarese uscito di strada dopo l’impatto con un tir

“Vivevo alla grande,forse mi sentivo di poter fare tutto. Mi è venuto sonno ma non mi sono fermato. Quando ho aperto gli occhi avevo un tir di fronte”. Sono passati più di 180 giorni, ma il ricordo di quella notte a cavallo tra il 5 e il 6 giugno difficilmente si potrà cancellare nella testa di Daniele Silandri, studente ferrarese di 25 anni che si è incidentato con la sua Audi A1 contro un tir lungo la statale 16, a pochi chilometri da casa. Le prime pagine dei giornali locali hanno riportato la notizia. Quella notte ha cambiato per sempre la sua vita: “Mi sento fortunato, miracolato. Ora voglio cambiare”, dice convinto.

Vorrei mettere le carte in tavola. Ci può raccontare realmente ciò che è accaduto? Di chi è la responsabilità?
Sono il primo a dirlo, la colpa è senz’altro mia. Era un periodo intenso della mia vita, avevo lasciato Rimini, dopo essermi trasferito lì per lavoro, per andare a Milano e seguire un master. Sia a Rimini che a Ferrara, città dove sono nato e cresciuto, ho amici e famiglia. Cercavo di fare la vita di sempre, ogni week end.

Come stava andando la sua vita?
Lavoravo come personal trainer in una palestra di Milano, studiavo e facevo avanti e indietro con la macchina. Ero stato catturato da un vortice di onnipotenza, credevo di poter fare tutto. All’inizio di giugno stavo lavorando al Rimini Wellness e alloggiavo in un hotel in città. Quale miglior occasione per rivedere i miei amici? Era stata una settimana bella intensa, legata già a un periodo frenetico anche se molto bello. Finito di lavorare, dopo il solito turno dalle otto del mattino alle diciannove della sera, mi lavavo e uscivo a mangiare e poi discoteca con amici e non tornavo a casa prima delle cinque del mattino.

Così è andata anche quella sera, prima dell’incidente?
Dopo il solito turno di lavoro, avevo deciso che sarei tornato a Ferrara dalla mia famiglia, per rimanere a dormire due tre ore e ripartire per Milano, perché alle otto avrei avuto lezione. Era l’ultimo giorno del Rimini Wellness e c’era molto traffico, decisi di andare a mangiare una pizza e poi partire qualche ora più tardi. Ero veramente stanco. Ma credevo di potercela fare. “Tanto -pensavo – è successo già altre volte che mi sentissi così stanco, ma non è mai successo niente ed è sempre andato tutto bene”.

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Daniele Silandri, ferrarese di 25 anni

Quindi a che ora è partito?
“Sono partito da Rimini intorno alle 23 già molto stanco. Sono rimasto in autostrada fino ad Imola al telefono con un mio amico. Ad imola ho imboccato le vie interne fino ad arrivare a Ferrara, ma non ci sono arrivato”.

Se non se la sente di continuare possiamo fermarci.
“No no ci sono. Dunque, ci ho messo circa due ore e mezza ad arrivare sulla via Ravenna, quando sono partito c’era ancora molto traffico. A dieci minuti da Ferrara, verso le 2, è successo tutto. Sapevo di essere molto stanco, mi è successo altre volte di esserlo così, ma mancavano pochi chilometri. “Ce la faccio!”,mi ripetevo. Ma la palpebra calava e mi sono addormentato. Mi sono svegliato al momento dell’impatto. Chiedo scusa, è un po difficile: ricordare fa male.

E’comprensibile. Le ripeto che possiamo fermarci.
“No no, grazie. Avrei potuto chiedere a chiunque un appoggio per dormire a Rimini, ma non sono capace di natura; non sono uno che chiede favori a qualcuno. Credevo davvero di essere immortale. Mi sono reso conto solo in seguito di essermi portato allo stremo delle forze, con il mio stile di vita, diciamo ‘fastlife’.

Cosa intende per ‘fastlife’?
Vita veloce, niente riposo, avevo annebbiato i miei principi. Mi sentivo grande, credevo di poter fare tutto. Con gli amici ero sempre in festa, poco sonno, poco tempo per me stesso e non avevo mai pensato di staccare.

Se la sente di tornare al momento dell’incidente?
Sì, non c’è problema. Quando ho aperto gli occhi, la macchina si era già scontrata contro il tir ed era in movimento, la prima cosa che ho pensato è stata: “Sono uno stupido”. Quando la macchina ha smesso di girare e si è fermata, la prima cosa che ho fatto d’istinto è stata toccarmi le gambe. Quella a destra era a posto, la sinistra aveva una sporgenza, ma con i pantaloni lunghi non la vedevo. Sapevo di avere una frattura esposta ma avevo troppa adrenalina per sentire il ben che minimo dolore. Avevo graffi ovunque, ematomi e abrasioni sulle braccia, sul collo e sul viso, ho scoperto ma solo in ospedale di avere due costole rotte. Ma sono vivo! Sono miracolato!.

Quando sono arrivati i soccorsi? Com’è andata?
Non so chi li abbia chiamati, ma sono stati velocissimi, anche se in quel momento per me il tempo era molto relativo. Ci avranno messo massimo cinque minuti ad arrivare. Sono arrivati ambulanza e vigili del fuoco. Hanno tagliato la portiera della macchina e mi hanno estratto prendendomi dal torace, mi hanno messo sulla barella e intanto che mi portavano via mi hanno chiesto dati e informazioni personali. Poi mi hanno addormentato. Ma negli attimi dell’incidente ero lucido, ho detto ai medici che mi ero addormentato. Cavolo, ero vestito ancora da lavoro, ero scioccato. Quella stessa sera sono stato operato d’urgenza all’ospedale di Cona e ricoverato in sala rianimazione per una settimana, per poi essere spostato in ortopedia. Avevo subito un’operazione transitoria con fissaggi esterni alla gamba sinistra. Sono tornato a casa due settimane, per poi tornare il sette luglio per una seconda operazione. Sono stato un mese con la gamba che non comprendeva le articolazioni del ginocchio, alcuni pezzi dell’osso si sono sbriciolati. Ma sono vivo, ancora non mi rendo bene conto.

Ed ora?
Ora sto facendo fisioterapia una volta al giorno e vediamo passo dopo passo di migliorare. Riesco un po’ a camminare, ma con le stampelle.

Com’è andata per l’autista del tir?
Non ha avuto nessun danno fisico, ma ancora non so chi sia, sicuramente ha avuto un grande choc. Da quello che mi hanno detto i carabinieri, è rimasto dieci giorni a casa dal lavoro e mi ha denunciato. Il 12 novembre sono andato in caserma per chiedere di conoscerlo di persona. Ma non è stato possibile.

Se potesse incontrarlo cosa gli direbbe?
Sicuramente mi scuserei. Ma poi chiederei i motivi della sua denuncia che aggrava una situazione per me già non leggera.

Grazie per il suo racconto. Prima di congedarci vorrebbe aggiungere qualcosa?
Ho tanti sensi di colpa, la prima cosa che ho detto a mia madre quando mi sono svegliato in ospedale è stata “Non l’ho fatto apposta!”. Avevo le lacrime agli occhi. Tutto quello che è successo mi ha fatto tornare bruscamente alla realtà. Non siamo i re del mondo, come credevo. Siamo padroni di noi stessi certo, ma fino ad un certo punto. La vita è una sola e va vissuta, è un dono. Ho fatto molti errori che molti ragazzi della mia età fanno, ora è tutto cambiato. Sto vivendo una vita che non ho scelto in un corpo che non si riconosce. Secondo me non è un caso che l’incidente mi abbia preso le gambe. Quando penso alle gambe penso al movimento, il mio è stato frenato. La mia fastlife è stato frenata. Ringrazio tutti quelli che mi hanno sostenuto e mi sono stati vicini, la mia famiglia e i miei amici. Grazie di cuore.

La prima pagina de Il Resto del Carlino Ferrara che riporta la notizia
La prima pagina de “Il Resto del Carlino Ferrara” che riporta la notizia
L'articolo e le fotografie riportate da Il Resto del Carlino
L’articolo e le fotografie riportate da “Il Resto del Carlino”
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Il caso Irlanda: come uscire dalla crisi con un piede già nel baratro

DUBLINO – 19 novembre 2010, un giorno che gli Irlandesi ricordano bene. Ajai Chopra, l’uomo dell’Fmi che segue la “pratica Irlanda” arriva a Dublino, ed è una sorpresa per molti. Fino all’ultimo il governo ha provato a negare qualsiasi necessità di bailout, dichiarando che, nonostante le evidenti difficoltà, il Paese avrebbe risolto senza aiuti esterni la crisi economica che sta attanagliando il paese da ormai tre anni. In realtà i piu informati sapevano già da un pezzo chi fosse mr. Chopra e cosa fosse venuto a fare in Irlanda. Così come sapevano chi fossero Jean-Claude Trichet, Dominique Strauss-Kahne, la Merkel e Sarkò. Chi realmente prende le decisioni dietro le quinte. Il meteo non aiuta, è un giorno grigio, a tratti piovoso. Clima e umore da bandiera a mezz’asta. E non aiuta nemmeno Ajai Chopra, personaggio che non colpisce l’immaginazione collettiva. Arriva da solo, borsa a tracolla, soprabito scuro e l’aria di un anonimo contabile. E’ questo l’uomo inviato per salvare la nazione? Niente fanfare e file di auto blu, niente ricevimenti e pezzi grossi al seguito. Segnali che dicono più di mille parole. Il governo vuole mantenere un profilo più basso possible, di fatto riuscendo nell’effetto contrario e creando un clima di lutto nazionale. Per l’uomo della strada, nel giorno in cui l’Irlanda perde di fatto l’indipendenza.
Bocche abbottonate, speculazioni, ottimismo. Ed infine il 22 novembre la comunicazione ufficiale. L’Irlanda accetta un prestito di 85 miliardi di euro. Da ripagare con interessi. Nel dettaglio, 35mlr per sostenere e ridare liquidità al sistema bancario ed altri 50mlr per finanziare la gestione della spesa pubblica. Solo pochi mesi prima, Papandreu aveva accettato i primi 110mlr offerti dalla Troika per evitare il default della Grecia.
Apriti cielo. Bloggers, controinformatori, attori comici, folk singers (in mancanza di rappers informati, prerogativa italica) ed inizia la litania: “Questo bailout distruggerà il Paese”, “non è giusto che i cittadini debbano pagare le perdite degli azionisti e degli speculatori finanziari”, “L’Europa ha forzato il bailout per salvare le banche francesi e tedesche etc.” Certamente anche vero, ma a novembre 2010 la realtà dei fatti parla da sola: la bolla è esplosa, il sistema bancario è al collasso, gli istituti di credito vengono nazionalizzati e lo Stato si trova ad allocare fino al 32% del Pil per evitarne il fallimento. I bond Irlandesi sono ufficialmente junk e l’Irlanda non riesce piu a finanziarsi sui mercati privati se non ad interessi insostenibili. In più, il crollo totale del comparto immobiliare e del suo indotto ha portato la disoccupazione su valori a doppie cifre e fatto diminuire in maniera massiccia le entrate statali. Giovani e meno giovani tornano ed emigrare verso Inghilterra, America ed Australia. C’è chi, per liberarsi almeno del mutuo, si lascia dietro una casa non pagata. Che se la riprendano pure le banche, tanto non varrà mai più ciò che e stata pagata solo pochi anni prima. Buona parte della nazione è in ginocchio.
L’Irlanda non è l’Inghilterra ma ciò nonostante risente del pragmatismo anglosassone. Forse per questo l’uscita del bailout diventa priorita politica e non caciara ideologica. A nessuno viene in mente di chiedere i danni di guerra all’Uk per l’invasione di Cromwell del 1649, e nemmeno cercare di cambiare il nome alla Troika sembra essere un opzione determinante. Nessuno propone di chiudere le frontiere, cacciare tutti gli stranieri e rimpiazzarli con dei colonnelli. Ancora meno si pensa di uscire dall’euro. Strana gente questi Irlandese, chissà chi si credono di essere! C’e un problema da risolvere di natura contabile – un prestito da ripagare ed il deficit statale da correggere – e come tale verrà affrontato.
Viene stilato un piano quadriennale di lacrime e sangue. E non è necessario essere ‘rocket scientist’ per capire quello che accadrà: riduzione drastica della spesa pubblica ed aumento delle tasse. Accompagnati da riforme strutturali per aumentare la competitività economica, liberalizzazioni dove possibile e riordino del sistema bancario. In pratica, le condizioni richieste da Eu, Bce e Fmi.
A seguire lo statement del Governo Irlandese successo all’accettazione del bailout con tutti le azioni programmate – ed in larga parte messe in pratica – dal governo per tornare alla crescita e sostenere il debito contratto [vedi].

Ora sono passati quasi 5 anni da quel fatico novembre 2010. Gli effetti della recessione e del bailout li abbiamo sentiti tutti, e per davvero. Qualcuno è anche riuscito ad approfittarne ed ha fatto i soldi, ma sono rari casi se paragonati agli insolventi, alle ditte chiuse, alle file di disoccupati e a chi ha letteralmente perso tutto. C’è di buono che almeno l’effetto è stato quello sperato: il governo ha annunciato a dicembre 2013 l’uscita dal programma di aiuti, il ministro delle Finanze Michael Noonan ha pubblicamente ringraziato i cittadini per avere tenuto duro questi lunghi anni. Anche gli indicatori economici sembrano premiare le politiche di recovery applicate in Irlanda: la disoccupazione è scesa dal 15% registrato a marzo 2012 al 10% di marzo 2015. Nel 2014 il Pil è cresciuto del 4.8% – un dato da miracolo economico – e l’export del 10.5% rispetto all’anno precedente. Anche la domanda interna ha registrato un aumento del 3.5%. L’outlook sembra essere positivo anche per il 2015, e l’Eu prevede per quest’anno un ulteriore crescita del Pil del 3.5% ed una riduzione della disoccupazione al 9.6%, prima di scendere ulteriormente al 8.8% nel 2016.
Anno nuovo vita nuova, e, timidamente, parte la prima programmazione economica senza essere sotto la lente di ingrandimento dei creditori. E già l’effetto si sente in busta paga. La ‘road to recovery’ rimane lontana dall’essere completa, ma il senso di independenza, assieme all’orgoglio di avercela fatta, quello è stato ritrovato ed è palpabile. Mr. Ajai Chopra è quasi un ricordo lontano. Nel dubbio, meglio toccare ferro, legno (come si dice da queste parti) o eventualmente gli attributi che è già un concetto piu universale. Sicuramente troppo presto per brindare, ma con tutte le precauzioni del caso, una Guiness in più ci può anche stare questo fine settimana.

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