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Ragazzi di favela
…un racconto

Ragazzi di favela
Un racconto di Carlo Tassi

Case su case. Capanne di latta con radio e tv. Vaniglia e immondizia, cemento e orchidee.
Fogna a cielo aperto e sopra il Paradiso che guarda e non fa nulla.
Giochi di strada con palloni ai piedi e pistole nelle mani…
Ieri Albino è morto ammazzato, due colpi in testa e ogni sogno se n’è andato.
Le guardie nere l’hanno ricattato, lui ha parlato e i compagni non l’hanno perdonato.

“Ma io e te siamo diversi, prima o poi ce ne andremo e una vita nuova inizieremo.”

Celino col pallone è davvero bravo, il suo idolo è Zico…
Lui vorrebbe diventare come il grande fuoriclasse, e stavolta il Mondiale lo vincerebbe a mani basse.
Ma per adesso gioca nel campetto di Vidigal, distante appena trenta baracche dalla sua. Vive coi nonni. Papà e mamma non sa dove siano…
A scuola ci va quando gli pare, solo il calcio un giorno lo farà volare.
Nair è mingherlino, a lui non importa giocare, a lui basta vedere Celino correre e calciare. E per ogni gol dell’amico del cuore, gridare e gioire.

Una volta Celino l’aveva difeso da un bullo. Il bullo aveva preso di mira Nair minacciandolo e dandogli del frocio…
Quando arrivò Celino, il bullo tentò una reazione per evitare la figuraccia, ma le prese di santa ragione beccandosi un pugno in faccia.
Celino sapeva che a Nair piacciono i trucchi e le bambole, ma non gli importava perché sono cresciuti insieme e Nair è il suo più grande tifoso.

Ma è arrivato il grande giorno e un tizio del Flamengo è venuto a parlare coi nonni di Celino…
Una busta con tanti real, sorrisi e strette di mano. Celino tenterà la fortuna col pallone e andrà via, in un luogo lontano.
Notte dopo notte Nair sognava e temeva questo giorno…
Ora va da lui per salutarlo e, nel farlo, abbracciarlo e baciarlo.
Lo bacia sì, ma con un bacio salato di lacrime e azzardato di labbra sulle labbra…
Celino lo fissa contrariato e stupito, per lui è solo un buon amico anche se da tempo aveva intuito.
Lo spinge via pulendosi la bocca, lo guarda di uno sguardo ostile e imbarazzato. Tace di un addio muto e sospeso, sanguinante di troppe cose non dette…
Si volta e se ne va, ferito dall’amore dell’amico che mai più rivedrà.
Nair è felice perché il suo amore ha dichiarato. Troppo tardi e senza speranza, ma non importa: meglio odiato che ignorato.
Il suo amico adorato, il suo amore segreto se n’è andato. Ma il suo dolce ricordo nel cuore sarà sempre conservato.
Così Nair s’allontana, pervaso di un’allegria strana, umiliato e abbandonato e tuttavia risoluto.

Dieci anni son passati e tutta Rio è ferma davanti alla tv…
La finale del Mondiale con l’eroe nazionale pronto a battere il rigore della vittoria. Celino è sul dischetto a tre secondi dalla storia. Il ragazzo ne ha fatta di strada, ricco, famoso, pronto per la gloria.
Nella sua stanza d’albergo la squillo più bella di Copacabana guarda la tv e piange di gioia per il gol segnato. Il Brasile l’ennesima coppa ha meritato e Celino è da tutti osannato.
E per un po’ la mora, la splendida Naira, ricorda il suo vecchio amore impossibile e il gusto salato di un bacio rubato, un attimo prima di quell’addio mai dimenticato.

Era un’altra vita, erano due metà della stessa mela.
Era una storia ormai sbiadita, erano due ragazzi di favela.

Velha Infancia (Tribalistas, 2002)

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Due passi in centro…

Ferrara la cammino tutti i giorni, la guardo, la respiro, ne sento il sapore umido, antico come le buie cantine dei suoi palazzi in centro. Ferrara, nonostante tutto, resta una bella città. La mia città, nonostante tutto.
Bassa come le sue case, come la sua pianura, come la sua accoglienza. Ferrara è geometrica, rettilinea, spigolosa, nascosta, chiusa, gelosa, invidiosa. Come un’amante trascurata, s’imbelletta la sera, attende speranzosa una telefonata che non arriva mai.

Quanti amici ho visto partire e mai più tornare. Tanti, troppi. Ferrara, madre snaturata, abbandona i suoi figli, li fa fuggire, allontanare per cercar fortuna altrove.
Bella, distante, fredda e silenziosa d’inverno. Bianca e grigia, come la sua brina mattutina e le sue nebbie rarefatte, raccolte nei vicoli e disperse nei campi. Rossa come i suoi cotti e le sue mura secolari, verde come i suoi cortili misteriosi e suoi i parchi trascurati, sconfinati.
Ancor bella, raccolta, afosa e scollata nelle sere d’estate. Animata dai capannelli del centro, tra eroici locali per la gloria d’una stagione, insozzata da rimasugli d’annoiata, disperata, giovanile baldoria.

Ferrara sconcia, bugiarda, venale. Povera e ricchissima. Figlia di contadini, ostaggio di mercanti. Fiera del suo remoto passato, vergognosa del suo volgare presente. Provinciale tra le provinciali, si svende al miglior offerente. Si tormenta, litiga, s’azzuffa, si lamenta dei suoi malanni, si schernisce e non guarisce.
Ferrara, una perla smarrita nella sabbia dei suoi canali. Orgogliosa e depressa come la sua terra, impregnata di memoria, incrostata d’apparenza.
Ferrara, eterna fanciulla, immota nei secoli. Adagiata sui suoi sepolcri d’argilla, giace eterea e inerte sotto il suo cielo immenso. Spersa nel nulla.

Continuo a camminare nelle sue strette vie. L’anima tranquilla libera i pensieri sopra i tetti, mentre lo sguardo incuriosito indugia dentro le finestre e le porte aperte delle case appresso. Scorgo grandi e piccoli segreti, vedo splendidi androni restaurati e, subito a fianco, miseri tuguri trascurati. Angoli privati, racchiusi negli attimi che s’alternano al rumore dei miei passi. Questa è Ferrara: decadente ricchezza e miseria nascosta.

Passi incerti e irregolari su gibbosi sampietrini in porfido fanno l’eco ad ogni inciampo.
Mentre intorno tutto tace.

Ego, ergo sum

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nelle prime ore del mattino.
(La redazione)

Potrebbe essere una persona interessante, se non occupasse all’istante ogni spazio attorno a sé. Quando compare, e compare sempre, tutto ciò che non è lui esiste solo in sua funzione. Diventa lui. E’ come un regime totalitario.
Ciascuno di noi ne conosce o ne ha conosciuto uno. Uno, lo conoscono tutti.

“Ai funerali vuol essere il morto, ai matrimoni la sposa”.
Leo Longanesi

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

Corridoi umanitari: l’alternativa all’ipocrita accoglienza delle buone maniere

Molti di noi si sono chiesti spesso se ci fossero delle alternative all’immigrazione clandestina incontrollata dei barconi e del traffico di esseri umani a cui molti disperati si affidano per sfuggire ad un destino di morte e miseria, preferendo mettere sui piatti della bilancia tra la vita e la morte la probabilità di morire nella traversata di un deserto o morire annegati in mare, e la probabilità in cui la morte per fame o per violenza è più di una probabilità.
L’alternativa all’immigrazione incontrollata non è l’accoglienza ipocrita che questo paese ha riservato agli immigrati. Un’accoglienza, potremmo definirla, “delle buone maniere”, del “perché si fa così”, del “perché non si può chiudere la porta in faccia a chi bussa alla nostra porta”, “dell’ero straniero e mi avete accolto”. Tutto vero. Ma siamo nel campo ipocrita, appunto, delle buone maniere se poi le istituzioni se ne infischiamo delle condizioni di vita di queste persone, se fanno finta di non vedere che esistono ghetti come quello di Rignano nella campagna foggiana, e non solo, dove esseri umani vivono in condizioni indegne per un paese civile. Tranne poi dover fare i conti con le tensioni sociali che inevitabilmente sorgono. Ma abbiamo fatto il bel gesto di accoglierli e la coscienza è salva. Ce ne disinteressiamo – sempre a livello di istituzioni (il caso di Riace è esemplare), perché invece l’eccellenza del volontariato in quei luoghi, a partire da Rete Iside Onlus, è presente per alleviare come può le sofferenze di quelle persone con un lavoro straordinario di supplenza – fino al punto che quando degli immigrati addetti alla raccolta dei pomodori protestano a seguito di un tragico incidente stradale dichiarando uno sciopero indetto dall’Usb di Foggia, i sindacati confederali restano a guardare non dichiarando nemmeno un’ora di sciopero generale di categoria. Non dico nazionale, ma nemmeno regionale, visto che la piaga del caporalato riguarda tutta la Puglia. Un’ammissione implicita di mancanza, ormai, di rappresentatività.
Per tornare a quale alternativa possibile ai viaggi della disperazione gestiti dai trafficanti di esseri umani, bisogna ricordare che l’alternativa c’è già. E sono i corridoi umanitari di cui poco si parla se non quando ci sono dei nuovi arrivi. Si tratta di “un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio – si legge nel sito www.santegidio.org – con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, completamente autofinanziato. Ha come principali obiettivi evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in ‘condizioni di vulnerabilità’ (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo. E’ un modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane”.
Una volta in Italia i profughi sono accolti a spese delle associazioni in strutture o case e provvedono ad insegnare loro la nostra lingua e ad iscrivere a scuola i bambini per favorire l’integrazione nel nostro paese, oltre ad aiutarli a cercare un lavoro.
Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate più di 1800 persone, siriani in fuga dalla guerra.
I corridoi umanitari sono statti resi possibili grazie ad un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e il precedente governo italiano. Nulla è affidato al caso. “Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con validità territoriale limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo”.
Come si è detto questo progetto è autofinanziato. Ciò vuol dire che ciascuno di noi può dare il proprio contributo a seconda delle proprie possibilità. Sul sito della Comunità di Sant’Egidio è possibile fare delle donazioni on line una tantum oppure donando una quota fissa mensile a scelta fra importi diversi, a partire da dieci euro. Se si vuole, l’alternativa all’immigrazione illegale c’è, occorre volontà politica e l’impegno di ciascuno di noi affinché questo progetto possa continuare. Un contributo economico di ciascuno, in questo momento, ha un alto valore politico, indica una strada percorribile e la scelta da che parte stare per governare il fenomeno delle migrazioni.

La distrazione naturale

di Maria Luigia Giusto

Nelle difficoltà della vita quotidiana spesso ci si rifugia nella natura. C’è chi si rilassa curando o ammirando il giardino, chi ama il mare e il dondolio delle onde, chi punta gli occhi al cielo a seguire il cammino delle nuvole o a contare le stelle. Il verde, il cielo, il mare avvolgono ed abbracciano, lasciano immergere gli uomini nel loro tutto, ricordano loro che ci sarà sempre un domani.

“A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è sopra il soffitto il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse a loro un conforto religioso, contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento.”
Luigi Pirandello

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

La via traversa dell’aquila bianca

Davide Aquilani è quello strambo, lo chiamano Aquila per via del suo cognome.
Dicono che è suonato solo perché sorride sempre, anche quando lo maltrattano. E lo maltrattano spesso…
Davide ha trentadue anni ma sta con quelli di quindici. Gironzola nel parco di via della Traversa, vicino la circonvallazione.
Non ha un lavoro, i suoi sono morti che era piccolo e abita col nonno novantenne in una casa popolare.
Nessuno si chiede quanto durerà.
Davide non parla, non lo ha mai fatto, però disegna da Dio: si firma “Aquila Bianca”, tutti i muri da via della Traversa alla stazione sono suoi! I ragazzi del quartiere lo sanno ma non lo dicono: Davide – fenomeno – è roba loro, lui è buono e fa tutto quello che vogliono.
Un giorno qualcuno gli dice di disegnare il Boss tutto nudo a cavallo di un maiale, lui esegue, l’opera non è niente male ma fa incazzare il Boss che lo fa picchiare dai suoi. Quando lo trovano è in un lago di sangue, ha perso sei denti ma sorride lo stesso.
Dopo qualche tempo i ragazzi lo vedono tornare, oltre ai denti e al naso, gli hanno rotto pure quattro costole e un ginocchio. Davide zoppica e sorride a tutti, però nessuno ha più il coraggio di parlargli: hanno paura di fare la stessa fine.
Perciò finisce che lo allontanano. Lui non capisce perché, ma il suo sorriso lentamente si spegne.
Ora se ne sta da solo e tutti i santi giorni dipinge qualsiasi cosa sui muri dei capannoni, quelli abbandonati vicino alla stazione. Lo fa dal mattino fino a quando, verso sera, gli spaccini del Boss non lo cacciano.
Davide ha ricominciato a sorridere, i suoi disegni parlano per lui, sono bellissimi e gli tengono compagnia.
Passano poche settimane e alcune persone importanti, capitando per caso in zona, notano i murales di “Aquila Bianca” e intuiscono che sono dei capolavori. La notizia si sparge e la gente corre a visitare il luogo.
Inutile dire che tutto questo non giova agli affari del Boss: i suoi spaccini devono trovarsi un altro posto per smerciare la roba.

Due mesi dopo un noto gallerista si aggira per via della Traversa, incontra un ragazzo del posto e gli chiede: “Scusa, conosci per caso la persona che ha disegnato i magnifici graffiti che si vedono su quei capannoni laggiù, quelli firmati Aquila Bianca?”
“Certo, sono quelli di Davide!”, fa il ragazzo.
“Sapresti dirmi dove posso incontrarlo?”, continua l’uomo.
“Certo, al cimitero… L’hanno trovato un mese fa nel canale qui vicino!”, il ragazzo fa una smorfia e se ne va. Mentre s’allontana guarda il cielo e sussurra: “Sei volato via finalmente… ora sì che sei libero Aquila!”

White Eagle (Tangerine Dream, 1982)

Tra parole e numeri: identikit dei migranti per spegnere i pregiudizi e aprire bene gli occhi

Migrazioni. Il problema inizia già con la parola, con i vocaboli che si usano per descrivere e comprendere il fenomeno, conoscerlo e quindi renderlo meno inquietante e minaccioso. Migranti, extracomunitari, immigrati, emigrati politici, emigranti, migranti economici, sfollati, migranti irregolari, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, e ancora: esuli, fuoriusciti, fuggiaschi, sfollati. La confusione linguistica è notevole e le guardie ideologiche del politicamente corretto sono già pronte ad imporre l’uso di nuovi termini obbligatori, lanciando il bando di proscrizione per quelli non più consoni alla neolingua. Intanto, l’uso di certe parole piuttosto che altre, resta un atto politico che svela ideologie, pregiudizi e a volte pura e semplice ignoranza: ognuna di queste parole richiama emozioni, sentimenti, categorie concettuali che di volta in volta avvicinano o allontanano, implicitamente approvano o respingono. In tale situazione una piccola ricerca, vocabolario alla mano, si rivela particolarmente utile.
Migrante e una categoria generica che indica una popolazione in transito verso nuove sedi, gente che passa, che è in movimento verso qualcosa.
Migrante economico indica tutte quelle persone che si spostano per motivi economici ovvero in cerca di lavoro, opportunità di reddito, possibilità di consumo e accesso ai benefici offerti dal paese di destinazione.
Migrante irregolare è colui che, per qualsiasi ragione, entra in un paese senza possedere i regolari documenti di viaggio (“sans papier”) e senza poi sanare questa condizione di inadeguatezza amministrativa.
Immigrato è un migrante che si è trasferito in un altro paese, colui che raggiunge il luogo di destinazione e qui si stabilisce.
Emigrato al contrario, è chi è espatriato temporaneamente o definitivamente; è insomma il migrante visto dal punto di vista della società di partenza anziché di quella d’arrivo.
Extracomunitario è un termine che indica qualsiasi persona che non sia cittadina di uno dei ventotto paesi membri dell’Unione Europea.
Richiedente asilo è una categoria giuridica che riguarda le persone che hanno presentato domanda per ottenere asilo politico in un paese estero. Il richiedente asilo diventa entro un lasso di tempo definito qualcos’altro (ovvero rifugiato, migrante economico, migrante irregolare) nel momento in cui ottiene una risposta ufficiale e definitiva alla sua domanda di asilo.
Rifugiato è un’altra categoria giuridica (art. 1 Convenzione di Ginevra, 1951) che si riferisce a persona per la quale si è accertato, tramite un’apposita procedura, il diritto ad avere asilo. Con ciò si riconosce ufficialmente che tale persona è stata costretta a lasciare il proprio paese a causa di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, appartenenza a gruppi sociali particolari e, a causa di questo, non può tornare nel proprio paese.
Profugo invece è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di persecuzioni, guerre o catastrofi naturali; è dunque termine adatto a definire esodi di massa come quello dei siriani che fuggono dalla guerra.
In un campo e in un periodo storico dove le opinioni sembrano valere più dei fatti, la precisione linguistica dovrebbe essere fondamentale per discriminare e comprendere; purtroppo però la distinzione tra questi termini non è sempre semplice e tantomeno lo è la chiarezza a livello di linguaggio comune. In tale situazione capita di sentire definiti come rifugiati tout court perfino quanti, non ancora riconosciuti, sbarcano ormai quotidianamente sulle coste Italiane; capita di vedere erroneamente etichettati dei rifugiati come migranti economici e così via.

Migrazioni. Il problema si complica quando dai concetti si passa ai numeri tentando di quantificare un fenomeno che ormai dura da decenni; non a caso, malgrado il tema sia trattato quotidianamente da tutti i media, le percezioni delle persone divergono spesso profondamente dai dati ufficiali. In particolare, il fenomeno sembra ridursi, nelle opinioni di molti, al massiccio e drammatico flusso di persone che approdano quotidianamente sulle coste Italiane o che dalle navi italiane vengono raccolti in mare. In realtà questa è solo la parte più evidente di un sistema migratorio assai più vasto e complesso, per molti versi ignoto al pubblico. Ed anche questo tipo di flusso mediterraneo costantemente esposto alle telecamere dei media è tutt’altro che chiaro.
Per tentare di chiarire le cose bisogna innanzitutto distinguere chiaramente tra i flussi migratori rivolti verso l’Europa nel suo insieme e quelli che arrivano in Italia, posto che la composizione dei due insiemi è assolutamente diversa. Nel 2016 i paesi di provenienza più rappresentati su scala europea sono stati Siria (23%), Afghanistan (12%) e Nigeria (10%).

Diversissima è la situazione in Italia (vedi tabella) che vede per lo stesso anno una assoluta prevalenza di popolazioni sub sahariane con ben il il 20,7% di persone proveniente dalla Nigeria (il paese con il PIL più alto dell’Africa: e la cosa dovrebbe far molto riflettere) e 11,4% dall’Eritrea.
Per il solo flusso migratorio relativo agli sbarchi che interessano l’Italia passando per il Mediterraneo, i dati consultabili sul sito del Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e le migrazioni) sono i seguenti: 41.925 (2013), 170.100 (2014), 153.842 (2015), 181.436 (2016) per un totale registrato ufficialmente di 547.303 persone approdate sulle coste italiane negli ultimi 4 anni. Vi è indubbiamente qualcosa di perverso, di freddamente burocratico nel parlare di un simile flusso di esseri umani attraverso semplici statistiche impersonali. Tuttavia un analisi anche molto semplice di quei numeri fa emergere una realtà piuttosto sconcertante sulla quale riflettere per inquadrare il fenomeno della cosiddetta accoglienza e le problematiche che genera a livello locale. Dietro ai numeri non ci sono solo aspettative e idee personali, calcoli, motivazioni e sofferenze, ma ci sono tradizioni, appartenenze etniche e religiose, culture, spesse volte assolutamente diverse dalla nostra (per fortuna) e non interpretabili semplicemente attraverso le nostre categorie di uso comune. Basti pensare, ad esempio, al modo di intendere il lavoro, il ruolo femminile e le regole della convivenza civile.

Un secondo aspetto ampiamente sottaciuto ma importantissimo è la composizione di genere. Lo sanno benissimo i cooperatori internazionali più avveduti (pochi) che hanno capito che in Africa, per attivare progetti con qualche speranza di successo, bisogna necessariamente lavorare con le donne e su piccola scala. Quanto sono dunque le donne in questo flusso di sbarchi? Sicuramente dipende molto dai paesi e dalle culture di provenienza ma i dati sono piuttosto sorprendenti rispetto alla percezione comune. Secondo il sito dell’UNHCR solamente il 13,2 % degli sbarcati sono femmine mentre i minori sono il 15,6%; di questi ultimi secondo Unicef Italia il 91% sono non accompagnati di eta compresa tra i 15 e i 17 anni, quasi tutti maschi in prevalenza provenienti da Eritrea, Nigeria, Gambia ed Egitto. Secondo il sito openmigration.org le donne arrivate nel 2016 provengono per oltre il 40% dalla Nigeria (11% Eritrea).

Un ultimo aspetto molto importante riguarda l’età, fattore importantissimo in un paese che ha da anni raggiunto il proprio limite demografico e sta dunque invecchiando; un recente studio condotto dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) su un campione di oltre 1000 soggetti adulti attualmente ospitati in centri di accoglienza (CARA), stima un’età media intorno a 27 anni, mentre il 90% dei migranti ha meno di 30 anni.
La sintesi è questa: almeno 80% degli sbarchi in Italia degli ultimi anni è rappresentato da giovani maschi, in età di servizio militare e di lavoro, rare le famiglie assolutamente minoritarie le donne. Anche a prescindere da ogni considerazione ulteriore che possa riguardare il numero di soggetti che avranno diritto allo status di rifugiati, anche a prescindere dal modo con cui queste persone potranno guadagnarsi da vivere in una nazione con un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge picchi del 40%, anche facendo finta di non vedere i profondi contrasti che esistono tra le etnie migrate e sempre più spesso con gli indigeni, non si può non vedere che la situazione è già socialmente esplosiva, che richiede cura particolare e che implica, per evitare il peggio, scelte profonde, coraggiose, innovative ed eque nei confronti di tutti i cittadini.
E intanto, sempre secondo i dati del Ministero e in attesa degli accordi con la Libia, nei primi due mesi del 2017 gli sbarchi sono già aumentati del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: erano nello scorso anno 9.101 sono oggi 14.319.
Buona fortuna, Italia

Strategia della vongola

Da una parte la paura, dall’altra la speranza. A rappresentare con efficacia il contrasto, ecco il montaggio (non casuale) di un servizio del Tg3 che, nei giorni di Gorino, mostra in rapida sequenza prima i volti tirati dei residenti che sibilano “noi siamo buoni e pacifici, finché non ci invadono…”; e di contrappunto l’espressione serena di una ragazza di Sarajevo – che gli invasori li ha conosciuti davvero -, la quale racconta come la sua casa sia crollata sotto le bombe e lei, fuggita dal dramma a un passo dalla laurea, abbia ricominciato tutto daccapo a Ferrara e abbia poi raggiunto il traguardo degli studi nel nostro ateneo pur dovendo ripetere tutti gli esami. E lo dice senza rancore per nessuno, con lo sguardo limpido, auspicando un futuro migliore per tutti, parlando con consapevole lucidità dei problemi che ci attraversano.

E’ racchiuso in queste due immagini contrapposte il senso della tragedia che stiamo vivendo. C’è chi sbarra occhi, cuore e cervello davanti a una realtà che, piaccia o non piaccia, va affrontata con raziocinio e non con i forconi. E c’è chi invece si prodiga, non si arrende, persevera nella ricerca e caparbiamente insegue l’orizzonte di un’esistenza degna.

Occorre forse rispolverare un post-it della memoria per comprendere davvero il dramma attuale. Lo sfruttamento coloniale delle potenze occidentali in Africa ha causato duecentocinquanta milioni di morti. A proposito di invasi e invasori… Un giogo durato più di quattro secoli (di cui permane tuttora la sudditanza economica) segnato da schiavitù, barbarie, feroci ingiustizie, depauperamento selvaggio di ogni risorsa mineraria e agricola (basti pensare a diamanti, rame, oro, zucchero, cotone, cocco, té, caffé, caucciu che hanno fatto la fortuna degli imperi d’occidente e dei suoi mercanti). I contrasti di oggi sono figli delle nostre colpe, non possiamo ignorarlo. Frutto della sopraffazione nei confronti di popolazioni inermi. Non dimentichiamolo.

Poi, con questa consapevolezza ben fissata in testa, possiamo ragionare dell’oggi e valutare seriamente, accanto al dovere di solidale accoglienza, anche le problematiche che spesso s’accompagnano ai fenomeni migratori, a cominciare dal dramma della criminalità, e le conseguenti necessarie forme di tutela da adottare. Ma senza scivolare nella massificazione dei giudizi e senza dimenticare lo sfruttamento operato dalle cosche nostrane (gente italica, per intenderci) che speculano su questi drammi e sulla fragilità di chi ne è protagonista; ricordiamoci dunque anche delle vergognose ruberie perpetrate di frequente pure dai colletti bianchi di casa nostra, che prosperano sulla miseria e fanno business a tutti i livelli, dall’accoglienza, all’assistenza, all’inserimento lavorativo, con caporali e generali sempre all’opera…
E poi consideriamo che se questo risulta per molti il tratto più appariscente dell’immigrazione, non è però quello dominante. In media si macchia di reati un immigrato su quattro: non è poco ma non ci deve far scordare dei tre che si comportano correttamente. Pensiamo quindi anche alla maggioranza dei migranti che fra mille difficoltà vivono pacificamente fra noi, contribuendo con il loro lavoro al soddisfacimento di nostri bisogni, svolgendo spesso occupazioni che noi e i nostri figli rifiutiamo.

Certo, lo sappiamo: al fondo, in tanti prevale l’irrazionale timore dello straniero. E questo è un baratro pericoloso perché obnubila la mente. Il coraggio, si dice, genera eroi. E la paura, invece? Quando prevale non c’è da attendersi nulla di buono. La paura si nutre di mostri e da essa scaturiscono altri mostri. La paura induce chi ne è preda a rinserrare il chiavistello e a premere il grilletto al primo rumore sospetto. E’ successo, succederà sempre. Nella comunità impaurita il singolo smarrisce la propria umanità e si annulla in una moltitudine berciante, popolata di sceriffi, giustizieri fai da te pronti a emettere sentenze ed eseguire condanne. Per questo il grido “restiamo umani” è ben più di uno slogan. E’ un’invocazione all’intelletto, l’antidoto al terrore che si genera a ogni strage e in ogni frangente in cui l’individuo sente insidiate le proprie sicurezze. L’istinto di vendetta è atavico, la volontà di sopraffare per non essere sopraffatti, pure. Ma secoli di storia e di progresso ci devono rendere più forti degli impulsi. E aiutarci a comprendere che, se non vince la razionalità, tutti perderemo tutto, in un titanico scontro che lascerà solo macerie fumanti sulla crosta di un mondo già agonizzante, segnato da violenza, sopraffazione, guerre sanguinose. Un mondo ormai al limite del collasso civile e ambientale, a causa della miopia e degli egoismi di quella specie mai estinta che è l’uomo-rapace, di ogni razza, credo o colore che sia.

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IMMAGINARIO
Mal di miseria.
La foto di oggi…

La pellagra, male della miseria. A questo flagello legato a un’alimentazione povera e basata in maniera quasi esclusiva sul consumo di farina di mais è dedicata la nuova mostra al Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara. Una rassegna di immagini e documenti al via oggi – inaugurazione alle 11 – che racconta la storia della drammatica situazione socio-sanitaria nelle campagne estensi, ma non solo, nel periodo tra 1859 e 1933. Quasi un secolo durante il quale la pellagra miete vittime e provoca sofferenze difficilmente immaginabili, perché colpiscono all’inizio la pelle, poi gli organi interni e alla fine anche tutto il sistema nervoso. A cura di Magda Beltrami e Mara Guerra con coordinamento scientifico di Antonella Guarnieri. In corso Ercole I d’Este 19, ingresso libero dal martedì alla domenica ore 9.30-13 e 15-18. Fino al 5 aprile.

OGGI – IMMAGINARIO STORICO

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“Panem nostrum” di Giuseppe Mentessi (1894), Galleria di arte moderna di Ferrara

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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L’OPINIONE
Il dramma della povertà

Povertà, emarginazione, miseria, sono temi al centro dell’attenzione da sempre e che ora rischiano di diventare centrali nella nostra società. Tante indagini ne rilevano ormai la gravità; sta crescendo il disagio economico (quasi la metà delle famiglie dichiara di avere difficoltà economiche). La mancanza delle risorse necessarie per la vita delle famiglie e delle persone è un grande tema critico (“ povertà economica”) su cui vorrei esprimere qualche concetto anch’io.

Il rischio di povertà sta crescendo nelle famiglie sia al nord che al sud, tra i giovani, tra gli anziani, nei disoccupati, ma anche tra i lavoratori.
L’esigenza di affrontare il tema della povertà non solo nella sua dimensione economica, ma anche nella sua caratterizzazione di “esclusione sociale” impone infatti riflessioni più vaste e articolate, ma soprattutto richiede un maggiore coinvolgimento di tutti.

La natura multidimensionale della povertà è infatti ormai ampiamente riconosciuta non solo sul piano dell’economia, ma soprattutto a livello politico-sociale. Aumentano le categorie più vulnerabili e non comprendono più solo la quota degli anziani (di cui uno su quattro è a rischio povertà), ma stanno coinvolgendo anche in modo crescente persone giovani sole e famiglie numerose. Gli studi di analisi delle disuguaglianze indicano in questi ultimi anni infatti forti modificazioni sia nella struttura che nella composizione della nuova povertà.

È in generale modificata e aumentata la mobilità temporale dei redditi delle famiglie e conseguentemente sono di molto aumentati l’insicurezza delle famiglie e il loro senso di vulnerabilità nei confronti di eventi negativi. Ad una povertà tradizionale si aggiunge dunque una fascia di sofferenza e di disagio allargata costituita da famiglie monoreddito o con un solo genitore a basso reddito. Spesso poi è la perdita del lavoro la causa di un crescente indebitamento e dunque situazione di sofferenza.

Forse si deve ripartire dal riconoscimento di diritti: riconoscere il diritto delle persone in condizioni di povertà e di esclusione sociale di vivere dignitosamente e di far parte a pieno titolo della società. Serve una rinnovata responsabilità condivisa e di partecipazione, anche se certamente la prima cosa che viene spontaneo chiedere è quella di accrescere la partecipazione pubblica alle politiche e alle azioni di inclusione sociale, sottolineando la responsabilità collettiva e dei singoli nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale e l’importanza di promuovere e sostenere le attività di volontariato.

Bisogna promuovere una società più coesa, sensibilizzando i cittadini sui vantaggi derivanti da una società senza povertà ed emarginazione, e una società che sostiene la qualità della vita (incluso la qualità dell’occupazione), il benessere sociale (incluso il benessere dei bambini) e le pari opportunità per tutti, garantendo anche lo sviluppo sostenibile e la solidarietà intergenerazionale e intragenerazionale. Serve una maggiore coesione, ma a parole siamo tutti bravi.
Serve però un maggiore impegno e soprattutto servono azioni concrete.
Magari partendo da piccole cose quali la riduzione dei costi dei servizi collettivi (a partire da tariffe sociali per l’energia elettrica, l’acqua, i servizi collettivi, etc). Non è una priorità generale, ma è ciò di cui mi sono occupato in passato e per questo ne parlerò in un prossimo articolo.

Dalle numerose indagini sul disagio socio-economico è noto infatti che l’incidenza della povertà nel ciclo di vita delle famiglie presenta un tipico andamento a U. Il rischio di povertà è alto quando si hanno in famiglia bambini piccoli, si abbassa quando il capofamiglia raggiunge l’apice della carriera lavorativa e i figli escono progressivamente di casa (tranne quelli che restano perché non sanno dove andare…), infine torna ad aumentare tra i pensionati.
Questo andamento di massima è noto da tempo, così come le sue origini. La causa di fondo consiste nei noti difetti strutturali del nostro sistema di protezione sociale.
In Italia “l’emergenza sociale” riguarda 15 milioni di persone di cui la metà ufficialmente sotto la soglia della povertà, ma altrettanti si collocano poco sopra, dunque da considerare ad alto rischio. Anche l’Emilia Romagna si trova a dover fare fronte a questa emergenza: l’indice di povertà delle famiglie è salito negli ultimi anni a livelli molto preoccupanti; oltre mezzo milione di emiliano-romagnoli vivono sotto la soglia di povertà.

Deve crescere dunque l’attenzione in particolare su alcune aree critiche quali l’immigrazione, la povertà e l’esclusione sociale, perché, come era inevitabile, la crisi economica globale ha purtroppo iniziato a fare sentire i suoi effetti anche nel welfare di quelli che una volta erano considerati territori agiati.
Nella nostra regione sono state fatte molte cose importanti prevedendo norme per la promozione della cittadinanza sociale e per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali. Vi è sempre stato tra le priorità il contrasto alla povertà ed ai fenomeni di esclusione sociale. Ma ora si deve fare di più.

Bisogna rivedere i piani sociali di zona per monitorare e localizzare le caratteristiche del sistema socio-economico locale. Bisogna rivedere le linee di riforma dei servizi sociali che negli anni hanno coinvolto enti e amministrazioni in un importante sforzo culturale per valorizzare principi e strumenti innovativi a garanzia del diritto di cittadinanza sociale.
Quel sistema integrato di welfare non si è sviluppato e potenziato nel tempo a sufficienza.
Si ritiene che proprio in una logica integrata di sistema si riesca a caratterizzare lo sviluppo di un territorio, in quanto l’evoluzione delle esigenze e dei nuovi bisogni della popolazione porta ad allargare l’orizzonte delle scelte verso un riordino del welfare in funzione del valore sociale complessivo.
La strategia di riferimento è saper congiungere la ricerca di integrazione delle politiche sociali attraverso l’impegno concertato di tutte le istituzioni e la partecipazione integrata dei vari soggetti pubblici e privati che a vario titolo fanno parte dei diversi settori della vita sociale (ambiente, cultura, lavoro, casa, educazione, etc).

Certo non è facile e non ho certo soluzioni migliori rispetto a chi si sta impegnando da molto tempo, ma mi piacerebbe molto che anche attraverso questo giornale se ne parlasse di più. Io proverò solo nei prossimo giorni a proporre qualche riflessione che ho sviluppato negli anni scorsi scrivendo per la regione un “report sociale”.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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