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PRESTO DI MATTINA
Padre Silvio

Il chicco di grano caduto in terra

Padre Silvio Turazzi, missionario ferrarese nativo di Stellata di Bondeno, ci ha lasciato giovedì 26 maggio, memoria di san Filippo Neri, il santo della semplicità e della gioia cristiana che, come lui, visse gioiosamente in mezzo ai poveri, ai piccoli, agli emarginati.

Quel giovedì era pure la solennità dell’Ascensione, che ricorre a rigore quaranta giorni esatti dopo la Pasqua. Canta l’inno del mattino: «È asceso il buon Pastore alla destra del Padre, veglia il piccolo gregge con Maria nel cenacolo. Scende il crisma profetico che consacra gli apostoli araldi del Vangelo».

Così dopo una vita in sedia a rotelle, ma pur sempre da araldo del vangelo, pure lui, rialzato dal suo Gesù, è asceso presso il Padre, non senza la promessa di restare tra noi con il suo spirito di “fratello universale”.

Sì, quella della spiritualità di Charles di Foucauld [Qui], fratello universale, fu una delle luci che ispirò il suo stile missionario. Fratel Charles era per lui «il missionario che ascoltava Dio, che parlava condividendo la vita dei poveri nello spirito di Gesù di Nazareth».

Per questo fu molto presente nella vita di padre Silvio, anche se sentiva importante – sono le sue parole − partecipare a tutta la vita della gente: «Con questa prospettiva mi sento di vivere ovunque. Qui capisco che i sacrifici sono tanti: insicurezza, malattia, disagi, incomprensioni sono di casa. Soltanto la fede, l’appoggio su Gesù rende possibile un discorso completo sull’uomo … siamo tutti così limitati!»

Negli ultimi giorni, come la stessa consapevolezza che ebbe Gesù della propria fine, padre Silvio era entrato nei suoi tre giorni santi, nella sua Pasqua, ricordando a coloro che gli erano vicini il senso del suo soffrire e del suo morire. Lo ha fatto pronunciando le stesse parole usate da Gesù prima della sua passione.

È Edda, missionaria saveriana, che lo accompagnò per una vita, a raccontarcelo: «Martedì era voluto uscire. E davanti a un campo di grano, aveva richiesto una spiga e tenendola tra le mani aveva sussurrato: “Se il seme di grano non cade per terra e non muore non porta frutto”». È questa sua vita eucaristica, come un seme gettato nella terra, la sua vivente eredità.

Padre Silvio era entrato nei missionari severiani di Parma nel 1967, già prete, dal Seminario di Ferrara, e dopo soli due anni, nel 1969, fu vittima di un incidente stradale che gli compromise l’uso delle gambe. Ciò non gli impedì di iniziare la sua missione tra i baraccati di Roma all’Acquedotto Felice e poi a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, dal 1976 al 1994; quindi a Vicomero in una piccola fraternità missionaria vicino a Parma.

«La missione è un profondo atto di amicizia tra gli uomini»

«Portavo come un seme, una speranza oscura, il desiderio forte di incidere sul cammino del popolo per realizzare il bene comune. Mi sono ritrovato piccolo e bisognoso di imparare a leggere e capire esperienze e risposte alla vita diverse da quelle che avevo sempre incontrato. L’idea della missione mi ha provocato e sostenuto in questo incontro.

Poiché ci si riconosce in un destino comune, si prova il bisogno di comunicare le notizie che portano gioia e colmare i vuoti che gli egoismi hanno creato. È missione annunciare Gesù, Parola e impegno di Dio per la pienezza degli uomini; è missione riconoscere che la sua presenza va oltre il visibile e oltre i segni importanti e liberatori che egli stesso ci ha lasciato.

Quello che conta è il quotidiano rimettersi in cammino perché Lui, che è venuto a dichiarare la liberazione dei poveri, ci trovi impegnati a costruire, con il suo aiuto, la famiglia umana».

Quella di padre Silvio è stata così sempre di più una missione intesa e intenta a costruire la fraternità tra gli uomini: «Un altro aspetto dell’essere fratello è il legame con i fratelli sofferenti − che porta alla solidarietà. Una solidarietà che cura le ferite e si fa carico degli squilibri che la provocano; quella virtù che “è ferma e costante determinazione di lavorare per il bene comune, di donarsi per il bene del prossimo, pronti nel senso evangelico del termine a ‘perdersi’ per l’altro invece di sfruttarlo, a ‘servirlo’ anziché opprimerlo”» (Sollicitudo rei socialis, 38).

È la scelta dei poveri. È la fraternità che diventa coraggio e si fa giustizia che illumina la vita sociale sulla proiezione della proposta di Cristo. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…. Ogni volta che l’avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt. 25,31-46).

Ne parlo come prospettiva. La mia esperienza è povera, con tanti silenzi e compromessi. Quando l’ho vissuta mi sono trovato nel Vangelo. Ricordo la risposta spontanea al direttore della prigione che aveva proibito l’entrata ai sacerdoti bianchi: “Direttore, il sangue mio e quello dei detenuti ha lo stesso colore; perché non posso vederli?”. Mi fissò, poi rispose: “Ingla (entra)”».

 

La fraternità planetaria, la sua ostinazione

Aperti e protesi verso una giustizia, una solidarietà, una cultura e comunità planetarie. Padre Silvio vedeva nell’unità del pianeta un segno dei tempi: «È tempo che l’economia, il diritto, la politica, la cultura, abbiano riferimento all’unico uomo: l’uomo cittadino del mondo.

L’umanità è cosciente dell’avventura globale della sua storia come dei suoi rischi, non altrettanto da dove attingere la forza per “crescere” in quella cultura dell’altro, chiunque e dovunque esso sia, che permetterà l’incontro, la collaborazione, la gestione comune della vita.

E’ in questo contesto che la missione, e in particolare le missioni nei vari Paesi del mondo, è chiamata ad essere segno e strumento della diaconia della Chiesa per l’unità del mondo. Noi nuovi discepoli dell’unico Maestro, lentamente impariamo ad accogliere questa nuova ricchezza del regno, la chiamata a essere e diventare figli del Padre e aprirci alla fraternità.

La vita mi ha insegnato che non c’è situazione in cui non possiamo aprirci “al di più”, alla bellezza del Regno. Se poveri impariamo ad essere capaci di vedere chi soffre, a diventare solidali con loro; ne potremo accettare passivamente che l’altro sia escluso, calpestato, privato della propria dignità. Ogni scelta, ogni relazione, perché sia umana, deve tendere alla fraternità, il frutto maturo della pace».

Così un corpo e una parola di fraternità si ostinano a procedere tra immobilità e silenzi ostili e peggio indifferenti: «Dammi l’acqua/ dammi la mano/ dammi la tua parola/ che siamo, nello stesso mondo» (Chandra Candiani [Qui]).

Come il respiro in salita, il battito del cuore in affanno, ostinati anche se le gambe non camminano e le parole sussurrate del vangelo cadono nel vuoto. Ostinazione è il carattere di chi fronteggia l’immobilità, la chiusura, il dolore, è pure lo stile di chi abita il vangelo e la vita della gente come fosse la sua scuola, la sua casa, la sua terra, il suo campo.

È l’ostinazione – aratro che solca i campi dell’umano, semina e li fa fiorire e fruttificare – un ostinato amore che va fino in fondo costi quel che costi. «Tutto è questione di fedeltà – scriveva don Primo Mazzolarie l’ostinazione è una fedeltà innamorata» (Pensieri dalle lettere, Vicenza 1978,170).

In queste parole ritrovo al vivo lo sguardo e i tratti del volto di padre Silvio, la sua fede ostinata e sorridente: “una fedeltà innamorata”.

 

«Sul Golgota il Regno di Dio non è finito»

«Il mio ritorno a Goma con Paolo ed Edda è stato come entrare in un profondo pozzo, in un tunnel buio: è ancora guerra, continuano le sparizioni di persone gli spari nella notte.

E tuttavia si percepisce in mezzo a queste realtà di morte che la gente sente il bisogno di vita. Ha fame, sete, chiede luce. Per questo Gesù ha inviato i discepoli. Quando ci uniamo nell’eucaristia gli occhi sono fissi su Gesù, non c’è altro maestro. Si annuncia l’attualità della sua persona in mezzo a noi. Noi come chiesa non viviamo appena di ricordi, ma ricordando il Gesù presente viviamo il presente e ci apriamo al futuro.

Resta la profonda angoscia delle immagini molto tristi della guerra e del dopoguerra, restano gli interrogativi del perché tanto male, anche se si sa che i motivi della guerra nella regione dei grandi laghi sono da individuarsi in una volontà di profitto, di accaparramento e sfruttamento di risorse economiche.

Ho imparato che è nella preghiera che vanno cercate se non le risposte immediate almeno una luce ed un senso che ti confermano nella certezza che sul Golgota il Regno di Dio non è finito, ma dal Golgota si è sparso nel mondo.

Nella sofferenza degli uomini il Regno di Dio non è finito. Questo pensiero mi ha illuminato ed è stato come una liberazione dall’oppressione dell’angoscia e degli interrogativi su tanto male che ancora continua.

A Goma ho visto i segni della guerra e della fame, però ho visto anche i segni di una chiesa viva. Abbiamo sentito fatti di morte, stragi e sparizioni e abbiamo sentito fatti di bontà e di donazione della vita. Tanti episodi in cui i cristiani accolgono e nascondono chi è ricercato.

Ed allora il Regno di Dio non è finito. C’è una storia di vita che continua a scorrere. È il Regno che continua, tanti hanno dato la vita per salvare quelli dell’altra tribù.

Anche i missionari che sono restati sono un segno che il Regno di Dio non si è fermato. Sono restati condividendo l’insicurezza della gente e questo restare è stato sentito come il restare stesso di Gesù.

Quando andiamo oltre le nostre paure e i limiti, quando si continua a perdonare, a credere e a condividere, anche quando le situazioni sembrano difficili, allora il Regno di Dio è presente e vivo. Un cristiano si riconoscere da come fa la “spesa” e da come è capace di accogliere la diversità, anche quando fa paura.

Tornando a casa si è rafforzata ancora di più l’idea di tenere viva la comunione con la chiesa d’Africa e chiederei anche a voi di fare altrettanto. L’eucaristia è condivisione, da essa dobbiamo trarre la forza per vivere vangelo con coerenza e continuità, perché è il vangelo che ci offre uno sguardo nuovo.

L’ascolto della missione ci porti a rinnovarci nella fede: la missione è quel dono che fa crescere la fede perché la si dona. La fede è la presenza del Signore, è lui che ci orienta, e ci apre gli occhi.

Ho celebrato la messa di Pentecoste nella cattedrale di Goma. Ho riascoltato i canti nelle diverse lingue: mushi, kinande, kinyarwanda, kiswahili, kirega. Abbiamo ascoltato esperienze di vangelo vivo, di amicizia fino a rischiare e a donare la vita per quelli dell’altra etnia.

Ci hanno raccontato la storia di due giovani (hutu e tutsi) rimasti insieme in prigione, decisi a uscire di prigione insieme, o a morire insieme. Davvero il Regno di Dio non è finito. È visibile tutte le volte che la gente sa aiutarsi, perdonarsi, condividere il poco che ha e conservare, nonostante tutto, il germe della speranza.

È accaduto sulla croce di Gesù, continua oggi nella Regione dei Grandi Laghi tra la gente semplice, nella vita di ogni giorno. È una dimensione della storia che non appare, ma è nel tessuto della vita che continua. Prego questa sera perché siamo uniti e si crei un legame con tutta la gente della terra. Per la città di Goma che è affamata io chiedo al Signore una pioggia di fagioli».

(Riflessione di p. Silvio alla veglia missionaria nel 1997, Archivio Cedoc SFR).

 

Essere una parola viva: «brace ostinatamente tesa al fuoco»

«Mi rimaneva poco della forza del mio corpo, ma avrei voluto ugualmente donare il massimo. Essere una parola viva di Dio per gli altri, in particolare per i poveri che avevo incontrato».

Sei tu parola
la mia nuda guerra,
notturna disciplina,
è tuo
lo scatto che sa
la sobrietà
della strada più lunga,
sei tu la risposta
alla pressione del cielo,
al batticuore del silenzio,
il rifugio esposto sei tu,
nell’esilio dell’anima
che non verdeggia,
non fa foresta,
tu sonaglio
in paesaggio di sola neve.
Che tu veda la mia fame
già mi sfama,
ti consegno la mia balbuzie
perché tu la dica
polvere d’ossa e semina.
Tu secchio e deriva,
tu impastata di silenzio
come acqua e frana,
parola che modella l’anima,
la istruisce
a irriducibile tenerezza,
tu brace ostinatamente tesa
al fuoco, fa’ di me memoria.
Di quale amore ho sete?
Ti amo
anche quando non so di amarti.
Parola di silenzio.
Veglia sulla mia mutezza
come il sole sull’uva
perché diventi vino
e voce.
(Chandra Candiani)

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PRESTO DI MATTINA
Un andare nascendo

«Si richiede all’Aurora, anche senza saperlo, questo seguitare a nascere. Si richiede all’assoluto dell’essere, e alla pienezza della luce, e al dispiegarsi del tempo, di non cadere mai più» (Maria Zambrano [Qui], Dell’Aurora, Genova 2000, 54).

Si domanda loro di restare aurorali, senza tramonto: «L’aurora si reitera», si rinnova, pur restando nella propria notte «avanza a ogni apparire delle sue luci molteplici». Un camminare nascendo è l’aurora. Un andare nascendo è pure quel camminare insieme che ha nome sinodalità. Esperienza del vivere e del ri-cominciare insieme, cum-re-initiare.

«Si accende nei cieli l’Aurora come fosse una cosa della terra: come un fiore che, per la sua purezza e il suo ardore, ha raggiunto il confine dove terra e cielo si schiudono e si abbracciano. Quasi fosse l’abbraccio senza eguali tra cielo e terra, un abbraccio che perdura e non si scioglie facilmente. Non è un miraggio: è un’azione, o meglio un atto unico e, quindi, un essere. Un essere che in quell’atto vive insieme – nello stesso istante – la propria nascita e la propria trasfigurazione», (ivi, 148).

La sinodalità come l’aurora delinea l’orizzonte da cui il sole sorge: lo fa lievitare nel mondo. Lo ha ricordato anche papa Francesco ai cristiani della chiesa di Roma (18 settembre 2021): «Camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità. La Chiesa sinodale ripristina l’orizzonte da cui sorge il sole Cristo: innalzare monumenti gerarchici vuol dire coprirlo. I pastori camminano con il popolo: noi pastori camminiamo con il popolo, a volte davanti, a volte in mezzo, a volte dietro. Nel cammino sinodale, l’ascolto deve tener conto del senso della fede, ma non deve trascurare tutti quei “presentimenti” incarnati dove non ce l’aspetteremmo: ci può essere un “fiuto senza cittadinanza”, ma non meno efficace. Lo Spirito Santo nella sua libertà non conosce confini, e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze».

Come l’umanità, così la chiesa e il suo vissuto che chiamiamo tradizione, assomigliano ad «una pasta lievitata, una realtà in fermento dove possiamo riconoscere la crescita, e nell’impasto una comunione» che si attua nel movimento. La sinodalità realizza la vera comunione perché è esperienza dello Spirito che, come lievito fa lievitare la pasta non in un punto, ma tutta insieme, nell’interezza: Spirito di crescenza nel suo abbassarsi umile, stabilità fedele che muove tutto, trasformante mitezza, esondante intimità.

Se nascere è per tutti l’accedere all’umano e rinascere è ritrovarlo ed accrescerlo ogni volta che lo si assume come dono e compito del vivere, allo stesso modo la sinodalità costituisce, nella forma di una responsabilità per tutti, la sfida ecclesiale dell’ora presente, uno spirito e un’azione da assumere per ritrovare e far rinascere il vangelo in mezzo a noi.

È reale opportunità di accedere di nuovo all’umanità di Dio fattasi incontro nell’umanità delle persone e rivelatasi nell’umana carne di Gesù di Nazareth nato da Maria, l’adombrata dallo Spirito, disceso poi in modo permanente sui credenti a Pentecoste.

Sinodalità è allora l’esperienza da viversi nel Corpo di Cristo, che è un popolo in cammino verso gli altri popoli; “vessillo” ricorda pure il concilio e anche papa Francesco attorno al quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi in unità (SC 2), cercando così di incontrare quel Gesù nascosto negli uomini e nelle donne del nostro tempo, al fine di testimoniare e di confermare, insieme allo Spirito del risorto, l’affidabilità della promessa contenuta nel Padre nostro e nelle Beatitudini: per tutti è il vangelo, per tutti la Pasqua, per tutti il Regno dei cieli.

Ricorda papa Francesco con una notevole arditezza di pensiero che «il Vangelo è disordine perché lo Spirito, quando arriva, fa chiasso al punto che l’azione degli Apostoli sembra azione di ubriachi; così dicevano: “Sono ubriachi!” (cf. At 2,13). La docilità allo Spirito è rivoluzionaria, perché è rivoluzionario Gesù Cristo, perché è rivoluzionaria l’Incarnazione, perché è rivoluzionaria la Risurrezione» (Discorso all’Azione cattolica del 30 aprile 2021).

Sinodalità dice lo scompiglio dello Spirito che sparpagliando riunisce; da lui viene il cambiamento che rivoluziona la vita ecclesiale. Sinodalità: perenne giovinezza dello Spirito suscitatrice del pensare e dell’agire cattolico, che papa Francesco traduce con l’espressione del “farsi prossimo”:

«La parola “cattolica” si può dunque tradurre con l’espressione “farsi prossimo”, perché è universale; “farsi prossimo”, ma di tutti. Il tempo della pandemia, che ha chiesto e tuttora domanda di accettare forme di distanziamento, ha reso ancora più evidente il valore della vicinanza fraterna: tra le persone, tra le generazioni, tra i territori».

Il farsi prossimo del cammino sinodale dovrà così iniziare «dal basso, dal basso, dal basso», iniziando dall’ascolto, insieme: «in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra».

In questo orizzonte di senso mi sembra che vada anche l’orientamento della chiesa italiana con la Carta d’intenti per avviare il cammino sinodale proposto nell’ultima assemblea della Conferenza episcopale italiana del 23-27 maggio 2021 che titola: Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita e nella Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà, del fine settembre scorso si legge: «Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”»; un cammino che comprende tre fasi temporali: narrativa (2021-2023); sapienziale (2023-2024) profetica (2025).

Si tratterà di far venire di nuovo alla luce ciò che era rimasto in ombra, lasciato dietro le quinte, al V° Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, dal tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, che si svolse nel 2015: l’ascolto delle narrazioni negli ambiti del vivere (vita affettiva, lavoro e fragilità, tradizione, cittadinanza); il discernimento comunitario poi e le scelte profetiche, evangeliche infine per una riforma anche strutturale del vivere ecclesiale.

Papa Francesco, allora, entrò in quell’assemblea in “punta di piedi”, parlando solo alla fine e ricordando che la comprensione dell’umanità di Gesù andava fatta a partire dall’Ecce homo, dal suo volto.

Disse quella volta: «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il “misericordiae vultus”. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo».

Francesco al termine del convegno aveva pure invitato tutte le comunità ad un esercizio di sinodalità, riprendendo in mano gli orientamenti dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, dicendo ai presenti come lui vedeva e desiderava la chiesa italiana, il suo modo di sentirla viva, il sogno di vederla rinascere:

«Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura. Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium [Qui]».

Si tratta ora di togliere dall’archivio i pensieri e gli affetti, gli intenti e le pratiche generati a Firenze nel 2015. Si tratta di tornare a declinare quei verbi di allora, di cui sembra si siano troppo presto perse le tracce: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, riappropriandosi di quel metodo sinodale.

Un mettere mano a quel sogno incarnandolo nella realtà di oggi, in nuove storie di chiesa. Sono passati cinque anni da allora e Francesco chiede di lasciarsi coinvolgere in un “sinodo globale”, universale a partire dalle chiese locali e da ogni battezzato per «ascoltarsi, parlarsi e ascoltarsi; non si tratta di raccogliere opinioni, no. Non è un’inchiesta, questa; ma si tratta di ascoltare lo Spirito Santo, come troviamo nel libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”» (2,7)».

Egli domanda di ritrovare nello spirito profetico l’“eloquenza dei gesti”: «una Chiesa del dialogo è una Chiesa sinodale, che si pone insieme in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra. In effetti, quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare.

E dobbiamo essere precisi, quando parliamo di sinodalità, di cammino sinodale, di esperienza sinodale. Non è un parlamento, la sinodalità non è fare il parlamento. La sinodalità non è la sola discussione dei problemi, di diverse cose che ci sono nella società… È oltre. La sinodalità non è cercare una maggioranza, un accordo sopra soluzioni pastorali che dobbiamo fare.

Solo questo non è sinodalità; questo è un bel “parlamento cattolico”, va bene, ma non è sinodalità. Perché manca lo Spirito. Quello che fa che la discussione, il “parlamento”, la ricerca delle cose diventino sinodalità è la presenza dello Spirito: la preghiera, il silenzio, il discernimento di tutto quello che noi condividiamo. Non può esistere sinodalità senza lo Spirito, e non esiste lo Spirito senza la preghiera. Questo è molto importante», (ivi, Discorso Ac).

“Un luogo aperto, una Chiesa dell’ascolto, una Chiesa della vicinanza” sono le tre “opportunità” che il sinodo deve cogliere secondo papa Francesco, le tre parole chiave sono comunione, partecipazione, missione; i tre rischi che si corrono sono il formalismo, l’intellettualismo, l’immobilismo e citando il padre Yves Congar [Qui], uno dei teologi al concilio Vaticano, ricorda che «non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa».

Come «l‘aurora non è il preludio, [alla luce] bensì il centro stesso del giorno nel mezzo della notte, il giorno-notte, la luce-tenebra che poi si separano senza perdersi l’una nell’altra. La vita stessa», così la sinodalità non è premessa, preludio alla comunione, ma ne è lo svolgimento, la sua forma sinfonica, la vita stessa della chiesa in movimento.

Il camminare insieme non è ouverture alla consonanza, ma la sua narrazione esistenziale, il suo pluriforme e permanente attuarsi e rinascere: è fede pulsante di tutti, è intelligenza e sentimento del credere in relazione con tutti, che spera per tutti che, quando è ancora notte, mette in cammino verso levante: una luce nascente: «Ho sempre camminato verso l’alba, non verso l’occaso; e ho sempre sofferto per tante albe precipitate nell’occaso!», (Zambrano, ivi, 53; 157).

Il sinodo è dei poeti e di chi prega” ho letto nel giornale del papa, forse perché la preghiera e le parole originarie sono luoghi di umanità, di rinascita e creatività perché privilegiati dallo spirito, il confine dove terra e cielo si schiudono e si abbracciano come poesia e preghiera si abbracciano in questo inno liturgico del mattino.

L’aurora inonda il cielo
di una festa di luce,
e riveste la terra
di meraviglia nuova.
Fugge l’ansia dai cuori,
s’accende la speranza:
emerge sopra il caos
un’iride di pace.

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Dalle “retrovie” delle missioni alla Chiesa tutta missionaria
Uno studio di Miriam Turrini

 

La pubblicazione è del 2017, ma mi è capitata tra le mani solo di recente. È il numero 40 dei Quaderni del Centro di documentazione della parrocchia di Santa Francesca Romana (Cedoc).
Un parroco, don Andrea Zerbini, che da anni pubblica studi di storia della chiesa locale, e non solo, e ha creato una biblioteca di decine di migliaia di titoli di scienze religiose e teologia: semplicemente geniale.
Il quaderno numero 40 s’intitola: Dalle “retrovie” delle missioni alla Chiesa tutta missionaria. Il Centro missionario diocesano di Ferrara-Comacchio (1929-2000), scritto da Miriam Turrini.
Alla storica ferrarese, allieva di Paolo Prodi e docente all’Università di Pavia, va il merito di avere fatto parlare le carte del Centro missionario diocesano come, ritengo, nessun altro avrebbe saputo fare.

Ferrara, Santa Francesca Romana

Un archivio finito nelle mani di don Zerbini, al quale si dovrebbe dire un grazie grande come una casa, per averlo custodito e valorizzato in uno studio che andrebbe prescritto come un farmaco contro la perdita di memoria. Prima o dopo i pasti non importa.
Lo studio è uno spaccato di storia ecclesiale vista dall’angolo di una diocesi, che attraversa sei papi (da Pio XI a Giovanni Paolo II), e cinque vescovi (Ruggero Bovelli, Natale Mosconi, Filippo Franceschi, Luigi Maverna e Carlo Caffarra).
La cavalcata dal 1929 al 2000 in sella al Centro missionario diocesano, è come una sonda locale che ci racconta cambiamenti e passaggi d’epoca, che non è esagerato definire sorprendenti.

Troppo spesso si giudica come minore la storia locale rispetto a quella con la esse maiuscola, ma è un errore. Leggere e diffondere queste pagine sarebbe cosa buona e giusta, non tanto per ricordare con nostalgia i tanti protagonisti, quanto per mettere a fuoco temi, intuizioni e limiti di un percorso pastorale, cui occorrerebbe prestare attenzione perché continuano a parlare al presente e dare attualissime indicazioni sul domani. È la lezione della storia, alla quale anche in ambito ecclesiale si ha l’impressione che non si presti il dovuto ascolto.

Un esempio è, appunto, il significato della parola missione, ossia la chiave di lettura della ricerca di Miriam Turrini e, allo stesso tempo, la cartina tornasole della temperatura storica che cambia ed evolve, attorno a questo tema cruciale per la chiesa.

Ai tempi del vescovo Ruggero Bovelli il linguaggio usato era delle missioni tra gli infedeli,  espressione di mentalità, cultura, teologia e pastorale. Al netto delle numerose e meritorie mobilitazioni per raccogliere aiuti in un tempo disastrato da fascismo, guerra, distruzione e miseria, scrive bene Miriam Turrini che il contesto era quello di “propagare la fede progressivamente nell’intero mondo e salvare le anime inserendole nella chiesa attraverso il battesimo” (pag. 261). Era questa, in fondo, l’ansia sottesa all’Opera della Santa Infanzia, articolazione vaticana delle allora Pontificie opere missionarie.
In un mondo essenzialmente diviso tra ‘fedeli e infedeli’, il modello era la conquista alla fede per la diffusione del Regno di Cristo e non è casuale che in questo clima la rivista per la diffusione di idee e iniziative si chiamasse Crociata Missionaria.

Per nomina dell’arcivescovo Natale Mosconi, gli anni ’50 e ’60 vedono l’allora Ufficio missionario diocesano, animato dall’impegno, ma soprattutto dal talento, di don Alberto Dioli, accanto alla vulcanica Gisa Trevisani.
Don Dioli fece a tal punto della missionarietà il principio organizzativo della propria vita, da diventare egli stesso un prete fidei donum (l’enciclica di Pio XII del 1957) e partire come missionario per l’Africa nel 1968. Fatali furono alcune chiavi di volta per comprendere quel passaggio d’epoca, fra cui i pontificati di Giovanni XXIII (dall’enciclica Mater et Magistra del 1961) e Paolo VI, oltre alla maturazione di un’idea di missione più attenta alla crescita delle chiese indigene, la riflessione sul colonialismo, l’emergere delle istanze di giustizia e promozione umana, accanto alla carità e il ritorno sul piano locale in termini di cultura ed educazione alla mondialità.
Missione non era più un semplice dare, portare e civilizzare, fra popoli avanzati e arretrati, ma iniziava a diventare una trama di rapporti nel rispetto delle rispettive originalità e culture.

Soprattutto, con il clima inaugurato dal concilio Vaticano II, iniziava a farsi strada un’idea di chiesa basata sull’ecclesiologia della comunione di chiese. Missione non erano più i soli preti missionari, ma anche l’ingresso dei laici in un compito destinato a essere non un singolo settore della pastorale, ma il modo di essere – l’intima postura – di tutta l’ecclesia, sacramentalmente concepita come locale e, come tale, universale. Una vera e propria accelerazione teologica, destinata a incontrare attriti durante l’episcopato Mosconi.
Se, da un lato, la svolta conciliare chiedeva di tradursi pastoralmente in un rapporto di aiuto innanzitutto tra chiese locali, dall’altro, Mosconi restava culturalmente dentro il modello ecclesiologico centralistico romano. Destinare prioritariamente i fondi raccolti alle Pontificie opere missionarie (PP.OO.MM.) della Santa Sede, significava che la linea economica delle risorse doveva ricalcare quella ecclesiologica, che gerarchicamente scendeva dal papa, ai vescovi, ai preti, fino al gregge dei fedeli.

Occorreva attendere l’ingresso in diocesi del vescovo Filippo Franceschi (1976), perché questo cambio di paradigma fosse riconosciuto e diventasse l’essenza di un intero disegno pastorale. Il respiro dell’Ufficio missionario (poi Centro missionario) entrava così in una sintonia speciale con quello interamente diocesano, segno di una chiesa che si scopriva tutta missionaria.
Nelle pagine di questo capitolo Miriam Turrini è esemplare nel far parlare le carte come di un vero e proprio stato di grazia che, per quanto durato pochi anni (nel 1982 terminò l’episcopato ferrarese di Franceschi), fu per tanti versi irripetibile.

La spinta di quella sintesi si protrasse per anni durante il successivo episcopato di Luigi Maverna (1982-1995), con un singolare coinvolgimento della città ben oltre i confini ecclesiali (Camera di Commercio, istituzioni, banche, scuole), nelle campagne di sensibilizzazione e raccolta fondi. Un percorso inclusivo che arrivò a inaugurare una fase di collaborazione inedita con le amministrazioni locali – Comune e Provincia – da sempre espressione della cultura politica social-comunista.

Eppure, qualcosa si ruppe rispetto al precedente periodo. Scrive Miriam Turrini: “il progetto ecclesiale organico prospettato durante l’episcopato Franceschi pare sfumare: l’arcivescovo Luigi Maverna intraprende il percorso del sinodo mentre in ambito missionario si afferma la frammentazione delle iniziative” (193).
Quello della frammentarietà di gruppi e iniziative in campo missionario è un problema che riaffiora ciclicamente nella storia ecclesiale, con limiti d’impostazione nazionale oltre alle peculiarità locali.
Con Mosconi gli attriti nascono perché la sintesi fatica a trovarsi in un paradigma ecclesiologico di tipo gerarchico, sospinto ben oltre il concilio. Sintesi, invece, che emerge durante gli anni di Franceschi, in cui ogni frammento pare trovare posto in un disegno.

Perché allora questa spinta centrifuga torna a fare problema durante Maverna, nonostante un modello pastorale imperniato sul sinodo (camminare insieme)? Tutta colpa di particolarismi e mancanza di senso ecclesiale?
Forse non basta dire sinodo perché tutto vada a posto e in equilibrio e il dubbio pare trovare conferma nelle parole di Turrini: “La conclusione dell’episcopato Maverna (…) non favorì lo sviluppo di una chiesa che operava attraverso piani pastorali condivisi” (229).

Chapeau, dunque a Miriam Turrini e don Andrea Zerbini per una ricerca assolutamente da leggere, con l’auspicio che l’intera chiesa locale sappia fare tesoro di queste pagine, come di quella miniera di sapere ed esperienze a disposizione nei quaderni del Cedoc.

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Redazione

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