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PRESTO DI MATTINA
Sotto l’albero delle parole

 

Ricevo ancora posta dal Burkina Faso nonostante siano passati ormai più di venti anni dalla mia visita alle missioni dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri.

È frère Julien Zoungrana, responsabile provinciale della comunità in Africa, che scrive. Le sue lettere iniziano o si concludono sempre con un proverbio del popolo del Burkina Faso, che significa ‘il paese degli uomini retti’.

Nell’ultima lettera in linguaggio morè o mossi era presente un augurio e un compito: Kend n biisdrogem, dove kend sta per ‘camminare’, n per ‘chi’, biisd equivale a ‘fermare, far maturare, crescere, consolidare’, mentre rogm designa ‘parentela, parto, nascita, fraternità’. S’intende così esprimere che solo il movimento dall’uno all’altro, l’uno verso l’altro può consolidare i vincoli di fratellanza.

tetto Burkina Faso AfricaInsieme al proverbio una fotografia, che raffigura degli uomini che reggono un tetto. Impressionante il simbolismo raffigurato da quella immagine e sottotitolato da un altro porverbio: Aya! aya! n zèkdsugri, che significa ‘È solamente con una sinergia di azione che è possibile ricollocare il tetto di una casa’.

Anche in Burkina − mi scrive frère Julien − è necessario riporre sulla casa comune, con unità di intenti, il tetto della pace:

«Se guardiamo alla situazione attuale nel nostro paese, abbiamo le lacrime agli occhi, quindi sfortunatamente non abbiamo buone notizie. Gli atti terroristici si sono ripetuti in tutto il Paese, così come nei paesi vicini, rendendo la sicurezza precaria. Oltre ai tanti morti che si registrano ogni giorno, l’altra conseguenza di questa guerra asimmetrica è l’aumento del numero dei profughi, che ora supera il numero di 1.800.000.

È davvero triste e rattrista vedere come la violenza rallenti la pace e il processo di sviluppo che da sempre caratterizza il popolo burkinabè… Nelle nostre scuole, dall’inizio dell’anno scolastico, abbiamo accolto molti ragazzi e ragazze provenienti da famiglie povere, in particolare i figli di sfollati interni, ora chiamati rifugiati, nelle nostre scuole affinché possano frequentare regolarmente le lezioni.

Se l’aiuto che riceviamo da voi, cari amici, per il supporto a distanza è sempre utile e prezioso, potete capire quanto sia sempre più difficile far fronte a questa situazione. Quindi, se guardiamo a questo cammino fraterno di solidarietà e condivisione, che ci permettete di intraprendere continuando a garantire la scuola e la mensa quotidiana a tanti studenti, possiamo dire che guardiamo sempre al futuro con speranza.

La stessa speranza che ci permette di andare incontro ai bisogni dei bambini piccoli, spesso malnutriti. Questa speranza si fonda sulla certezza che il Padre Buono che si è fatto bambino, che si è fatto uomo per ciascuno di noi, non lascerà soli i suoi figli, anche là dove la sofferenza e la povertà sembrano avere il sopravvento».

A fissare con più attenzione quell’immagine di mani nascoste che ricollocano sulla casa il tetto, come a dire che insieme portano il peso di far rialzare la pace, mi ha fatto ricordare un corale degli anni ’80 di Marcello Giombini [Qui], che cantavamo nelle nostre liturgie e incontri sulla Parola di Dio.

«È un tetto la mano di Dio è un rifugio la mano di Dio è la pace la mano di Dio».

E così sono andato a cercare un racconto del vangelo di Luca sulle mani di Gesù, che esprimessero le mani di Dio come un tetto:

«C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei liberata dalla tua malattia”. Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, sdegnato prese la parola e disse alla folla: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato”. Il Signore gli replicò: “Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?”.

Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. Diceva dunque: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”» (Lc 13,11-19).

Scrutando ancora più in profondità nei miei ricordi è poi emerso anche il simbolo dell’ACHNUR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la cui rivista era bene in vista già dagli anni ’90 al Cedoc SFR. Il logo in copertina raffigura due mani che non solo fanno da tetto a una persona, ma formano con il palmo leggermente arcuato l’intera casa.

Così ho pensato che anche le mani dell’uomo sono un tetto per quel Dio umanato che si è sprofondato nell’umano e condivide il destino di chi ha fame e sete, è ignudo, rifugiato, forestiero malato, in carcere: perché dice il vangelo di Matteo 25, che ogni volta che le nostre mani sono state luogo di ospitalità, senza saperlo noi abbiamo ospitato anche lui, che si è impoverito per arricchire noi della sua umanità.

L’ALBERO DEL PALAVER

La parabola dell’alberello di senape mi ha fatto ricordare che in Africa vi è un albero simile − in origine un baobab − «l’albero del palaver [Qui]»; rappresenta il tradizionale luogo di aggregazione, di incontro all’ombra del quale ci si esprime sulla vita sociale e i problemi di interesse comune che riguardano un villaggio. È anche un luogo dove i bambini vengono ad ascoltare le storie di un anziano o si fa scuola. È un punto di dialogo, di riavvicinamento in cui tutti possono esprimersi per ritrovare vie di riconciliazione nella comunità.

«Il palaver africano» (l’arbre à palabre) è una singolare arte di conversazione e dialogo creativo per cercare collettivamente soluzioni pratiche alle sfide e ai conflitti quotidiani nelle relazioni personali, famigliari, comunitarie e intra-comunitarie.

La traduzione palaver (talora anche palaber) mal restituisce il senso di una ricca tradizione ancestrale socio-etica e religiosa propria di diversi gruppi etnici africani, che offre alla comunità strumenti per salvaguardare la giustizia, la pace, la coesione sociale e favorire solide scelte etiche, che promuovano il bene comune e la prosperità umana e cosmica…

Il palaver africano invita tutte le persone, che hanno a cuore la comunità, in uno spazio sacro di dialogo creativo sui modi per promuovere quelle norme etiche che favoriscono un’esistenza piena e combattere quei vizi o atti ingiusti, che pregiudicano la partecipazione di ciascuno al vincolo della vita».

Sotto l’albero del palaver ci si riunisce anche per condividere la Parola di Dio e tutte le parole generative di vita, quelle che suturano e rimarginano le ferite, avvicinano i lontani, l’estraneo, fratello; la parola compresa in tutti i suoi vari aspetti è itinerante, intreccia la periferia al centro e viceversa.

Legame e vincolo tra l’alto e il basso la parola è «come principio vitale in una catena ininterrotta di esistenza che va da Dio e dagli antenati all’umanità e a tutte le creature; come il prosperare, l’essere chi si è destinati a essere; il relazionarsi in modo giusto, partecipando e contribuendo al bene comune e condividendolo – e non si riferisce solo ai vivi (l’assemblea riunita), ma alla comunità, una nozione ampia e complessa che abbraccia anche gli antenati, i non ancora nati, ogni realtà spirituale, le creature visibili e invisibili, la vita ecologica, il pianeta e l’intero cosmo. Tutti e tutte nella comunità hanno qualcosa da offrire al comune vincolo della vita» (Stan Chu Ilo, Il metodo del Palaver africano, Concilium 2021/1, 89 ss.).

Sotto il palaver si sta come sotto un tetto sostenuto da tutti in vario modo; si prende la parola anche danzando, mimando, raccontando storie. Questo albero è diventato così il simbolo della libertà e del diritto di parola nella comunità, luogo di inclusività e di ascolto dell’opinione di ciascuno come decisiva per gli altri.

Nel gruppo etnico Ibo dell’Africa occidentale il palaver costituisce una istituzione egualitaria perché ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti. Il palaver è così uno spazio di ascolto, «uno spazio di parola veritiera» e, come parola pronunciata nel dialogo, manifesta tutta la sua forza di trasformazione e cambiamento, perché la verità guarisce, unisce e ricostituisce la comunità.

«Nelle comunità tradizionali africane, le profondità, la pluralità e le ramificazioni della verità emergono dall’ascolto paziente e dall’apertura e dall’attenzione alla parola detta – detta in libertà». La dinamica del palaver permetteva di spalancare il cuore e di parlare liberamente, soppesare insieme quei conflitti che rischiavano di minacciare la vita della comunità, ed era generativa di «un’etica del consenso» per salvaguardare, promuovere e proteggere il bene comune.

Come non riconoscere qui un processo sinodale esemplare anche per la chiesa di oggi che ci viene dalla cultura e chiese d’Africa? Non è forse questa la via che papa Francesco ha indicato anche alle nostre comunità che si facciano come l’albero del palaver, luogo comunicativo in ascolto del popolo di Dio sulle questioni di oggi, interpellando i battezzati e tutti coloro a cui sta a cuore la dignità e il destino umani?

Anche l’idea di sinodalità mette in atto un processo di interdipendenza tra le persone nell’ambito del governo ecclesiale. Lo stile sinodale infatti implica il radunarsi assembleare, la partecipazione di tutti al processo deliberativo, la cooperazione nello scambio, il dialogo e l’ascolto reciproco, la collaborazione nella comunione, sotto la presidenza del vescovo. La sinodalità presuppone questo esercizio di corresponsabilità, di un dare e ricevere per arrivare a un consenso della fede.

Del resto, lo stesso termine palaver si avvicina molto presso gli Ibo al concetto di sinodalità. «L’entrare in comunione delle persone unite da un vincolo vitale condiviso»: questa comunione che avviene in molteplici luoghi è generativa, secondo l’espressione di papa Francesco, di una “cultura dell’incontro”. Come l’arte di intrecciare cesti, il palaver esige un’arte della conversazione che intersechi e sia aperta alla diversità di prospettive e tollerante verso le differenze.

Mai senza l’altro” diviene così il life motiv di ogni esercizio di sinodalità e a me sembra che Clemente Rebora [Qui] l’ha declinato poeticamente: ogni parola è un chicco di una moltitudine di altri chicchi, e si sa come dice un altro proverbio africano di frère Julien:

«Nug bi yend ka wukd zom ye»
(Nug = ‘dito’, bil = ‘piccolo’, yend = ‘da solo’, ka = ‘non’, wugd = ‘raccogli’, zom = ‘farina’, ye = ‘!’)
per dire che “un dito senza le mani non può raccogliere la farina”.

Nihil fere sui.
(‘Nulla si fa senza consultare l’altro’)

Son l’aratro per solcare:
Altri cosparga i semi,
Altri èduchi gli steli,
Altri vagheggi i fiori,
Altri assapori i frutti.

Son la sponda per il mare:
Altri assetti le navi,
Altri spinga le prore,
Altri diriga il viaggio,
Altri tocchi le mete.

Il mio verso è un istrumento
Che vibrò tropp’alto o basso
Nel fermar la prima corda:
Ed altre aspettano ancora.

Il mio canto è un sentimento
Che dal giorno affaticato
Le notturne ore stancò:
E domandava la vita.

Tu, lettor, nel breve suono
Che fa chicco dell’immenso,
Odi il senso del tuo mondo:
E consentire ti giovi.
(Tutte le poesie, 134)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Cover: i ragazzi della scuola di Baziri (Burkina Faso) e il loro maestro Philips Toè foto di Andrea Zerbini
Nel testo: foto di freire Julien Zoungrana

IL SANGUE DI KABUL
La missione dei ciechi e il disastro annunciato

 

Vedere Joe Biden su tutti gli schermi del mondo mentire e contraddirsi, cercare di difendersi (senza successo) per il disastro combinato in Afghanistan è stato uno spettacolo pietoso. E istruttivo. Questa volta quella americana non passerà agli annali come una ‘figuraccia’, ma come una totale, rovinosa, colpevole sconfitta. Che riesce a far impallidire perfino la scioccante avventura in Vietnam. Che non riguarda solo il precipitoso quanto improvvido ritiro delle truppe degli ultimi mesi o settimane, ma una dine della storia che era già tutta scritta, dal principio, dalla folle reazione americana al folle attentato alle Torri Gemelle.

Una sconfitta storica, memorabile, che le immagini crude e le drammatiche testimonianze che giungono di ora in ora da Kabul rendono più sempre irrimediabile, talmente incredibile da diventare epica – è di ieri l’ultima immagine che non riesco a levarmi dalla testa: le donne ormai condannate che gettano i loro figli oltre la rete dell’aeroporto per salvarli dal regime dei talebani.
Se è vero che è la quantità di sangue versato l’unico vero metro per misurare la “grandezza” di una sconfitta, allora la tragedia di Kabul può aspirare ai libri di storia.
Il sangue inutile dei soldati (anche i soldati italiani) mandati a fondare in Afghanistan uno “stato democratico”. Sbarcavano dall’aereo le loro bare coperte dalle bandiere, e li chiamavano eroi, mentre erano solo da piangere come vittime. Vittime della ideologia tardo-imperialista e di una strategia fallimentare dettata dai governi e dai comandi militari dell’Occidente.
Ma soprattutto il sangue che sta scorrendo ora a Kabul e in tutto il paese. Un fiume di sangue che continuerà a scorrere. Il terrore di un popolo illuso per anni e oggi lasciato solo. Il terrore davanti alla sicura vendetta talebana (altro che “nuovi talebani moderati”), la corsa inutile verso l’aeroporto, i manifestanti uccisi a fucilate, le donne chiuse in casa aspettando la morte o un sicuro destino di schiave.

La storia è solo questa: abbiamo sbagliato tutto, punto e a capo. Ora tutti l’hanno capito, e tutti (Biden a parte) lo ammettono pubblicamente. Perfino l’Europa, la più fedele alleata, l’eterna gregaria, prende le distanze dal presidente americano. Dice Josep Borrell, l’ Alto rappresentante dell’UE: “Quello che è accaduto in Afghanistan solleva molte questioni sull’impegno occidentale, e su quanto siamo stati in grado di raggiungere. Il primo obiettivo era combattere Al Qaeda. Il presidente Biden ha detto che costruire uno Stato non è mai stato ‘un obiettivo’,  questo è discutibile. Abbiamo fatto molto per costruire uno Stato che potesse garantire lo stato di diritto ed il rispetto delle libertà fondamentali. Siamo riusciti nella prima parte. Abbiamo fallito nella seconda missione. Anche se c’è da chiedersi se fosse una missione”.

Tremenda la chiusa di Borrell: “c’è da chiedersi se fosse una missione”, una immagine plastica del gran caos che deve regnare nella gloriosa alleanza atlantica. Quel che è sicuro – e che nessuno lo dice –  è che le guerre, anche questa guerra, è anche, forse soprattutto,  il frutto delle pressioni delle potentissime  lobbies dei comandi militari e dei produttori e commercianti di armi.
La guerra, la missione, il ritiro precipitoso, il baratro finale – quello a cui oggi stiamo assistendo – mi ha ricordato La Fila dei ciechi, lo straordinario dipinto di Pieter Bruegel. In testa alla fila c’è (sempre lui) il cieco americano, e attaccato a lui il cieco inglese, poi il cieco francese, il cieco italiano… Tutti destinati a seguire il primo della fila, nello stesso buco.

Da quasi un secolo l’America è il ‘paese guida’ di tutto l’Occidente. Lo Sbarco in Normandia e in Sicilia, i soldati americani che regalano cioccolata e sigarette, il Piano Marshall, la Guerra Fredda e il Patto Atlantico, la Nato che ha riempito l’Italia e l’Europa di basi militari e missili atomici. E poi il rosario di guerre e “missioni di pace” (sic!) per sistemare un dittatore (come GheddafiSaddam Hussein, prima grandi amici dell’Occidente, diventati improvvisamente pericolosi terroristi). Guerre per esportare la civiltà o riportare la democrazia in questo o quel paese selvaggio.
In cima c’è sempre l’America. Gli Stati Uniti decidono, comandano, sparano il primo colpo, gli altri –  prima l’Inghilterra, poi la Francia, l’Italia e via tutti gli altri seguono in fila indiana.
Il risultato? Pessimo, invariabilmente disastroso! Guardate oggi l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan.
Dopo il fuoco e il furore della guerra, dopo il passaggio dei contingenti alleati, la situazione è ancora più disperata e disperante: peggiore di quando gli Usa & company decisero di intervenire. Il terrorismo non è vinto. E ancora profughi, ancora fame, sangue, violenze sulle donne.

In queste ore c’è un gran viavai di aerei per portare in salvo migliaia di afgani, quelli che avevano collaborato o che erano comunque venuti in contatto con il personale dei contingenti stranieri. Sono loro i soggetti più a rischio, il primo bersaglio della sicura vendetta talebana. Ma nel mirino ci sono TUTTE le donne. C’è un popolo intero. Ed è ovvio, non è possibile mettere in salvo tutto un popolo, aviotrasportare 40 milioni di afgani.

Intanto, in tante città d’Italia, cresce uno spontaneo movimento di protesta e di solidarietà al popolo afgano. Si moltiplicano le iniziative delle donne italiane  per salvare le sorelle afgane, per chiedere a Draghi di organizzare più viaggi, di ampliare il più possibile il numero dei fuggitivi a cui dare accoglienza in Italia.
Possiamo sperare che il governo si smarchi dalle posizioni oltranziste di Matteo Salvini? Possiamo sperare di salvarne 100 o 1.000 in più del previsto? Non sarebbe un risultato di poco conto. Anche solo salvare una vita in più, una donna, un bambino, è un motivo sufficiente per scendere in strada.

Alla fine, rimane comunque la colpa incancellabile – una responsabilità diretta, documentata, incontestabile –  della Nato, degli Stati Uniti e dei suoi alleati, per aver consegnato il popolo afgano alla follia ideologica dei talebani. E’ su questo che mi pare non ci sia da parte del governo e dei partiti italiani (anche del Centrosinistra) nessun ripensamento di fondo.
E proprio questo servirebbe: un’analisi coraggiosa e un uguale coraggio di domandarsi se non sia venuta l’ora di cambiare strada. Di cambiare paradigma. Di mettere finalmente in discussione la nostra adesione alla Nato – in compagnia, tra l’altro, con la Turchia di Erdoğan. Di sloggiare dal territorio nazionale tutte le basi Nato e americane, le testate nucleari, i carri armati. Di riconvertire la nostra industria bellica, smettere progressivamente di produrre e vendere armi a tutto il mondo.

Capisco il sorriso di qualche smaliziato lettore. “Fuori dalla Nato” è sempre stato uno slogan extraparlamentare e comunista, E la campagna contro le spese militari continuano a farla gruppetti di pacifisti incalliti e di reduci nonviolenti. Tutto vero, questi obbiettivi non hanno mai attecchito nei sindacati e nei grandi partiti, non hanno mai varcato la porta delle aule del parlamentari. Ma sono queste ‘utopie estremiste’ che oggi indicano un’altra via da imboccare. E’ da qui che dobbiamo necessariamente ripartire. Se non vogliamo ritrovarci incastrati in un’ennesima guerra, diventare complici di un altro fiume di sangue innocente.
Oppure resteremo sempre come siamo in queste ore, a guardare le immagini che passano veloci sul video, accesi da una rabbia impotente o sorpresi da una inutile lacrima.

In copertina:  Pieter Bruegel il Vecchio, Parabola dei ciechi, 1568, Galleria Farnese (su licenza Creative Commons)

Padre Daniele Moschetti: Io, confratello di Alex Zanotelli, vi racconto la mia Africa

“Ci sono forse più momenti di speranza e felicità in Africa che qui, nonostante tutto”.
Padre Daniele Moschetti, comboniano dall’età di 27 anni, è un uomo che vive la fede non come una sicura certezza, ma come ricerca costante, profonda, inquieta, nel proprio io profondo o negli occhi dei più poveri nelle periferie del mondo, di tutto il mondo. Ricerca di pace, giustizia, dignità, comunità, solidarietà, umanità.
Questa ricerca lo ha portato da ultimo in Sud Sudan, l’ultimo paese del continente africano a raggiungere l’indipendenza, un paese dalle enormi potenzialità, ma nel quale la situazione è drammatica e si rischia un nuovo Ruanda. A novembre volerà negli Stati Uniti, dove insieme altri missionari di altre congregazioni religiose porterà avanti un lavoro di advocacy presso le Nazioni Unite e il Parlamento americano a favore della ‘sua’ Africa, ma non solo.
A chi abita nel Nord del mondo dice che “i muri non servono” e che l’Africa sta dando “una grande lezione di solidarietà di paesi poveri verso altri paesi poveri”: “noi ci lamentiamo, parliamo di emergenza per 160 mila migranti l’anno, quando solo dal Sud Sudan sono usciti due milioni di profughi, che si sono insediati nei paesi confinanti”. A chi afferma che gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano il nostro tenore di vita risponde che, dopo il colonialismo, a sfruttare le enormi risorse del continente sono arrivate le multinazionali e quindi “siamo noi che dobbiamo metterci in un’ottica di restituzione all’Africa”.

Alle spalle anni di lavoro in una ditta nel varesotto, con possibilità di carriera, contemporaneamente la scuola serale e una relazione stabile con una ragazza. Dai 19 anni entra in crisi e il “campo di lavoro con Mani Tese in provincia di Bari” è la “presa di coscienza” dei valori che devono guidare la sua vita: una casa, una famiglia, una posizione lavorativa non sembrano bastare. Poi l’incontro con testimoni autentici dei valori evangelici e il viaggio di un mese in Centrafrica, al seguito dei comboniani di Padova e Venegono, sono stati risolutivi per la sua crescita spirituale: è stato “un po’ un battesimo”.
Da lì l’Africa “è sempre stata un punto di riferimento, per quello che ti dà, nella sua povertà” o meglio in quello che noi consideriamo povertà, ma che per padre Moschetti è “una ricchezza”: la vita semplice, l’amicizia, l’accoglienza, il calore sono “doni impagabili, non puoi comprarli”.
In Africa, a Nairobi, ha compiuto i propri studi teologici e ha iniziato la sua pastorale: per 11 anni è tra i missionari comboniani che vivono tra le baraccopoli di Nairobi di Kiberia e Korogocho, dove prende il posto di un altro pastore delle periferie, il confratello Alex Zanotelli. “Alex per me è un amico, lo conosco già da prima di entrare nei comboniani. A Nairobi ci siamo ritrovati”. “Kiberia è la più grande baraccopoli della città: 800 mila persone in pochissimi chilometri quadrati. Qui ho scoperto la realtà delle baraccopoli, che sono ormai in tutto il mondo: la povertà, la miseria stanno diventando sempre più forti in tante parti del mondo, anche nelle nostre città, Milano, Roma, Torino. A Korogocho, con Alex lavoravamo con i più poveri e gli emarginati: alcolisti, prostitute, criminali, bambini di strada e ‘scavengers’, i raccoglitori di rifiuti della discarica di Dandora, di fronte alla baraccopoli. L’obiettivo del lavoro di Alex e degli altri confratelli, insieme ai laici, era mettere al centro della comunità cristiana i poveri: dai poveri gli altri trovano nuove motivazioni per la propria fede, battersi insieme per migliorare le condizioni di tutti”. A Nairobi ci sono 200 baraccopoli, “Korogocho è la più pericolosa, quella più povera, ci si vergogna di venire da lì e non lo si dice perché diventa difficile trovare un lavoro. È la quarta come numeri, 100-120 mila persone, ma tutti in un solo chilometro quadrato: ‘sardinizzati’ in baracche fatiscenti che qualcuno costruisce su terreno del governo per poi darle in affitto. Per questo con Alex ci siamo battuti perché la proprietà collettiva della terra: una lotta pericolosa perché va a toccare il denaro. L’altro grande problema è la discarica, che è vicinissima e che spara la sua diossina sugli abitanti ogni giorno: c’è una grandissima incidenza di problemi alla vista, alle vie respiratorie e ci si ammala di cancro. È successo anche a un nostro volontario che ha lavorato con noi per 15-16 anni: è morto qui in Italia in un paio di mesi di cancro ai polmoni”.

Incontro padre Moschetti mentre è a Ferrara per presentare il suo ultimo libro – presso il Centro Culturale il Quadrifoglio di Pontelagoscuro, in collaborazione con l’Istituto Gramsci di Ferrara – ‘Sud Sudan. Il lungo e sofferto cammino verso Pace, Giustizia e Dignità’, nel quale ricompone gli ultimi sette anni della sua vita. Negli incontri che sta facendo in tutta Italia, prima di partire per gli Usa, cerca di “parlare il più possibile di questo paese e di tutto il contesto del centro Africa, cerco di rompere il silenzio che c’è sull’Africa in generale. La realtà del Sud Sudan è solo un esempio di questo silenzio”.
E non si tira certo indietro su un tema particolarmente scottante: “le grandi migrazioni non sono quelle che riguardano l’Italia o l’Europa, sono quelle che si riversano sugli stessi paesi africani: la prima opzione è sempre quella africana”. Moschetti cerca di far uscire chi lo ascolta dai luoghi comuni, compreso quello di un continente ovunque uguale a se stesso, con gli stessi tragici problemi di povertà e sottosviluppo: “in alcuni paesi l’economia sta tirando molto forte, creando occasioni di lavoro. Etiopia, Kenya, Sud Africa, Angola, Mozambico, ci sono zone dove il lavoro c’è e le persone si spostano in gran parte in quei paesi. Il deserto e le coste del Mediterraneo per arrivare infine in Italia e in Europa sono l’ultima opzione”, senza nulla togliere alla “tragicità” di questa scelta.

In Sud Sudan “ci sono tutte le premesse per arrivare a una situazione del tutto simile a quella del Ruanda”: dinka e nuer sono le due etnie principali, ma intorno ai Nuer ribelli, ruotano almeno altre sette-otto etnie insofferenti della pretesa supremazia dinka, in totale i gruppi etnici presenti nel paese sono però almeno una sessantina. E, inutile dirlo, dietro a queste lotte tribali in realtà si cela “una lotta per il potere e le risorse”, immense. “Fosse solo il petrolio!”, afferma ironico padre Moschetti: “ci sono anche i giacimenti di minerali e poi terre fertili e l’acqua del Nilo Bianco e del Sudd, la seconda palude più grande al mondo, nel periodo delle piogge si arriva a 320 mila chilometri quadrati di acqua dolce”. “Stiamo parlando di un paese dove il 70% della popolazione è sotto i 30 anni e la vita media non arriva ai 50 anni”.
Il Sud Sudan ha raggiunto l’indipendenza dal Nord solo nel 2005, con un referendum arrivato dopo quarant’anni di guerra, e nel 2013 era già alle prese con un nuovo conflitto, questa volta interno: i dinka del presidente Salva Kiir contro i nuer dell’ex vice Riek Machar. “La speranza e l’entusiasmo dopo il referendum, soprattutto da parte dei giovani, quel poco che si era cominciato a fare nell’ambito della sanità e dell’educazione: tutto è andato perduto”. Negli ultimi quattro anni “l’inflazione è arrivata all’850%, con una moneta così svalutata non si può più acquistare nulla da fuori e nel paese c’è solo un’agricoltura di sussistenza. Il risultato è che, oltre alle violenze, ci sono 4 milioni a rischio di morte per fame, circa 2 milioni di profughi nei paesi limitrofi e 2 milioni di sfollati interni. La corruzione è altissima e le violenze all’ordine del giorno”.
Di tutto questo però non c’è traccia nel main stream dei mezzi di informazione, mentre sarebbe “fondamentale mantenere alto il livello di attenzione”. Moschetti non è tenero con i mass media e ne ha tutte le ragioni: “Ci conviene non dire tutto ciò che avviene in Africa, ne sentiamo parlare solo quando ci sono dei morti. Abbiamo cercato di convincere i giornalisti di grandi giornali a parlare dell’Africa in modo diverso, dei segni di speranza che ci sono, oppure a scrivere del Sud Sudan, ma ci hanno risposto: se non ci sono meno di cento-duecento morti non ne parliamo. Bisognerebbe trattare dei diritti delle persone non dei morti, fare giornalismo di prevenzione: questa è la sfida”.
In una situazione così intricata, da dove partire per cercare di iniziare un processo di pace?
“Il nostro motto di comboniani è: salvare l’Africa con l’Africa“. Niente a che vedere però con quello slogan “Aiutiamoli a casa loro” oramai così diffuso: “parole ipocrite di persone che non conoscono la situazione reale e non vogliono farla conoscere”, taglia corto Moschetti. Per quanto riguarda il Sud Sudan: “Pace, giustizia, dignità sono le parole fondamentali. Non si può prescindere da un ricambio generazionale della classe dirigente perché nessuno dei leader, da nessuna delle due parti, è più credibile. Inoltre ci deve essere da entrambe le parti una grande disponibilità e fiducia per elaborare la verità di ciò che è accaduto e guarire le ferite della memoria, per reimparare a conoscersi l’un l’altro”.

Prima di lasciare padre Moschetti gli chiedo di Papa Francesco, che ha scritto l’introduzione al suo libro: un missionario che lavora nelle periferie, come vede un pontefice venuto da una di queste periferie, dalla terra della Teologia della Liberazione?
“Papa Francesco è una benedizione, non ce ne rendiamo conto ora, ma lo faremo in futuro. Per noi missionari è un continuo stimolo, ci dà un nuovo entusiasmo per lavorare in tutte le periferie, comprese quelle esistenziali così diffuse nel Nord del mondo, tutti i giorni offre spunti enormi di riflessione e di azione. Avendo fatto esperienza di pastorale riesce ad avere e a realizzare una sintesi fra una visone della Chiesa e la realtà: la Chiesa deve essere calata nella realtà”.

LA SEGNALAZIONE
Progetto America Latina: esperienze all’estero per aziende

di Sara Spinedi*

Un fenomeno non prettamente italiano, ma decisamente frequente in Italia è la cosiddetta “fuga dei cervelli”. In realtà a fuggire sono i giovani in generale, consci delle poche opportunità che offre il proprio Paese e col desiderio di partire verso un futuro più positivo. In molti decidono di tentare questa strada, partendo anche con poco, con il minimo necessario e portandosi, dopo aver messo a confronto carte prepagate (info su http://www.apprendistatoprovinciaroma.it/confronto-carte-prepagate/) la cifra giusta per vivere qualche mese. Spesso l’avventura si conclude con un nuovo posto di lavoro, ma non tutti hanno questa fortuna e in certi casi, anche se ha il sapore della sconfitta, si torna indietro verso casa.
Ci sono però diverse opportunità che possono essere colte ancor prima di partire all’avventura e quindi progettando con un certo margine di sicurezza quella che può diventare un’esperienza all’estero non solo positiva, ma anche proficua. Questo è quello che accade grazie al progetto America Latina promosso da Unioncamere Emilia-Romagna e PromoFirenze in collaborazione con la Interamerican Investiment Corporation. In cosa consiste il progetto? In poche parole nel dare l’opportunità a degli imprenditori desiderosi di provare quei mercati di inserirsi in tali sistemi di affari.
Più nel dettaglio si tratta di una missione commerciale in Cile e Perù, nello specifico nelle città di Santiago e di Lima della durata di una settimana. In questa settimana i partecipanti all’iniziativa potranno prendere contatti e cogliere le opportunità commerciali in America Latina grazie a tutta una serie di incontri organizzati ad hoc per ciascuna impresa e mirati allo scopo. In questo modo gli imprenditori italiani che parteciperanno alla missione potranno conoscere realtà locali dell’America Latina, nonché imprenditori e fornitori del luogo. I settori che offrono maggiori opportunità sono quelli dell’abbigliamento di lusso, edilizia, medicale, design e arredo, macchinari energia e ambiente.
Si tratta quindi di un ventaglio abbastanza ampio dove le possibilità potrebbero essere davvero molte. Per partecipare l’impresa interessata deve compilare un’apposita scheda del proprio profilo che verrà visionata dagli uffici di Santiago. Se tutto procede al meglio e l’adesione viene accettata si deve formalizzare l’iscrizione entro il 28 settembre. La quota di partecipazione prevista è di 1.400 euro, una cifra abbastanza abbordabile a fronte della quale ci si possono aprire diverse possibilità.

* Giornalista, attualmente cura la sezione news su siti a tema finanza, tecnologia ed informazione.

IL RICORDO
La sua Africa.
Vita di Giorgio Giaccaglia
il dottore buono di Tharaka

Questo libro “è la testimonianza che nella vita esistono dei valori”, scrive Gian Pietro Testa nella postfazione, e che ogni tanto “il mondo ha una buona stella che gli permette di andare avanti”.
Mercoledì 15 ottobre alle 18, al Ristorante Guido e Galleria d’Arte Marchesi di via Vignatagliata 46, Gian Pietro Testa, noto scrittore e giornalista ferrarese, presenta il libro di Giorgio Giaccaglia, “Storie africane di un chirurgo atipico”.

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Giorgio Giaccaglia

Anestesista e chirurgo, dopo aver lavorato diversi anni al Sant’Orsola di Bologna, dal 1982, per vent’anni, Giaccaglia è stato primario anestesista agli ospedali del Delta di Lagosanto e San Camillo di Comacchio, e l’ideatore del progetto di Gestione delle Emergenze per la Regione Emilia-Romagna. Negli gli ultimi 13 anni della sua vita si è dedicato all’assistenza delle popolazioni africane, fondando due ospedali missionari, uno in Kenya, a Tharaka, e uno in Tanzania.

Il libro è un racconto-diario delle sue esperienze di medico in Eritrea, Kenya e Tanzania, scritto quando la sua salute stava già declinando a causa di una grave malattia, tra il 2009 e il 2011. Testa e Giaccaglia erano legati da un ultratrentennale rapporto, fatto di amicizia e condivisione, nato ai tempi della spedizione umanitaria in Eritrea a sostegno della popolazione, durante la guerra contro l’Etiopia: era il 1979 e nel mondo dominava la Guerra fredda, il giornalista inviato dall’Unità descriveva gli eventi nei suoi reportage giornalistici, mentre il medico ne affrontava le emergenze sanitarie.

“Era un’avventura straordinaria: in breve tempo riuscimmo a operare in territorio di guerra. Mai nessuna équipe italiana, dopo la Seconda guerra mondiale, era andata in una zona bellica per portare soccorso medico chirurgico.”

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Eritrea 1979. I primi da destra, Gian Pietro Testa e Giorgio Giaccaglia

Testa andò una seconda volta in Africa con l’amico medico, quando quest’ultimo decise di costruire un ospedale a Tharaka, con loro portarono un mattone della Cattedrale di Ferrara, dono della Curia, e che sarebbe stata la prima pietra dell’ospedale.
Poi, “era l’inverno del 2009”, ricorda Gian Pietro Testa con grande commozione, “dovevamo andare a sciare a St. Moritz, lui mi chiama e mi dice: “Questa volta non posso venire amico mio, ho un tumore al pancreas.” E da quel momento si dedicò a scrivere, con le forze che gli rimanevano, le sue storie africane.”

Nel racconto il medico ripercorre i momenti difficili e tragici ma anche le soddisfazioni, ricorda i nomi, i volti e le ferite dei suoi pazienti, le figure che gli indicarono la strada del suo percorso umano e cristiano, e tutti i colleghi che condivisero la realizzazione del suo sogno: portare soccorso alle popolazioni “più povere e più diseredate della terra” e costruire ospedali in zone dimenticate dal mondo. Racconta anche di tutti coloro che, associazioni, amici, enti, istituzioni, aiutarono l’iniziativa giaccagliana. Tante le foto a documentare il lavoro di quegli anni. Esperienze straordinarie di un uomo di grandi capacità professionali e di immensa generosità, che nel suo “fare” per chi ha più bisogno ha dato senso a tutto il proprio esistere.

Giorgio Giaccaglia, “Storie africane di un chirurgo atipico. Mpira… Wapi?”, Ed. Pendragon, Bologna, 2014, pp. 155

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