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PRESTO DI MATTINA
Francesco d’Assisi, l’uomo del mondo futuro

Francesco d’Assisi: l’uomo che veniva dal futuro, perché come tutti i mistici aveva attraversato la frontiera dell’alterità, transitando dall’io al tu, e da questo al noi, e dal noi al tutti: una fraternità universale.

Francesco «uomo del mondo futuro», così lo chiamavano i suoi contemporanei, perché varcando quella soglia ebbe parte al mistero di Dio e a quello dell’umanità, incontrando nel primo la grazia di un paternità e nell’altro, in ogni uomo e donna, in ogni più intima fibra del creato, il dono di una fratellanza-sorellanza globale, anzi cosmica, così intima e mistica da chiamare fratelli e sorelle, il sole, l’acqua, la luna e le stelle, “vento et aere, nubilo et sereno”, un lupo e perfino la morte.

Fratello universale” è stato chiamato un altro mistico di vita apostolica: padre Charles de Foucauld (1858-1916) [Qui]. Fu l’uomo silenzioso del Sahara, uomo di adorazione e di preghiera, che si è fatto “fratello universale”, nell’accoglienza di tutte le diversità, attraversando le frontiere esistenziali, etniche religiose. Si proponeva di «gridare il Vangelo sui tetti con tutta la mia vita»; aggiungendo di voler «abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani e ebrei e idolatri a guardarmi come loro fratello – il fratello universale».

La persistenza a tutt’oggi del fatto mistico ‒ che porta a sperimentare il mistero dell’Altro celato nell’umanità, quale dote di un patrimonio spirituale multiforme ed universale tanto dell’occidente quanto dell’oriente ‒ mi ha fatto ricordare ciò che scriveva Karl Rahner [Qui] nel 1966 a proposito del futuro del cristianesimo.

Questo gesuita teologo già preconizzava che il cristiano a venire non potrà che essere un mistico, uno che ha fatto l’esperienza di Gesù di Nazareth, crocifisso e risorto, nelle concrete realtà del quotidiano, oppure non sarà affatto un uomo religioso (Cfr.: Nuovi saggi II. Saggi di spiritualità, Roma 1968, 24-25).

Nel suo ultimo saggio l’amico Massimo Faggioli [Qui] scrive di papa Francesco: «Lo sguardo di Francesco sul mondo interconnesso di oggi non è un discorso per una cristianità comunitaria nostalgica della condizione premoderna, ma è consapevole delle sfide e delle opportunità per la fraternità e la solidarietà:

“Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio.

In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. (Evangelii Gaudium, 87)” Questa enfasi sulle periferie significa anche una ridefinizione dei confini e delle frontiere. Il confine è la linea lungo la quale due confini si toccano (in latino cum-finis, “che comprende la fine”). Il confine si distingue per l’unione, e stabilisce così una connessione.

Una volta determinato il confine, si stabilisce un contatto. Il confine non è mai solo limes (frontiera rigida) ma sempre anche limen (soglia). La liminalità del pontificato di Francesco sta nella sua reinterpretazione dei confini in quest’epoca di nuovi muri. Nessun confine può pretendere quindi di escludere “l’altro”, poiché il confine per definizione implica l’“altro”. Il confine, limitando, fa riferimento ad altro.

Qui troviamo il criterio per sfuggire al confronto manicheo che rappresenta una tentazione per la chiesa oggi. L’apertura e il rifiuto dell’apertura definiscono un rapporto che deve essere costantemente rinegoziato e riconquistato più volte… Nella tensione tra diversi poli e diverse forze di trazione, Francesco bilancia la dimensione istituzionale e spaziale della chiesa con una dimensione mistica e transfrontaliera.

Francesco continua sulla traiettoria del Vaticano II, che ha avviato il processo di dissociazione della cattolicità dalla sua comprensione geografica e geopolitica occidentale – un movimento verso il superamento dell’idea tridentina di cattolicità come spazio giuridico omogeneo» (Francesco, Papa di frontiera. Soglia di una cattolicità globale, Roma 2021, 89).

Questa prospettiva è inscritta nella stessa biografia di papa Bergoglio. Emigrato in Argentina, ha sperimentato più da vicino il trauma doloroso dei rifugiati, ed ha conosciuto la complessità e i problemi derivanti dal tentativo di conservare la propria identità declinandola però con le differenze dei luoghi in cui, da migranti, si è giunti.

Di qui un diverso sguardo anche sul modo di concepire l’identità religiosa, l’essere cristiani e cattolici nella complessità di un mondo globalizzato e insieme segnato da molteplici divisioni, muri geografici ed esistenziali che fanno resistenza alla creazione di spazi nuovi per una convivenza nella pluralità diversificata (Cf.: ivi, 84).

Francesco: «Vir alterius saeculi», di un mondo altro, “uomo del mondo futuro”, così lo chiama Tommaso da Celano [Qui] il suo primo biografo. Narra Tommaso che egli «passava per città e castelli annunciando il Regno dei cieli, la pace, la via della salvezza, la penitenza in remissione dei peccati; non però con gli artifici della sapienza umana, ma con la virtù dello Spirito… Uomini e donne, chierici e religiosi accorrevano a gara a vedere e a sentire il Santo di Dio, che appariva a tutti come un uomo di un altro mondo» (FF382-383).

L’espressione ritorna altre volte nelle Fonti francescane; alterius saeculi può essere compreso sia come un ressourcement, un ritorno alle fonti del vangelo, a Cristo stesso che ha rivelato l’uomo secondo Dio, ma anche come apertura in avanti, verso il Cristo veniente dal futuro di Dio. Così Francesco è divenuto l’uomo che ha anticipato nel ‘già’ del suo tempo il ‘non ancora’ degli ultimi tempi, l’umanità nuova e la nuova creazione in Cristo.

Agli occhi della gente ‒ racconta il Celano ‒ «la presenza o anche la sola fama di san Francesco sembrava davvero una nuova luce mandata in quel tempo dal cielo a dissipare le caliginose tenebre che avevano invaso la terra, così che quasi più nessuno sapeva scorgere la via della salvezza… Splendeva come fulgida stella nel buio della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre; così in breve l’aspetto dell’intera regione si cambiò e, perdendo il suo orrore, divenne più ridente. È finita la lunga siccità, e nel campo già squallido cresce rigogliosa la messe. Anche la vigna incolta comincia a coprirsi di fiori profumati e a maturare, per grazia del Signore, i frutti soavi di bontà e di bene» (Ivi, 383-384).

Il riconoscimento di Francesco come novus homo si specificherà ulteriormente in chiave cristologica nell’espressione che indicava Francesco come alter Christus. Fu questo che avvertirono più o meno chiaramente i suoi contemporanei e anche quelli che verranno dopo di lui.

Lo storico Giovanni Miccoli sottolinea che tale consapevolezza della gente fu anche di Francesco stesso, quella di vivere un’esperienza singolare e nuova anche per la vita ecclesiale di allora: «La volontà e la consapevolezza di Francesco sono di vivere e proporre un’esperienza religiosa assolutamente originale nel contesto della tradizione religiosa ed ecclesiastica contemporanea.

Ma non si tratta solo di volontà e consapevolezza soggettive. Francesco – mi pare lo si possa dire – vive effettivamente un’esperienza religiosa che,vive effettivamente un’esperienza religiosa che per ciò che riguarda il suo nucleo profondo ed essenziale, non ha collegamenti e riferimenti nella tradizione ecclesiastica del suo tempo» (Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Einaudi, Torino 1991, 40).

Ancora dalle Fonti: «È impossibile comprendere umanamente la sua commozione, quando proferiva il tuo Nome, o Dio! Allora, travolto dalla gioia e traboccante di castissima allegrezza, sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo.  A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto» (FF 82: 1072; 1463).

Ma come conciliare questa via mistica, la vita contemplativa, sul monte di notte come Gesù orante, con la via apostolica e con la vita pastorale tra la gente? La questione era spesso ricorrente in Francesco prima e dopo l’approvazione della regola e discussa con i suoi frati della prima ora; ma si ripresentò anche dopo nell’ordine francescano, sotto la guida di san Buonaventura (come scegliere tra la vita apostolica o la vita contemplativa) al quale si pose un dilemma molto vivo anche oggi nei nostri cammini di fede.

Bonaventura da Bagnoregio [Qui] ribadì e rilanciò la soluzione trovata da Francesco. In lui, infatti, prevalse quella che fu la chiave di interpretazione di tutta la sua vita: l’esempio di Cristo, il quale dopo l’intimità orante con il Padre, al mattino discendeva dal monte nella pianura; la via allora era imitare lui anche in questo: “Cristo lasciò l’orazione per cercare gli uomini”, ma così facendo, stando tra i poveri, i malati si ritrovò ancora come presso il Padre perché scoprì che anche il Padre suo era sceso dal monte e lo aveva preceduto tra quella gente perché lui, il Figlio amato, lo rivelasse Padre nostro.

Con un racconto Buonaventura esplicita il percorso attraverso il quale Francesco giunse a tale interpretazione:

«A questo proposito, si trovò una volta fortemente angosciato da un dubbio, che per molti giorni espose ai frati suoi familiari, quando tornava dall’orazione, perché l’aiutassero a scioglierlo. “Fratelli domandava ‒ che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto? che io mi dia tutto all’orazione o che vada attorno a predicare?

Io, piccolino e semplice, inesperto nel parlare, ho ricevuto la grazia dell’orazione più che quella della predicazione. Nell’orazione, inoltre, o si acquistano o si accumulano le grazie; nella predicazione, invece, si distribuiscono i doni ricevuti dal cielo. Nell’orazione purifichiamo i nostri sentimenti e ci uniamo con l’unico, vero e sommo Bene e rinvigoriamo la virtù nella predicazione, invece, lo spirito si impolvera e si distrae in tante direzioni e la disciplina si rallenta.

Finalmente, nella orazione parliamo a Dio, lo ascoltiamo e ci tratteniamo in mezzo agli angeli; nella predicazione, invece, dobbiamo scendere spesso verso gli uomini e, vivendo da uomini in mezzo agli uomini, pensare, vedere, dire e ascoltare al modo umano.

Però, a favore della predicazione, c’è una cosa, e sembra che da sola abbia, davanti a Dio, un peso maggiore di tutte le altre, ed è che l’Unigenito di Dio, sapienza infinita, per la salvezza delle anime è disceso dal seno del Padre, ha rinnovato il mondo col suo esempio, parlando agli uomini la Parola di salvezza e ha dato il suo sangue come prezzo per riscattarli, lavacro per purificarli, bevanda per fortificarli, nulla assolutamente riservando per se stesso, ma tutto dispensando generosamente per la nostra salvezza. Ora noi dobbiamo fare tutto, secondo il modello che vediamo risplendere in Lui, come su un monte eccelso.

Per molti giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo… Incaricò, dunque, due frati di andare da frate Silvestro, a dirgli che cercasse di ottenere la risposta di Dio sulla tormentosa questione e che gliela facesse sapere.

Questa stessa missione affidò alla santa vergine Chiara: indagare la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei stessa con le altre sorelle. E furono meravigliosamente d’accordo nella risposta – poiché l’aveva rivelata lo Spirito Santo – il venerabile sacerdote e la vergine consacrata a Dio: il volere divino era che Francesco si facesse araldo di Cristo ed uscisse a predicare.

Ritornarono i frati, indicando qual era la volontà di Dio, secondo quanto avevano saputo; ed egli subito si alzò, si cinse le vesti, e, senza frapporre il minimo indugio, si mise in viaggio. Andava con tanto fervore ad eseguire il comando divino, correva tanto veloce, come se la mano del Signore, scendendo su di lui, lo avesse ricolmato di nuove energie» (FF 204).

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PRESTO DI MATTINA
Il nome a te dovuto

 

«Mi diranno: “Qual è il suo nome?” E io che cosa risponderò loro?», (Esodo 3,14)». Qual è il nome a te dovuto? Perché si creda che esisti, che sei vero, realtà e non pensiero, un sogno, un idea mia? Non desiderio mio di darti un nome, un mio vaneggiamento; al contrario: «al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il mio desiderio» (Is 26,8).

Solo l’esperienza mistica e quella poetica riescono l’impossibile: nominare l’alto senza nominarlo e dire il nome segreto dell’amore fin dall’inizio e cantarlo senza enunciarlo, come è nel Cantico dei cantici: «Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, migliore del vino è il tuo amore. Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza, “aroma che si spande è il tuo nome”: per questo le ragazze di te si innamorano. Trascinami con te, corriamo!», (Ct 1, 2-4).
Solo quando si ama si sperimenta la voce a lui dovuta: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline», (Ct 2,8).

Proferire la voce ‘trinità’, come pure il lemma ‘amore’, senza il cuore, senza averlo incontrato, senza la paura di averlo perso e poi la gioia di averlo ritrovato e di nuovo di correre a cercalo, questo dire e confessare senza amore, è come l’eco di conchiglie vuote sulla spiaggia, labbra ruminanti dall’onda mosse, muovono il vuoto di una mortale afasia. O come “stroboli” aperti di pigna, dopo che il vento ne ha disperso le sementi, stanno come lingue rinsecchite tramutate in legno: fremono al vento parole prive di vocali, inservibili: «Quand’anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, divento un bronzo risonante o uno squillante cembalo. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla, a nulla gioverebbe», (1Cor 13,1-2).

Così è di chi prova a dire l’Altro nome ed ogni nome, senza l’arte “scombinatoria” dell’amore che lega e scioglie, costruttiva e creatrice di parole sempre nuove, e tuttavia ancora parole abbreviate, tronche nella loro finitezza, bisognose sempre di trascendersi, di protendersi al di là di sé stesse verso la loro intima sorgente, quella oltre ogni incontro: il volto dell’altro, sempre segreto e svelato ad un tempo, indecifrabile e detto, nascosto e ritrovato, circoscritto nella sua forma e cangiante e dispiegato all’infinito.

Così nome dopo nome, voce dopo voce, sguardo dopo sguardo, ancora oltre si ode nel silenzio il nome impronunciabile che è a lui dovuto: «Si, al di là della gente/ ti cerco./ Non nel tuo nome, se lo dicono,/ non nella tua immagine, se la dipingono./ Al di là, più in là, più oltre./ Al di là di te ti cerco./ Non nel tuo specchio/ e nella tua scrittura,/ nella tua anima nemmeno./ Di là, più oltre./ Al di là, ancora, più oltre/ di me ti cerco, Non sei/ ciò che io sento di te./ Non sei/ ciò che mi sta palpitando/ con sangue mio nelle vene,/ e non è me./ Al di là, più oltre ti cerco», (Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Torino 1979, 11).

Anche i più solenni nomi e concetti della tradizione e teologia cristiane, distillati tra mille idiomi, come oro nel crogiolo nei primi concili, con l’intento di esprimere in sintesi la fede di tutti, decantati nel cuore di differenti culture di popoli per esprimere l’unico mistero della fede – come pure i misteri più insondabili della liturgia come quelli celebrati nella domenica della Santissima Trinità o del Corpus Dominirestano puro flatus vocis, semplici nomi, privi di consistenza per noi se non riescono a far udire l’altra voce: «Una voce! L’amato mio! Eccolo».

«La poesia è un’avventura verso l’assoluto. Si può arrivare più o meno vicino; si può fare più o meno strada, ecco tutto. Bisogna lasciar correre l’avventura, con tutta la bellezza del rischio, della probabilità, del gioco». Così Pedro Salinas descrive il suo itinerario poetico: un’erranza innamorata. Pertanto l’assolutezza della parola, come l’unicità del nome d’altri, sta oltre le parole e i nomi che nominiamo, voce che non può essere raccolta, se non continuando a desiderare, cercando e chiamando sempre di nuovo, attendendola anche quando giunge solo il suo silenzio e in quel silenzio gridi: “Trascinami con te, corriamo!”, tra un pieno e un vuoto, tra oscurità e chiarore, verso l’assoluto.

Lo stesso possiamo dirlo dell’esperienza mistica che è esperienza non di solitari e solitarie, neppure di pochi, ma di tutti coloro che osano la bellezza e il rischio dell’amore. Per Giovanni della Croce poesia e mistica furono abbracciate insieme come un’unica avventura, notte oscura, fiamma d’amor viva, salita al monte verso Kerem-El, il Carmelo, letteralmente ‘Vigna di Dio’.

Sabato scorso di mattina in libreria, sembrava aspettasse solo che gli passassi accanto per chiamarmi. La sua copertina non era nascosta tra i dorsi degli altri libri, ma esposta sullo scaffale in bella mostra. Proprio non si poteva non vederla, così familiare nel formato della collezione di poesia dell’Einaudi, nero su bianco: La voce a te dovuta. Poema, di Pedro Salinas, (Torino 1979). E lessi in fretta il breve testo per sentirne la voce e diceva: «E sto abbracciato a te/ senza chiederti nulla, per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami». Trasalii! È questo un verbo che dice tutto e non esprime minimamente la dirompenza del sentimento che provai. Ma resistetti a quella voce seducente e non presi con me il libro; ne avevo già preso un altro: Scrivere per dire sì al mondo. Allontanandomi però stentii che era già segretamente entrato dentro di me a sparpagliarmi il cuore e i pensieri. Così andai all’Ariostea, certo che era là ad aspettarmi.

La raccolta poetica La voce a te dovuta appartiene alla piena maturità dell’autore, costituita da una settantina di brani. È tuttavia una raccolta unitaria, riunita come un poema d’amore per la continuità del tema che in essa si dispiega. L’ho sentita subito in alcuni tratti e versi così simile, oserei dire, così consonante al Cantico dei cantici, che è il luogo letterario, insieme ai testi profetici e alle beatitudini e parabole del Regno che meglio ci consente immaginare le cose future promesse nel Vangelo: promesse di giustizia, di pietà, di quell’amore più grande di tutti che sta nel dare la vita; un amore di cui non possiamo portarne il peso, se non a condizione che diventiamo familiari alla sua voce e la seguiamo come fosse una via, il nome a lui dovuto.

Immaginare la promessa: ecco il dono e il compito che lo Spirito chiede oggi ai cristiani per una conversione pastorale in stile sinodale. Occorre ridare volto, mani, piedi, cuore alle promesse e alle parole della fede di cui essi sono portatori, ascoltando, incontrando, accompagnando con il cuore. E non serve a nulla un semplice maquillage; non si cambia con i ritocchi di una cosmesi di superfice; non serve l’acido ialuronico per eliminare l’indurimento del cuore.

«Che cosa ci è stato promesso?»: si interroga Agostino nel suo Commento alla Prima lettera di Giovanni (IV, 6): «Saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è», ma aggiungeva con il sapere di chi ha amato e continua ad amare questo invito: «La lingua non è riuscita ad esprimersi meglio, ma il resto, le altre cose immaginatele, pensandole col cuore, (cetera corde cogitentur)». Ricreare il dirsi e il donarsi della fede, il suo credere e il suo sperare, a partire da un cuore pensante (Etty Illesum).

Le riflessioni di Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) offrono alla teologia e al cristianesimo l’orizzonte di una fenomenologia della percezione e dello stile che consente di riscoprire uno “stil novo”, stile di abitare il mondo: «[Oggi] impariamo a veder nuovamente il mondo attorno a noi, da cui ci eravamo distolti nella convinzione che i nostri sensi non potessero insegnarci nulla di valido e che solo un sapere rigorosamente oggettivo meritasse di esser preso in considerazione … In un mondo così trasformato non siamo soli, e non siamo soltanto tra uomini. Questo mondo si offre anche agli animali, ai bambini, ai primitivi, ai pazzi, che lo abitano a modo loro e che coesistono con esso», (Conversazioni, Milano 2002, pp. 43-44).

Nel testo di Pedro Salinas c’è un passaggio per me significativo, illuminante, che mi ha ricordato il passare attraverso la notte oscura dei mistici spagnoli. Nella notte oscura, come insegna Giovanni della Croce, occorre restare abbracciati a colui che sembra averci abbandonato, lasciando solo il ricordo di una “pura voce d’ombra” e quella “solitudine immensa” di essere rimasti i soli ad amare l’altro che si è sottratto, come evaporato: «E sto abbracciato a te/ senza chiederti nulla, per timore/ che non sia vero/ che tu vivi e mi ami./ E sto abbracciato a te/ senza guardare e senza toccarti./ Non debba mai scoprire/ con domande, con carezze,/ quella solitudine immensa/ d’essere solo ad amarti».

Ma questa notte è per i mistici e i poeti e, per chi crede amando, la porta stretta che fa accedere ad un amore ancora sconosciuto; fa riudire una voce, una parola nuova oltre la parola, inimmaginabile e indicibile: un “incendio di amore” lo chiama Giovanni della Croce. Egli scrive: «se è vero che all’inizio della notte dello spirito non si avverte ancora quest’incendio d’amore, perché non ha ancora cominciato ad agire, tuttavia al suo posto il Signore dona subito un amore che verifica, permette di valutare, giudicare, un amore ‘estimativo’ di ciò che si sta vivendo». Una ferita d’amore sentita come un abbandono: «si tratta di un amore così elevato, che tutto ciò che l’anima soffre e sopporta di penoso nelle prove della notte oscura è il pensiero angosciante di aver perso Dio e di essere da lui abbandonata» (Notte oscura, 13,5). Oltre la porta della notte oscura si dice nel Cantico «trovai l’Amato del mio cuore, lo strinsi fortemente, e non lo lascerò» (Ct 3,4).

Nemmeno quel Dio, che ha ispirato il Cantico dei cantici per dare voce al suo nome impronunciabile Jhwh, è stato risparmiato da questa ferita d’amore, come di costato trafitto da lancia, “solitudine immensa” di essere il solo ad amare il suo popolo e sentire di non essere da lui riamato. «Perciò il Signore dice: “Poiché questo popolo si avvicina a me solo con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me, e il loro timore di me è solo un comandamento insegnato da uomini, perciò, ecco, io continuerò a fare meraviglie in mezzo a questo popolo, sì, meraviglie e prodigi; la sapienza dei suoi savi perirà e l’intelligenza dei suoi intelligenti scomparirà”», (Is 29, 13-14). «Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua», (Gr 2, 13). Ed ancora «Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore. Come potrei abbandonarti. Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 11, 3-4; 8).

Il modo tuo d’amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’essere solo ad amarti.
Se ancora non lo credo,
qualcosa già più denso,
più palpabile, la voce
con cui dici: «Ti amo»,
lotta per affermarti
contro il mio dubbio. Accanto
un corpo bacia, abbraccia,
frenetico, e cerca
qui la sua realtà,
in me che non ci credo;
bacia
per guadagnare la sua vita
ancora incerta,
puro miracolo, in me.
La notte è il grande dubbio
del mondo e del tuo amore.
Ho bisogno che il giorno
ogni giorno mi dica
che è il giorno, che è lui,
che è la luce: e li tu.
Ho bisogno del miracolo
insolito: un altro giorno
e la tua voce, a conferma
del prodigio di sempre.
Ed anche se tu taci,
nell’enorme distanza,
l’aurora, almeno,
l’aurora sì. La luce
che oggi lei mi porterà
sarà il gran sì del mondo
all’amore che ho per te.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta. Poema, Torino, 1979

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GLI 80 ANNI DI DYLAN
(Per una teoria dell’immortalità)

 

Forse non ha molto senso festeggiare gli 80 anni di Bob Dylan.
Naturalmente tutti i compleanni sono celebrazioni convenzionali, ma nel caso di Dylan, almeno stando a certe sue dichiarazioni, la cerimonia appare particolarmente insensata. In un’intervista su Rolling Stone di pochi anni fa ha dichiarato al povero giornalista che lo stava intervistando che lui era morto da tempo, per l’esattezza nel 1964. Subito dopo gli ha mostrato un articolo con una fotografia di un certo Bobby Zimmerman (nome originario di Dylan), un motociclista californiano ucciso in un incidente stradale. Il giornalista ha pensato a un caso di omonimia, ma è stato subito messo a tacere.
“Nessuna omonimia. Semplicemente ero io. Quel Bobby Zimmerman di cui hai visto la fotografia adesso non c’è più, se ne è andato definitivamente. Vorrei poter tornare indietro a dargli una mano, dirgli che sono suo amico, ma è impossibile. Adesso ci sono io, Bob Dylan, con cui ora stai parlando, la trasfigurazione di quel Bob Zimmerman. Perché io sono morto nel 1964 e poi mi sono trasfigurato.“
Il giornalista gli chiede cosa significhi esattamente, e se lui, Dylan, è morto oppure trasfigurato, ma lui in sostanza gli risponde che non è questo il punto e che, alla prova dei fatti, non c’è differenza: “Tocca a te indagare su cos’è la trasfigurazione. Ma se credi puoi tranquillamente scrivere che stai intervistando un morto. Io non avrei ragione di oppormi.” Poi Dylan prosegue sostenendo che lui non è certo l’unico trasfigurato al mondo, che ci sono e ce ne sono stati diversi, alcuni famosi, anche se non così tanti, ed elenca vari personaggi da Churchill a Toni Morrison a B.B. King e altri. Tralasciando per eleganza Cristo e Budda. Ci tiene anche a precisare che non si tratta di reincarnazione o trasmigrazione delle anime, ma di pura e semplice trasfigurazione.

Altri tentativi di capirci qualcosa di più falliscono: bisogna andare a leggere i vangeli o i libri di alcuni mistici dove si parla della trasfigurazione, dice. A una prima lettura è facile sospettare che lui e il giornalista si siano messi d’accordo per divertirsi alle spalle dei lettori di Rolling Stone, ma sarebbe un errore. Perché in diverse occasioni Dylan ha ripetuto che la morte fa parte della vita, o meglio che si appartengono a vicenda, che la morte siede ogni mattina con te al tavolo della prima colazione e che la concezione lineare del tempo è pura apparenza. Che il passato continua a vivere nel presente finché a un certo momento ti accorgi che non esiste più, che è proprio passato per davvero.
E allora non sai più dove ti trovi e capisci di essere fuori dai giochi. Mentre gli altri fanno il loro gioco a volte ti capita di stare lì a guardarli, ma poi alla fine scopri che stai bene con te stesso perché tutto questo non ti riguarda, stai da un’altra parte, in un tuo angolo gelosamente custodito, un altrove accessibile a pochi. I’m not there, “Io non sono qui” è il titolo di una canzone dei primi anni sessanta scritta da Dylan che dà anche il titolo a un film di Todd Haynes sulla sua vita. Ed è proprio questo il punto forse più interessante.
Nell’universo di idee, immagini, metafore, citazioni e rielaborazioni che popolano le canzoni, nei libri e nelle interviste rilasciate da Dylan la questione del tempo è assolutamente centrale. Solo il presente e il futuro sono certi, il passato lo puoi trasformare a tuo piacimento, dice ribaltando un luogo comune consolidato. Tranne che il presente passa troppo in fretta e il futuro ancora non c’è.
In un’altra occasione ha dichiarato che il passato, il presente ed il futuro possono convivere in una stessa stanza. Liberi di credere che si tratti solo di frasi a effetto o magari di pura cialtroneria, paradossi mescolati con citazioni erudite o misticheggianti, come capita spesso nelle interviste a molte celebrità pop desiderose di stupire. Ma anche questo sarebbe un errore, perché se si riflette con più attenzione, poco alla volta si fa strada una precisa visione del mondo, anche se in perenne evoluzione e a volte contraddittoria. E in ogni caso all’inizio dell’intervista Dylan premette subito che sta cercando di spiegare cose che non si possono spiegare e chiede aiuto al giornalista che lo intervista per spiegare l’inspiegabile.

Quindi anche io, nello scrivere queste righe, cerco soltanto di spiegare le idee di qualcuno che fa fatica lui stesso a spiegare. Un’impresa destinata al fallimento. Eppure dietro il caos e l’apparente illogicità di tante dichiarazioni persiste la sensazione che ci sia un ordine mentale molto ben organizzato. E soprattutto una concezione particolare del tempo e della sua percezione che, almeno in parte, sfugge alle definizioni e alle spiegazioni fornite dalla filosofia.
Basta citare alcuni versi da canzoni famose per avvertire la presenza quasi ossessiva del tempo. ‘I was so much older then, I’m younger than that now’, ‘Then take me disappearing/through the smoggy rings of my mind/Through the foggy ruins of time’ ‘Inside the museums eternity goes up on trial’ ‘If the bible is right/ the world will explode… The next sixty seconds/could be like an eternity’ ‘And there’s no time to think’ solo per citarne alcuni.
Uno dei suoi dischi più famosi, del 1997, si intitola Time out of mind, tradotto come “Tempo immemorabile”. E molte sue citazioni, similitudini, proverbi più o meno deformati o ribaltati provengono non solo dalla Bibbia, secondo alcuni la sua principale fonte di ispirazione, ma anche da testi di classici greci o latini, come ad esempio Tacito, molto da Shakespeare e da Blake, da cantanti blues o jazz spesso poco conosciuti, da poeti simbolisti o surrealisti o da frasi di generali o politici vissuti durante la guerra civile americana. Nell’intervista a Rolling Stone dice che la storia serve come fonte di ispirazione, ma che la natura umana non è legata a un periodo storico particolare.

La stessa voce sepolcrale con cui canta ormai da qualche decennio evoca tempi e luoghi lontani. Una voce che si potrebbe definire fuori campo e fuori tempo, proveniente da quell’altrove storicamente e geograficamente indefinito.
Quando dice che in molte delle sue canzoni ogni verso può essere l’inizio di un’altra canzone e che potrebbe anche combinarsi con i versi di altre sue canzoni espone un principio matematico che rimanda ad una potenziale infinità di collegamenti e contaminazioni. La continua trasformazione delle stesse canzoni ogni volta che le esegue dal vivo, arrangiamento e testi, sta a simboleggiare un work in progress senza sosta, un presente continuo; una canzone del 1965 cantata nel 2016 non è più la stessa canzone, per questo l’unica vera musica è quella eseguita dal vivo e non quella che esce dagli studi di registrazione. Perché, dice, la trasformazione è nella natura dell’esistenza. Il tentativo è quello di modellare il tempo – ma anche i tempi della metrica dei versi e il ritmo della canzone – secondo criteri puramente soggettivi, estemporanei. Un’eternità mobile, fluida, inafferrabile, che ti sfugge tra le mani, con i vivi e i morti che coabitano, dialogano e si mescolano nello stesso spazio, nella fattispecie nello spazio di una singola canzone come nell’insieme di tutte le canzoni composte e variamente eseguite da Dylan durante i suoi infiniti concerti dal vivo.

Interessante anche il fatto che questa visione del tempo, ma anche dello spazio, sia stata ispirata da un maestro di pittura, tale Norman Raeben, un ebreo di Odessa, ex pugile, emigrato a New York. Su questo argomento molto è stato scritto da Alessandro Carrera, il traduttore in italiano dei testi di Dylan, suo massimo studioso italiano e non solo, scopritore degli angoli meno conosciuti dell’arte di Dylan.
Una canzone deve essere come un quadro, deve poter essere percepita e assimilata in un unico colpo d’occhio (o di orecchio). Impresa materialmente impossibile, ma possibile metaforicamente se con la memoria musicale e l’immaginazione si riesce con un movimento circolare a ricongiungere l’inizio della canzone con la sua fine fino a confonderli.
Pare che l’ispirazione originaria per questa idea sia venuta a Dylan, da sempre molto interessato alla pittura, da Chagall. Nei quadri di Chagall la forza di gravità (che in diverse occasioni Dylan giudica un elemento di disturbo, una forma di prigionia) viene sostanzialmente abolita insieme alla prospettiva. Oggetti e figure umane galleggiano nello spazio e i piani prospettici si sovrappongono a scapito della prospettiva. Ma anche dal punto di vista del racconto contenuto nei dipinti di Chagall difficilmente si trova un punto di vista che dia un ordine temporale a quanto accade. I punti di osservazione si mescolano e il passato ormai morto, il mondo dei vecchi villaggi ebraici distrutti prima dai russi e poi dai nazisti, continua a vivere in una dimensione al di fuori delle coordinate spazio/temporali.
Ecco allora che ritroviamo alcune idee forza che sottendono la poetica e l’idea di musica di Dylan: la memoria (Proust) che va oltre il semplice ricordo, la durata, la percezione e la circolarità del tempo, l’abolizione del tempo lineare. C’è dietro naturalmente molta filosofia, da Bergson a Nietzsche fino a Sant’Agostino e Heidegger e alla tradizione dei mistici ebraici e cristiani, altre idee prese dalla tradizione religiosa orientale, ma la filosofia deve farsi accettare con il suo linguaggio specifico e i suoi processi mentali per poter entrare nella vita delle persone, e solo di alcune, e nel farlo perde necessariamente dei pezzi, lasciando frammenti aridi, scollegati. Mentre l’arte, come nel caso di Dylan o come appunto in certi quadri di Chagall, penetra nella vita di tutti i giorni senza mediazioni, attraverso un approccio sensoriale, emotivo.

E’ stato pubblicato su Ferraraitalia il racconto breve di Francesca Alacevich Chi guarda chi [Qui], circolare già dal titolo, che sembra ispirato proprio a questa idea di atemporalità. La modella del quadro di Corcos sta lì e conserva il suo dolore e il suo rancore per secoli, chiusa in un museo e tenuta sotto processo per l’eternità, come dice Dylan in Visions of Johanna.
L’impatto è tanto più profondo quanto più viscerale, evoca una maledizione e fa pensare al blues, che continua a riecheggiare nelle composizioni musicali di Dylan. Ancora il blues, che con la sua selvaggia antica irriducibile malinconia e voglia di vivere, con la sua invincibile vocazione alla ribellione e alla sconfitta, contiene elementi di immortalità.
Molta musica contemporanea fatica a liberarsi dal blues, forse proprio perché, come dice Dylan, il blues fa parte della natura umana e la natura umana non appartiene a un periodo storico determinato. Le mode scorrono su un piano temporale parallelo che non si incrocia con il genere di arte di cui stiamo parlando.
Una teoria dell’arte che Dylan trasforma coerentemente in uno stile di vita, attraverso una serie continua di concerti dal vivo in giro per il mondo, il Neverending Tour, che gli permette di vivere dentro le sue canzoni, perennemente trasformate, l’unica realtà per lui degna di questo nome.
Una realtà senza tempo vissuta sopra un palco, capace di ingannare il passare degli anni, la vecchiaia e la morte. Una strada per l’immortalità.
Viene in mente la sua canzone Journey through a dark heath, dove canta: ‘There’ s a white diamond gloom/ on the dark side of this room/ and a pathway that leads up to the stars/ if you don’t believe there’s a price/for this sweet paradise/just remind me to show you the scars’, tradotto da Carrera con ‘C’è un alone di diamante bianco che brilla/ nell’angolo buio di questa stanza/ e un sentiero che conduce su fino alle stelle/ se non credi che c’è un prezzo/ per questo bel paradiso/ ricordami di mostrarti le ferite.’ 

Io contengo moltitudini è il titolo di una delle canzoni del suo ultimo recente album (Rough and Rowdy Ways). Poi però – dice in un’altra intervista – bisogna un po’ per volta sgombrare il campo e trovare un’identità utile al momento, più o meno dice così. E le tante moltitudini ci ricordano il Io è un altro di Rimbaud, una dichiarazione di poetica che Dylan doveva avere ben presente sin dalle prime canzoni degli anni Sessanta. Ecco perché è poi arrivato a dischi come Blood on the tracks, dove i narratori – l’io, il tu e il lui/lei – si mescolano e i tempi, come i personaggi del racconto si confondono fino a formare un affresco senza inizio e senza fine. Ecco come una canzone può essere percepita in un insieme, al di fuori dello scorrere del tempo lineare, proprio come un quadro. E questo è l’intento consapevole con cui ha scritto le canzoni di Blood on the tracks e in particolare Tangled up in blue, la più famosa di quell’album.
Contenere moltitudini non è un’esperienza comune, così come l’essere dei morti e/o trasfigurati che parlano e cantano con molte voci, alcune prese dalle cantilene religiose ebraiche altre dalla musica afroamericana e altre dal jazz o dal country o da un rap ante litteram, e poi trasformate sul palco, dal vivo.
Cantare le stesse canzoni sino a renderle irriconoscibili, cambiando i testi sul momento a secondo dell’umore e delle circostanze, spiazzare i musicisti evitando le prove e cambiando la scaletta, tutte queste non sono esperienze comuni. Così come l’inattualità di Dylan rispetto alle mode correnti non è una posa, che del resto molti hanno imparato a simulare, ma una necessità intrinseca al suo modo di immaginare la musica e le canzoni. In questa prospettiva parlare di mode, letterarie o musicali, non ha senso, quindi più che parlare di non attualità nel caso di Dylan bisognerebbe parlare, appunto, di atemporalità.

In conclusione, tanto per chiudere in modo circolare così come ho cominciato: ha senso scrivere un articolo per celebrare l’ottantesimo compleanno di un morto/trasfigurato che vive nell’atemporalità e che è immerso da tempo immemorabile in un paesaggio mentale che potrebbe trovarsi ovunque ma al tempo stesso esiste solo nella sua sconfinata immaginazione?
Come le mitologiche Highlands, una canzone di sedici minuti dell’album Time out of mind, luogo reale nel nord della Scozia ma usato da Dylan come metafora di quel “sentiero che conduce su fino alle stelle” o forse di questo altrove in cui si è rifugiato.
Probabilmente celebrare questo compleanno è fuori luogo, ma ormai è troppo tardi per fermare tutti coloro che hanno deciso di farlo.

Bob Dylan [vedi Wikipedia] andrebbe letto, ascoltato e riascoltato, dal principio alla fine e (viceversa), o iniziando da un punto e da una canzone qualsiasi. Il suo sito ufficiale [Qui]. Per un sito italiano di riferimento [Vedi qui]

L’hombre del partido

Paolo Rossi. Come “The Smiths” in Inghilterra. Nel nome un destino anonimo, comune, grigio. Quando uno che si chiama così diventa il calciatore più famoso del mondo (nel 1982 era lui, non Maradona, l”hombre del partido”, dalla Sila alla Patagonia) vuol dire che i nomi hanno un senso. Quando uno trasforma il nome e cognome più anonimo in un brand mondiale (Paolorossi, o Pablito), e lo fa nel momento in cui è già arrugginito dagli infortuni e dall’inattività, immalinconito da un’ombra corruttiva che lo accompagna sempre, vuol dire che nel calcio esiste una componente esoterica. Il 5 luglio 1982, giorno della partita Italia – Brasile, è accaduto un fatto mistico. Paolo Rossi, su cui Bearzot, considerato da tutti un vecchio rimbambito (dopo la vittoria era ovviamente il vecchio saggio hemingwayano) insisteva con singolare cocciutaggine, giocò le prime quattro partite del Mondiale -compresa quella incredibilmente vinta contro l’Argentina – aggirandosi, diafano, per il campo come un ectoplasma. Al punto che (giuro) lo scherzo tra amici prima di Italia – Brasile, che ci faceva sbellicare dalle risate per la sua impossibilità siderale, era dire: “pensa se vinciamo 3 a 2 con tre gol di Rossi”. E giù a ridere.

Quel Brasile era la squadra più talentuosa del secolo, quindi giocò con sicumera. Paolo Rossi ebbe l’intuizione folgorante del primo gol, come se all’improvviso il suo dio fosse sceso a dargli un buffetto per svegliarlo: “ehi, guarda che spazio, infilati, è la tua ultima occasione”. Da quell’istante non smise più di segnare, spuntava come un fantasma sempre dove arrivava la palla. Sempre. Era come se dal cielo il suo dio muovesse un joystick. Se ci fossero state altre sei partite, Pablito avrebbe segnato in tutte e sei. Ne bastarono due. Lo ringrazio come quegli amici virtuali che non hai mai realmente conosciuto, ma che misteriosamente ti hanno segnato la vita.

 

Hanno appena segnato un gol e provano un’allegria così perfetta che entra nel corpo, lo pervade, sembra irreale ed è, naturalmente, immeritata. Nessuno merita tanto. I goleador vivono per questa poderosa follia eppure non riescono a spiegarsela. Nessuno può riuscirci.”

Eduardo Galeano

EPOCA DI GRANDI CAMBIAMENTI…
o un vero e proprio Cambiamento d’Epoca?

Sono convinta, che viviamo un cambiamento d’epoca e non un’epoca di cambiamenti. Non sono l’unica ovviamente a pensarlo e l’ho sentito spiegare in modo molto efficace dalla Teologa Stella Morra in una sua conferenza di due anni fa, in cui cita Papa Francesco (la potete trovare qui)

Ma cosa vuole dire per me essere fisicamente dentro un cambiamento d’epoca? Mi pongo questa domanda anche perché in questi ultimi tempi ho guardato al mondo e a quanto ci succede da prospettive alternative, a tratti forse provocatorie, e questo ha suscitato molta costernazione e preoccupazione anche in cari amici e care amiche.
Colgo quindi l’occasione di spiegarmi e spiegarmelo, sapendo già, che molto probabilmente, non esaurirò l’argomento e che non sarà sufficiente a chiarire del tutto la mia operazione di rottura, ma lo faccio nella speranza che serva ad aprire un dialogo, anche con chi la pensa molto diversamente da me.

Trovarsi dentro il vortice di  un cambiamento d’epoca, per me, significa  vivere in un periodo storico in cui sono saltati  i paradigmi che hanno sostenuto i pilastri della nostra civiltà. Significa vivere un periodo storico che, proprio per questo motivo, mostra in modo ineludibile la nostra vulnerabilità e le contraddizioni implicite. È come trovarsi dentro case le cui fondamenta sono state erose dal tempo e non sono più sicure. E’ meglio continuare a dormire dentro la casa di sempre, mettendola in sicurezza, come alcuni sostengono si debba fare, o uscire nel buio della foresta e provare a dormire all’addiaccio sonni vigili, perché accompagnati dalla paura dell’ignoto, ma portatori di nuove idee?

Io ho scelto metaforicamente di uscire nella foresta.
Sono convinta che mettere in sicurezza le fondamenta delle nostre case non sia più possibile. La natura si è ribellata e ha reso il terreno una sabbia mobile. Nessun cemento può renderlo stabile. E quando parlo di cemento parlo metaforicamente di tutte quelle proposte tecnologiche che ci vengono propinate come uniche soluzioni alla crisi. Credo infatti che stiamo vivendo prima di tutto una crisi antropologica a cui la tecnologia non può dare risposte.

Questo non vuole dire che considero che la storia che mi precede sia tutta da buttare via, compresa la grande evoluzione tecnologica che si è determinata, che non riconosco le mie radici culturali e che sono indifferente alle lotte e alle conquiste di chi mi ha preceduto e ancor meno che attento alla struttura democratica con fatica costruita in questo ultimo secolo.
Al contrario, provo grande riconoscenza verso l’umanità che fino ad oggi ha indicato una strada, che per questa ha lottato aprendo nuovi orizzonti, che ha contribuito a co-creare la realtà sulla quale si è forgiata la mia crescita personale e anche quella collettiva. Rivendico però il mio essere epifite (cit. da il mio romanzo Il mio nome è maria Maddalena, Marlin editore), per chi volesse capire di più cosa intendo. Cioè rivendico il mio diritto ad essere pianta ospitata da altre piante, ma alla ricerca della luce, della mia luce e dunque di una direzione da seguire che per me non è quella indicata dal pensiero dominante.

Ritengo infatti che ‘le colate di cemento’, metafora assai riduttiva ma efficace – sono genovese e so per esperienza diretta che le nostre strade si stanno sbiriciolando – cioè lo strapotere della tecnocrazia, siano alla base della visione meccanicistica del mondo e che proprio questa visione, privata della saggezza ancestrale della natura, sia la causa dell’erosione delle fondamenta della casa comune.

E’ dunque necessario ripensarsi antropologicamente. E’ necessario guardare alla vita e alla nostra interconnessione con la natura con una radicalità di sguardo che mette in discussione i pilastri, che hanno condotto la storia umana fino a qui. E questa radicalità coincide con quello sguardo femminista che oggi vorrebbe un nuova narrazione della storia, mutuato dalla parola incarnata delle donne. Quel sapere ancestrale infatti è ancora oggi conservato nelle nostre viscere, anche se non per molto, perché subisce appunto un attacco formidabile, proprio da chi proclama che la tecnologia sia l’unica strada che ci può salvare.

L’emergenza del virus ha messo in evidenza tutto questo. All’inizio della quarantena è apparso chiaro quanto il bloccarsi delle attività umane abbia dato fiato al nostro pianeta. Incredibile  il video della terra che respira girato dalla NASA. Su fb hanno circolato splendide immagini del risveglio della natura. Lo slogan “non possiamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema”, ha colpito con grande immediatezza l’immaginario collettivo.

Ma la durata di questa consapevolezza è stata quella di un clik.
Presto è rientrata la necessità di trovare soluzioni semplificate a problemi complessi. La ripresa della ‘Economia’ imponeva protocolli vincolanti, uguali per tutti. Poche regole di comportamento, che tutti dovevano adottare, senza porre questioni. Anche solo il semplice guardare alla narrazione della emergenza da angolazioni differenti sembrava sovversivo. Ripeto, io mi sono attenuta rigorosamente alla quarantena, un po’ per mia personale salvaguardia e certamente anche perché  avvertivo la gravità della situazione. Ma la narrazione terrorizzante, no quella non l’ho voluta seguire e per lo stesso motivo sopracitato.

Per salvaguardare la qualità della vita mia e della mia famiglia. Sapevo e credo tutti sappiano che noi siamo corpi incarnati e lo stress e la paura prolungati sono causa di ‘malessere’, per cui causa di indebolimento delle nostre difese immunitarie. Sapevo anche che prima o poi saremmo dovuti uscire dai nostri ‘rifugi/recinti’ e che, per farlo il più serenamente possibile, dovevo prepararmi a vivere con l’ignoto, accettare in profondità la nostra vulnerabilità, senza per questo essere rassegnata alla paura del futuro.

Ecco perché ho iniziato a leggere molto, ad ascoltare molte voci, voci fuori dai circuiti del pensiero dominante, causando i mal di pancia che dicevo. Le voci che ho ascoltato venivano da innumerevoli fonti, alcune fonti forse effettivamente forti e discutibili, forse troppo estreme. Ma la domanda che mi sono posta è: perché i detrattori non entravano nel merito di quello che veniva detto, ma si fermavano alla definizione delle appartenenze di chi parlava, nella convinzione che ‘dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei’?

Questo, per quanto in parte accettabile, mi ha sempre più convinto che siamo difronte a un conflitto tra due visioni del mondo e della vita.
Una visione meccanicistica estremizzata, sulla base della quale i nostri corpi sono modificabili geneticamente e programmabili, autocertificabili, in base al desiderio e non al sesso, la cura si potrà realizzare da remoto, i vaccini saranno l’unica panacea del mondo, gli algoritmi stabiliranno il bene comune e le regole di comportamento per un mondo globalizzato e omologato.

Dall’altra parte una visione, che io definisco mistica, che tiene in conto la nostra incarnazione, il nostro funzionamento biologico, ma che ritiene che questo è strettamente collegato a una natura saggia e capace di auto rigenerarsi e modificarsi, proprio perché siamo tutti diversi. Una natura fatta anche di ‘virus intelligenti’, come alcuni scienziati li hanno definiti, che ci ricordano che siamo tutti, compresi i più insignificanti e minuscoli esseri della natura, sia ospitanti, sia ospiti dell’universo. Esiste quindi una dimensione ‘sacra della vita’ (non nel senso religioso del termine, ma nel senso del ‘mistero’), che governa il nostro stare al mondo secondo leggi in continua mutazione. I nostri antenati onoravano e comprendevano tutto questo con l’osservazione e a queste si affidavano.

Ecco io ho scelto di inseguire, per quanto è possibile, questo sapere, anche se non è controllabile e non è quantificabile secondo la logica odierna, ma richiede altri parametri per essere valutato, parametri tutti da re-inventare, dunque discutibili.  Quello che mi ha lasciato perplessa in questo percorso è che questo mio atteggiamento è sembrato a molti un vero attacco alle fondamenta del nostro mondo occidentale, più di quanto lo sia la nostra ostinazione ad affidarci solo ed esclusivamente a una lettura meccanicistica e tecnocratica del mondo. La complessità non è contemplata, tutto si deve ridurre a semplici formule, facilmente applicabili, perché solo queste garantiranno la sicurezza agognata; questa posizione, invece che essere contraddetta con argomentazioni che accettino la complessità, viene rifiutata tout court.

Insomma due visioni che invece di confrontarsi per eventualmente generare una nuova visione totalmente altra, pensano che il proprio compito sia quello di annientare l’altra. Io dal mio canto continuo a sperare che il conflitto/dialogo generi nuova vita. Proprio in quanto donna, conosco bene la fatica e la potente passione che abita questi periodi, perché molto simili a quello che si vive quando si è ‘in attesa’, quando si ospita il nuovo che avanza, un ospite che suscita l’ambivalenza dell’amore, rifiuto e gioia insieme.

PRESTO DI MATTINA
Amici per sempre

Anche oggi, come nelle prime comunità cristiane, Agape fraterna esprime il legame che accomuna chi guarda con fede a Gesù: di tutti coloro che sono convocati e riuniti dalla Parola di Dio alla sua mensa, per rendere grazie, nel ricordo della frazione del pane. Eukharistía appunto (etim. rendimento di grazie’) per il dono della fraternità, dal quale non può essere disgiunto il desiderio di annunciare e vivere sparpagliati tra la gente questo stesso Spirito di Agape, amore non richiesto, non dovuto, spontaneo dunque, che trova in sé stesso la motivazione, senza attendersi altro se non la libertà di una risposta nello stile di una amicizia capace di gareggiare in gratuità e in reciproca ospitalità.

Non per caso, anche il Concilio ‒ l’ho ricordato altre volte ‒ quando parla dell’autocomunicazione di Dio nella storia degli uomini usa l’immagine dell’amicizia. Che anzi viene addirittura assunta come paradigma della relazione che Dio, incontrandoci nell’umanità del Figlio amato, ha intrapreso con l’uomo, per far conoscere la propria volontà e renderlo parte della sua vita: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr.Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum, 2).

Del resto, forse cogliendo lo stesso Spirito, già San Tommaso equiparava ‘la carità’ a una certa amicizia dell’uomo con Dio. Tanto che lo stesso mistero di Dio si lascia interpretare dall’esperienza di un’amicizia: della quale il Padre è la fonte, lo Spirito il vincolo sostanziale, l’amicizia stessa, il Figlio, l’Amico che conduce a mostrare e partecipare alla fonte stessa di questo amore amicale.

Non sorprende allora che Aelredo di Rievaulx (1110-1167) ‒ un monaco cistercense autore di un intenso libro sull’amicizia spirituale ‒ abbia potuto reinterpretare la nota espressione giovannea “Deus charitas est” (1Gv 4,16) con “Deus amicitia est”, soggiungendo che “colui che rimane nell’amicizia rimane in Dio e Dio in lui“. Ne nasce una relazione a tre: “Ecco io e te e spero che il terzo tra noi sia Cristo; un’amicizia simile alla comunione trinitaria che può arrivare fino al dono supremo della vita”.

Ma sono innumerevoli i richiami all’amicizia nelle pagine dei mistici contemplativi così come nelle sacre Scritture. Teresa d’Avila, per esempio, afferma che “Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia”. E l’evangelista Giovanni riporta le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Amici ‒ si badi ‒ non già nel senso corrivo del termine, ma legati da un’intensità amorosa di tale smisurata portata e capacità da risultare totalizzante: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13-15).

Di più, una “amicizia per sempre“. Così infatti la pensava Santa Teresa d’Avila: interpretandola nella sua autobiografia come frutto di un amore che pratica l’alterità, fiducia di un legame fraterno e sponsale. Un’amicizia ‘per sempre’ che infiammava la lettura delle vite dei santi da parte della mistica spagnola e del fratello, che assieme progettavano di spingersi nella terra dei Mori anche a costo del martirio pur di raggiungere quel fine: Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre!. E ancora: “Che vogliamo di più di un così fedele amico al nostro fianco, che non ci abbandonerà nelle sventure e nelle tribolazioni, come fanno quelli del mondo? Fortunato colui che lo amerà sinceramente e lo avrà sempre vicino a sé!”. E della preghiera Teresa di Gesù dirà: “per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate, cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi”.

Agapimu (amore mio, amico mio): non è solo il nome di un locale di specialità greche di via Saraceno. In me quella scritta accende la preghiera, mentre vado di fretta, tornando dalla piazza, a celebrare messa in santa Francesca. Proprio lì comincia il mio Introibo ad altare Dei. Salirò all’altare di Dio: al Dio che rende lieta (laetificat) la mia amicizia ‒ come si proclamava nel rito antico della messa che si ispira al salmo 43 (42). In quel punto rallento un poco con la bici, attratto da un altro Agapimu, una canzone di Mia Martini di cui ricordo solo i primi versi che recito come un salmo: “Torna con me. Non so rimanere senza di te, amore mio”.

Una domenica ‒ forse la gente della parrocchia lo ricorda ancora ‒ per esprimere l’aspirazione a un’amicizia ‘per sempre’, la costruzione di un amore con questo amico che non cambia, ho ricordato anche un’altra canzone della stessa artista, Almeno tu nell’universo: “Tu, tu che sei diverso/ Almeno tu nell’universo/ Non cambierai/ Dimmi che per sempre sarai sincero/ E che mi amerai davvero di più, di più, di più”. Così simili queste parole a quelle di un’altra anima innamorata: la Sulamita del Cantico dei cantici, che è chiamata amica dall’amato, storia segnata da un amore perduto e ritrovato “Sei bella, amica mia, iridescente/ con le colombe degli occhi. Sei bello amico mio, dolceridente” risponde l’amata.

Ma l’amicizia come agape è sempre sfidata dal disamore. Tanto che sino alla fine sarà un testa a testa con le potenze che tentano di farla fuori. L’ultima sfida, la più impegnativa, sarà con la morte, che il Cantico equipara in potenza ‒ forte come la morte è l’amore ‒ per dire la decisività dell’esistenza di fronte a entrambe, la necessità di schierarsi per l’una o per l’altra; non è possibile starsene indifferenti, si avrebbe come mercede il disprezzo. Ma proprio sul filo del traguardo, per una manciata di secondi, il sorpasso: Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo” (Ct 8, 6-7). Una sequenza trasposta in innumerevoli poetiche (di Andrea Ponso, Guido Ceronetti, Emilio Villa), tra le quali scelgo quella di padre Agostino Venanzio Reali, parole che attendendo ancora note amiche; chissà… qualcuno lassù contando le “Stelle” e poiché “Non finisce mica il cielo” ci sta già provando:

Come un sigillo imprimimi sul cuore,
come uno stigma portami sul braccio;
poiché l’amore è indomabile
più che la morte, inflessibile
la gelosia più che lo scheol.
Un rogo sono i suoi impeti
d’incoercibili fiamme: non vale
il mare a sopirne gli ardori,
né a travolgerlo i fiumi.

Ogni sabato mattina su Ferraraitalia, appuntamento con la rubrica di Andrea Zerbini PRESTO DI MATTINA.
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PRESTO DI MATTINA
L’invenzione dei colori: “Dio ha creato gli uomini perché ama i racconti”

Ricordo che da ragazzino mi impressionava molto il suo modo di raccontare.
Lo ascoltavo introdurre le varie puntate dello sceneggiato televisivo sull’Odissea, e mi colpiva il suo modo di pronunciare il nome Ulisse. Così come mi coinvolgeva quando alla televisione leggeva qualche sua poesia, incarnando con esse il sentire del tempo. Ricordo per esempio quando recitò la celeberrima I fiumi, quasi descrivendo un viaggio interiore, l’avanzare sempre di nuovo, mai pago, delle ascensioni dello spirito – ma questo lo imparai molto tempo dopo. Ed era in grado, con le sue parole, di ridestare il senso della memoria, la sua itineranza come risvegliata proprio da quei paesaggi e luoghi in cui aveva vissuto: “Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia”. Non per nulla, nel sentire nominare l’Isonzo, mio nonno coglieva l’occasione per raccontarmi della guerra sul Carso e dei fiumi che scomparivano e poi comparivano dalla terra imitando lo scorrere del tempo nascosto e svelato.

Sto parlando ovviamente di Giuseppe Ungaretti (1888-1970), del quale lunedì ricorreva il cinquantesimo dalla morte. Non è per questo però che lo ricordo, qui oggi. Ma per una sua ermetissima poesia dal titolo Casa mia, che forse per la vicinanza con la Pasqua, mi è tornata alla mente in questi giorni. Unitamente a quel suo stile narrante, che sapeva coniugare parole e mimica, attraverso l’espressione del volto e delle mani, non di rado con l’indice alzato quasi come un sacramento: verbum e signum interconnessi.
Una parola – in breve – che si dà a vedere, e un segno che si fa ascoltare. Rappresentazione dell’invisibile nel visibile dell’anima sul volto, che coinvolge e trasforma anche coloro che vi partecipano con lo sguardo e l’ascolto: un narrare performativo, insomma, che fa quello che dice e dice ciò che fa.
Agostino, il retore di Tagaste direbbe, Verbum visibile e signum audibile, ricordando Giovanni l’evangelista: è “quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza” (1Gv 1,1-2). Segni e parole intimamente congiunti, dove le espressioni del volto e i gesti della mano rafforzavano il realismo delle parole, e queste svelavano il segreto nascosto nell’animo, il sentire dell’esperienza che si vuol comunicare, come di testimone che ha vissuto dentro gli eventi e può dire presente, adsumus, siamo davanti.
Ecco allora il testo della poesia di Ungaretti:
Sorpresa dopo tanto
d’un amore,
Credevo di averlo sparpagliato per il mondo.

Ho ruminato queste parole come fanno i monaci con la Scrittura santa. Finché questi pochi versi mi hanno ricordato la stessa concisione di un’altra sorpresa, anche quella di un amore perduto e ritrovato: quello annunciato dall’angelo alle donne impaurite al sepolcro il mattino di Pasqua: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Lc 24, 5-6). Un annuncio, anche quello, sparpagliato per il mondo, che tuttavia raccoglie, riunisce, tiene insieme senza perdere la diversità del molteplice, senza uniformarlo né omologarlo, riuscendoci solo con l’amore.
Sorpresa di un amore: quella che prende il fiato, non te l’aspetti, ma ti ruba il cuore, lo strappa dal suo luogo interiore e lo fa partire alla ricerca di colui senza il quale non può più vivere. Ed è proprio questo partire, lo strappo di una sequela, che lo destina alla sorpresa.

Il poeta è come il mistico: il suo cuore lo fa partire sempre, di nuovo. Non può fare a meno di lasciarsi sorprendere da ciò che è umano, di riscattare la bellezza che segretamente nasconde se non vuol “perdere l’amore”.
E fu proprio per non perdere l’amore nascosto nel Vangelo della Pasqua, nel tentativo di far risplendere tutta la bellezza dei suoi colori agli occhi della gente, che una domenica di quasi vent’anni fa mi venne di raccontare questa storia. E se è vero che un detto rabbinico afferma che “Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia! – ama i racconti”, penso che con quella storia rallegrai anche il cuore di colui che ai miei occhi ha fatto il cielo e la terra.

Ma come si racconta una storia? Cerco di impararlo da un Rabbi il cui nonno era stato discepolo del Baalshem, al quale fu chiesto di raccontare una storia. “Una storia”, disse, “va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto“. E raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baalshem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie”. Non ricordo più come andò quella domenica, so solo che dopo tanto tempo mi sorprende ancora.

I colori della Pasqua

In principio, quando Dio creò la luce, vide che era una cosa buona perché la terra, informe e oscura, cominciò ad illuminarsi. Quando poi separò le tenebre dalla luce nacquero il giorno e la notte. Affinché il giorno rimanesse luminoso per tutto il tempo stabilito, accese nel cielo il sole; e perché la notte non fosse troppo oscura, la illuminò con la luna e le stelle.
Solo il sesto giorno, dopo avere creato l’uomo e la donna, si accorse che mancavano i colori, sia alla terra sia al firmamento. Lo capì perché l’uomo e la donna non si guardavano intorno più di tanto e non rimanevano stupiti della sua opera. Per forza! Tra la luce e le tenebre c’era un arcobaleno di grigi, o più chiari o più cupi, da mettere tristezza anche al più allegro dei suoi angeli.
Allora decise subito di rimediare e, convocati sette angeli, diede a ciascuno un colore e li mandò ad abbellire la sua creazione. E così il primo angelo dipinse, all’inizio della settimana, tutta la terra e il cielo di rosso; poi, il giorno successivo, un altro angelo passò sopra il rosso con il giallo e così di seguito fino al settimo angelo, col suo ultimo colore, sino alla fine della settimana.
Ma il risultato non era stato certo dei migliori e l’uomo e la donna rimanevano stupiti sì, ma per la confusione del continuo cambiamento. Allora Dio divise con delle linee la terra e il cielo perché formassero come dei settori e inviò ancora i suoi angeli a colorare e il cielo e la terra. Ma il lavoro non era che a metà quando ordinò di sospenderlo subito. Un mondo fatto ad arlecchino, con tante pezze colorate, non piaceva neppure a Lui.

Non era certo un tipo da avvilirsi; quindi si mise a pensare velocemente poiché stava avvicinandosi il settimo giorno, il giorno del riposo, e non voleva proprio che l’uomo e la donna passassero la festa in una grande malinconia.
Dio chiamò le nubi e in un momento non furono più nere di pioggia, ma rosse, gialle, verdi, blu. Ordinò al vento di disperderle per tutta la terra e cadde così una pioggia di colori su tutta la creazione, ma le gocce, cadendo l’una sull’altra, si mescolavano tutte insieme formando un miscuglio sgradevole e disordinato, una poltiglia cupa.
Eppure l’aveva negli occhi quello stupendo arco che avrebbe posto sopra la terra dopo il diluvio: l’arcobaleno come segno di pace e di armonia fra Lui e gli uomini. Allora decise che sarebbero stati l’uomo e la donna a colorare il mondo. Li convocò alla sua presenza e fece loro dono di tutti i colori dell’arcobaleno. Ma l’uomo e la donna non incominciarono nemmeno perché non riuscivano a mettersi d’accordo: lui, le cose, le voleva colorate in un modo, lei, in un altro. Ed entrambi, per non litigare, abbandonarono i colori in un angolo del paradiso.
Ma Dio non si arrese nemmeno questa volta. Fece scendere su di loro un sonno profondo e, mentre dormivano, mise tutti i colori nei loro occhi. Al risveglio l’uomo e la donna rimasero davvero stupiti. Quando guardavano le cose o i loro volti, questi prendevano colore ed anche gli sguardi dell’uomo e della donna divenivano raggianti. Tutto si trasformava colorandosi appena veniva osservato, ma quando essi si voltavano, tutto ritornava nel grigiore e nell’oscurità. Sembrava allora che mancasse qualcosa per fissare i colori alle cose, o per far sì che, per il mutare della luce, essi non si perdessero. Ma cosa occorreva? Che cosa avrebbe fissato per sempre i colori alla terra, al cielo e sul volto dell’uomo?
Già il sole stava sorgendo sul settimo giorno, era l’alba. Dio si ricordò dei due angeli che aveva creati per annunciare alle donne, il mattino di Pasqua, la risurrezione del suo Figlio. Li chiamò a sé e li mandò a svegliare l’uomo e la donna che dormivano profondamente. Entrambi furono pieni di paura al vederli, ma appena i loro occhi si fissarono in quelli degli angeli, in loro entrò la gioia della risurrezione. “La gioia! – disse Dio – …ecco che cosa mancava!”. E nel settimo giorno Dio creò i colori perché rallegrassero gli occhi ed il cuore dell’uomo e della donna e non si spegnesse mai in loro un ardente ed irresistibile desiderio della bellezza, quella che sarebbe nata dalla gioia della risurrezione di quel silenzioso mattino di Pasqua.

L’AUGURIO DI ANGELA VOLPINI, L’ULTIMA MISTICA:
Come trasformare la pandemia in opportunità.

Si dice che una volta, durante le grandi epidemie, la gente trovasse rifugio nelle chiese e cercasse ristoro dall’angoscia della morte nella preghiera, nella penitenza, nella celebrazione religiosa e nel rito. Oggi molte chiese sono chiuse, le celebrazioni interrotte per non alimentare il contagio e, per chi è più devoto, l’unica partecipazione liturgica concessa è quella a distanza, resa possibile dalle tecnologie della comunicazione. Anche oggi però l’inquietudine, che fa emergere lo spettro della morte con modalità inattese per i tempi, si diffonde e si sviluppa man mano che i numeri del contagio e delle morti aumentano.

La quarantena, ancora unico antico rimedio alla diffusione del virus, con la forzata inattività e la privazione di alcuni diritti fondamentali dati per scontati nel tempo normale, obbliga comunque a riflettere, forse oggi come e più di allora. In questi periodi, colorati di disagio e di paura per molti, si aprono per altri, forse per tutti, spazi inattesi dove riprendere contatto con sé stessi, con la propria interiorità e con quella che potremo chiamare la componente spirituale della vita; essa sale alla coscienza di molte persone, proprio ora; ora che sono ridimensionati gli obblighi del lavoro, che sono cambiati i riti del consumo, che sono minati i presupposti della libertà obbligatoria cantata da Giorgio Gaber; ora che l’ansia egoistica per il domani è un poco sostituita da un certo affanno e da un’incertezza sconosciuta e di più vasta portata.
Proprio in questi giorni, le parole di chi ha vissuto esperienze spirituali autentiche, possono risuonare con esemplare chiarezza nelle anime liberate dal peso dello scontato quotidiano così caratteristico di un mondo troppo veloce, troppo competitivo, troppo impersonale, troppo materialista: il mondo in cui siamo vissuti fino a pochi giorni fa. Esperienze spirituali che nella forma della mistica – con la sua millenaria, concretissima tradizione che abbraccia tutti i popoli – mostrano vie di conoscenza sorprendenti, percorsi capaci di suscitare il senso del divino nel cuore, traiettorie di crescita personale che non di rado portano copiosi frutti nella società e nella cultura, danze che sembrano connettere le più estreme acquisizioni scientifiche con le più antiche sapienze tradizionali; sentieri infine, percorrendo i quali si può vivere la pienezza della felicità,  finalmente indifferenti alle manipolazioni di una propaganda martellante che ha fatto della vita comune un deserto spirituale, una prigione soffocante e non di rado triviale.

Angela Volpini, nata nell’Oltrepò Pavese nel 1940 fu protagonista negli anni 1947-1956 di una straordinaria sequenza di esperienze mistiche, che per anni riempi le pagine di riviste e giornali dell’epoca. Tra le rare donne, giovanissima, a partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II, più volte accolta all’Accademia di Francia, ha avuto modo di conoscere e frequentare personaggi notissimi che vanno dal Vescovo Romero a Padre Pio, da Edgar Morin a don Zeno Saltini; è stata amica di protagonisti anche controversi quali Pier Paolo Pasolini, Raimon Panikkar, Gianni Baget Bozzo, Autrice di numerosi libri ha dedicato la vita a diffondere in modo originalissimo un messaggio d’ispirazione mariana estremamente innovativo e quanto mai attuale: una visione profetica, che si radica nella responsabilità  dell’autocreazione e che delinea la possibilità concreta di una comunità umana fondata sull’unicità di ogni persona, sulla incoercibile libertà  personale e sulla creatività umana che si manifesta incessantemente nella storia.
Ecco quel che ci dice Angela di questa pandemia globale che, toccando tutti in varie forme, interroga ognuno personalmente.

“Sento la paura collettiva del morire come il grido di un bambino quando è tolto dal suo gioco preferito.
Tutti vivono nella speranza di trovare il senso della propria vita, e questo è quanto basta alla vita stessa, quando la morte è lontana.
Ma quando questa si avvicina, soggettivamente e collettivamente, ci prende la disperazione del nostro fallimento.
Forse tutti abbiamo intuito che potremmo vivere diversamente e che questa possibilità l’abbiamo toccata molte volte, ma mai afferrata come nostra vera opportunità.
La mia speranza è che quanto sta accadendo ora, ci convinca che siamo un’unica famiglia umana che vive in un piccolo mondo, e che il comportamento di ogni singolo può trascinare il mondo intero.
Se però uniamo la nostra creatività per il bene comune, forse potremmo vincere ciò che oggi sfida la nostra convivenza, e potremmo vivere ancora a lungo su questo pianeta, facendolo ancora più bello e più giusto.
E’ la condivisione che deve motivare le nostre singole creatività, per fare di questo mondo, non una pattumiera, ma il giardino di tutti i viventi.
Approfittiamo di questo male comune per comprendere che, o ci si salva insieme, oppure non ci resta che lottare gli uni contro gli altri per difendere il nostro piccolo spazio ammalato di egoismo e di violenza.
Ricordiamoci sempre che ogni persona, nel suo profondo, desidera essere amata.
Abbiamo l’occasione per incominciare a farlo, e questa scelta ci aprirà il cuore, non solo alla speranza, ma anche alla felicità”.

Poche parole, che parlano al cuore, espresse con la semplicità di chi ha avuto un’esperienza autentica travolgente che ne ha plasmato la vita.  Frasi su cui riflettere con calma, da leggere e rileggere
Parole che ci ricordano la potenzialità che si cela in questo periodo che può e deve essere occasione di cambiamento: personale innanzitutto e poi collettivo.
In questi giorni possiamo provare a prendere coscienza, a lavorare sullo spazio di quel potere interiore che ci consente di ritrovare la nostra qualità e regolare, valorizzandola, ogni tipo di pressione che viene dall’esterno; non siamo affatto meri individui fungibili, ma siamo invece – tutti, e lo ribadisce con forza Angela Volpini – esseri unici; in questa unicità, della quale ognuno può e deve  scoprire personalmente la cifra e la qualità, risiede il nostro valore: un valore che possiamo gustare quando, scopertolo in noi, riusciamo a riconoscerlo nell’altro e farne dono reciproco. Qui ed ora e proprio con chi abbiamo fisicamente vicino.
In questi giorni possiamo e dobbiamo prendere coscienza che non siamo necessariamente e non dobbiamo più essere in balia di un potere esteriore che ci domina in tutto e ci rende impotenti; questo potere abbiamo invece la responsabilità di capirlo prima, e di provare poi a cambiare un assurdo modello di vita basato sulla competizione ad ogni livello; è un sistema che non è in grado di creare un mondo giusto ed umano, un modello di sviluppo che non è più sostenibile su questo magnifico pieneta dalle risorse limitate.

Siate realisti: chiedete l’impossibile” recitava un famoso aforisma di Albert Camus; dunque, quello che vogliamo in esito a questa pandemia, è nulla di meno che un salto di coscienza, un passaggio di livello, laicamente parlando (in periodo di settimana santa che prepara la strana Pasqua dell’Anno Domini 2020) una resurrezione.  Per questo, per dare speranza al futuro e dar voce al nostro desiderio di felicità, dobbiamo cogliere tutte le nostre risorse e metterle in gioco, come dice Angela porgendo misticamente a tutti e ad ognuno gli auguri di Buona Pasqua alla fine del suo ultimo videomessaggio [Qui].

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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