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De Nittis ai Diamanti, precursore dell’immagine in movimento e della street

Un tovagliolo stropicciato sul bordo della tavola, un boccone di pane spezzato, il succo rosso di una bevanda rimasto nel fondo di un bicchiere. La tavola imbandita della “Colazione in giardino” di Giuseppe De Nittis ha dentro qualcosa che incrina l’equilibrio ordinato ottocentesco e fa vacillare con garbo il canone della descrizione celebrativa. Il quadro, che fa da copertina alla mostra “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo” appena inaugurata a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, contiene infatti quella dose di scompiglio esemplificativa della carica di rinnovamento portata in Francia dal pittore italiano.

“Colazione in giardino” di Giuseppe De Nittis – olio su tela, 1883

Ai dettagli di piccolo caos quotidiano che esce dai canoni tradizionali si aggiunge la posa del ragazzino che piega la testa verso terra, alla sua destra, contrastando con l’atteggiamento composto ma comunque disinvolto della giovane donna: anche la mossa imprevista va a interrompere la staticità studiata che di norma sarebbe richiesta per la posa davanti al ritrattista di famiglia. Il movimento fa pensare che uno dei personaggi ritratti abbia trasgredito alla necessaria immobilità nell’attimo in cui il fotografo premeva sul pulsante dello scatto. La tela, però, è quella di un quadro dipinto, non una stampa fotografica. Ed è in questi particolari che sta la “rivoluzione dello sguardo” del titolo dell’esposizione, allestita ancora una volta con una capacità sottile di studio e accuratezza non convenzionale dalle curatrici di FerraraArte, che aprono al grande pubblico nuovi scorci della storia dell’arte, mostrando artisti e opere in un contesto che dà informazioni inedite.

“Tra le spighe di grano” di Giuseppe De Nittis, 1873
“Donna col parasole” di Claude Monet, 1886

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In questo caso il visitatore che esce da Palazzo dei Diamanti si arricchisce con la conoscenza di un pittore che – spiega la curatrice Barbara Guidi – “alla sua epoca era ricco e famoso e poi in qualche modo è stato accantonato e dimenticato, perché nel frattempo è arrivata la carica dirompente dell’Impressionismo, che non ha spezzato solo i canoni di quanto viene rappresentato, ma anche il modo e la tecnica di rappresentazione”, smembrando bordi e confini per affidare ad aloni luminosi e sfuocati l’impressione di un insieme che perde la definizione dei tratti. Ecco: una rivoluzione più grande e che, in quel momento, fa piuttosto scandalo finendo per far cadere nel dimenticatoio uno dei protagonisti della storia dell’arte di quell’epoca. Innovatore più moderato è De Nittis, che ora viene riportato sotto i riflettori per raccontarci cosa è successo alla pittura, per mostrare il contributo innovativo di un artista finito all’ombra dei suoi coetanei più estremi, che forse – però – qualche debito con lui ce l’hanno. L’arte comincia ad affacciarsi alla modernità grazie anche al pittore originario di Barletta. Perché De Nittis scardina per primo le regole accademiche della pittura che dominavano fino all’Ottocento. “Non dimentichiamoci – fa notare ancora Barbara Guidi – che la Francia è sempre stato un Paese aperto sì, ma molto nazionalista; e per un italiano diventa più difficile competere con la memoria dei colleghi francesi che sono venuti dopo di lui. Ma tra De Nittis e gli impressionisti ci sono molto analogie, il clima che respirano è lo stesso, con diversi di loro diventa amico e i temi in molti quadri sono identici, solo che lui mantiene una maggiore leggibilità nei tratti, un dettaglio quasi fotografico che loro invece dissolvono”.

“Cantiere” di Giuseppe De Nittis, pastello su tela 1880-83

La fotografia è uno dei riferimenti imprescindibili come chiave di lettura della mostra. Il pittore stesso usa la macchina fotografica (anche se il materiale è stato disperso) e soprattutto è influenzato da questa nuova tecnica e dalla modalità di percepire la realtà che questa gli fornisce.
A dimostrare questo, in una sala è esposto un piccolo paesaggio parigino in bianco e nero che ritrae il quadro di De Nittis intitolato “Place de la Concorde” e che è importante perché la stessa inquadratura denittisiana viene poi ripresa dentro a uno dei bei filmati storici dei fratelli Lumière, proiettati all’interno della mostra ferrarese.

Riproduzione in fotoincisione dell’opera di De Nittis “Place de la Concorde”, 1883

“Quella fotoincisione in bianco e nero – dice la Guidi – è la riproduzione di un quadro di De Nittis del 1883, di cui si sono perse le tracce. De Nittis era così famoso che i Lumière sono voluti ripartire proprio dai suoi quadri, quando una quindicina di anni dopo decidono di fare riprese cinematografiche della città. Così filmano la vita che scorre in place de la Concorde dalla sua stessa angolazione. De Nittis è uno dei punti di riferimento per i Lumière, uno dei fratelli è pittore lui stesso e, comunque, la loro è una cultura è prettamente pittorica”.

Riprese realizzate dai fratelli Lumière prendendo spunto dalle inquadrature dei quadri di De Nittis (foto Giorgia Mazzotti)

“De Nittis – prosegue la Guidi – ha uno stile pre-cinematografico, ha quella capacità propria del fotogramma di fermare la vita e la realtà che passano davanti ai suoi occhi”.

Ritratto di donne dal finestrino di una carrozza di De Nittis

Non a caso in una delle sale della mostra viene dato spazio proprio alle opere dove lui applica la tecnica di ripresa dal vivo del mondo esterno, attraverso l’apertura del finestrino della sua carrozza, quasi uno street-fotografo ante litteram, in un’epoca dove la fotografia si affacciava ancora alla sua fase pionieristica. In questa direzione vanno le tele che rappresentano scorci di città che sono anti-cartoline e che anticipano un’idea documentaria, se non addirittura di avanguardia contemporanea. È il caso delle opere dedicate a siti industriali, con i fumi che escono da una centrale e i capannoni, a partire dal pastello su tela intitolato “Cantiere” (1880-83) che ritrae i fumi di una centrale elettrica, ma anche all’olio coi “Capannoni di una stazione ferroviaria” (1877). Senza dimenticare il quadro che riprende il palazzo avvolto dalle impalcature con i manifesti pubblicitari attaccati alla base: “La place des Pyramides” del 1875. Dire che anticipa l’arte contemporanea di Christo è forse un po’ ardito, anche se quel palazzo imballato fa ricordare i monumenti, i ponti e gli edifici fatti impacchettare dalla coppia di artisti della ‘land art’ contemporanea.

“La place desPyramides” di Giuseppe De Nittis, olio su tela, 1875
“Reichstag impacchettato” di Christo e Jeanne Claude, Berlino 1995

In quest’ottica è perfetto il rimando contenuto nella mostra di sculture in ceramica, esposte alla home gallery di Maria Livia Brunelli, che fa rimbalzare ad oggi gli oggetti al centro delle opere d’arte ottocentesche. Alla Mlb gallery – sulla stessa strada di corso Ercole d’Este, ma al civico 3 anziché al 21 dove è Palazzo dei Diamanti – è allestita l’esposizione “Bertozzi & Casoni. Frammenti di quotidianità” con quelle tazze da tè in porcellana e quelle posate d’argento che sembrano uscite dalla tavola della colazione di De Nittis con un’estremizzazione tutta contemporanea del concetto di disordine e caos.

Tavola con i “Frammenti di quotidianità” di Bertozzi & Casoni alla Mlb gallery di Ferrara (foto GioM)

Ecco allora le tazzine che si accatastano una sull’altra colme di resti di cioccolato e caffè, dentro ai quali galleggiano pillole con intorno bucce di mandarini, banconote accartocciate, cicche di sigarette e ogni genere di residuo dei nostri invadenti consumi. Nature morte che si trasformano in composizioni impudiche ma attraenti, con quel gusto per la decadenza e per gli accumuli che rimanda a certe nature morte seicentesche dove la presenza del teschio ricordava la vanità della vita materiale, ma che rimanda anche agli accumuli trasformati in scultura che tornano nelle opere d’arte contemporanea.

Particolare di “Colazione” di De Nittis, 1883
Compressione di lattine di César, 1991
“Frammento con yogurt” di Bertozzi&Casoni, 2019

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“De Nittis e la rivoluzione dello sguardo”, Palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara – Aperta dal 1 dicembre 2019 al 13 aprile 2020, tutti i giorni ore 9-19, sito web www.palazzodiamanti.it. Ingresso a pagamento.

“Bertozzi & Casoni. Frammenti di quotidianità”, Mlb Home gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara – Aperta dal 30 novembre 2019 al 13 aprile 2020, sabato ore 15-19 e in altri giorni su appuntamento al cell. 346 795 3757 o email mlb@mlbgallery.com, sito web www.mlbgallery.com. Ingresso libero.

Per il calendario delle conferenze e appuntamenti di visita alla mostra in corso a Palazzo dei Diamanti si può consultare anche la pagina del quotidiano online Cronacacomune del Comune di Ferrara al link www.cronacacomune.it/notizie/37834/mostra-de-nittis.html

Carlo Bononi, pittore seducente di corpi e palpiti

Sono sogni, sì, ma piuttosto terreni quelli di ‘Carlo Bononi – L’ultimo sognatore dell’officina ferrarese’. E il corpo maschile è quello più concretamente sognato, scrutato, mostrato. Nella nuova  rassegna espositiva monografica in corso a Palazzo dei Diamanti di Ferrara è su questo che quasi sempre puntano, letteralmente, i riflettori che illuminano le scene dentro ai dipinti del pittore seicentesco. Sulle tele ci sono la prestanza fisica – in gran parte di santi o personaggi legati all’iconografia religiosa – e poi la luce che illumina i soggetti. Sono questi i protagonisti dei grandi quadri, in un insieme che rende questi personaggi scenografici e teatrali con uno stile che è stato definito caravaggesco ma che ha appunto, sopra ogni altra cosa, un grande senso della scena, come se adorazioni e martìri avvenissero su un palcoscenico, messi in atto per gli spettatori, più recitati che subiti.

Francesca Cappelletti con Dalia Bighinati

Esemplare in questo senso la rappresentazione di ‘San Sebastiano’ – un’icona della bellezza virile che attraversa i secoli e i generi – dove il protagonista se ne sta lì in posa da modello, il viso composto e appena accigliato, il petto bianco-roseo in bella mostra senza un graffio, solo qualche freccetta periferica, la luce tutta su addominali e torace scolpiti, sulle gambe toniche. La stessa curatrice Francesca Cappelletti nella giornata di presentazione ha avuto modo di sottolineare la particolarità di questo “San Sebastiano con un corpo atletico, tornito, dove le frecce sono allontanate dal torace per mostrarlo in tutta la sua prestanza, quasi una esemplificazione di come non bisognerebbe rappresentare i santi, perché all’epoca c’era stato un ampio dibattito su questo tema”.

“Pietà” di Carlo Bononi a Palazzo dei Diamanti

In alto, sulle nubi, ci sono le donne con gli occhi rivolti a lui, come segnali che fanno rimbalzare lì ancora una volta lo sguardo dell’osservatore. Sulla stessa linea è la ‘Pietà’ con il Cristo accasciato ai piedi della croce nella sala d’ingresso di palazzo dei Diamanti, un “corpo spettacolare che – fa notare sempre la Cappelletti – viene spinto in avanti verso l’osservatore, mentre la Vergine piangente nella parte destra del quadro non fa che rimandare verso di lui l’attenzione di chi guarda, indicando col gesto delle mani il figlio che è lì a terra”. Questo, secondo la docente di arte diventata famosa per i suoi studi su Caravaggio, “ci fa parlare di naturalismo, che vuol dire pittura che prende a modello il vero, e di linguaggio proto-barocco”. Il colorito di Cristo è sì terreo, ma la prestanza è totale, il bel viso esangue, la luce che mette in rilievo la muscolatura sulle braccia, sul petto, sulle gambe. Anche il dolore si fa materico e concreto con le lacrime che scorrono liquide e luccicanti sul viso della Madonna.

‘Vergine in trono coi santi Maurelio e Giorgio’ di Bononi (Vienna, Kunsthistorisches Museum)

A sottolineare l’attenzione costante per questi particolari anche i commenti con cui all’inaugurazione mi accompagna il critico d’arte Lucio Scardino, che davanti alla ‘Vergine in trono con i santi Maurelio e Giorgio’, arrivata da Vienna con dentro il modellino della città di Ferrara, mi fa notare la tunica di San Giorgio che si apre a mostrare un pezzetto di ginocchio e di coscia della gamba del santo-guerriero, plasticamente appoggiata sul drago accucciato a terra. Persino malizioso – secondo Scardino – il quadro orizzontale della ‘Sibilla’ prestato dalla Fondazione Sgarbi-Cavallini, dove si vede un giovane di spalle con il corpo appena coperto da una fascia sulle natiche.

‘Sibilla’ di Bononi (Fondazione Cavallini-Sgarbi)

Troneggia sulla tela alta quasi due metri e mezzo l’angelo custode che compare su manifesti e locandine e a osservarlo ammirato c’è Luca Zarattini, giovane artista ferrarese, che quel quadro ha studiato a lungo. “E’ una grande emozione per me – dice Zarattini – vedere in una mostra tutti i quadri che amo fin da adolescente e che per mesi ho osservato nei minimi dettagli sulle riproduzioni a stampa del catalogo di Andrea Emiliani o nella semioscurità della chiesa (Santa Maria in Vado a Ferrara e Chiesa del Rosario a Comacchio, ndr)”.

‘Omaggio a Bononi’ di Luca Zarattini [clicca sull’immagine per ingrandirla]
Locandina della mostra ‘Carlo Bononi’ [clicca sull’immagine per ingrandirla]

Anche gli interventi in catalogo non mancano di rilevare la particolarità concreta, carnale e realistica che contraddistingue il pittore ferrarese seicentesco. Daniele Benati, docente di Storia dell’arte all’Università di Bologna, rievoca il suo primo approccio con la pittura di Bononi attraverso i volumi presenti nella libreria del padre, “che mi piaceva molto sfogliare, quando da ragazzo oziavo nella sua biblioteca”. E spiega che “La monografia su Bononi scritta da Andrea Emiliani nel 1962 era appunto fra questi. Il libro aveva un certo numero di immagini a colori e, tra queste, trovavo particolarmente accattivante il dettaglio della sposa e delle altre ragazze di buona famiglia che, sedute al lungo tavolo delle ‘Nozze di Cana’ della Pinacoteca di Ferrara, guardano distrattamente lo spettatore piluccando delle olive, che portano alla bocca con lunghi stecchini. (…) Ma il bello veniva alla successiva immagine in bianco e nero, col particolare di un cameriere che, col suo cappello piumato e il vassoio sotto il braccio, scende la scala dimenandosi in modo un po’ sguaiato, come una figurina da commedia dell’arte che in quel contesto mi sorprendeva. Non mi sembrava che l’atteggiamento rilassato dei commensali, tipico della fine di un pranzo fin troppo abbondante, postulasse la necessità di un miracolo, che di fatto nessuno pare attendere. Anche altre immagini riprodotte in quel libro mi sembravano poi altrettanto seducenti: quelle sante così garbate, quelle Madonne prive di sussiego, quei santoni”.

“Le nozze di Cana” di Bononi (Pinacoteca di Ferrara)

Il curatore Giovanni Sassu, sempre in catalogo, fa notare come Bononi non fosse sconosciuto, ma piuttosto non uscisse benissimo dalle note in catalogo negli anni Venti. “Era evidente – scrive – la sostanziale incomprensione di una scuola, quella emiliana, ancora da riscoprire, all’interno della quale le scelte espressive compiute da Carlo, tutte votate a un’interpretazione affettiva del reale e sovente all’esaltazione adamitica del corpo maschile, dovettero parere eccessive e prive dell’eleganza innata della sponda classicista della pittura bolognese”. Sala dopo sala, poi, Sassu ha messo in evidenza nella mostra ferrarese la capacità dell’artista di assorbire e riportare il meglio delle scoperte che in quegli anni emergono nei colleghi pittori che lo circondano, Ludovico Carracci fra tutti, ma anche Guido Reni, Guercino.

Giovanni Sassu racconta Bononi ai Diamanti

Carlo Bononi da scoprire in giro per Ferrara.
Oltre alla mostra monografica a Palazzo dei Diamanti con le tele e le pale illuminate in maniera scenografica e così godibile alle pareti delle sale buie, c’è la ‘Ferrara di Bononi’[clicca sul titolo per vedere mappa e scheda dei luoghi]: sue opere da scoprire in Pinacoteca (primo piano dello stesso palazzo dei Diamanti in corso Ercole I d’Este 21 ) e in alcune chiese cittadine, dove però l’accesso non sempre è possibile. Tra le chiese sopra tutte è Santa Maria in Vado (via Borgovado 3, nel centro medievale di Ferrara), con il tondo vivacemente restaurato ben fruibile all’ingresso, mentre altri dipinti di grande impatto – come la spettacolare ‘Trinità adorata dai beati’ – non sono sempre altrettanto facili da apprezzare per la scarsa illuminazione o la collocazione sui soffitti altissimi o su pareti distaccate dal visitatore.

‘Trinità adorata dai beati’ di Bononi [clicca sull’immagine per ingrandirla]
‘I beati’ di Anna Di Prospero [clicca sull’immagine per ingrandirla]

Proprio alle opere di Bononi, poi, a Ferrara hanno dedicato una produzione speciale due artisti di oggi. Il pittore Luca Zarattini – 33enne originario di Codigoro – alla Galleria Mediolanum espone 18 lavori che riprendono le figure di questo pittore calandole nel suo stile corroso e contemporaneo, in un ‘Omaggio al pittore Carlo Bononi’ in mostra in via Saraceno 16, a Ferrara fino al 31 dicembre 2017 (da lunedì al venerdì ore 9-13 e 15-19).

L’artista-fotografa 30enne romana Anna Di Prospero con ‘Cuore Liquefatto’ alla home-gallery MLB di Maria Livia Brunelli ha invece realizzato una serie di fotografie ispirate ad ‘Affinità empatiche con Carlo Bononi’ per la mostra in corso Ercole d’Este 3, a Ferrara fino al 7 gennaio 2018 (aperto il sabato e la domenica ore 15-19 e gli altri giorni su appuntamento, cell. 346 7953757).

‘Carlo Bononi – L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese’ è in mostra a Palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21 a Ferrara. Visitabile dal 14 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018 tutti i giorni ore 9-19.

Il fascino della rovina: Camporesi alla Mlb gallery e il contest sui luoghi dell’abbandono

Una finestra senza più imposte né intonaco, aperta su un muro pieno di calcinacci con davanti un orizzonte di mare e cespugli. È una foto grande, dà l’impressione di potersi affacciare e sentire l’aria del mondo inselvatichito là fuori. L’autrice è Silvia Camporesi e la fotografia è esposta nella home-gallery, casa-galleria di Maria Livia Brunelli su corso Ercole d’Este a Ferrara, insieme con un’altra dozzina di foto di luoghi abbandonati, struggenti e polverosi, evocativi come non mai.

“Finestra a Pianosa” di Silvia Camporesi alla Mlb gallery di Ferrara

Le immagini che fanno parte del suo grande ‘Atlante dei luoghi italiani in rovina’, ma inedite rispetto a quelle già pubblicate sul volume ‘Atlas Italiae’, edito nel 2015, in cui l’artista ha raccolto 112 foto di 70 posti abbandonati in tutta la Penisola. Stavolta, qui, c’è una serie di fotografie scattate sul territorio di Ferrara. “Un omaggio – dice l’artista – a Giorgio Bassani a cui pensavo di dedicare immagini sui luoghi ferraresi della sua vita. Ma quando ho visto quei posti non ho trovato ispirazione. I luoghi che ho scelto sono stati altri, abbandonati, che si riallacciano quindi alla sua sensibilità e attenzione per i luoghi da salvare che lui ha portato avanti per Italia Nostra”. Il repertorio che la Camporesi si è andata a cercare mette insieme diversi punti nevralgici dell’abbandono in terra ferrarese: l’ex manicomio infantile di Aguscello, la stazione ferroviaria chiusa di Bondeno, una villa che stanno per ristrutturare e l’ex Eridania di Codigoro. A impreziosire le foto è l’intervento manuale di colorazione. Le immagini scattate a Ferrara e dintorni – spiega l’autrice – sono state stampate in bianco e nero e poi colorate con pastelli solubili all’acqua. Un tocco in più di poesia evanescente sul tempo che trascorre.

Un’ulteriore coincidenza può rendere per qualcuno questa mostra ancora più interessante. L’esposizione si realizza in concomitanza con lo svolgimento di un concorso fotografico (FramE Contest) organizzato dall’associazione culturale ferrarese. Il concorso è cominciato all’inizio di quest’anno. Ogni mese viene inviato ai concorrenti il titolo del tema su cui concentrare il proprio obiettivo tra Ferrara e dintorni per partecipare e, da lì in poi, per un mese, si possono fare le foto per presentare la più riuscita entro il mese successivo. Ebbene: dal 20 aprile le foto del concorso FramE insieme con l’associazione Riaperture saranno dedicate proprio a ‘Luoghi dell’abbandono’.  Ad arrivarci in questo modo, alla mostra di Silvia Camporesi alla Mlb gallery, attenzione e sensibilità si amplificano. Come trovare l’anello di una catena dopo che hai passato tutto il tempo prima a cercarlo. Quello scintillio ti incanta perché ormai ci hai pensato, guardato e te lo sei prefigurato tante volte e ora, finalmente, lo trovi, lo vedi, ce l’hai davanti.

Nei lavori di Silvia Camporesi esposti alla Mlb gallery c’è quella combinazione che rende i ruderi degni di nota, quel particolare che fa sì che siano più attraenti di qualunque loro equivalente intatto e integro. La pittura romantica ottocentesca è un repertorio esemplare di combinazioni struggenti e la poetica del disfacimento ha radici lontane [vedi il saggio sull’arte delle rovine]. L’abbandono non basta. Gli elementi che rendono davvero riuscita questa forma di rappresentazione sono il contrasto tra la pietra e ciò che palpita, la parte inanimata e l’anima, il confronto tra il manufatto che si sgretola e il seme che germoglia, il marmo monumentale che si credeva inattaccabile e che invece offre il fianco al rametto esile, così vulnerabile eppure implacabile nella sua capacità di ricavarsi spazi vitali. La rovina è ciò che il tempo fa crollare e distrugge, ma anche ciò che al tempo resiste e sopravvive: lo spazio fisico inquadrato nell’attimo che scorre. La rovina è gloria fallita, fasti decaduti, ricchezza diventata povertà. Ma ti fa prefigurare la magnificenza cancellata, splendore dietro la polvere, lussi sepolti sotto il caos.

Silvia Camporesi – foto dell’ex stazione di Bondeno con buffet in stile a cura di Silvia Brunelli (foto Giorgia Mazzotti)

Le finestre possono essere punti strategici dei luoghi abbandonati, la cornice dove il degrado si affaccia sulla vita, che sia finestrino di un treno in disuso o l’apertura di una casa abbandonata in riva al mare. Anche il contrasto tra la pietra e la testimonianza umana dà quel fremito di nostalgia, ricordo, malinconia. La bottiglia con l’etichetta polverosa di un vino rimasto lì con vasi e altre bottiglie a testimoniare il trascorrere del tempo e a fissare un momento rimasto immobile eppure così mutato, la banalità quotidiana che diventa reperto, che suggerisce un senso di catastrofe, di tempo svanito, di persone che se ne sono andate all’improvviso.

‘Luoghi dell’abbandono’ è il tema su cui  si sono messi alla prova i fotografi del concorso ferrarese e il repertorio di oltre un centinaio di immagini che saranno pubblicate a partire dal giorno di proclamazione dei vincitori (20 aprile 2017) in poi sulla pagina Facebook di FramE Contest.

‘Atlas Italiae: Tabula Ferrarense cento anni dopo Giorgio Bassani’ di Silvia Camporesi è alla Maria Livia Brunelli home gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara. Dall’8 aprile all’8 ottobre 2017 la galleria è aperta sabato e domenica ore 15-19 (altri giorni e dall’1 luglio al 30 agosto solo su prenotazione al cell. 346 7953757, mlb@marialiviabrunelli.com). L’ingresso e le visite guidate sono gratuite.

A.A.A.Angelica: Ariosto visto dal binocolo dell’arte contemporanea

Una casa dove entri per uscire sempre da qualche altra parte. E’ un piccolo viaggio nel mondo dell’arte, quello che si fa quando si visita la galleria-abitazione di Maria Livia Brunelli. La home gallery è sulla stessa via di Palazzo dei Diamanti, che è in corso Ercole I d’Este, ma una ventina di numeri civici più in su, proprio attaccata al castello e al cuore della città. Da anni la critica e gallerista ferrarese ha abituato i suoi visitatori a esplorare mondi artistici costruiti in dialogo con il tema che occupa le sale di Palazzo dei Diamanti. Così – adesso che nella Galleria d’arte istituzionale è in corso la mostra “Orlando furioso 500 anni” – da Maria Livia sta per andare in scena “A.A.A.Angelica” di Marco Di Giovanni. Ieri l’artista stava infatti completando l’allestimento in vista dell’inaugurazione che ci sarà venerdì 16 dicembre 2016 alle 18.

Marco Di Giovanni con Maria Livia Brunelli alla mostra in allestimento alla home-gallery (foto Giorgia Mazzotti)
Marco Di Giovanni con Maria Livia Brunelli alla mostra in allestimento alla home-gallery (foto Giorgia Mazzotti)

Marco Di Giovanni è uno scultore e performer che ha al suo attivo esposizioni importanti in altre gallerie nazionali di arte contemporanea. Nato quarant’anni fa in Abruzzo, un passato di studi classico-scientifici e una famiglia di ingegneri alle spalle, Di Giovanni vive a Bologna da quando ha compiuto la maggiore età pensando di dedicarsi lui pure ad ingegneria. Sennonché girando nella zona universitaria bolognese, quasi per caso, un giorno è entrato all’Accademia di Belle arti ed è lì che si è reso conto che in quelle aule si facevano le cose che interessavano davvero a lui; e da allora si è dedicato all’arte. Il risultato ora è visibile alla Mlb home gallery. Più ancora che visibile, bisognerebbe dire esplorabile. Alto e barbuto come un paladino d’altri tempi, Di Giovanni costruisce delle opere come macchine fatte per portarti a vedere e sperimentare sensazioni, spaesamenti, visioni.

In una sala della galleria è esposto una specie di relitto in metallo arrugginito, che sembra la parte emersa di un sottomarino. Dal binocolo che sporge si può sbirciare dentro, finendo per perdersi in un cristallo-mappamondo che mostra i meandri di un cratere terroso e mobile, che può dare anche un leggero senso di vertigine. Sullo stesso macchinario, poi, il visitatore può salire in piedi per andare ad avvistare la luna da un buco di un tubo in metallo arrugginito che punta verso il soffitto. Ad aiutare lo spettatore a orientarsi ci potrebbero essere le mappe di 46 taccuini Moleskine, uno per ogni canto del poema. Sono appesi sulla parete accanto, tutti aperti sulla pagina del planisfero suddiviso in fusi orari. Peccato che il segno dell’artista sia intervenuto sulla mappa e l’abbia modificata con segni simili a quelli prestampati, ma che rendono il disegno privo di senso geografico. Guardando da distanza la distesa dei quadernini spalancati, però, quei ghirigori astrusi (che sembravano fatti a caso) trasformano la sequenza di pagine in un grande volto, come pixel anomali in bianco e grigio che fanno apparire un viso dall’aria familiare: è il ritratto barbuto e quasi sornione di Ludovico Ariosto che occhieggia un po’ ammiccante.

Marco Di Giovanni davanti ai taccuini della sua mostra alla Mlb gallery (foto Giorgia Mazzotti)
Marco Di Giovanni davanti ai taccuini della sua mostra alla Mlb gallery (foto Giorgia Mazzotti)

“Perché Ariosto – spiega Di Giovanni – noi nei ritratti lo vediamo molto serio e composto, ma in realtà è un gran burlone. Se si legge il suo ‘Orlando furioso’ si impara ad apprezzare questo autore per la brillantezza, l’ironia e il divertimento che sa trasmettere nel suo poema. La sua opera avrà anche 500 anni, ma è di una modernità e vivacità incredibili”. Un esempio per tutti: “Io sono rimasto molto colpito da Bradamante quando vince il concorso di bellezza e poi però non vuole che, a causa di questa sua vittoria, venga espulsa la precedente reginetta. Lei, così bella ma anche così atletica da essere uno dei migliori combattenti, dice che alla fin fine, per quello che ne sanno, potrebbe essere anche un uomo. Che dire? Per me questo fa dell’eroina il primo manifesto del genere transgender!”, una paladina dell’emancipazione e quasi dell’orgoglio di una sessualità alternativa.

I "panni di Bradamante" per la mostra "AAAAngelica" ala Mlb home gallery 2016 (foto Giorgia Mazzotti)
I “panni di Bradamante” per la mostra “AAAAngelica” ala Mlb home gallery 2016 (foto Giorgia Mazzotti)

Per mostrare questo aspetto – assicura l’artista – venerdì ci sarà una novella Bradamante in carne e ossa. Una bella tra le belle e atletica tra gli atleti, che con la sua femminilità tanto armoniosa quanto combattente “svestirà” i panni della guerriera. Per trovare una creatura tanto eccezionale, Di Giovanni è andato a pescare in riva al suo mare, dove ha avvistato una giovane donna di una bellezza scultorea e imponente, scoprendo poi con stupore che si trattava di una giovanissima giocatrice di pallavolo, ancora minorenne, ma ora arruolata col benestare dei genitori per la performance inaugurale.

Ad Angelica, invece, è dedicata l’altra parte di indagine artistica. “Tanto Bradamante è emancipata e fascinosamente evoluta – dice – tanto Angelica mi spiazza per il suo ruolo di donna-oggetto che si offre come premio per il vincitore”. L’artista spiega cosa ha fatto per indagare questa personalità che fa perdere il senno ad Orlando: “Ho pensato di andare a cercare nella direzione che più di tutte farebbe sentire furioso me. E la cosa che mi rende effettivamente furibondo è il pensiero di una donna che offra la propria attrattiva in cambio di un compenso, annullando d’un colpo ogni possibilità di seduzione”. Così Di Giovanni inquadra la figura di Angelica in quella categoria di donne che propongono se stesse e le proprie grazie attraverso annunci come appunto “A.A.A.Angelica”. Con un’unica via di salvezza, che ha Angelica, che è il dono magico che possiede di potere diventare invisibile riuscendo così a sfuggire a tutto quel desiderio che provoca e che apparentemente si offre di soddisfare.

Ecco allora che – a partire da venerdì 16 dicembre e fino a marzo – ai visitatori della casa-galleria spetterà di avventurarsi in questo viaggio nei meandri della follia e della misteriosa fascinazione femminile che la provoca, tra artifici e arte.

MLB-Maria Livia Brunelli home-gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara: “A.A.A. Angelica” di Marco Di Giovanni da venerdì 16 dicembre 2016 (ore 18) al 26 marzo 2017. Aperto il sabato e la domenica ore 15-19, gli altri giorni su appuntamento (email mlb@mlbgallery.com, cell. 346 7953757). Con il patrocinio del Comitato nazionale per le celebrazioni del V Centenario dell’Orlando Furioso e il patrocinio del Comune di Ferrara. Ingresso libero.

Palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara: “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi” a cura di Ferrara Arte dal 24 settembre 2016 al 29 gennaio 2017. Aperto tutti i giorni ore 9-19 a pagamento.

Foto di Patrizio Campi [clicca sulle immagini per ingrandirle]

LA MOSTRA
“Le muse quietanti” di Flavia Franceschini

Prendere persone, metterle in posa davanti a una scenografia, scattare una foto-ritratto. E’ quello che si faceva una volta quando non c’erano i selfie, ma soprattutto quando la macchina fotografica era qualcosa di ingombrante, costoso, da manovrare con perizia da parte di un addetto ai lavori. Adesso che le foto impazzano ovunque e vengono scattate un po’ da chiunque, è interessante rimettere in scena la cerimonia della fotografia. Se poi gli amici e i parenti sono persone conosciute, il risultato è una carrellata di personaggi che non può non suscitare curiosità. L’idea è alla base della nuova mostra intitolata “Le muse quietanti” con le immagini scattate da Flavia Franceschini e allestita tra la casa-galleria Mlb di corso Ercole I d’Este e gli spazi dell’hotel Annunziata che si affaccia sul cannone davanti al castello in piazza della Repubblica.

Maria Livia Brunelli con Flavia e Dario Franceschini all'inaugurazione della mostra "Le muse quietanti"
Maria Livia Brunelli con Flavia e Dario Franceschini all’inaugurazione della mostra “Le muse quietanti”

A ideare la rassegna espositiva è Maria Livia Brunelli, gallerista ferrarese che dell’arte ha fatto uno stile di vita e che nella sua casa-galleria di corso Ercole d’Este da anni propone esposizioni di artisti contemporanei che con la città di Ferrara hanno un legame. La connessione può consistere nel fatto che l’artista a Ferrara ci è nato o ci vive ma, soprattutto, di solito sta nel fatto che su indicazione di Maria Livia l’artista prescelto lavora di volta in volta attorno a qualche elemento ferrarese per trasformarlo nel filo conduttore di un insieme di opere. Può essere una presa di possesso dei luoghi fisici della città, come è successo con le installazioni di animali a grandezza naturale di Stefano Bombardieri esposti per strade e piazze tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Oppure può essere un’elaborazione personale attorno alle opere in mostra in quel momento a palazzo dei Diamanti, come è successo con lo scultore e video artista Maurizio Camerani che nel 2014 ha ripreso con il suo segno a matita dettagli ricorrenti nell’opera di Henri Matisse, o Mustafa Sabbagh che sempre nel 2014 dal maestro fauve è partito per rimetterne in scena le figure nella sue fotografie di segno opposto, con posizioni e gesti paralleli a quelli dei quadri ma resi con la crudezza fotografica dei suoi colori scarni, quasi monocromi.

Massimo Alì Mohammed con la fidanzata scultrice Elisa Leonini ritratti da Flavia Franceschini per la mostra "Le muse quietanti"
Massimo Alì Mohammed con la fidanzata scultrice Elisa Leonini ritratti da Flavia Franceschini per la mostra “Le muse quietanti”

Adesso è la volta di Flavia Franceschini, scultrice, ma più in generale artista con una particolare propensione per una visione teatrale e ludica della creatività. Presenza attenta in quasi tutte le iniziative culturali della città – che siano artistiche, musicali e letterarie – Flavia fa dell’arte un mezzo di espressione continuo che sembra rendere più sognante e interessante tutto ciò che la circonda.

Ecco allora il titolo “Le muse quietanti” che – come dichiara lei stessa – è stato scelto dal fratello scrittore e ministro dei beni culturali, Dario Franceschini. Una parafrasi che riprende il nome di uno dei capolavori più noti di Giorgio de Chirico, quelle “Muse inquietanti” composte dai manichini in posa proprio nella piazza di Ferrara davanti al castello estense, simulacri di un’umanità immersa in un silenzio minaccioso e circondata da quel senso di vuoto opprimente che ritorna un po’ in tutti i dipinti metafisici.

Con le opere fotografiche di Flavia Franceschini l’inquietudine si dissolve e lascia spazio – appunto – alla quiete celeste del cielo di un fondale scenografico. Davanti a quelle nuvole dipinte si alternano in posa il giovane regista Massimo Alì Mohammed con la fidanzata scultrice Elisa Leonini, il gallerista Paolo Volta in sella con la moglie sulla moto enorme che si è voluto portare appresso nello studio, il disegnatore Claudio Gualandi con la consorte grafica Linda Mazzoni. Un’altra serie di immagini è scattata davanti a un pannello dove Flavia stessa ha dipinto uno scaffale pieno di libri, che fa da sfondo ai ritratti di chi sente di rappresentare la propria identità con la scrittura: il fratello Dario Franceschini con la moglie consigliera romana del Pd Michela De Biase, la giovane giornalista Anja Rossi e, in un altro scatto, il collega di penna Andrea Musacci. Particolarmente riuscita l’immagine della figlia di Flavia, Aurora Bollettinari, ritratta in un abito che sembra uscito dal dipinto della “Signora in rosa” di Giovanni Boldini accanto al fidanzato, l’artista romano Pietro Moretti con basco da pittore. Divertimento e coinvolgimento evidente, infine, nel ritratto che vede la stessa Maria Livia Brunelli in posa con abiti d’epoca e l’immancabile cappellino insieme con il marito Fabrizio Casetti e la bambina Lucrezia in tutù rosa in piedi sulla sedia per potere reggere l’ombrello di pizzo sopra la famiglia. Per una carrellata completa non resta che visitare la mostra

“Le muse quietanti” di Flavia Franceschini a Ferrara fino al 5 febbraio 2017 nelle due sedi: MLB home gallery, corso Ercole I° d’Este 3 (dalle 15 alle 19) e Art gallery dell’hotel Annunziata, piazza della Repubblica 5 (dalle 10 alle 24)

Flavia Franceschini davanti al ritratto della figlia Aurora con Pietro Moretti per la mostra su "Le muse quietanti" (foto Giorgia Mazzotti)
Flavia davanti al ritratto della figlia Aurora e Pietro Moretti (foto Giorgia Mazzotti)
“La signora in rosa” di Giovanni Boldini, olio su tela 1916 (Gallerie civiche di arte moderna di Ferrara)
Pietro Moretti con la musicista Laura Trapani
Lucrezia con i genitori Fabrizio Casetti e Maria Livia Brunelli (foto Flavia Franceschini)

 

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Nature parallele in fotografia

Uomini e cani, donne di fiori (e foglie), strutture ossee affiancate a strutture edilizie. Attorno a questi accostamenti la critica e gallerista ferrarese Maria Livia Brunelli organizza la nuova mostra dedicata ai talenti fotografici. Il titolo è “Nature parallele” con due spazi diversi dentro la città ad accogliere la triplice esposizione: quello di Poltrona Frau, a metà strada tra Parco Massari e piazza Ariostea, dove sono appese le fotografie di Luca Pasqualini e i saloni dell’Hotel Annunziata, davanti al Castello estense, con gli scatti di Marco Caselli Myotis e quelli di Vittorio Colamussi.

“Nature parallele” da Poltrona Frau in corso Porta Mare 8/a e all’Hotel Annunziata in piazza della Repubblica 5, sabato 23 aprile 2016 con vernissage rispettivamente alle 17 e alle 18.

A cura di Francesca Occhi con il coordinamento di Maria Livia Brunelli. Ingresso libero.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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La locandina della mostra “Nature parallele” di Caselli, Pasqualini, Colamussi

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“Furiosamente” inaugura le mostre dedicate all’Ariosto

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”. A partire dal primo famosissimo verso dell’ “Orlando furioso”, l’artista milanese Giovanna Ricotta prende spunto per una riflessione sull’attualità del poema ariostesco, aprendo il ciclo di mostre ispirate alla figura di Ludovico Ariosto e, in particolare, al suo poema più famoso di cui ricorre quest’anno il cinquecentenario della prima edizione.

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“Il guerriero” di e con Giovanna Ricotta

L’Orlando infatti continua a parlare al lettore contemporaneo per l’incredibile attualità dei temi trattati: il bisogno di armonia e serenità, contraddetto dalla continua tensione verso traguardi impossibili, come il desiderio di gloria, l’ambizione, la passione amorosa non corrisposta, tutte chimere che creano gelosia e ansia, fino a portare addirittura all’ossessione, alla follia. Ma il poema parla anche di un’epoca di forte crisi religiosa, della guerra tra mondo arabo e mondo cristiano, conflitto che mai come oggi sta scuotendo le nostre coscienze. Fili rossi che attraversano la nostra epoca come attraversavano quella di Ariosto, che lui stesso, amante della quiete e della pace interiore, denuncia nel suo poema, tanto che “Orlando Furioso” si configura come una grande metafora degli intrighi e delle follie di cui era spettatore ogni giorno alla corte degli Estensi.

Giovanna Ricotta lavora da sempre sul tema del corpo e delle diverse personalità che, follemente, convivono in una stessa persona, perché nelle sue performance e fotografie protagonista è lei stessa, anche se in continue metamorfosi che la rendono irriconoscibile. Sulla base di questa riflessione, la Ricotta propone una contrapposizione tra il mondo dei cavalieri e quello delle dame: le fotografie intense e statuarie di lei stessa nella performance che la ritraggono come un tecnologico guerriero in un contrasto di bianchi e di neri, dialogano con quelle raffinate e incipriate che la vedono settecentesca damigella nell’opera “Toilette”.

Dal 16 aprile al 26 giugno 2016 la personale di Giovanna Ricotta “Furiosamente. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”, sarà esposta alla MLB Maria Livia Brunelli home gallery di Ferrara. Questa mostra e altre che verranno culmineranno, a settembre, in una grande mostra al Palazzo dei Diamanti che condurrà il visitatore in un affascinante viaggio tra le pagine del poema, tra battaglie e tornei, cavalieri e amori, desideri e incantesimi, attraverso una selezione di capolavori dei più grandi artisti del periodo, da Giovanni Bellini a Andrea Mantegna, da Giorgione a Dosso Dossi, da Raffaello a Leonardo, da Michelangelo a Tiziano. Accanto a questi, sculture antiche e rinascimentali, incisioni, arazzi, armi, libri e manufatti di straordinaria bellezza e preziosità, faranno rivivere il fantastico mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini, offrendo al contempo un suggestivo spaccato della Ferrara in cui fu concepito il libro e raccontando sogni, desideri e fantasie di quella società delle corti italiane del Rinascimento di cui Ariosto fu cantore sensibilissimo.

Dal comunicato stampa della MLB home gallery, Corso Ercole d’Este 3, Ferrara.

La realtà surreale della Mlb Home Gallery

di Federico Di Bisceglie

Troppo spesso ormai si sente ripetere da cittadini ferraresi e non, che la nostra Ferrara è una realtà ‘spenta’, che non si organizzano abbastanza iniziative culturali, che il nostro patrimonio non viene valorizzato a sufficienza. Insomma gran parte dei cittadini estensi sostiene che Ferrara sia una città “morta”. Il fatto che molte delle iniziative artistico-culturali non siano valorizzate e pubblicizzate adeguatamente credo sia del tutto evidente, ma non necessariamente l’informazione deve essere diffusa e condivisa, molto spesso la casualità gioca un ruolo fondamentale nella scoperta di luoghi e iniziative apparentemente sconosciute ai più, ma che in realtà possiedono un valore fondamentale.
La ‘home gallery’ MLB di Maria Livia Brunelli costituisce un esempio di vera e propria realtà culturale unica e incredibilmente insolita. Questa casa-galleria d’arte nasce nel 2007 da un progetto della proprietaria, che ha deciso di mettere a disposizione le stanze della sua abitazione, per dare la possibilità a molti artisti, emergenti e non, di avere uno spazio per esporre le loro opere ed eventualmente venderle.
Tutto questo costituisce un’iniziativa davvero importante, che di fatto è da considerarsi un unicum, almeno per quanto riguarda il panorama culturale ferrarese; inoltre da almeno un paio di anni le mostre temporanee allestite all’interno della MLB Home Gallery hanno sempre un legame con le esposizioni presenti a Palazzo dei Diamanti, permettendo di cogliere letture e aspetti meno evidenti attraverso le opere di pittori contemporanei che hanno recepito influssi di una determinata corrente artistica.
Fino al 28 febbraio, per esempio, sono esposti gli elaborati della fotografa Silvia Camporesi, che trattano in maniera molto personale il tema della metafisica di dechirichiana memoria e che contribuiscono a un’immedesimazione totale nei luoghi tradizionalmente riconosciuti come metafisici, che poi non sono altro che luoghi estensi. Il contesto in cui è inserita l’MLB Home Gallery è un’atmosfera ricercata ed estremamente europea, con un lieve accenno di mitteleuropeismo oltremodo singolare, dal quale lo spettatore è dolcemente cullato durante la visita nei singoli ambienti. La Brunelli ha dato la dimostrazione che a Ferrara è possibile organizzare eventi culturali e che l’arte non è affatto morta: l’arte è viva,l’arte è vita.

Ricettario visionario

EVENTUALMENTE
Alla Mlb Home Gallery le pietanze stravaganti di Marcello Carrà

Nell’immaginario collettivo la dispensa della nonna, piena di prelibatezze e manicaretti, rappresenta un luogo incantato al quale hanno accesso solo i bambini meritevoli. Marmellate, conserve e dolci di ogni sorta nascosti dalle ante di un antico mobile cigolante, riposte in attesa delle manine dei nipoti più golosi. Una credenza, che potrebbe benissimo essere arrivata da una vecchia casa di campagna, è esposta nella sala principale della MLB Home Gallery, in Corso Ercole I d’Este; è spalancata, quasi a invitare i curiosi a spiare ciò che custodisce: elisir di pesce pietra, infuso di armadillo gigante, essenza di tigre del bengala ed estratti di altre specie in via d’estinzione. I colorati intrugli sono riposti in bottiglie trasparenti e l’animale da cui proviene il contenuto è illustrato con i tratti precisi che contraddistinguono le opere di Marcello Carrà. L’artista ferrarese, in questa personale “Ricettario Visionario” come in esposizioni precedenti, richiama l’attenzione sulla salvaguardia della biodiversità e sulla caducità della vita.

Nell’anno dell’alimentazione, in cui siamo stati bombardati dallo slogan dell’Expo “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, dal quale derivano gli obiettivi della manifestazione internazionale milanese – educare a una corretta alimentazione, innovare la ricerca e risolvere i problemi della fame del mondo – Marcello Carrà spinge a soffermarsi su cosa, o chi, mangiamo e sul processo che l’ha portato fino alla nostra tavola. Proprio da una visita all’Expo nasce la voglia di soffermarsi a riflettere su come le nostre abitudini alimentari stiano contribuendo alla distruzione dei territori coltivati e all’estinzione di molte specie animali. Decide perciò di proporre una versione personale e ironica della mascotte Foody, la composizione di frutta e verdura che forma un volto sorridente: l’artista lo immagina triste e incravattato, un ibrido rappresentate del business e dell’economia mal nascosta dietro l’evento. La ridistribuzione del cibo, tra i principali messaggi dell’esposizione milanese, non è sfuggito all’artista che lo reinterpreta senza perbenismi e ipocrisie. Ispirandosi alla “Parabola dei Ciechi” di Bruegel, evidenzia con humor nero la cattiva distribuzione delle ricchezze, facendoci assistere a un goffo scontro in “Miseria ed Opulenza”: un levriero scheletrico tenta, inutilmente, di strappare un panino dalle zampe di un grasso maiale, entrambi inconsapevoli che questa lotta li porterà a precipitare in un burrone.

È giusto sottolineare che il messaggio non è un sostegno indiretto per una dieta priva di carne e derivati, piuttosto le opere vogliono essere uno spunto di riflessione sullo sfruttamento degli animali e del territorio. La carne e i vegetali arrivano sugli scaffali del nostro rivenditore di fiducia passando attraverso allevamenti intensivi, acque inquinate, disboscamenti e sprechi. L’artista vuole renderci consapevoli di questo percorso e, con le sue penne biro e i suoi pennini a china, raffigura animali ormai quasi scomparsi a causa nostra. Non solo specie in via d’estinzione, Carrà prepara fantasiose pietanze in cui l’ingrediente fondamentale è introvabile: un dodo decorato come un tacchino il giorno del Ringraziamento, una testa di varano gigante con ciliegine e un enorme arrosto-mammut. Originale l’abbinamento opera-ricetta che spiega nel dettaglio come preparare questi piatti, indicando tempi di cottura e difficoltà: preparatevi cuochi provetti, di questi tempi non è molto facile recuperare un dodo! L’occhio ancora vigile del mammut osserva i visitatori che si muovono nella sala e che, a loro volta, si avvicinano e ricambiano lo sguardo attratti dalle dimensioni dell’opera, soffermandosi sulle ombreggiature e sui singoli tratti neri, colpiti dalla realizzazione precisa e pulita di ogni dettaglio. La decisione di produrre le sue opere direttamente con l’inchiostro è la messa in pratica di un concetto astratto: come si affrontano le conseguenze di un’azione compiuta, non si possono cancellare i segni dopo averli prodotti, rendendo così il lavoro lento e ponderato.
La riflessione non è solo sulle specie animali, ma anche sulla distruzione dei terreni usati per le colture, sull’utilizzo di prodotti chimici e sulla tossicità delle acque, tinte con colori accesi, innaturali. Le carote e i cavoli in vetrocamera affondano le loro radici in questi liquidi nocivi, per ricordarci che anche gli alimenti che consideriamo sani possono essere dannosi per la nostra salute a causa dell’inquinamento, che sta avvelenando il pianeta.

“Ricettario Visionario”, a cura di Eva Beccati, è stata inaugurata domenica 20 settembre e rimarrà aperta alla MLB Home Gallery, in via Ercole d’Este, fino a domenica 8 novembre 2015.

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Ricettario visionario
Foody reinterpretato da Marcello Carrà
Ricettario visionario
Arrosto Mammmut con Maria Livia Brunelli, Marcello Carrà ed Eva Beccati
Ricettario visionario
La ricetta “Dodo in casseruola”
Ricettario visionario
La ricetta “Dodo in casseruola” e l’opera che la raffigura
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IMMAGINARIO
Mosca da premio.
La foto di oggi…

Un moscone disegnato a penna bic. E’ l’opera vincitrice della sezione pittura nell’ultima edizione del Premio Niccolini di Ferrara, assegnato nel 2009 e bandito ogni sei anni. L’insetto l’ha realizzato Marcello Carrà, artista ferrarese classe 1976, la cui opera si caratterizza per una precisione quasi maniacale che enfatizza per contrasto il senso di fragilità della vita. Carrà è stato protagonista con le sue opere a Ferrara nel 2010, dove ha esposto alla Mlb home gallery, al Museo di storia naturale e nella Casa Ludovico Ariosto. Riguardiamolo in attesa di conoscere i vincitori dell’edizione 2015, di cui si sono appena chiuse le iscrizioni e in attesa dei nuovi esiti, presumibilmente verso la fine dell’anno.

OGGI – IMMAGINARIO ARTE

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“Moscone” di Marcello Carrà vincitore del Premio Niccolini, IX edizione

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IMMAGINARIO
Dialoghi d’arte.
La foto di oggi…

Performance artistica per il “finissage” della mostra di ritratti in dialogo con Boldini e De Pisis. Nella home gallery di Maria Livia Brunelli oggi l’evento per l’ultima giornata di esposizione. Davanti a una tavola apparecchiata a festa, attorniata da ritratti di persone con il vestito delle feste, l’artista Federico Zanzi parla della sua mostra: “La bellezza della nostalgia”. Una raccolta di opere collegate all’esposizione di De Pisis e Boldini in Castello, a cui l’artista (già ospite al MAR di Ravenna) ha dedicato una serie di opere inedite. “Una riflessione sul tema del ritratto – spiega la curatrice – che se in Boldini diventa celebrazione della bellezza e in De Pisis nostalgia per la fugacità della vita, in Zanzi celebra la bellezza della nostalgia: nostalgia delle nostre radici, degli odori delle case dei nonni e di quelli dolciastri degli abbracci dei parenti lontani”.
Oggi alle 18, MLB Maria Livia Brunelli home gallery, corso Ercole d’Este 3. La mostra è aperta ancora oggi e domani ore 15-19, ingresso libero e visite guidate gratuite.

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L’artista Federico Zanzi con una sua opera in mostra alla Mlb home gallery di Ferrara

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IMMAGINARIO
Cibo ad arte.
La foto di oggi…

Arte e cucina insieme in quella galleria ambientata negli spazi domestici che è, a Ferrara, la home gallery di Maria Livia Brunelli. Una serie di eventi legati al cibo e organizzati in parallelo con l’Expo debutta oggi con la presentazione di un volume che è di cucina, ma anche di opere e interventi artistici. L’occasione è la presentazione di “Cake, la cultura del dessert tra tradizione araba e Occidente” a cura di Manuela De Leonardis, critica e curatrice. A seguire, una performance culinaria dell’artista Anton Roca con assaggio finale dell’opera ispirata a una ricetta contenuta nel libro. Alle 17.30 nella Mlb home gallery, in corso Ercole I d’Este 3. Ingresso gratuito, informazioni sui posti ancora disponibili al 346 7953757 o mlb@mlbgallery.com.

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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Il dolce “Earth cake” ispirato alla Terra realizzato da Anton Roca
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Installazione della mostra di Federico Zanzi in una sala della Mlb home gallery

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L’EVENTO
I volti di Arte Fiera

Il ministro Dario Franceschini sul prato nello stand della home gallery di Maria Livia Brunelli e le immagini di Mustafa Sabbagh alle pareti di Arte Fiera 2015. I riflettori si sono accesi in questi giorni sull’attività artistica portata avanti dalla galleria ferrarese, con la visita istituzionale all’installazione di Stefano Scheda, che copre il pavimento dello stand Mlb con erba vera e pelli di mucca. Un pascolo – spiega la curatrice – che vuole essere metafora dello stato di schiavitù a cui vengono ridotti tanti animali. Lo stand espositivo della galleria di corso Ercole d’Este, poi, all’ora di pranzo diventa teatro di una performance estemporanea, con un veloce pic-nic dello staff su quel prato-opera d’arte. E’ uno dei tanti luoghi da vedere, in mostra per l’ultimo giorno all’interno della manifestazione fieristica di Bologna, aperta ancora per oggi dalle 11 alle 17.

L’evento mette insieme due padiglioni pieni di opere, tele, installazione, con un’area dedicata alle fotografie e un’altra alle pubblicazioni d’arte. Un’occasione per rivedere sia i capolavori che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea sia le sue evoluzioni più recenti. E’ il caso dei rappresentanti di un movimento artistico importante come l’arte povera, che alla fine degli anni Sessanta si contrappone a quella tradizionale: le serigrafie su specchio di Michelangelo Pistoletto, che fa diventare i visitatori parte integrante dell’opera stessa e che qui, più che mai, si offrono a riflettere i selfie dei visitatori in molte delle gallerie presenti. Poi ci sono i tagli e i buchi su tele monocolore di Lucio Fontana, le donne rotonde di Fernando Botero, le sfere luccicanti di Arnaldo Pomodoro, i teatrini di Giosetta Fioroni.

L’evento mette in mostra anche produzioni meno note, come le nature morte all’uncinetto, immortalate con una luminosità caravaggesca da Daniela Edburg; il pianoforte sotto l’acqua scrosciante; gli alambicchi di liquidi colorati. Senza dimenticare gli estrosi cromatismi dei visitatori, che dialogano con sculture e quadri davanti ai quali si soffermano. Buona visione.

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Spettatore dell’opera con autoritratto di Pistoletto
Pic-nic sul prato-opera d’arte dello staff della galleria di Maria Livia Brunelli
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Colori, scambi e confronti ad ArteFiera 2015
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Galleria con tendina oro e argento
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“Breakfast with pliers” di Daniela Edburg
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Pianoforte sotto l’acqua scrosciante
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Visitatori in uno dei padiglioni di ArteFiera 2015
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Visitatrici in uno dei padiglioni di ArteFiera 2015
Il ministro Dario Franceschini nella Mlb home gallery
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Alambicchi colorati
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Un visitatore fotografa un’opera in mostra
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Giochi cromatici in una galleria di ArteFiera 2015

 

 

 

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IMMAGINARIO
Vestirsi di cultura.
La foto di oggi…

Sull’arte di vestirsi e svestirsi è incentrato il lavoro artistico di Mustafa Sabbagh, fotografo che si forma nel mondo della moda e finisce per trasformare in opera d’arte la sua indagine sul corpo come mezzo di comunicazione culturale. Nato in Giordania da una famiglia italo-palestinese, dopo un’esperienza al fianco di Richard Avedon a Londra, ha scelto di vivere a Ferrara. Alle sue foto viene da pensare leggendo il titolo – “Vestirsi e svestirsi agli occhi di altre culture” – dell’incontro di oggi al liceo statale Carducci di Ferrara. Un argomento di cui parlerà Piero Stefani, ferrarese, teologo e docente di Filosofia della religione. Il tema evoca le donne coi burka di Sabbagh visti alla Mlb home gallery cittadina, i suoi nudi gridati, le figure avvolte in monumentali costumi neri. Conversazione sul significato che c’è dietro l’abito oggi al liceo Carducci a cura della sezione cittadina di Federazione italiana donne arti professioni affari-Fidapa.

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“Lusso con burka” esposto da Mustafa Sabbagh alla Maria Livia Brunelli home gallery di Ferrara
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Mustafa Sabbagh, dittico
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Dalla moda all’arte le immagini di Mustafa Sabbagh (foto Artisanal Intelligence, Altaroma)
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IMMAGINARIO
Verde d’artista.
La foto di oggi…

Api, farfalle e altri insetti che favoriscono l’agricoltura. Sono in mostra con disegni, piccole sculture e teche ispirati al mondo della natura. L’allestimento di Dacia Manto intitolato “Terre silenziose” è nella home gallery di Maria Livia Brunelli. Oggi una visita guidata gratuita con l’artista e con Stefano Mazzotti, direttore del Museo di storia naturale di Ferrara, che ospita un’altra sua suggestiva installazione con gli uccelli del territorio. Visita guidata alle 18, MLB home gallery, corso Ercole d’Este 3.

OGGI – IMMAGINARIO NATURA

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Dacia Manto alla Mlb home gallery: “Remizidae”
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Dacia Manto alla Mlb home gallery: installazione a tavolo (foto Villani-Casetti)
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Dacia Manto alla Mlb home gallery: particolare di alveoli (foto Villani-Casetti)

 

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Spiriti evanescenti: dal Giappone a Marfisa d’Este

da: MLB home gallery Ferrara

Inaugura sabato 6 dicembre alle 21 nella Palazzina Marfisa d’Este a Ferrara (Corso Giovecca 170) la mostra della nota artista giapponese Yumi Karasumaru “Spiriti evanescenti. Dal Giappone a Marfisa d’Este”, inserita nel programma del Kappa Festival- Il Giappone a Ferrara e curata da Maria Livia Brunelli.

L’artista presenta una nuova serie di dipinti che reinterpretano in chiave contemporanea la figura dell’affascinante e sanguinaria principessa estense, donna “bella quanto crudele” che, secondo la leggenda, attirava i suoi amanti per assassinarli buttandoli dentro in pozzi a rasoio. Si dice che il fantasma di Marfisa viva ancora tra le mura del palazzo, e che ogni tanto appaia per le strade della città su un cocchio trainato da cavalli bianchi con al seguito, come in un corteo, i numerosi amanti morti.
In onore di questa intrigante figura, Karasumaru metterà in scena una spettacolare performance notturna dal titolo “Korosu’–to kill (Io uccido)” dedicata a Marfisa d’Este e realizzata appositamente per l’evento, che evoca efferati crimini giapponesi uniti da un legame di sangue alla leggenda di Marfisa d’Este.
Accompagnano questi due “omaggi” a Marfisa una serie di ritratti contemporanei ispirati a famiglie giapponesi del passato, che, inseriti nel contesto del palazzo insieme a quelli della famiglia d’Este, creano un connubio tra Oriente e Occidente, tra passato e presente, dalle atmosfere liriche ed estetizzanti.

La mostra rientra nella ricerca che Yumi Karasumaru porta avanti dagli inizi degli anni Novanta, sviluppando parallelamente immagine pittorica e performance, e perseguendo un’intensa indagine culturale che riguarda il rapporto tra presente e passato del suo paese d’origine, il Giappone.
Si tratta di un discorso che parte dalle foto di famiglia, a volte scattate da lei stessa, oppure da ritratti di adolescenti o da documenti d’epoca. Il risultato è una forma ibrida, dove la memoria della pittura tradizionale giapponese coesiste con il clima pop, dove i colori vivaci e irreali creano un corto circuito in relazione ai titoli e alla drammaticità dei soggetti rappresentati.
Nei dipinti, come nelle performance, l’artista esplora la storia e lo spirito di un popolo sospeso tra tradizione ed avvenire; analizza la crisi di una società che ha subito la modernizzazione e l’occidentalizzazione dei costumi, che hanno determinato traumi profondi ed insostenibili lacerazioni, che si riflettono in un numero sorprendentemente elevato di suicidi ed assassinii.
Come nelle opere pittoriche, le performance combinano il teatro giapponese con quello occidentale, la memoria della pittura tradizionale nipponica con la cultura pop. Kimono e trucco bianco fanno da sfondo alle proiezioni che animano le storie narrate durante la performance.
Il prossimo progetto dell’artista sarà una mostra personale itinerante, “Facing Histories in Hiroshima”, sul tema della guerra in occasione del 70° anniversario della bomba atomica (che dal Prefectural Art Museum- Kenmin Gallery si sposterà alla Kyoto City University of Arts Art Gallery; altre tappe sono previste da luglio 2015 in Italia e in Francia).

Yumi Karasumaru, nata ad Osaka, vive e lavora tra Bologna e Kawanishi, Giappone. Dall’inizio degli anni Novanta ha partecipato a rassegne internazionali di grande rilievo dall’Europa agli Stati Uniti e al Giappone.

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Le suggestioni di Camerani: ombre d’artista all’ombra di Matisse

Ombre all’ombra di Matisse. Sono quelle tracciate da Maurizio Camerani, scultore e video artista, che con le sue opere dialoga con i quadri del maestro fauve francese. L’allestimento è alla Mlb home-gallery di Ferrara, che si trova lungo la stessa, bella via di Palazzo dei Diamanti dove è allestita l’esposizione di Henri Matisse: sul corso Ercole d’Este, ma una manciata di numeri civici più in su, vicino al castello del centro cittadino.

Una visita alla galleria-abitazione di Maria Livia Brunelli è un’opportunità per entrare in confidenza con l’arte minimale di Camerani, ma anche con quella ricca e variopinta di Matisse. In uno spazio che è familiare e intimo, ogni dettaglio richiama la fusione tra l’arte e la vita che è intorno. Come le piccole sagome in pasta frolla a forma di pesci, di mani e di piedi, create per il buffet da Laura Saetti: un abbraccio tra arte e materia quotidiana che – in questo caso – si può fare proprio, assaporare, masticare, digerire.

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I “Pesci rossi” di Matisse, di Camerani e del buffet

Affascinato dai momenti sospesi e dalle suggestioni che coglie nei quadri del pittore , Camerani riprende elementi delle sue stesse video-installazioni degli anni ’80 e li affianca a dettagli ricorrenti dei quadri di Matisse. Ogni opera è un assemblaggio che mette insieme un fotogramma dei suoi video con alcuni particolari matissiani, catturati sotto forma di ombra. Ecco allora il segno della matita morbida su carta, che va a comporre il riflesso che può lasciare una figura: la silhouette di un piede con la cavigliera da odalisca; la sagoma di una tazzina rovesciata; un tamburello; una rosa e una lucertola; le mani di una danzatrice; pesci rossi; foglie lobate di una pianta di filodendro che evoca vecchi appartamenti borghesi. Sono ombre, dunque, riflessi che proprio di riflessione parlano e alla riflessione portano.

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Odalisca di Matisse e opere di Camerani alla Mlb

Nella casa-galleria al primo piano del palazzo è aperto un catalogo dell’opera di Henri Matisse. Camerani indica su una pagina la riproduzione del quadro dell’odalisca addormentata con accanto una tazzina capovolta e una scacchiera. E si chiede: “Cosa sarà successo in quella stanza? Si sono amati? Hanno litigato?”. Un particolare che esce da quell’opera, così piena di colori da sopraffarci, per diventare protagonista in punta di matita sopra un foglio di carta montato su telaio. La riduzione al bianco e nero diventa un percorso di indagine, interrogazione, insinuazione di un mistero.

In un video la sagoma rossastra di una danzatrice si muove come nel celebre olio su tela intitolato “La danza” e dipinto da Matisse in varie versioni nel primo decennio del ’900. La didascalia spiega: “Aurora si muove con la sua ombra, la rincorre, la tocca, la tira verso di sè, poi la lascia libera di fluttuare”.

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La Danza di Matisse e di Camerani

In un’altra opera le sagome dei pesci riprodotte con la matita sulla carta sono come ombre create dalla luce sulla parete dietro a un acquario, con le dimensioni degli animali che variano, rimpicciolite o ingrandite mentre navigano nell’acqua a causa dell’effetto ottico del vetro e delle luci. La suggestione è completata dalla presenza di tre pesciolini veri, che nuotano in una sfera di vetro a ricordare i “Pesci rossi” dipinti da Matisse all’interno di altre stanze, vicino ad altre finestre, in momenti e luoghi passati. “La tecnica esecutiva della matita – racconta Camerani – è un intreccio di segni, che mi costringe a un tempo lungo di permanenza sull’opera. E’ quasi un mantra, un tempo riflessivo e si collega alla mia matrice minimalista nell’ambito dell’arte”. Un mantra che riporta qui e adesso l’epoca fauve della Francia d’inizio Novecento, la rivisita in chiave moderna, la spoglia e la rinnova.

La mostra “Maurizio Camerani Atelier Matisse” in corso Ercole I d’Este 3 è aperta fino al 14 settembre; fino al 29 giugno è visitabile ogni sabato e domenica dalle 15 alle 19 con ingresso libero anche senza appuntamento. Negli altri giorni info allo 346 7953757 o sul sito della galleria (www.mlbgallery.com.)

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IMMAGINARIO
le opere di Camerani
alla Mlb home gallery

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura.

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Maurizio Camerani alla Mlb home gallery (foto di Giorgia Mazzotti)
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Maurizio Camerani alla Mlb home gallery (foto di Giorgia Mazzotti)
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Maurizio Camerani alla Mlb home gallery (foto di Giorgia Mazzotti)
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Maurizio Camerani alla Mlb home gallery (foto di Giorgia Mazzotti)
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Maurizio Camerani alla Mlb home gallery (foto di Giorgia Mazzotti)
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Maurizio Camerani alla Mlb home gallery (foto di Giorgia Mazzotti)
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Maurizio Camerani alla Mlb home gallery (foto di Giorgia Mazzotti)

 

 

Ombre all’ombra di Matisse dell’artista Maurizio Camerani alla Mlb home gallery
Inaugurazione con cibo ispirato alle opere d’arte di Camerani, che riecheggiano a loro volta elementi della produzione artistica di Henri Matisse ai tempi delle video installazioni degli anni ’80
da sabato 10 maggio (fino al 14 settembre in via Ercole d’Este 3)

(fotoservizio di Giorgia Mazzotti) clicca le immagini per ingrandirle

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Ferrara mostra anche l’anti-Matisse: Mustafa Sabbagh

I quadri pieni di gialli, rossi e blu squillanti dominano le sale di Palazzo dei Diamanti, in corso Ercole d’Este 21, e intanto, qualche manciata di numeri civici più in là, va in scena l’anti-Matisse. Nella stessa via rinascimentale di Ferrara, bella e acciottolata, si trova infatti la galleria-abitazione di Maria Livia Brunelli, dove è in mostra il lavoro di Mustafa Sabbagh in contrapposizione con il maestro “fauve” francese. Come ormai consueto la Mlb-home gallery propone un artista assolutamente contemporaneo in abbinamento al protagonista delle grandi mostre di Ferrara Arte.

Nato in Giordania, cresciuto professionalmente a Londra al fianco di Richard Avedon e diventato famoso come fotografo sui set delle griffe più importanti, Sabbagh ha da tempo elaborato una sua personale estetica. Il risultato delle sue riflessioni è nelle fotografie che lo hanno reso famoso, scavando e rivoluzionando quelle immagini stereotipate. La sua arte si contrappone all’ossessione per la bellezza univoca del mondo della moda e alla rigidità dei suoi canoni. Sulle sue stampe fotografiche i corpi vengono esibiti sì, ma nella loro cruda nudità e i tessuti e le stoffe, stringono le carni, le avvolgono e le mascherano, anziché addobbarle e abbellirle.

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La scultura “Nudo seduto” di Matisse a confronto con la stampa fotografica di Mustafa Sabbagh in mostra a Ferrara

Mustafa, che ha fatto di Ferrara la sua città adottiva, spiega: “Dopo anni che lavoravo per riviste di moda, ho voluto cercare la verità fuori dal modello imposto, che è quello di una bellezza che ispira attrazione immediata, ma irraggiungibile, e che quindi crea anche un senso di disagio”. Lui, che è nato e cresciuto in Medio Oriente, osserva che il burka può essere proprio là dove crediamo sia stato strappato via. “Il nudo totale è il burka – dice – un burka moderno, fatto della necessità di essere ricchi, belli, taglia 42”. Il travestimento diventa allora uno strumento per liberare i corpi. Sabbagh racconta: “Ho iniziato a ragionare su questa idea e ho riflettuto sul fatto che oggi una forma di travestimento è il lattice, il reggiseno, la chat, un sito porno. La maschera può diventare uno strumento per liberarsi dalle maschere quotidiane imposte da consumismo, loghi, genere sessuale. La maschera elimina la superficie e può portare all’essenza del genere umano”.

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Il dittico “Lusso con burka” di Mustafa Sabbagh alla Mlb home gallery di Ferrara

Lo stesso tipo di ricerca fatto sulla moda per scardinarne i pilastri, Sabbagh lo applica alle opere di un maestro dell’arte moderna come Henry Matisse. E il risultato è in mostra nella home gallery che si trova all’altro capo della via di Palazzo dei Diamanti, in corso Ercole d’Este 3. Figure e volti completamente coperti di nero su fondo nero o nudi bianchicci su fondo chiaro compongono le installazioni di stampe lambda opache su carta fotografica applicata su alluminio. “Ho tolto il colore che domina le composizioni di Matisse, ho coperto o lasciato nascosti i volti – conclude Mustafa – e poi mi sono accorto che un mio modello aveva la stessa posa di un suo disegno e la modella era distesa come una delle sue sculture”. L’idea di bello, quindi, resta lì, anche quando si cerca di superarla e schiacciarla. E rivela le insospettabili affinità che, un secolo dopo, legano l’artista fauve francese e il fotografo di moda e artista contemporaneo.

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“Icaro” di Matisse in mostra a Palazzo dei Diamanti e un’opera del “Dialogo inventato con Matisse” di Sabbagh

Burka moderni, un dialogo inventato con Matisse. Fino al 4 maggio alla Mlb home gallery di corso Ercole d’Este 3, a Ferrara. Sabato e domenica ore 15-19, gli altri giorni su appuntamento al 346 7953757.

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