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Melenchon, la gauche n’est plus caviar

 

Una settimana fa si è svolto il secondo turno delle elezioni per l’ Assemblea legislativa in Francia. Giustamente si è detto che quell’esito elettorale segnala alcuni punti di forte novità nel panorama politico francese: 1 Macron perde la maggioranza assoluta e non potrà più governare da solo. 2 Viene avanti una forte affermazione della NUPES (Nuova Unione popolare, ecologica e sociale) guidata da Melenchon. 3 C’è una affermazione significativa della destra estrema di Le Pen.

Non tutti questi elementi possono, però, essere messi sullo stesso piano. A me pare che la novità di gran lunga più rilevante, dal punto di vista politico, sia la forte crescita della NUPES di Melenchon. Avanzo questo ragionamento anche perché, in modo che a me pare per nulla disinteressato, i nostri grandi media mainstream hanno presentato la vicenda elettorale francese come caratterizzata, in primo luogo, dalla sconfitta di Macron e, ancor più, dalla forte avanzata della destra.

Il raggruppamento elettorale di Macron Ensemble! ottiene il 38,6% dei voti e 245 seggi, ben al di sotto della maggioranza assoluta pari a 289 seggi, e, soprattutto, ne perde quasi un terzo rispetto a quelli che aveva nel 2017. Macron paga giustamente l’elitarismo sia delle sue politiche sia della sua immagine.

Il Rassemblement National di Marine Le Pen fa un grande balzo nei seggi assegnati (dagli 8 parlamentari del 2017 agli 89 di oggi), ma molto meno in termini percentuali (che continua a rimanere il dato più importante), passando dall’ 8,7% del 2017 al 17,3% di oggi. Un risultato che è il prodotto di due elementi: il sistema elettorale francese a doppio turno e l’inedito smottamento di voti centristi, dagli elettori di Macron a quelli degli eredi del gollismo di Les Republicaines, verso l’estrema destra.

Il sistema elettorale francese per le elezioni legislative funziona in termini tali che al secondo turno, quello che decide sull’elezione dei candidati ( a meno che al primo turno uno di essi superi il 50% dei voti), sono presenti quelli che al primo turno hanno superato le soglia del 12,5% e sostanzialmente si risolve in un pronunciamento tra il primo e secondo arrivato al primo turno. Ora, in questa tornata elettorale, per la prima volta, si è verificato che in numerosi collegi elettorali – circa 61- gli sfidanti erano rappresentanti di NUPES e della destra di Le Pen e, secondo quando ricostruito da Le Monde, solo “16 [candidati macronisti] hanno chiaramente fatto appello a votare per il loro ex-rivale di sinistra, e altri 16 a non votare il Rassemblement National”, mentre la maggioranza ha rifiutato di dare alcuna consegna ai propri elettori. Quello che è venuto meno, in buona sostanza, è stato il “fronte repubblicano” che ha funzionato fino al 2017, in base al quale, comunque, esisteva un argine e non si verificava un travaso di voti tra tutte le forze politiche centriste e di sinistra e l’estrema destra.

Anche alla luce di questa lettura, diventa evidente che il vero vincitore di questa tornata elettorale in Francia, è la NUPES di Melenchon.
Essa conquista 131 seggi rispetto ai meno dei 60 che le varie forze che hanno dato vita alla coalizione avevano nel 2017 e, soprattutto, in termini percentuali, triplica i propri consensi, passando da poco più del 10% di 5 anni fa al 31,6% di oggi.
Soprattutto, ciò che emerge, senza sottovalutare le difficoltà incontrate e che si ripresenteranno nel dar vita ad una vera e propria alleanza coesa, è che attorno a NUPES si è coagulato un reale blocco sociale nuovo, composto dai settori sociali più deboli, dalla classe operaia al nuovo lavoro povero e precario, e da un ceto intellettuale, soprattutto giovanile e urbano, che fa sì che NUPES si afferma sia nelle banlieue che nei centri urbani importanti, nella classe lavoratrice così come nelle nuove forme del lavoro intellettuale.

Probabilmente questo è ciò che più spaventa l’establishment nostrano e d’Oltralpe, che, per questa ragione, preferiscono costruire una narrazione per cui lo scontro si gioca tra europeisti e modernizzatori contro il populismo antieuropeo e retrogrado della destra (salvo poi cedergli voti) oppure provando a dipingere il nuovo corso della sinistra francese come una variante di questo stesso populismo. Il punto è che, invece, una sinistra che si pone obiettivi radicali di redistribuzione del reddito, lotta alla precarietà, riduzione dell’orario di lavoro, rilancio del ruolo pubblico e dello Stato sociale, a partire dalle pensioni, prefigurazione di un modello produttivo che incorpori una giusta transizione ecologica (vedi  [qui]  il programma di NUPES) viene percepito dalle classi economiche dominanti e dalla politica che le sostiene come una reale minaccia alla prosecuzione alle politiche neoliberiste che, in varie forme, hanno costruito negli ultimi decenni. Da qui la necessità di ridimensionare chi si fa portatore di tali istanze, ma anche la non confessata ammissione che è in campo un’opzione alternativa potenzialmente forte e capace di mettere in discussione quelle politiche.

Questa considerazione mi aiuta anche a tornare alle vicende nostrane. Infatti, anche nel nostro Paese, diventa sempre più evidente che l’intreccio tra ricorso alla guerra e le sue conseguenze, crisi economica e sociale, crisi energetica-ecologica e sanitaria (che non è finita) assume sempre più l’aspetto di una crisi sistemica, che penso emergerà con ancora più forza nei prossimi mesi e può, almeno potenzialmente, indebolire, se non mettere in seria difficoltà, l’impianto fondato sul mix di centralità del mercato e neoautoritarismo del governo Draghi.

Una possibile avvisaglia di questo l’abbiamo vista in quest’ultimo periodo di tempo nelle vicende del ddl concorrenza. Esso ha concluso il proprio iter di discussione al Senato e ora passa alla Camera dei Deputati: in questo passaggio, quel provvedimento, intriso di un’impostazione di forte privatizzazione di tutti i fondamentali servizi pubblici e di ritrazione del ruolo del pubblico, ha mantenuto le sue caratteristiche di fondo, ma almeno è stato bloccato per quanto riguarda l’intenzione di ostacolare la gestione pubblica dei servizi pubblici locali, dal servizio idrico a quello dei rifiuti e altri ancora.
Infatti, l’art.6, quello che sanciva appunto tale scelta, è uscito riformulato dalla discussione in Senato e ora non prevede più le norme regressive che imponevano che, se un Ente locale voleva affermare la gestione pubblica di tali servizi, doveva passare attraverso la definizione di una relazione anticipata che giustificava la bontà di quella scelta rispetto al mancato ricorso al mercato e trasmetterla all’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, suggerendo, ovviamente, a quest’ultima di intervenire. Si è arrivati a quest’esito, ancora parziale e su cui occorrerà ancora vigilare, perché, nella voluta indifferenza dei grandi media, in realtà si è messo in campo un’efficace e importante iniziativa, promossa da numerose realtà e movimenti sociali, a partire dal Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua.

Essa si è alimentata di vari ingredienti, che, messi insieme, hanno prodotto quel risultato: una mobilitazione sociale diffusa, con giornate di manifestazioni territoriali e nazionali, il coinvolgimento degli Enti locali territoriali (sono stati più di 60 i Consigli comunali e regionali che hanno approvato ordini del giorno per lo stralcio o la modifica dell’art.6, tra cui quelli di Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e molti altri ancora), un’interlocuzione importante con le forze politiche più sensibili ai temi avanzati, dai gruppi parlamentari di LEU a quelli di ManifestA e Alternativa, da Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista al M5S, almeno in parte, che hanno fatto breccia anche in una certa “debolezza” del governo Draghi, interessato, alla fine, a presentare più un risultato di immagine che di sostanza all’UE.
Senza adesso menare trionfalismi, né illudersi che quanto prodotto sia una ricetta valida per tutte le battaglie da compiere, rimane il fatto che il governo ha dovuto fare marcia indietro su una questione di una certa rilevanza. In ogni caso, come recita il proverbio, “se una rondine non fa primavera”, cerchiamo, però, di lavorare perché effettivamente ci sia un cambio di stagione.

Cover: 2013, Jean-Luc Melenchon a Tolosa, giugno 2013  (Wikimedia Commons)

A voi la nuvola del G20, a noi il futuro

Contro il G20, in piazza a Roma molteplici percorsi: dal corteo studentesco di venerdì 29 alla manifestazione nazionale di sabato 30, dal Climate Camp all’assemblea nazionale di convergenza del 31 ottobre. Perché non vogliamo tornare a quella normalità che era il problema.
Quale miglior collocazione, dal punto di vista evocativo, della ‘Nuvola’ come sede del vertice del G20 di fine ottobre a Roma?

Nella nuvola è impossibile vedere l’oltre e lo sguardo si autoriflette, facendo credere a coloro che vi sono immersi che il mondo si esaurisca lì. E’ cosi che i governi dei paesi più ricchi del pianeta possono ritrovarsi e discutere di “persone, pianeta, prosperità”, fingendosi parte della soluzione, mentre è chiaro a tutti che fanno parte del problema.

Parlano di crescita, ma l’unica cosa che sono riusciti ad aumentare è la produzione di gas serra, di cui detengono il 75%, rendendo drammatica la conseguente crisi climatica. Non stanno cercando di capire come uscire da una crisi sistemica, bensì come continuare ad estrarre valore finanziario da persone, territori, natura e come difendere questa accumulazione di ricchezza. Attraverso armi, guerre, frontiere, muri, società disciplinare. Parlano di transizione ecologica, ma pensano al greenwashing; annunciano la rivoluzione digitale ma hanno in mente sfruttamento e precarietà.

Hanno tuttavia un pregio: aver finalmente chiarito che la preservazione del modello capitalistico non ha più bisogno di alcun consenso sociale, è obbligatoria e ineluttabile. “Ripresa” per l’economia del profitto, “resilienza” per le popolazioni che devono subirla.

La difesa di un diritto, di un posto di lavoro, di un bene comune, di un territorio sono sacrosante e necessarie, ma drammaticamente insufficienti se continuano a realizzarsi su un piano inclinato dall’alto verso il basso.Occorre rovesciare il piano, chiedendo ad ogni esperienza di collocarsi in una dimensione di interdipendenza con tutte le altre – nessuno si salva da solo – e dentro l’orizzonte della sfida per un’alternativa di società. Un piano che metta la cura di sé, degli altri e delle altre, del vivente e del pianeta al centro di una nuova organizzazione della società, oltre e contro la solitudine competitiva e l’ ‘uno su mille ce la fa” del modello capitalistico.

E’ questa la novità messa in campo da processi, percorsi ed esperienze che in questo anno e mezzo di pandemia hanno costruito il filo rosso della convergenza fra i movimenti e alimentato la mobilitazione sociale di chi rifiuta di tornare alla normalità perché era la normalità il problema. E che ha iniziato a dare frutti, producendo lotte radicali che smettono di percepirsi come solitarie e ‘disperate’ e interrogano persone, territori e società. Smettono di interpretare la parte di un copione prestabilito e rivoluzionano la scenografia.

Un’insieme di appuntamenti, che, per la prima volta, vedrà assieme la giovane generazione ecologista dei Fridays For Future e di Extinction Rebellion con importanti vertenze operaie e del lavoro come Gkn, Alitalia, Whirlpool; tutti i sindacati di base ma anche la Flc Cgil; tutti i movimenti sociali ma anche le esperienze del mondo contadino e dell’ agro-ecologia; le reti studentesche e gli spazi sociali; la rete Fuori dal Fossile e il movimento No tav; le esperienze femministe e il Consiglio Nazionale Indigeno dell’Ezln del Chiapas…e molto altro ancora.

Una tappa, non un punto di arrivo. Contro il G20, ma ben oltre loro e la loro insulsa vetrina. Per il diritto al conflitto sociale e alla libertà di manifestare, ma senza alcun interesse per il clima intimidatorio ancora una volta artificialmente costruito da governi e mass-media mainstream.

Ci aspetta una stagione dove molti nodi verranno al pettine, con un’oligarchia al governo che, per imporre un Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, ha ottenuto l’unanimismo parlamentare e pretende il silenziamento di ogni conflitto sociale. La attraverseremo con la lenta impazienza. L’impazienza di chi ogni giorno che nasce ha chiara la necessità di rivoluzionare lo stato di cose esistenti, la lentezza di chi sa che solo la fiducia delle radici nei fiori genera foreste rigogliose.

Vi aspettiamo in piazza in questo week end di fine di ottobre. Speriamo di ritrovarvi ogni giorno successivo.

Marco Bersani, Attac Italia
Questo articolo è apparso con altro titolo su Dinamopress il 28 ottobre 2021

O LA BORSA O LA VITA
Acqua Bene Comune VS Privatizzazione e Speculazione Finanziaria

 

Le ricorrenze rischiano sempre di diventare momenti celebrativi oppure di portare a ragionamenti scontati. Non fa certo eccezione la Giornata Mondiale dell’ Acqua ta  , che, da lungo tempo, è proposta per oggi 22 marzo: è facile aspettarsi proclami più o meno dotti sull’importanza dell’acqua come risorsa essenziale per la vita, sulle minacce cui essa è esposta dal cambiamento climatico e anche appelli perché se ne faccia un uso responsabile e sostenibile.
Per fortuna, però, c’è anche chi non si incammina su questa strada, come il Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che ha scelto di “dedicare” questa scadenza ad una brutta vicenda, ma che rende bene l’idea del punto al quale siamo arrivati.
Mi riferisco al fatto che, per la prima volta nella storia – il 7 dicembre 2020 – è stato costruito un contratto “future” sull’acqua alla Borsa Merci di Chicago, una delle piazze finanziarie più importanti al mondo. Con tale scelta, si arriva ad un vero e proprio salto di qualità: non solo l’acqua è completamente mercificata, ma ora si può tranquillamente trattarla come base per la speculazione finanziaria.

Questa, infatti, è oggi la natura dei contratti futures scambiati in Borsa. Ma cosa sono essi esattamente? I futures, in realtà, non sono nient’altro che contratti derivati che impegnano due parti (un acquirente e un venditore) a effettuare una compravendita di una merce o di un titolo ( il cosiddetto sottostante) ad una certa data e ad un determinato prezzo.
L’esempio più classico è quello dell’agricoltore che vende una certa quantità di grano al mugnaio a un prezzo definito oggi per una consegna spostata nel tempo ( 1 quintale di grano al prezzo di 100 $ scambiati tra sei mesi). Inizialmente, dunque, quando nascono, a metà dell’ ‘800, i futures svolgono una funzione assicurativa: al di là di come andrà il raccolto del grano, il compratore e il venditore sanno che si scambieranno il grano a quell’epoca e a quel prezzo, ovviamente mettendo in conto le possibili perdite o guadagni, ma avendo entrambi quella certezza.
Nel corso del tempo, però, da quando è diventato abituale collocare e scambiare i futures in Borsa, essi possono essere venduti o comprati in qualunque momento, senza aspettare la scadenza prefissata, e al prezzo esistente in quel momento.
Non si negoziano più i futures per avere quella merce a quel prezzo alla data prefissata, ma diventano uno strumento speculativo: compro un contratto futures con il prezzo del grano a 100 $ a sei mesi, ma se dopo 2 giorni il prezzo del grano sale a 105 $ , rivendo il mio future, lucrando sulla differenza del prezzo.
Di fatto, si compiono vere e proprie scommesse sull’andamento del prezzo della merce, tant’è che meno del 2% dei contratti futures negoziati arrivano alla scadenza definita. Siamo alla finanza-casinò, quella che ha contraddistinto l’attività finanziaria negli ultimi decenni, guidata dall’imperativo di fare i soldi con i soldi ( e molto spesso, con quelli degli altri), che peraltro ha fortemente contribuito alla crisi del 2008 e degli anni successivi.

Ora, al di là del fatto che il future sull’acqua originato alla Borsa di Chicago è ancora più complesso di come l’ho descritto, rimane il dato di fondo che l’acqua è entrata nel vortice della finanza speculativa. E, purtroppo, non appare come un fatto episodico, ma una realtà costruita da un elemento strutturale, come hanno ricordato i dirigenti di CME Group che hanno dato vita al future sull’acqua, e cioè che, a causa del cambiamento climatico, dell’aumento della popolazione, del peggioramento qualitativo dell’acqua, essa è destinata a diventare bene sempre più scarso e soggetto all’accapparamento, per cui inevitabilmente essa non può che essere governata dalla logica del mercato, della domanda e dell’offerta per fissarne il prezzo e, infine, come tutte le merci, anche ai processi speculativi.

Non solo è sacrosanta l’indignazione per questa deriva, che va in direzione opposta all’idea che l’acqua sia un bene comune e il suo accesso deve essere garantito a tutti, come diritto umano universale, sancito dalle stesse prese di posizione dell’ONU, ma occorre anche costruire un’iniziativa adeguata per contrastarla.
Lo si sta facendo a livello internazionale. E in Italia 
lo si è fatto nei giorni passati, con la petizione promossa dal Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che in poco tempo ha raccolto oltre 43.000 firme [firma anche tu Qui]  e che abbiamo chiesto di presentarla oggi al Presidente del Consiglio e ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato. Nella stessa direzione andrebbe anche l’approvazione della legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico, elaborata a suo tempo sempre dal Forum dei Movimenti per l’Acqua, ferma dall’inizio della legislatura alla Commissione Ambiente della Camera e che l’attuale maggioranza di governo non sembra lontanamente aver l’intenzione di discutere, così come la riscrittura della parte del Recovery Plan in tema di tutela del territorio e dell’ acqua, dotato, nell’ultima versione conosciuta, di risorse insufficienti, mal indirizzate e, ancor più, ispirato da una logica di ulteriore privatizzazione del servizio idrico, in particolare nel Mezzogiorno.
E ancora: occorre bloccare l’improvvida  intenzione avanzata da alcuni Comuni (Firenze, Assisi e Ferrara), con il sostegno del Ministero degli Esteri, di candidare il nostro Paese a ospitare nel 2024 il Forum Mondiale dell’Acqua, scadenza espressione del pensiero mercatista delle grandi aziende multinazionali che gestiscono il servizio idrico.

Realizzare ora gli obiettivi sopra indicati assume grande valore, a maggior ragione ora che stiamo avvicinandoci al decennale dei referendum sull’acqua e sul nucleare svoltisi il 12 e 13 giugno 2011.
Si tratta di una una scadenza importante, non per farne l’ennesimo appuntamento celebrativo, ma per rimarcare che la maggioranza assoluta dei cittadini italiani si sono espressi in modo chiaro e preciso e che quell’esito è stato largamente disatteso e contraddetto.
Intendiamoci: non che quel risultato non sia servito, visto che senza quel pronunciamento il servizio idrico sarebbe stato totalmente privatizzato entro la fine del 2011, Nello stesso tempo, però, abbiamo presente che, non solo non è stata attuata la ripubblicizzazione del servizio idrico, ma, sia pure in modo più strisciante, la privatizzazione è andata avanti comunque e, con la complicità dell’Agenzia regolatoria nazionale che ha compiuto un’operazione degna delle ‘tre carte’, è rimasto il profitto garantito nelle tariffe.
Di fatto, siamo di fronte ad un attacco deliberato alla democrazia, con l’intento – purtroppo in gran parte riuscito – di diffondere sfiducia e rassegnazione nei confronti della mobilitazione collettiva. In ogni caso, il movimento per l’acqua pubblica continuerà la propria iniziativa. Sappiamo che stiamo parlando del futuro, che i processi in corso, a partire dal cambiamento climatico e dalla stessa pandemia, ci consegnano l’alternativa tra la Borsa e la vita, tra i Beni Comuni e la mercificazione e finanziarizzazione degli stessi, tra la cura e il profitto. Non penso ci siano dubbi da che parte stare.

Partecipa al webinar su zoom “il futuro dell’acqua in borsa”, oggi, lunedì 22 marzo, alle ore 18,30 [clicca Qui] 

COSA C’E’ DOPO IL BUIO?
Le due strade davanti a noi

Naturalmente non lo so. Non lo so io e non lo sa nessuno. Dentro il tunnel nero della pandemia, in queste settimane e mesi di sacrificio, schiere di analisti e sociologi, economisti ed epidemiologi, filosofi e futurologi si sono esercitati a immaginare scenari futuri. Utopie e distopie assortite. Ma tutte queste (e le tante altre che si aggiungeranno) rimarranno solo ipotesi. Perché i fatti certi sono solo due.

Uno. Che ci troviamo di fronte a una tragedia di enormi proporzioni, globale, planetaria: non paragonabile e niente di già accaduto nella nostra storia, forse nemmeno alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Che coinvolge tutti, nessuno escluso. Il povero e il ricco. Il vecchio e il bambino. Il Nord e il Sud del mondo. Anche se – come sempre accade – a pagare sono e saranno prima di tutto i più deboli, i più poveri, i meno protetti.

Due. Che da questo presente, da questo ‘tempo sospeso’, usciremo (quando usciremo) molto diversi – in meglio o in peggio – da come ci siamo entrati. Sarà diverso il mondo attorno a noi – la società, la politica, l’economia – e saremo diversi noi: le relazioni umane e il nostro rapporto con la natura, con il lavoro, con il tempo libero, con il consumo.
Tornerà tutto come prima? Come dopo una qualsiasi guerra o terremoto? Pensarlo è pura illusione.

Infatti già ora stiamo cambiando. Abbiamo ceduto un bel pezzo di libertà e di diritti. Li avevamo nello zaino da più di duecento anni – dalla Rivoluzione Francese – e facevano un figurone nella nostra bella Costituzione, ma ci eravamo tanto abituati (non al diritto al lavoro, quello è rimasto sulla carta) che ci eravamo dimenticati di averli i diritti. Ce ne siamo accorti solo quando, per salvarci la pelle, ci hanno sospeso libertà e diritti e ci hanno chiuso in casa.
In casa, guardavamo tutti i giorni in Tivù il conto di morti, guariti e contagiati, dal pulpito del capo della Protezione Civile, i consigli e le ingiunzioni di qualche alto papavero dell’OMS, le conferenze stampa a reti unificate del Presidente del Consiglio. E scaricavamo da internet l’ennesimo modulo di autocertificazione. Ci arrangiavamo con lo smart working e con l’apprendimento a distanza.

Intanto sta arrivando la tanto discussa App Immuni – con questo o con altro nome – con cui saremo ‘temporaneamente sorvegliati’: osservati, ascoltati, registrati a distanza H 24. Non sarà obbligatoria (bontà loro), ma volontaria. Potremo cioè decidere se aderire o no a questo The Truman Show collettivo e ci assicurano che “tutti i nostri dati verranno cancellati entro il 31 dicembre”.
Comunque la si valuti, Immuni appare una iniziativa inquietante. Anche perché su di noi, sulla nostra libertà di scelta, verrà esercitata una pressione psicologica e mediatica formidabile. A cui sarà difficile sottrarsi. Saremo spinti ad aderire in nome della battaglia contro il terribile morbo, della difesa della nostra salute e di quella del nostro prossimo, della sacrosanta obbedienza alle prescrizioni di medici, tecnici e scienziati.
Sullo sfondo, senza dircelo apertamente, ci verrà proposto un drammatico scambio. Sicurezza al posto di libertà, Salute in cambio della rinuncia ai nostri diritti.

Una corrente di pensiero – chiamatela pure ‘estremista’ – da almeno vent’anni sostiene che già oggi – con l’avvento al potere dei colossi come Google e Amazon, cioè molto prima di Covid-19 –  siamo ‘sotto regime’. Che non siamo più cittadini, ma siamo stati (silenziosamente, subdolamente) trasformati in sudditi/consumatori. A dettare le regole, a indurre i nostri comportamenti, a governare il mondo è un nuovo potere, ‘il capitalismo della sorveglianza‘. Ne consegue che partiti, parlamenti, governi sarebbero ormai solo un paravento, un simulacro (vengono in mente Philip K. Dick e William Gibson e i romanzi della miglior science fiction), mentre dietro di loro sarebbe già all’opera una nuova classe dirigente fatta di tecnici e scienziati.
Non sono in fondo già loro, gli alti gradi dell’apparato tecnico scientifico (tutti maschi, ovviamente) a parlare a reti unificate tutti i pomeriggi alle ore 18.00?  Sono loro a informare, istruire e dare ordini al popolo in ascolto.
Non credo che questo ‘Stato di Emergenza’ incarni già ora una inedita dittatura tecnico-mediatica. Non siamo – non siamo ancora – al Grande Fratello profetizzato da George Orwell, ma il pericolo esiste. Potremo uscire dalla Grande Crisi molto meno liberi di quanto ne siamo entrati. Sarà sufficiente che, spinta dalla paura, la maggioranza sia indotta a scambiare Libertà e Democrazia per la Sicurezza e la Tranquillità. Da cittadini, imperfetti quanto si vuole, diventeremo allora servi obbedienti.

Eppure, dentro la Grande Crisi – e abituiamoci: non durerà settimane, ma mesi, forse anni – accadono anche cose nuove e buone, anticipazioni di un futuro diverso e migliore: o per meglio dire, di più futuri possibili: “futuri alternati” o “futuri paralleli” li chiama Philip K. Dick nelle sue visioni in forma di romanzo.
Non mi riferisco ai ‘medici eroi’, anzi, con tutto il rispetto e l’ammirazione che dobbiamo a coloro che hanno affrontato l’emergenza sanitaria ‘a mani nude’ e hanno perso la vita, trovo stucchevole, autoassolutorio, in una parola: insopportabile questo refrain mediatico, questo ritornello dei ringraziamenti agli eroi. Così come è insopportabile la nuvola di buonismo che sembra avvolgere tutti e tutto.
Invece sono successe cose importanti: dentro ognuno di noi. Nel nostro cervello: nella nostra coscienza, se la parola non vi sembra eccessiva. Abbiamo imparato delle cose, e le abbiamo imparate in fretta, grazie ad un ‘corso accelerato’ imposto dal distanziamento sociale, la clausura, i negozi chiusi. Una inconsapevole lezione di sobrietà. La scoperta che si può vivere con molto meno di quello di cui ci pareva di avere assolutamente bisogno e che eravamo abituati ad avere, a comprare, a consumare, a gettare nella spazzatura. O che si poteva e si doveva dare più spazio, valore, importanza alle relazioni umane e sociali: al vicinato, all’incontro, all’autoaiuto, alla solidarietà. E che farlo non era solo ‘buono e giusto’, ma che ci dava piacere, ci gratificava, ci rendeva un po’ felici.

Se non dimenticheremo questa lezione (mi viene in mente mia nonna quando irrideva quelli che, quando gli insegnavi una cosa, quella cosa “gli entrava da un orecchio e gli usciva dall’altro”), se, appena riaperto ‘il mondo supermercato’, non faremo ressa per procurarci una (proprio e solo quella) tra le diecimila merendine rosse-gialle-verdi che ci offrirà il Pensiero Unico, se insomma ci verrà voglia di un mondo diverso e saremo capaci di tradurre questa voglia in fantasia, in dialogo, in azione, se saremo disposti – prima di tutto i giovani e giovanissimi – all’impegno personale e alla mobilitazione sociale.
Ho messo in fila una sfilza di se, che, come è noto, fanno lavorare il cervello ma non fanno la storia. Se però qualcuno di questi se diventerà realtà, allora l’esito della Grande Crisi potrebbe riservarci una bella sorpresa. Invece di incamminarci verso un Grande Fratello (modello cinese o sudamericano, poco importa) potremo imboccare una strada diversa e un futuro migliore per le nuove generazioni.

Due mesi fa, su questo stesso giornale, scrivevo cronaca e impressioni della prima terribile settimana di clausura. Chi volesse leggerle prima di finire questo scritto di oggi le trova [Qui]

Abbiamo appena ‘festeggiato’ il Primo Maggio, una festa dei lavoratori surreale (ma quasi tutto quello che da qualche mese succede attorno a noi merita questo aggettivo): le piazze sono vuote, i ragazzi senza scuola, i lavoratori a spasso. A spasso, cioè senza lavoro: in realtà chiusi in casa. A tutti hanno dato un po’ di cassa integrazione, oppure un pugnetto di soldi, ma per molti la possibilità di tornare al proprio posto di lavoro appare solo una vaga ipotesi. Le cifre sono impressionanti. Nel giro di qualche settimana: 30 milioni di disoccupati in America (che a gennaio vantava la piena occupazione), 10 milioni di posti persi in Germania. Non fatemi scrivere il numero dell’Italia.

Oggi è lunedì, il ‘fatidico 4 maggio’ (forse passerà alla storia come il 5 maggio, quando se ne andò Napoleone), oggi e finita la quarantena collettiva . Finalmente si può mettere il naso fuori di casa, si incomincia a uscire, si possono fare due passi, incontrare qualche ‘congiunto’ (linguaggio del Presidente del Consiglio, il giurista di piccolissima taglia che ci è capitato in sorte). Sempre e comunque armati di mascherina e di moltissima cautela.
Poi, ma solo forse, a tappe successive, riavremo indietro qualche altro pezzo di libertà. Poi l’estate, e anche quella sarà un’estate diversa da tutte le estati che l’hanno preceduta.
Alla fine – non so quando e non lo sa nessuno – potremo “riveder le stelle”. Guardo in alto, il cielo, comincia a fare buio, come sarà il Firmamento? Neppure questo riesco a immaginarlo, quello che so è che “nuovi cieli e la Terra nuova” dipenderanno da ognuno di noi.

ECONOMIA E SOCIETA’ NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS:
una storia diversa da quella che ci raccontano

Nulla sarà più come prima”, “E’ come essere in un’economia di guerra” e altre iperboli di questa natura sono diventati commenti comuni nel descrivere quanto sta succedendo a seguito della diffusione della pandemia legata al coronavirus. E questa volta bisogna dire – e avere la consapevolezza – che sarà proprio così, che non siamo in presenza di affermazioni esagerate o sensazionalistiche. La crisi sociale ed economica che deriva dalla pandemia coronavirus, ancora di più di quella iniziata con il 2008 e in realtà mai finita, evidenzia l’insostenibilità del modello neoliberista, del capitalismo rapace e dominato dalla finanza che si è costruito dagli anni ‘80 del secolo scorso e che oggi è giunto al capolinea e non potrà più essere riproposto negli stessi termini.
Come in tutti i passaggi epocali – e oggi siamo di fronte a ciò – usciremo da queste vicende con un quadro economico e sociale molto diverso da quello di oggi, in meglio o in peggio. Per provare ad uscirne costruendo una condizione positiva per le persone, a partire da quelle che vivono una situazione di debolezza e fragilità, occorre  dotarsi se non di una bussola, perlomeno di alcune coordinate per orientarsi in quella che sembra una realtà, se non intellegibile, comunque complessa.
Questo ci serve anche nell’immediato: perché l’emergenza va trattata come tale, con provvedimenti e comportamenti adeguati ad essa, ma la paura e l’angoscia che l’accompagna può essere, almeno in parte, arginata facendo ricorso al sentimento e all’azione di vicinanza e solidarietà, nelle condizioni date, e al pensiero lungo e riflessivo.

Provo ad ordinare alcuni di questi pensieri.
Un primo tema si dipana attorno alla questione della sanità pubblica e, più in generale, dei servizi pubblici. Tutti ora si sperticano a sottolineare il suo ruolo fondamentale e insostituibile e a chiamare eroi tutte le persone che lì vi lavorano. Peccato che veniamo da anni in cui la sanità pubblica è stata dipinta, nel pensiero dominante, come fattore di spreco, settore che assorbiva troppe risorse e che doveva essere razionalizzato: modo elegante per dire che si trattava di operare tagli significativi e ampliare il ruolo dei soggetti privati.
E infatti così è successo: la spesa sanitaria pubblica nel nostro Paese, secondo i dati della Ragioneria dello Stato, cala, in proporzione sul PIL, dal 7% del 2008 al 6,8% del 2017, scendendo al di sotto della media europea (7%), mentre cresce nello stesso periodo in Germania ( dal 6,4% al 7,1%) e in Francia ( dal 7,4% all’8%). Tutto questo avviene mentre l’Italia è il paese europeo con la maggiore percentuale di individui oltre 65 anni, il che si traduce anche nel fatto che, come ci spiega l’Ufficio Parlamentare per il Bilancio, dal 2012 al 2018 la spesa privata delle famiglie per l’assistenza sanitaria per cura e riabilitazione è cresciuta del 25,1 %. Dunque, la spesa complessiva per la salute (e anche l’accesso alle cure) si riduce e grava sempre più sulle singole persone e famiglie.
Questo è ulteriormente testimoniato dall’andamento dei posti letto ospedalieri, che si contraggono da 3,9 per 1000 abitanti nel 2007 a 3,2 nel 2017 ( circa 35.000 in meno in valori assoluti), contro una media europea diminuita da 5,7 a 5, senza che ci sia stato un sufficientemente potenziamento dei servizi territoriali. Infine, il personale a tempo indeterminato del Servizio Sanitario Nazionalegli eroi di oggi, fino a ieri da molte parte inseriti nel novero dei ‘fannulloni’ dell’esercito dei dipendenti pubblici – nel 2017 è risultato inferiore a quello del 2008 per circa 42.800 lavoratori (da circa 689.200 a circa 647.000, con una diminuzione del 6,2 %), per effetto in particolare del blocco del turn-over e del contenimento della spesa.
Insomma, le vicende di questi giorni ci dicono senza equivoci che occorre un’inversione di tendenza radicale rispetto agli orientamenti applicati alla sanità pubblica negli ultimi decenni: da costo insostenibile, da sacrificare sull’altare del rientro dal debito pubblico e sulla base di una falsa presunzione di risorse economiche impossibili da reperire, a investimento essenziale per salvaguardare la vita e la salute delle persone. Diventa necessario affermare questo rovesciamento di paradigma, quello che subordina i diritti fondamentali alle logiche economiche dettate dal mercato e dalla finanza. Come hanno bene argomentato il noto antropologo Jared Diamond e il virologo Nathan Wolfe in un illuminante articolo uscito su La Repubblica del 21 marzo scorso, non possiamo pensare che la pandemia (in questo caso derivante dal coronavirus) sia un fatto unico e eccezionale, ma possa invece ripresentarsi anche nel futuro.

Tutti questi ragionamenti relativi alla sanità vanno necessariamente estesi all’insieme dei servizi pubblici che garantiscono i beni comuni, dall’acqua all’istruzione e alla cultura, dal ciclo dei rifiuti all’energia, tutti sottoposti negli anni passati alla medesima ‘cura’ di privatizzazioni e de-finanziamento pubblico.

Bisogna poi allargare lo sguardo e ragionare su quella che si preannuncia essere una crisi economica ben più grave di quella sviluppatasi a partire dal 2008. Non è certo facile fare previsioni in questo contesto, ma alcuni elementi sono già abbastanza chiari. Innnanzi tutto, appare evidente che questa di oggi assomiglia più alla crisi dell’ultimo dopoguerra piuttosto che a quella apertasi con il 2008. Quest’ultima, infatti, ha preso le mosse da una crisi finanziaria, il fallimento della Lehman Brothers, mentre quella che si prefigura oggi è una crisi dell’economia reale, con una caduta brusca della produzione, dei consumi e dei redditi. Del resto, non casualmente, (come è apparso su Il Sole 24 Ore) nei primi 15 giorni di marzo, i consumi di energia sono crollati nel nostro Paese di circa il 10-15%. Un dato che va preso con le pinze, visto che si riferisce ad un arco di tempo molto limitato, ma che fa correre la memoria molto di più al dopoguerra (nel 1943 i consumi di energia elettrica calarono di circa il 10%), che non alla crisi del 2008-2009, quando questi si ridussero rispettivamente dello 0,1% e del 5,7%.
Un secondo elemento è che questa crisi si innesta su una fragilità del sistema economico mondiale, dominato dalla logica neoliberista, tant’è che molti economisti, già da tempo, si interrogavano non se si sarebbe registrata una nuova situazione di crisi, ma quando essa si sarebbe manifestata. Il fatto è che le ricette messe in campo dopo il 2008-2009 mostravano, già prima della vicenda coronavirus, la loro incapacità di far fronte in modo strutturale ai problemi allora emersi, riproducendo uno scenario simile a quello che aveva prodotto quella crisi. Infatti, a partire dal 2008, il sistema economico è stato inondato di liquidità per gli istituti di credito, i fondi di investimento e le imprese: il famoso Quantitative easing di Draghi fa esattamente parte di questa strategia. Questa ‘cura’  ha fatto sì evitare il fallimento a catena delle banche, ma ha generato un mondo alla rovescia, per cui in molti Paesi i tassi di interesse sono diventati negativi, cioè anziché pagare un interesse per prendere denaro a prestito, si riceve un premio! Una situazione di questo tipo, a sua volta. ha sospinto i vari soggetti economici a livelli di indebitamento molto elevati, favorendo potenti movimenti speculativi, ma mettendoli in una situazione ad alto rischio. Un rischio che diverrebbe triste realtà nel momento in cui questa nuova bolla finanziaria esplodesse e costringesse al rientro dal debito, che oggi a livello mondiale viaggia a cifre stratosferiche, raggiungendo il 226,5% del Pil mondiale nel 2018, a un soffio da 188mila miliardi di dollari (nel 2007 si attestava a meno del 194% del Pil). E’ proprio questa fragilità di fondo del sistema economico-finanziario che ha fatto sì che in queste settimane le Borse di tutto il mondo abbiano conosciuto un vero e proprio tracollo: la Borsa di New York in questi giorni ha ‘bruciato’ tutta la crescita straordinaria degli ultimi 3 anni della presidenza Trump, dovuta alla sfacciata politica protezionista e pro-imprese e finanza della destra reazionaria americana.

In terzo luogo, dopo gli sbandamenti e gli sbagli iniziali – vedi le dichiarazioni di Christine Lagarde – gli stessi governi dei Paesi cosiddetti ‘sviluppati’ sembrano rendersi conto che la nuova crisi necessita di interventi che vanno ben al di là di quanto anche solo pensato finora. Il governo italiano ha messo in campo una manovra, che peraltro non basterà, di 25 miliardi di euro, portando il rapporto tra deficit/PIL al 3,3%, un’ eresia inimmaginabile rispetto al totem del famoso vincolo del 3%. L’Unione Europea sospende il Patto di stabilità e crescita, che contiene anche quella prescrizione, e annuncia interventi per 1.100 miliardi di euro, e persino Trump annuncia un intervento di almeno 2.000 miliardi di dollari, la più massiccia della storia, pari a quasi il 10% del Pil, comprensiva di un assegno diretto alle famiglie (altra eresia, per l’economia mainstream) fino a 3.000 dollari.
Tutto bene, allora? Assolutamente no. Non solo perché queste misure possono essere decisamente insufficienti dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto perché esse si muovono in una logica emergenziale, che, se può avere una qualche giustificazione in questa fase, non è però in grado di affrontare il problema alla radice e provare a risolverlo. In realtà, non si potrà uscire da questa situazione senza mettere in campo un nuovo grande intervento pubblico – una sorta di nuovo Piano Marshall, come da più parti si dice – e un forte sostegno al reddito ai cittadini, che deve incrociarsi con un cambiamento profondo del modello produttivo e sociale, fondato sul potenziamento dei servizi pubblici, l’affermazione dei beni comuni e la riconversione ecologica dell’economia.

Qui emergono i nodi di fondo che ci stanno di fronte: un nuovo Piano Marshall, anche nella sua accezione più ristretta, quella che anima i governi, non potrà che essere finanziato in deficit. Visto che non possiamo aspettarci che, come nel dopoguerra, ci venga in soccorso l’America, chiusa su se stessa e comunque in evidente crisi di egemonia, l‘unica risposta non può che venire dallEuropa, che però deve cambiare in profondità le proprie scelte, a partire dall’introduzione degli eurobond, costruendo una solidarietà reale ed evitando di andare in ordine sparso, come sembra fare in questi giorni. E bisogna anche ‘convincere’ i mercati e chi li rappresenta, che da questo momento non sono più loro a comandare, che devono tornare ad essere subordinati all’interesse generale e che la salvaguardia della vita viene prima degli andamenti della Borsa e dello spread.
Per stare alle ‘piccole vicende’ di casa nostra, Confindustria deve farsi una ragione: sarà necessario un ruolo fondamentale dell’intervento pubblico, a differenza di quanto dichiara Carlo Bonomi, nuovo presidente in pectore della stessa, che qualche giorno fa affermava: “Non mi convince affatto l’idea che da questa nuova crisi si uscirà con lo Stato protagonista dell’economia. Lo Stato deve rimanere regolatore, non gestore”. Non si può invece, non si deve continuare a insistere per tenere aperte più fabbriche possibili, anteponendo la creazione di profitto alla salvaguardia della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Insomma, la strada per costruire un nuovo paradigma economico e sociale è tutt’altro che in discesa e comporterà mobilitazione sociale e politica. Ad essa non ci sarà alternativa, se non si vuole che si realizzino le fosche previsioni avanzate in questi giorni dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro, secondo la quale, senza interventi opportuni, la nuova grande recessione che si annuncia potrebbe distruggere 25 milioni di posti di lavoro nel mondo, più di quella del 2008, un ulteriore impoverimento dei lavoratori e una sostanziale riduzione del loro reddito assieme alla conseguente caduta dei consumi di beni e servizi.

Infine, non meno importante sarebbe ragionare sul tema del cambiamento climatico, delle possibili implicazioni che esso ha anche nelle vicende del coronavirus e, sopratutto, della sua strategicità rispetto alla costruzione di un nuovo modello produttivo e sociale. E ancora, sul ruolo della politica e della mobilitazione sociale in questo contesto. Ci si potrà tornare sopra, per ora mi pare di aver ‘tediato’ abbastanza il lettore. Mi limito ad una provvisoria conclusione, rubando una citazione dell’economista Raj Patel: Il problema dell’odierna crisi del capitalismo è che a risolverla si candida il capitalismo medesimo”. E’ esattamente così. E’ questo il grande rischio che dobbiamo evitare.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

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