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CHI TOCCA UNA TOCCA TUTTE

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Soverato, una delle località turistiche più ambite sulla costa ionica in Calabria, una giovane lavoratrice di 25 anni, Beauty, originaria della Nigeria, è stata aggredita verbalmente e fisicamente, picchiata dal suo datore di lavoro a cui chiedeva di essere retribuita per il lavoro effettuato all’interno dello stabilimento balneare dove prestava servizio come lavapiatti, in condizioni di sfruttamento e fuori dagli sguardi delle persone che frequentano lo stabilimento balneare.

La donna ha ripreso con un video, diventato ormai virale, in diretta Instagram, sia la richiesta del pagamento, irrisorio, sia l’aggressione verbale e fisica del gestore dello stabilimento. La diretta social ha permesso di conservare il video, visto che il cellulare è stato rotto dall’aggressore.

Lo sfruttamento di persone immigrate nelle diverse stagioni sia turistiche che agricole è una triste piaga del nostro paese. Troppe persone lavorano in condizioni a volte di estremo rischio e per tempi molto più lunghi di quanto previsto dai contratti di categoria, ricevendo compensi esigui.

La triste storia di Soverato fa emergere in modo evidente il gravissimo problema delle violenze associate allo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici ed è gravissimo che tutto ciò sfugga ai necessari controlli.

Non basta richiedere il salario minimo, non basta garantire contratti collettivi nazionali più favorevoli, c’è la piaga del lavoro nero, spesso unica possibilità di lavoro per molte persone, e del mancato intervento per contrastare lo sfruttamento a cui sono sottoposte soprattutto le persone immigrate..

Esprimiamo, come associazione femminista, piena solidarietà alla giovane vittima di questa aggressione e invitiamo chi si impegna nella campagna elettorale a fare propria la lotta politica contro le nuove forme di schiavitù.

IndifferEND: catcalling, molestie e violenza

Dario Antolini, Nicolas Baù, Laura Duò, Chiara Filippeschi, Martina Glerean sono studenti dell’Università di Trieste che hanno condotto una ricerca attraverso un sondaggio su “catcalling, molestie e violenza”.
Nella tesina (scaricabile QUI) spiegano il motivo di tale scelta: «molto spesso ci è capitato di confrontarci con amici e coetanei e di ascoltare racconti di esperienze spiacevoli o addirittura segnanti in questo senso. Tutti avevamo l’idea che fosse necessario dare modo di parlare di questi episodi e in generale di questo argomento».
Ma passiamo ora ai risultati della ricerca, che sono stati in parte condivisi nel profilo Instagram dedicato @indifferend.official (IndifferEND!: From INDIFFERENCE to DIFFERENCE).

Un’analisi dei dati raccolti

L’analisi è stata svolta su un parziale di 1283 persone (per un totale di 1417 risposte). Tra queste, l’83.94% si è identificato di genere femminile, mentre il 14.5% di genere maschile.
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Riguardo l’età anagrafica, la maggioranza degli intervistati sono risultati avere tra i 18 e i 24 anni (903), con una percentuale del 70.38%. Il dato conferma le aspettative dei ricercatori, poiché hanno condiviso il sondaggio nei social network, attraverso i quali avrebbero raggiunto perlopiù loro coetanei.
Conta diversi rappresentanti anche la fascia 25-30 e quella degli over 30.
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Sul campione considerato, ben 880 persone hanno affermato di aver subito violenza (68.59%), 318 (24.79%) di non averne mai subita alcuna e 66 (5.14%) di esserne stati testimoni.
In particolare, delle 880 persone che hanno risposto sì, 812 sono di genere femminile (circa il 75% delle intervistate), 54 sono di genere maschile (circa il 30% degli intervistati), e 10 si definiscono non-binari (il 70% del totale del genere).
La frequenza delle molestie più selezionata tra i partecipanti è stata “qualche volta” (425 voti), che era riservata indicativamente a chi aveva vissuto fino a 5 esperienze, seguita da “spesso” (328), opzione dedicata a chi aveva subito più di 5 episodi di molestia, e da “una volta” (141).

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Riguardo al contesto, invece, la percentuale più alta è stata registrata per l’opzione “pubblico” (con questo si intendevano mezzi di trasporto, parchi, supermercati, uffici postali, per strada …). 772 persone hanno indicato questa scelta (60.17% di 1283). Molto indicata
anche l’opzione “online” (327, pari al 25.49%).
Anche amici o conoscenti perpetrano spesso molestie (282 hanno selezionato questa opzione, dato pari al 21.98%), e la frequenza è alta anche nei contesti lavorativo (157, 12.24%) e familiare (98, che corrisponde al 7.64%). Da non sottovalutare le 14 scelte dell’opzione relativa agli ex-fidanzati, che supera di un punto quella che riguardava i luoghi di aggregazione (come locali, concerti, feste di qualsiasi tipo), a quota 13.
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Nella domanda sul rapporto di conoscenza con l’aggressore, la maggior parte degli intervistati lo ha identificato come sconosciuto (533 scelte, 57.7%). 131 partecipanti l’hanno definito “conoscente” (14.2%), 65 “collega” (7%), 56 “amico” (6.1%), 43 l’hanno indicato come “superiore” o “fidanzat*/ex” (4.7%), 41 come “familiare/parente” (4.4%).

indifferend catcalling molestie sondaggio

Riguardo alla domanda “Quanti anni avevi quando è successo?” è possibile osservare che esistono molestie già in giovanissima età, che tendono ad aumentare e raggiungere le frequenze maggiori tra i 16 e i 20 anni circa, per poi diminuire senza tuttavia scomparire anche fino ai 45 anni.
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A proposito del genere dell’aggressore, su 1144 risposte ricevute, la percentuale relativa al genere maschile si attesta sul 96.5% (1104 voti), quella femminile sul 2.8% (32 risposte).
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La domanda “hai mai subito catcalling?” ha ricevuto come risposta un numero significativamente maggiore di sì (1026, 79.97% degli intervistati, rispetto a 880 casi di molestie subite). Anche il numero dei testimoni è maggiore (77, 8% del totale, a differenza dei 66 nel caso delle violenze).
A proposito del fenomeno, 987 donne su 1077 hanno dichiarato di aver subito catcalling (91.64% delle intervistate) e 25 uomini su 186 hanno dichiarato lo stesso (13.44% degli intervistati).
La frequenza più selezionata è stata “spesso” (551, di cui 515 femmine e 26 maschi), riservata a coloro che avevano subito più di 5 episodi.
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Sulla conoscenza delle istituzioni e degli organi atti a denunciare o al pronto intervento in caso di molestia e violenza, 647 su 1283 intervistati ha risposto affermativamente (50,43%), i 636 rimanenti negativamente (49.57%). Dei sì, solo 12 persone hanno deciso di specificare tutto quello che sapevano (le associazioni locali includono: “Lilith” (2 voti), “Aiuto donna”, “Ghabby”, “Antistalking”, “Odiare ti costa”, “Spazio giovani” (1 voto per ciascuno).
Meno del 50% (il 49.77%) degli intervistati di genere femminile (536 su 1077) era informata sull’argomento. Analogamente per il genere maschile, con il 45.16% (84 su 186) degli intervistati, e il genere non binario, con 6 persone su 14 (42.86% del genere).a chi rivolgersi molestie

Utilizzando il sito web wordart.com, i ricercatori hanno costituito una mappa che includesse i termini più significativi usati per descrivere una molestia dagli intervistati nella domanda “Come definiresti una molestia?”. La dimensione della parola è maggiore quanto più grande è la sua frequenza nelle risposte.
wordart indifferend molestia

Testimonianze

Tra tutte le persone che hanno partecipato al sondaggio, 802 hanno raccontato un episodio di molestia particolarmente grave, loro accaduto o di cui sono stati testimoni. Eccone cinque esempi (per leggere più testimonianze, consultare il link della tesina nel primo paragrafo):

“Quando avevo 16 anni un uomo adulto sull’autobus ha approfittato del fatto che il mezzo fosse affollato per strusciarmisi addosso. Più avanti si è seduto e ha cominciato a farmi delle foto con il cellulare. Non ho detto niente perchè ero piccola e imbarazzata, ma sono
abbastanza sicura che altri passeggeri si siano accorti del suo comportamento e del mio disagio, e nonostante ciò non sono intervenuti in mia difesa.”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“ho subito catcalling mentre camminavo per trieste circa all’ora di cena, dopo numerosi commenti e insulti detti da lontano l’uomo ha iniziato a seguirmi così ho accelerato il passo e fortunatamente dopo pochi metri sono salita in macchina e mi sono chiusa dentro, nel
frattempo l’uomo in questione arrivato in prossimità della mia macchina si è abbassato i pantaloni e ha iniziato a masturbarsi, mi tremavano le mani e i piedi e solo dopo qualche minuto sono riuscita a partire e guidare per un piccolo tratto di strada dove mi sono poi
fermata di nuovo per calmarmi.”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“Novembre 2019, ore 19, sono stata palpeggiata da un ragazzo e derisa dai suoi due amici. C’erano poche persone per strada (via piuttosto centrale), ma hanno fatto finta di nulla. Io ho strillato ma niente. Ho chiamato la polizia ma mi hanno detto che avrei dovuto chiamare nel
momento esatto in cui avveniva la molestia. Sono andata in commissariato ma avrei dovuto stare lì ore e ore per far la denuncia e ho rinunciato.”
(Ragazza, tra i 25 e 30 anni)

“Il mio padre ospitante durante l’esperienza all’estero mi toccava facendo finta di nulla il sedere ed il seno e una sera approfittando del fatto che gli avevo portato una tisana a letto, col pretesto di abbracciarmi mi ha tirata sopra di lui e io mi sono trovata a cavalcioni”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“A 18 anni ho lavorato tutta l’estate nella cucina di un albergo; questa aveva una stanza a parte dedicata alla pasticceria, nella quale lavorava questo uomo di 70’anni e passa.
Ogni volta che entravo per prendere qualcosa lui chiudeva la porta e, allungando le mani, sussurrava proposte che non ripeterò per pudore.
Quando arrivò a leccarmi la faccia (sì, l’ha fatto davvero…) mi rifiutai di entrare ancora.
A distanza di cinque anni non so ancora se fu più grande l’imbarazzo di vivere quei momenti o il doverlo raccontare ai miei colleghi”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

Conclusioni

Guardando i dati, notiamo innanzitutto che la stragrande maggioranza di coloro che hanno risposto al sondaggio si identifica di genere femminile. Ciò conferma l’idea che sono proprio le donne coloro che hanno più da raccontare riguardo questi argomenti.
In secondo luogo, notiamo che le vittime di molestie sono perlopiù bambini, ragazze e giovani donne; in altre parole, chi non ha i mezzi per difendersi fisicamente o comprendere ciò che sta accadendo.
In terzo luogo, capiamo che non c’è bisogno di essere lontani da casa o essere vestiti in un certo modo per essere potenziali vittime. Le molestie possono avvenire in qualsiasi luogo, a qualsiasi orario, a chiunque. Ma è anche vero che ciascuno di noi può aiutare il prossimo, invece di essere indifferente. Purtroppo molte testimonianze denunciano il mancato aiuto di chi ha visto l’accaduto, ma ha scelto di far finta di nulla.
Inoltre, il fatto che sia stata molto indicata l’opzione “online” come contesto delle molestie può consistere in un dato significativo in rapporto alla regolamentazione dei social.
I ricercatori, come annotano nelle conclusioni, non si aspettavano una partecipazione così alta al sondaggio. Invece il lavoro è stato «è la chiara dimostrazione di quanto possa essere semplice e immediato costruire uno spazio e fare rete comune per parlare del tema, sebbene questo sia molto delicato, ma anche per educare e per contrastare. […]
L’esigenza […] di parlare di questi temi c’è: oltre alla considerevole mole di testimonianze, abbiamo trovato sorprendente la quantità di suggerimenti, complimenti e ringraziamenti nella sezione dei commenti finali, di cui riportiamo per semplicità solo una scelta.

“È importante non trascurare queste tematiche. Saper di poterne parlare e di poter contare su qualcuno è importante per chi subisce. Sarebbe bello essere educati nel quotidiano al saper reagire correttamente a questo genere di atti.“
(Ragazza, tra i 25 e 30 anni)

“È un argomento molto importante, soprattutto per ragazzi e per cercare di creare un impatto tale da far “aprire gli occhi” ad una generazione”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“Mi hanno sempre detto di fare attenzione quando sono in giro, invece credo sia necessario educare TUTTI contro le violenze fisiche e psicologiche, soprattutto educare i propri figli a non vedere le persone come oggetti (sessuali e non).”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)

“Volevo solo ringraziare, perché certe cose me le tenevo dentro da troppo tempo e “parlarne” effettivamente aiuta molto. Quindi grazie di cuore♥️”
(Ragazza, tra i 18 e 24 anni)»

Mo-LESS-tie

 

È un giovedì mattina come tanti altri: mi alzo, faccio colazione, prendo il mio cellulare e spreco il poco tempo libero che mi rimane, prima di mettermi a studiare, scorrendo il dito sullo schermo. Sono gesti automatici a cui non presto attenzione, tocco dopo tocco sono diventati parte della mia routine.
E così l’Evergreen che blocca il canale di Suez, la nascita di Vittoria Lucia-Ferragni e il pittore impazzito che si diverte a colorare le regioni italiane accompagnano il mio risveglio ogni giorno.
Altre informazioni indistinte allungano il mio caffè, scambio qualche messaggio e rimango fedele alla mia appendice digitale.

Una notizia in particolare però coglie la mia attenzione più delle altre. Leggo articoli, vedo Instagram Stories, post e commenti aventi un solo soggetto, Damiano Coccia alias Er Faina. Lo sgomento provocato da questo personaggio, noto per avere opinioni irriverenti e mancanza di filtri, inizialmente mi incuriosisce: è possibile che tra commenti anarchici e trasgressione, a cui ha abituato il suo pubblico, riesca ancora stupire? A malincuore scopro che la risposta è positiva.

Prima di concentrarmi sulla frivolezza delle parole utilizzate da Coccia, mi permetto di introdurre il tema con la delicatezza che merita. A meno di un mese dall’aver promesso rispetto ed uguaglianza alle donne l’8 marzo, il primo Aprile 2021 si parla di CatCalling sminuendolo e facendolo passare per un complimento desiderato ed altamente formativo per l’autostima femminile. Purtroppo, nonostante la data potesse far pensare ad uno scherzo, di divertente non c’è nulla.

Il Catcalling, o molestie di strada, oltre ad includere azioni come avance sessuali persistenti, palpeggiamenti da parte di estranei ed inseguimenti, include anche le tanto discusse molestie verbali, quali fischi, gesti o commenti indesiderati, che possano mettere altamente a disagio chi li riceve. La sopracitata polemica di Coccia, il quale dopo essersi messo in ridicolo davanti a tutta Italia, ha avuto almeno la decenza di chiedere scusa, pretendeva che frasi puramente oggettificanti, gridate a squarciagola in luoghi pubblici, senza alcun consenso da parte di chi le riceve, dovessero passare come meri complimenti.

Ora, non voglio soffermarmi sulle intenzioni dell’influencer, personalmente sono lieta che si sia reso conto dei suoi errori e che si sia scusato pubblicamente. Mi interessa ancora meno della natura di queste scuse, certo non deve essere difficile capire di aver sbagliato se tutto il Web ti ripete che non devi fare altro che vergognarti.
È l’ignoranza che vorrei mettere al centro dell’attenzione e vorrei puntare i riflettori su questa parola dal suono straniero che tanti non conoscono.

Nel 2021 è ora che si capisca che la violenza, di qualsiasi natura e in qualsiasi contesto, nasce quando qualcuno insiste dopo aver ricevuto un no come risposta. Il consenso deve diventare la nuova chiave di lettura di ogni comportamento e di ogni azione. Ogni individuo, di qualunque genere, etnia ed orientamento sessuale deve avere il diritto di sentirsi al sicuro. Abbiamo il dovere di creare una società che rispetti la libertà altrui e che sia libera da quella limitazione culturale, a cui ci ha da sempre abituato il patriarcato. Il sessismo, così come il razzismo e la xenofobia, sono costrutti mentali e culturali che vanno sdoganati ora e per sempre: il nostro mondo è cambiato e si è evoluto, non abbiamo più né tempo né voglia per dei limiti impostici a priori.

È tempo che, quando una donna esce di casa da sola, giorno o notte che sia, si senta al sicuro quanto un uomo. È tempo che il nostro genere, il colore della nostra pelle e il nostro dio non mettano a rischio la nostra incolumità. È tempo che l’uguaglianza evolva dalla sua connotazione statica di utopia e condanni a morte l’ignoranza.

Quella volta che… il silenzio non è mai una soluzione

Quella volta che me lo sono trovata addosso, sopra e spingeva.
Era l’estate del 1989, avevo 13 anni, i miei genitori stavano costruendo la casa nuova, i muri dovevano asciugarsi e il mio compito era andare prima di cena a chiudere i battenti.
Quel giorno chiesi a un amico di accompagnarmi, era un ragazzo un po’ più grande che conoscevo da sempre. Chiusi le finestre del piano di sopra, si fece penombra e mentre scendevo le scale, lui mi prese e mi buttò sui gradini, mi salì sopra, cercò di baciarmi, di tenermi ferma. Era grande, pesante, muscoloso. Ed era un mio amico. Ma la sua voce era diversa, il suo respiro mi faceva schifo. Ho sbattuto la schiena sui gradini, ho urlato, sono scivolata via dalla sua stretta e sono scappata fuori. Se mi fossi paralizzata lì, tra lui e quell’odore di vernice fresca, non so cosa sarebbe successo, non ci voglio pensare, neanche adesso.
Non l’ho mai detto a nessuno perchè ero stata io che lo avevo invitato ad accompagnarmi e forse me l’ero cercata. Lo racconto oggi perchè in questi giorni si stanno sprecando giudizi e condanne su giovani donne che hanno accettato e taciuto. Non ho subito violenza sessuale nè un ricatto, ma il peso di un uomo che ti schiaccia quando non vuoi, il senso di sottomissione e paura sì. Il pensiero di essere in qualche modo complice o motore di una situazione che precipita, ti mette nel silenzio, anche per anni.
L’unica cosa che ho saputo dire, a casa, di quei momenti è stato “Mamma, non ho chiuso tutte le finestre, ero di fretta”.
Riccarda Dalbuoni

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