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Niente di nuovo sul fronte della pandemia

Negazionisti, catastrofisti, complottisti, assertivi, sciacalli, profittatori, benefattori, assembramenti, dpcm, fake news, e tutto il restante glossario così familiare in questo momento: la descrizione di una fauna umana con le sue ferree e inamovibili convinzioni, ragionevoli o sballate che siano, i suoi comportamenti, i suoi orientamenti, che si destreggia nel mare impetuoso della pandemia, scatenando reazioni e affrontando conseguenze.
Non abbiamo inventato o scoperto niente di nuovo: è già tutto presente nei personaggi de I Promessi Sposi di Manzoni, tra le pagine dedicate alla peste del 1629-1630, da cui emergiamo tutti noi, umanità di allora e di adesso.
Ed ecco che don Rodrigo si fa beffe del morbo, pieno del suo ego e della sua convinzione di inattaccabilità, sbeffeggiando le vittime di sua conoscenza e dedicandosi ai bagordi, tra taverne e bevute, per poi inorridire e scendere dal suo piedistallo quando si scopre ammalato. Accusa strani malesseri, pesantezza di gambe, difficoltà respiratoria, caldo e arsura, “le coperte sembrano una montagna”. Il suo scagnozzo Griso, lo consegna ai monatti per derubarlo e portarlo al lazzaretto, e poi si ammala a sua volta, morendo.
Renzo, rifugiato nel Bergamasco, si ammala di peste e accetta la malattia con cristiana rassegnazione, in attesa di tempi migliori. Una volta guarito, l’epidemia diventa per lui, ricercato, l’occasione propizia per tornare nel Milanese in cerca di Lucia, eludendo la giustizia – era obbligatorio esibire la ‘bolletta di sanità’ per entrare in città – “perché essa ha altro di cui occuparsi”.
Fra Cristoforo vede nella peste motivo di sacrificarsi al servizio caritatevole del prossimo e muore nel lazzaretto in cui assiste i malati senza risparmiarsi.
Don Abbondio, che non si distingue sicuramente per coraggio e ardimento, considera la peste come una “scopa” che spazza via prepotenti e malvagi, perfettamente in linea con il suo comportamento gretto e meschino.
La madre di Cecilia è l’emblema della piena e consapevole accettazione del destino e della morte, alla quale consegna con compostezza e dignità Cecilia, se stessa e la figlioletta minore.
Per i monatti, che si aggirano con il campanello legato alla caviglia come lugubre avviso del loro passaggio, l’epidemia è solo un colossale affare su cui lucrare, una speculazione sul dolore e la sofferenza, sull’impotenza della popolazione, sulla debolezza della gente. Rubano, sottraggono, spremono, ricattano, estorcono, forti del potere che il ruolo conferisce loro, additati nella fantasia popolare come untori, propagatori del virus per prolungare l’epidemia e trarne vantaggio.
E poi c’è don Ferrante, nobiluomo milanese dal sapere enciclopedico cha va dalla letteratura alla storia e filosofia, passando anche attraverso la stregoneria, l’arte cavalleresca e l’astrologia. Nega che il contagio si propaghi da un corpo all’altro e attribuisce la pestilenza, agli influssi astrali, una congiunzione di Giove e Saturno, unita all’apparizione di comete. Dichiara inutili le indicazioni e istruzioni date ai cittadini, che considera fuorvianti dalla sua incrollabile posizione di intellettuale senza dubbi e tentennamenti. Rifiuta ogni precauzione e finisce per ammalarsi, morendo nel proprio letto prendendosela con le stelle.
La sua ricca biblioteca, che rappresenta tutto il suo sapere, verrà portata a vendere lungo i navigli.
Don Gonzalo Fernandez de Cordoba, governatore di Milano, minimizza la pandemia e afferma che le truppe tedesche dei Lanzichenecchi, a cui era attribuita la diffusione del contagio, dirette dalla Valtellina a Mantova, fossero indispensabili e le preoccupazioni della guerra apparissero più pressanti dell’aspetto sanitario. Arriva addirittura a tollerare quello che noi definiamo oggi ‘assembramento’, il 18 novembre 1629, in occasione dei festeggiamenti e celebrazioni di piazza per la nascita del primogenito di re Filippo IV, senza alcun cordone sanitario.

La storia è piena di don Ferrante, personaggi senza scrupoli, una pletora di pseudo esperti che vogliono emergere. Anche oggi come allora, gli epigoni del nobile milanese alimentano l’ignoranza e la rabbia, la saccenza più pericolosa esercitata attraverso il loro armamentario fatto di post, video, rubriche, inquinando e attaccando ogni forma di attendibilità scientifica.
C’è anche un medico, nei Promessi Sposi, Ludovico Settala, ptotofisico. La folla di Milano lo aggredisce e infama con accuse infondate di diffondere il contagio per dare lavoro alla Sanità, tacciato di ‘persona portatrice di malaugurio’ dalla superstizione popolare.
Una processione di personaggi letterari che copre tutto lo spettro dei comportamenti umani nell’evento tragico: una lunga serie che ci ricorda anche oggi le nostre limitatezze, gli istinti primordiali latenti, l’incapacità di cambiare radicalmente spogliandoci dalle zavorre che ci tengono ancorati agli aspetti meno edificanti del nostro essere uomini.

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