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Di calcio e d’altre sconfitte

“Il primo insuccesso dell’Italia nell’era di Renzi”. Dopo l’eliminazione dai mondiali della nazionale di calcio nella partita con l’Uruguay questo titolo, tutto giocato sull’ambiguità di un’Italia sia squadra di calcio che di governo, ha campeggiato per molte ore sull’home page de L’Huffington Post. Nel Regno Unito ed in Spagna, Paesi colpiti entrambi dalla medesima sciagura calcistica, nemmeno i più sguaiati tabloid hanno associato in modo così inconsulto l’eliminazione dal mondiale ai destini del Paese. Pur considerando la tendenza di quel giornale a voler cercare titoli ad effetto, si fatica a cogliere un qualsiasi nesso logico in quell’accostamento sparato a tutto schermo, che invece si rivolge direttamente alla pancia.
Nessuno stupore perché il calcio è da sempre il locus dove s’intersecano e si mescolano le pulsioni di questo Paese, da cui traggono origine tutte le metafore, assieme immagine proiettata e specchio della nazione. Questo significa essere “sport nazionale”, con buona pace di chi non lo ama. Uno sport che come popolo ci rappresenta in toto: dato che nell’immaginario della maggioranza degli italiani si fonda, in parti circa uguali, su abilità, astuzia e fortuna. In cui gli eroi sono tali solo se sono anche vincitori. E il pallone è rotondo, come la vita.
La spedizione brasiliana è naufragata per evidenti limiti che coinvolgono sostanzialmente in misura uguale giocatori e staff tecnico. Tuttavia è interessante notare come nel sondaggio di Repubblica la maggioranza di chi ha risposto attribuisca la maggior responsabilità all’allenatore, mentre fra i giocatori il maggiore accusato è Mario Balotelli.
In Italia è ormai da anni prassi comune, anche per le squadre delle serie minori, che presidenti inflessibili, semmai dietro pressioni di gruppi di ultras inferociti, caccino l’allenatore al primo accenno di crisi. Il tecnico è quindi diventato l’unico capro espiatorio, quasi sempre a prescindere dalle sue effettive responsabilità, allo stesso modo in cui in molte tribù primitive se i sacrifici agli dei dello stregone in carica non sortivano gli effetti sperati era costui ad essere sacrificato a furor di popolo. C’è da dire che, per loro fortuna, gli allenatori quasi sempre se la passano decisamente meglio di quelli stregoni.
Qualcuno dovrà prima o poi scrivere la “fenomenologia di Balotelli”, perché l’intreccio di sentimenti potenti e contrapposti che questo giocatore suscita nell’opinione pubblica, ben oltre i confini di chi segue questo sport, è senza alcun dubbio degno dell’attenzione di un sociologo e studioso di costume. Mario ha indubbiamente enormi potenzialità tecniche unite ad un pessimo carattere, che spesso gli impedisce di metterle interamente al servizio delle squadre in cui gioca: a lui però sin dagli esordi e contrariamente ad altri campioni non viene perdonato nulla, né in campo né nella vita privata. Non credo si tratti, almeno nella maggioranza dei casi e tolti pochi imbecilli, del solito razzismo becero, ma di una sua forma un po’ più sottile e per certi versi più preoccupante, che rimanda comunque al colore della sua pelle. E’ come se, inconsciamente, a lui molti non perdonassero l’eccesso di orgoglio, le spacconate e l’ostentazione della ricchezza, così comuni in quell’ambiente, perché da un italiano d’adozione si attenderebbero invece un atteggiamento più “grato” e “umile”. Il fatto che quando giocava in Inghilterra succedesse lo stesso, stante il noto e sottile razzismo dei tabloid, è in realtà una conferma di quanto sopra.
Come ultima considerazione credo si possa dire che l’eliminazione dal mondiale sia stata vissuta dalla maggioranza degli italiani con mesta rassegnazione, diversa dall’indignazione del 2002 e dallo stupore quasi incredulo del 2010. Come se le prestazioni modeste della squadra fossero state preventivamente identificate con quelle più generali del Paese e che quindi fosse del tutto fuori luogo coltivare illusioni sull’esito finale della spedizione. Come detto, il pallone è rotondo e paralleli troppo stringenti sono fuori luogo; tuttavia azzarderei che la quantità di aspettative che vengono investite sull’esito di un evento come questo non possa non essere correlata a quelle che il Paese complessivamente nutre nei confronti del proprio futuro. Così come l’entusiasmo che un popolo è grado di trasmettere alla propria nazionale sia in qualche modo dipendente da quello che riesce ad esprimere nella vita quotidiana.

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