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Il tempo è cambiato!
…un racconto

Il tempo è cambiato!
Un racconto di Carlo Tassi

Destato da un insolito rumore, mi riprendo dal torpore.
Vento di tramontana, freddo pungente, fischio assordante.
Un altro rombo di tuono.
Alzo lo sguardo al cielo arrossato: volge al tramonto,
il sole è già sprofondato sotto la linea d’occidente.
L’ombra avanza rapida, troppo rapida.
Qualcosa non torna, il tempo è cambiato!

A nord s’allarga un’oscura anomalia.
Un immenso, incombente muro di vapore color bistro
muove veloce i suoi tempestosi fluidi.
Lo fa con palese prepotenza, avanza, s’avvicina,
copre tutto col suo vestito a lutto.

Il gigante nero spaventa, mentre il vento rapidamente aumenta.
Col naso all’insù cerco di ragionare.
In certi casi meglio trovar riparo e sperare.
Niente di buono, il tempo è cambiato!

Vortici possenti generano terrificanti creature
che nascono e si disgregano sopra la mia testa.
Mutevoli pareidolie ammiccano al mio immaginario sovraccarico.
Tutto sembra presagire il peggio.
La tempesta più grande pronta a scatenarsi, a portar con sé la notte eterna.
E l’intero orizzonte è ormai prigioniero nell’abbraccio mortale dell’uragano.
Così inizia l’apparente fine del mondo umano.

Infuria la battaglia.
Il turbine d’aria impazzita incalza, strappa, scoperchia,
abbatte, spezza, schiaccia ogni cosa, oggetto o creatura che sia.
Gli alberi incurvati scricchiolano come ombrosi colossi sull’orlo del baratro,
sopravvissuti ai secoli lottano feroci,
s’oppongono al volere inesorabile dell’immane coltre distruttrice.
Molti si spezzano ma la maggior parte, forte delle sue radici, regge all’onda d’urto:
la natura non uccide se stessa.

Assisto alla lotta impietrito seppure al sicuro,
insignificante nessuno al cospetto dell’universo corrente.
Mi chiedo quale pazzia abbia convinto me e gli altri
a creder di controllare l’incontrollabile, di domare l’indomabile.
È forse per questo che il tempo è cambiato?

Il vento spira vorace, mostro tra i mostri, gigante tra i giganti.
Il più grande dei titani non può nulla contro la sua azione furente.
La lotta è al suo culmine, forze indicibili si fronteggiano uguali e contrarie.
Gli elementi si rincorrono, si urtano, si sfracellano, spaccano la terra sfibrandola.
Bolidi taglienti piovono dal cielo creando squarci,
cristalli di ghiaccio ricoprono ogni cosa paralizzandola, soffocandola.

Ma l’uragano s’accontenta: arriva dal nulla, devasta,
ammazza, maciulla, e si dissolve nel nulla.
Non c’è cattiveria in ciò che commette,
nessuna congiura, nessuna diabolica regia.
Soltanto frattali governati dal moto perpetuo dell’entropia.
Il caos, l’imponderabile, l’imprevedibile.

Giocare col fuoco, guidare bendati contromano,
questo facciamo.

È tornato il sereno, l’incubo è finito.
Si contano i danni e stavolta qualcuno non s’è salvato.
Raccolgo macerie e ripenso a me bambino d’estate.
S’aspettava il temporale e s’usciva per strada in costume a giocar nella pioggia.

Ora mi guardo attorno: i conti non tornano.
Come dicevo, il tempo è cambiato!

Zion (Fluke, 2002)

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Vita da cani

Portavo in giro i miei tre cani, e la cosa che notavo, a parte l’aggrovigliarsi continuo dei guinzagli, era la limitatezza del loro mondo, e quanto se lo godevano. Nella loro vita non avrebbero mai perlustrato più dei soliti tre percorsi, non avrebbero mai annusato più della solita erba, non avrebbero segnato altri territori se non quelli che segnavano sempre, ogni volta. Eppure facevano queste solite cose con una concentrazione che li assorbiva completamente. Come se il mondo fosse tutto lì. E osservandoli, mi persuadevo che avevano ragione.

“Uno crede di portare fuori il cane a fare pipì mezzogiorno e sera. Grave errore: sono i cani che ci invitano due volte al giorno alla meditazione.”

Daniel Pennac

Tutta la bellezza del mondo
…un racconto

Tutta la bellezza del mondo
Un racconto di Carlo Tassi

Non ricordo da quanto tempo vagassi, forse il tempo di un sogno, e in quel caso sarebbe bastato svegliarsi per controllare che ora era. Ma, al contrario, mi sentivo perfettamente sveglio e, sebbene sprovvisto d’orologio, non ero per nulla afflitto dall’ansia del tempo.
Ero però rimasto sbalordito da ciò che avevo appena visto: creature bellissime con livree multicolori erano apparse all’improvviso da dietro una roccia, si erano mosse con grazia e leggerezza ed erano poi scomparse dietro altre rocce. E fu il contrasto evidente con la desolazione che avvolgeva tutta la valle che rese quella visione ancor più strabiliante.

Intuendo il mio stato d’animo, il mio compagno di viaggio mi posò la mano sulla spalla e disse: «Nel mondo terreno la bellezza è qualcosa che ci investe e ci coinvolge, passando, attraverso i nostri sensi, dall’esterno all’interno di noi stessi. Ci amplifica i sensi e ubriaca i nostri sentimenti, sconvolgendoli. Ci attira a sé influenzando positivamente la nostra anima, rendendola migliore… Nel regno della materia che cos’è la bellezza, se non l’implicita attribuzione di un valore funzionale? Da questo momento capirai che, ove la materia non è più regolata da leggi fisiche assolute, ogni sua funzione perde di efficacia e ogni valore ad essa legato si annulla… Quaggiù, la bellezza che vediamo, come tutto il resto, non è altro che il riflesso della nostra anima. Fa parte del nostro bagaglio d’esperienze che abbiamo accumulato nell’arco di tutta la vita. In verità, quaggiù, la bellezza ha perso la sua funzione terrena… è evoluta in un’essenza esclusivamente mistica!»

«Credo di non capire… Vuoi dire che in questo mondo la bellezza non esiste? Che ciò che vedo è solo un riflesso della mia mente? Eppure mi è appena passata davanti, mi è sembrata reale e mi ha scaldato il cuore…» obiettai.

«Al contrario, in questo mondo la bellezza può essere ovunque! Come e più che in quello terreno. Come ho detto, si tratta del riflesso dell’anima, non della mente, cioè il riflesso di ciò che si è vissuto, non percepito… Per questo dico che dipende esclusivamente da quanta bellezza alberga nelle nostre anime… Ciò che resta di essa ne è l’essenza, la parte più pura!» concluse lui.

Allora qualcosa di buono mi era rimasto, pensai.
L’inconsapevole bellezza che aveva scandito le mie tante, troppe giornate distratte: la perfezione naturale di un fiore appena sbocciato, un panorama conquistato dopo ore di faticosa salita, i tramonti sulla spiaggia tiepida, il sonno innocente di un qualunque cucciolo, la corsa selvaggia di un purosangue, i colori intensi e tormentati dei quadri di van Gogh, un sorriso dolce e inaspettato, la musica struggente dei miei vent’anni, le favole della mia infanzia raccontate da mia madre… Tutto questo e molto, moltissimo altro ancora, mi era rimasto addosso.

Tutta la bellezza del mondo era dentro di me, e niente e nessuno me l’avrebbe portata via.

The Great Gig In The Sky (Pink Floyd, 1973)

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La luce e il buio

Hands Of The Priestess (Steve Hackett, 1975)

È curioso, ancorché risaputo, come lo stesso identico posto, immutato nella sostanza, possa cambiare aspetto e significato a seconda della luce che lo investe.
Durante le ore diurne, mentre il sole illumina ogni cosa, un prato fiorito circondato dal bosco ci appare come un luogo ameno, un regno di quiete e spensieratezza dominato dalla gioia di mille colori. Al contrario, quando il prato viene oscurato dalle tenebre della notte e i colori dei fiori lasciano il posto al nero delle ombre, quello stesso luogo si trasforma in un teatro d’incubi dominato dal presagio di mille pericoli.
Lo stesso accade nella cameretta di un bambino: ai suoi occhi, di giorno, è il regno dei propri giochi, il luogo in cui rifugiarsi per vivere le avventure della fantasia. Di notte tutto cambia e si deforma: ciò che prima era il luogo più sicuro diventa un posto da cui fuggire. Un territorio ostile in cui ogni angolo buio può nascondere un mostro pronto a ghermire.
Ma non è solo questo: l’umore stesso subisce l’influenza della luce, cambia e si trasforma in funzione di essa. Se siamo avvolti da una calda luce solare, siamo spesso portati all’ottimismo. se invece ne veniamo privati, entrando in una cappa di grigia penombra, anche il nostro iniziale entusiasmo perde via via colore e consistenza.

Ebbene, in breve tempo avrei appreso che, se nell’immaginario del mondo terreno il buio rappresentava un’indefinibile condizione d’incertezza e un’ancestrale idea di pericolo, nel mondo in cui mi trovavo ora il buio ne era la concreta annunciazione.
In altre parole, le tenebre erano la condizione necessaria perché i pericoli si potessero materializzare.
Finalmente capii che il male si originava e traeva la sua forza dal buio!

E tutto questo perché, come ebbi conferma di lì a poco, in quel mondo il buio non proveniva da uno spazio fisico ma dall’anima. Era la sua parte oscura che fuoriusciva liberando i demoni che ne erano imprigionati.
Se, per ciò che mi fu detto, ogni anima era costituita per metà di luce e per metà di buio, nella luce albergava il bene mentre nel buio restava in agguato il male.
L’eterno dualismo, che secondo le dottrine era alla base dell’esistenza, condizionava quel mondo in modo inequivocabile. Ed io, che di quel mondo ero vittima e carnefice, creavo e distruggevo mio malgrado tutto ciò che mi circondava senza poter fare null’altro che subire le conseguenze della mia stessa volontà.

Nel bene come nel male. Nella luce come nel buio.

Il tempo è cambiato!

Zion (Fluke, 2002)

Destato da un insolito rumore, mi riprendo dal torpore. Vento di tramontana, freddo pungente, fischio assordante.
Un altro rombo di tuono. Alzo lo sguardo al cielo arrossato: volge al tramonto, il sole è già sprofondato sotto la linea d’occidente. L’ombra avanza rapida, troppo rapida…
Qualcosa non torna, il tempo è cambiato!

A nord s’allarga un’oscura anomalia. Un immenso, incombente muro di vapore color bistro muove veloce i suoi tempestosi fluidi. Lo fa con palese prepotenza, avanza, s’avvicina, copre tutto col suo vestito a lutto.
Il gigante nero spaventa, mentre il vento rapidamente aumenta.
Col naso all’insù cerco di ragionare. In certi casi meglio trovar riparo e sperare.
Niente di buono, il tempo è cambiato!

Vortici possenti generano terrificanti creature che nascono e si disgregano sopra la mia testa. Mutevoli pareidolie ammiccano al mio immaginario sovraccarico.
Tutto sembra presagire il peggio. La tempesta più grande pronta a scatenarsi, a portar con sé la notte eterna. E l’intero orizzonte è ormai prigioniero nell’abbraccio mortale dell’uragano.
Così inizia l’apparente fine del mondo umano.
Infuria la battaglia. Il turbine d’aria impazzita incalza, strappa, scoperchia, abbatte, spezza, schiaccia ogni cosa, oggetto o creatura che sia.
Gli alberi incurvati scricchiolano come ombrosi colossi sull’orlo del baratro, sopravvissuti ai secoli lottano feroci, s’oppongono al volere inesorabile dell’immane coltre distruttrice. Molti si spezzano ma la maggior parte, forte delle sue radici, regge all’onda d’urto: la natura non uccide se stessa.
Assisto alla lotta impietrito seppure al sicuro, insignificante nessuno al cospetto dell’universo corrente.
Mi chiedo quale pazzia abbia convinto me e gli altri a creder di controllare l’incontrollabile, di domare l’indomabile. È forse per questo che il tempo è cambiato?

Il vento spira vorace, mostro tra i mostri, gigante tra i giganti. Il più grande dei titani non può nulla contro la sua azione furente. La lotta è al suo culmine, forze indicibili si fronteggiano uguali e contrarie. Gli elementi si rincorrono, si urtano, si sfracellano, spaccano la terra sfibrandola. Bolidi taglienti piovono dal cielo creando squarci, cristalli di ghiaccio ricoprono ogni cosa paralizzandola, soffocandola.
Ma l’uragano s’accontenta: arriva dal nulla, devasta, ammazza, maciulla, e si dissolve nel nulla. Non c’è cattiveria in ciò che commette, nessuna congiura, nessuna diabolica regia.
Soltanto frattali governati dal moto perpetuo dell’entropia. Il caos, l’imponderabile, l’imprevedibile.
Giocare col fuoco, guidare bendati contromano, questo facciamo.

È tornato il sereno, l’incubo è finito.
Si contano i danni e stavolta qualcuno non s’è salvato.
Raccolgo macerie e ripenso a me bambino d’estate. S’aspettava il temporale e s’usciva per strada in costume a giocar nella pioggia.
Ora mi guardo attorno: i conti non tornano…
Come dicevo, il tempo è cambiato!

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

Prendere il largo

di Maria Luigia Giusto

In estate la voglia di fresco, di essere a contatto con l’acqua e di rilassarsi guardando l’oscillare delle onde marine è un desiderio comune. Il mare calma, distende come la sua ampia vastità, culla e canta canzoni profonde e misteriose. Il mare invita a tornare indietro e riprovare, sempre. Una giornata a mare diverte, scalda il cuore, ricorda che l’infinito esiste ed è ai nostri piedi. Il mare va rispettato e protetto, è una creatura che accoglie, nutre e dà la vita. Ci porta lontano, collega il mondo, crea relazioni impensate.

“Del mare amo la vastità, quel suo seminare e liberare nell’aria respiri e richiami di libertà. E ogni volta so che l’ormeggio dal mondo si scioglie appena entro nelle sue acque, che il viaggiare a bracciate verso l’orizzonte è l’inizio di qualcosa di nuovo.”
Fabrizio Caramagna

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Tutta la bellezza del mondo…

Non ricordo da quanto tempo vagassi, forse il tempo di un sogno, e in quel caso sarebbe bastato svegliarsi per controllare che ora era. Ma, al contrario, mi sentivo perfettamente sveglio e, sebbene sprovvisto d’orologio, non ero per nulla afflitto dall’ansia del tempo.
Ero però rimasto sbalordito da ciò che avevo appena visto: creature bellissime con livree multicolori erano apparse all’improvviso da dietro una roccia, si erano mosse con grazia e leggerezza ed erano poi scomparse dietro altre rocce. E fu il contrasto evidente con la desolazione che avvolgeva tutta la valle che rese quella visione ancor più strabiliante.

Intuendo il mio stato d’animo, il mio compagno di viaggio mi posò la mano sulla spalla e disse: «Nel mondo terreno la bellezza è qualcosa che ci investe e ci coinvolge, passando, attraverso i nostri sensi, dall’esterno all’interno di noi stessi. Ci amplifica i sensi e ubriaca i nostri sentimenti, sconvolgendoli. Ci attira a sé influenzando positivamente la nostra anima, rendendola migliore… Nel regno della materia che cos’è la bellezza, se non l’implicita attribuzione di un valore funzionale? Da questo momento capirai che, ove la materia non è più regolata da leggi fisiche assolute, ogni sua funzione perde di efficacia e ogni valore ad essa legato si annulla… Quaggiù, la bellezza che vediamo, come tutto il resto, non è altro che il riflesso della nostra anima. Fa parte del nostro bagaglio d’esperienze che abbiamo accumulato nell’arco di tutta la vita. In verità, quaggiù, la bellezza ha perso la sua funzione terrena… è evoluta in un’essenza esclusivamente mistica!»

«Credo di non capire… Vuoi dire che in questo mondo la bellezza non esiste? Che ciò che vedo è solo un riflesso della mia mente? Eppure mi è appena passata davanti, mi è sembrata reale e mi ha scaldato il cuore…» obiettai.

«Al contrario, in questo mondo la bellezza può essere ovunque! Come e più che in quello terreno. Come ho detto, si tratta del riflesso dell’anima, non della mente, cioè il riflesso di ciò che si è vissuto, non percepito… Per questo dico che dipende esclusivamente da quanta bellezza alberga nelle nostre anime… Ciò che resta di essa ne è l’essenza, la parte più pura!» concluse lui.

Allora qualcosa di buono mi era rimasto, pensai.
L’inconsapevole bellezza che aveva scandito le mie tante, troppe giornate distratte: la perfezione naturale di un fiore appena sbocciato, un panorama conquistato dopo ore di faticosa salita, i tramonti sulla spiaggia tiepida, il sonno innocente di un qualunque cucciolo, la corsa selvaggia di un purosangue, i colori intensi e tormentati dei quadri di van Gogh, un sorriso dolce e inaspettato, la musica struggente dei miei vent’anni, le favole della mia infanzia raccontate da mia madre… Tutto questo e molto, moltissimo altro ancora, mi era rimasto addosso.

Tutta la bellezza del mondo era dentro di me, e niente e nessuno me l’avrebbe portata via.

The Great Gig In The Sky (Pink Floyd, 1973)

Il buco dell’oceano

Da ragazzo ho imparato a surfare proprio qui, su questa spiaggia, tra queste onde. Aspettando l’onda giusta per ore, e spesso c’erano giorni in cui non arrivava mai. Interi pomeriggi a sfidare le maree tra cadute e botte nell’acqua o, peggio, sugli scogli. La sera tornavo a casa ammaccato dappertutto e dovevo mentire a mia madre che credeva fossi stato tutto il giorno in biblioteca a studiare. Le nascondevo come potevo i lividi e le abrasioni su gambe e braccia che puntualmente scopriva la mattina seguente quando veniva a svegliarmi.
Prima della laurea avevo abitato coi miei nella loro casa qui sulla costa, a pochi passi dalla città. A quel tempo uscivo spesso in barca con mio padre, e anni prima fu proprio lui a insegnarmi a veleggiare, navigando in questo tratto della baia fino all’arcipelago di isolotti che la separano dal mare aperto.
Fin da bambino il mare ha sempre fatto parte della mia vita.
Ma solo ora posso trovare un modo ragionevole di descrivere ciò che ho visto. Solo dopo aver capito tante cose, e averle accettate cambiando per sempre il senso di quello che credevo di aver visto e vissuto fino a quel momento, posso raccontare ciò che i miei occhi hanno incontrato a dispetto della mia mente.

Il mare non esiste più!
Al suo posto una voragine dall’ampiezza infinita, buia, terrificante…
Un immane buco nero, grande come il cielo, ma un cielo rovesciato. Un baratro nel quale si riversano e confluiscono e ancora risalgono immense volute di fluidi neri e purpurei, come cascate di sangue viscoso e denso.
Dove prima il mare lambiva la spiaggia ora c’è l’orlo dell’abisso!
L’orizzonte è scomparso poiché cielo e baratro sono un tutt’uno in un frenetico vorticare di nubi bluastre e arabeschi di gas incandescenti. Tutto l’immenso spazio visibile è un insieme caotico di masse informi in costante movimento e trasformazione, come enormi embrioni infernali in piena metamorfosi.
E sopra la mia testa, la coltre temporalesca che oscura il cielo non è nient’altro che una propaggine dell’abisso che ho davanti agli occhi.
Questa è la fine del mondo, il suo limite estremo, il punto in cui il mondo in cui ho sempre vissuto s’interrompe, lasciando spazio a qualcos’altro che non comprendo.

È quanto di più meravigliosamente terribile un occhio umano possa vedere. Ma a volte l’occhio accetta cose che la mente non può far altro che rifiutare.
Tremo, il cuore mi scoppia nel petto, resto immobile, coi piedi inchiodati a terra a osservare questo spettacolo infernale…
Sublime, tremendo, maestoso, selvaggio…
Forse è proprio l’Inferno, o magari addirittura il Paradiso, del resto chi li ha mai visti? Di certo non può essere il mondo che ho conosciuto fino a un momento prima.
Non sono più capace di pensare. Frastornato da emozioni sconosciute, le più violente che ho mai provato. Ne sono sopraffatto e mi sento perduto nella più assoluta solitudine.
Non lo so con certezza ma non provo una paura fisica, non temo la morte. Forse perché quello che vedo va oltre il concetto stesso di pericolo e di morte.
Ciò che mi sta consumando è questo inesorabile senso di solitudine e di perdita di speranza, ecco.
Ciò che vedo va al di là di ogni mio tentativo di pensiero logico, ogni certezza è stata annullata. È forte la tentazione di abbandonarsi allo stordimento dei sensi e al destino, qualunque esso sia.

Il fatto è che il destino ti spiazza sempre, lasciandoti spesso con l’amaro in bocca.
Sento adesso un rumore lontano, un suono insistente, penetrante. Proviene dalla mia sinistra, sempre più invadente, insopportabile…
Apro gli occhi, sono le sette in punto. Spengo la suoneria. Anche oggi non sono riuscito a sapere come va a finire… Dannato mondo!

Lifted (Eurythmics, 1999)

Brucia… Il mondo intorno!

Ascolto la musica e guardo il mondo bruciare…
Viaggiatore che (come me) guardi il mondo, pensa alla strada percorsa, ai giorni illuminati e a quelli bui; ai colori, agli odori, ai sapori, ai rumori… e ai desideri. Ma questi ultimi cos’altro sarebbero se non colori, odori, sapori e rumori?
E tutto ciò lo puoi cercare e trovare solo e soltanto qui, in questo mondo, che cammini in lungo e in largo da sempre. E da sempre sottovaluti!
Il mondo, mio, tuo, di tutti e di nessuno. E’ la culla, il nido, il castello, il regno, il rifugio, la tomba… è tutto e niente! Ora dimmi viaggiatore, senza questo mondo cosa ti rimarrebbe da sognare, da desiderare, da vivere?
La libellula vola senza peso prima di svanire in una scintilla ardente; lo scoiattolo salta come una palla magica, impazzita prima di esplodere in un lampo di luce e cenere. Le percezioni esistenziali parallele, come le classi di un wagon-lit viaggiante nella tormenta cosmica. Certo non si comunica, ma si respira la stessa aria, preziosa, unica, dono del caso; ci si conforta con lo stesso calore, solare, maestosamente benevolo.
Calore, già… Brucia il mondo e tu, viaggiatore, col fiammifero fumante ancora in mano, percorri le tue ultime miglia desiderando invano, prima della fine.

It´s my life (Talk Talk, 1984)

Tutto è magnifico

Dall’alba d’un sol nascente al tramonto d’un sol morente il mondo vive e sopravvive. Vive da sempre fino a quando vorrà, sopravvive ai capricci di fragili spettri, effimeri e invadenti, irrispettosi e irriconoscenti. Lo cammino da sempre, da che ho memoria. E sempre m’appare fragile, in bilico, sporgente dal ciglio del burrone.

Vorrei che fosse diverso, più grande di ciò che è. Ma è solo il mio sguardo che non arriva abbastanza lontano, non ce la fa, e si consola come può.

La luce, il calore, le vibrazioni, tutto serve. Non gettare, non abbandonare, non offendere, non svilire, non maltrattare, perché tutto serve.

Dalle cattedrali ai minareti, dalle piramidi alle astronavi, dai vulcani ai ghiacciai, dalle vette agli abissi. Tutto è magnifico, magico, normale, reale, surreale.

Scienza e religione, caos e ragione, quiete e dannazione. Fino a quando tutto questo sarà a mia disposizione? Fino a quando i miei sensi potranno funzionare?

Non nascondere, non coprire, non soffocare. Non chiudere gli occhi, il sole illumina tutto perché tu possa vedere. Si può anche cadere, morire, lasciare tutto per sempre. Farlo con leggerezza, come la foglia che lascia l’albero e muore, facendosi trasportare dal vento e viaggiare per miglia e miglia tra montagne e vallate, e scomparire sopra le nuvole, verso altri universi…
È magnifico!

Vedere. Pensare, ricordare, sognare, immaginare e inventare. E poi sentire e toccare.
Desiderare.

Tutto questo è magnifico. È la vita che ho conosciuto, e poi…
Poi non so, il bello deve ancora venire.

Magnificent (U2, 2009)

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Chi ha paura della scienza?

Per capire il mondo e il suo universo avremmo bisogno di più scienza, ma non pare che la cultura della conoscenza si muova in questa direzione. Non ci inganni lo sviluppo delle nuove tecnologie, il mondo interconnesso, perché l’orizzonte scientifico è sempre più sfumato, implode l’eccesso di parole mentre la ragione sembra retrocedere dalla mente alla pancia.
È la cultura neoumanistica del pensiero veloce ma sempre più debole, sempre più affrettato che gioca a rimpiattino con la scienza e con la ragione. È la cultura della conversazione sui social network che si alimenta di un umanesimo straccione, di seconda e terza mano, che diffida dei vaccini, che fa del cancro una malattia psicologica, che considera l’HIV un’invenzione speculativa delle industrie farmaceutiche. Una cultura da letteratura, da narrazione d’appendice, da insufficienza mentale e vuoto scientifico.
Del resto siamo nel ventunesimo secolo e ancora non abbiamo risolto il problema della convivenza delle due culture, della cultura scientifica ed umanistica. Creazionismo ed evoluzionismo convivono come se l’uno non escludesse l’altro, come due possibili opzioni che non cambiano il paradigma del mondo, i modi di vivere e di guardare al presente come al futuro, si specula sui mercati, si fanno le guerre ma si crede in dio, meno probabile del fatto che il sole possa non sorgere.
Si fa appello all’etica, al dover essere ma non alla scienza, alla cultura scientifica della ragione e della consapevolezza, anzi si teme che la cultura scientifica possa attentare alla classicità della cultura umanistica, come se la nostra tradizione dovesse tutto ai poeti, ai santi e ai navigatori anziché alla ricerca scientifica e agli scienziati.
L’esperienza ha dimostrato, tanto negli Stati Uniti quanto nelle scuole moderne europee, come sia difficile porre lo studio della scienza sullo stesso piano dello studio della letteratura, dell’arte o della musica. D’altra parte è chiaro a tutti che dalle medie all’università lo studio della scienza e quello della letteratura non hanno sulla mente degli studenti lo stesso effetto.
È proprio questo effetto che si teme, che la scienza possa produrre menti libere, raziocinanti, meno disposte ai miti e alle illusioni. Le manipolazioni che possono produrre le suggestioni della cultura umanistica sono presto smontate dal rigore del pensiero scientifico. La cultura umanistica meglio si presta a un’idea di educazione che voglia forgiare le menti e le persone più che istruirle, renderle autonome, padrone dei processi mentali.
Crediamo di essere cresciuti nelle nostre conquiste democratiche, di essere liberi nell’esercizio dei nostri diritti, ma se le nostre menti non sono libere difficilmente sapremo da che parte sta la democrazia e fare un buon uso delle libertà conquistate.
È una questione di formazione delle generazioni, di partecipazione al patrimonio culturale e se in questo l’irrazionale continua a prevalere sul razionale gli strumenti della conoscenza e della cultura non saranno mai strumenti di liberà e di progresso, come infatti accade.
Basta guardare in casa nostra per scoprire come nel nostro sistema scolastico la scienza continui nella formazione dei nostri giovani a svolgere il ruolo della cenerentola.
Dalle scuole medie alle superiori nell’orario scolastico dei nostri studenti il rapporto tra materie scientifiche e tutte le altre sta mediamente in un rapporto di uno a cinque, un quinto dell’intero orario scolastico, per non parlare degli istituti professionali dove nell’ultimo triennio è uno a dieci, l’insegnamento delle scienze si riduce a due sole ore di matematica alla settimana.
Ciò che più inquieta è lo zelo con il quale il ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca si preoccupa di assicurare dall’eccesso di una eventuale formazione scientifica a scapito di quella umanistica. Basta leggere la presentazione che nel suo sito web il Miur fa del sistema dei licei, dove a proposito del liceo classico si ritiene necessario precisare che “il pensiero scientifico è collocato all’interno di una riflessione umanistica” come se di per sé fosse peccaminoso e per il liceo scientifico si informa che fornisce “una formazione culturale equilibrata nei due versanti umanistico e scientifico”.
La questione dell’educazione scientifica resta quanto mai aperta e soprattutto come potrebbe cambiare la nostra convivenza se anche chi non si dedica alla scienza potesse acquisire una migliore formazione e comprensione della scienza stessa.
Sarebbe come il passaggio dall’astronomia tolemaica a quella copernicana. Come ha scritto Thomas Kuhn, prima della rivoluzione copernicana, il Sole e la Luna erano pianeti, mentre la Terra no; dopo, La Terra era un pianeta, come Marte e Giove, il Sole era una stella e la Luna era un nuovo tipo di corpo, un satellite. Mutamenti simili cambierebbero il modo di percepire il mondo e le sfide che ogni giorno ci attendono.

Il palio parte alla conquista del mondo

Per Ferrara il palio è da sempre un momento di unione, ma soprattutto di orgoglio in quanto “è uno degli elementi tipici e rievoca un periodo storico dove la nostra città era sicuramente una delle capitali del mondo sia economico che culturale”. A parlare è il Presidente dell’Ente Palio Stefano Di Brindisi, alla conferenza stampa che si è svolta questa mattina presso la Sala dei Comuni del Castello Estense.
L’intento della conferenza era promuovere ‘Cittadino nel mondo’ l’iniziativa che vede come fulcro principale uno scambio di opinioni e di vedute fra le Istituzioni di Ferrara e il Corpo Consolare dell’Emilia Romagna che si terrà sabato 12 alle 10.30 presso la Sala dei Comuni.
Prosegue il Dott. Di Brindisi “l’intento di questo evento è dare la possibilità al mondo del palio di iniziare quel percorso di internazionalizzazione per far conoscere questa bellissima realtà al di fuori delle nostre mura”
Il palio è risultato l’argomento di principale rilevanza, in quanto ha grandi potenzialità e sta a cuore ai cittadini ferraresi.

Il Corpo Consolare è un’associazione no-profit con lo scopo di promuovere ed incrementare le relazioni fra i Consoli operanti in Emilia-Romagna con i Corpi Consolari esistenti in Italia, e favorisce iniziative sociali, culturali ed umanitarie atte ad incrementare un proficuo collegamento fra i Consoli e a valorizzarne la figura e l’ opera in qualsiasi settore.
A parlare alla conferenza è intervenuto anche il Dott. Gianni Baravelli, Console di Norvegia, di Svezia e decano dell’Associazione, nonché ex sbandieratore al palio.
“Il Corpo Consolare dell’Emilia-Romagna oggi rappresenta 27 stati – prosegue Baravelli in riferimento alla giornata di sabato -. Lo scopo di questo evento è quello di dare una panoramica di quello che il Corpo Consolare potrebbe fare per la città. Ad esempio la possibilità di scambi culturali, di scambi di studio, opportunità di business. Vogliamo quindi metterci a disposizione di Ferrara affinchè diventi sempre più internazionale. ‘Cittadino nel mondo’ è la prima manifestazione che facciamo in questo format”
Non sarà possibile far convergere tutti e 27 i Consolati nella giornata di sabato, per questo ne sono stati selezionati 5, ovvero Norvegia, Svezia, Francia, Montenegro, Paesi Bassi e Portogallo”
A chiudere la conferenza, le parole del Dott. Giuseppe Landini, Segretario Generale del Corpo Consolare “Non bisogna guardare solo il proprio ‘orticello’, ma bisogna guardare sempre anche al di là e questo Ferrara l’ha fatto”.

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Stabilite le date del Ferrara film festival. “Il segreto è crederci”

Si terrà dal 31 maggio al 5 giugno il Ferrara film festival, primo festival a tema “grande cinema americano”, inteso come azione, effetti speciali, trame ad alto tasso di suspence e alta qualità. Ideato da Maximilian Law, attore e produttore di origine ferrarese e americano d’adozione, il progetto ha avuto il grande sostegno della Ferrara Film Commissione e del Comune di Ferrara.

Da vedere il trailer “Believe“, che pubblicizza e racconta la nascita di questo primo festival internazionale dedicato al cinema hollywoodiano.

Per saperne di più clicca qui e visita il sito del Ferrara film festival.

Per leggere il comunicato stampa a cura degli organizzatori clicca qui.

Il Ferrara Film Festival è ideato e organizzato dalla casa di produzione Perpetuus di proprietà di Maximilian Law. Partner e collaboratori del Ferrara Film Festival sono Ferrara Film Commission, Comune di Ferrara, Stileventi, Teatro Nucleo, Fondazione Carlo Rambaldi, ASCOM e Comune di Vigarano Mainarda. Patrocina la manifestazione l’Ambasciata Americana in Italia.

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Percezioni attuali

Pulsioni dell’inconscio trasposte su tela, schizzi del mondo in cui viviamo: caos, violenza, terrore, disastri, ignominia, aridità… ma anche elementi di complessità, relazioni, condivisione, convergenze. E l’azzurro del cielo, il giallo del sole.

In foto: Jackson Pollock, Convergence, 1952

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Misericordia è la nuova postura della Chiesa nel mondo

Fanno discutere le numerose prese di posizione della Chiesa cattolica a proposito del ddl sulle unioni civili, che porta la firma della senatrice Pd, Monica Cirinnà.
La stessa organizzazione del Family day il 30 gennaio al Circo Massimo, sembra riportare indietro le lancette della Chiesa e del cattolicesimo italiano ai tempi dello scontro etico sui principi non negoziabili.
Le dichiarazioni in proposito del presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, unitamente a quelle di tanti altri (dal segretario della Conferenza episcopale, Nunzio Galantino, fino al neo vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, la cui elezione pure è stata salutata con entusiasmo da tanti “cattolici adulti”), parrebbero non lasciare dubbi su questo ritorno nei ranghi stile vecchia maniera.
Persino le parole di Papa Francesco rivolte il 22 gennaio scorso al tribunale della Rota Romana (“Non può esserci nessuna confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione” e “I bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma”), sono sembrate l’espressione di un’ortodossia che al dunque riemerge tale e quale, al di là di ogni apertura misericordiosa o “rivoluzione della tenerezza”.
A ben guardare, però, alcuni particolari della questione possono solcare una diversità che non andrebbe liquidata in pure coincidenze fortuite, o in aspetti formali che lascerebbero immutata la sostanza.
Non è sfuggita a più di un osservatore attento la cancellazione dell’udienza del cardinal Bagnasco con il Papa, proprio alla vigilia del Consiglio permanente della Cei, iniziato il 25 gennaio.
Al di là del motivo ufficiale (dare precedenza ad alcuni nunzi apostolici sul piede di ritorno per le rispettive sedi), c’è chi ha letto il mancato appuntamento come la volontà di Papa Francesco di non essere coinvolto in prima persona sulla delicata questione, perché siano i laici direttamente a intervenire nel dibattito politico su un disegno di legge.
Una lettura che farebbe il paio con la decisione di Bergoglio, fin dall’inizio, di lasciare alla Conferenza episcopale il rapporto con la politica italiana.
Se si aggiunge che Francesco al V Convegno ecclesiale a Firenze (lo scorso 10 novembre) alla domanda rivolta al cattolicesimo italiano: “Cosa ci sta chiedendo il Papa?”, ha risposto: “Spetta a voi decidere”, il quadro della discussione si arricchisce di elementi che non paiono di contorno, perché sono parsi fuori dalla logica del mandato, che ha sempre caratterizzato il rapporto gerarchia-laici. Verrebbe così meno, qualcuno dice, la regia dei vescovi-pilota che dirigono dietro le quinte, benedicendo i loro passi.
Se questo è il contesto, quello del Circo Massimo sarebbe il primo Family day senza il copyright vaticano.
E se così è, pur esseno stati riaffermati alla Rota Romana (il 22 gennaio) i principi della Chiesa sul matrimonio sacramentale, niente escluderebbe che, su un altro piano, lo Stato non possa regolare alti tipi di unione.
Una lettura che troverebbe un rinforzo, secondo alcuni, nelle parole che Bergoglio ha scritto per la giornata delle comunicazioni sociali (lo stesso 22 gennaio, un caso?), chiedendo che ogni livello di comunicazione costruisca ponti e non fomenti l’odio e rivolgendo poi l’invito al mondo cattolico di evitare la presunzione, la divisione, il linciaggio morale.
Alla luce di questo contesto, le stesse parole di Bagnasco nella sua prolusione di apertura ai lavori della Cei è parsa a taluni più prudente rispetto alle premesse delle scorse settimane. Pur citando alla lettera le parole del pontefice sul matrimonio cattolico, ha anche aggiunto: “Ogni nostra parola, come sempre, vuole essere rispettosa dei ruoli” e successivamente ha detto che i vescovi sognano “un paese a dimensione di famiglia” dove “il rispetto per tutti sia stile di vita e i diritti di ciascuno vengano garantiti su piani diversi secondo giustizia”.
Ciascuno è libero di valutare quanto sia, o resti, vuoto o pieno il bicchiere, ma è difficile non cogliere in queste parole tutta la temperatura del dibattito in atto nel paese sulle unioni civili.
Possono sembrare sfumature di poco conto rispetto ad una sostanza riaffermata con immutata formulazione o, secondo altri, chiusura.
Eppure per chi è abituato a seguire il passo della Chiesa con tutto il carico di una tradizione che pesa inevitabilmente sul presente, oltre a rappresentare una fonte di pensiero ed esperienza, è spesso nei dettagli che si delineano le operazioni di sostanza.
E in questo si confermerebbe il passo di un Papa che ha puntato sulla priorità di mettere in moto dei processi, piuttosto che distillare nuove sintesi dottrinali, oppure che ha affermato l’importanza del tempo sullo spazio.
Così si confermerebbe anche il metro della misericordia, intesa non come l’espressione di una semplice benevolenza di toni esteriori, ma come l’unità di misura di una nuova postura della Chiesa nel mondo che, proprio perché consapevole della portata della sfida, sa che ha bisogno del tempo necessario per un cambio di mentalità e per resistere ad ogni nostalgia di occupare spazi.

PASSIONI
Artigianato e tessuti che parlano le lingue del mondo, un angolo di bellezza nel centro di Ferrara

Il Natale è un periodo scandito da riti, tradizioni familiari e momenti di gioia, alternati a istanti di panico altrettanto tradizionali, dovuti a cenoni da preparare, districamenti di lucine che alla fine si rompono e vanno sostituite e regali da impacchettare. Proprio questi ultimi sono i più discussi: c’è chi ama riceverli, chi si diverte a farli, chi li critica e chi trascura nonni e suoceri in favore dei bambini. Per chi come me fa parte della seconda categoria questo è il periodo ideale, nonostante il freddo e la nebbia, per curiosare ovunque con la mente proiettata verso la notte in cui quei pacchetti saranno scartati e gli occhi delle persone amate si riempiranno di sorpresa e gioia. Piccolo o grande che sia, il presente natalizio non è un oggetto da acquistare ‘perché si deve’, ma è il simbolo dell’affetto che lega due persone. Può essere un desiderio realizzato, un dono che dimostri quanto conosciamo gli altri o qualcosa che racconti una storia.

Girovagando tra negozi e librerie, mi sono imbattuta in una piccola vetrina in via dei Romei e, spinta dalla curiosità, ho aperto la porta di “Lasciate entrare il sole”. Più che un negozio è un piccolo mondo a parte a due passi dalle vie principali, che si lascia scoprire lentamente, come se si aprisse uno scrigno dei tesori. Le titolari, Eleonora e Chiara, ti invitano a curiosare e a domandare, perché ogni cosa nel negozio è in vendita (sì, anche i mobili) e, cosa più interessante, tutto ha una storia da raccontare.

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Sfidando la crisi per seguire un sogno, Chiara ed Eleonora hanno scelto di credere nelle loro idee e nella loro città e hanno aperto quello che era sempre stato il negozio ideale: un luogo in cui rifugiarsi, dove i clienti possono sentirsi coccolati, dove entrare anche solo per incontrarsi, scambiare qualche chiacchiera mentre ci si guarda intorno, sorseggiando un caffè. Anche perché è impossibile entrare e non restare affascinati: vestiti, accessori e gioielli sembrano richiamare l’attenzione, vogliono essere osservati e toccati. Tutto è stato scelto con cura, viaggiando tra Francia e Italia per ricercare il particolare, l’oggetto che segue le tendenze, ma ne resta distaccato, mostrando la sua unicità. Ci si dimentica per qualche momento del motivo per cui si è entrati, perché il desiderio principale è quello di curiosare e ascoltare la storia di ciò che ha attirato la nostra attenzione. Così Chiara o Eleonora raccontano di una ragazza israeliana che, partendo da un semplice nastrino arricciato, usato per le confezioni regalo, ha realizzato collane e orecchini in oro, o della realizzazione di alcune piccole borse rettangolari, fatte a mano con l’obiettivo della sostenibilità, in legno proveniente da zone a riforestazione controllata, frange in ecopelle e tessuti coloratissimi e riciclati.

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Chi ama i foulard resterà incantato dalle sete “Rumisu”, ideati da due sorelle di Istanbul che reinventano le fiabe e mostrano un’eroica Cappuccetto Rosso a cavallo del terribile lupo oppure una cena di compleanno tra mostri buffi e sorridenti. Ironia, originalità, qualità, dimostrata dalla cura dei disegni e degli orli fatti a mano, uniti alla tradizione: su ogni foulard è applicato un personaggio in tre dimensioni simbolo del tema scelto, realizzato all’uncinetto da alcune donne che utilizzano un particolare punto, parte della cultura di alcune zone della Turchia. La vera bellezza, a volte così eclatante da non poter essere ignorata, può essere nascosta nel significato delle cose, va ricercata oltre ciò che si vede. La si può trovare per esempio nel progetto di Caterina Occhio, imprenditrice che ha realizzato il progetto “Seeme”, brand di gioielli e al contempo causa sociale. Bracciali, collane e anelli in argento battuto a mano, intrecciati con sete e stoffe, sono stati realizzati a mano in Tunisia, da donne violentate, madri ripudiate, abbandonate dalle loro famiglie, che attraverso l’associazione tunisina Amal e il progetto “Seeme”, hanno avuto una seconda chance.
I tessuti sono l’elemento centrale del negozio, su ogni parete le mani possono toccare sete italiane e francesi, maglioni creati da mamme milanesi e jeans 100% made in Italy, come maglioncini “Leon & Harper”, dal gusto parigino, caratterizzati da irriverenti cartellini (“Hello, I love you, can you tell me your name?” vi ricorda qualcosa?)

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Ogni angolo di questa piccola boutique è studiato con cura, gli accessori e gli abiti sembrano luminosi anche nelle giornate più cupe, colorati e divertenti: vi sfido a non sorridere davanti ai gemelli a forma di Carlino o Bull Terrier!
Il negozio di quartiere, creatura in via d’estinzione, va salvaguardato come parte fondamentale di un’identità cittadina, va protetto dai mastodontici outlet o dai sempre più invadenti centri commerciali, in cui si moltiplicano le catene delle grandi marche. Dopotutto, è sempre meglio una piccola libellula artigianale di un maglione uguale a mille.

GERMOGLI
Pensieri sul nostro mondo.
L’aforisma di oggi…

E’ una sfera sospesa in mezzo al nulla e non fa altro che girare. Una domanda che tutti noi forse ci facciamo, ma solo una bambina avrebbe il coraggio di dire.

Mafalda
Mafalda di Quinto

L’avrà brevettata Dio questa idea del manicomio rotondo? (Mafalda)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

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PUNTO DI VISTA
Expo -30, sotto il fantasmagorico Albero della vita il racconto del cibo nel mondo

di Fausto Natali

Manca un mese alla chiusura dell’Expo 2015 ed è ancora un po’ troppo presto per fare dei bilanci, ma qualche breve considerazione su un evento che ha posto l’Italia al centro dell’attenzione planetaria si può già proporre.

Va detto, innanzitutto, che il colpo d’occhio è meraviglioso. Da lontano, mentre si arriva, lo skyline dei padiglioni che si stagliano nel cielo lascia a bocca aperta e passeggiare sotto i grandi teli bianchi che coprono il decumano è una bellissima esperienza multisensoriale e multietnica. Il design e le architetture sono il vero punto di forza dell’esposizione milanese, mentre il contenuto a volte è poco convincente. Il concept iniziale che prevedeva grande spazio per i prodotti della terra non è stato del tutto rispettato e alcune rappresentanze nazionali hanno preferito puntare su soluzioni meno impegnative come i video promozionali, che hanno sì agevolato l’allestimento e la cura degli spazi espositivi, ma che producono il medesimo coinvolgimento emotivo di una puntata di Superquark nel salotto di casa, non tale, almeno, da giustificare un viaggio fino a Milano. In alcuni padiglioni, invece, si apprezza lo sforzo creativo e la volontà di portare un concreto contributo al tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. In una prossima occasione analizzeremo i singoli padiglioni e, magari, stileremo una vera e propria classifica degli spazi espositivi più riusciti, ma prima vogliamo offrire un quadro d’insieme della manifestazione.

Milano è caotica e gestire un tale afflusso di visitatori non è cosa semplice. Il risultato, nel complesso, è positivo. I collegamenti con Expo sono piuttosto agevoli: in treno e metro la facilità di accesso è palese e i parcheggi, per chi arriva in auto, sono ben serviti dalle navette. L’attesa alle biglietterie e ai tornelli è breve e i volontari svolgono un prezioso lavoro di assistenza.

Il vero punto debole di tutta la manifestazione sono le chilometriche code agli ingressi degli spazi espositivi. I più interessanti sono del tutto inavvicinabili e alcune ore di coda per un singolo padiglione possono trasformare una giornata piacevole in un martirio. D’altronde, una manifestazione di questo genere ha costi così elevati che possono essere ammortizzati solo da un numero altrettanto elevato di visitatori, i quali gioco forza devono stiparsi entro spazi ben definiti. Le code, con questi presupposti, diventano intrinsecamente inevitabili.

Il cibo, filo conduttore dell’Expo, abbonda. Quasi tutte le rappresentanze nazionali propongono un proprio menu e i chioschi finger food non si contano. La quantità raramente si abbina alla qualità e, a volte, si ha l’impressione che le portate siano preparate con poca cura. In alcuni casi, pochi per fortuna, il servizio e il prezzo sono ai limiti della decenza. Complessivamente, però, l’offerta è molto interessante e spiace di non avere tempo per poter assaggiare tutti i piatti dei centotrenta Paesi presenti. Nota di merito: fontanelle di acqua fresca gratis, anche frizzante, ad ogni angolo.

Una discorso a parte merita l’Albero della vita, straordinario simbolo di Expo 2015. Un magnifico intreccio di legno e di acciaio di quaranta metri che svetta armoniosamente verso il cielo. Lo spettacolo serale di acqua, musica, luci e fuochi artificiali costituisce un richiamo irresistibile per tutti i visitatori. Da vedere assolutamente.

In base ai dati di fine agosto, sembra che la quota di venti milioni di ingressi sarà raggiunta, così come nelle previsioni. Lontana dai 73 milioni di Shangai 2010, ma superiore ai 18 milioni di Hannover 2000, ultima località europea ad aver ospitato una esposizione universale.

Un ultima considerazione: gli stranieri ammontano ad appena un quinto del totale. Peccato perché era una grande occasione per visitare con una passeggiata il mondo intero, ma complimenti ai nostri connazionali per l’interesse, la curiosità e il desiderio di conoscenza.

In conclusione, il tema è stato sviluppato al meglio? Probabilmente no. I numeri sono veritieri? Forse non tutti. Più contenitore che contenuto? Si. In definitiva una manifestazione che non ha del tutto mantenuto le aspettative, ma che nel complesso ha offerto ai visitatori un grande “racconto” sul cibo e l’alimentazione del pianeta. Si poteva fare di più? Certamente, ma nella società dello spettacolo, così come nella caverna di Platone, è sempre più difficile distinguere fra sogno, immagine e realtà. E l’Expo milanese, con le sue contraddizioni, gli slanci creativi, le innovazioni e le buone intenzioni, ne è la prova.

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LA CURIOSITA’
Quando la marmellata fa festa: assaggi, corsi e spettacoli a tema nel centro di Mosca

da MOSCA – Mosca in questi giorni è fresca e colorata: 13 agosto è iniziato infatti uno dei più grandi eventi dell’estate, che si protrarrà fino al 23: il Festival estivo della marmellata, quest’anno alla sua seconda edizione. Un successo, oggi come allora.

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Stand tipico del Festival

In molte piazze e boulevard della città si possono trovare vasetti colorati, casette addobbate di fiori che vendono marmellate e mieli di ogni tipo, come quello bianco e cremoso della Crimea, eccellente. Ogni quartiere (raion) ha il suo frutto, se ci cerca la ciliegia basta andare alla Manezhnaya Square, l’anguria si trova sulla Tverskaya, l’uva sulla Arbat. Ce n’è per tutti i gusti. Tutto ruota intorno alle marmellate, dai concerti, alle master class, ai contest e ai divertenti giochi. Ogni momento è buono per gustare una dolce fetta di pane imburrata o per acquistare un vasetto delizioso che si potrà conservare per il freddo e lungo inverno, quando gli sgargianti colori estivi saranno solo un ricordo. Si possono assaggiare tanti tipi di conserve e miele e poi decidere.

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Barattolo gigante di marmellata

Il centro principale dell’evento è la Manezhnaya Square, dove turisti e moscoviti si affollano, soprattutto nel fine settimana, per provare marmellate tradizionali ed esotiche preparate con petali di rose o olive. Statue alte circa sei metri fatte di arance, albicocche o mele decorano la via che conduce dalla Manezhnaya Square alla Ploshchad Revolyutsii, dove si può ammirare lo spettacolo-balletto sui rollerCipollino”, di Gianni Rodari, diretto dal famoso pattinatore sul ghiaccio Pyotr Chernyshov. Cipollino è un piccolo di cipolla, il cui povero padre cade accidentalmente sul piede del principe Limone e per questo viene condannato all’ergastolo. Cipollino cerca di salvare il padre, ma deve scappare dalle grinfie del cavalier Pomodoro, del principe Limone e dell’esercito dei Limoncini. Un giorno incontra sor Zucchina che aveva una casa minuscola costruita sul prato delle Contesse del Ciliegio. Il cavalier Pomodoro si arrabbia, ma Cipollino lo provoca e il cavaliere gli strappa il ciuffo e scoppia a piangere. Il paese decide di nascondere la casina nel bosco. Ma il cavaliere ha la sua vendetta: dice ai Limoncini di catturare tutti i maschi del paese e portarli in prigione. Cipollino (e il tocco d’Italia) deve riuscire a salvare i prigionieri, ma per farlo passa un sacco di avventure… e qui, le avventure si possono davvero immaginare davvero tutte. Con la gallina fatta di zucchine, mele, arance e peperoni, la tartaruga di limoni e arance, la casetta costruita con peperoni rossi e gialli oltre che con tante belle zucchine. Vernici speciali le ricoprono, per evitare che si rovinino. E poi ci sono la bambola tipica russa, la farfalla multicolore che comprende anche delle piccole zucche e un vasetto immenso di marmellata. Sullo sfondo un cocomero verde gigante (la stessa struttura che d’inverno si trasforma in luminosa e splendente palla d’albero di Natale.

La creatività è alla sua massima rappresentazione ed ha il suo massimo sfogo. Il 19 agosto, l’apple pie più grande del mondo (250 kg) sarà preparato e offerto al pubblico nel Novopushkinsky Park; per i più piccoli ci sarà un piccolo zoo sul Tverskoi Bulvar. Tanti eventi simili sono anche sulla Arbat, lungo il Krimskaya Embankment.

A fare da contorno produttori di vari Paesi e di oltre 40 regioni della Russia che vendono i loro prodotti sotti i delicati chalet. Un tripudio di sapori. Qui tutto è fantasia, colore, spensieratezza, leggereza, fantasia, immaginazione, allegria e divertimento. Ecco allora una simpatica e piacevole carrellata fotografica, per voi, perché possiate partecipare a questo simpatico evento.

Clicca le immagini per ingrandirle.

 

Fotografie di Simonetta Sandri

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Il CASO
Il primato verticale del Burj Kalifa

2. SEGUE – Fra le prime cinque torri commerciali, i grattacieli, nella graduatoria stilata in architettura dal World’s Tallest Skyscrapers Emporis, risultano in ordine crescente di altezza:

5° posto Taipei 101 Taipei mt 509
4° posto Freedom tower New York mt 541
3° posto Abraj al Bbait La Mecca mt 601
2° posto Shangai tower Shangai mt 632
1° posto Burj Kalifa Dubai City mt 828

Un primo posto esaltato dalla notte del record senza collocazione nel tempo, tanto attesa a Dubai City dopo cinque anni di intenso lavoro, e non poche traversie finanziarie. La grande torre, la torre del Califfo, o Burj Khalifa, viene letteralmente incendiata da una cascata di fuochi d`artificio dalla sommità alla base. Arricchita da fontane con giochi d`acqua lanciati fino a 150 metri intonanti Il “Nessun dorma” di Pavarotti come un tributo alla grandiosità, il capolavoro dell`ingegneria viene resa al mondo in tutta la sua potenza estetica con la livrea argentea luccicante come un abito da sera formato da 150.000 metriquadrati di cristalli specchianti ad altissima prestazione.
La notte ha stelle, tante stelle, ma lo spettacolo per noi occidentali è fissato sul palcoscenico regale quando lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum entra nello spazio visuale, una “Le mille e una notte”, nella sua kandhoura bianca per inaugurare il Burj che a sorpresa si chiamerà Burj Khalifa, in omaggio allo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahayan, anche lui presente, sovrano di Abu Dhabi e finanziatore ultimo del progetto.
Per i più distratti, la torre di proprietà di Emaar Properties e progettata dall’architetto britannico Adrian Smith, è ispirata alle forme di un fiore di Hymenocallis, molto popolare a Dubai; possiede il più veloce ascensore al mondo, manco a dirlo, che raggiunge in 50 secondi il 124° piano, circa 550 metri di altezza, l’ultimo fruibile dai visitatori. Si ipotizza che da qui si abbia un allungamento della vista fino a ottanta chilometri di fronte, ma è impressionante vedere transitare giganteschi aerei al disotto dei propri piedi posti a circa 550 metri di altezza.
Accoglie l’esclusivo Hotel Armani oltre 700 appartamenti tutti venduti, uffici, piscine e il tutto per un investimento di 1,5 miliardi di dollari. Da terra, guardando in alto, le nuvole si rincorrono e spesso gli ricoprono il puntale come un grande albero di Natale; dall`apparire del Burj Khalifa le altre torri sulla terra sono affette da nanismo, lo skyline di Dubai City ha subito un cambio senza precedenti considerato che le torri presenti nell`area misurano in altezza solo, si fa per dire, 200/250 metri.
Le critiche sulla realizzazione erano e sono taglienti. Quale sostenibilità? Contestuale-urbanistica? Ambientale? Sostenibilità sociale ? Economica?.
E` convincimento comune che oggi di una torre, vista l`importanza materica, si dovrebbe valutarne anche la virtuosità sotto il profilo dell`analisi Lca e quindi non solo misurare la propria efficienza energetica o il rapporto con le energie rinnovabili applicate, ma anche quanto abbia agito sull`ambiente la sua costruzione e quanto abbiano pesato per la sostenibilità ambientale i componenti necessari e prodotti, impiegati per la sua costruzione, nonchè la manutenzione e l`ipotetico costo energetico per la demolizione.
Si è scritto “dell’arroganza di pianificazione degli sceicchi” oppure “rappresenta un contributo difficilmente sostenibile.” “Un cattivo esempio per l’Europa che si sta concentrando sull’ ammodernamento degli edifici in chiave efficiente e sostenibile”, o ancora “un’ inutile simbolo di prestigio economico, che rappresenta solo il potere del denaro” e per altri “inevitabile la necessità di paragonare l’edificio alla torre di babele, portatrice nel libro della Genesi di odio e discordia”, fino al “monumento auto-celebrativo è un invito al disastro”.
Di certo è che nel Burj Khalifa sono state impiegate le piὺ attuali tecnologie progettuali e costruttive, tenendo anche in considerazione gli elementi ambientali come il vento pari ad una velocità di 250 km orari, le oscillazioni apicali e le differenze di temperatura fra la sommità e la base assimilabili ad un cambio di stagione. Le vetrazioni sono il meglio a disposizione, la livrea argentea del gioco pirotecnico dei cristalli specchianti è posta in funzione di un clima esterno dalle alte temperature e per le decise escursioni termiche. Un severo impegno per gli esperti del microclima avendo di fronte l`obiettivo di rendere vivibile un volume di straordinaria complessità abitativa. Ma i record, anche i piὺ estremi, hanno la prerogativa di essere abbattuti. Altre altissime torri fino a 1200 metri di altezza si stanno annunciando per i prossimi anni, in una competizione fra Paesi mediorientali, asiatici e Cina.
Sappiamo che ancora sarà un cristallo brillante e prestazionale ad oltrepassare le nuvole.
Ne seguiremo gli sviluppi aspettando la prossima notte dei record.

LA RIFLESSIONE
Il cucchiaio e il mare. Viva la ‘Cultura del Sì’: per avviare un cambiamento concreto

Più di mezzo secolo fa, Pier Paolo Pasolini ha scritto in una lettera a Pietro Nenni, allora il presidente del Psi: “Io mi chiedo come è possibile passare una vita sempre a negare, sempre a lottare, sempre ad essere testimoni solamente del male“. Esiste un mantra che ci possa liberare dai tanti instancabili critici del meritorio impegno di organizzazioni non governative o associazioni come Amnesty international, che cercano anche di ‘fare’ per cambiare questo mondo, anziché stare solo alla finestra per giudicare e negare sistematicamente ogni progresso e ogni conquista democratica? Quelli di Amnesty si prodigano contro il male del mondo: non lo accettano così com’è e non si piegano alla logica della ‘realpolitik’, del compromesso talvolta anche il diavolo.

Genera pericolosi pregiudizi la ‘Cultura del No’ a oltranza, corroborata da un rosario cinico di accuse contro quelli che hanno la voglia di cambiare il mondo nonostante tutti i fallimenti che abbiamo sulle spalle. C’e molto da fare. Almeno per loro quelli che sono in prigione  causa delle loro idee, perché hanno combattuto per la difesa dei diritti umani nei Paesi in cui le dittature soffocano il dissenso, dove esiste ancora la pena di morte, dove il corpo umano è solo oggetto – in tutti i sensi -, dove i diritti delle minoranze non sono rispettati.

Quelli invece instancabilmente svolge campagne a sostegno dei diritti umani in tutto il mondo non fa parete della ‘cultura del No’, anzi rappresenta la ‘Cultura del Sì’, una cultura del rispetto per gli altri, del rispetto di uno Stato dei diritti, della divisione dei poteri, del rispetto verso i seguaci di ogni religione e anche verso i non credenti di ogni genere.

Contro la globalizzazione etica sono quelli che conoscono solo la mondializzazione di un capitalismo senza regole. I veri ‘global player’ della nostra epoca sono Ong come Amnesty (che a Ferrara festeggia 35 anni di attività) perché loro rappresentano un mondo dove esistono non solo sulla carta ma anche in realtà quotidiana i diritti umani per tutti. La violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è patita in tutti i luoghi, come ha scritto Immanuel Kant, uno dei grandi filosofi che attraverso al loro opera e il loro intelletto hanno dato fondamento alla cultura dei diritti umani. Non è un concetto teoretico o astratto quello di Kant. Quelli che operano per Amnesty possono indicarci nomi e cognomi di quelli che soffrono ‘ad personam’ la violazione dei diritti umani.
Per quelli che cinicamente contrastano questo impegno e lo considerano ingannevole e inutile come la fatica di Sisifo’ vale l’osservazione dello scrittore e giornalista Dragan Velekic’, in esilio mentre era al potere Milosevic’: “Con un cucchiaio non si può svuotare il mare. Ma anche ciò che si è raccolto è mare. Io credo che anche la solidarietà tra gli uomini funzioni in base allo stesso principio. Ci saranno sempre ingiustizie e crimini in questo mondo, ma è molto importante che la mano che raccoglie il mare con il cucchiaio non si arrenda”.

Geografia della felicità

La parola greca ‘eudaimonìa’ può indicare lo stato di benessere che ingloba sia la soddisfazione personale dell’individuo sia il suo rapporto con il mondo. Si pensa, dunque, che un buon eudemonismo abbia sviluppato il nostro destino nella collocazione nel mondo, e non solo, rispetto al nostro umore personale. In fondo il benessere si potrebbe definire come un buon rapporto con noi stessi e con il cosmo. Siamo allora felici? Oggi, troppo spesso, quando si pensa alla felicità si pensa alla soddisfazione individuale, al modo in cui ci sentiamo, mentre la vera felicità dipende anche molto dal luogo in cui viviamo. Gli inglesi la chiamano ‘happiness’, ossia ciò che deve ancora accadere (to happen).

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Copertina del report

Hanno provato a studiare l’argomento e a costruire una geografia della felicità in cui vengono indicati i luoghi in cui si vive meglio. Il “World happiness report 2015” stila un elenco: tocca alla Svizzera il primato, pare sia il luogo in cui si vive meglio e si è più felici (sarà vero?). Seguono Islanda e Danimarca. Lo studio è stato realizzato per l’Onu per meglio realizzare il programma sullo sviluppo sostenibile. Chi lo ha scritto sono illustri professori della University of British Columbia, della London School of Economics e dell’Earth Institute della Columbia University. Gli si può credere. Noi siamo al cinquantesimo posto, tra Ecuador e Moldavia. Se si leggono gli indicatori presi a riferimento si può capire il perché: si misura l’ordine pubblico, la salute, l’ambiente, il Pil, la corruzione, il reddito pro capite, le aspettative di vita e molto altro.
A me le classifiche non sono mai molto piaciute, però non è corretto sottovalutarle, perché comunque offrono segnali utili e interessanti. In questo caso, seguire il principio che occorre perseguire il benessere dei propri cittadini è importante e sarebbe utile che i governi del mondo (a partire dal nostro) affrontassero seriamente l’obiettivo di come promuovere e perseguire la felicità (e non solo la sopravvivenza).

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Mappa del mondo con colorazioni in base al livello di felicità

Esiste poi uno stretto rapporto tra economia e felicità. E’ un tema centrale della modernità. Non si deve però confondere il benessere economico (ricchezza personale e dunque felicità esclusivamente privata) con la felicità pubblica (il bene comune, il benessere collettivo). C’è chi, come me, pensa che la felicità individuale discenda dal benessere pubblico, inteso come indicatore globale. Anzi c’è chi pensa che la felicità privata sia da considerare una felicità degli idioti e che solo la ricchezza collettiva (intesa come “economia civile” come la definisce Zamagni) conduca al valore dei diritti comuni, perché in fondo non si può essere felici da soli.

LEGGI IL RAPPORTO 2015 SULLA FELICITA’ NEL MONDO (in inglese)

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