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Inflazione: problema reale o suggestione?

 

In questo periodo l’attenzione degli italiani è tutta per il Covid 19 e i colori di Comuni, Province e Regioni ma la mia, inspiegabilmente, è stata catturata da un video che gira in rete, incentrato sui pericoli dell’inflazione e con relatore un noto onorevole ed economista, Luigi Marattin. Un video che per quanto mi riguarda ha già avuto successo, visto che mi ha ispirato le considerazioni che sto per condividere e che potrebbero servire come spunto di riflessione anche a chi mi sta leggendo.
Esistono le suggestioni, quelle che durano a lungo, decenni, persino secoli e per essere abbandonate, per lasciar spazio alla realtà e alla logica hanno bisogno di un trauma, di una condizione nuova, rivoluzionaria, che abbia la forza dirompente di risvegliare la nostra parte assopita, assente, perché le difficoltà della vita costringono alla delega delle decisioni, persino alla delega dei bisogni, nella speranza (suggestioni) che il nostro bisogno coincida con quello del delegato.
Jean-Baptiste Say (1767 – 1832) è stato il principale economista classico francese, il suo pensiero è stata la suggestione dell’800 e oltre, “l’offerta crea sempre la sua domanda”, dogma nelle università e nelle istituzioni (elitarie ovviamente) che riversò le sue conseguenze sui suggestionati fino al crollo di Wall Street e alla grande depressione. Trauma, conseguente fine della suggestione, e risveglio a base di ricette keynesiane.
Una crisi epocale l’abbiamo avuta anche noi e oggi, quando ancora non ci eravamo completamente risollevati a causa delle note ricette tecniche, siamo stati sorpresi da una ulteriore crisi portata da una incredibile e inaspettata pandemia che sta scoperchiando ancor di più tutti gli errori del passato prossimo. Ma, invece delle ricette keynesiane, da noi è arrivato Draghi e si profilano nuove ricette tecniche, miste ad un’operazione di assemblaggio di politici etichettati a priori come “i migliori”.
Intanto è un fatto, siamo in una crisi economica e servono soluzioni, e l’argomento di discussione dovrebbe essere sul come sostenere la ripresa economica nei prossimi mesi o anni. Deve essere la Bce a monetizzare il gap esistente tra domanda e offerta oppure bisogna chiedere prestiti finanziati dagli stessi stati che li chiederanno? In altri termini, la Bce dovrebbe mettere a disposizione soldi nuovi da utilizzare immediatamente nell’economia oppure dovrebbe attingere a quelli in circolazione e a disposizione di investitori internazionali (cioè attraverso mercati e finanza)? Dobbiamo stampare moneta oppure chiedere prestiti? Dobbiamo limitarci a pensare a come utilizzare i fondi del Next Generation Eu oppure si potrebbe andare oltre?
Tante possibili domande che cercano risposte e a cui il video in argomento contribuisce dicendo cosa assolutamente non deve essere fatto a prescindere: stampare moneta, lasciarsi catturare dalle sirene della sovranità monetaria. E se questo non si può fare l’alternativa è ovviamente chiedere prestiti, questo sì che è una cosa saggia, oltre che figlia di una suggestione che si avvicina anch’essa alle 100 candeline. Quando la Bce, o una qualsiasi altra banca centrale, crea moneta stampandola questa produce inflazione che, prima o poi, si trasforma in iperinflazione. L’unica soluzione possibile o consona è, quindi, chiedere prestiti o accettare programmi di aiuto.
“Ho un albero di mele e del terreno libero per piantare altri meli, ma siccome il raccolto potrebbe poi essere troppo abbondante e qualche mela potrebbe marcire, chiedo un po’ di mele in prestito al mio vicino promettendogli di restituirgli capitale e interessi oppure, se non riesco, di sistemargli le aiuole o di cedergli parte della mia casa.”
Affidarsi alla suggestione dell’inflazione come fenomeno esclusivamente “cattivo”, elevarlo al nemico dietro l’angolo, assolve dall’eventuale peccato di uscire dal pensiero comune, ma non tiene conto di ragione, analisi storica e comparazione degli eventi. La crisi del 2007 – 2008 e quella da Covid-19 hanno tolto moneta dal circuito economico e allora oggi ci sono più prodotti che soldi per acquistarli, quindi stampandoli si coprirebbe semplicemente un buco per poi ripartire senza debito e catene. I prestiti comportano (giustamente) una restituzione di capitale e interessi nonché sudditanza politica.
Bisognerebbe ricordare che quando si è affidato alle banche centrali la moneta, condividendo con essa il potere sovrano della sua creazione, le è stato consegnato la macchina per stamparli e il dovere del controllo che ne fossero stampati nella quantità giusta, né troppo né troppo pochi.
“Ho tante mele e una sola bocca per mangiarle, posso tagliare l’albero oppure potarne qualche ramo o utilizzare il surplus per farci barattoli di marmellata di mele e conservarli per il futuro.” Insomma c’è sempre una scelta da contrapporre all’impulso di distruggere la fonte di approvvigionamento o limitare la possibilità di un investimento.
Si aiutano le future generazioni, e noi stessi, conservando i mezzi di difesa e di attacco che l’economia, in senso lato, ci mette a disposizione. Affidarsi ai prestiti europei significa affidarsi a qualcosa che non possiamo controllare e questo creerà sicuri problemi. L’aumento delle risorse trovate in questo modo corrisponderà alla diminuzione della capacità di spesa futura perché se si accetta che il denaro sia una quantità prestabilita, allora bisogna essere pronti fin da subito all’idea che nel futuro prossimo bisognerà ribilanciare tale quantità. Quindi nel mondo che avremo si consoliderà l’idea che la moneta è merce ed è scarsa, che saremo costantemente in deflazione e che sempre più gente soffrirà la fame in nome di qualcosa che semplicemente non esiste.
Ma torniamo nello specifico dell’inflazione. Questa viene solo dopo aver coperto quel buco esistente tra la capacità di produzione e la quantità di moneta in circolazione. Se ho 10 mele e 10 soldi ogni mela mi costa 1 soldo, se poi stampo 100 soldi senza aumentare la produzione di mele allora la stessa mela mi costerà 10 soldi.
Milano Finanza ha pubblicato un articolo in queste settimane in cui si fanno i calcoli sull’aumento dell’offerta di denaro negli Usa. Ebbene, l’offerta di moneta M2, cioè quelle attività finanziarie che hanno elevata liquidità e valore certo in qualsiasi momento futuro (essenzialmente i depositi bancari e quelli postali), è aumentata di 4.000 miliardi di dollari nel 2020. Il tasso di inflazione a gennaio 2021 era 1,4%, cioè stampo moneta con un aumento del +26% rispetto all’anno precedente ma sorprendentemente non ottengo inflazione.
In Eurozona, e solo con le operazioni di Quantitative Easing, dal 2015 ad oggi si è fornito al sistema denaro per 3.066 miliardi di euro.

Il tasso di inflazione nella stessa area a gennaio 2021 è arrivato allo 0,90%.
Ma perché a Weimar e nello Zimbawe, in Argentina e in Venezuela c’è stata o c’è inflazione, addirittura iperinflazione e a noi niente? Forse c’è qualcosa da rivedere, che a mio modesto avviso potrebbe non essere stato considerato, qualche connessione di natura storica e strutturale forse è saltata.
Partiamo da una differenza di fondo, la differenza tra inflazione e iperinflazione per arrivare a quando o come la prima si trasforma nella sua patologia.

Come si può notare per calcolare l’iperinflazione si guarda al tempo necessario per il raddoppio dei prezzi che nel caso dell’Ungheria del 1946 avveniva ogni 15 ore, a Weimar ogni 3,7 giorni mentre nello Zimbawe il raddoppio era giornaliero e il tasso di inflazione, sempre giornaliero, era del 98%. Normalmente noi ci occupiamo e siamo coinvolti in aumenti annuali e anche quando sono a due cifre, come nell’Italia degli anni ’80 in cui si arrivò al 20%, non necessariamente si assiste a casi di suicidi, chiusure aziende e licenziamenti a catena come succede nei casi di deflazione tipo quella della crisi del 2008 fino ai giorni nostri.
A Weimar ci si arrivò come conseguenza di una guerra mondiale, di un trattato di pace sbagliato e di un’occupazione dei territori maggiormente produttivi da parte dei paesi vincitori. Allo Zimbawe dopo una rivoluzione che portò improvvisamente al governo persone non preparate nella gestione della macchina amministrativa e produttiva, la scelta di investimenti in armi e una guerra al Congo per impossessarsi delle sue risorse. All’Argentina per scelte populiste di politica economica e sociali che portarono alla necessità di agganciare la propria moneta ad una moneta estera (cosa che si fa quando la situazione monetaria interna è già molto compromessa). Al Venezuela per incapacità gestionale delle ricchezze petrolifere e per il tentativo di volersi distaccare dall’influenza geopolitica americana.
Cioè oggi non bisogna stampare moneta perché: “Ho un albero di mele che mi potrebbe sfamare, ma come dimenticare che in Karponistan nel 1967 il raccolto andò a male, meglio chiedere un Recovery”
In una realtà di paesi occidentali normalmente produttivi il problema serio e da tenere sotto controllo risulta essere la deflazione, cioè la mancanza di denaro, e non il suo contrario che è appunto l’inflazione, cioè l’abbondanza di moneta.
In paesi dove c’è alta capacità produttiva e mancanza di tensioni significative con l’estero, il problema è l’incapacità di alimentare il sistema economico con la giusta quantità di moneta. Solitamente è necessario aggiungere e non togliere, ma questo sarebbe troppo democratico e toglierebbe potere a chi poi la moneta la controlla. Se tutti possono utilizzare l’acqua del fiume che scorre in abbondanza, questa non ha valore, ma se costruisco una diga e comincio a razionarla, questa acquista un grande valore per chi deve bere e un grande guadagno per chi controlla la diga.
Il denaro, pur avendo una storia millenaria che meriterebbe approfondimenti, è disarmante nella sua semplicità di funzionamento pratico. Riflette beni e servizi prodotti e quindi se viene a mancare impedisce gli scambi e, di conseguenza, manda in crisi l’economia perché l’economia è scambio e il pil si calcola proprio su questi. Il denaro, però, è un po’ più complicato dal punto di vista politico e del potere che rappresenta, ma questa è un’altra storia.
Che tipo di problema abbiamo dunque oggi in Italia e in Europa? Siamo tutti bloccati in casa. Le aziende sono aperte a sprazzi e i lavoratori restano a casa con la preoccupazione del futuro. Sono semi-chiusi i bar, i ristoranti e i negozi in centro, mentre misteriosamente continuano ad aprire nuovi centri commerciali, almeno a Ferrara (nota polemica). Quindi i bar, i ristoranti e chi si occupa di turismo ma anche gli studi professionali e i parrucchieri, dovranno ricevere dilazioni nei pagamenti delle tasse e prestiti a tassi vantaggiosi dalle banche oppure sarebbe il caso di dar loro soldi senza condizioni e a fondo perduto al solo scopo di coprire un buco tra un lockdown e l’altro, tra una zona gialla e una rossa?
In fondo è come chiedersi se sia più importante avere 1.000 euro oppure un respiratore che salva la vita a nostro nonno, padre o fratello o addirittura figlio. A cosa servono mille euro se non a rappresentare un bene o un servizio immediato che preservi la vita o la dignità di un essere umano?
L’inflazione sarà pure un fenomeno monetario ma non è neutro ne nelle origini né nelle conseguenze. La scelta di stampare moneta in un paese avanzato e produttivo è politica, cioè qualcuno decide di farlo e di conseguenza è politica anche la scelta della deflazione, cioè qualcuno decide di non farlo. Le conseguenze non sono monetarie ma politiche, cioè chi decide di stampare cerca di far riprendere gli scambi e le attività commerciali e quindi sta aiutando i cittadini, mentre chi vuole chiedere prestiti o aiuti sta creando deflazione, cioè continua a mettere merci/servizi e denaro sullo stesso piano di importanza.
Chi sceglie tra stampare o chiedere prestiti a prima vista sta scegliendo tra inflazione e deflazione, cioè sta scegliendo quale fenomeno monetario causare. Da un esame più attento si potrebbe però scoprire che sta scegliendo come utilizzare il proprio potere e chi favorire, sta quindi scegliendo quale fenomeno sociale creare, povertà o benessere.

Cancellare o congelare il debito pubblico detenuto dalla Bce si può

Per contrastare l’avanzata del Covid 19 il governo ha impegnato da inizio anno circa 200 miliardi di euro, tutti ovviamente in deficit. A fine luglio il debito pubblico italiano era arrivato, in termini assoluti, a 2.466 miliardi di euro, con l’aumento delle spese pandemiche di quest’anno, e il conseguente arresto nella crescita del Pil, si prevede un rapporto deficit/pil oltre il 160% che rispetto al 135% con cui avevamo chiuso il 2019 sono 25 punti percentuali in più.

A questo punto, mentre la preoccupazione cresce, si cominciano a palesare proposte impensabili fino a soli sei mesi fa. Il presidente del Parlamento europeo Sassoli ha chiesto che si discuta della possibilità di cancellare la parte del debito comprata dalla Bce, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fraccaro plaude e rilancia mentre alcuni economisti chiedono più prudentemente che i titoli di stato vengano semplicemente congelati, cioè la Bce (che già li detiene) li dovrebbe ricomprare alla naturale scadenza senza una ulteriore data di fine, un debito perpetuo che solleverebbe gli stati dai suoi obblighi di riacquisto.

Chi si oppone alla cancellazione solleva i soliti dubbi che in parte però confermano che la possibilità di inedite soluzioni esista davvero. Dire, ad esempio, che i trattati non lo prevedono significa sostanzialmente ammettere che un cambiamento nelle previsioni legislative dei trattati permetterebbe formulazioni diverse, quindi si riporta il tutto ad un decisione politica, come è giusto che sia. Altra questione che gli scettici sollevano sarebbe la diminuzione del patrimonio della Bce che seguirebbe l’eventuale cancellazione del debito accumulato, cioè un’operazione contabile di cancellazione diminuirebbe quello che per una banca centrale (contabilmente) è un attivo e quindi la stessa si ritroverebbe con meno capitale. Anche qui la replica è semplice: le banche centrali non sono comuni banche commerciali per cui possono operare anche in passivo e senza problemi e a dirlo sono i documenti delle stesse. Basta guardare ad esempio qualche nota in qualche Report della Bce. Suggerisco “Occasional paper” nr. 169 di Aprile 2016 pag. 14 nota 7, ma la documentazione è vasta.

Le operazioni di politica monetaria servono per immettere o drenare moneta dal sistema. Quando si comprano titoli di stato si immette moneta perché magari in giro ce n’è poca e gli scambi conseguentemente stanno diminuendo, quando si vendono titoli si toglie invece moneta perché magari in giro ce n’è troppa e si sta creando inflazione.

Chi è critico sulla possibilità di detenere titoli in perpetuo, quindi di congelare il debito emesso dagli Stati, obietta che ciò potrebbe minare la credibilità della Bce in quanto questa non avrebbe più la possibilità di controllare la stabilità dei prezzi con eventuali operazioni di vendita titoli. A questo si può rispondere semplicemente che la politica monetaria è solo uno degli strumenti a disposizione degli stati, almeno di quelli che funzionano. Questi hanno infatti a disposizione la politica fiscale, possono quindi programmare lavori pubblici, assunzioni o altro e hanno la possibilità di aumentare oppure diminuire le tasse. Tutte operazioni che servono per riequilibrare sistemi economici compromessi.

Che da sola la politica monetaria non possa risolvere tutti i problemi lo abbiamo visto sulla nostra pelle dal 2008 in poi. Infatti nonostante l’acquisto di montagne di titoli di stato con conseguente emissione di liquidità non c’è stata la sperata impennata dell’inflazione proprio perché alla politica monetaria non è seguita una saggia politica fiscale da parte di quegli Stati che potevano permetterselo, ad esempio la Germania, che invece di spendere hanno continuato ad accumulare.

L’ossessione dei bilanci in ordine ha portato all’imposizione di politiche di austerità che hanno aumentato i danni e predisposto la catastrofe sanitaria a cui stiamo assistendo in questo 2020. Tagli alla sanità, ai trasporti e all’istruzione fanno da impedimento a qualsiasi politica governativa di intervento a sostegno della crisi pandemica e costringono alla chiusura di attività commerciali, scuole e alla vergogna di non avere abbastanza posti negli ospedali per i malati.

Il reale problema non è il debito pubblico ma le decisioni politiche che si intendono prendere e chi queste decisioni intendano tutelare. Trattati e convenzioni non sono scritti sulla sabbia ma nemmeno nella pietra come i Comandamenti di Mosè. Possono essere cambiati, riscritti e ripensati se cambiano le necessità dell’essere umano perché le decisioni politiche, in ultima analisi, servono per tutelare interessi reali e non astratte alchimie finanziarie.

E’ importante non lasciarsi confondere e cercare di capire cosa si sta dicendo quando si parla debito, titoli di stato, banche centrali e liquidità.

Fin dagli albori, quando nel ‘600 si istituì la Banca d’Inghilterra, l’idea era che questa dovesse facilitare il sovrano nella ricerca di credito rendendo sicuro il suo debito, ottenendo in cambio che le banconote da lei emesse avessero la fiducia del re e quindi venissero accettate per legge. Un patto che è alla base dell’operatività di tutte le banche centrali odierne. L’idea del liberalismo che invece si opponeva a questa innovazione era quella rappresentata da Locke il quale rifiutava l’assolutismo in tutte le sue forme e quindi vedeva che un potere passava dal sovrano ai banchieri mentre lui voleva che non ci fossero diritti di proprietà regali perché a quel punto tutto ciò che arrivava al popolo sarebbe stata una concessione e così sarebbe stato anche per la moneta.

Quindi la moneta doveva essere un bene, merce essa stessa e non espressione di potere politico, da questa necessità nacquero gli standard monetari legati all’argento prima e all’oro poi.

In questo modo il re perdeva il diritto esclusivo di avere nella moneta uno strumento di indirizzo esclusivo e di conseguenza lo attenuavano i banchieri.

A un certo punto, complici le due guerre mondiali del ‘900 e le costituzioni socialiste che ne seguirono, gli standard aurei si sciolsero al sole e la moneta ritornò ad essere lo strumento del sovrano attraverso le banche centrali. La grande differenza in questo sistema è che il sovrano… era il popolo. Quindi la moneta serve finalmente gli interessi del popolo, quando lo stato spende i cittadini incassano. Il popolo non solo cominciava ad esistere ma stava vincendo.

Poi i banchieri sono tornati sotto forma di mercati e di finanza, di nuovo interesse pubblico è sinonimo di aristocrazia del denaro. Da una parte il popolo, dall’altra chi decide cosa è giusto, in mezzo un solco occupato da chi difende i fogli di bilancio, i trattati, gli accordi tra nobili come se tutto questo fosse più importante di noi. Lo standard aureo non esiste più ma la moneta torna ad essere scarsa artificialmente attraverso la creazione di un “gold standard without gold”. Il patto tra sovrano e finanza riprende quota, esiste e sta vincendo.

Sabato 12 settembre a Voghiera presentazione del libro di Claudio Pisapia ‘L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa più paura’

Sabato 12 settembre 2020 alle 17:45 – nella delizia estense di Belriguardo a Voghiera (FE) – incontro con Claudio Pisapia del Gruppo Economia di Ferrara (Gecofe), autore del libro L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa più paura.

La Pro Loco e il Comune di Voghiera, nell’ambito delle serate “Estate a Belriguardo”, hanno organizzato per sabato 12 settembre alle 17:45 nella Sala delle Vigne di Belriguardo un incontro – dibattito con presentazione del libro di Claudio Pisapia L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa più paura. Si parlerà di macroeconomia, moneta, debito pubblico e dell’impatto dei grandi inganni dei mercati e della finanza sulla realtà sociale.

Dalle 20.00 cena nei giardini di Belriguardo (aperitivo, lasagna con zucca e frutta di stagione), alle 21.00 musica jazz. Eventi ad ingresso libero con prenotazione. Cena a pagamento euro 13 – prenotazioni entro il 9 settembre al nr. 349 1276876.

La politica non funziona, ma tutti vogliono i titoli italiani

Tutti vogliono i Bot e i Btp italiani. Successo nelle aste di ferragosto nonostante la politica continui a non funzionare.

Questa settimana ha visto interessanti spunti di riflessione dal punto di vista dell’emissione di Titoli di Stato. Il dodici agosto il Tesoro ha offerto sette miliardi in Bot annuali venduti in asta ad interesse negativo del -0,192% in calo rispetto al -0,124% offerto nell’ultima emissione del dieci luglio. Il rapporto di copertura è stato del 1,74 in quanto la domanda è stata di 12,2 miliardi, quindi ben superiore rispetto all’offerta.

Giovedì 13 agosto il Tesoro ha invece offerto dei Btp con scadenza a tre, sette e trent’anni, per un importo complessivo di 6,75 miliardi. Il rapporto di copertura è stato anche qui interessante e precisamente del 1,63, 1,43 e 1,39, di nuovo insomma la domanda di Titoli è stata superiore all’offerta.

Ancora una volta è dimostrato il fatto che l’Italia non ha problemi nel trovare finanziatori desiderosi di comprare il suo debito, anzi. Ma sullo sfondo di queste emissioni c’è ancora il Recovery Found e lo Sure e, di certo, non è sparito il Mes con il quale prima o poi ci indebiteremo, visto anche il nuovo posizionamento di Mario Monti all’Oms.

Certo qualcosina in più la paghiamo sugli interessi dei Btp rispetto a spagnoli o inglesi ma questo è dovuto al fatto che l’Italia ha un investment grade bbb-, quindi al fatto che le agenzie di rating, già riconosciute incapaci di dare giudizi seri dal 2008 in merito alla qualità dei debiti, continuano ad avere più credibilità di quanta ne meritino.

Agenzie di rating ma anche Banca Centrale Europea e coordinamento con le politiche fiscali dei Paesi intralciano il corretto andamento degli eventi economici e, di riflesso, condizionano negativamente le aspettative dei cittadini.

Le Banche Centrali “espandono” i loro bilanci e la Bce supera i seimila miliardi seguendo la Fed che ha superato i settemila. Tale espansione è dovuta soprattutto alle politiche di acquisto di Titoli sovrani con lo scopo di immettere liquidità nei sistemi economici in modo da aumentare la capacità di spesa dei cittadini (famiglie e imprese). Acquisti che regolano anche lo spread che si mantiene basso quando c’è in giro la certezza che lo farà davvero o in caso servisse farlo (memo: il “whatever it takes” di Draghi).

Purtroppo le news parlano ancora di recessione, segno che qualcosa non sta funzionando probabilmente perché la moneta da sola non basta. C’è necessità di piani, strategie e unità d’intenti soprattutto nell’eurozona dove le politiche monetarie non trovano il necessario supporto nelle politiche fiscali degli Stati, ognuno segue le sue idee e gli obiettivi non si incontrano. La Bce “produce” soldi mentre gli Stati non li controllano e non decidono correttamente come impiegarli, probabilmente perché non esiste un coordinamento chiaro tra le diverse politiche nazionali che tendono a tutelare interessi particolari piuttosto che quelli della comunità dei cittadini europei.

Insomma, il debito oscilla tra serio e falso problema perché i finanziatori ci sono sempre stati, e continuano ad esserci, dato che l’Italia rimane un buon posto dove investire (un Paese non è fatto di soli politici che ‘discutono’ e giornali che denigrano ma anche di persone che producono, inventano, crescono). Del resto gli investitori sanno che gli interessi dipendono dalle farlocche agenzie di rating americane e non realmente da possibilità di default, quindi mentre comprano sorridono sapendo che non le sostituiremo con serie agenzie europee.

Dietro (o davanti) rimane fondamentale il comportamento (nonché gli Statuti) delle banche centrali che andrebbero rese più dipendenti dalle necessità delle comunità e meno da quelle dei mercati. Per finire, la comunità degli stati europei dovrebbe lavorare seriamente per… la comunità e quindi adeguare le esigenze di spesa (politica fiscale) agli interessi comuni piuttosto che preoccuparsi degli spread e di imporre metodi di indebitamento graditi alle élite finanziarie.

CONDOMINIO EUROPA: STESSA FAZZA, STESSA RAZZA?
Cara Europa, rimetti a noi i nostri debiti.

Consiglio Europeo del 23 aprile 2020, Era Post Covid. Giornata fondamentale, perché l’Europa dovrebbe decidere se dare soldi o prestare soldi o abbonare debiti (all’Italia in primo luogo), o fare nessuna delle tre cose. Non sono un economista né un opinionista. Ne parlerò in modo rudimentale e grossolano, per cui gli economisti mi perdoneranno, mentre ho la pretesa di dire meno stupidaggini di molti opinionisti.

Fate finta che l’Italia sia una famiglia. La vostra famiglia, che vive in un condominio chiamato Europa. Non godete di una grande fama tra alcuni altri condomini: siete spesso indietro sul pagamento delle spese comuni. Però fate bene da mangiare – meglio di tutti -, sapete confezionare bei vestiti, indossate le scarpe più sciccose e gli occhiali più fighi (questo sarebbe il nostro export). Vi invidiano perché sapete godervi la vita e vi detestano perché spendete troppo (il debito). Però vi tollerano perché come gli fate voi la pizza, l’amatriciana e il cappuccino…Come tutti, le vostre entrate sono ferme per colpa del virus mondiale. Non si lavora, non si guadagna. Avete bisogno di soldi, come tutti. Solo che voi assomigliate ai greci: “una fazza, una razza”. Quindi quando qualcuno parla di darvi soldi (o voi li chiedete) è tutto un inarcar di sopracciglia nordiche e teutoniche.

Però lo sanno che non siete greci. Assomigliate, ma non siete. Troppo piccoli, i greci. Voi vi siete allargati. Fate lavoretti, aggiustate le cose, in condominio ve la cavate. Sempre. L’arte di arrangiarsi ce l’avete nel sangue. E casa vostra è un gioiello, quando gli altri la visitano restano a bocca aperta, e siete dei perfetti padroni di casa. Insomma, gli fate comodo.

Vi offrono un prestito quasi illimitato a tasso quasi zero, e li potete restituire con calma, molta calma. Decenni. (Questo sarebbe il MES). Attingete pure, senza condizioni, vi dicono – senza condizioni adesso, almeno. Molti dicono, anche tra i vecchi tromboni, che dovreste prenderli, quei soldi. Sono tanti, senza condizioni, così non avete più bisogno di chiedere soldi in giro, agli amici nel mondo che ve li prestano ma vogliono in cambio degli interessi più alti, perché si fidano sempre meno di voi (questo sarebbe il mercato, cui piazzare Bot Cct e Btp).

In questo ragionamento non dovete trascurare un dettaglio: si tratta comunque di un prestito (sempre il famoso MES). Quei soldi li dovete restituire, e voi attualmente non avete un problema di liquidità, avete un problema di solvenza, perché non state incassando. Quindi hai voglia a restituirli con calma, quei soldi. Come? Quando? (Questo è Varoufakis)

Qualcuno allora vi suggerisce di uscire dal condominio. Mandate affanculo tutti, Italia, mettetevi in proprio e non vendete più niente a nessuno. Autarchia totale. Ripristinate anche la gloriosa vecchia lira. E poi tornate a stampare moneta! Così il vostro debito ve lo pagate da soli, una partita di giro con la Banca Centrale, finalmente di nuovo autonoma e sovrana. L’Italia s’è desta!

Anche in questo ragionamento ci sono un paio di problemini. Uno lo insegnano al primo anno di economia. Se vi mettete a lanciare banconote da un elicottero lasciando fermo tutto il resto – fermi gli stipendi reali, ferma la produzione di beni e servizi – all’inizio sembra una pacchia. Tutti hanno più soldi in tasca di prima. Ma i beni prodotti sono sempre quelli, e sono relativamente scarsi rispetto all’abbondanza di denaro messo in circolazione. La prima cosa che accade è che chi produce i beni ne aumenta il prezzo, perché la domanda di questi beni è superiore alla loro offerta. Chi offre di più? Inizia così, ed è una rincorsa, perché la gente acquista in anticipo, fiutando l’ulteriore aumento dei prezzi (questa è l’inflazione), e il fenomeno diventa una spirale che fa crescere i prezzi, fino a quando vi accorgete (secondo inconveniente) che il valore delle banconote che avete stampato comincia ad assomigliare al valore delle banconote del Monopoli. Eh sì, perché quando con il milione del signor Bonaventura oggi comprate un televisore ed un cellulare, tra un mese solo un cellulare, e tra due mesi né l’uno né l’ altra, i soldi che avete in tasca valgono sempre di meno, e voi vi ritrovate poveri come prima, peggio di prima. In più, importare quello che non avete in casa vi costa un botto, perché lo pagate con la vostra liretta del Monopoli. Unica consolazione, potreste esportare i vostri occhiali vestiti pizze e mandolini a prezzi bassi a causa della svalutazione relativa della vostra moneta, ma non abbastanza bassi, perché per produrli avete dovuto ricaricarci sopra il costo della materia importata, che per voi italiani sovrani e autarchici è elevatissimo.

Italia, e quindi? Come la mettiamo? Debito solo nostro no; moneta solo nostra no; che ci regalino dei soldi è da escludere. Però… Il trattato di Lisbona, una specie di regolamento del condominio Europa in vigore dal 2009, prevede che l’Unione Europea e gli stati membri agiscano congiuntamente, mobilitando tutti gli strumenti di cui dispongono, qualora uno stato membro sia vittima di una calamità naturale o provocata dall’uomo. Ci siamo, no? Cos’è una pandemia se non questo? Beh, ma il condomino Germania (e i suoi derivati) può dire che la calamità Covid riguarda tutti, Germania compresa. Quindi perché favorire un paese in difficoltà (Italia) per responsabilità proprie, condividendo un debito europeo nel quale confluiscano tutti i debiti dei condomini? Perché io, Germania, che ho un debito di 100, devo metterlo in comune al debito dell’Italia che è 200, in modo da emettere un debito di 300 il cui peso relativo (da pagare) sia 150 a testa? (Questo sarebbe l’Eurobond).

Ho la risposta a questa domanda (Eureka!, e qui la Grecia torna ad essere insuperabile). Intanto, perché il regolamento del condominio di Lisbona lo prevede come principio – lo abbiamo appena letto, si chiama “solidarietà”. In secondo luogo, perché conviene anche alla Germania vendere in Italia i propri prodotti, ed il mercato italiano (che non è piccolo) reso povero ed incapace di potere di acquisto da un’austerità forzosa sarebbe ben presto una iattura anche per i nostri capi condominio.

In terzo luogo, nella storia europea è già accaduto che i forti siano andati in soccorso dei deboli, addirittura cancellando loro i debiti di guerra. E’ accaduto nella Conferenza di Londra del 1953. Il debole di allora era la Germania, che aveva appena perso la guerra, e aveva debiti inesigibili, se non a costo di non risollevarsi più. Sapete chi furono due condomini che abbonarono alla Germania buona parte dei suoi debiti? Non ci crederete: Italia e Grecia. Sì, proprio la Grecia, devastata allora nelle infrastrutture e nelle fabbriche, povera e da ricostruire, abbonò parte dei costi di questa ricostruzione al Paese nazista che l’aveva distrutta. Per non parlare del 1990, quando in nome dell’unificazione tedesca anche il resto del debito da pagare venne abbonato alla Germania. Che restituì come sappiamo il favore alla Grecia, affamando una nazione in nome delle politiche di rigore e di equilibrio nei conti.

Se l’Italia, quel famoso e gaudente e splendido appartamento nel condominio Europa, fosse unita nel pretendere l’applicazione del principio di solidarietà nel debito, gli Eurobond sarebbero molto probabilmente dietro l’angolo. Ma l’Italia non è mai unita, né mai lo è stata. Abbiamo un pezzo di rappresentanza italiana in Europa (Lega e Forza Italia) che ha appena votato contro gli Eurobond, assieme ai tedeschi, agli olandesi, agli ungheresi e ai fasci francesi, in nome del fatto che la Banca Centrale Europea deve comprare direttamente i nostri Btp; evento attualmente impossibile perché la BCE ha uno statuto che glielo impedisce, e se anche fosse possibile dovremmo continuare a pagare alla BCE interessi molto più alti di quelli che paga la Germania (e questa differenza è lo spread), e di quelli che dovrebbe riconoscere un Eurobond a chi lo compra.

Il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Economia italiani hanno un compito molto difficile, che va oltre le loro specifiche capacità negoziali e oltre i loro specifici limiti. Il loro problema è che non possono contare su un “esercito” unito, che li sostenga e faccia capire a tutti gli altri che quando il gioco si fa duro, noi giochiamo tutti insieme. Perché noi non siamo una nazione, siamo un insieme di comuni, di famiglie. Immagino sia questa la ragione per la quale la politica italiana esprima così spesso un personale disposto a segare il ramo sul quale sta seduto, in cambio di una becera, miserabile quanto effimera ribalta mediatica, di un meschino e vile cabotaggio. Incredibile è l’attualità della frase che, tanti anni fa, l’insuperato Ennio Flaiano scrisse al proposito: “La situazione politica italiana è grave ma non è seria”.

I minibot spiegati in modo chiaro

Per comprendere i minibot è necessario comprendere ciò che viene prima.
Un’economia è la somma delle transazioni che la costituiscono. Una transazione non è altro che uno scambio di merce o servizio all’interno di un sistema economico.
Le transazioni avvengono all’interno di un determinato mercato e poiché esistono diversi tipi di mercato (ad esempio frutta, azioni o valute vengono scambiati all’interno dei loro rispettivi mercati) è la loro somma che costituisce l’economia.
Ad effettuare le transazioni sono i cittadini e le imprese oppure le banche e lo Stato. Tutti scambiano, i cittadini comprano scarpe dal calzolaio ma anche lo Stato compra anfibi per le sue Forze Armate. Le banche comprano scrivanie per i loro impiegati e vendono consulenze allo Stato. I cittadini sono impiegati dalle imprese, dalle banche e dallo Stato e da essi ricevono uno stipendio oppure acquistano dei servizi. Tutto avviene all’interno del sistema economico, viene conteggiato sotto il nome di Prodotto Interno Lordo e questo viene poi messo in relazione al debito pubblico dello Stato.
Per convenzione si è deciso qualche millennio fa di effettuare questi scambi, queste transazioni, utilizzando un mezzo denominato moneta.
La moneta più vicina alla nostra comprensione è il biglietto da 5 fino a quello da 500 euro oppure le monete in circolazione che vanno da 1 cent. a 2 euro. Quando invece paghiamo la camicia nuova con il bancomat stiamo utilizzando il nostro conto corrente, moneta elettronica insomma. Attraverso un sistema di compensazione il nostro conto corrente diminuirà di 100 euro mentre quello del negoziante aumenterà dello stesso importo.
Del primo tipo di moneta, cartaceo e metallico, ne viene emesso davvero poco rispetto all’economia in cui viene immesso, ed è autorizzato a farlo solo una Banca Centrale.

Come si può vedere dal grafico (fonte Banca d’Italia) in questo momento ne abbiamo in circolazione poco più di 181 miliardi. Somma che è conteggiata come passivo e quindi debito pubblico. Per intenderci, il debito dello Stato italiano ammonta a 2.315 miliardi comprensivo della moneta cartacea e metallica di cui sopra. Se togliessimo dalla circolazione quei soldi il debito pubblico scenderebbe di 181 miliardi portando il suo rapporto con il Pil al 123%, più o meno.
Chiaramente si potrebbe anche pensare di non toglierli dalla circolazione ma, per esempio, restituirle alla Bce e decidere di immettere nel nostro sistema economico la stessa cifra senza però conteggiarla come debito, magari seguendo le orme delle 500 lire create qualche decennio fa da Aldo Moro. Ma questo non è possibile perché l’emissione di moneta a “corso forzoso” oggi può farla solo la Bce. A corso forzoso vuol dire che una volta emessa tutti i cittadini devono accettarla in pagamento delle obbligazioni che sono insite in ogni transazione. Pago 1 euro per estinguere l’obbligazione contratta quando ho chiesto il quotidiano all’edicolante.
Riepilogando, fino ad adesso abbiamo individuato due tipi di moneta utile per le transazioni e quindi per tenere in piedi l’economia: quella della Bce e quella elettronica che si muove attraverso il sistema bancario delle compensazioni.
La parte più importante dell’economia è costituita da una terza forma di moneta: il credito.
Il credito compare quando si ha voglia di comprare qualcosa che normalmente non potremmo permetterci tipo una casa, un’auto o una ristrutturazione dell’appartamento. Si chiede un prestito ad una banca che eroga appunto quella forma di moneta che si chiama credito e che quando arriva al richiedente diventa debito.
Questa transazione, richiesta credito, si chiude alla restituzione del prestito più gli interessi. Nel frattempo quel credito permette al debitore di effettuare un certo numero di transazioni e ogni volta che lui spende crea un reddito per chi gli avrà venduto qualcosa. Il credito, quindi, permette di muovere l’economia, permette le transazioni. Permette che queste continuino e non si fermino causando una crisi (economica).
La somma di tutti i crediti delle banche diventa sostanzialmente l’ammontare complessivo del debito privato dei cittadini e delle imprese.
In ogni caso quando una persona, o un soggetto qualsiasi, all’interno del sistema economico di riferimento, spende, questa spesa diventa reddito per qualcun altro.
Il credito è dunque creato dalle banche che, se lasciate a se stesse o al mercato e ai cicli economici, lo faranno in funzione dei propri interessi e solo quando l’economia va bene. Questo per assicurarsi di rientrare di quanto emesso e relativi interessi, il che non è sbagliato ovviamente.
Quando il ciclo è positivo, è soprattutto il credito ad oliare il circuito e a farlo scorrere regolare, le transazioni avvengono e la produttività generale cresce. Alcuni vendono e altri acquistano. Alcuni producono e altri usufruiscono volentieri di quanto prodotto.
È importante dunque che le persone spendano, che abbiano abbastanza moneta in tasca o in banca o sotto il materasso per poterla utilizzare, perché il fine è far girare l’economia, non la moneta utilizzata per farla girare. La spesa di qualcuno diventa reddito per altri che a loro volta potranno spendere ed acquistare alimentando positivamente il ciclo. Fino a quando l’olio finisce o scarseggia e la macchina si inceppa, ovvero fino a quando si entra in un ciclo economico negativo (crisi economica).
Spero a questo punto di aver chiarito alcuni aspetti della faccenda, ovvero: l’economia si basa sugli scambi, per fare gli scambi in un sistema economico basato sulla moneta è fondamentale avere… moneta. Tutta la moneta che viene fornita ai cittadini è a debito, crea debito pubblico oppure debito privato. Comunque crea debito. E per avere moneta qualcuno la deve fornire, magari con regolarità, oppure preoccuparsi di controllare che il flusso sia regolare.
Poi abbiamo compreso che la moneta esiste sotto varie forme e che tutte quelle attuali sono debito ma anche reddito e che tutte servono allo stesso scopo: permettere gli scambi. Inoltre, che i cittadini e le imprese non possono creare moneta ma solo spostarla.
Io spererei che avessimo chiarito implicitamente anche un altro aspetto: la moneta non ha un valore in sé ma serve in funzione di qualcosa, ha uno scopo che è quello di far girare l’economia. E che l’economia è la somma delle transazioni che avvengono in un determinato sistema economico, cioè le transazioni determinano il Pil di una Nazione.
E ai più attenti non sarà sfuggito che il fine ultimo di tutti queste parole che ho scritto è per dimostrare che ciò di cui un popolo necessita è la produttività generale del sistema, cioè produrre beni e servizi da potersi poi scambiare, perché ognuno di noi non è autosufficiente. Il fine non è la moneta, il mezzo di pagamento, ma la possibilità di avere accesso a beni e servizi prodotti. Di poterseli scambiare.
Se riusciamo ad avere un punto di partenza accettato da tutti, cioè se riusciamo ad essere semplicemente logici, allora possiamo passare al punto successivo e che ci riporta al titolo di questo articolo: i minibot.
Non è importante se i minibot creino debito pubblico o meno, perché non è la domanda giusta da porsi. L’importante è uscire dalla crisi economica e quindi fornire ai cittadini un mezzo che possa far riprendere gli scambi. Un mezzo che possa rendere accessibile i beni prodotti a chi li vorrebbe acquistare. Se si accettasse semplicemente il presupposto dei minibot poi si potrebbero sviluppare i Certificati di Credito Fiscale, se dovessero piacere di più. Oppure tante monete complementari secondo gli insegnamenti dell’economista belga Bernard Lietaer. Ma anche sviluppare un sistema completamente nuovo e proposto addirittura dal Pd o da Forza Italia.
Oggi il problema non sono i minibot, ed è totalmente inutile andare ad analizzare se possano creare debito o meno oppure se siano simili ai soldi del monopoli, come dice qualcuno. Perché qualsiasi moneta è tale se viene accettata come pagamento, come diceva l’economista Nando Ioppolo. Ma se devo preservarmi la possibilità di poterla utilizzare a mia volta, allora deve essere lo Stato a darle validità. Quindi la deve accettare in pagamento delle tasse, cosa che in questo caso sarebbe garantito. E se lo Stato accettasse in pagamento delle tasse i soldi del monopoli allora anche questi sarebbero buoni per acquistare le scarpe o la frutta.
Sarebbe invece carta straccia la banconota firmata da Draghi se non fosse garantita dallo Stato. Ricordate quando con i gettoni telefonici ci si poteva comprare il gelato? Succedeva perché poi le persone li accettavano come resto, e perché tutti, prima o poi, entravamo in una cabina telefonica per telefonare ridandoli alla Sip (Società Italiana Per le Telecomunicazioni).
Creano debito? Crea debito pubblico la moneta emessa da Draghi, eppure non ci poniamo il problema. E creano debito tutte le monete che devono essere restituite a qualcuno ma non abbiamo mai pensato di farle emettere direttamente dallo Stato. Ci sono debiti che accettiamo e altri che rifiutiamo, chiediamoci il perché e rivediamo le nostre priorità. Magari la nuova scoperta ci piacerà.
Come scrive l’economista Marco Cattaneo, “Sì, i minibot possono creare debito.”
“Ma non secondo Maastricht Debt,” continua, “che è l’unico rilevatore per i parametri di controllo presi in considerazione nell’ambito dell’Eurozona.”
Lo creerebbero per perdita di gettito fiscale se chi lo ricevesse lo utilizzasse immediatamente per pagarci le tasse, ma a questo punto lo Stato lo potrebbe cedere ad altri per tentare di far partire il ciclo.
Di sicuro non sono illegali perché circolerebbero su base volontaria aggirando i vincoli della Bce.
Ma se solo la Bce può creare moneta, se gli Stati devono attenersi scrupolosamente ai parametri europei e se le banche devono essere libere di creare credito allora vuol dire che non si può oliare il circuito economico e quindi permettere all’economia di risollevarsi attraverso l’aumento delle transazioni. Quindi si sta legalizzando la crisi economica e rendendo illegale cercare vie d’uscita. Ed è questo che dovrebbe sembrare pazzesco, di questo si dovrebbe parlare.
Smettiamo di chiederci se i minibot creano debito o se sono moneta. Sono discorsi inutili e non portano a niente se non alla confusione e all’inasprimento dei rapporti sociali. Chiediamoci piuttosto se vogliamo uscire o meno dalla crisi.
E se qualcuno pensa che si possa farlo senza un intervento degli stati e delle banche centrali allora ci sta prendendo in giro. Perché è vero che potremmo farlo. Seguendo la strada indicata dai mercati, dallo spread e dalla finanza: l’austerity e i sacrifici (nostri). Possiamo continuare a vivere immersi in cicli economici altalenanti e distruttivi e soprattutto continuare a spostare sempre più ricchezza reale dalla maggioranza dei cittadini ad uno sparuto gruppo che muove i fili e ci dà in pasto argomenti come: i minibot creano debito?
Potremmo… ma vogliamo veramente farlo?

Il debito pubblico è un problema? Vediamo cosa ne pensano Fmi e Bce

In un interessante ed elaborato paper pubblicato dal Nber (‘Public debt and low interest rates’ che trovate qui) l’economista capo del Fmi Olivier J. Blanchard, prova a rispondere a una domanda che mantiene costante il suo fascino: siamo proprio sicuri che il debito pubblico sia un problema?
Blanchard arriva, molto prudentemente bisogna dire, alla risposta che sostanzialmente non lo sia. In realtà ponendo delle condizioni, di cui la principale è che il tasso d’interesse pagato sul debito sia inferiore al tasso di crescita, ovvero che i sia inferiore a g (i=tasso di interesse, g=tasso di crescita).
Lo studio si sofferma in particolare sull’economia statunitense e mostra che nonostante il debito pubblico sia andato crescendo vertiginosamente, come si prevede faccia anche per il futuro, questi non è mai stato un problema dato che il tasso di interesse è sempre stato inferiore. Così come si presuppone sarà anche per il futuro.
Negli Usa il tasso nominale decennale a fine 2018 era circa il 3%, e le previsioni di crescita nominale (ossia della somma del pil reale e dell’inflazione) è intorno al 4%.
Stessa situazione si riscontra negli altri paesi, del resto sappiamo tutti che, come si dice in giro, siamo nell’era dei tassi zero. Quindi passiamo da un decennale nominale all’1,3% con una previsione decennale di crescita del 3,6 della Gran Bretagna, al Giappone dove il decennale è quotato lo 0,1% e la crescita stimata e è dell’1,4%. Nella zona euro mediamente il decennale quota 1,2% a fronte di una crescita stimata del 3%.
Se poi il fatto di avere il debito sotto controllo possa portare più facilmente benessere ai cittadini rimane controverso in quanto l’economista conclude “Il paper raggiunge conclusioni forti e, a mio avviso, sorprendenti. Dicendola (troppo) semplicemente, il messaggio inviato dai tassi bassi non è solo che il debito può non avere costi fiscali sostanziali, ma anche che potrebbe avere costi di benessere limitati”.
Un’interpretazione di questo scetticismo potrebbe essere dato dal fatto che a dar da mangiare alle persone di sicuro non sono debito e moneta, bisognerebbe qui lasciare la teoria economica e continuare con la politica economica, ma andiamo avanti perché questo report è stato ripreso anche dalla Bce (lo trovate qui).
La Bce si affretta a precisare che “I modelli teorici non arrivano a formulare conclusioni chiare riguardo al segno e alle dimensioni del differenziale tra crescita e tassi di interesse sul debito pubblico”.
Il grafico seguente mostra che laddove persista un debito molto alto, statisticamente il differenziale è più alto, ovvero si pagano più interessi e il debito in generale è meno sostenibile nel lungo periodo, il che costringe un Paese a più alti avanzi primari per coprire gli interessi

Insomma, la situazione italiana dove la crescita non è bastata a pareggiare i costi del debito. La conclusione della Bce sembra proprio essere che seppure il debito pubblico possa non essere un problema, bisogna poterselo permettere. Ovvero il costo degli interessi deve essere inferiore a quello della crescita e non bisogna lasciare che aumenti, perché in questo caso aumentano le possibilità che il differenziale diventi sfavorevole (i>g).
Ma cosa non considera Blanchard e neppure la Bce? Semplicemente che a bloccare la crescita italiana è stata proprio la rincorsa di tutti i governi, dietro costrizione della Commissione europea, ad abbassare il debito. Rincorsa fatta a suon di avanzi primari e tagli alla spesa pubblica che ha depresso sostanzialmente la crescita a differenza degli altri Paesi che invece hanno usufruito o di ampi deficit (quindi spesa) come proprio gli Usa, la Uk e il Giappone oppure confidando sul surplus artificiale e non competitivo come la Germania. La Cina invece ha usufruito di tutti e due gli elementi (deficit reali intorno al 10% e surplus di bilancia commerciale molto alti grazie a un bel po’ di dumping commerciale), raggiungendo vette impareggiabili di crescita del Pil.
Se il debito pubblico sia sostenibile o meno potrà anche dipendere in parte dai tassi di interessi ma dipende soprattutto da altri fattori. In primis, la moneta con la quale ci si indebita e se questa è controllabile dall’emettitore. Se l’Argentina e il Venezuela emettono debito in dollari difficilmente potranno ripagarlo. In questa stessa situazione si trovano i paesi dell’eurozona perchè emettono un debito che non possono gestire.
A tal proposito cito un paper sempre della stessa Bce, Working Paper Series nr. 2072 del giugno 2017 “Con una moneta nazionale, l’autorità monetaria e l’autorità fiscale possono coordinarsi per garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta non sia inadempiente, vale a dire che i titoli di Stato in scadenza saranno convertibili in valuta alla pari, così come i depositi di riserva in scadenza presso la banca centrale sono convertibili in valuta alla pari.
Con questo accordo in vigore, la politica fiscale può concentrarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico finché non si è ottenuta la guarigione. In particolare, se l’autorità fiscale effettua un trasferimento forfettario alle famiglie, le famiglie sono più ricche a un determinato livello di prezzo e aumentano le spese.
Tuttavia, sebbene l’euro sia una valuta fiat, le autorità fiscali degli stati membri dell’euro hanno rinunciato alla capacità di emettere debito esente dal rischio di insolvenza.”
Il che dovrebbe chiudere il discorso. Il debito pubblico è un problema finché manterremo separate l’autorità fiscale e l’autorità monetaria, situazione che abbiamo voluto, ne abbiamo fatto oggetto di un trattato e lo rispettiamo come fosse scritto sulla tavole sacre nonostante l’evidenza economica e sociale gridi vendetta. Il tutto è diventato talmente dogmatico che le stesse autorità monetarie che ci impongono sacrifici al suon di alta disoccupazione e distruzione di servizi pubblici, possono permettersi di scrivere che stanno operando al di fuori della normalità senza che ci sia una minima reazione da parte di chi legge.
Non ci resta, dunque, che continuare a giocare con i grafici di Blanchard che pur ha un merito, visto che è stato ripreso dalla Bce e quindi dalla Banca d’Italia: tenere viva la debolissima fiammella del dibattito.

La scommessa del Venezuela, una bomba per l’economia mondiale

Venezuela: abbiamo considerato tutto?

“Il Petro – si legge sul sito web dedicato https://www.petro.gob.ve/index.html – è uno strumento che consoliderà la stabilità economica e l’indipendenza finanziaria del Venezuela, unitamente a un progetto ambizioso e globale per la creazione di un sistema finanziario internazionale più libero, equo ed equilibrato”.
Il petro è una cripto valuta, è venezuelana ed è la prima controllata da un governo statale. Dal 21 agosto 2018 la Banca centrale di Caracas pubblica il valore del petro rispetto alle principali valute estere fissato ad un prezzo fisso di 60 $ e legato direttamente alle riserve di oro, ferro, alluminio, diamanti e petrolio. Ad oggi, in ogni caso, un altro fallimento del contrastato governo venezuelano in quanto impossibile anche solo capire quanto sia stato raccolto dalla sua sottoscrizione.
Un tentativo di Maduro, promosso in realtà già da Chavez nel 2009, di difendere le materie prime di cui il Venezuela è ricco e di svincolarsi dal dollaro. Ovviamente negli Usa fu subito impedita ogni transazione in petro e Trump rispose con nuove sanzioni, questa volta indirizzate all’oro (di cui il Venezuela è il secondo produttore al mondo). “Sono stati impediti tutti i rapporti commerciali con aziende connesse al settore aureo venezuelano e, di conseguenza, ora Caracas si trova in difficoltà nel ricevere certificazioni estere sulla qualità della materia prima” ha spiegato Vasapollo, docente di Politiche Economiche Locali e Settoriali presso La Sapienza, al seminario internazionale ‘Relazioni politico-economiche ed autodeterminazione dei popoli: la Nuestra America di Martì e la Patria Grande di Bolivar per una futura umanità’, tenutosi all’Università di Roma La Sapienza il 27 novembre 2018.
Le misure imposte da Trump hanno impedito l’acquisto di debito venezuelano, l’acquisto di titoli della società pubblica che controlla il petrolio, di ogni altra società venezuelana e di società partecipate dal governo di Caracas, nonché bloccato ogni finanziamento in dollari al Paese. In sostanza, il Venezuela è stato escluso dal mercato più grande del mondo (il dollaro rappresenta tra il 40 e il 60% delle transazioni finanziarie globali). “Ne hanno risentito, di conseguenza, le importazioni di cibo, medicinali, pezzi di ricambio e così via. Si tratta delle sanzioni più gravose che abbiano mai colpito un Paese latinoamericano nell’intera storia del Sud America, peggiori di quelle contro Cuba” ha aggiunto l’ambasciatore del Venezuela in Italia, Juliàn Isaìas Rodrìguez Dìaz, durante lo stesso seminario.
Seguire il vil denaro, anche nelle sue accezioni moderne ed elettroniche, aiuta a capire qualcosa in più dei tragici avvenimenti che si stanno susseguendo in questi giorni in Sud America e quel che vorrei fare con queste righe è stimolare la ricerca e l’approfondimento, senza dare giudizi.
Ripartiamo dall’inizio.

Le insidie al potere del dollaro

Stampare denaro non costa nulla da quando Nixon decretò la fine degli accordi di Bretton Woods, ovvero dal 1971. Fino ad allora per farlo bisognava avere dell’oro come sottostante ma già la Fed si era accorta che la guerra del Vietnam e la corsa agli armamenti avevano fatto sì che ci fosse in circolo un volume di dollari di 6/7 volte superiore al corrispettivo valore delle riserve auree.
Gli Stati Uniti ne stampano tanti e praticamente a costo zero, comprano beni e servizi in tutto il mondo, ma la Cina, la Russia e tutti gli altri pagano dollari veri per avere le stesse cose. Attualmente, il debito pubblico statunitense ha raggiunto il livello record di 21 trilioni di dollari, superando il 100% del Pil.
Questo vuol dire, nel caso unico degli Usa, che il mondo finanzia la sua spesa. Il mondo compra il debito USA perché questi possa comprare i beni che importa e che il mondo stesso gli vende. Non è difficile da capire, così come comprendere che lo possano fare solo gli Usa grazie al controllo militare del mondo. Ma come il sistema di Bretton Woods crollò quando alcuni paesi cominciarono a chiedere indietro oro al posto dei dollari, così il sistema attuale potrebbe crollare se alcuni paesi cominciassero a chiedere qualcosa di più reale del dollaro o, magari, semplicemente qualcosa di diverso, in pagamento delle proprie esportazioni.
Ergo, bisogna stare sulla difensiva e per tali motivi è interesse degli Stati Uniti, che ha, oltre ad un debito pubblico finanziato dall’estero, anche un deficit di bilancia commerciale che superava gli 800 miliardi di dollari nel 2018, mantenere politiche debitorie e far sì che la domanda di dollari sia costantemente sostenuta dall’estero perché con quei pezzi di carta ci paga i beni che importa.

Le insidie al potere del dollaro e gli assetti geopolitici

Questi sono un po’ dei motivi che rendono Maduro più detestabile di quanto magari sia davvero e si trovano anche un po’ di fondamenta per le sanzioni contro il Venezuela. Ma il pericolo viene anche da altri luoghi. Ad esempio, l’India ha siglato con la Russia il più importante contratto di difesa denominato in rubli dal 1991, come affermato ad Ottobre del 2018 dal vice premier russo Yury Borisov. Pechino sta scambiando energia con la Russia in yuan e spinge i suoi principali fornitori di petrolio in Arabia Saudita, Angola e Iran a fare lo stesso. La Banca di Russia in un anno ha incrementato la quota di attività cinesi nelle sue riserve auree di 48 volte. La Turchia sta cominciando a comprare grandi quantità di grano in rubli e le società petrolifere russe stanno cambiando la valuta dei contratti da dollaro a euro. Dal momento che la Cina è il primo importatore mondiale di petrolio, è logico che voglia acquistarlo nella propria valuta e quindi evitare le commissioni di cambio sulle transazioni. E la Cina insieme alla Russia parla di queste cose con Caracas, dato che il Venezuela dispone dei più vasti giacimenti di petrolio del pianeta (shale oil a parte), e comunque sembra che Pechino abbia già lanciato un contratto future sul greggio denominato in yuan.
Se un Paese vive di materie prime, come fa il Venezuela, non ha un gran futuro ma di sicuro una priorità strategica per la propria economia è limitare la propria esposizione al rischio valutario statunitense.

Le insidie al potere del dollaro, gli assetti geopolitici ma anche colonialismo, imperialismo e neoliberismo

Facendo di nuovo un passettino indietro, senza esagerare, arriviamo alla dottrina Monroe (5° Presidente degli USA) che sanciva, il 2 dicembre 1823, la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano e sottolineava che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato alcuna intromissione negli affari americani da parte delle potenze europee.
Dottrina contro il colonialismo da una parte, ma anche dottrina considerata come la primissima formulazione teorica dell’imperialismo statunitense. E in effetti la teoria fu rivista da Theodore Roosevelt (26° Presidente degli Usa) che la utilizzò come base per affermare una forma di egemonia sul continente americano, una specie di no fly zone, un protettorato sull’area centroamericana e caraibica, che durante la guerra fredda servì anche a giustificare interventi politici e militari statunitensi in America centrale e meridionale.
Da sempre la politica estera degli Stati Uniti consiste nel dividere il mondo in Stati amici e Stati canaglia, e di questi fanno parte tutti coloro che la pensano diversamente. Chiunque rischia di diventare un dittatore quando c’è bisogno di giustificare un intervento armato per avere l’approvazione e l’aiuto del mondo civilizzato e legato al potere del dollaro. Gran Bretagna e Canada in primis e poi Europa a seguire.
La sola vicenda dell’Iraq di Saddam Hussein, con annesse scuse postume di Blair, dovrebbe bastare per calmare gli animi sul Venezuela e stimolare quanto meno la prudenza. Personalmente ho dato un’occhiata ad alcuni cambiamenti che si sono avuti fin dall’insediamento del “dittatore” Chavez e mi hanno lasciato perplesso.
Utilizzando come fonte gli ultimi aggiornamenti del Ci World Factbook si osserva che la mortalità infantile in Venezuela passa dal 26,17% del 2000 al 12,2% del 2016; la linea della povertà è passata dal 67% del 1997 al 19,7% del 2015; il tasso di alfabetizzazione dal 91% del 1995 al 97% del 2016; il Pil pro capite in dollari americani è passato dagli 8.000 del 1999 ai 12.400 dollari del 2017.
Insomma ci sono altri aspetti da considerare per la comprensione del fenomeno venezuelano e della rivoluzione chavista che Maduro ha provato a portare avanti, che non dovrebbero escludere il potere, in pericolo, del dollaro. E poi gli assetti geo-politici, una considerazione globale di quanto successo in tutto il Sud America e le altre rivoluzioni contro le imposte dottrine neo liberiste o i rimedi già imposti altre volte dagli USA e benedetti dalla comunità internazionale chiamata ad essere coesa e solidale con la “democrazia occidentale”.

Per chiudere: “La guerra è una mafia”

Smedley Darlington Butler (1841 – 1940) è stato un generale statunitense insignito due volte della Medal of Honor, la più alta decorazione militare assegnata dal Governo degli Stati Uniti. Durante la sua carriera di marine durata 34 anni partecipò ad azioni militari nelle Filippine, in Cina, in America Centrale e nei Caraibi durante le guerre della banana. Guerre così soprannominate ad indicare una serie di occupazioni, azioni di polizia e interventi militari attuati dagli Stati Uniti nel Centroamerica e nei Caraibi tra il XIX secolo e la prima metà del XX. Il Generale ci lasciò questa frase, tra le tante: “Ho trascorso trentatré anni e quattro mesi in servizio militare attivo come membro della forza militare più agile di questo paese, il Corpo dei Marines. Ho prestato servizio in tutti i gradi commissionati dal secondo tenente al maggiore generale. E durante quel periodo, ho passato la maggior parte del mio tempo a fare l’uomo muscolare di alta classe per il Big Business, per Wall Street e per i banchieri. In breve, ero un racketeer, un gangster per il capitalismo, uno di quelli che ritirano il pizzo.
Ho aiutato la United Fruits (oggi Chiquita) in Honduras nel 1903; ho contribuito a ripulire il Nicaragua per la Banca d’affari Brown Brothers (oggi Bbh) dal 1902 al 1912. Nel 1914 ho reso il Messico un posto sicuro per i petrolieri americani. Ho portato la luce nella Repubblica Dominicana per gli interessi delle imprese della canna da zucchero nel 1916. Ho fatto in modo che Cuba e Haiti diventassero un posto accogliente per i ragazzi della National City Bank (oggi Citigroup Inc.), in modo che potessero rendere profitti. Ho contribuito a stuprare una mezza dozzina di repubbliche centroamericane a beneficio di Wall Street.”
E conclude “… potrei dare dei consigli ad Al Capone. Il meglio che lui sia riuscito a fare è stato operare in tre quartieri. Io l’ho fatto in tre continenti”.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Il difficile rapporto tra debito/Pil e l’impresa del Ministro Savona

In questo ultimo periodo il Ministro Savona usa spesso dire che intende far crescere il Paese aumentando il Pil e che questa operazione renderà sostenibile il rapporto debito/Pil dell’Italia. Ma cosa può voler dire questa affermazione? Per comprenderlo forse abbiamo bisogno di fare dei passi indietro.
Per prima cosa bisogna ragionare sul fatto che il debito pubblico è uno stock, ovvero un blocco che ci portiamo dietro con costanza di anno in anno. “Stock e blocco che ci portiamo dietro” potrebbe però dare un’idea sbagliata, far pensare al classico macigno legato ai piedi che ci si trascina mentre si scala una montagna. In realtà stiamo parlando di spesa dello Stato e quando lo Stato spende non necessariamente butta i soldi dalla finestra. Nella maggior parte dei casi la spesa dello Stato si trasforma in scuole, ospedali, pensioni, assistenza agli anziani e ai disabili e, non ultimo, in risparmio privato cioè in tutte cose che dovrebbero rincuorare piuttosto che spaventare.
Ogni anno questa spesa dello Stato (se volete siete liberi di chiamarlo debito pubblico) si alimenta sostanzialmente per due motivi, perché si fanno delle spese non coperte da entrate (cioè dalle tasse) oppure perché si pagano degli interessi sui prestiti chiesti gli anni precedenti. Il primo caso è rappresentato dalla Francia, il secondo dall’Italia.
Assodato questo, il rapporto debito/Pil si può abbattere in due modi: smettendo di fare spese oppure abbattendo gli interessi. Un terzo modo in realtà ci sarebbe, ed è quello rappresentato da un taglio del debito stesso che può avvenire in vari modi, ne elenchiamo due (anche qui): il caso Gran Bretagna e il caso Grecia e li mostriamo con le immagini di seguito.
Nel primo esempio la Banca d’Inghilterra ci mostra un taglio del suo debito dopo averlo ricomprato. Cioè quando una Banca Centrale ha in pancia dei Bond che ha ricomprato sul mercato, può decidere di continuare a tenerlo in contabilità (come fa Bankitalia) e continuarlo a farlo figurare come debito oppure, appunto, cancellarlo.

Nel secondo esempio la Grecia, di cui mostro un grafico da me elaborato su dati Oecd, in cui si vede chiaramente che il debito scende in quanto ne viene “condonata” una parte con i piani di aiuto del 2012. La Grecia infatti non può tagliarsi da sola il debito come può fare la Gran Bretagna, la Svezia, il Giappone o gli Stati Uniti, in quanto è sottoposta alle decisioni di una Banca Centrale (la Bce) che non controlla direttamente.

In entrambi i casi, si sottolinea, a monte ci sono delle scelte politiche e non hanno nulla a che fare con l’economia o la necessità. Decisioni politiche che anticipano gli effetti economici, decidono prima cosa fare e magari chi tutelare.
Per comprendere, non solo Savona, ma anche le ricadute economiche sul sociale e sulla vita quotidiana, è necessario partire dall’inizio e l’inizio è il momento in cui qualcuno prende una decisione. Che ci siano soldi per le banche ma non per il reddito di cittadinanza è una scelta, non ci sono tavole sacre né tantomeno le regole economiche sono scolpite sulla pietra. E proprio per questo, fissare dei principi e delle regole economiche valide nei secoli, come è stato fatto con il Trattato di Maastricht e seguenti, è qualcosa che non può funzionare. Ciò che deve essere fissato sono le regole politiche, di convivenza civile e quali siano i valori che tengono insieme le persone. Su questo poi si possono prendere decisioni economiche (di politica economica).
Quindi, a meno che uno Stato non decida di interrompere o le sue spese o di cambiare sistema di finanziamento per tenere sotto controllo gli interessi (e per farlo l’unico modo sarebbe quello di non affidarsi ai mercati finanziari, cioè tornare ad un sistema di controllo della propria sovranità monetaria tipo Usa, Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, Giappone, ecc.) e a meno che non si voglia copiare il modello di “non spesa per incapacità tecnica” tipo Burkina Faso, Ciad, Nigeria, ecc. … si dovrà imparare a convivere con questa forma di contabilità che prevede un debito pubblico, cioè che preveda la spesa dello Stato.
Di seguito una serie di grafici che mostrano come i debiti pubblici nei Paesi progrediti presi in esame costituiscano una costante in continua crescita, a meno del verificarsi delle condizioni eccezionali sopra descritte.



Un altro caso in cui il debito rallenta è quando si ha un consistente surplus di bilancia commerciale. Cioè le spese si finanziano con il ricavato delle vendite all’estero, è il caso Germania. Ma non è da considerare un modello sano perché prevede che qualcuno si arricchisca a spese di altri, che ci siano tensioni internazionali, che il modello di sviluppo sia affidato alla sola concorrenza e non alla cooperazione.

Passiamo adesso al Pil che invece non è uno stock, quindi non è qualcosa che ci si porta totalmente in eredità anno per anno, ma bisogna costruire ogni volta da capo. Certo se un Paese ha un’economia solida, delle buone aziende, ingegneri preparati e magari qualche materia prima, o la capacità di trasformare queste materie prime, è chiaro che non si parte proprio da zero ma da una capacità consolidata di creare economia, cioè scambi all’interno dei propri confini e magari anche al di fuori di esso. Questa capacità di fare economia si trasforma in Pil.
Capirete ovviamente che però, per quanto ci siano consolidate capacità produttive e genialità individuali qualsiasi bene creato, inventato o prodotto, perché diventi Pil dovrà essere comprato da qualcuno. Questo perché il Pil, come detto sopra, conteggia ciò che in economia succede anno per anno, cioè ciò che viene scambiato durante un arco temporale.
Questo spiega cosa vogliono dire, ognuno a suo modo, Di Maio e Salvini quando dicono che vogliono dare agli italiani più capacità di spesa, uno con il reddito di cittadinanza e l’innalzamento delle pensioni minime, l’altro abbassando le tasse a tutti. Vogliono lasciare più soldi ai cittadini per “muovere” il Pil. Ma noi stavamo parlando di Savona e per questo, avendo tracciato i presupposti, mostriamo di seguito alcuni grafici i cui dati di base sono estratti sempre dal sito ufficiale di Oecd. E’ evidente la forbice che si crea tra debito e Pil è una forbice che si allarga, vedi in particolare il caso Italia, quando il Pil smette di crescere.





In altri termini e ricapitolando, nessuno Stato occidentale abbassa il tenore delle spese. Nella prima parte abbiamo visto che i debiti pubblici sono in costante crescita perché lo Stato ha bisogno di spendere e assicurare un certo grado di benessere ai suoi cittadini mentre nella seconda, con l’ultima serie di grafici vediamo che quando la forbice tra debito e Pil si allarga il suo rapporto cresce.
Quindi il target che questo Governo, finalmente, si impone è la crescita del Pil che alla fine porterà alla diminuzione del rapporto debito/Pil spostando l’attenzione perversa sul debito tipica di Cottarelli, di Boeri e di Martina. Perché un Paese civile non può cancellare realmente la spesa dello Stato. Chi continua a scagliarsi contro questo si scaglia in realtà contro la ricerca del benessere, contro i cittadini, i pensionati, le persone con disabilità, gli ammalati cronici, i disoccupati, le aziende che producono, la ricerca, l’università, l’istruzione e la civiltà.
I parametri europei si concentrano (insensatamente ma questo è!) sul rapporto debito/Pil e tale rapporto si crea considerando entrambe le variabili. Come si vede nel caso della Francia, il suo debito è in costante crescita ma cresce anche il Pil per cui nessuno si preoccupa quando afferma di voler fare anch’essa, ad esempio, una sorta di reddito di cittadinanza.
Anche il Pil della Germania e della Spagna cresce e quindi il rapporto non è in discussione, mentre l’Italia ha smesso di crescere e quindi il suo debito procede in solitaria staccandosi sempre più dalla linea del Pil.
Per quanto possiamo essere geniali, capaci di innovare e di realizzare, il mezzo per muovere il Pil non potremo mai crearlo noi perché questo mezzo, in un sistema monetario, si chiama moneta. E questa la può creare solo lo Stato che poi può metterla in circolazione in tanti modi. Tra questi ne esiste uno che io sceglierei, se potessi: dare lavoro pagato dignitosamente, stabile e con tutti i diritti conquistati negli ultimi due secoli di storia. Ma anche questa è una decisione politica.

Fonti
Dati per i grafici www.oecd.org
HM Treasury – Whole of Government Accounts – year ended 31 March 2013 www.gov.uk

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

Riflessioni sul ruolo del debito pubblico

Un grafico elaborato dalla Deutsche Bank ci regala degli spunti di riflessione molto interessanti:

Agli estremi dei Paesi presi in considerazione ci sono, e non a caso, il Giappone e la Grecia. Il primo è considerato tra i più affidabili al mondo nonostante un debito pubblico che è arrivato al 240%, ovvero per una cifra monster di 8.200 miliardi di dollari, mentre l’ultimo è da tempo considerato un Paese sull’orlo del default con un debito pubblico che sfiora il 180% del rapporto debito / pil, che equivale a circa 320 miliardi di dollari.
Perché il primo è affidabile e non rischia il default mentre nel secondo si grida al crollo un giorno si e uno no? Motivi tutto sommato abbastanza semplici, propaganda a parte, ovvero: diversa distribuzione o allocazione del debito e possibilità di controllarlo.
In nero, nel grafico, appare la quota di debito pubblico detenuta dalle rispettive banche centrali, Enti e privati nazionali, mentre i restanti colori indicano la dipendenza dall’estero, la quota detenuta da operatori di varia natura residente all’estero.
Il Giappone è considerato Paese sicuro perché il suo debito non è molto soggetto a investitori esteri, anzi è detenuto dalla Boj e da residenti il che significa sostanzialmente due cose: che è un debito solo nominale, e che quindi potrebbe anche essere in parte cancellato, e che rappresenta un investimento, un piccolo reddito per i cittadini giapponesi, un debito “buono” che aumenta il benessere del Paese senza comprometterne la stabilità.
La Grecia invece ha la maggior parte del suo debito nelle mani rapaci dei fondi di “salvataggio” europei, soldi che quindi deve restituire a entità estere che possono condizionarla, costringerla vendere i suoi beni nazionali e imporle determinate politiche economiche e sociali. Il grafico di seguito mostra la distribuzione del debito sovrano greco.


Grafico elaborato dalla fefacademy

Efsf sta’ per Fondo europeo di stabilità finanziaria che non nasce per dare solidarietà reale ma solo per rendere possibile quello che è stato reso possibile in Grecia, l’impoverimento di un intero sistema sociale.
Quindi, distribuzione e allocazione del debito il primo punto. Per il secondo, cioè in merito al controllo, la differenza tra i due estremi sta nel fatto che il Giappone controlla emissione monetaria e tassi di interesse, possibilità recluse al mercato, mentre la Grecia è alla mercé dei mercati, delle banche europee e della finanza internazionale.
Quello che produce è quindi un vero debito “cattivo”, senza controllo e che la impoverisce sempre di più mettendola anche a rischio di un default continuo, come l’Argentina o la Russia degli anni ’90 o come tutti i Paesi che scelgono di legare la propria economia ad una moneta che non possono controllare.
Andando oltre con l’analisi del grafico, in rosso possiamo apprezzare anche il fatto che l’Italia ha meno debito verso l’estero della Germania il che, messo insieme al livello del nostro risparmio privato, dovrebbe far vergognare chi continua ad impaurire le massaie sulla possibilità di un default italiano.
I fondamentali dell’Italia sono dunque innegabilmente buoni, ma torniamo al ragionamento fatto sopra per evidenziare le differenze tra Giappone e Grecia. Quando si parla di controllo della moneta, del credito, dei tassi di interesse si allontana il rischio Argentina che solitamente viene evocato proprio per il motivo contrario alimentando confusione sul funzionamento di Stati e banche centrali. Cosa comprensibile quando lo fanno i presentatori TV ma difficile da digerire quando a farlo sono laureati in economia, giornalisti economici ed economisti di varia estrazione. Quanto meno diventa difficile credere che lo facciano in buona fede.
Un debito pubblico ben gestito rappresenta la ricchezza dei suoi cittadini, il suo tenore di vita, la sua posizione nel mondo in termini di potenza industriale e di qualità della vita.


Questa infografica mostra la distribuzione del Debito Pubblico per Paesi

Il debito che uno stato produce viene tramutato in servizi e in surplus per i cittadini. Cioè lo Stato spende attraverso la spesa pubblica e questa spesa diventa guadagno e risparmio per i cittadini mentre se è lo Stato a risparmiare e a non spendere, i cittadini possono contare solo su se stessi e molti o i più, ovviamente, non ce la fanno. Del resto in un mondo dove la ricchezza è soprattutto ricchezza finanziaria, è necessario che qualcuno metta a disposizione la materia prima (il denaro) e questo può farlo solo uno Stato.
Pensiamo alla possibilità di essere curati, di poter usufruire di un’assistenza, di poter avere una bella auto ma anche una buona strada sulla quale guidarla, di avere dei diritti, una pluralità di sindacati, di informazione, scuole, salari minimi, ecc.. La possibilità di trovare tutto questo è molto alta dove c’è spesa dello Stato, intervento nella struttura sociale ed economica. E la troviamo proprio in quei Paesi che hanno una percentuale di debito pubblico alta.
E’ chiaro però che insieme alla spesa dello Stato che arricchisce i cittadini devono esserci anche quei due elementi di cui si è parlato prima: capacità di controllarlo, quindi moneta e tassi di interesse controllati dallo Stato e non dai mercati e, di conseguenza, anche la capacità di decidere come allocarlo.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

Quantitative easing senza fine

La Banca Centrale Europea ha deciso che l’operazione di Quantitative Easing si concluderà a fine 2018. Il suo Governatore, Mario Draghi, ha precisato che si tratta di una sospensione, ma che lo strumento esiste e, se ce ne dovesse essere bisogno, potrà essere utilizzato di nuovo in futuro.
Il quantitative easing (qe) era stato introdotto nel 2015 e in tre anni e dieci mesi di vita ha prodotto (e produrrà) acquisti di titoli di varia natura, ma soprattutto titoli di Stato, per 2.595 miliardi di euro. 600 miliardi acquistati nel 2015, 900 nel 2016 quando gli acquisti mensili furono portati a 80 miliardi, 780 nel 2017 e 315 nel 2018, considerando che da gennaio a settembre gli acquisti mensili equivalgono a 30 miliardi per poi attestarsi a 15 come operazione di tapering (diminuzione degli acquisti) nell’ultimo trimestre.
Il proseguimento degli acquisti ha determinato un incremento dello stato patrimoniale consolidato dell’Eurosistema, che è aumentato del 22% portandosi a quota 4.472 miliardi di euro (3.661 miliardi nel 2016).

Cosa prevede il post-que?
Un primo ed evidente dato tecnico sarà assistere alla diminuzione dello stato patrimoniale della Bce, che appunto calerebbe non avendo più 2.595 miliardi di asset. Oppure no. La Bce potrebbe infatti decidere di mantenerlo reinvestendo il controvalore dei titoli o, ancora, vendere i titoli prima della scadenza.
Il motivo? Mantenere liquidità nel sistema. Opzioni che al pari dello stesso qe sostituiscono le parole, ma non cambiano il concetto dello ‘stampare moneta’, che non si può dire. Come aveva detto in conferenza stampa qualche tempo fa Mario Draghi rispondendo alla domanda di un giornalista: “la Bce ha ampie risorse per affrontare qualsiasi crisi”, “possono finire i soldi?”. I soldi non possono finire in quanto c’è qualcuno che ha il potere di crearli al bisogno, ma se la si facesse troppo facile allora crollerebbero le azioni di chi ha il potere di farlo, qualcuno perderebbe insomma potere e anche la possibilità di imporre sacrifici.

La logica dovrebbe poi aiutarci a comprendere che in un sistema deve per forza esserci qualcuno che la moneta la immetta, altrimenti quanto meno non sarebbe più possibile effettuare scambi (e far crescere il pil). E chi ha il potere di farlo, viene da sé, ha costi di emissione irrisori a meno di non voler far credere che debba andarli a cercare chissà dove o scavarli nelle miniere.
Ora, tenere in piedi una messinscena così complessa per fare l’ operazione più semplice dell’universo può portare all’ilarità ma purtroppo, nella nostra vita reale, porta più spesso alla disperazione, alla chiusura delle aziende, ai licenziamenti, all’impoverimento dei cittadini. Alla regressione totale di intere nazioni in termini finanziari, sociali, di fornitura di servizi, di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza.

In conclusione prendiamo atto, come sempre, delle decisioni di fare e disfare sulla nostra pelle, senza motivi reali o veramente necessari. Accettiamo di buon grado, non potendo fare altro, l’imminente interruzione dell’acquisto di titoli da parte delle banche centrali quando nemmeno il target dell’inflazione al 2% è stato raggiunto e nonostante questa operazione avesse dimostrato ai più che era possibile tenere lontano la speculazione e gli alti tassi d’interesse a carico degli Stati.
Dopo la fine del qe crescerà la vulnerabilità degli Stati, si alzeranno i tassi di interesse sui titoli, e quindi più costi sul piano debito pubblico, e gli spread (almeno per alcuni Paesi). Probabilmente ci sarà anche un rialzo dell’euro sul dollaro, il che peggiorerebbe i rapporti di bilancia commerciale, ovvero potrebbe intaccare la quota di surplus raggiunta sulle esportazioni. Da considerare che proprio grazie al qe il rapporto euro-dollaro aveva subito una svalutazione più o meno del 30% e tale svalutazione ci ha avvantaggiato senza portarci le catastrofi che invece si invocano quando si parla di una possibile svalutazione di una eventuale “lira” in caso di uscita dal sistema di cambi fissi dell’euro.
Insomma, se si ha a disposizione un’arma per allontanare la speculazione e migliorare anche la bilancia commerciale, perché non utilizzarla? Misteri delle regole europee, ma anche delle convinzioni indipendentiste rispetto alle banche centrali, le quali, si dice, devono operare per mantenere inalterato le leggi del mercato anche a discapito di Stati e cittadini.

Il Bitcoin non è una moneta ma uno strumento speculativo

Il Bitcoin più che una moneta è uno strumento di finanza speculativa e rappresenta l’ennesimo elemento di confusione nell’economia moderna. Ma poiché oggi l’economia è sempre più sinonimo di incertezza e rischio piuttosto che espressione di politica e società reale, persino il mistero sulla sua creazione invece che preoccupare chi mette mano al portafoglio… affascina.
Ma cos’è moneta? In genere identifichiamo la moneta attraverso le sue tre funzioni: misura del valore, mezzo di scambio e riserva di valore. Che non sia un processo esatto è palese, infatti ciò che si fa non sempre è ciò che si è, altrimenti dovremmo anche identificare un cavallo da soma o un guidatore di risciò come mezzi di trasporto piuttosto che come esseri viventi. Per identificare la moneta, inoltre, dobbiamo tener conto di quanto successo il 15 agosto 1971 e delle parole di Richard Nixon (per questo rimandiamo qui http://www.ferraraitalia.it/se-gli-stati-tornassero-a-emettere-moneta-secondo-il-fabbisogno-reale-della-comunita-117095.html) ma, in sintesi e per velocizzare: perché oggi accettiamo l’euro e non il fiorino di Copparo?
Perché crediamo nella possibilità di poterla trasformare in beni reali, perché sappiamo che quel numero impresso su una monetina, su un pezzo di carta o alla fine di un estratto conto rappresenta quanto la società in cui viviamo ci deve, ovvero la nostra quota di partecipazione alla ricchezza generale in un dato momento ed entro dati confini geografici.
Ma la conversione nei corrispettivi beni reali deve essere un obbligo certificato, qualificato, visibile, deve esserci una forza di poter imporre stabilmente questa conversione. Qualcuno che renda la moneta un’obbligazione capace di poter essere sempre assolta e solo uno Stato può dare una garanzia del genere.
Il “Bitcoin moneta” non ha nessuna delle suddette funzioni né alcuna delle citate garanzie. Non mi sembra stia funzionando molto come mezzo di scambio, vista la complessità dell’utilizzo, ma si continua ad attribuirgli la funzione di riserva di valore, cioè risparmio o conservazione dei propri risparmi, dato che il suo accumulo sembra garantire un continuo aumento di valore.
In realtà questi incrementi esistono solo finché vi è la convinzione che qualcun altro li vorrà ricomprare a prezzo maggiorato, situazione tipica nella finanza speculativa. Il Bitcoin è infatti solo uno strumento di investimento speculativo e come tale non dà garanzie di solvibilità. È una scommessa su un guadagno futuro da maneggiare con molta cura, soprattutto in questo momento date le attuali quotazioni.
Non è di certo espressione di un’economia ma di un algoritmo che fa sì tendenza ma non trova posto in prima fila nella gerarchia monetaria, cioè fa parte di quegli strumenti, come i derivati, di cui nei momenti di crisi ci si sbarazza più velocemente possibile per non rimanere con il “cerino in mano” (cioè se c’è un crollo di fiducia cerco di convertire questi strumenti in qualche moneta “più importante”, tipo banconote in euro o in dollari).
È crypto esattamente come il suo inventore, Satoshi Nakamoto, e non può essere duplicata o falsificata. Da questo algoritmo potrà essere generato un totale di 21 milioni di Bitcoin in 130 anni, una quantità prefissata quindi, ed anche questo sa più di giochino speculativo che di supporto all’economia (reale).
Coloro che trovano/estraggono dall’algoritmo i nuovi Bitcoin vengono chiamati miners che vuol dire minatori, richiamando alla memoria i minatori che una volta erano necessari per scavare miniere alla ricerca di oro che giustificasse l’emissione di nuova moneta. Oggi però la moneta non è oro, non è merce e proprio per questo si ha bisogno di capire da chi sia garantita e quindi attiene al diritto prima ancora che all’economia. La moneta è quindi un’obbligazione imposta e garantita dallo Stato mentre il Bitcoin appartiene solo alla parte più profonda e sconosciuta della rete informatica. Una crypto valuta non è un’obbligazione per nessuno e nemmeno un’azione legata alle performance di un’azienda, nessuno è realmente tenuto ad accettarlo come mezzo di pagamento. È insomma una bolla in attesa di esplodere.
Un anno fa valeva 700 dollari mentre oggi ne vale 17.000 ovvero una moltiplicazione del suo valore di oltre 20 volte e senza considerare che nel 2009, alla nascita, il rapporto era addirittura inverso, 1.300 Bitcoin per un dollaro. Con queste performance è chiaro che tutti ne vorrebbero ma allo stesso tempo e allo stesso modo tutti se ne vorranno sbarazzare appena le quotazioni cominceranno a calare o qualche timore di natura indefinita si dovesse diffondere.
Tutte le argomentazioni a sostegno della bontà di questo strumento allontanano dalla sostanza, ad esempio quando si ragiona del sistema blockchain. Questo permette di tracciare tutti i movimenti di un Bitcoin, e allora? Che tipo di affidabilità dovrebbe garantire? Un dato questo che non fa venire meno il suo destino di volatilità e di strumento speculativo. E infatti, oltre che i dati dichiarati potrebbero anche non corrispondere a una reale identità, sapere chi lo ha posseduto non aiuterebbe se il suo valore dovesse crollare.
Come sempre dovremmo spendere meglio il nostro tempo e ragionare di vita concreta ed economia reale. Del fatto che alle persone serve moneta per pagare la spesa alla Coop oppure per fare il pieno all’auto o comprare i regali di Natale, trasformarla poi in risparmio significa che per il futuro la potranno utilizzare per cambiare l’auto o pagare l’Università al figlio. Il Bitcoin è uno strumento speculativo e va usato al momento e tra gli operatori capaci di farlo finché sarà possibile farlo, ovvero finché ci sarà in giro gente disposta a credere al suo assurdo incremento di valore. Il risparmio è una cosa seria e si fa in moneta valida come potrebbero essere monetine, banconote , conto corrente o libretto di risparmio, un’obbligazione o persino un’azione che rappresenti il rischio d’impresa di un’azienda reale. Oppure in oro o diamanti. Insomma non ipoteco gli studi dei miei figli inseguendo una bolla che so destinata a scoppiare, affidata alla volubilità umana e quindi dei mercati finanziari.
L’unica certezza che ha il possessore di un Bitcoin di vedere realizzato un guadagno o anche di riavere indietro soldi veri è che ci sia qualche persona che abbia la sua stessa fiducia. Cioè una persona che sia convinta che il suo valore non possa che continuare a crescere, esattamente come per i terreni della Florida durante gli anni ’20 del secolo passato (vedi qui http://www.ferraraitalia.it/i-giochi-della-finanza-e-i-rischi-per-leconomia-reale-130920.html) e i tulipani olandesi del ‘600. Giochi con una sola certezza: prima o poi si rompono.

Le aliquote irpef, la flat tax e la Lega Nord: come la politica promuove l’ingiustizia sociale

In un contesto in cui la distribuzione del reddito è altamente disuguale l’opera di una politica consapevole dovrebbe tendere a riequilibrare il sistema. Uno dei metodi per farlo è sicuramente la progressività nella tassazione dei redditi cioè chi guadagna di più contribuisce in misura maggiore di chi guadagna di meno. La progressività della tassazione, del resto, è prevista dalla Costituzione del ’48 per cui il sistema era ben noto ed auspicato già dai nostri Padri Costituenti.

La tassazione è un’arma in mano allo Stato che dovrebbe essere usata per difendere gli interessi collettivi dei cittadini. Infatti con una modifica alle aliquote Irpef si può distribuire ricchezza (o un po’ di respiro) alle classi più basse senza impoverire (togliere troppo ossigeno) a quelle più alte. Questo non in chiave, ovviamente, punitiva ma semplicemente in chiave distributiva e in modo da evitare la creazione di oligopoli e l’accentramento di ricchezze tali da compromettere gli equilibri sociali. Inoltre, la tassazione serve per stabilire il principio che il controllo del sistema economico (e di conseguenza sociale) spetta solo allo Stato, che lo esercita per il bene comune e in difesa dei più deboli, di quelli cioè che da soli non potrebbero farcela contro attori economici troppo potenti né potrebbero competere con l’interesse privato dei grandi oligopoli.

Le tasse servono anche per regolare la quantità di moneta in circolazione, in tempi di deflazione si potrebbe ad esempio diminuire l’Iva per stimolare i consumi e, di converso, alzarla quando invece ci fosse un fenomeno inflazionistico in modo da togliere moneta dal circuito economico. Del resto una tassa che colpisce indistintamente i consumi senza fare nessuna distinzione tra milionari e pensionati al minimo (di fatto una flat tax) è quanto di più disuguale si possa immaginare e nelle mani colpevoli dei nostri politici sta diventando sempre più una vera mannaia sulle teste dei cittadini.
Ultima annotazione sul tema “a cosa servono le tasse”: poiché le tasse si pagano con la moneta in circolazione in un determinato Paese, tutti accettano di essere pagati soltanto in quella determinata moneta, ovvero, se siamo in Italia, non accetterò di essere pagato per il mio lavoro in “pizza di fango del Camerun” altrimenti non avrò euro per pagare l’Imu e il bollo dell’auto.

Concetti questi un po’ difficili da far passare in un Paese dove fin dalle elementari si studia che gli ospedali vengono costruiti con i soldi delle tasse dei cittadini, ma come arriviamo dalle tasse alla disuguaglianza? Attraverso la constatazione che si sta usando l’arma della tassazione per difendere gli interessi del capitale e non quelli della cittadinanza e questo fenomeno, benché non crei tutta la disuguaglianza in circolazione, la protegge e la sostiene. Le dà impulso.

La storia ci dice che nel 1974 c’erano ben 32 aliquote che andavano dal 10% al 72% poi dal 1983 iniziarono i cambiamenti e le aliquote da 32 passarono a 9, la prima aliquota sui redditi fino a 11 milioni di lire (5.681 euro) dal 10 passò al 18% e l’ultima sui redditi oltre 500 milioni (258.000 euro) passò al 65%.
Si arriva al 1989 e le aliquote si riducono a 7, la prima aliquota sui redditi fino a 6 milioni di lire (3.000 euro) ritornò al 10% e l’ultima sui redditi oltre 300 milioni di lire (155.000 euro) passò al 50% e, finalmente, ad oggi, dove le aliquote sono solo 5. La prima aliquota sui redditi minimi fino a 15.000 euro corrisponde al 23%, mentre l’ultima aliquota, la più alta, riguarda i redditi oltre i 75.000 euro e corrisponde al 43%.

Cosa è successo dunque? Semplicemente che dal 1974 le aliquote sono progressivamente andate a diminuire per i redditi alti e ad aumentare per i redditi bassi.

Insomma “abbiamo il debito pubblico alto” e dobbiamo fare i sacrifici, ma esattamente chi li deve fare? Nel 1974 chi guadagnava più o meno l’equivalente di 250.000 euro contribuiva per il 72% mentre oggi contribuisce per il 43% allo stesso modo di chi guadagna 75.000 euro che non è esattamente la stessa cosa, anzi un bell’aumento di ricchezza per la fascia già alta della popolazione.

I poveri invece sono passati dal 10% al 23% senza proteste particolari, sindacati in piazza, scioperi o contestazioni ma anzi con l’accettazione tipica dell’uomo moderno che preferisce dibattere per i nomi delle strade o l’abbattimento delle statue del periodo fascista, che vuol dire trattare la storia come i talebani e l’isis, solo che loro sono i cattivi.

Le aliquote Irpef, insomma, potrebbero essere una buona chiave per capire chi deve fare i sacrifici.

Io credo che le tasse non debbano essere né un furto né un ostacolo alla libera iniziativa e quindi che non dovrebbero mai superare un certo limite, ma sono anche consapevole di questa assenza generalizzata della politica che continua a dimostrare insofferenza alle prescrizioni delle norme costituzionali ed indifferenza alla giustizia sociale e che, inoltre, la proposta del partito della Lega Nord peggiori una situazione già pessima. Un partito che nonostante venga definito populista agisce in questo caso proprio contro il popolo quando propone il sistema di tassazione denominato flat tax, ovvero una sola aliquota fiscale buona per tutte le stagioni.

La flat tax metterebbe pace definitivamente a tutti i calcoli cancellando pezzi di costituzione e di giustizia sociale. Anche il ricorso alle previste deduzioni nel contesto di questa proposta darebbero sì un po’ di respiro alla maggior parte dei contribuenti ammassati verso il basso, dando persino a qualcuno la sensazione del miglioramento, ma sostanzialmente andrebbe a dare ulteriore potere economico (e quindi sociale) a chi avrebbe meno bisogno di tutela.
Non si considera una cosa semplicissima, che a un reddito di 24.000 euro all’anno con famiglia a carico, anche 100 euro al mese possono fare la differenza mentre per redditi da dirigente statale di 240.000 euro valgono un caffè al bar. E un top manager alla Marchionne può arrivare anche a 50 milioni all’anno. Ci sono delle differenze che non bisogna nascondere e la politica dovrebbe mediare fra i vari interessi in campo assicurando a tutti la giusta considerazione. Esiste il bisogno del pane, delle scarpe e della casa e il desidero di volare con aereo privato da Londra a Palermo che possono essere entrambi legittimi ma rimangono sempre bisogni o desideri.

Sono concetti diversi e vanno mediati con le esigenze di appartenenza al genere umano, di cittadinanza e di giustizia sociale. Se viviamo tutti sullo stesso pianeta abbiamo degli obblighi reciproci e nessuna parte ci guadagna a vedere l’altra soccombere, bisogna riconoscere l’interdipendenza degli uni con gli altri.

Proporre una flat tax assicura solo che qualche auto di lusso o aereo da crociera o yacht in più sarà venduto, un appiattimento (flat) sempre più marcato delle classi sociali in ricchi e poveri, un aiuto al fenomeno della disuguaglianza. Molto più “popolare” o “populista” sarebbe proporre un sistema di tassazione progressiva che tenga conto degli interessi in gioco e laddove viene evidente che il 72% è un furto ed un invito a delinquere sia anche evidente che non si può considerare alla stessa stregua un reddito di 28.000 euro con uno di 55.000 e uno da 75.000 con un altro di 240.000 e oltre.
Poi ovviamente si assicuri la certezza della pena per chi evade, si aiutino le aziende locali a prosperare difendendole anche con la fiscalità, oltre che con l’accesso al credito, dalle multinazionali, si consideri i prodotti nazionali come ricchezza e prospettiva di lavoro perché solo una buona domanda interna può dare impulso ad un reale miglioramento della situazione economica. Le esportazioni servono a pochi e dimostrano altrettanto poca progettualità e visione del futuro, così come pensare di lasciare più soldi ai ricchi con la speranza che questi li spendano investendo o comprando e aspettando che arrivi qualche briciola di pane ai pesci rossi significa aver fatto passare invano 200 anni di storia (e quindi Smith, Ricardo, Say, Marx, Keynes e poi Mussolini, Hitler, Bretton Woods e il muro di Berlino).

banche

Oltre il capitalismo, un altro sistema è possibile

La crisi americana dei subprime scoppiata nel 2008 ha fatto crollare il mito della democrazia finanziaria, o almeno avrebbe dovuto. Tantissime famiglie erano riuscite a realizzare il sogno di una casa non grazie al proprio lavoro e alla propria operosità, ma attraverso l’intercessione delle banche che grazie appunto al sistema finanziario potevano elargire credito a tutti, ma proprio a tutti. Talmente ‘a tutti’ che alla fine il sistema è crollato. Questo perché ciò che viene elargito come credito non è altro che denaro bancario, che diventa debito quando arriva a destinazione e che si accumula come debito di tutta la comunità. All’inizio non è così evidente, in particolare non se ne accorge chi i prestiti non li ha mai chiesti ma tutti, proprio tutti, se ne accorgono quando scoppiano le crisi.

In realtà i miti sono duri a morire anche dopo che le commissioni parlamentari degli Usa hanno dimostrato ampiamente che tutta quella generosità non era poi tanto disinteressata, anzi. E nonostante gli ultimi anni siano disseminati di suicidi e dal 2008 abbiamo visto sia aumentare le differenze sociali sia l’eliminazione della classe media, ancora resiste la logica capitalista della giustificazione dei boom e dei crash.
Il capitalismo ideologico ha, infatti, diffuso l’idea che sia giusto aspettarsi alti e bassi dal ciclo economico e di conseguenza è diffusa la logica che chi può è legittimato ad accaparrarsi sempre di più nei periodi di espansione lasciando poi alla comunità il compito di rimettere insieme i cocci durante le crisi. Qualcuno chiama il processo ‘socializzazione delle perdite’.
Eppure dopo il 2008 siamo passati attraverso il 2011, che ha regalato all’umanità un altro momento su cui riflettere. Le crisi hanno colpito intere nazioni, come la Grecia, alle quali sono state applicate politiche ‘lacrime e sangue’ che le hanno devastate in nome di una specie di esperimento sociale a cui, in fondo, le masse non si sono opposte. Segno evidentemente che l’esperimento sta funzionando?
Quindi prima si sono socializzate le perdite attraverso la trasformazione del debito privato in debito pubblico a carico dei contribuenti, poi si sono fatte politiche di austerità a carico dei cittadini per ripagare coloro che avevano provocato i danni, cioè banche e finanza, e infine si è lasciato tutto nelle stesse condizioni legislative pre-crisi, anzi si sta rilanciando con provvedimenti tipo Unione Bancaria.

La sinistra appoggia e rilancia. Avendo infatti abbracciato le teorie neoliberiste (nonostante sia nata per contrastarle!) e quindi sancito il blocco dell’intervento statale, si affida alla finanza perché possa continuare ad alimentare ed eventualmente soddisfare i sogni dei cittadini. Alle persone, purtroppo, sfugge che la finanza crea tanti debitori e pochi, pochissimi, creditori.
Quindi si è specializzata nella tutela delle banche, affinché forniscano credito e mercati finanziari come ausilio per l’invenzione monetaria attraverso una specie di leva infinita e discrezionale. Il punto qui è che si dimentica che sono gli Stati che hanno dato il potere di creare credito (o denaro bancario) alle banche, così come hanno dato ai mercati finanziari la capacità di superarlo in potenza nella creazione di denaro sotto forma di debiti liberi di circolare indisturbati. Ma ciò che si è avuto il potere di dare si ha amche il potere di togliere: gli Stati potrebbero tornare a far circolare denaro vero e non debiti, ma per farlo bisognerebbe tornare alla politica e questa è sicuramente una responsabilità di tutti i cittadini.

Bisognerebbe insomma fare il percorso a ritroso e ripartire da quando il denaro creato aveva una ancora possibilità di essere controllato, prima dei Ciampi, Andreatta, Amato, Draghi, Monti e del mitico Prodi.
Il professor Cesaratto afferma che in fondo un sistema che funzioni un po’ meglio del capitalismo ci sarà sicuramente, magari pensando al socialismo puro; le teorie cartaliste e della Mmt insegnano che il denaro può essere controllato e gestito dalle banche centrali al servizio dello Stato e attraverso questo controllo sarebbe possibile creare lavoro e pane per tutti; Moneta Positiva dice che è fondamentale partire dal controllo delle banche, alle quali va tolto il potere di creare denaro, cioè democratizzare la creazione del denaro per rendere democratica la società. Nel mondo ci sono economisti inglesi, australiani, americani, francesi, a spiegare a vario titolo che altri sistemi sono possibili.
In fondo però quello che perpetua il sistema vigente non è la convinzione che sia il migliore possibile, ma piuttosto la paura di quello che si teme possa venire dopo. L’euro non funziona e oramai lo hanno pubblicamente affermato tutti coloro che lo hanno voluto e creato, nonostante ciò abbiamo più paura del nuovo che del sicuro baratro a cui stiamo andando incontro. E se per noi la paura è rappresentata dal nuovo, per il sistema bancario e finanziario la paura è rappresentata dalla perdita del potere.
Perdita dei processi democratici, del potere salvifico delle Costituzioni nazionali, della sudditanza alle Nazioni più forti, dell’accettazione dei disastri finanziari come strutturali, così come gli alti livelli di disoccupazione, la povertà in aumento, gli stipendi più bassi e persino un futuro magari senza pensioni. Si accetta tutto tranne che il cambiamento.

Del cambiamento in Italia ha paura soprattutto la sinistra che ha abbracciato come dogmi la globalizzazione e il dominio delle banche, anteponendo l’avanzata della barbarie finanziaria a qualsiasi ragione popolare. L’ossessione di tenere i bilanci statali in ordine si spiega solo con una fede incondizionata alle ragioni del capitale, altrimenti non si capirebbe l’idealizzazione delle privatizzazioni, il tentativo di cambiare la costituzione, di togliere diritti ai lavoratori, di non tutelare le aziende locali.
Per la sinistra italiana esiste solo il cittadino del mondo, senza faccia, senza storia o cultura che lo possa identificare come appartenente a un luogo. Pronto a spostarsi, a essere precario, a vivere senza Stato. E in quest’ottica, dopo aver tolto il credito agli imprenditori, dopo l’articolo 18 e il job acts, che hanno colpito principalmente il lavoratore privato, bisogna togliere certezze al lavoratore pubblico e poi cominciare a scrivere dei costi dei malati cronici, dei pensionati, dei diversamente abili, niente può essere garantito in questo mondo che si vuole in movimento.

Quello che insegnano le crisi è che la finanza è l’opposto della democrazia. Le case sono ritornate alle banche, i cittadini si sono ritrovati più poveri, mentre chi li ha illusi è diventato più ricco.
Poi ci hanno detto che bisognava sacrificarsi per ricostruire e noi lo abbiamo fatto e coloro che ci avevano illuso hanno continuato ad arricchirsi. E adesso dicono che dopo la crisi viene sempre un nuovo boom economico, perché il capitalismo funziona così, ed è vero. Funziona proprio così, ma lascia tante vittime e pochi reali vincitori e la distanza dalla luce è sempre più ampia.

Funziona proprio così… ma non è l’unico sistema possibile.

Intervista al professor Cesaratto: “La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano”

Di seguito l’intervista al prof. Sergio Cesaratto dell’Università degli Studi di Siena e autore del libro “Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi (e come uscirne)”, Imprimatur, 2016.
L’austerità è causata dal debito pubblico o dai deficit esteri? E questi interagiscono con l’occupazione? Le politiche monetarie e la moneta, le politiche keynesiane e il neoliberismo, il capitalismo, il socialismo e i politici che leggono poco, il ruolo della Germania nel mondo oltre che in Europa e gli Stati Uniti, il professor Cesaratto ha accettato una lunga chiacchierata su questi temi.
In fondo all’articolo l’intervista è scaricabile in pdf.

Professore, a chi si rivolge il suo libro?
A tutti. Naturalmente a chi voglia fare un minimo di fatica. Non solo agli economisti di professione ma anche ai cittadini che in questi anni si sono resi conto che bisognava capire meglio quello che stava accadendo. Il libro si rivolge naturalmente anche agli studenti che scoprono un mondo nuovo, si rendono conto che esiste anche una analisi economica alternativa, poi ci sono i giornalisti, quindi un po’ a tutti direi. Chi si riesce a penetrare di meno sono i politici, un po’ forse perché non leggono, anche se debbo dire che D’Attorre, Fassina, Ferrero o altri magari lo fanno ma lì, nel mondo della politica, è più difficile, non sono abituati a leggere probabilmente.

Lei mi ha nominato tutti politici dell’area di sinistra.
Guardi io non ho tanta fiducia nei politici della sinistra ma ancor meno nei politici della destra per tantissimi motivi, insomma. Non ho fiducia nella maggior parte della sinistra. Totalmente disastrosa, insegue dei principi astratti, si sta allontanando sempre di più dalla gente normale. È elitaria, cosmopolita, fondamentalmente neoliberista.
In Italia non abbiamo nemmeno però la Le Pen che viene da una tradizione francese che vede al centro lo stato, l’intervento pubblico. In Italia abbiamo Salvini che insieme ai suoi economisti di riferimento sono molto liberisti e penso che lui, come anche la Meloni, sia interessato a rimettersi con Berlusconi e ritornare al Governo. Non ho nessuna fiducia politica né nelle loro idee ne in quello che presumibilmente farebbero se fossero eletti al Governo.
Ho pochissima fiducia anche nella cosiddetta sinistra però, come dire, quello è il mio mondo. In ogni caso sono disposto a parlare con tutti.

Torniamo al libro per parlare del sovrappiù, quella parte di produzione che eccede il consumo o i bisogni immediati. Ricardo lo enuncia come contrasto tra capitalisti terrieri e industriali, poi viene ripreso da Marx per diventare motivo del contendere tra lavoratori e capitalisti, perché secondo Marx questi ultimi se ne appropriano togliendolo ai lavoratori che lo hanno creato. Si arriva a Keynes dopo la crisi del ’29 e si passa alla domanda aggregata come concetto macroeconomico di termometro del benessere collettivo, della distribuzione del reddito. Perché se c’è una buona domanda aggregata, cioè se la gente spende, acquista, vuol dire che ne ha la possibilità, che il sovrappiù è stato distribuito a tutti e viene utilizzato spendendo, comprando più beni. Se la spesa si contrae e con essa la domanda aggregata, allora è un sintomo che qualcosa non va nell’economia e nella distribuzione del reddito.
Assolutamente sì.

Monti però in un’intervista alla CNN dichiarò che il suo governo stava distruggendo la domanda aggregata, quindi di fatto cosa voleva fare, aumentare le disuguaglianze?
Beh sicuramente è strutturale all’economia di mercato che, da un lato, chi ha il controllo dell’economia, semplificando i capitalisti, è interessato a che il sistema sia diseguale, quindi salari bassi e profitti alti. Naturalmente, non è che siano sciocchi e in certe fasi sono anche disponibili a ricorrere a Keynes e anche Monti conosce Keynes, ovviamente, e sa anche come stanno le cose.
Sono ricorsi a Keynes per due o tre decenni dopo la 2^ Guerra Mondiale. In quel periodo c’era la sfida sovietica e quindi il capitalismo doveva funzionare, ed essere anche eticamente presentabile, si estese la giustizia sociale, si stimolò la domanda. Quando la sfida sovietica è venuta meno il capitalismo è tornato alla faccia cattiva.
Gli Stati Uniti, ma anche la Cina, hanno adottato politiche Keynesiane per uscire dalla crisi, certo non dal punto di vista della distribuzione del reddito ma comunque hanno fatto spesa pubblica, infrastrutture e quant’altro.
Purtroppo in Europa abbiamo la Germania che è legata tenacemente ad un modello che non sostiene la propria domanda interna ma si basa sull’espansione della domanda negli altri paesi, a maggior ragione se questi sostenendo la propria la domanda interna creano lavoro e occupazione lasciando crescere i salari. In tal modo la Germania guadagna competitività. La Germania è il vero scandalo europeo, il vero impedimento ad una vera unificazione. Senza, forse, l’Europa si sarebbe unificata magari a guida Francese. I francesi certo non sono dei santi, e lo testimonia il loro operato in Libia, però forse con francesi e inglesi ci si ragiona un po’ di più mentre con i tedeschi ragionare è impossibile.

Un’Europa a guida tedesca non sembra un buon affare. Nel capitolo IV del suo libro Lei dice che Mitterand dovette abbandonare l’idea di fare una politica estera accomodante e cooperativa perché i tedeschi non rinunciavano a un mercantilismo spinto. Come ci si difende dagli esportatori di professione, e senza unione monetaria pensa sarebbe più facile?
Certo. La flessibilità del cambio è una forma di difesa. Mettersi con i tedeschi è pericoloso, Federico Caffè (un grande abruzzese!) diceva “mai con i tedeschi”. Anche la Banca d’Italia prima del disastro della guida Ciampi, e con Visco ancora peggio, era contro l’euro. La Germania era un problema anche prima dell’euro, negli anni ’50 perseguiva lo stesso modello appoggiandosi ai cambi fissi concordati nel 1944 a Bretton Woods. Lasciava fare il keynesismo agli altri e lei si lasciava guidare dalle esportazioni.
Subito dopo la guerra di Corea si creò un boom di domanda. Sfruttando le sue capacità tecnologiche, perché anche se l’industria all’epoca era distrutta aveva i suoi ingegneri, il surplus commerciale tedesco raggiunse subito un volume che negli anni ’50 un autore definì grottesco. Quindi la storia è vecchia, la Germania è il problema dell’economia mondiale e non è un paese cooperativo. E non è nemmeno un paese imperiale nel senso buono, quelle di cui ha bisogno il mondo, come gli Stati uniti nel secondo dopoguerra e come lo era l’Impero Romano. Un impero deve dare garanzia di pace e sicurezza e fare da “demand of last resort”, avere quindi un mercato interno che sostenga l’economia mondiale.
Gli Stati Uniti lo hanno fatto e lo fanno, hanno la moneta di riserva per eccellenza e quindi tutti accettano di essere pagati in dollari. Tutti acquisiscono dollari ma vendono nel mercato americano, l’impero deve fare così, la Germania è una pessima potenza imperiale. E’ un impero nel senso più deteriore, non dà una leadership ma opprime.

Quindi il problema della Germania è che vuole solo vendere e non comprare. Lascia fare il keynesismo agli altri perché non è interessato alla propria domanda interna, vuole vendere i suoi prodotti all’estero e se gli altri paesi si sviluppano possono comprargliene di più e questo gli sta bene, ma non si preoccupa nemmeno di deprimerli come fa nel mercato dell’eurozona. Quindi approfitta del presente ma non crea le condizioni per il futuro dimostrando oltretutto di non avere visione e un Paese senza visione non può esercitare una leadership credibile.
Gli Stati uniti possono comprare i prodotti esteri potendo pagare con i dollari, e questo va benissimo. Certo bisogna dire che il capitalismo è una forma economica del tutto irrazionale. La forma economica razionale sarebbe il socialismo che a sua volta ha dimostrato una serie di problemi, è fallito per altre ragioni. È vero che il capitalismo, nella sua irrazionalità, qualcosa ti dà in cambio, è basato sull’egoismo e l’egoismo qualcosa ti porta, fa leva su una parte dell’indole umana non particolarmente encomiabile, cioè l’egoismo individuale. Il socialismo paradossalmente fallisce perché l’egoismo purtroppo viene fuori anche lì, magari c’è la piena occupazione, ma la gente, sicura del “posto”, non vuole lavorare. Un grande problema il socialismo, se dovessi scrivere un altro libro, un altro capitolo lo dedicherei ai problemi del socialismo.
Il problema è che oggi non c’è un’alternativa al capitalismo di conseguenza capire le difficoltà del socialismo è molto importante. Non si capisce perché le vicende umane, il nostro stesso benessere, devono essere guidate da un meccanismo esterno alla nostra volontà e alla nostra ragione, che fanno leva sull’egoismo. Qualcosa di meglio, in fondo, si potrebbe trovare.

Euro sì euro no, mi sembra ci sia indecisione nello stesso mondo accademico. Anche chi come lei non è un fautore della moneta unica non mi sembra proponga una risposta chiara.
Ammetto di sfuggire un po’ a questo problema. L’euro potrebbe cadere se Draghi interrompesse il sostegno ai titoli pubblici attraverso il Quantitative Easing, gli interessi sui titoli italiano risalirebbero a livelli insostenibili e allora dovremmo decidere se uscire o accettare la troika, una deriva Greca quindi, se non peggio. Li sarà la gente a decidere se accettare la troika e finire in una maniera terribile o a quel punto l’alternativa sarebbe affrontare le difficoltà di una rottura con l’euro.
Non lo so se l’euro è destinato a rompersi o meno, comunque vedevo stamattina un articolo su un giornale importante (17 febbraio n.d.r.) che raccontava che le famiglie greche sono oramai al collasso, affidano i figli a istituti di carità.

Qualche economista pensa che una svalutazione dovuta ad un’uscita dalla moneta unica e conseguente ritorno ad una moneta nazionale potrebbe far crollare i salari. Lei cosa ne pensa?
Direi che questi stanno crollando anche adesso e crollano fondamentalmente per due ragioni: la prima è che i salari reali sono diminuiti e in secondo luogo perché c’è disoccupazione. Io non guardo al salario ma guardo al reddito complessivo di una famiglia, se prima lavoravano padre, madre e il figlio maggiorenne, adesso lavora solo la madre (magari ad orario ridotto), quindi il reddito delle famiglie nel suo insieme è crollato. Allora come diceva giustamente Bagnai sul Financial Times, e credo che riprenda il mio pensiero, può darsi pure che la svalutazione, almeno all’inizio, incida negativamente sui salari reali, però se favorisce l’occupazione i redditi delle famiglie aumentano, cioè aumenta il complesso dei salari reali delle famiglie (cioè la capacità di acquisto n.d.r.). Quando riprende l’occupazione, l’ammontare dei redditi che va alle famiglie aumenta.
Se l’economia riprende ad espandersi finalmente riprende, la produttività che adesso langue per mancanza di domanda che a sua volta fa marciare le imprese a ritmi ridotti. Riprende la produttività e poi riprenderanno anche i salari reali.

Quindi non è una svalutazione che provoca una diminuzione dei salari ma la volontà (o la necessità) di volersi sviluppare attraverso le esportazioni, cioè compressione salariale per essere competitivi.
Se vuoi acquistare competitività verso l’esterno devi contemplare anche una diminuzione salariale, può darsi, almeno nel breve periodo, però se riprende l’occupazione riprendono i redditi delle famiglie. Magari il padre lavora, la madre guadagna un po’ di meno di prima, ma lavora a tempo pieno e il figlio magari part time ma lavora, insomma riprende tutto. E non è che questo è un modello “export led”, vuol dire solo che riprendere la competitività esterna ti consente di espandere poi la domanda interna utilizzando la politica fiscale senza incorrere appunto nel vincolo estero. Stai esportando di più quindi puoi anche permetterti di importare di più e abbassare le tasse.

Volendo sintetizzare il suo ragionamento direi così: all’inizio comprimo i salari per essere più competitivo e poter esportare di più. Accumulo soldi per poter spendere e comprare all’estero e quando la bilancia dei pagamenti sarà in equilibrio potrò utilizzare la leva fiscale, cioè potrò abbassare le tasse, per lasciare più soldi ai cittadini da spendere e aumentare così la domanda interna.
No, più che alla diminuzione dell’imposizione fiscale penso a una espansione della spesa pubblica (che ha anche la forma di salario indiretto ovvero di servizi sociali). Circa i salari reali, questi devono assolutamente crescere nel lungo periodo per sostenere la domanda.

Lei parla anche del Quantitative Easing, operazione della BCE attraverso la quale vengono comprati i titoli di stato dei paesi dell’eurozona e quindi anche i BTP italiani. Questa operazione dovrebbe servire a diminuire i debiti degli stati attraverso quello che in contabilità si chiama consolidamento. A marzo sono stati acquistati un totale ormai di 233 miliardi di titoli, verranno quindi consolidati e cioè stracciati e scalati dai 2.228 miliardi di debito pubblico contabilizzato?
Sì, in via di principio è così. Anche se non venissero comprati più titoli di debito pubblico non è che la Banca d’Italia si mette a rivendere quelli comprati. E questo è un consolidamento. C’è anche da dire poi che è vero che si pagano degli interessi su questi titoli ma una parte ritornano indietro al Tesoro.

Sì ma il debito pubblico reale dovrebbe essere più basso di quello indicato, al di là degli interessi pagati o incassati per opera del cosiddetto signoraggio. Una volta ricomprato il debito, i titoli che lo attestavano dovrebbero essere eliminati.
Certo, se la banca centrale appartiene allo Stato, emette liquidità, si ricompra i titoli e quindi li può stracciare. Se ha ricomprato 233 miliardi di titoli questi non fanno più parte del debito pubblico. In realtà la BCE potrebbe ricomprarsi tutto il debito, certo è chiaro che si crea liquidità e non è che questo è senza problemi.

Come dire, si può fare ma va fatto con criterio. Altrimenti la liquidità creata creerebbe inflazione?
Chi possedeva i titoli non è che spenderebbe la liquidità ricevuta, perché chi aveva i titoli li acquistati per investire dei risparmi, impiegando dunque dei quattrini che non aveva intenzione di spendere. Nel momento che li riavesse indietro, evidentemente continuerà a non volerli spendere. Quindi l’idea che si inonda il mercato di liquidità, che la gente spende e si crea inflazione non è fondata. Le persone che non avevano intenzione di spendere dei fondi prima, non li spenderanno dopo.
Certo questo potrebbe portare squilibri a vario titolo. Ci sono rischi sia con il QE americano che con quello europeo perché questa liquidità spesso finisce nei mercati dei paesi emergenti, fondi pensione, fondi comuni, mercati in cui i rendimenti sono più alti. Questo potrebbe portare ad una svalutazione di dollaro ed euro e ad una rivalutazione delle valute di quei paesi che si ritroverebbero monete forti che danneggiano la loro competitività. In più questa abbondanza di liquidità in questi mercati può creare bolle speculative, un esempio classico sono le bolle edilizie. Quindi paradossalmente il nostro Q.E. può essere un problema per i paesi emergenti mentre per noi rappresenta parte della soluzione.

Funzionerebbe meglio per il sistema e a livello macroeconomico se la liquidità immessa col QE fosse utilizzata per acquistare titoli deteriorati o di aziende a rischio fallimento?
Di quali aziende, con quali criteri selettivi… in effetti il QE è stato esteso alle grandi corporation, però qui entriamo un po’ nel libero arbitrio. Di fatto è già stato esteso. Comunque la Banca Centrale potrebbe benissimo intervenire per sistemare le banche a rischio fallimento, comprare i titoli tossici insomma.

Direi che non mi sembra poco. Adottare una soluzione del genere, che quindi mi sembra di capire sia possibile, risolverebbe i problemi di tanti risparmiatori e darebbe più fiducia al sistema bancario. Il QE dimostra, comunque, che è possibile stampare moneta senza necessariamente creare inflazione e rispettando determinati criteri. Che è possibile monetizzare il debito degli stati e che quindi in questo modo il debito pubblico potrebbe essere sotto controllo.
Da un punto di vista keynesiano lo Stato prima spende e poi raccoglie le tasse o i risparmi dei cittadini (se le imposte fossero sufficienti). Però prima lo Stato spende, crea moneta, e da un punto di vista keynesiano deve essere così. Poi quando riscuote le imposte, ritira questa moneta, quindi non è che questa moneta aumenta ogni anno di più proprio perché con l’imposizione fiscale la ritira. Questo è assolutamente vero in generale però qual è il punto, e questo anche per rispondere alle idee della MMT, qual è il limite della spesa pubblica finanziata dalla Banca Centrale attraverso la stampa della moneta? Il vincolo estero!
Vale a dire che, a meno di essere gli Stati Uniti, va benissimo spendere anche facendosi finanziare dalla banca centrale per sostenere la domanda e l’occupazione, ma se cresce troppo la domanda interna questo conduce ad importazioni troppo forti dall’estero e questo comporta indebitamento. La MMT ritiene che si possano pagare le importazioni in lire e questa è un’assoluta falsità, che illude qualche migliaio di persone che seguono la MMT.
Certo possiamo fatturare in lire ma dobbiamo garantire che la lira sia convertibile in moneta di riserva, dollari o monete forti, quindi questo è il limite a cui bisogna stare molto attenti, che non vuol dire che per crescere non ci si possa indebitare con l’estero, però deve farlo entro limiti molto forti.
Quindi è vera una parte dell’affermazione, lo Stato può benissimo spendere finanziandosi presso la banca centrale ma attenzione, un limite c’è insomma.

Si però immagino che questo limite sia più forte nel momento in cui si parli di uno stato debole, con poca capacità produttiva.
Beh storicamente l’Italia, ma anche la Francia hanno incontrato dei limiti.

Non mi sembra che abbiamo avuto storicamente grandi problemi con la bilancia dei pagamenti, direi che siamo sempre stati in grado di affrontare anche le situazioni più drammatiche come le due crisi petrolifere degli anni ‘70.
Possono permettersi di finanziarsi in questo modo Stati Uniti, i paesi di origine anglosassone, forse meno la Gran Bretagna, più il Canada, la Nuova Zelanda, l’Australia perché sono paesi affidabili, hanno un sacco di risorse naturali. La loro moneta è abbastanza accettata anche se sono in disavanzo estero e questo non è sostenibile per tutto il resto dei paesi del mondo. Punto. La MMT può raccontare quello che gli pare e piace, io ho messo sul blog una sorta di settima lezione del libro su questo argomento perché Wray, Mosler e altri scrivono spesso tutto e il contrario di tutto, e con chi usa questo metodo poi è difficile anche discutere.
Io mi sento a disagio con alcuni degli “economisti” che impazzano sul web, spesso improvvisatori e autodidatti. Ci vogliono studi solidi e maestri.

Lascio aperto il discorso esportazioni e capacità dell’Italia di tenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, magari merita un approfondimento. Chi è il più improvvisatore?
Non facciamo nomi

Va bene. Mi chiedo e le chiedo: se è possibile monetizzare il debito, se una banca centrale può comprare titoli degli stati e quindi il suo debito, allora perché non lo fa? Immagino perché tenendo alta la paura del debito pubblico nelle persone, si rendono lecite tutte le politiche di austerity, alta tassazione, calo dei servizi e via dicendo.
L’austerità ha come strumento l’abbattimento del debito pubblico, ma il vero obiettivo dell’austerità è il debito estero. In questo modo i paesi riducono le loro importazioni, quindi una parte del loro disavanzo commerciale, e segnatamente le partite correnti, e cominciano a restituire o comunque non aumentano ulteriormente il loro debito estero. È questo che si vuole tenere sotto controllo.
In un certo senso è anche ragionevole, ma dipende dal contesto. È da ricordare che il debito italiano è piccolo, il debito estero della spagna è molto più grande. Il nostro debito netto è il 25% del PIL, la Spagna il 90%. La Spagna ha un debito privato elevato e un debito estero elevato. In linea di principio è messa peggio dell’Italia. Però siccome la Spagna ha fatto riforme del lavoro più feroci di quelle italiane la Commissione Europea è più accomodante. E questo le permette di fare politiche in disavanzo senza incorrere in procedure per levato deficit, come invece succede a noi.

Professore, ha senso la frase “non ci sono soldi”?
Come dicevamo sopra, se avessimo una banca centrale i soldi ci sarebbero per definizione, con i limiti del vincolo dell’indebitamento estero. Non possiamo pensare di espandere la domanda interna e cominciare a importare dall’estero e indebitarci. I soldi li creiamo noi ma se cominciamo ad importare troppo poi non possiamo pagare utilizzando questi stessi soldi, abbiamo bisogno che ci prestino altre valute, che ci prestino dollari, valute di riserva. Possiamo anche fatturare in lire, certo, ma la gente si confonde, il seguace della MMT dice: noi possiamo fatturare in lire. Certo! Basta però che assicuri la convertibilità della lira. Che chi è pagato in lire possa rivolgersi a quello che una volta si chiamava ufficio italiano dei cambi, una branca della banca d’Italia, che possa cambiare i tuoi soldi in dollari. Ci può essere un po’ di flessibilità ma un po’ di dollari li devi avere.

La MMT considera troppo poco l’importanza delle banche commerciali nella creazione del denaro/credito?
Questo non saprei, ma protendo più per il no. Anzi siamo d’accordo con il fatto che la creazione di credito da parte delle banche vada tenuta sotto controllo se no si creano queste bolle che descrive Minsky che è il loro economista di riferimento e spiega le bolle edilizie o finanziarie che poi si trasformano in crisi conseguenti. Siamo d’accordo che queste attività, la creazione della moneta bancaria, il credito, vadano tenute sotto controllo.

La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano?
Naturalmente.

Pdf dell’intervista:
intervista-cesaratto

ECONOMIA
Parla la senatrice Paola De Pin: “I diktat europei affossano la democrazia, serve un progetto di riforma costituzionale”

Il 15 febbraio 2017 è stato depositato al Senato della Repubblica un disegno di legge di revisione costituzionale d’iniziativa delle senatrici De Pin (Riscossa Italia) e Casaletto (Gal). Dalla lettura dello stesso si deduce che gli obiettivi a cui tende sono sostanzialmente:

-la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale (Sentenze numm. 284/2007 e 238/2014);
-l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione nel 2012;
-la costituzionalizzazione dell’inderogabilità della sovranità monetaria (quindi il suo ripristino);
-il ripristino della sovranità nazionale;
-la costituzionalizzazione dell’obbligo per la Repubblica di perseguire l’obiettivo della piena occupazione;
-la costituzionalizzazione dei limiti all’imposizione fiscale;
-il mantenimento del sistema del bicameralismo paritario ma con l’introduzione di una commissione parlamentare di conciliazione che funzioni attraverso procedure democratiche previste da legge costituzionale. L’approvazione delle leggi avverrà sempre e comunque da parte di entrambe le aule parlamentari in un sistema di bicameralismo paritario, ma con un tentativo di miglioramento del sistema stesso, pur garantendo il ruolo paritario delle due Camere.

Ne parliamo, allora, con la Senatrice Paola De Pin, veneta di Fontanelle (Tv), laurea in Scienze Politiche all’Università di Padova e attualmente in Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani (http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Attsen/00029084.htm). Eletta nel 2013, dal 2016 ha aderito al movimento politico Riscossa Italia.

Senatrice, qual è il filo conduttore di questo progetto di riforma? Cosa si vuole ottenere?
Ritengo opportuno apportare delle modifiche che possano porsi a tutela della democrazia costituzionale, che troppo spesso viene svuotata nella sostanza. I diktat europei, infatti, nella maggior parte dei casi, conducono ad un affossamento della democrazia e ad una finanziarizzazione dei diritti sociali. La Commissione europea è un agglomerato di funzionari politici non eletti che rispondono solo alle istanze dei mercati, capitanate dalle lobby finanziarie e assieme alla Banca centrale europea non fanno altro che accogliere le istanze del Fondo monetario internazionale. Questa ingerenza non fa altro che minare l’autorità della nostra Costituzione che deve essere preservata. Primo passo l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio, un espediente criminale che non consente la crescita e lo sviluppo dei singoli nostri territori: per badare al debito, la crescita, in tutti i sensi, diminuisce. C’è bisogno di una costituzionalizzazione della preminenza dell’interesse nazionale su quello europeo, della inderogabilità della potestà dello Stato sulla moneta; il superamento del sistema “navetta” senza per questo rinunciare al bicameralismo paritario e molti altri punti.

E’ corretto dire che con queste modifiche verrà sancito il principio che la Costituzione italiana, e quindi il popolo italiano, viene prima degli interessi di altri paesi, siano essi europei o meno?
Assolutamente sì. Gli interessi del popolo italiano devono essere l’interesse primario del nostro Stato, indipendentemente dalle tendenze e istanze europee e internazionali. Altrimenti si rischia di fomentare una continua guerra tra poveri.

I cittadini italiani potrebbero intervenire e dire la loro, con la modifica che prevedete all’art. 75, anche sui trattati internazionali. Non potrebbe essere pericoloso? La tendenza europea è quella inversa, cioè che i cittadini debbano essere tenuti fuori dal processo decisionale.
Sono convinta che l’espediente di tener fuori dai processi decisionali i cittadini (chiaramente rinvenibile nel fatto che il Parlamento Europeo, eletto dal popolo, ha compiti davvero esigui rispetto a quelli della Commissione) testimonia quanto il sistema sia marcio e poco propenso alla protezione dei diritti dei singoli. Al contrario si sviluppano quelli che sono “diritti cosmetici”, la grande frontiera della falsa democrazia europea attraverso i quali si esercita una tecnica di controllo sociale che è quella di spostare l’attenzione su argomenti, quali l’utero in affitto, per nascondere quelle che sono le vere problematiche: piena occupazione e diritto al lavoro, libertà di stampa, tutela reale, accesso alla tutela sanitaria e la possibilità, appunto, di poter davvero far parte del processo decisionale.

Ci sono, in questo testo, argomenti molto importanti e oggi di grande interesse. Se fosse approvato si introdurrebbe una sorta di obbligo da parte dello Stato di dare lavoro, crearlo. Si andrebbe dall’enunciazione di un principio alla sua attuazione pratica, ho capito bene?
E’ esattamente ciò che noi di Riscossa Italia intendiamo sancire: la costituzionalizzazione della piena occupazione. Il lavoro non deve essere né merce né sussidio di sopravvivenza, bensì dignità, progresso sociale e pieno sviluppo della persona.

Trovo anche riferimenti alla moneta e alla sovranità monetaria. Viene costituzionalizzato che la Banca Centrale italiana ritorni alle dipendenze di un Ministero del Tesoro. Insomma un ritorno alla situazione pre divorzio del 1981. Quindi potremmo ritornare a controllare i tassi di interesse e anche l’indebitamento dello Stato?
Il nostro disegno di legge prevede l’assoluta inderogabilità della potestà esclusiva dello Stato sulla moneta. Certo per poter portare a termine il progetto occorrerebbe prima di tutto riappropriarsi della nostra sovranità monetaria. Ora come ora, infatti, i flussi di denaro solo in minima parte finiscono nell’economia reale e servono più che altro per far crescere i titoli di Borsa fino allo scoppio della prossima bolla finanziaria. C’è bisogno di finanziare, piuttosto, progetti per la cura del territorio e per farlo occorre riacquistare la nostra sovranità altrimenti si assiste al solito copione che il debito non è uguale per tutti: nessuno chiede il conto agli USA per il loro ingente debito!

Se questa proposta venisse accettata e diventasse la nostra nuova Costituzione, mi sembra di capire, sarebbe incompatibile con l’attuale struttura dell’eurozona, mi sbaglio?
Completamente incompatibile. Sono dell’idea che l’introduzione dell’euro e dei vincoli europei non abbiano fatto altro che indebolire la nostra industria, la nostra capacità di produrre ricchezza e di distribuirla a seconda delle nostre esigenze, insomma il nostro sviluppo. Abbiamo bisogno di regolamentazioni e piani adeguati alla nostra realtà e alle potenzialità economiche del Paese, di soluzioni che ci consentano di sfruttare tutti i margini di manovra per aumentare la produzione, l’occupazione e la crescita.

Sparisce, nel vostro testo, ogni riferimento a equilibrio di bilancio. Sia nell’art. 81 che nel 119. Cioè lo Stato potrebbe tornare a spendere e magari riuscirebbe a ricostruire L’Aquila?
Si, corretto. Restituire la sovranità monetaria all’Italia significherebbe far sì che il nostro Paese non abbia più problemi di budget, se le politiche nazionali sono davvero intese ad incrementare la produzione nazionale. Una soluzione che in aree colpite da grandi catastrofi, come l’Aquila, potrebbe in qualche modo rappresentare un’occasione, se non altro una concreta speranza. Infatti il potere di incentivare le infrastrutture e la produzione locale (cosa alquanto osteggiata da questa UE) già rappresenterebbero un buon punto di partenza.

Ci sono novità anche nel superamento delle lungaggini legislative ma senza snaturare l’essenza della nostra Costituzione, mi riferisco a quello che sarebbe il nuovo art. 75. E direi maggiore controllo sui Decreti legge con le nuove previsioni dell’art. 77.
Noi di Riscossa Italia riteniamo che occorrano serie limitazioni alla decretazione d’urgenza. Il senso dell’apertura verso i decreti legge nella Costituente era pregno di quel concetto di stato di necessità che avrebbe dovuto rendere la decretazione d’urgenza l’estrema ratio. Non si può non ammettere che la decretazione d’urgenza compiuta con la combinazione tra un Parlamento di nominati e l’uso della fiducia per forzare la conversione, abbia stravolto i cardini dell’art. 77 Cost. La fiducia è stata utilizzata per la conversione dei principali provvedimenti di austerità imposti dal “ce lo chiede l’Europa” così travolgendo integralmente la legittimità della procedura in totale contrasto con l’art. 77 Cost.

Modifiche anche all’elezione del Presidente della Repubblica.
Occorre un innalzamento delle maggioranze richieste per l’elezione del Presidente della Repubblica. La nostra riforma prevede 2/3 dei componenti nelle prime cinque votazioni; 3/5 dei componenti dalla sesta alla decima votazione e maggioranza assoluta dall’undicesima votazione in avanti. Viene altresì conferita al Capo dello Stato un’ulteriore attribuzione, cioè la tipizzazione specifica dei poteri di garanzia e di vigilanza sul rispetto della Costituzione, della sovranità nazionale e della democrazia costituzionale;

Un tetto alle tasse all’art.117? Questo potrebbe piacere davvero a tutti gli italiani.
Credo che i cittadini paghino di buon grado le tasse quando come contropartita ci siano servizi di qualità ed efficienti. Invece oggi giorno a mala pena si riesce ad usufruire, per esempio, del servizio sanitario pubblico. E’logico che occorre un tetto all’imposizione fiscale.

Lo Stato, mi sembra, diventerebbe più controllore. Potrebbe essere un freno allo strapotere dei mercati e della finanza, cosa ci guadagna il cittadino?
Il cittadino guadagnerebbe l’abrogazione di tutte le leggi che legittimano la precarietà del lavoro; la fine della pressione fiscale adibita a garanzia dei grandi gruppi industriali e finanziari ed un ritorno alla proprietà statale di attività produttive di beni e servizi e di banche, che garantiscano introiti economici pubblici. Così come anche Il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione, alla cultura ed allo sport che sono oggi duramente messi in discussione dalle politiche dei vari governi borghesi.

Il DDL è scaricabile dal sito del Senato della Repubblica qui:
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01007655.pdf

Se gli Stati tornassero a emettere moneta secondo il fabbisogno reale della comunità

Possono finire i soldi? Dopo il 1971 la moneta non è più legata all’oro. Per avere più denaro non è più necessario scavare delle miniere e trovare oro che garantisca l’emissione di ulteriore moneta.

In questo video vediamo che il presidente degli Stati Uniti di allora, Richard M. Nixon, dichiara la fine degli accordi di Breton Woods che erano stati voluti dopo la conferenza nell’omonima località che diede il nome al Trattato e che vedeva il dollaro ergersi a moneta mondiale.
Il dollaro, appunto, diventava convertibile in oro e tutte le monete mondiali convertibili in dollari, si proclamava in pratica la supremazia monetaria degli USA e che per avere un pezzo di carta in più dovevi scavare un buco alla ricerca di oro perché serviva un sottostante (concetto del resto non nuovissimo).

Dal 1971 e a seguito della dichiarazione di Nixon, che tra l’altro chiama temporanea ma diverrà la regola, la moneta diventa moneta ‘fiat’, cioè come nella Bibbia viene detto ‘fiat lux’ e fu luce, così doveva succedere per la moneta, creata dal nulla. Senza sottostante o collaterale, insomma, ma solo strumento di politica economica di uno Stato.
Per avere moneta uno Stato non avrebbe mai più avuto bisogno di miniere e di ricercare metallo prezioso, ma bastava un ragionamento mirato in relazione agli scopi che si era dato di aumento del benessere dei suoi cittadini. Un evento epocale che doveva cambiare gli schemi del mondo.
Sono passati 45 anni da quella dichiarazione ma ancora sono in tanti a non rendersi conto di quanto successo e di come la moneta dovrebbe o potrebbe funzionare. Forse perché chi ha saputo cogliere l’occasione l’ha ben sfruttata per raggiungere altri scopi rispetto al benessere generalizzato. Infatti ha saputo sfruttare un’opportunità per tutti in ricchezza per pochi, iniziando da lì a poco la trasformazione del capitalismo in capitalismo-finanziario, cioè il denaro diventa non solo merce scarsa di nuovo ma addirittura mezzo fine a se stesso.
Si crea denaro dal denaro attraverso il debito, si privatizza la produzione della merce denaro e la si fa circolare nella quantità giusta (cioè poca) perché ce ne sia sempre bisogno e si sia sempre alla disperata ricerca di essa (insomma come se ci fosse l’oro dietro, vedi eurozona per l’esempio migliore, ma con la possibilità di controllare la miniera, cioè l’ente emettitore, le banche centrali).

Il lavoro diventa non più il mezzo per assicurare la sopravvivenza all’interno di una società o anche il mezzo attraverso il quale ci si possa approcciare con dignità alla soddisfazione dei propri bisogni nel rispetto degli spazi altrui, ma uno dei termine della nuova schiavitù. Anche il lavoro diventa scarso, sufficiente ad assicurare la sopravvivenza, che non dà più dignità alla partecipazione ma solo un altro mezzo per procurarsi la moneta necessaria a pagare le tasse, da contendere ad altri lavoratori sulla base della concorrenza indotta dalla necessità.
Ogni banconota, moneta, impulso elettronico in circolazione rappresenta un debito perché emesso dietro la necessità della restituzione. Le nostre società si nutrono di debito e pretendono di sfamarsi con pezzettini di carta colorata.

Sono passati 45 anni ma ancora molti non se ne rendono conto e siamo costretti a riparlarne. Professori, accademici che ancora impostano ragionamenti economici come se il 1971 non ci fosse mai stato e studenti che imparano ad applicare formule sull’inesistente.
La moneta legale viene creata da una Banca centrale che rappresenta lo Stato, e tanto tempo fa in Italia rappresentava e dipendeva dal Ministero del Tesoro. Lo Stato ha il potere di decidere quanta moneta ci debba essere in circolazione e il suo sforzo non è quello di creare la moneta, che oggi nemmeno si stampa più, ma di decidere quanta ne sia necessaria nel sistema economico. Nel caso attuale mi sembra evidente ce ne sia troppo poca per cui se l’Italia fosse sovrana, cioè potesse decidere senza Eurosistema alle spalle, creerebbe semplicemente la quantità necessaria per ricostruire, ad esempio, le cittadine distrutte dal terremoto.

Chiediamoci quanto denaro è stato creato per salvare le banche negli Usa dopo il 2008 e confrontiamolo con i quattro soldi di cui adesso avremmo bisogno adesso in Italia. Qualche economista di scuola liberista e quindi chiaramente disinformato o in mala fede direbbe comunque a questo punto che non si può stampare moneta, che immettere moneta ha un costo e infine parlerebbe dell’inflazione. Si potrebbe semplicemente rispondere che dal 2008 in poi negli USA, in Gran Bretagna e poi in Eurozona sono stati creati migliaia di miliardi ed in quest’ultima senza quindi tener conto di altro, con il Quantitative Easing quasi 2.000 miliardi ma continuiamo a rimanere in deflazione. Quindi stampare moneta di per se non crea inflazione. E non la crea in nessun sistema che ne ha bisogno. Quando la moneta serve, ha un’utilità, non crea problemi né tantomeno inflazione.

La moneta di per se è un pasto gratis, dipende tutto da chi ha il potere di crearla perché la moneta è uno strumento in mano ad uno Stato, è una questione politica e giuridica prima che economica.
Allora perché mai questo ragionamento non funziona? Perché non ci permettono di spendere nemmeno quando serve? Perche Draghi stampa insieme a tutti i suoi colleghi delle Banche Centrali e noi continuiamo ad essere in deflazione e vivere una continua e disastrosa mancanza di soldi. E perché nonostante la verità venga detta da coloro che veramente controllano il denaro e il potere (http://www.ferraraitalia.it/debito-e-moneta-le-leve-per-sbloccare-la-crisi-116322.html), noi continuiamo ad ascoltare gli urli di Giannino oppure a tollerare l’arroganza di un Marattin?

La risposta sta nel fatto che se la moneta fosse alla portata di tutti, cioè sufficiente per le esigenze reali delle persone, allora non ci sarebbero le storture del nostro sistema che accentra la ricchezza nelle mani di pochi, che saranno sempre di meno. La moneta non è un bene e tecnicamente vale la carta sulla quale è stampata e come detto sopra sarebbe possibile crearne a sufficienza. Ma se lo facessero allora sarebbe democratica, le aziende tornerebbero a funzionare, gli operai a lavorare, gli ospedali potrebbero essere pubblici e funzionare benissimo così come le pensioni e gli enti pubblici che le erogano. Le autostrade potrebbero funzionare senza essere privatizzate e non si parlerebbe di vendere ne l’acqua ne le condutture che invece potrebbero essere adeguate e perfettamente funzionanti benché di proprietà dei cittadini.
Se lo facessero saremo liberi di immaginare un futuro, pulito e green. Ci sarebbero vaccinazioni e medicine per tutti i tipi di malattie, fornite dallo Stato e anche per gli africani che non dovrebbero più chiederci 9 euro al mese di elemosina televisiva. E le televisioni senza pubblicità in mezzo ai cartoni animati e la nonna potrebbe sorridere un po’ di più quando le arriva un nipote.

E perché le persone non comprendono tutto questo? Non ho una risposta assoluta ma un’idea me la sono fatta. Ovviamente l’informazione giusta bisogna cercarla, le interviste che ho citato all’inizio non hanno mai occupato spazio nei Tg nazionali e tantomeno se ne è parlato dalla Gruber o dall’Annunziata. In questi luoghi si parla della corruzione o degli stipendi dei parlamentari o della Raggi. E poi bisogna considerare che in Occidente e in Italia c’è ancora tanto benessere e non si può fare prevenzione perché non c’è visione del futuro. Anzi, questa è stata sostituita dal presente nella sua totalità per cui si “naviga a vista” e si mettono le toppe. Le ricette piacciono se sono difficili e magari poco comprensibili in modo che si possano delegare ad altri e lavarsene le mani. La ricchezza degli italiani ammonta a circa 9.000 miliardi, il che significa che ancora tanti stanno bene. Usufruiscono di seconde o terze case, terreni, beni mobili o stipendio decente per cui riescono anche a tenersi i figli trentenni a casa, cosa che loro, invece, non potranno fare.
Per adesso falliscono piccole banche e cominciano a volatilizzarsi piccoli patrimoni di tanta brava gente ma ancora pochi perché si possa trovare una solidarietà generalizzata. Si attacca un pezzo alla volta fino a quando quei 9.000 miliardi scompariranno e pochissimi gestiranno milioni di persone che lavoreranno per un tozzo di pane, solo allora ci potrà essere un risveglio ma sarà troppo tardi.

Debito e moneta, le leve per sbloccare la crisi

Uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi decenni e che ha determinato la situazione attuale di crisi perdurante, sia in termini prettamente economici che anche di valori, è la privatizzazione dell’emissione monetaria con la quale si è sostituita la moneta con il debito. Cioè lo Stato ha rinunciato sempre di più al suo potere di emettere moneta e bilanciare così il rapporto tra i beni in circolazione e lo strumento per farli girare. Oggi siamo un po’ alle strette per cui potrebbe essere logico cominciare a fare un discorso inverso, cioè sostituire il debito con la moneta.
All’atto pratico quanto sta facendo la Bce di Draghi va in questa direzione, infatti sta comprando Btp, cioè debito degli Stati, dietro moneta che però non è direttamente destinata ad attività economiche reali e per questo non ce ne stiamo accorgendo più di tanto.
Questa operazione portata avanti per un certo numero di anni potrebbe persino portare alla sparizione dei debiti pubblici con conseguente fine dello stress a cui siamo sottoposti per rispettare uno dei parametri di Maastricht, Psc e Fiscal Compact ovvero che il debito pubblico di uno Stato deve essere compresso fino a raggiungere il 60% del rapporto con il Pil.
Considerando che la Bce, in realtà Bankitalia, sta ricomprando circa 8 miliardi di euro di debito pubblico sotto forma di Btp al mese che vuol dire poco meno di 100 miliardi all’anno e considerando ancora che i Btp da ricomprare sono circa 1.700 miliardi, possiamo facilmente calcolare che se questa operazione durasse 17 anni sparirebbe il nostro debito pubblico, quella parte diciamo così “pericolosa” per i motivi spiegati in uno dei miei ultimi articoli (la speculazione sui Btp).
In tutto questo per avere chiara la situazione bisogna considerare che una Banca Centrale non può finire i soldi, come ha detto lo stesso Draghi, ed è un’istituzione che può operare in negativo, senza obblighi, perché i soldi che crea non deve ridarli a nessuno.
Il punto è che se togli qualcosa senza immettere niente si è al punto di partenza. Convergere al 60% del debito pubblico o eliminarlo non crea di per sé più moneta e non aumenta la sua quantità in circolazione rimettendo in moto gli scambi, quindi ci sarebbe bisogno di spesa reale dello Stato, un abbattimento dell’altro parametro, quello del 3%.
E come riferimento ci dovrebbe essere la crescita e non il rapporto deficit-pil, crescita al 3% o al 6% al quale fare riferimento e quindi spendere fino a quando si raggiunga quel livello. Per ulteriore chiarezza, quando lo Stato commissiona un’opera pubblica immette moneta nel circuito perché paga quel lavoro, se abbassa l’Iva aumenta gli scambi con conseguente necessità di aumentare la produzione dei beni in circolazione e soprattutto lascia più moneta in circolo e quindi non frena lo sviluppo e l’economia in generale.
Togliendo debito si tolgono dalla circolazione anche un po’ di interessi sui quali contano i vari fondi e anche le famiglie che detengono titoli di Stato e in generale chi lavora su questo. Il tutto però sarebbe benefico per l’economia reale in generale grazie alla conseguente crescita e ad una migliore distribuzione del benessere non più legato al debito e agli interessi di pochi. Perché questo sia possibile, ovviamente, necessità di controllo e l’unico che possa farlo è uno Stato nel pieno delle sue funzioni, sovrano e che utilizzi democraticamente i suoi poteri nell’interesse generale.
In questo contesto probabilmente l’informazione sulle dinamiche macroeconomiche sarebbe di importanza basilare. I giornali dovrebbero amplificare al massimo tali informazioni, una su tutte: l’intervista a Mario Draghi in cui sorridendo ammette che la Bce non può finire i soldi (leggi). Ma anche quella in cui Ben Bernanke (Governatore Federal Reserve) ammette che per salvare l’Aig non si sono usati i soldi dei contribuenti ma si è semplicemente cliccato su un tasto (leggi), e poi Sir Marvin King (Governatore Banca Inghilterra) che informa che la maggior parte della moneta in circolazione è creata dalle banche commerciali, quindi moneta privata per scopi privati.
Tali informazioni dovrebbero trovare più spazio sui media in modo da creare consapevolezza rispetto a frasi del tipo: non ci sono soldi! e aiutare poi anche a comprendere che il problema è come è stato disegnato il sistema monetario attuale che dopo aver abbandonato come collaterale l’oro nel 1971, cioè dietro una moneta non c’è più oro ma aria fritta, ha cominciato ad usare come collaterale il debito.
Ogni moneta in circolazione rappresenta il debito di qualcuno e prima o poi deve ritornare alla base, per comprenderlo bisogna sempre guardare il sistema in grande, non al proprio portafoglio. Ragionare per un momento macro, in modo da spiegarsi il perché ci sono le crisi e perché la vita in fondo è tanto problematica. Capire il sistema nel suo insieme aiuta a migliorarlo mentre affrontare i problemi in maniera separata e parziale aiuta la confusione e a far sì che le crisi persistano.

I cittadini fanno “oh”: intervista a Giuseppe Povia

In un mondo sempre più oscuro bisogna stare attenti a quelle fiammelle che fanno un po’ di luce e aiutano a squarciare le tenebre. Giuseppe Povia è una di quelle fiammelle, un artista che rema controcorrente, che racconta argomenti difficili e non per tutti immediatamente comprensibili. Non per colpa loro certo, decenni di informazione distorta hanno creato quello che si chiama ‘pensiero unico’. Un solco difficile da lasciare eppure oltre questa strada dritta esistono campi di libertà, di pensiero, di vita inesplorata.

Giuseppe Povia
Giuseppe Povia

Il 17 febbraio 2017 Povia, invitato dal Gruppo Cittadini Economia insieme a Emmaus (San Nicolò – Fe) e con il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà in Sala Estense, Piazza Municipale di Ferrara, dalle ore 21:00. Che tipo di serata sarà? Diversa, coinvolgente, musicale, un po’ recitata e un po’ dialogata partendo dalle parole dei testi delle canzoni di Povia e proseguendo con i grandi temi dell’economia, della moneta e della crisi, sotto forma di teatro civile, già collaudato dal Gruppo Economia in altre esperienze, ultima quella del 21 settembre scorso (vedi). La serata sarà ad offerta libera.
Per i dettagli e le prenotazioni clicca qui.

“Chi comanda il mondo, c’è una dittatura…” la dittatura di cui tu canti, ed io scrivo spesso, è quella dei mercati finanziari e dei grandi poteri finanziari. Secondo te quale è la loro forza, come riescono a muovere i destini del mondo e a rimanere impuniti?
Una volta i dittatori avevano un volto e sapevi a chi fare il processo. Oggi ci sono tante entità che dominano il pianeta. Chi muove più finanza controlla più parti di mondo. Queste sono riuscite a rendere legale l’illegale e lo hanno fatto in modo molto semplice: hanno preso il controllo della cultura e dell’ignoranza.
Le costole più importanti sono: 1. il dominio della moneta, 2. i media, 3. le leggi, 4. l’istruzione, 5. la politica asservita e 6. la Magistratura. Se piloti queste 6 cose, porti i popoli e le nazioni dovunque vuoi. L’unica soluzione è la consapevolezza, l’informazione non basta più

Cosa ne pensi di questa continuo martellamento di andamento delle borse, dei mercati in fibrillazione, delle azioni che salgono e scendono. Sono davvero necessari alla nostra esistenza o magari potremmo vivere anche senza?
Le borse creano solo allarmismo inutile. E’ un casinò finanziario virtuale. Se qualcuno vince, vuol dire che qualcun altro perde. Se c’è un segno + da una parte, vuol dire che ci sarà un segno – da un’altra parte e viceversa. Salgono e scendono e non spostano di molto. Quello che conta sono i beni reali, l’economia concreta, la gente. Certo è che se gli “addetti finanziari” riescono a convincere le persone a investire e a rischiare, si può arrivare a perdere tutto, come al casinò appunto. Come nella crisi finanziaria 2007-2008, partita dall’America (per esempio con i cdd, Credit Default Swap, pacchetti finanziari tossici) che ha messo in ginocchio soprattutto milioni di famiglie

Immagino che quel bambino di cui parli nel brano “chi comanda il mondo” sia la coscienza delle persone che prima o poi si risveglierà e andrà alla ricerca di amore, di vita, di relazioni. Un po’ come uscire dalla massa, abbandonare il pensiero unico e ritornare a vivere di bisogni reali.
Non posso che rispondere sì. La consapevolezza!

“Essere consapevole che prima dei 30 anni ti vorresti realizzare e poi non essere fra quelli che ripetono duemila volte ‘non cambia niente’”. Anche qui è un invito a darsi importanza, ognuno di noi può fare la differenza e la cosa più deleteria è quella di convincersi di non essere importante, di non poter fare la differenza.
E’ retorico dirlo ma siamo bombardati da migliaia e migliaia di armi di distrazione e divisione di massa. Niente altro da aggiungere se non quanto detto prima

Nei brani “La soglia del 3” e “Il debito pubblico” fai un po’ una lezione di economia. L’importanza dei numeri in questo sistema, numeri che prendono il sopravvento sull’essere umano e arrivano a impedirti anche la normale vita quotidiana: “tu ragazza ti vuoi innamorare ti vuoi sposare e vuoi la felicità ma questo Stato non ti aiuterà”. I fogli di bilancio prendono il sopravvento e vengono prima dei bisogni delle persone, decidono per noi e nel caso del 3% impediscono allo Stato di spendere, cioè impediscono alle persone di avere servizi, vedere ricostruite le loro case dopo i terremoti, ecc. ecc..
Abbiamo una Corte Costituzionale che con la sentenza 275/2016 ha detto chiaramente: “E’ la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”. Lo dice ma passa inosservato perché il popolo non sa, non è al corrente. E poi ci sono i trattati europei che vincolano i poteri dello Stato (quel poco che c’è rimasto dello Stato). Per ricostruire un paese distrutto dal terremoto basta un clic con 9 zeri dal computer della banca centrale. Tutto si trasformerebbe in mattoni, beni, servizi, cantieri, mense, muratori, carpentieri, stipendi. Oggi siamo allo 0, zero di inflazione, quindi qualche punto non farebbe male a nessuno (parole di premi Nobel per l’economia come Stiglitz, Krugman, o economisti come Bagnai, Rinaldi, Borghi, Siri, Mosler, Forstater, Parguez etc.)

Ho citato quella sentenza in un mio articolo poco tempo fa e penso come te che le si dovrebbe dare più importanza. Un’altra tua frase è “lo Stato migliore ad ognuno la sua terra soldi pace e libertà”.
Ma sì dai, ognuno vorrebbe vivere bene a casa sua. Andare a vivere in un altro paese dovrebbe essere un piacere, una curiosità, un’esperienza, non una forzatura o una costrizione

Invece nel brano “era meglio Berlusconi” ne hai un po’ per tutti: Pd, Lega e 5 Stelle. La parodia del vecchio comunista che non vedeva niente altro che la potenza della falce e del martello, ma che di fronte a tanto sfascio culminato nei governi Monti, Letta e Renzi, riconosce persino che si stava meglio con Berlusconi. Come dire, alla fine ci sveglieremo tutti. È un messaggio di speranza in fondo.
La sinistra e coloro che hanno fatto finta di sostenerla perché gli dava (e gli dà) da lavorare, ci ha massacrato le scatole per vent’anni con Berlusconi, per poi sfasciare la nazione in pochi anni. Dal 2011 è accaduto di tutto: disoccupazione a due cifre, attentati terroristici frequenti, immigrazione incredibile, delocalizzazione di aziende, deindustrializzazione galoppante e tanto tanto altro. Quindi sì: si stava meglio quando si stava un po’ meglio.

“Io non sono democratico” sembra voler dire che non accetti una democrazia imposta dall’alto e che assume criteri distintivi in realtà davvero poco democratici. Quindi non sei democratico in questo senso?
Il brano significa che siamo sotto una dittatura finanziaria e culturale travestita da democrazia per polli allevati. Io sarei anche democratico ma non se vedo ingiustizie sociali di ogni tipo.

“Job act” è invece un attacco alla precarizzazione del lavoro. A quell’opera direi iniziata con Treu, Maroni-Biagi, Fornero-Monti. E poi cerchi di spiegare a Matteo (Renzi) che è inutile dire di aver abbassato le tasse in un sistema costruito apposta per impedirlo. Del resto basterebbe conoscere un po’ i saldi settoriali oppure guardarsi le tabelle del Def per capire che quando le entrate generali dello Stato sono superiori alle uscite generali non esiste abbassamento delle tasse. Diciamo piuttosto che quello che fanno i governi e togliere oggi da una parte e mettere dall’altra. Un giochino a somma zero. Tolgo l’Imu, ma alzo l’Iva, per esempio.
Il portafoglio è il vero e unico problema, anche se so che a molti purtroppo arriva ancora male. Se io esco senza soldi non posso comprare da mangiare. Al contrario sì. L’Italia non ha il portafoglio e cioè la propria moneta, come ad esempio la Polonia. Quindi ogni politico può solo essere bravo o meno bravo a fare le pulizie, come una governante quando mette a posto una casa. Tutti hanno percepito questo e hanno nostalgia della lira ma molti hanno paura e quindi credono che uscire dall’euro voglia dire: catastrofe. Se fossimo tutti consapevoli invece…

Senti Giuseppe, sei felice? Rifaresti la scelta di autoescluderti dallo star system solo per dire la verità? A chi interessa la verità?
E’ una strada troppo appassionante e per ora mi piace tanto. Fa parte di un percorso che, non so, è arrivato a questo punto. Felice a volte. La verità è diversa per ognuno ma i dati di fatto quelli no, quelli dovrebbero interessare tutti. Se non fosse per quella piccola seccatura che si chiama ‘potere’ che distrae i popoli…

Salutiamo per ora Giuseppe Povia dandogli appuntamento il 17 febbraio a Ferrara, dove sarà possibile fargli domande e dialogare direttamente con lui.
Ricordiamo che il suo CD è autoprodotto, per ordinarlo bisogna scrivere a ufficiostampa@povia.net o acquistarlo ai concerti, per esempio a Ferrara.

Guarda il video di “Chi Comanda il Mondo ”

Oltre il capitalismo
La moneta da dieci euro per ricostruire l’Italia terremotata

da Fabio Conditi, Presidente dell’Associazione Moneta Positiva

Venerdì 4 novembre 2016, nell’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati a Roma, si è svolto il convegno dal titolo “Banche e creazione di moneta”, nel quale sono stati invitati come relatori sia Antonino Galloni, che è di recente venuto a Ferrara a presentare il suo nuovo libro “Economia alcalina e moneta. Possiamo andare oltre il capitalismo?”, che Fabio Conditi, il Presidente dell’Associazione Moneta Positiva che ha organizzato nella Sala Estense, il 23 settembre 2016 ed insieme al Gruppo Cittadini Economia di Ferrara, l’incontro “Si possono creare soldi per i cittadini” che ha avuto un buon riscontro di pubblico.
Il tema è stato proprio quello di quest’ultimo spettacolo, l’analisi di come le banche creano la maggior parte del denaro che usiamo e di come lo Stato dovrebbe usare la sovranità monetaria che ha ancora, per immettere denaro nell’economia reale, in modo da risolvere i problemi legati alla crisi economica.

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Nino Galloni ha ripercorso la storia della moneta, per arrivare a dimostrare che in fondo da secoli non è cambiato nulla, partendo dalle “Lettere di cambio” dei Templari, alle “Note di Banco” degli orefici del 1300 e dalle banconote delle prime Banche Centrali, lo strumento monetario si è sempre evoluto per cercare di sganciarsi il più possibile dall’oro che costituiva il suo sottostante. Fino ad arrivare al 1971, quando fu dichiarata la fine del collegamento tra la moneta e l’oro, decretando l’inizio di una moneta completamente “fiat”, il cui valore era dato su base completamente fiduciaria. Ma la moneta fiduciaria può essere emessa da chiunque, nel dopoguerra il nostro paese ha utilizzato varie forme monetarie fiduciarie, le cambiali o gli assegni post-datati, che hanno permesso al paese di diventare la 5° potenza a livello mondiale. La moneta emessa dalle banche è sempre di tipo fiduciario, ma mentre la cambiale era garantita da chi la emette, la moneta elettronica bancaria è garantita da chi la riceve.

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Fabio Conditi ha fatto un intervento diviso in due parti, la prima per capire chi crea il denaro e come lo crea, la seconda per dimostrare che lo Stato ha ancora la sovranità monetaria e proporre soluzioni concrete e realizzabili per crearla ed utilizzarla per conto di tutti i cittadini.
Una delle sue proposte è stata quella di far coniare dallo Stato una moneta da 10 euro per la ricostruzione dopo il terremoto, con un quantitativo pari a 5 miliardi di euro, che non aumenta il debito pubblico e non comporta il pagamento di alcun interesse.
Complimenti comunque agli organizzatori che hanno portato questi temi così importanti e decisivi nelle stanze delle istituzioni ed hanno permesso un confronto veramente all’altezza degli importanti argomenti trattati.
Ecco il video integrale:

L’intervento di Fabio Conditi:

Mercoledì 9 novembre 2016 alla Sala della Musica di Ferrara, alle ore 20,45, il presidente dell’Associazione Moneta Positiva Fabio Conditi illustrerà questa esperienza e presenterà la proposta Moneta Positiva in modo dettagliato, dando la propria disponibilità a domande ed interventi da parte del pubblico.
L’ingresso è libero e gratuito.
http://monetapositiva.blogspot.it/

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NOTA A MARGINE
Sovranità e moneta in mano ai cittadini: la proposta di Moneta Positiva

Del Quantitative Easing for the People nell’ultimo periodo si sono occupate molte testate giornalistiche, da Il Manifesto a La Repubblica, passando per l’Itforum di Rimini fino addirittura alla Bce. In realtà è un argomento che da parecchio tempo sta proponendo in Inghilterra Positive Money, una delle diramazioni più attive del Movimento Internazionale per la riforma Monetaria (Immr International Movement for Monetary Reform) che vede rappresentanze in 28 paesi non solo europei e di cui l’associazione Moneta Positiva Italia ha raccolto il testimone. Fabio Conditi (ingegnere e autore del libro “Manuale in 12 passi per uscire dalla crisi”) è l’attuale Presidente del movimento italiano che ha aperto un sito internet collegato alle altre realtà internazionali (www.monetapositiva.it). Dato che l’Immr è stato il primo movimento a parlarne sembra anche giusto spiegare che cosa esso sia.

L’Immr, e la sua rappresentanza italiana Moneta Positiva, propongono una riforma del sistema monetario che passa attraverso tre punti principali: 1) uno Stato deve avere la sovranità monetaria in modo da controllare la quantità di denaro da immettere nel circuito economico e la sua destinazione; 2) il denaro creato deve essere libero dal debito e di proprietà della collettività, piuttosto che creato e gestito dalle banche; 3) il denaro creato deve essere destinato all’economia reale, cioè quella che dà da mangiare alla gente, non ai mercati finanziari.
Sono concetti semplici, facili da digerire e contemplano fondamentalmente il controllo delle banche e della loro attività di elargizione del credito. Questo perché il credito oggi ha ampiamente sostituito la moneta legale, quella che viene creata dalla Banca Centrale, in un rapporto che va dal 93 al 97% a seconda degli Stati contro un misero 3-7%.
Per essere ancora più chiari su come funziona il credito/denaro bancario possiamo fare l’esempio di quando ci si reca in banca per chiedere un mutuo. La banca ci chiederà delle garanzie e poi digiterà la cifra richiesta su un computer accreditando la somma su un conto corrente intestato al mutuatario. La banca non ha bisogno, per concludere questa operazione, di avere delle banconote (se non in una minima parte, pari alla riserva obbligatoria dell’1% sui depositi), cioè moneta legale, e chi richiede il prestito non si recherà in banca con la valigetta dotata di combinazione perché sa benissimo che non riceverà contanti. Quando si recherà dal notaio per la compravendita di una casa o in concessionaria per ritirare la sua auto nuova fiammante, non farà altro che effettuare un trasferimento di fondi, dal suo conto al conto di chi vende (bit elettronici che scompaiono da una parte e riappaiono dall’altra): insomma un sistema di compensazione che funziona fino a quando chi ha richiesto il prestito si recherà mensilmente in banca a restituire il suo debito attraverso il deposito di soldi reali venuti dal suo lavoro, più gli interessi che rappresentano il guadagno della banca per aver schiacciato un tasto.
Sudore, impegno e inventiva in cambio di un click sul computer. Del resto proprio la mancanza di collaterale, a fronte di prestiti effettuati, rende il nostro sistema bancario continuamente a rischio fallimento. E per togliere tutti i dubbi a quanto affermato possiamo aggiungere che Basilea III, l’ultimo accordo europeo in tema di banche e prestiti, prevede un capitale, come collaterale di un prestito elargito, pari all’8% del rischio di credito. Rischio che per un mutuo residenziale è quantificato nel 35%. Cioè se chiedo un mutuo di 100.000 euro, moltiplico l’8% di 35.000 euro e ottengo 2.800 euro. Questo è il capitale che una banca deve dimostrare di possedere per poter concedere un mutuo, quindi non avete più bisogno di chiedere perché una banca può fallire.
Senza perdersi tra i meandri delle contabilità e dei molteplici monumentali regolamenti bancari, l’analisi di Moneta Positiva conclude che le cause delle crisi del sistema economico sono dovute a come il denaro viene creato dal nulla dalle banche con i prestiti: le banche prestano qualcosa che non hanno, pretendono un interesse, danno linfa al sistema finanziario, decidono quando, come e se fare prestiti all’economia reale e poi, se non paghi qualche rata, si riprendono anche la casa. Se, invece, falliscono chiedono allo Stato di tappare i buchi con i soldi della collettività perché se fallimento c’è stato la colpa è anche del cittadino che non è stato attento a controllare.

Spiegato il messaggio di Moneta Positiva e dell’Immr, torniamo al Quantitative Easing for the People; anche qui il concetto in fondo è molto semplice. Forse la sua semplicità lo rende a volte poco accettabile. Del resto come si fa a far passare il concetto dopo che la Banca Centrale Europea ci ha costretto all’austerità per più di sette anni, durante i quali il mantra del “non ci sono soldi” ha portato al suicidio numerosi imprenditori, fatto chiudere aziende che hanno dovuto licenziare tanti dipendenti, peggiorato continuamente i servizi e portato a tal disperazione i Comuni da dover ricorrere alle pecore per far brucare l’erba intorno alle città in sostituzione dei tagliaerba. Dopo tutto questo, come accettare che la Bce, schiacciando semplicemente un po’ di tasti, potrebbe darci dei soldi direttamente nei nostri conti corrente?
Sarebbe da pazzi in effetti crederci se a dirlo non fosse stata proprio la Bce nella persona di Peter Praet, membro del Consiglio Direttivo, in un’intervista rilasciata il 15 marzo scorso a “La Repubblica” e postata in versione integrale anche sul loro stesso sito (qui potete trovate tutti i link e gli stralci dell’intervista http://qe4people01.blogspot.it/2016/03/quantitative-easing-for-people.html).
Ebbene, esiste la possibilità concreta che una Banca centrale dopo averle tentate tutte, anche i tassi negativi di questi giorni, possa lanciare questa operazione. In fondo, a pensarci, il discorso non è poi tanto assurdo, per spiegarlo utilizzo un esempio molto calzante che ho ascoltato da Giovanni Zibordi (autore di “La soluzione per l’euro”) qualche tempo fa: un corpo umano per poter funzionare ha bisogno di sangue altrimenti si ferma, così l’economia per poter funzionare ha bisogno di soldi, moneta che circoli, altrimenti va in crisi e si bloccano produzione e transazioni, quindi se c’è mancanza di moneta/sangue ne va immessa in qualche modo. Lavori pubblici, assunzioni da parte dello Stato o abbassamento delle tasse, e se non funziona si crea denaro e lo si immette direttamente nei conti corrente. L’importante è raggiungere lo scopo: rimettere in moto l’economia, far ripartire le transazioni.

Nella realtà vera, dopo aver compreso che l’operazione è possibile ed è alla portata di una Banca Centrale, quello che probabilmente succederebbe – secondo l’economista – è che l’assegno sarebbe staccato non per i cittadini direttamente, ma per lo Stato, a cui sarebbe fornita la liquidità necessaria attraverso l’apertura di un conto corrente a esso intestato. Lo Stato, a sua volta, farebbe confluire i soldi nel sistema attraverso una serie di operazioni che potrebbero andare da una seria riduzione delle tasse (immaginate se scomparisse l’iva quanto i consumi potrebbero aumentare) a un impegno di lavori pubblici (magari non il ponte sullo Stretto di Messina, ma tanti lavori necessari sui territori come riqualificazione energetica dei fabbricati, messa in sicurezza dei territori stessi).

Rimaniamo in attesa degli sviluppi con la certezza che le politiche economiche attuate finora non hanno dato frutti e che senza un po’ di coraggio dei nostri rappresentanti politici, associato ad altrettanta consapevolezza da parte dei cittadini su cosa realmente sia possibile in economia, continueremo a vivere di promesse disattese, Pil stagnante e livelli di disoccupazione indegni per un Paese civile.

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I nostri risparmi sono al sicuro?

Crisi economica, crisi monetaria e collasso del sistema bancario. Gli italiani protestano e chiedono garanzie allo stato e alle banche per la tutela dei propri risparmi. Ma per capire gli ingranaggi che muovono il sistema bancario occorre informarsi. Per questo a Ferrara il Gruppo Cittadini Economia studia da alcuni anni i meccanismi di economia e finanza con esperti da tutt’Italia e organizza incontri pubblici per capirne di più.

Il prossimo incontro pubblico, dal titolo “Banche e crisi economica: i nostri risparmi sono al sicuro?“, sarà mercoledì 10 febbraio 2016 alle 20.30 alla Sala Estense di piazza Municipio a Ferrara, e prevede le relazioni di Marco Mori, avvocato, esperto in questioni giuridiche e da anni in prima linea nella difesa dei principi costituzionali rispetto ai Trattati Europei e Giovanni Zibordi, analista finanziario, trader e coordinatore del sito “Cobraf.com”, dottore di ricerca in Economia all’Università di Roma, Master in “Business Administration” alla Ucla Anderson School of Management. Seguirà il dibattito aperto alle domande del pubblico.

L’obiettivo degli organizzatori è diffondere i meccanismi alla base del funzionamento delle banche, proponendo una analisi dell’attuale momento di crisi che vede notevoli difficoltà per le aziende e le famiglie ricevere credito, mentre i mercati finanziari continuano ad aumentare i loro profitti, mettendo in campo anche ipotesi di soluzioni possibili. Da diversi punti di vista si cercherà di capire quale sia il livello di sicurezza dei risparmi depositati nelle banche e se le garanzie legalmente concesse siano sufficienti.

L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Ferrara, organizzata dal Gruppo Cittadini Economia con il sostegno della Comunità Emmaus.

Marco Mori – Avvocato nato nel 1978 a Rapallo (GE) si occupa sia di diritto civile che penale. Esperto in questioni giuridiche è da anni in prima linea nella difesa dei principi costituzionali rispetto ai Trattati Europei. Protagonista di numerose vertenze contro lo Stato e le Banche a tutela dei cittadini a condizioni estremamente agevolate.

Giovanni Zibordi – Laureato in Economia, dottorato in economia, Master in “Business Administration” alla UCLA Anderson School of Management, si è occupato di consulenza manageriale e attualmente segue i mercati finanziari. Gestisce il sito internet “cobraf.com”. Ha scritto insieme a Marco cattaneo “la soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana” e, in collaborazione con altri economisti, l’ebook “Per una moneta fiscale gratuita” (MicroMega).

Dal comunicato stampa.

Ferraraitalia ha pubblicato vari articoli e organizzato incontri sul tema dell’economia e della finanza.
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moneta

Il sistema monetario genera privilegi e diseguaglianze. Ma si può cambiare

“Toglietevi dalla testa che stampando moneta si risolvono i problemi”. Affermare di voler cambiare i principi di funzionamento attuale del sistema monetario non significa non aver presente questo assunto. Non ci sarebbero argomenti validi per mettere in relazione le due cose, ma visto che l’argomento viene sempre fuori, dà l’idea di una difesa di base dei meccanismi fondanti della distorsione monetaria del mondo moderno. Ciò nonostante gli evidenti squilibri a cui quotidianamente e tragicamente assistiamo.
Una difesa dello ‘status quo’ che passa immancabilmente dall’assioma sistema monetario = stampare moneta e inflazione e, nei casi peggiori, va a scomodare le distorsioni iperinflazionistiche di Weimar e dello Zimbawe (che per la cronaca oggi è in deflazione).

Cerchiamo allora di capire un po’ meglio l’inflazione ma soprattutto di quanto sarebbe invece più utile parlare seriamente di sistema monetario e di un suo rimodellamento, del perché non sia un argomento astruso e avulso dalla nostra realtà quotidiana ma che anzi la modelli a sua immagine e somiglianza.
In un mondo semplice che adotta politiche monetarie semplici stampare più moneta di quella che è la capacità di produrre e scambiarsi beni e servizi provoca l’ovvia conseguenza che un parte di quella moneta stampata sia inutile, si crea quindi inflazione e nella sua espressione peggiore iperinflazione. D’altra parte, sempre in questo sistema semplice, stamparne troppo poca rispetto ai beni e servizi circolanti renderebbe impossibile scambiarsi tali beni e servizi e, nella sua espressione peggiore, la mancanza di moneta in circolazione provoca deflazione.

In un sistema così “primordiale” l’unico sforzo che dovrebbe fare lo Stato è che ci sia corrispondenza tra beni e servizi circolanti e moneta prodotta. Potrebbe farlo direttamente o grazie all’aiuto di una banca centrale che operi nell’interesse pubblico.
Purtroppo oggi non è più così semplice descrivere, e tanto meno prescrivere, ciò che succede nel mondo dell’economia. Il mondo non è più semplice, si basa su interrelazioni sociali, economiche e monetarie globali per cui i ragionamenti si complicano. Abbiamo ad esempio che il Giappone, avendo bisogno di inflazione, per anni pompi moneta nell’economia ma non riesca a raggiungere il suo obiettivo, condiviso tra l’altro anche dall’eurozona. Anche qui, infatti, l’aumento di emissione monetaria non ha prodotto un aumento dell’inflazione come invece sarebbe successo nel nostro mondo semplice. In Europa succede addirittura il contrario, cioè fenomeni deflazionistici a fronte di aumento di emissione monetaria.

  • Quindi, per fissare un paio di principi:
    stampare non risolve tutti i problemi;
    stampare, oggi, non vuol dire inflazione.

Per andare avanti bisogna fare qualche passo oltre il mondo semplice ed arrivare a quello che potremmo chiamare mondo complicato. In questo mondo complicato esistono una serie di strutture tra lo Stato e la gente che allontana gli uni dagli altri e ciò che fa l’uno arriva per lo più distorto all’altro. Tra i due ci sono le banche, gli istituti finanziari (ops, oggi sono la stessa cosa), i derivati, i comitati tecnici che governano gli Stati, le infiltrazioni della finanza nelle scelte politiche, gli interessi delle multinazionali, gli interessi dei grandi interessi alla libera circolazione dei capitali e dei prodotti finanziari e poi ci sono le borse, le aste dei titoli di stato, ecc.,ecc..

Succedono allora cose strane. Ad esempio che una Banca Centrale stampi moneta ma che questa moneta non arrivi al mercato reale, quindi non incide sulla vita delle persone che invece ne avrebbero bisogno perché non possono procurarsela in altro modo se non ricevendola dai canali ufficiali. Succede anche che le aziende, mancando di credito nonostante il mondo sia inondato di moneta, chiudano.

Peccato, la piccola azienda italiana ha peculiarità tutte italiane: è legata al territorio, crea ricchezza che lascia sul territorio e se prospera, prospera tutto il circondario. Ma qualcuno è convinto che grande è meglio, sempre.
Arriva allora la multinazionale, la grande azienda magari straniera, a sopperire, ad occupare il posto liberatosi. E’ grande, quindi non ha problemi di credito perché nel mondo complicato la concorrenza non è leale, non a tutti vengono date le stesse possibilità, quindi se sei grande vinci facile, soprattutto se lo Stato non controlla, si tira via dalla lotta e anzi non crea le condizioni perché la piccola azienda possa prosperare e continuare la sua attività. Lo Stato, non agendo, in pratica agisce a favore del più forte.

Ci conviene? La multinazionale non lascia i suoi profitti in Italia, ci sta finché ne ha convenienza ovvero fino a quando non trova un altro posto libero dove poter diminuire le spese e aumentare i suoi profitti. Non è legata al territorio, per lei quello è solo un posto dove ricavare profitti, la comunità non esiste come voce nei suoi bilanci. Ci piace questo? A me no, ma è facile per me, sono italiano e guardo al benessere della mia nazione non ai profitti della multinazionale.

Ma ritornando al punto, dove finiscono questi soldi stampati e come mai la Banca Centrale del mondo complicato non li fa arrivare alla gente? Perché stampa solo una piccola parte della moneta in circolazione (circa il 7%) e la fa passare attraverso quelle infrastrutture di cui sopra, le banche e tutto il resto. Viene moltiplicata quasi all’infinito e passata ai mercati finanziari lasciandone le briciole al mercato reale, quello dei beni e servizi che ci servono per vivere.

Le banche creano infatti circa il 93% della moneta in circolazione. E questo è un male? Anche qui, come al solito, dipende! Se lo Stato avesse un meccanismo di controllo della creazione e dell’allocazione della moneta, allora forse non sarebbe un problema. Meccanismo che ad oggi non ci sono perché sono stati eliminati con provvedimenti legislativi, si badi bene, cioè attraverso una volontà politica e non un violento golpe.

Il mondo complicato che ci è stato cucito addosso, utilizzando un sistema monetario perverso che fa da chiave di volta, vive di diseguaglianza, in ogni senso. E’ fatto in modo che sia sempre il più forte a vincere e che siano sempre i suoi interessi a prevalere. Solo questo è il motivo per cui le aziende chiudono, le condizioni di lavoro peggiorano e si vedono in giro sempre più catene di supermercati invece che i piccoli negozi di generi alimentari. Ci tolgono il piacere della chiacchiera con la proprietaria perché bisogna essere veloci, comprare il più possibile e sempre, di domenica come a Natale e Pasqua, come delle macchinette senza anima.

La situazione peggiora a favore di qualcosa che è poco naturale per gli esseri umani ma dovrebbe essere assolutamente impensabile in Italia dove ancora crediamo sia bello pranzare con tutta la famiglia e fare due chiacchiere bevendo un caffè. Abbiamo fretta di cambiare, di trasformare la cucina mediterranea in pancarré con bacon. Starbucks e McDonald’s hanno un senso in un Paese come l’Italia? E’ progresso, giusto.

Abbiamo un mondo che gira intorno ad un sistema monetario sbagliato, che permette privilegio e diseguaglianza, che per funzionare in questo modo ha bisogno di poche regole, di Stati distratti e governi compiacenti. Se questo ci piace allora non ci sono problemi, la strada è stata tracciata e possiamo anche smettere di chiederci perché diminuiscono i posti in ospedale, i servizi peggiorano, le piccole banche falliscono ed adattarci a comprare arance marocchine e olio tunisino.

La buona notizia, per quelli che “mi piacerebbe cambiare”: il sistema si regge su scelte politiche, è iniziato per scelte politiche, continua per scelta politica.

L’APPUNTAMENTO
N€uro, lo schizofrenico dibattito sulla moneta e le banche

Dentro o fuori dall’euro? L’interrogativo ricorre quotidianamente nei dibattiti politici ma anche nelle chiacchierate che si fanno al bar o al mercato rionale. Il tema divide partiti e cittadini. E non è l’unico dilemma insoluto. Oggi più che mai è forte la preoccupazione relativa alla tutela del risparmio e alle garanzie offerte dalle banche. La crisi ha diminuito la ricchezza e aumentato i dubbi, dilatando i margini di insicurezza su molti fronti, anche perché economia e finanza sono temi ostici, difficili da maneggiare.
‘Chiavi di lettura’, il ciclo di incontri organizzato da FerraraItalia, ritorna in bliblioteca Ariostea lunedì prossimo, 25 gennaio, alle 17, con un appuntamento dedicato proprio all’euro e alle banche. A dipanare la matassa saranno un docente universitario, il professor Lucio Poma, del dipartimento di Economia dell’ateneo di Ferrara, e due storici esponenti del Gruppo Cittadini Economia, Claudio Pisapia con l’ausilio di Fabio Conditi.
Il tema della moneta unica e il ruolo degli istituti di credito sono elementi centrali nella riflessione relativa alle cause della crisi che ci attanaglia: quanto ha inciso l’euro, quanto pesa il ruolo della Bce e l’assenza in Italia di un banca centrale dello Stato? Da più parti si richiama l’esigenza di ricostituire una banca pubblica e qualcuno invoca il ritorno alla lira… Altri osservatori ritengono invece dannosa un’eventuale fuoriuscita dall’euro e non considerano sostanziale il ruolo che potrebbe svolgere la Banca d’Italia, neppure se fosse ricondotta sotto il controllo statale. Insomma su questi argomenti si dice tutto e il suo contrario.
Lunedì il confronto sarà estremamente lineare: i due interlocutori esporranno con chiarezza i loro punti di vista. In principio ciascuno puntualizzerà in maniera facilmente comprensibile il quadro di riferimento e illustrerà la proprie opinioni. Seguirà un breve dibattito fra Poma e Pisapia. E poi il pubblico potrà porre le proprie domande. Obiettivo di questi incontri, come sempre, è favorire una maggiore conoscenza e comprensione delle variabili in gioco, affinché ciascuno possa maturare un’edotta e autonoma opinione in proposito.

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