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deserto dei gobi

IL VIAGGIO DI VALENTINA (3)
in Mongolia

 

Siamo in viaggio con Valentina Brunet che si appresta a lasciare la Cina per entrare in Mongolia, in sella alla sua bicicletta. Terminata la tua visita in Cina, la tua avventura è proseguita in Mongolia. I chilometri aumentavano e l’ambiente diventava totalmente diverso.  

Già. Ho lasciato la Cina in una nuvola di moscerini e polline, su un autobus, perché era l’unico modo per attraversare il confine, in condizioni fisiche non ottimali. Anche in Mongolia [Qui] una pioggia eccezionale per quel clima e un gelido vento a raffiche da 80 km/h che mi impediva di piantare la tenda. Mi aspettavano 700 km di pedalata nel Deserto dei Gobi, una distesa infinita che poco si prestava a campeggiare lontana da occhi indiscreti e in zone riparate.

Com’è stato l’impatto con quel luogo particolare?

Dopo il confine ho incontrato qualche piccolo agglomerato surreale e ogni tanto incrociavo o venivo affiancata da qualche raro mezzo di trasporto. Qualcuno si è fermato offrendomi vodka, alludendo sghignazzando a qualcosa che non capivo e non volevo capire, ma non lasciava tanto spazio a fantasia. Molti i momenti di sconforto e ripresa, voglia di fermarmi e spinta per andare avanti. Ricordo lo spettacolo inusuale di un centinaio di gazzelle lungo il percorso, che mai ti aspetteresti in una terra arida, una delle più inospitali del pianeta. Un’immagine che mi porto ancora negli occhi.

Ci descrivi l’ambiente naturale e urbano che hai conosciuto?

Sono passata dalle zone brulle e aride, solitarie, monotone, impervie, che caratterizzano il Deserto dei Gobi, su tracciati tutti uguali, privi di segnali di orientamento, ai paesaggi del nord, molto simili all’ambiente alpino. Ho visto meravigliose foreste di conifere, torrenti e corsi d’acqua nel verde, che si ingrossano con il disgelo creando problemi di viabilità. Il nord offre vallate pittoresche, panorami spettacolari con alte catene montuose innevate, passi da valicare, una Svizzera lontana da casa. Ho campeggiato sulle rive del lago Khovsgol, in una quiete cosmica incredibile, grata di tanta pace, mentre osservavo le lastre di ghiaccio che tracciavano nell’acqua disegni geometrici in un lento movimento. Le cittadine che ho incontrato sono vivaci, piene di vita e attività, lontane dal flusso turistico e da presenze estranee, e perciò non hanno mai perso la loro identità e primordialità. E poi Ulaan-Bataar, la capitale, dove mi ha accolto Froit, un olandese anni Settanta, sposatosi in Mongolia. Mi ha accompagnata a visitare la città, il mercato, la casa della sciamana. Sembrava di essere fuori dal tempo.

Cosa ci racconti delle popolazioni mongole?

Un popolo strano: gentili e disponibili ma anche ostili e prevaricatori. A volte indecifrabili ma spesso anche prevedibili. Le donne sono forti, fiere ed energiche, ma la società rurale prevede una rigida suddivisione dei compiti: l’uomo raduna il bestiame, la donna munge, accudisce gli animali, si cura dei figli e provvede al cibo. Le yurte sono le abitazioni mobili delle etnie nomadi, il loro regno, la loro ricchezza. Ho visto e abitato in yurte spartane, quasi scarne e misere, ma anche in yurte dove non mancava il comfort. Utilizzano i pannelli solari per produrre corrente per le televisioni, presenti in tutte le abitazioni, sintonizzate perennemente sulle soap opera coreane e per la carica dei telefonini di vecchissimo modello. Le yurte sono riscaldate solo con sterco animale di yak e cavallo, data la scarsità di legname, che produce un odore persistente, secco, rude, antico.

Quali sono i ricordi più vivi degli aspetti legati alla quotidianità?

Sono quegli aspetti legati soprattutto ai rapporti con le persone, l’alimentazione, la logostica. I bortzig non mancavano mai: un impasto di acqua e farina fritto in abbondante olio. Il montone cucinato con le verdure che hanno a disposizione, unito a una specie di pasta da lubrificare con lardo per renderla mangiabile. Anche i neonati vengono alimentati con fette di grasso. Montone e pasta grossolana, qualche uovo, crema di latte di yak sono onnipresenti in questo Paese, il meno popolato al mondo, in cui non c’è altro. Ricordo con piacere tutte le volte che ho potuto piantare la tenda in posti meravigliosi, tutto l’aiuto che ho ricevuto dalla generosità di molti, i sorrisi che mi hanno ripagata di tanti sforzi, gli espedienti ingegnosi per sopperire alla mancanza di tutte le cose per la cura personale quotidiana, a cui ero abituata.

In un viaggio di questa natura non saranno mancati i momenti negativi. Quali difficoltà hai vissuto?

È successo che una mattina mi sono ritrovata un uomo che sbirciava attraverso la finestrella di ventilazione. Senza darmi il tempo di alzarmi, me lo sono ritrovato in tenda a toccare tutti gli oggetti presenti sparsi ovunque. Le sue avances non mi spaventavano perché sembrava innocuo, un bonaccione sdentato che se ne è subito andato dopo una mia reazione decisa. Peggiore è stata la volta che ho subìto un’aggressione fisica, in una situazione di estrema gravità, impossibilitata a scappare a causa delle condizioni meteo proibitive, in cui avrei rischiato molto di più. Ma sono andata avanti, triste, provata, ma consapevole che la vita offre molto di più e occorre accogliere anche il dolore per fortificarsi e uscirne vincitori. Gli incidenti di percorso non sono mancati, dalla rottura di pezzi della bicicletta, alle cadute, alla disonestà di chi mi ha imbrogliata nelle transazioni.

Come si conclude la tua permanenza in Mongolia?

L’ultimo giorno in terra mongola ho cambiato i pochi soldi rimasti a un pessimo tasso e mi sono avviata verso il confine con la Russia. C’era una lunga coda di macchine, autobus e camion. Nel mio diario ho segnato l’ora: mancavano 20 minuti alle 9, all’apertura della dogana. Ho approfittato per oliare gli ingranaggi della mia fedele Rosa. Poi è scattato il verde, avanti! La burocrazia ha fatto la propria parte senza complicazioni e mi sono ritrovata in terra di nessuno, alleggerita dopo essermi lasciata alle spalle la Land of blue skies. Una breve pedalata in salita ed ecco un grande cancello con la scritta “RUSSIA”.  L’attesa, un paio di domande, il divieto di fare foto e l’ordine di pedalare senza mai fermarmi verso il checkpoint, una ventina di chilometri più avanti. Era la fine di una storia e l’inizio di un nuovo percorso, una nuova prova.

Segui tutti i lunedì su Ferraraitalia le interviste a Valentina Brunet, rilasciate durante l’intero percorso.
Leggi tutte le puntate precedenti nella rubrica Suole di vento

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