Tag: Monica Pavani

bambino lettura libro

Come si diventa lettori

 

Come si diventa lettori? Al posto del punto fermo metto un punto di domanda e giro a voi che leggete il quesito su come avete preso in mano il primo libro e come poi avete continuato…

Come si diventa lettori: con i due punti mi do altresì la possibilità di elencare varie modalità di approccio ai libri, alcune le conosco per averle sperimentate e di altre ho avuto notizia da altre lettrici e lettori.

la sovrana lettriceComincerei da questa seconda opzione e vorrei esporre il caso che lo scrittore inglese Alan Bennett [Qui] ha raccontato nel suo romanzo breve La sovrana lettrice, uscito nel 2007 col titolo The Uncommon Reader e subito tradotto per Adelphi da Monica Pavani.

Ho appena finito di leggerlo e di gustarne l’ironia. La sovrana che diventa lettrice è come immaginate Elisabetta II d’Inghilterra e a condurla ai libri in età già matura è il caso.

O meglio, Bennett riporta che “fu tutta colpa dei cani” della famiglia reale: un bel giorno si misero ad abbaiare furiosamente in uno dei cortili del palazzo di Windsor e lì si fecero trovare dalla regina, esattamente davanti al furgone della “biblioteca circolante del distretto di Westminster” parcheggiato vicino ai bidoni della spazzatura presso le cucine.

Colpa dei cani e in più dello sguattero Norman, un giovane strambo trovato quel giorno sul furgone a richiedere un libro e presto promosso dalla regina a suo cameriere personale. Perché Norman, oltre a consigliarle le letture e a discuterne con lei, ha la dote rara di essere se stesso quando è al suo cospetto, di rimanere spontaneo.

La lettura invade gradatamente le giornate della sovrana, la quale ha sempre e solo letto per senso del dovere e ora comincia a provare piacere per le trame dei libri che legge, per l’umanità che vi trova rappresentata.

Conosce così gli autori classici della letteratura inglese e anche i più moderni, si avvicina alla saggistica e agli autori meno convenzionali che Norman predilige. Prende libri da tutte le biblioteche di sua proprietà e li divora in ogni momento libero.

Nel corso degli incontri con le più alte cariche dello Stato inglese e con i premier di altri paesi si informa sugli scrittori più famosi delle rispettive letterature e cita volumi che, a quanto pare, solo lei ha letto. Spargendo all’intorno anche un certo imbarazzo…

Oltre all’imbarazzo, i suoi collaboratori provano un vero e proprio disagio davanti al suo evidente cambiamento: la regina ha perso la sua proverbiale puntualità! Quante volte arriva agli appuntamenti ufficiali con alcuni minuti di ritardo e con l’aria di chi riemerge da un luogo lontano e misterioso.

In altre circostanze si mostra sognante e commossa, tanto che si sparge in fretta la voce che i suoi cedimenti emotivi siano dovuti a un principio di senilità. Anche le sue mises, pur impeccabili, non sempre sono esclusive, talvolta gli accessori sono abbinati agli abiti senza la cura abituale.

Bennett fa il giro di tutti coloro che frequentano la sovrana, familiari inclusi, fino a chiudere il cerchio del disdoro generale con i cani, da cui tutto era partito: “l’avversione per le letture della regina non era circoscritta al personale di corte;…seppur viziati e bisbetici, i cani non erano stupidi, perciò… se capitava che alla regina cadesse un libro sul tappeto, ecco che arrivava subito un cane ansioso di balzarci sopra, scrollarlo come un topo e portarlo in un remoto angolo del palazzo, dove si potesse felicemente farlo a pezzi”.

Dentro, tuttavia, bisogna chiedersi cosa provasse la sovrana, quali effetti avesse su di lei la lettura. E la risposta è presto detta: la lettura le stava arricchendo la vita. La vita interiore. La metteva in grado di scrutare più a fondo le vite degli altri e di assumerne il punto di vista.

Sdoppiava, anzi moltiplicava le prospettive di giudizio su uomini, stati, congiunture storiche del presente e del passato. Tanto da condurla a sentirsi sdoppiata, a provare un dualismo sempre più pesante da sopportare: “Adesso si sentiva troppo spesso scissa in due. Leggere non era agire, quello era il problema. Anche a ottant’anni, lei era una donna d’azione”.

Come uscirne? Col tempo la sovrana prende la piacevole abitudine di trascrivere le frasi importanti trovate nei libri: “quando scriveva qualcosa, anche se era solo un appunto, era felice come lo era stata leggendo”.

Nel romanzo di formazione in cui sta vigorosamente crescendo, la scrittura può forse diventare una forma di azione e un modo per realizzarsi compiutamente? Pensando che in realtà non arriverà mai a scrivere un intero libro e men che meno a pubblicarlo, persino il primo ministro la incoraggia in tal senso.

Al compimento del suo ottantesimo anno, sua maestà ha comunque preso una decisione. Davanti al Consiglio della Corona riunito per festeggiarla tiene un breve discorso e stupisce tutti comunicando che dopo la sua lunga vita di sovrana, peraltro ricchissima di esperienze, sente di “doverla riscattare con l’analisi e la riflessione”. Diventando sul serio una scrittrice. Ma non basta, c’è un’altra importantissima comunicazione che lascia basiti i presenti. Quale? Bisogna leggere esattamente l’ultima riga del romanzo per saperlo.

Ora vorrei passare a un secondo caso, quello di Chloe e Thomas, i miei nipoti di cinque e tre anni, che si stanno avvicinando alle storie in modo sistematico grazie alla iniziativa della loro scuola materna, La mongolfiera di Porotto.

Ogni lunedì portano a casa il libro della settimana, da riconsegnare il lunedì seguente, così si avvicinano alle storie per immagini di cui è fatta la biblioteca scolastica; ma qualche breve didascalia non manca e le parole scritte nero su bianco cominciano a entrare nel loro raggio d’azione, specie nella curiosità di Chloe, che sa già scrivere in stampatello un certo numero di parole.

La sera prima di dormire ascoltano insieme il papà che legge loro una fiaba, tuttavia leggere i libri della settimana ha una significato speciale: li rende titolari di una attività riconosciuta nella loro comunità scolastica e in più ognuno di loro ha in carico libri propri, non necessariamente di coppia. Che brave le maestre della Mongolfiera!

Avete avuto anche voi una maestra o un insegnante (con apostrofo o senza) che vi ha avviati al mondo della lettura? Cosa rispondereste alla prima domanda: come si diventa lettori?

Nel mio caso dovrei parlare di insegnanti al femminile, riferendomi alla meravigliosa docente di lettere, che alla scuola media mi ha spinta a leggere e a parlare con i libri, e a me stessa che per tutta la carriera ho cercato di condividere con gli studenti la stessa passione.

Rispetto a Elisabetta II ho seguito il percorso lessicale inverso: prima sono diventata una lettrice, poi la sovrana dei libri che ho letto e del regno che mi è cresciuto dentro.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

Ferrara è un palcoscenico: Off, Nucleo, Fonè e Ctu animano la scena

Il teatro a Ferrara è di casa fin dai tempi della signoria estense. Ercole I d’Este, per esempio, era un grandissimo appassionato, tanto che fu proprio il nostro duca a consegnarci un indubbio primato culturale sulle corti italiane ed europee del tempo promuovendo la rappresentazione dei ‘Menaechmi’ di Plauto, primo dramma dell’antichità a essere rimesso in scena dopo l’avvento dell’era cristiana. E non è finita qui: lo spettacolo venne realizzato nel cortile del Palazzo Ducale – l’odierna piazza municipale – e quindi, oltre a dignitari e personalità da tutta Europa, allo spettacolo potè assistere tutta la cittadinanza ferrarese.
Non stupisce dunque che ancora oggi il territorio estense, come un unico grande palcoscenico, ospiti diverse realtà teatrali, dal Teatro Comunale Claudio Abbado, riconosciuto dal Mibact come ‘teatro di tradizione’, al Teatro Nuovo, con una programmazione più vicina al cabaret, fino al Teatro De Micheli di Copparo e al Teatro Comunale di Occhiobello: ognuno in grado di avvicinare il pubblico ferrarese con un’offerta diversa, togliendogli ogni scusa per starsene chiuso in casa a fissare la tv. Su questo grande palcoscenico poi, si sono guadagnate il proprio spazio anche diverse realtà che si occupano di sperimentazione e ricerca teatrale e che danno spazio alla creatività di compagnie e artisti emergenti, che rimangono fuori dai grandi circuiti, oppure che si occupano di formare gli attori di domani.
Su il sipario allora: per questa volta i riflettori sono puntati su di loro.


Ferrara Off: Marco Sgarbi & Co.

Il nome è un rimando alle realtà underground di Broadway o di Londra: spazi nati per raccogliere le nuove tendenze, le sperimentazioni che non trovavano posto all’interno delle programmazioni dei grandi teatri, luoghi di rappresentazione che uscivano dalle logiche economiche dei grandi circuiti. Una scommessa controcorrente in un momento di crisi economica, per non parlare della cronica mancanza d’attenzione per il settore culturale in Italia. Una scommessa che Marco Sgarbi, Roberta Pazi, Monica Pavani e Giulio Costa a quanto pare hanno vinto: Ferrara Off è ormai una realtà più che (ri)conosciuta, il cui valore aggiunto sta nella volontà e nella capacità di costruire collaborazioni non solo con gli altri attori culturali della città, ma soprattutto con il pubblico e i cittadini, come hanno dimostrato la campagna di crowdfunding ‘Biblioteca itinerante di letteratura. Omaggio a Giorgio Bassani’ o la ‘Maratona Orlando’ dedicata al celebre poema di Ludovico Ariosto.
La prossimità fra pubblico e attori offerta da Teatro Off, complici anche le dimensioni raccolte della sala, è nello stesso tempo una possibilità e una sfida: i dialoghi che concludono le serate vogliono essere come le impressioni scambiate dopo lo spettacolo davanti a un buon calice, ma nello stesso tempo spingono lo spettatore a riflettere su ciò che ha appena visto, su cosa il testo, le soluzioni sceniche e le persone in carne e ossa davanti a lui gli hanno trasmesso.
Il nuovo spazio performativo di Ferrara ha aperto nel dicembre 2013 in viale Alfonso I d’Este, dove prima sorgeva il centro sociale Dazdramir, tenuto a battesimo dall’attore e autore Gianni Fantoni, da Massimo Navone, direttore della Scuola Paolo Grassi di Milano, dall’attrice e docente Roberta Pazi e da Marco Sgarbi, attore e direttore artistico del Teatro Comunale di Occhiobello.

teatro-ferrara-off-alfonso-este
foto di Giorgia Mazzotti

A tre anni di distanza, l’associazione ha chiuso il 2016 con numeri di tutto rispetto: settanta eventi e quasi duemila spettatori, undici corsi di formazione e più di mille associati. Mentre la maratona di lettura integrale e senza interruzioni del poema di Ariosto, che si è svolta presso la Pinacoteca Nazionale tra venerdì 2 e sabato 3 dicembre ed è durata 36 ore, ha coinvolto mille lettori, con 1400 spettatori e 70mila persone raggiunte tramite social network, connesse alla diretta streaming.
E non è finita qui perché Marco Sgarbi e la sua squadra hanno partecipato e vinto come Associazione culturale Arkadiis – che da anni cura in collaborazione con l’amministrazione comunale la stagione del Teatro Comunale di Occhiobello – il bando nazionale Funder35, promosso da 18 fondazioni associate ad Acri – l’organizzazione che rappresenta le Casse di Risparmio Spa e le Fondazioni di Origine Bancaria, ndr – con l’obiettivo di rafforzare imprese culturali giovanili non profit impegnate principalmente nell’ambito della produzione artistica/creativa in tutte le sue forme, premiando l’innovatività e favorendo la sostenibilità. Il 1 febbraio a Roma, presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini ha premiato le 57 imprese culturali vincitrici del bando 2016. “L’Associazione Arkadiis fa parte delle sette provenienti dal Veneto, solo due delle quali imprese culturali teatrali”, sottolinea Marco. “Il premio porterà finanziamento di 35.000 euro in tre anni” per realizzare il progetto ‘Next Generation’ che “mira a educare le nuove generazioni alla cultura teatrale e a rigenerare così l’attuale pubblico attraverso due azioni: una nuova proposta culturale che vuole coinvolgere ed educare la nuova generazione di piccoli spettatori presenti sul territorio e uno svecchiamento dell’associazione da un punto di vista comunicativo e di immagine”, ci spiega ancora Sgarbi. L’obiettivo è “il raggiungimento di un nuovo target composto dai giovanissimi potenziali spettatori presenti sul territorio della fascia compresa tra i 6 e i 12 anni” e attraverso di loro “anche altre fasce potenzialmente interessate, come quella dei genitori che va dai 31 ai 40 anni e la fascia dei nonni, over 65”.
www.ferraraoff.it


Il Nucleo sulle rive del Po: il teatro come comunità

Sono passati ormai quarant’anni da quando il Teatro Nucleo – allora Comuna Nucleo – è arrivato in Italia da Buenos Aires, costretto all’esilio dal golpe di Videla. Fondato nel 1974 da Horacio Czertok e Cora Herrendorf, nel 1978 Teatro Nucleo si è stabilito a Ferrara, chiamato dallo psichiatra basagliano Antonio Slavich per collaborare nel processo di chiusura dell’ex-ospedale psichiatrico della città, che è divenuto anche la sua prima sede. Alla base dell’attività del Nucleo c’è la concezione del teatro non come puro intrattenimento, ma come portatore di un’etica sociale, come momento di profonda condivisione di un’esperienza fra attori e spettatori: nel momento in cui avviene lo spettacolo si crea una comunità. E se, come fa il Nucleo, al centro si pone il rapporto con l’essere umano in quanto tale, il teatro diventa un potente strumento di inclusione e trasformazione sociale: “Non vede un pubblico preferenziale, identifica nell’essere umano di qualsiasi genere, etnia, età, classe sociale un possibile interlocutore – si legge sul loro sito – Da un imperativo di giustizia elementare e dall’idea che proprio in costoro è possibile trovare nuova linfa e nuovo senso all’arte, è spinto a rivolgere grande attenzione a tutti gli esclusi dalla fruizione e dalla produzione artistica”.
Con questo spirito negli anni sono nati i tanti progetti di teatro in carcere, nelle strutture terapeutiche e nelle istituzioni legate al lavoro sulla salute mentale e all’integrazione sociale. Il progetto Teatro Carcere, nel quale Horacio Czertok lavora con alcuni detenuti della Casa Circondariale di Ferrara, insignito nel 2012 con la medaglia premio di rappresentanza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il progetto Arte e Salute mentale con pazienti psichiatrici del Dipartimento Salute Mentale di Ferrara e la Scuola di Formazione per Operatori Teatrali nel Sociale, diretta da Cora Herrendorf, sono solo alcuni esempi.
Elemento fondamentale del Nucleo è stato Antonio Tassinari, fino a quando una malattia se lo è portato via, troppo presto, nell’estate del 2014. È stato lui a ideare e coordinare il Teatro Comunitario di Pontelagoscuro: forma teatrale della e per la comunità, basata sull’integrazione intergenerazionale e su un’idea di recupero della memoria collettiva, non la storia scritta sui libri, ma la narrazione costituita dai ricordi delle persone che la comunità la costituiscono e la vivono.

teatro-cortazar-pontelagoscuro-tassinari
foto D. Mantovani
teatro-cortazar-pontelagoscuro-tassinari

Nel frattempo il Teatro Nucleo è stato riconosciuto ‘organismo stabile’ dalla Regione Emilia Romagna e, nel 2003, ha ricevuto dal Comune di Ferrara quella che è diventata la sua nuova sede a Pontelagoscuro, intitolata due anni dopo allo scrittore Julio Cortázar, in onore delle proprie radici argentine. Dal 2015 è diventato ufficialmente anche sede di ‘residenza artistica’, trasformandosi ancora di più in un cantiere di ‘Cose Nuove’: ospita, infatti, la ricerca e la sperimentazione creativa di diverse giovani compagnie e artisti emergenti che poi restituiscono il risultato del proprio lavoro in workshop, spettacoli e laboratori con la cittadinanza.
“All’epoca di scegliere dove poter portare il mio lavoro e il mio teatro – spiega Horacio Czertok – ho scelto l’Italia perché nessuno è venuto a dirci cosa fare e come farlo: in Italia ho potuto continuare a fare teatro come lo facevo in Argentina, non mi sono mai sentito straniero sul terreno del teatro in questa che è la patria della commedia dell’arte”.
www.teatronucleo.org


Fonè Teatro: gli attori di domani

Massimo Malucelli, attore e insegnante di commedia dell’arte, è protagonista della scena ferrarese da più di venticinque anni. Nella sua Foné Scuola di Teatro ha formato diversi professionisti, come il giovane Stefano Muroni. Proprio con lui nel 2014 ha dato vita al Centro Preformazione Attoriale di via Arianuova, una scuola per ragazzi dai 14 ai 20 anni che intendono intraprendere la professione di attore. La scuola è riconosciuta e appoggiata dal Centro sperimentale di cinematografia e dal Giffoni Film Festival, ha al suo attivo gemellaggi con l’Escuela de artes escenicas Pábulo, la Sylvia Young Theatre School di Londra e l’Erac – scuola regionale per attori – di Cannes, e nel 2015 e 2016 nella delizia estense di Villa Mensa ha organizzato il Tenda Summer School, la prima Summer school d’Europa dove si dorme in tenda e gli allievi sono giovani aspiranti attori e adolescenti appassionati di recitazione.
Il 31 gennaio scorso poi si è chiuso il bando per la quarta edizione di ‘Fest-Festival delle Scuole di Teatro’, organizzato da Fonè in collaborazione con il Comune di Comacchio, il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara e altri comuni e teatri del territorio, che si terrà fra maggio e giugno 2017. Tutto è nato con l’idea di organizzare un incontro per le varie scuole di teatro del territorio, che fosse anche un concorso e nello stesso tempo una festa del teatro e di chi lo fa. Un’occasione per festeggiare chi fa esperienza di teatro e per far incontrare chi assiste allo spettacolo e chi fa teatro come professionista. Fest, infatti, è contraddistinto dal fatto che si fanno fare giochi teatrali al pubblico stesso.

fest-teatro-fonè
malucelli-foné
fone-teatro
Massimo Malucelli con Stefano Muroni e Claudio Gubitosi

Nel novembre 2016, inoltre, Fonè Teatro ha dato avvio alla scuola di teatro e audiovisivi ‘Dal teatro al cinema: un viaggio fra due mondi’: una “scuola di racconti teatrali e digitali”, come la definiscono gli stessi organizzatori. Non un corso dunque, ma di una vera e propria scuola della durata di due anni: “la filosofia che ispira il nostro lavoro è tracciare un percorso che fonda nella forza del teatro, capace di raccontare storie nello spazio, quella di raccontarle anche su di uno schermo, che sia quello del computer, del video o del cinema. Recitare è “essere veri in una situazione finta”, una definizione bella e semplice, che descrive il processo profondo che sta alla base del lavoro creativo, in teatro e su uno schermo, ovunque vi sia una storia raccontata attraverso gli attori ed i personaggi cui essi danno vita”. “Caratteristica che riteniamo unica della scuola – continuano gli organizzatori sul sito di Fonè – sarà presentare, come esercitazione di fine anno, una performance teatrale dalla quale trarremo spunto per creare un video su quello stesso soggetto, ma questa volta sceneggiato e montato secondo il linguaggio dell’audiovisivo, e quindi come racconto filmico per lo schermo.”
www.foneteatro.it
www.centropreformazioneattoriale.it


Centro Teatro Universitario: il teatro come scoperta di sé

ctuDaniele Seragnoli, delegato del Rettore alle attività relative alle pratiche teatrali in ambito sociale, e Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro, sono rispettivamente il direttore e il responsabile dei laboratori teatrali del Ctu-Centro teatro universitario: un luogo di sperimentazione del teatro e dei suoi linguaggi attraverso una visione ampia che favorisce tramite il “gioco” teatrale la scoperta di sé, della creatività individuale, una maggiore consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni, mettendo in relazione ogni singolo allievo con il gruppo di lavoro e il mondo circostante. Il teatro dunque per il Ctu non è il fine, ma uno strumento per (ri)conoscere se stessi e le proprie capacità creative e immaginative, per gestire meglio le proprie emozioni e di conseguenza per comunicare meglio con le altre persone e interagire in modo migliore nel contesto in cui si vive e si opera, un mezzo di formazione della propria ‘persona’.

michalis-traitsis-i-1
Machalis Traitsis

Le attività sono rivolte non solo agli studenti dell’ateneo ferrarese, ma a tutta la cittadinanza, inclusi gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado di Ferrara e provincia.
Fra le attività del Ctu ci sono: la gestione di laboratori di formazione per il Master di I livello dell’Università di Ferrara ‘Tutela, diritti e protezione dei minori’; la collaborazione al progetto pedagogico per scuole primarie e secondarie ‘(R)esistenze’, ispirato al libro di Nico Landi ‘Una storia di storie’, che dal 2006 propone un lavoro teatrale e incontri sul tema della Resistenza nella pianura ferrarese; la collaborazione al progetto di pedagogia teatrale ‘Voci da un’avventura leggendaria’ per scuole primarie e secondarie; il partenariato e la collaborazione al progetto ‘Passi sospesi’ che realizza percorsi e pratiche di laboratorio teatrale con detenuti e detenute nell’ambito del recupero e del trattamento penitenziario, con numerosi episodi di incontro e scambio con gruppi di allievi e allieve del Centro Teatro Universitario.
www.unife.it/centri/ctu
www.balamosteatro.org

teatro-ferrara-off-alfonso-este

L’EVENTO
Dalla poeta alla cheffa: nomi che creano fatti.
Piccolo tour tra le parole di una città

Viaggiare tra le parole. Anche attraverso il vocabolario si può visitare una città, guardarla da un punto di vista inusuale, che è quello dei nomi disseminati tra spazi fisici e di tempo. Lo spunto lo dà oggi il Teatro Ferrara Off. Questa sala con tante seggiole tutte diverse una dall’altra, invita nel pomeriggio a un incontro a ingresso libero che si intitola “Se lo nomini, esiste”. Un’occasione per chi si vuole interrogare su quale linguaggio usare per parlare di stati un po’ fuori dal comune, come sono, in questo caso, le situazioni social-familiari che non rientrano in modelli tradizionali ben precisi. Il confronto-spettacolo fa parte del percorso dedicato a “Nuovi diritti e nuove famiglie”, organizzato dall’assessorato alle pari opportunità del Comune. Ma l’appuntamento in teatro ha caratteristiche poetiche, oltre che giuridiche. Per affrontare questi temi l’autrice, traduttrice nonché presidente del Teatro Off, Monica Pavani, partirà infatti da una poesia di Emily Dickinson, che dà il senso anche al cammino. Scrive la Dickinson: “Muore la parola/ appena è pronunciata:/ così qualcuno dice./ Io invece dico/ che comincia a vivere/ proprio in quel momento”.

teatro-cittadino-ferrara off
Gli spazi del Teatro Ferrara Off in via Alfonso I d’Este 13

Da questo spazio teatrale, in fondo a viale Alfonso d’Este, chi ha voglia di proseguire alla ricerca di parole significative potrà continuare un piccolo tour linguistico a spasso per Ferrara tra nomi e termini particolari e attenti. Parole che descrivono cose e fatti in maniera significativa e rispettosa: rispetto per la lingua italiana e per persone e cose di cui – appunto – parlano. Ma come si fa a trovarle, le parole? In scena (come al Teatro Off) ma anche su insegne, diciture, menù, nelle persone che le usano, nei luoghi che le definiscono, arrivando fino alla rete, nei collegamenti virtuali che rimandano a tutto questo.

Da qualche anno, ad esempio, si parla e si discute di una grammatica al femminile, che altro non è che la spinta a usare parole che indicano ruoli, mestieri e persone, tenendo conto anche del fatto che appartengono a un certo genere anziché a un altro. Questa esigenza si sente in particolar modo per quelle professioni e attività che, tradizionalmente, sono state praticate da uomini e che, pian piano, si sono aperte anche alle donne. O viceversa. Prima, di solito, avviene il cambiamento, sia quello giuridico che consente di cambiare sia quello reale di chi, il rinnovamento, lo mette in pratica. Dopodiché la lingua registra la novità, si adegua e si modifica inserendo il nuovo termine nel suo vocabolario. Anche la parola “computer”, per dire, mica esisteva, prima; e dopo, visto che l’apparecchio è arrivato dal mondo anglosassone, ha preso anche la definizione in lingua inglese.

cheffa-maya-dicibo-maura-ferrari-ferrara
La cheffa Maya, all’anagrafe Maura Ferrari nella cucina di DiCibo

Adesso il cambiamento riguarda il fatto che ci sono persone a fare cose che, normalmente, non facevano. Come donne che diventano ministro, avvocato, chef. Proprio da quest’ultima parola, può riprendere il giro nella città di Ferrara. A colpire è la scritta a gessetto che c’è sulla lavagna del piccolo ristorante di via Carlo Mayr, al numero 4, che si chiama in modo semplice e diretto, DiCibo. Sulla lavagnetta appoggiata all’esterno c’è scritto quello che “oggi la cheffa Maya propone”. “Cheffa”, però! Entri e chiedi al proprietario del locale, che è un uomo, la storia di questa scelta. Matteo Musacci spiega che lui e i suoi collaboratori sono rimasti colpiti dal racconto di una signora che si chiama Roberta Corradin, che ha deciso di mettersi ai fornelli per mestiere e in quel momento si è chiesta cosa sarebbe diventata, visto che si parla sempre di chef evocando immagini maschili col cappellone bianco in testa. Su questo, la Corradin ci ha scritto un libro che si intitola “Le cuoche che volevo diventare”. Partendo da quelle parole scritte, Matteo e i ragazzi del suo staff hanno deciso di andare a trovarla nel ristorante dove lavora, in riva al mare della provincia siciliana di Ragusa. “Siamo rimasti conquistati”, dice il ristoratore 29enne. Conquistati dalle sue parole, dalla sua cucina, dalla sua riflessione. Ecco, quindi, attraverso quale lungo giro di pagine e luoghi ci è arrivata qui – in pieno centro storico – la parola “cheffa”, che serve a definire un’altra signora che fa da mangiare ogni giorno con creatività, sbuzzo, professionalità e attenzione per il benessere di chi sceglie i suoi piatti.

Un giro ancor più lungo – sempre in tema di alimentazione e lingua – l’ha fatto il titolare del ristorante che si chiama, con curiosa analogia, Cibò: riferimento tutto italiano a quello che, per vezzo o moda o chissacché, spesso invece si definisce “food”. Per aprire il locale nel pieno centro cittadino di via Voltapaletto 5 quasi all’angolo con Bersaglieri del Po, c’è lui Amin Ramadan, 30enne di origini libanesi e accento tutto ferrarese. Un mix che è la messa in pratica della buona convivenza tra culture e pensieri diversi e che ritrovi nei sapori. Cibò mette insieme la cucina fatta con parole locali come cappelletti e cappellacci di zucca con piatti vegetariani e vegani e specialità libanesi tradizionali, che si chiamano shawarma, kefta, hommus.

Dal ristorantino esci, ti dirigi a destra lungo via Adelardi e in due passi sei già accanto al Duomo. Vai ancora avanti, sotto al Volto del Cavallo, e c’è il palazzo Municipale, ex sede ducale estense, e sempre e ancora centro di governo cittadino. Qui trovi un’altra parola: assessora. Ce ne sono quattro su nove, qui dentro. Nel senso che il sindaco di Ferrara – rieletto nel maggio 2014 – ha una giunta composta da nove assessori, 5 uomini e 4 donne. Ma, perché valga la pena di una visita in questo tour linguistico, serve più che il fatto, il termine che lo definisce. E le parole ci sono: sono dentro i comunicati e le note dell’Ufficio stampa comunale che, in cima allo scalone, ogni giorno racconta quello che succede a livello di amministrazione. E, quando parla di una donna che ha la delega all’urbanistica, alla sanità, alla pubblica istruzione o all’ambiente, usa la parola “assessora”. A supporto di ciò il quotidiano online del Comune di Ferrara allega anche una documentazione che supporta questa scelta. Nel link ci sono le “Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo” di Cecilia Robustelli, raccolte in collaborazione con l’Accademia della crusca, e il vademecum all’uso di femminile e maschile scritto da Luciana Tufani, editrice, ideatrice e coordinatrice del Centro documentazione donna che è a Ferrara in via Terranuova 12.

Per tornare alle letture liriche da cui parte questo viaggio, è proprio la Tufani che, in quel manualetto, parla di una poeta. Ma come, non poetessa? “Sì – ti spiega Luciana Tufani – il termine poetessa è ormai entrato in uso, però è stato inventato per sottolineare in modo sprezzante la femminilità di chi scriveva versi, che fino ad allora erano composti perlopiù da penne maschili. Ma a voler essere precisi la lingua italiana prevede la definizione di un poeta e una poeta, che significa colui o colei che poeta, cioè che fa poesia”. Quindi è più corretto parlare di una poeta, ma chi dice poetessa può farlo perché, ormai, la parola è entrata nell’uso e ha perso la connotazione negativa. Sempre lei ti spiega, poi, che quando qualcuno ti fa una multa, e la faccia che vedi sopra la divisa è femminile, si tratta di una vigile, non vigilessa. “La parola – dice – deriva dal verbo vigilare, come dirigente deriva da dirigere. La femminilizzazione con finale in ‘essa’ non è filologicamente corretta e, anzi, viene usata proprio per sottolineare qualcosa di anomalo”. O, in caso di multa, diciamo anche per dar voce a un sentimento risentito.

Il riferimento al codice della strada ci fa posare gli occhi su un fuoristrada vistosamente parcheggiato sul marciapiede. Ostentazioni e mancanza di modestia che – per contrasto – vanno a esaltare il nome che si è dato un gruppo di persone che viaggia sottotono, si interessa di narrativa, ideologia e discorsi letterari, ma con parole terra a terra e simpatica autoironia. L’idea ce l’ha avuta già qualche tempo fa Gian Pietro Testa che, per mettere insieme i suoi colleghi e amici romanzieri, pensatori o anche solo amanti di cose interessanti e belle ha creato l’Accademia degli umili. “In diversi, all’inizio – racconta il giornalista-scrittore con l’atteggiamento un po’ disincantato e irridente che lo contraddistingue – mi hanno detto che, insomma, non è che gli piaceva tanto questa cosa”. La definizione può sembrare, in realtà, anche un po’ snob. Ma evviva tutti quelli che si vantano di scegliere una bandiera come quella dell’umiltà!

E magari con curiosa umiltà continuiamo questo cammino, a spasso tra parole che dicono le cose e le fanno esistere. A partire da questo pomeriggio. Dove, prendendo a prestito quello che dice la poetessa (o poeta) contemporanea Chandra Livia Candiani, si riparte da una delle principali missioni della cultura, che è quella di “mantenere viva la parola, fare ancora della parola innanzi tutto una presenza; vibrante, vera, che pulsa e intimorisce”. Perché “forse – nota poeticamente la Candiani –  la cultura ha bisogno di sapere che le culture sono tante e deve lasciarsi mutare, parlare con le altre, fare l’amore e lottare, convivere e trasformarsi, come fa l’aperto, la natura, bestie, rocce e alberi”.

“Se lo nomini, esiste”, oggi – mercoledì 20 maggio 2015 – ore 17, Teatro Ferrara Off, viale Alfonso I d’Este 13.

teatro-cittadino-ferrara off

L’INTERVISTA
Dalle ceneri del Dazdramir ecco Ferrara Off, nuovo teatro sociale cittadino

La sede di Ferrara Off è uno spazio bellissimo. Si tratta di un piccolo teatro di 150 metri quadrati, per un centinaio di spettatori, ma è uno di quei luoghi in cui appena si entra viene voglia di togliersi le scarpe e danzare, mettersi al centro e provare la voce per sentire come risuona.

teatro-cittadino-ferrara-off
Il palcoscenico durante i lavori di manutenzione

Quando c’è il sole, dai grandi oblò di quello che fu l’edificio dei magazzini Amga e poi del centro sociale Dazdramir, entrano scie di luce che si proiettano sul fondale come stelle cadenti, mentre sul pavimento di legno producono figure ovali color miele.
Ultimata l’attenta ristrutturazione da parte del Comune, nell’ambito dell’opera di riqualificazione del Baluardo e dei Bagni ducali in Alfonso I d’Este, dal luglio 2013 gli spazi sono gestiti dall’associazione culturale Ferrara Off, sotto il Patrocinio del Comune di Ferrara.
Ferrara Off si pone in città come nuovo ed importante spazio che, oltre a proporre corsi di teatro e di formazione propri, si apre ad ospitare tutti coloro che insegnano una disciplina artistica o culturale e che hanno bisogno di uno luogo per i loro corsi e laboratori.
L’attuale consiglio direttivo di Ferrara Off (associazione di promozione sociale) è composto da Giulio Costa, Beatrice Furlotti, Monica Pavani, Roberta Pazi e Marco Sgarbi.

teatro-cittadino-ferrara-off
Il nuovo direttivo: da sinistra, Pavani, Costa, Pazi, Sgarbi

Abbiamo intervistato quest’ultimo, insieme a Monica Pavani, durante i lavori di manutenzione, prima della riapertura che avverrà a metà settembre; tra una mano di impregnante e l’altra, per proteggere le tavole di legno del palcoscenico, abbiamo voluto capire meglio come nasce questa bellissima esperienza e su quale base ideale poggia.

Come nasce il nuovo spazio di Ferrara Off e come si evolve?
L’idea parte nel 2009, quando Marco Sgarbi e Gianni Fantoni incontrarono l’Amministrazione comunale per capire se c’era un luogo in cui creare un piccolo teatro, che fosse formativo e performativo insieme. Nel tempo si è identificato lo spazio degli ex magazzini Amga come potenzialmente idoneo, e l’associazione Ferrara Off ha inaugurato il teatro nel 2013 al termine della ristrutturazione al grezzo realizzata dal Comune.

Da qualche mese Ferrara Off ha una nuova gestione, com’è avvenuto questo cambio e cosa comporta?
Dopo i primi tre anni di vita, l’associazione culturale Ferrara Off ha cambiato il consiglio direttivo. La prima gestione vantava la presenza di due personaggi molto conosciuti nell’ambito teatrale italiano, l’attore Gianni Fantoni e il regista Massimo Navone – direttore della Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi” di Milano – che hanno contribuito con la loro professionalità a dare risonanza all’iniziativa. Ora il nuovo direttivo è composto da persone conosciute in città perché attive da anni in ambito culturale.
In particolare tutti noi siamo uniti da un’esperienza pluriennale nell’organizzazione della Stagione del Teatro Comunale di Occhiobello, un esempio di realtà teatrale che negli anni è stata apprezzata anche dall’Amministrazione comunale di Ferrara. Da qui il desiderio di creare in città un’offerta teatrale contemporanea ancora più vasta.

In tutto questo la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara come si pone? Si può dire che sta nascendo una sinergia con l’istituzione teatrale della città?
Il nostro intento è che le due realtà si intreccino, che dialoghino, che diventino complementari. La volontà in via informale c’è da entrambe le parti, ma le modalità e il tipo di collaborazione sono da costruire nel tempo.

Qual è la vostra idea di teatro?
Il nostro desiderio e la nostra aspettativa sono quelli di creare un luogo informale in cui gli spettatori possano sentirsi parte attiva del processo creativo e produttivo. L’idea è che diventi uno spazio in cui ci si può ritrovare con un gruppo di persone, e che si possa sentire proprio con il tempo. In sostanza si tratta di un’idea sociale di teatro, di teatro che nasce dalla condivisione, e che già da anni portiamo avanti anche al Teatro Comunale di Occhiobello.

teatro-cittadino-ferrara-off
Corsi di teatro e formazione al Teatro Off

Ferrara Off dispone di spazi particolarmente idonei alla realizzazione di produzioni. Per questo intendiamo proporre la nostra ricerca e i nostri lavori teatrali al pubblico della città. Naturalmente l’intento a lungo termine è quello di ospitare altre compagnie, ma per ora non abbiamo ancora le risorse economiche necessarie. Cercheremo comunque di attivare anche scambi e confronti creativi con compagnie il più possibile limitrofe di cui apprezziamo la ricerca, una sorta di “teatro a km. 0”, un “teatro sostenibile” dove ciascuna realtà possa presentare le proprie produzioni a un pubblico diverso dal proprio.
L’idea è di tornare a un teatro in cui il rapporto tra spettatore e attore torni ad avvicinarsi. Uno degli obiettivi che ci sta più a cuore è quello di affezionare le persone. Ferrara Off è di piccole dimensioni e si presta proprio a questa modalità: è un luogo d’incontro e di confronto, oltre che di fruizione. Noi ci stiamo investendo tanto perché ci crediamo, Ferrara Off è importante prima di tutto quale centro in cui far convergere le nostre energie, i nostri interessi. È in un certo senso il nostro spazio interiore in costante dialogo con l’esterno.

Quali saranno i primi appuntamenti della prossima stagione?

teatro-cittadino-ferrara-off
La sede del Teatro Off, ex magazzini Amga

In occasione della Giornata europea della cultura ebraica, proponiamo due spettacoli. Sabato 13 settembre, alle ore 22, con inizio in Piazza Castello, realizzeremo un’azione scenica dal titolo Una notte del ’43, ispirata all’omonimo racconto di Giorgio Bassani, mentre domenica 14 settembre, alle ore 16, presso il nostro teatro, presenteremo lo spettacolo Micòl e le altre, incontri, letture e messe in scena sui principali personaggi femminili bassaniani del Romanzo di Ferrara.

ferrara-si-rinnova-continuo-passione-camille-claudel

A Ferrara si rinnova la passione per Camille Claudel

Pare essere il suo destino: rimasta nell’ombra tutta la vita, lei ogni tanto rivive. E’ successo nel lontano 1989, quando la prof.ssa Carla Collina portò con grande partecipazione ed entusiasmo gli studenti di Francese del Liceo Ariosto a vedere il film in lingua Camille Claudel, interpretato da un’intensa Isabelle Adjani. E’ successo nel 2003 con le poesie di Monica Pavani Luce ritirata, che le hanno valso il Premio Senigallia. E succede ora: un gruppo di danzatrici dirette da Caterina Tavolini sta mettendo in scena una coreografia ispirata alle sculture di Camille Claudel e a poesie di Monica Pavani, che andrà in scena il 10 maggio alla Teatro Cortazar di Pontelagoscuro. Non si tratta di un semplice tributo all’artista, tutt’altro; l’intento che di tanto in tanto si rinnova nelle donne ferraresi è di farla rivivere, fornendole le parole che lei non possedeva “Il linguaggio non mi ama, solo il marmo in me aveva fissa dimora”, e i movimenti che traggono vita dalle sue sculture.

Abbiamo incontrato queste tre donne in un momento corale, e ricavato una ricca “intervista-suggestione”, per capire cosa le ha affascinate dell’artista, e per condividere le passioni e le ragioni che ci fanno ancora parlare di Camille Claudel.

“E’ stato alla mostra di Reggio Emilia del 2003 a Palazzo Magnani – racconta Monica Pavani – che ho scritto la prima poesia della raccolta. Prima di allora avevo visto solo qualche fotografia delle sculture, ma non sapevo nulla della sua storia. Sono arrivata alla mostra un po’ per caso, l’ultimo giorno, non c’era quasi nessuno. Si poteva girare attorno alle statue, quelle di Camille e quelle di Rodin; ho visto Sakountala nella versione dell’una e dell’altro, il meraviglioso La Valse dalla quale non riuscivo a staccare gli occhi, e lì ero già rapita dalla materia e dal genio dei due, ma poi, davanti ad un piccolo busto in marmo bianco di una bambina (La petite châteleine) con due grandi occhi sgranati, con uno sguardo che ti guarda dentro e carico di tutti i segreti dell’umanità, sono scoppiata in lacrime. In balia di tutto questo, cominciando a percepire che lì si stava parlando di una sapienza dolente e acuta, mi sono diretta nella saletta in cui veniva proiettato il video sulla vita di Camille Claudel, realizzato in occasione della mostra, e guardandolo mi si è spaccato qualcosa dentro. Ho provato una sensazione di grande estraneità: non poteva essere che la donna di cui stavo scoprendo un destino profondamente ingiusto – tanto da venir rinchiusa per trent’anni in un ospedale psichiatrico – fosse la stessa che doveva aver vissuto momenti di passione così autentici e profondi, tanto da segnarne il corpo e l’anima e che, attraversandoli, aveva saputo trasfonderli nelle sue opere con una chiarezza e una limpidità disarmanti. Poi sono andata a riguardarmi tutte le sculture e lì mi è venuta di getto la prima poesia della raccolta, che è tale e quale come è stata pubblicata: le parole continuavano a rigirarrmi nella testa, me le ripetevo in continuazione, non potevo farne a meno… sono arrivata in stazione, ho preso un foglietto di carta e le ho scritte:

“Noi siamo degli altri
che siamo noi
e restano
di pietra.”

M. Pavani, Luce ritirata, Ed. La Fenice, Premio Senigallia, 2005

camille-claudel-1864-1943-nel-1884
Camille Claudel (1864-1943) nel 1884

Quello che sentivo sulla pelle era lo scarto, la differenza, l’estraneità tra l’artista e la sua vita: Camille aveva toccato la propria anima, l’aveva vista bene, conosciuta e anche scolpita nel dettaglio, ma poi la vita non aveva preso quella forma. C’è uno scarto enorme tra l’anima e la vita dell’artista, le due cose non coincidono affatto, se non durante il periodo in cui lei e Rodin si amavano e lavoravano insieme, con passione e complicità, nei momenti in cui la mano di Camille si confondeva con quella di Rodin, e insieme davano vita ad opere meravigliose.
Nei quattro o cinque giorni successivi alla mostra, mi sono venuti fuori altri pezzi di versi, frasi, parole, non capivo come arrivassi a pensarli, sembrava che fossero di qualcun altro. Solo in un secondo momento ho cominciato a documentarmi, sono andata a Parigi, ho letto i libri sulla vita e sulle opere, e completato la mia raccolta dandole la forma del diario spezzato, per frammenti, con grandi pause fra un’ ‘annotazione’ e l’altra.»

La mostra di Reggio Emilia del 2003 di cui parla Monica Pavani è la prima retrospettiva allestita in Italia, dopo la riscoperta dell’artista. Venne realizzata grazie alla collaborazione di Reine-Marie Paris, pronipote di Camille, che fin dalla giovinezza si è impegnata a collezionare e studiare le sue opere, oltre a ricostruirne la biografia. Dopo la laurea Reine-Marie Paris si è unita alle ricerche pionieristiche su Camille Claudel di un suo professore di storia, Jacques Cassar, e le ha dedicato la tesi di specializzazione in Storia dell’arte. Instancabile, grazie alle sue conferenze, alla partecipazione a decine di mostre tenute in tutto il mondo, e grazie ai consigli che ha dato come direttore artistico al regista Bruno Nuytten di Camille Claudel, Reine-Marie Paris ha contribuito enormemente a fornire una conoscenza precisa e ben documentata dell’artista e a farne comprendere e apprezzare il suo genio. Ancora oggi la sua collezione è la più ricca e completa.

A partire dagli anni ’80, dopo appunto le prime ricerche su di lei e soprattutto con il romanzo di Anne Delbée, a Camille sono stati dedicati lavori teatrali, coreografie e opere cinematografiche, il film di Bruno Nuytten con Isabelle Adjani che ne crea il mito. Il film racconta la passione divorante, feconda poi distruttiva, di Camille Claudel per la scultura e per Auguste Rodin.

locandina-film-camille-claudel-bruno-nuytten-1988
Locandina del film Camille Claudel di Bruno Nuytten del 1988

Nella «fiche technique» del film, preparata dalla Prof.ssa Collina per gli studenti di Francese e conservata al «Centro documentazione donna » di Ferrara, c’è un articolo apparso su “Le Français dans le Monde” del critico francese Michel Estève, che scrive: “Per lungo tempo Camille Claudel è rimasta nell’ombra. All’ombra di Rodin, di cui fu allieva, poi amante. All’ombra di suo fratello Paul, di cui la personalità e l’opera ne hanno occultato il genio. Oggi, i riflettori sono puntati su di lei. Evento cinematografico di quest’inverno, Camille Claudel, opera comune di Bruno Nuytten, noto direttore della fotografia, e Isabelle Adjani, tirano fuori dall’ombra colei di cui Paul Claudel disse: “C’est un mystère en pleine lumiere”.
Interessante anche ciò che scrive dell’attrice: “Isabelle Adjani si è appassionata a Camille Claudel, precorritrice della donna moderna, scultrice di fine ‘800 sconosciuta, sprofondata nella follia dopo la rottura con Rodin. Questo film non sarebbe potuto uscire senza Isabelle Adjani: lei è stata l’anima dell’impresa, acquisendo, per l’adattamento cinematografico, i diritti del libro scritto da Reine-Marie Paris, convincendo la famiglia Claudel a permettere la realizzazione del film (prima ci avevano provato, ma senza riuscirci, Claude Chabrol e Isabelle Huppert) e Gérard Depardieu a interpretare Rodin. Al fine di far nascere il film, l’attrice ne è diventata anche produttrice.”

Carla Collina però conobbe Camille Claudel molto prima di tutto questo: “Io ero studentessa negli anni ‘70 a Parigi – racconta – dove stavo preparando la mia tesi con Roland Barthes. Un giorno andai al Museo Rodin e rimasi molto colpita da quelle sculture che, allora, erano tenute in disparte in una piccola saletta al piano terra. Dopo la visita rimasi lungo a riflettere, passeggiando nel parco del palazzo, e da lì cominciò la mia ricerca attorno a quella figura femminile di fine ‘800.

la-valse-1893
La Valse, 1893

“Anch’io – racconta Caterina Tavolini – l’ho scoperta al Museo Rodin, nei primi anni ‘80. Ma la passione è nata con il film. Per la coreografia che sto creando, mi sono ispirata a tre donne artiste, Camille Claudel, Frida Khalo e Pina Bausch perché c’è una cosa in comune tra queste donne: tutte e tre hanno avuto il coraggio di scolpire l’animo umano, ognuna a suo modo e con la propria arte; nelle loro opere fanno emergere le parti belle e quelle brutte dell’umanità, la bellezza ma anche la crudezza, gli aspetti di cui di solito non si vuole parlare. E le sculture di Camille, in particolare, rappresentano la danza dei sentimenti colti all’apice della loro espressione.”
“In più, Camille – aggiunge Monica – è stata la principale fonte d’ispirazione per Rodin: le figure e i volti che Rodin ha scolpito ispirandosi a Camille sono i più belli in assoluto; alcune opere che lui ha realizzato quando era già famoso, come Il Bacio, segnano ormai una fase puramente estetica del suo lavoro.”

Camille aveva un certo carattere. Donna forte e coraggiosa, scolpiva giorno e notte senza sosta, ha dato tutto per la scultura e per Rodin, con un’intensità e un’autenticità senza pari, tanto da finire un certo punto per ammalarsi: “dopo la rottura con Rodin delirava e aveva manie di persecuzione sempre più frequenti” dice Monica. Rodin scrisse di lei: “Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio.”
Carla Collina introduce alcuni elementi necessari per contestualizzare la storia di Camille Claudel, e dice: “Per capire le cause della sua psicosi però, bisogna considerare anche che, dopo la rottura con Rodin, ha lottato tantissimo, per anni, per affermarsi sul piano professionale, in un periodo in cui la scultura era ancora appannaggio maschile, e per delle difficoltà economiche e cita: «la mancanza di denaro era una preoccupazione costante per lei, perché scolpire è dispendioso e tutte le sue risorse andavano per pagare i modelli, i praticanti, il marmo, l’onice, per la colatura in bronzo, spendeva tutto per le sculture, tagliava su cibo e vestiti, rinunciava alle distrazioni». Ad un certo punto ha ceduto, non ce l’ha più fatta e si è ammalata.”

camille-age-mur-1899
L’age mur, 1899

Effettivamente la vita e l’opera di Camille Claudel si fondono totalmente: “In Camille Claudel le vicende dell’esistenza personale e gli esiti dell’opera si sono inestricabilmente mescolati e fusi. Molte delle sue sculture sono il diario, il grido disperato di un’anima che passa dalla felicità di un tormentato rapporto d’amore, quello che la legò, per alcuni anni, a Rodin, al rancore e alla rêverie di ciò che non è stato e mai potrà essere. […] Sakountala, La Valse, Clotho, L’Age mûr, L’implorante, Perée et la Gorgone, Profonde pensée, Rêve au coin du feu, Vertumne et Pomone sono l’esaltazione amorosa, l’illusione della felicità e delle promesse di fedeltà, dell’abbandono, del risentimento, della solitudine estrema, dell’amara consapevolezza di una ferita che mai potrà rimarginarsi. A lei fu data la dolorosa capacità di “dare forma alle proprie visioni interiori, di strappare all’ignoto che ci abita – “il salvame” del “nostro intimo” di cui parla Rilke nelle Elegie duinesi – brandelli di verità, di vedere più nitidamente ciò che altri potevano solo superficialmente intuire. Perché sono, le sue opere, sofferenza pagata.” (Introduzione di Sandro Parmiggiani a, A. Normand Romain, Camille Claudel e Rodin. Le temps remettra tout en place, Édition du Musée Rodin, Paris, 2003 – Catalogo della mostra a Palazzo Magnani, Reggio Emilia, 14 giugno – 31 agosto 2003).

Comunque sia, già ai suoi tempi era chiaro che Camille Claudel fosse ritenuta una scultrice di straordinario talento, perizia tecnica, sensibilità e intuizione, e che seppe dare un contributo di rinnovamento in una disciplina, la scultura, che soprattutto a quei tempi era appannaggio maschile. Il critico d’arte Octave Mirabeau scrisse di lei “è una rivolta della natura, una donna di genio”.

pavani-tavolini-collina-brindisi-camille-claudel
M. Pavani, C. Tavolini e C. Collina, brindisi a Camille Claudel

Ma il fermento attorno a questa figura non sembra ancora arrestarsi: è appena uscito il secondo film a lei dedicato Camille Claudel 1915 di Bruno Dumont, con una splendida Juliette Binoche; nella primavera del 2015 aprirà il Museo Camille Claudel nella casa di Nogent-sur-Seine che la famiglia Claudel abitò dal 1876 al 1879. Per quanto riguarda Ferrara, Carla Collina, Monica Pavani e Caterina Tavolini non escludono di costituire in futuro un’associazione dedicata a Camille Claudel.

 

Biografia di Camille Claudel [vedi]
Bibliografia su Camille Claudel [vedi]

 

Carla Collina è stata docente di Francese presso il Liceo L. Ariosto di Ferrara dal 1979 al 2010; per vent’anni docente-formatrice di didattica delle lingue straniere PSLS in provincia di Ferrara e in regione, è stata tra le promotrici dell’introduzione dello studio di una lingua straniera alle elementari. Ha pubblicato libri per la scuola superiore tra cui “Il nuovo esame di stato di francese” con la Loescher, e articoli di didattica francese in varie riviste del settore, italiane ed estere, tra cui “Le français dans le monde” e “Reflet”. Come giornalista pubblicista, ha collaborato assiduamente alla rivista “Leggere donna” di Luciana Tufani Editrice.

Monica Pavani è docente di Inglese presso il Liceo sociale Carducci di Ferrara, docente di Lingua e letteratura italiana di livello avanzato presso Middlebury college school in Italia, traduttrice letteraria presso varie case editrici (Adelphi, Mobydick, Il Saggiatore, Rizzoli, Fazi, ecc.) e giornalista pubblicista.

Caterina Tavolini, coreografa, danzatrice e insegnante di Danza contemporanea creativa presso il New sesto senso a Ferrara, docente di Educazione fisica nella provincia di Rovigo.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi