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DIARIO IN PUBBLICO
Il règime del Generale Figliuolo

 

Ascolto con curiosità l’annuncio della presenza del generale Francesco Paolo Figliuolo alla trasmissione di Che tempo che fa in dialogo col conduttore Fazio e con il professor Roberto Burioni. Appare nel monitor vestito con la divisa d’ordinanza costellata da uno spesso scudo di etichette e di menzioni. Sguardo fiero, occhio vivido, contegno severo. Alla presentazione di Fazio risponde con sicurezza e senza tentennamenti poi, lasciandomi deliziato, pronuncia una frase straordinaria, dove spicca la dizione andare a règime’. Ne sono conquistato, perché dai tempi della mia studiosa giovinezza non sentivo più usare il termine ‘règime’ al posto dell’ormai normalizzato ‘regìme’. Una veloce escursione tra le norme accolte dalla Treccani mi conferma l’obnubilazione in atto del primo termine. Anche qui è una questione di coraggio, ma anche della lentissima evoluzione della lingua nelle parlate ufficiali o specialistiche.

Ma ormai il Generale si lancia in arditissime scelte, che vanno da una ineditacapillarizzazione’, forse assonante, con la più usuale capillarità’. Un termine che sembra abbia fatto breccia nella sua esposizione, in quanto parla anche di ‘responsabilità capillari’. E tra il sintagma economia di scala’ che, nonostante i miei deboli sforzi, non ho ben capito, si lancia con coraggio nell’adozione delle problematiche deboli’. A seguire rilevo l’uso inevitabile dell’ormai odiosissimo fragile’, inframezzato da diversi laddove’. Tutto ispira in lui determinazione e onestà. E questo sembra importante per conquistare quella fiducia nella necessità delle vaccinazioni, totalmente crollata per le vicende incredibili dell’assoluzione e poi del ritiro del vaccino AstraZeneka. Ormai i commenti si sprecano e purtroppo, non fosse abbastanza, s’inserisce la scelta politica che complica tutto.

Nelle giornate assolate che rendono sempre più invitante l’uscire, ma che mettono a prova morale e civile l’astenersi dal farlo, Ferrara si presenta nel trionfo di una bellezza sempre più raramente percepita, resa assordante dal silenzio che l’avvolge. I luoghi noti si trasformano accompagnati dal ricordo e le strade percorse per le passeggiate della Lilla si ordinano in una geografia della memoria. I pelosi che incontriamo sono accolti dall’ormai inevitabile commento e carezza finali. Uno in particolare appena ci vede protende il magnifico muso per accertarsi che nel nostro sacchetto  della spesa sia riservato il suo preteso e voluto grissino. E nello squillo delle campane prende forma la geografia della memoria.

Nella nostra ‘seconda casa’ ormai eletta non sui Lidi comacchiesi ma nella farmacia frequentata quotidianamente gli incontri si trasformano in agorà con interventi pacati dei farmacisti, che ci invitano a concludere fuori i nostri discorsi. Sembra l’idilliaca scenetta dei proprietari di polli, che con un sommesso sciò sciò disperdono lo starnazzante ‘assembramento’. Saluto tutti, perché la mascherina rende impervio riconoscere anche i parenti o gli amici carissimi, mentre il nipote amatissimo mi tira scherzi producendo foto – naturalmente maneggiate – di un amico, noto accademico, che mi manda auguri per il compleanno e m’invita a portare i miei saluti a un personaggio che non è proprio nelle mie corde amicali!

Sempre più in fretta scorro sui giornali le vicende del giorno e plaudo all’arrivo di Letta. Il caso che è più saggio della ragione mi porta ieri sera a rivedere un film di Sordi con Monica Vitti Io so che tu sai che io so del 1982. E immortale – almeno per questo momento storico – il cammeo di Gianni Letta che interpreta se stesso. E nella patria degli zii ‘lo zio Gianni’ si vede entrare frettolosamente in macchina mentre al Nazzareno approda Enrico.

 

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

 

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